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eliminare i prodotti del latte fa bene al pianeta e non crea problemi alla salute umana?

Tutti gli abitanti del nostro pianeta sono consapevoli della necessità di trovare un equilibrio tra la produzione di alimenti per nutrire in modo equo e dignitoso tutte le persone e il futuro dell’ambiente. Un numero crescente di individui e le associazioni ambientaliste auspicano una drastica riduzione, o addirittura un’eliminazione, dei prodotti di origine animale dalla nutrizione umana.

Oltre agli aspetti legati alle preoccupazioni relative al benessere animale, queste associazione attribuiscono all’allevamento una grande responsabilità nel surriscaldamento del pianeta.

E’ appena stato pubblicato uno studio sulla prestigiosa rivista Journal of Dairy Science, da D.L. Liebe, M.B. Hall e R.R. White

Contributions of dairy products to environmental impacts and nutritional supplies from United States agriculture

Open Access DOI:https://doi.org/10.3168/jds.2020-18570

Il sistema attuale fornisce latte sufficiente per soddisfare il fabbisogno annuale di energia, proteine ​​e calcio di 71.2, 169 e 254 milioni di persone, rispettivamente. Le vitamine fornite dai prodotti lattiero-caseari costituiscono un’alta percentuale della fornitura domestica totali dagli alimenti. I latticini forniscono infatti il 39% della vitamina A, il 54% della vitamina D, il 47% della riboflavina, il 57% della vitamina B12 e il 29% della colina disponibili per il consumo umano negli Stati Uniti.

Il ritiro (mantenimento degli animali senza raccolta del latte) dei bovini da latte sotto la loro attuale gestione non ha comportato alcun cambiamento nelle emissioni assolute di gas serra (GHGE) rispetto all’attuale sistema di produzione. Sia lo spopolamento delle bovine, che il pensionamento al pascolo hanno portato a modeste riduzioni (6,8–12,0%) delle emissioni di GHG rispetto al sistema agricolo attualmente in uso. La maggior parte degli scenari di rimozione delle vacche da latte ha ridotto la disponibilità di micronutrienti essenziali come l’acido α-linolenico, il calcio, le vitamine A, D, B 12 e la colina. Anche gli scenari di rimozione che non hanno ridotto la disponibilità di micronutrienti non hanno migliorato il GHGE rispetto all’attuale sistema di produzione. Questi risultati suggeriscono che la rimozione dei bovini da latte per ridurre le emissioni di GHG senza ridurre l’apporto dei nutrienti più limitanti per la popolazione sarebbe difficile.

Leggi da RUMINANTIA 

Leggi da JOURNAL OF DAIRY SCIENCE (Open Access)

FAO Ridurre le perdite e gli sprechi alimentari per migliorare la sicurezza alimentare e la sostenibilità ambientale

In occasione della prima Giornata internazionale della consapevolezza sulle perdite e gli sprechi alimentari (29 settembre 2020), l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO), il Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente e i loro partner hanno fatto appello all’intera comunità affinché si impegni a ridurre le perdite e gli sprechi alimentari, così da evitare un ulteriore tracollo della sicurezza alimentare e un impoverimento delle risorse naturali.

Circa 690 milioni di persone oggi soffrono la fame, mentre sono ben tre miliardi coloro che non possono permettersi un’alimentazione sana. Il numero degli affamati è continuato ad aumentare negli ultimi cinque anni e la pandemia da COVID-19 sta mettendo a repentaglio la sicurezza alimentare e nutrizionale di un numero ulteriore di persone che potrebbe raggiungere i 132 milioni di unità. A questo quadro drammatico si devono aggiungere il deterioramento degli ecosistemi e l’impatto dei cambiamenti climatici.

Nonostante ciò, le perdite e gli sprechi alimentari non accennano a diminuire. Quest’anno si è assistito addirittura a un incremento di entrambe le problematiche, a causa delle restrizioni agli spostamenti e ai trasporti collegate alla pandemia.

Anche senza considerare l’emergenza COVID-19, ogni anno il 14 per cento circa dei prodotti alimentari va perso in tutto il mondo prima di raggiungere il mercato. Il valore annuo delle perdite alimentari è pari a 400 miliardi di USD, equivalenti al PIL dell’Austria. A ciò si aggiungono gli sprechi alimentari, le cui nuove stime saranno rese note all’inizio del 2021. Se si considera infine anche l’impatto ambientale, le perdite e gli sprechi alimentari sono responsabili dell’8 per cento delle emissioni globali di gas a effetto serra.

Leggi il rapporto da FAO

Scarica il Rapporto FAO “The State of Food and Agriculture 2019”

 

Cambiamento climatico, ci saranno più infezioni da vibrioni con il riscaldamento delle acque marine

Tra le tante conseguenze dell’innalzamento della temperatura terrestre e marina ce n’è una che, in estate, potrebbe diventare particolarmente insidiosa nei prossimi anni: l’aumento del rischio di contrarre un’infezione da vibrioni, batteri come quelli che causano il colera. Si tratta di infezioni subdole, i cui responsabili, che crescono a meraviglia nelle acque tiepide, entrano nell’organismo umano da piccole lesioni della pelle, oppure attraverso alcuni alimenti (in primo luogo il pesce e i molluschi crudi o non cotti a sufficienza), provocando in questo caso diarree a volte gravi.

A richiamare l’attenzione su di esse è l’Istituto federale tedesco per la valutazione del rischio, il BfR, che in un documento riassume le principali informazioni note e i pericoli cui si potrebbe essere esposti in estate.

LEGGI sintesi si ILFATTOALIMENTARE

LEGGI documento BFR

Chi mangia carne ha una salute mentale migliore

Sono sempre più numerosi gli studi che mostrano vantaggi significativi per la salute in chi mangia carne: l’ultimo di recente pubblicazione riguarda la salute mentale.

Alcuni ricercatori negli Stati Uniti hanno esaminato la relazione tra consumo di carne e salute psicologica in una revisione sistematica che coinvolge ben 160.257 partecipanti, provenienti da varie regioni geografiche tra cui Europa, Asia, Nord America e Oceania, di età compresa tra gli 11 e 96 anni. Obiettivo: dimostrare l’effetto del consumo di questo alimento sul benessere psicologico. Dagli studi è emerso che chi mangia carne gode effettivamente di una salute mentale migliore rispetto a chi la esclude dalla propria dieta.

Leggi tutto l’articolo su CARNI SOSTENIBILI

Coronavirus: non ci sono prove che il cibo sia fonte o veicolo di trasmissione

L’EFSA osserva con attenzione la situazione relativa all’epidemia di coronavirus (COVID-19) che sta interessando un gran numero di Paesi in tutto il mondo. Attualmente non ci sono prove che il cibo sia fonte o veicolo di trasmissione probabile del virus.

Ha commentato Marta Hugas, direttore scientifico EFSA: “Le esperienze fatte con precedenti focolai epidemici riconducibili ai coronavirus, come il coronavirus della sindrome respiratoria acuta grave (SARS-CoV) e il coronavirus della sindrome respiratoria mediorientale (MERS-CoV), evidenziano che non si è verificata trasmissione tramite il consumo di cibi. Al momento non ci sono prove che il coronavirus sia diverso in nessun modo”.

Leggi su EFSA

Il prezzo del grano vola e la farina va a ruba. Cosa succede alla nostra spesa?

Il prezzo del grano vola e la farina va a ruba. Cosa succede alla nostra spesa?

L’emergenza Coronavirus ha dato il via a una corsa ai beni essenziali, con un’impennata dei prezzi del grano e dei cereali. Ma in questa altalena sono coinvolti anche altri alimenti.

Articolo su AGI

THE STATE OF FOOD AND AGRICULTURE – FAO2019

E’ possibile scaircare il Report della FAO su

THE STATE OF FOOD AND AGRICULTURE 2019.

 

SITO DELLA FAO DEDICATO

REPORT COMPLETO “THE STATE OF FOOD AND AGRICULTURE 2019”

L’effetto paradossale dei prodotti biologici sull’ambiente

Da LeScienze Ottobre 2019 

L’espansione delle coltivazioni e degli allevamenti biologici può dare un contributo al contenimento dei gas serra, ma va considerata a livello globale e non locale. In caso contrario, ne deriverebbe un maggiore sfruttamento del suolo su scala più ampia e un aumento netto delle emissioni. È quanto emerge da uno studio pubblicato su “Nature Communications” da Adrian Williams, dell’Università di Cranfield, nel Regno Unito, e colleghi dell’Università di Reading. Il risultato è limitato geograficamente a Inghilterra e Galles, ma potrebbe servire come modello anche per realtà più grandi.

In termini teorici, i metodi biologici consentono di ridurre le emissioni del 20 per cento per ogni bene prodotto nel caso delle coltivazioni agricole e del 4 per cento nel caso degli allevamenti. Se tutta la produzione agroalimentare dell’Inghilterra e del Galles fosse ipoteticamente convertita a questi metodi produttivi, l’impatto sulle emissioni di gas serra sarebbe dunque rilevante.

Il rovescio della medaglia, secondo i calcoli degli autori, è che rinunciare allo sfruttamento intensivo di terreni e animali da allevamento porterebbe a un calo della produzione del 40 per cento. Se il fabbisogno alimentare delle due regioni non diminuisse in proporzione, sarebbe necessario ricorrere a merci di importazione prodotte con metodi intensivi e che dovrebbero affrontare un trasporto più o meno lungo per arrivare sulle tavole dei consumatori. L’effetto netto sarebbe dunque un aumento delle emissioni di gas serra e non una diminuzione.

 

Articolo su LeScienze

Articolo originale su Nature Communications

Presentato il nuovo RAPPORTO COOP 2019

Presentato il nuovo RAPPORTO COOP 2019

Puoi leggere una sintesi direttamente alla pagina dedicata su  ITALIANI.COOP

A proposito dei nuovi trend del cibo: veloce, proteico, sostenibile – Ecologisti convinti anche nel cibo dove il 68% ritiene favorevole far pagare un supplemento per i prodotti in plastica monouso così da disincentivarne l’acquisto. Un atteggiamento che ci fa onore se si pensa che ogni settimana ingeriamo involontariamente con gli alimenti 5 grammi di microplastiche, ovvero il peso di una credit card (1 bottiglia d’acqua arriva a contenere fino a 240 microplastiche a litro). Impegnati a rincorrere il lavoro e a gestire la vita personale, gli italiani abbandonano i fornelli di casa a dispetto della passione per la cucina, (in 20 anni abbiamo dimezzato il tempo passato a cucinare ogni giorno e oramai vi dedichiamo appena 37 minuti). Questo ci porta a far crescere la spesa per la ristorazione extradomestica (83 miliardi la spesa per consumi alimentari fuori casa delle famiglie italiane nel 2018) e anche quando mangiamo in casa preferiamo cibi pronti o rapidi da preparare. È boom per il food delivery che è utilizzato oramai dal 26% degli italiani. E anche negli acquisti al supermercato vince l’instant food (+9,3% in un anno) e tra le nuove tendenze approdate giocoforza anche nella grande distribuzione si ritaglia uno spazio preponderante l’offerta di sushi; il 42% degli italiani è un assiduo acquirente. Non è un caso quindi che nel mentre si riduce per la prima volta la spesa per smartphone (-1,6% da gennaio a luglio 2019) esploda il fenomeno delle instant pot, le pentole elettriche (+72,8% le vendite nei primi 7 mesi dell’anno), che promettono successi culinari istantanei. In questa rivoluzione gastronomica perdiamo di vista anche il concetto di “portata” e al primo, secondo piatto della tradizione privilegiamo gli snack (dolci o salati, poco importa, crescono entrambi a doppia cifra), frutta e verdura meglio se già confezionate, le barrette sostitutive dei pasti e tutto ciò che può rappresentare un piatto pronto. Mentre nel bicchiere vincono le tradizionali bollicine (prosecco e spumanti continuano la loro crescita ininterrotta) a fianco del boom birra (sono 7 milioni gli ettolitri di birra bevuti nei primi 6 mesi del 2019) spunta la nuova moda delle acque aromatizzate che dominano (negli ultimi 12 mesi le vendite a valore registrano un +164,7%) a fronte di un calo delle bibite gassate. Un altro segno inequivocabile dell’ampia tendenza salutista tuttora in corso. E non è un caso se il carrello degli italiani si riempia di fibre e proteine (nel 2018 su Google alla parola proteina sono associate 64 milioni di ricerche) a scapito di grassi e carboidrati. Il 2019 segna dunque, dopo anni di riduzione dei consumi il grande ritorno della carne (+3,5% le vendite nel 2019), soprattutto italiana. L’italianità è infatti l’altro tema chiave se si fotografano le ultime tendenze in fatto di cibo e arriva a contare di più persino rispetto al sapore e al prezzo. Il 78% dei consumatori è rassicurato dall’origine 100% italiana e questi prodotti crescono del +4,8% in un anno (2018 su 2017). Sicurezza è la parola vincente anche a tavola.

Lotta allo spreco alimentare – TOO GOOD TO GO

Qual è il problema con i rifiuti alimentari?

Il cibo viene continuamente sprecato durante l’intero processo che lo porta dalle fattorie alle nostre tavole. Non è solo il cibo in sé che va sprecato, lo sono anche tutte le risorse necessarie per produrlo, dall’acqua, alla terra, al lavoro delle persone. Se sprecato, il cibo ha un effetto dannoso sull’ambiente – è responsabile dell’8% delle emissioni globali di gas serra che tutti sappiamo essere dannose per il pianeta!

Il movimento TOO GOOD TO GO ha attivato anche in Italia 4 azioni principali su cui agire, dal basso, per un piccolo contributo allo spreco: A CASA, IN AZIENDA, NELL’EDUCAZIONE, NELLE SCELTE POLITICHE.

Ad oggi ha raggiunto questi obiettivi:

  • presente in 12 Countries
  • più di 300 Waste Warriors
  • 25.612 Partners
  • 11.622.085 Downloads
  • 16.094.983 pasti salvati 
  • 40.856.495 kg CO2 ridotti

Se vuoi saperne di più:

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