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IL LOCKDOWN FA BENE ALL’AMBIENTE

Una crisi sanitaria che non si vedeva da almeno 100 anni e una crisi economica senza precedenti dal secondo dopoguerra. L’emergenza COVID-19 dei primi mesi del 2020 ha avuto effetti devastanti, ma almeno per un aspetto ha avuto un risvolto positivo: il calo delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera. 

Un nuovo studio pubblicato su “Nature Climate Change” da Corinne Le Quéré dell’Università dell’East Anglia, nel Regno Unito, e colleghi ha quantificato la variazione nei giorni di massimo rigore delle misure di quarantena nel mondo, mostrando che si è trattato di un vero e  proprio crollo: 17 milioni di tonnellate in meno al giorno cioè 17 per cento rispetto allo stesso periodo del 2019. Per qualche settimana, il pianeta è tornato ai livelli del 2006 mentre al picco del confinamento, il calo percentuale delle emissioni nei singoli paesi è stato in media del 26 per cento .

Articolo su Le Scienze

Articolo originale su Nature Climate Change

Allevamenti intensivi e resto del mondo: una guerra infinita

Da un articolo su RUMINANTIA.IT

Quella che si sta consumando, ormai da molti anni, tra gli allevamenti intensivi e una buona parte dell’opinione pubblica, dei giornalisti e dei medici, sembra una guerra infinita. In vantaggio netto pare che non siano gli allevatori. Per motivi che cercherò di ipotizzare più avanti il “sentiment” collettivo ritiene che i prodotti del latte e la carne rossa facciano male alla salute, che l’allevamento intensivo sia sinonimo di sofferenza per gli animali e che il suo impatto ambientale sia devastante. Da come stanno evolvendo le cose sembrerebbe che le modalità fin qui adottate per contrastare questa reputazione negativa non siano servite a nulla, sembrerebbe anzi che abbiano aggravato le cose. Le indignazioni, le richieste di chiudere le trasmissioni televisive “animaliste”, certe certificazioni di benessere animale, le iniziative di sensibilizzazione per stimolare il consumo di latte e carne rossa e le campagne pubblicitarie naïf hanno forse peggiorato le cose. Per averne la riprova, e senza scomodare i sondaggisti, basta parlare con i medici di qualsiasi disciplina e le fasce più giovani della popolazione per sentire la loro opinione sull’argomento. Tempo fa (29 Novembre 2017) Ruminantia ha organizzato, in collaborazione con l’Ateneo di Perugia, un focus group per capire meglio il fenomeno.

La pandemia di COVID-19, tuttora in corso, ha costretto a casa circa 3.5 miliardi di persone. Questo brusco cambiamento delle abitudini di vita e la frustrazione del constatare come un virus con una dimensione 600 volte inferiore a quella di un capello umano abbia potuto, nell’antropocene, uccidere nel mondo circa 250.000 persone hanno stimolato tante riflessioni.

In molti si aspettano che la fine della pandemia segni un nuovo modo di concepire l’economia, il lavoro e il vivere sociale e personale. Una sorta di dopoguerra, di “day after”. L’umanità si sta lacerando tra l’angoscia dei bollettini giornalieri delle morti e delle nuove povertà da un lato, e la meraviglia nel vedere in quanto poco tempo si possa ripulire l’aria che respiriamo, come la natura si riprenda rapidamente i suoi spazi e quanti valori familiari e sociali siano stati immolati in nome del narcisismo e del profitto, dall’altro.

L’occasione del dopo COVID-19 può essere utilizzata per ripensare l’allevamento degli animali da cibo e il dialogo con la gente.

LEGGI L’ARTICOLO ORIGINALE SU RUMINANTIA.IT

 

The greenhouse gas impacts of converting food production in England and Wales to organic methods

The greenhouse gas impacts of converting food production in England and Wales to organic methods
Laurence G. Smith, Guy J.D. Kirk , Philip J. Jones, Adrian G. Williams


Agriculture is a major contributor to global greenhouse gas (GHG) emissions and must feature in efforts to reduce emissions. Organic farming might contribute to this through decreased use of farm inputs and increased soil carbon sequestration, but it might also
exacerbate emissions through greater food production elsewhere to make up for lower organic yields. To date there has been no rigorous assessment of this potential at national scales. Here we assess the consequences for net GHG emissions of a 100% shift to organic
food production in England and Wales using life-cycle assessment. We predict major shortfalls in production of most agricultural products against a conventional baseline. Direct GHG emissions are reduced with organic farming, but when increased overseas land use to compensate for shortfalls in domestic supply are factored in, net emissions are greater.
Enhanced soil carbon sequestration could offset only a small part of the higher overseas emissions.

Nature Communications, volume 10, 4641 (2019)

Articolo su NATURE 

 

ANCHE L’ICT INQUINA

Quanto inquinano streaming e videogiochi

​Aumentano i dati, non le emissioni. I risultati di un rapporto sull'”impronta ambientale” del settore Ict.

Interessante articolo su AGI.it 

Il traffico dati si moltiplica, il digitale cresce. Ma “l’impronta ambientale” del settore Ict resta stabile. E in futuro potrebbe ridursi. Lo afferma il rapporto “A quick guide to your digital carbon footprint” di Ericsson.com che, pur ammettendo quanto sia complicato pesare l’impatto di un intero settore, ha fatto due conti per confermare o smentire alcune convinzioni piuttosto diffuse.

LE FORESTE CI SALVERANNO?

Le foreste ci salveranno?

Basta piantare alberi per affrontare la crisi climatica? Aumentare, mantenere e gestire sostenibilmente le foreste è necessario, ma non sufficiente. Pur se piantare nuovi alberi è molto utile, la drastica riduzione delle emissioni di CO2 legate ai combustibili fossili resta inevitabile.

LEGGI tutto l’articolo su CLIMALTERANTI.IT (testi di Giacomo Grassi, Giorgio Vacchiano, Marina Vitullo)

 

 

COP25 E IPCC 2022

mentre alla COP25 a Madrid si è discusso in modo poco produttivo (vedi) l’IPCC sta lavorando per il suo sesto report sul Climate Change, che vedrà la luce solo nel 2022.

Per approfondimenti su COP25

Per approfondimenti su IPCC CC2022

Abbiamo raggiunto un altro massimo di concentrazione di CO2 nell’aria

I livelli di gas serra che intrappolano il calore nell’atmosfera hanno raggiunto un altro nuovo record, secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO). Questa continua tendenza a lungo termine porterà le generazioni future a dover affrontare impatti sempre più gravi dei cambiamenti climatici, tra cui temperature in aumento, condizioni meteorologiche più estreme, stress idrico, innalzamento del livello del mare e perturbazione degli ecosistemi marini e terrestri.

Il Bollettino dei gas serra del WMO ha dimostrato che le concentrazioni medie globali di anidride carbonica (CO2) hanno raggiunto 407,8 parti per milione nel 2018, rispetto a 405,5 parti per milione (ppm) nel 2017. L’aumento di CO2 dal 2017 al 2018 è stato molto vicino a quello osservato dal 2016 al 2017 e appena sopra la media nell’ultimo decennio. I livelli globali di CO2 hanno attraversato il benchmark simbolico e significativo di 400 parti per milione nel 2015. 

Dal 1990, c’è stato un aumento del 43% della forza radiante totale – l’effetto del riscaldamento sul clima – da parte dei gas serra di lunga durata. La CO2 rappresenta circa l’80% di questo, secondo i dati dell’Amministrazione nazionale oceanica e atmosferica degli Stati Uniti citati nel Bollettino WMO.

Per leggere l’articolo completo vai al WMO

L’effetto paradossale dei prodotti biologici sull’ambiente

Da LeScienze Ottobre 2019 

L’espansione delle coltivazioni e degli allevamenti biologici può dare un contributo al contenimento dei gas serra, ma va considerata a livello globale e non locale. In caso contrario, ne deriverebbe un maggiore sfruttamento del suolo su scala più ampia e un aumento netto delle emissioni. È quanto emerge da uno studio pubblicato su “Nature Communications” da Adrian Williams, dell’Università di Cranfield, nel Regno Unito, e colleghi dell’Università di Reading. Il risultato è limitato geograficamente a Inghilterra e Galles, ma potrebbe servire come modello anche per realtà più grandi.

In termini teorici, i metodi biologici consentono di ridurre le emissioni del 20 per cento per ogni bene prodotto nel caso delle coltivazioni agricole e del 4 per cento nel caso degli allevamenti. Se tutta la produzione agroalimentare dell’Inghilterra e del Galles fosse ipoteticamente convertita a questi metodi produttivi, l’impatto sulle emissioni di gas serra sarebbe dunque rilevante.

Il rovescio della medaglia, secondo i calcoli degli autori, è che rinunciare allo sfruttamento intensivo di terreni e animali da allevamento porterebbe a un calo della produzione del 40 per cento. Se il fabbisogno alimentare delle due regioni non diminuisse in proporzione, sarebbe necessario ricorrere a merci di importazione prodotte con metodi intensivi e che dovrebbero affrontare un trasporto più o meno lungo per arrivare sulle tavole dei consumatori. L’effetto netto sarebbe dunque un aumento delle emissioni di gas serra e non una diminuzione.

 

Articolo su LeScienze

Articolo originale su Nature Communications

Presentato il nuovo RAPPORTO COOP 2019

Presentato il nuovo RAPPORTO COOP 2019

Puoi leggere una sintesi direttamente alla pagina dedicata su  ITALIANI.COOP

A proposito dei nuovi trend del cibo: veloce, proteico, sostenibile – Ecologisti convinti anche nel cibo dove il 68% ritiene favorevole far pagare un supplemento per i prodotti in plastica monouso così da disincentivarne l’acquisto. Un atteggiamento che ci fa onore se si pensa che ogni settimana ingeriamo involontariamente con gli alimenti 5 grammi di microplastiche, ovvero il peso di una credit card (1 bottiglia d’acqua arriva a contenere fino a 240 microplastiche a litro). Impegnati a rincorrere il lavoro e a gestire la vita personale, gli italiani abbandonano i fornelli di casa a dispetto della passione per la cucina, (in 20 anni abbiamo dimezzato il tempo passato a cucinare ogni giorno e oramai vi dedichiamo appena 37 minuti). Questo ci porta a far crescere la spesa per la ristorazione extradomestica (83 miliardi la spesa per consumi alimentari fuori casa delle famiglie italiane nel 2018) e anche quando mangiamo in casa preferiamo cibi pronti o rapidi da preparare. È boom per il food delivery che è utilizzato oramai dal 26% degli italiani. E anche negli acquisti al supermercato vince l’instant food (+9,3% in un anno) e tra le nuove tendenze approdate giocoforza anche nella grande distribuzione si ritaglia uno spazio preponderante l’offerta di sushi; il 42% degli italiani è un assiduo acquirente. Non è un caso quindi che nel mentre si riduce per la prima volta la spesa per smartphone (-1,6% da gennaio a luglio 2019) esploda il fenomeno delle instant pot, le pentole elettriche (+72,8% le vendite nei primi 7 mesi dell’anno), che promettono successi culinari istantanei. In questa rivoluzione gastronomica perdiamo di vista anche il concetto di “portata” e al primo, secondo piatto della tradizione privilegiamo gli snack (dolci o salati, poco importa, crescono entrambi a doppia cifra), frutta e verdura meglio se già confezionate, le barrette sostitutive dei pasti e tutto ciò che può rappresentare un piatto pronto. Mentre nel bicchiere vincono le tradizionali bollicine (prosecco e spumanti continuano la loro crescita ininterrotta) a fianco del boom birra (sono 7 milioni gli ettolitri di birra bevuti nei primi 6 mesi del 2019) spunta la nuova moda delle acque aromatizzate che dominano (negli ultimi 12 mesi le vendite a valore registrano un +164,7%) a fronte di un calo delle bibite gassate. Un altro segno inequivocabile dell’ampia tendenza salutista tuttora in corso. E non è un caso se il carrello degli italiani si riempia di fibre e proteine (nel 2018 su Google alla parola proteina sono associate 64 milioni di ricerche) a scapito di grassi e carboidrati. Il 2019 segna dunque, dopo anni di riduzione dei consumi il grande ritorno della carne (+3,5% le vendite nel 2019), soprattutto italiana. L’italianità è infatti l’altro tema chiave se si fotografano le ultime tendenze in fatto di cibo e arriva a contare di più persino rispetto al sapore e al prezzo. Il 78% dei consumatori è rassicurato dall’origine 100% italiana e questi prodotti crescono del +4,8% in un anno (2018 su 2017). Sicurezza è la parola vincente anche a tavola.

UNITED IN SCIENCE REPORT

Le principali istituzioni che studiano gli effetti del climate change hanno unito le forze e lavorato insieme per redigere e pubblicare il report “United in Science”. Si tratta di un rapporto che evidenza il profondo e crescente gap che sussiste tra le promesse nazionali fatte in occasione dell’Accordo di Parigi e le azioni che sono seguite.

Il rapporto United in Science
Il rapporto coordinato dalla WMO contiene dettagli sullo stato del clima e presenta la tendenza in materia di emissioni e concentrazioni dei principali gas serra nell’atmosfera. Questo rapporto fornisce una valutazione unificata sia dello stato del pianeta sotto l’influenza crescente del cambiamento climatico di matrice antropica, sia delle modifiche radicali che l’uomo dovrebbe attivare per limitare i danni e scongiurare una possibile degenerazione ecosistemica.

Il rapporto presenta preziosi dati scientifici sui quali i governi dei 197 stati membri si dovranno basare per elaborare e proporre nuove strategie. Il documento comprende brevi riassunti tematici a cura delle organizzazioni che hanno contribuito alla sua redazione: WMO, Global Atmosphere Watch, United Nations Environment Programme (Unep), Global Carbon Project, Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc), Future Earth, Earth League e Global Framework for Climate Services.

UN Climate Action Summit 2019

Climate reports

IPCC – Landmark United in Science report informs Climate Action Summit

 

 

Lab per LCA agro-alimentare

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