Roberto Miraglia

Semiologia: nuove proposte, vecchi dubbi
Osservazioni a proposito di « Playing with Signs» di K. Agawu.


3. La teoria di Agawu e i concetti semiologici

C’è da chiedersi se il libro di Agawu sia riuscito a superare questi problemi integrando la nozione formale-funzionale di segno con le specificità materiali della musica, o se li abbia talvolta semplicemente persi di vista proprio per la vuotezza che spetta ai concetti semiologici. Emblematico è l’esempio della nozione di semiosi introversiva. Data la genericità della nozione di "rimando", certamente ogni relazione di un suono con un altro può essere ricompresa in termini di significante e significato. Ma che cosa possono dire di specifico i termini "semiosi introversiva", "rimando", ecc. circa le relazioni strutturali in musica? Diventa allora significativo che, al di là di questa indicazione sommaria, la proposta concreta di analisi strutturale sia semplicemente una delega all’analisi di tipo schenkeriano. Naturalmente questa delega non è in sé scorretta. Ma certamente sta ad indicare che le peculiarità della "semiosi introversiva" musicale andranno stabilite proprio nei termini delle leggi sonoro-relazionali a cui in ultima analisi alludono: e qui del termine "segno" non abbiamo più bisogno, se non come di una delle tante parole del nostro linguaggio. E’ vero che un momento di originalità sta nel fatto che l’Ursatz schenkeriana è interpretata in termini di strategia retorica. Ma proprio questo è forse il passo più palesemente dubbio. L’analisi schenkeriana si muove infatti entro una concezione organicistica del brano musicale che è profondamente diversa da quella "segnica". L’organismo musicale è un oggetto, un intero sonoro strutturato in parti sonore che non "rimandano" l’una all’altra in senso referenziale, ma che si integrano l’una nell’altra in senso relazionale. L’orazione, al di là dei suoi aspetti "macroformali", è già organizzata, come tutto ciò che ruota sul linguaggio verbale, anche in vista del suo contenuto. Al contrario l’Ursatz è pensata innanzitutto in termini di unità strutturale e non retorica, nel contesto di un punto di vista che ha come chiaro modello l’organismo naturale e non l’intreccio di rimandi segnici.

Non mancano inoltre prese di posizione che andrebbero ulteriormente argomentate. Il primo problema che resta senza risposta nel libro di Agawu sono i limiti in cui si può parlare di "comunicazioni" e di "segnali". E’ indubbio che in termini del tutto generici il compositore "metta in comune" la sua opera. Ma chi è il mittente, chi è il destinatario, e soprattutto qual è l’oggetto del messaggio musicale? Con la trasformazione di ogni momento musicale in segno, e con la pretesa quindi di renderlo senz’altro veicolo di "informazioni", si rischia di rendere impossibile qualunque identificazione esauriente. Sul piano della semiosi introversiva la sensibile ci comunica l’arrivo della tonica, La cadenza ci comunica la fine del brano, ecc.. Sul piano della semiosi estroversiva il significante "marcia" ci comunica il significato "marcia" come oggetto culturale, ecc. Qui in pratica ogni fenomeno sonoro comunica in una pluralità di modi che restano fondamentalmente indistinti. Ma c’è da chiedersi se davvero queste descrizioni abbiano una presa effettiva sui fenomeni musicali non appena si esca da descrizioni così generali. Ad esempio, nel caso della semiosi introversiva, secondo Agawu, il compositore deve presupporre che il suo pubblico sia in grado di cogliere dei segnali di chiusura del brano (p.3). Un "segnale", per fare un esempio qualunque, è certamente l’inizio del pedale di tonica in una cosiddetta "fuga di scuola". Ma - culturale o naturale che sia come risorsa per determinare una situazione di chiusura - con esso il compositore ci comunica forse il fatto che il brano sta finendo? Come si fa ad affermarlo con tanta sicurezza, se in realtà noi udiamo la fine del brano - l’evento sonoro - e non il fatto che il brano finisca. "Fatto" non denota un’entità udibile come "finale musicale". Ma, anche ammesso che abbia senso dire che il pedale segnala - ovvero serve al compositore per comunicare - la fine della fuga, come si può spiegare la circostanza che la fine della fuga è proprio l’occorrere del pedale di tonica che termina con il relativo accordo di tonica? Si genera allora il pensiero confuso che quest’ultimo costituisca il segnale di se stesso, un’espressione la cui paradossalità ci riporta proprio alla circostanza che il finale è già un evento sensibile al nostro cospetto, e non ha bisogno quindi di essere segnalato nell’accezione stretta del termine. Del resto proprio questa applicazione del concetto di segnale in modo indiscriminato, rischia di impedire proprio il riconoscimento degli effettivi momenti segnaletici, che possono - ma non necessariamente - occorrere nei brani musicali.

Sul piano della "semiosi estroversiva" i dubbi non sono minori. La possibilità di parlare di segnali e di comunicazioni è problematica persino nel caso dell’opera lirica in cui il "contenuto" è determinabile se non altro in base agli eventi scenici e al testo verbale. Ad esempio, nel finale del Don Giovanni, Mozart ci sta forse comunicando il fatto che il Commendatore sta tentando di far pentire Don Giovanni, e il fatto che quest’ultimo resta coerente nel male? E che bisogno ha di farlo, se questo tentativo e questa coerenza nel male sono già davanti ai nostri occhi? Il "messaggio" "pentiti!" del cantante che impersona il Commendatore è diretto a Don Giovanni, non al pubblico, anche se avviene in sua presenza. Anche in questo caso, poi, il rischio è di misconoscere gli effettivi momenti segnaletici, o allocutori, che possono essere presenti nei brani musicali.

Questa perplessità si ripropone identica per gli argomenti. Il pensiero di fondo di Agawu è abbastanza chiaro: l’intervento degli "argomenti" serve a generare effetti. La musica turca crea ad esempio un’atmosfera di esotismo, ed eventualmente si carica di tutto il significato che poteva avere considerando l’estraneità culturale e religiosa del mondo a cui allude rispetto a quello viennese, e i rapporti di vicinanza e conflitto fra turchi e austro-ungarici. La marcia crea un’atmosfera da parata, l’ouverture alla francese un’atmosfera di solenne attesa, ecc. Le nozioni di "vicenda", di "contrasto", ecc., fra argomenti nell’ambito di una marcata dipendenza dalla struttura, fanno si che nell’espressione "argomento musicale" l’accento debba essere messo sulla specie "musicale" più che sul genere "argomento". Ma proprio nel modo di concettualizzare questi meccanismi si manifesta la potenziale capacità sviante delle nozioni semiologiche. I problemi cominciano a sorgere proprio da definizioni come "l’argomento è il soggetto del discorso musicale". Preso alla lettera sta ad indicare infatti che la musica del compositore classico non fa uso della "marcia", della "musica turca", ecc., ma ne parla, o se si vuole impiegare un termine più generale, ne fa il suo oggetto. Del resto l’argomento è detto anche il significato del significante musicale. Questo modo di intendere gli argomenti si rafforza poi con l’introduzione del termine "semiosi estroversiva", che indica il "dirigersi" della musica verso "l’esterno", e con l’introduzione di una condizione di esistenza (cioè di diffusione) indipendente degli argomenti rispetto al brano. Stando a questa terminologia (già in se stessa confusa per l’uso spesso indistinto dei termini "riferimento", "significato" e "oggetto") la semantica della musica sembrerebbe dover essere intesa nei termini di una vera e propria referenzialità, e questa referenzialità risulterebbe addirittura limitata a realtà (storico-culturali). Ma ha davvero senso considerare l’espressione musicale, e persino i più marcati aspetti di occorrenza esplicita di fenomeni musicali reperibili nella cultura musicale del periodo o in quella del passato in termini di relazione semantica fra due oggetti distinti, cioè in termini di denotazione? E per di più ha senso considerare ciò che è denotato - il mondo storico culturale che sta intorno al brano - come se il brano ne implicasse l’esistenza? Non è, piuttosto, la caratteristica eminente del discorso scientifico - e proprio a differenza di quello poetico, o comunque immaginativo - quella di essere discorso su oggetti che non prendono forma nel "discorso" stesso ma gli preesistono? Ancora una volta in senso generico si può certo dire che il brano si riferisce al "suo mondo", che lo "esprime", ecc. Ma la domanda è: il brano si riferisce a questo mondo come la parola ci "dirige" verso di esso nell’accezione più stretta del termine? Ovvero il tale segmento del brano ha la funzione di portare al di là di se stesso verso un argomento diffuso nel periodo considerato? La parola, e soprattutto la parola del linguaggio scientifico, aspira alla trasparenza, ovvero assolve il suo scopo tanto meglio quanto più lascia emergere senza resistenza la cosa. Ma questo ideale di trasparenza non può essere fatto valere per il "significante" musicale rispetto al suo "significato", a meno di non dichiarare secondario proprio il piano dell’ascolto dei suoni e delle relazioni fra i suoni. Si sarebbe dovuto spiegare con chiarezza qual è la specificità del "significato musicale" in riferimento ai meccanismi concreti dell’ascolto e dalla comprensione del senso - cioè in termini non semiologici - prima ancora di far uso di queste categorie. Se le cose stessero invece come la terminologia suggerisce, allora, a rigore, il contenuto del brano musicale sarebbe il costume musicale del suo tempo - tema che si può affrontare sicuramente in modo migliore con un trattato.

Stando ai fatti, sembra più verosimile procedere nella direzione opposta. Se ascoltiamo il brano, se non compiamo operazioni musicologiche di contestualizzazione storica, di identificazione di stilemi, ecc. la forma "marcia" appare, e appare immediatamente, come una parte del brano che sto ascoltando - sia pure solo come sua parte e non come brano autonomo - non come un referente. Sembra cioè, piuttosto, che sia l’oggetto culturale "marcia" ad "entrare" nel brano con tutto il suo potenziale di senso, non il brano ad "uscire" verso l’oggetto culturale marcia. Una descrizione in base ai concreti meccanismi dell’ascolto dovrebbe qui chiamare in causa la capacità del brano di ridestare esperienze passate, che tuttavia non divengono oggetto di una considerazione autonoma, ma retroagiscono sulla comprensione del brano stesso. Ora, l’osservazione che l’interpretazione in termini referenziali sembra più un effetto dell’uso del termine "semiosi estroversiva" che del pensiero che Agawu pone alla sua base trova riscontro nel fatto che queste oggettività storico culturali sono intese anche come codici interpretativi. E certamente la funzione di codice è diversa da quella di referente esterno (estroversivo). In linea di massima, anzi, un codice interpretativo è proprio quello strumento che consente di determinare il referente del segno. Questa soluzione sarebbe più coerente con il pensiero che l’occorrere degli "argomenti" nel brano sia il modo per ottenere un effetto espressivo. Ma ancora una volta risulta impossibile stabilire con chiarezza quale sia la posizione di Agawu. Inoltre, se gli argomenti sono solo un codice, resta da chiarire se ci sia e quale sia il "significato" effettivo dei "significanti" musicali. Come questi problemi derivino ancora una volta dalla formalità e dalla vuotezza dei concetti semiologici che vengono applicati ai fenomeni musicali, non è necessario mostrarlo. E’ l’oggettività storico culturale della marcia a poter essere o non essere un referente, essere o non essere un codice, giacché questi concetti indicano la sua funzione rispetto ad altro, non la sua natura.

4. Considerazioni conclusive sul concetto di espressione

In ultima analisi il senso dei dubbi sollevati ruota attorno a due punti. Il primo è già stato esplicitato, ed è il complesso di rischi connessi ad un’applicazione diretta di concetti formali-funzionali. Il secondo punto è quello verso cui convergono la resistenza dei materiali percettivi, le perplessità sollevate dall’idea di una semiosi estroversiva musicale intesa come riferimento a oggetti esterni, le stesse riserve verso l’uso di concetti come "segnale" e "comunicazione". Il brano musicale non può essere compreso se si tende a trascurare il momento della sua presenza a favore di quello del rimando. Come nel caso dell’architettura, come nel caso della scultura, ecc. l’artista crea innanzitutto (anche se certamente non solo) una cosa percettiva (o, nel caso della musica, un evento percettivo) che sta al cospetto dell’ascoltatore nella pienezza delle sue proprietà e relazioni sensibili, e anche delle sue valenze espressive, e non un "segno" di qualcos’altro. E la cosa ha delle proprietà, mentre ciò che di specifico hanno i concetti di "segno", "referente", ecc. è proprio di indicare funzioni di rimando; la cosa sensibile è definita da ciò che è, il segno solo da ciò che fa. Perciò anche il discorso sull’"espressione" e sulla comunicazione non può non incominciare con l’espressività che i fenomeni musicali "esibiscono alle nostre orecchie", di contro ad una concezione che per la stessa scelta dell’apparato concettuale, deve far valere innanzitutto il rimando ad altro.

A questo proposito, resta ora da considerare la distinzione che abbiamo tracciato in precedenza fra espressione e denotazione, e quindi implicitamente, fra espressione e comunicazione, ed espressione e segnale. Se consideriamo l’ascolto musicale, il punto di partenza nella definizione del concetto di "argomento" - cioè i termini "tenero", "timido", "maestoso", "violento", "dolce", "tormentato" ecc. - allude a fenomeni espressivi che hanno un carattere di immediatezza, e che sembrano scaturire direttamente dalle proprietà dei dati sonori. Se stiamo alle apparenze, questi fenomeni hanno qualcosa di analogo alla rabbiosità della voce. La descrizione più appropriata sembra essere infatti "la melodia è tenera", e non la "melodia segnala (comunica, denota, rimanda a, sta per, ecc.) la tenerezza". Allo stesso modo, per fare un esempio fin troppo celebre, il netto carattere espressivo del "tema del destino" che sta alla base del primo movimento della quinta sinfonia di Beethoven, non sembra dipendere dalla semiosi del tema, ma dalla sua fattura: cioè dalla ritmica, dall’"effetto" dell’improvviso intervallo di terza maggiore discendente a cui segue una nota di valore maggiore rispetto alla precedenti, ecc. Ora, questa immediatezza, che rappresenta per noi solo un caso particolare della resistenza della cosa alla funzione segnica, non può trovare, reale o apparente che sia, alcun riscontro teorico (neppure come apparenza soggettiva) in un impianto in cui ogni cosa è sottoposta all’obbligo o di significare qualcos’altro, oppure di essere significata da qualcos’altro. Proprio per questo è significativo che Agawu non interpreti gli aggettivi relativi a queste qualità espressive in termini semiotici, bensì li escluda completamente dalla sua teoria dell’espressione musicale, e li sostituisca con i dati stilistico-musicali elencati. Avendo a disposizione solo il concetto di segno la "semantica" di Agawu è sostanzialmente confinata all’intertestualità. Questa è del resto una delle parole d’ordine che circolano in questo periodo con la pretesa di esercitare quasi un monopolio sull’interpretazione dei fenomeni culturali.

Certo, il testo conferma la sua profondità proprio nell’attenzione che dedica al rapporto fra "intertestualità" e "struttura", alla tensione fra la forza centrifuga della semiosi estroversiva, e quella centripeta della semiosi introversiva. Ma qual è il prezzo della limitazione dell’aspetto estroversivo alla sola "intertestualità"? E’ la necessità di ammettere in ogni brano la presenza di "zone grigie" o "neutrali (p. 37 e p.49) da un punto di vista espressivo. Tale deve essere infatti coerentemente considerato ogni segmento del brano che non trova riscontro esterno e si presenta a titolo di "unicum". Ancora più indicativo delle difficoltà di questa limitazione è tuttavia il fatto che l’uscita dalla porta di aggettivi come "tenero", "violento", ecc., non impedisca il loro rientro dalla finestra: ad esempio, Agawu afferma che la melodia della musette è "ingenua" (p.36), oppure - come abbiamo visto - parla dell’"instabilità" armonica dello Sturm und Drang, e fa di questa instabilità addirittura il perno della sua vocazione "naturale" ad occupare la parte mediana del brano. Soprattutto, parla dell’instabilità dello Sturm und Drang e di ingenuità della musette, cioè trattando questi aggettivi come se indicassero proprietà di queste forme musicali e non loro significati. Questa circostanza è per noi significativa.

I rimandi intertestuali sono realmente essenziali per comprendere i fenomeni musicali, e soprattutto i fenomeni musicali a noi più vicini, in cui la consapevolezza di una collocazione storico-culturale è divenuta un fattore interno. Per intenderci, è la musica di Mahler quella che farebbe probabilmente la gioia di un’analisi di questo genere. Ma proprio il rischio di una teoria dell’espressione che fa di un brano un’alternanza rigida di pieni e di vuoti, e proprio la circostanza che aggettivi che qualificano fenomeni espressivi immediatamente legati ai dati percettivi non riescano a scomparire dalla scena, avrebbe dovuto sollevare la questione se il tipo di "espressione intertestuale" che è stata considerata sia, per così dire, lo strato primario dell’espressività musicale, o non uno strato ulteriore che comunque interagisce con altri. Ogni "unicum" dei brani classici è realmente inespressivo, oppure è semplicemente un segmento del brano che non si carica di ulteriori strati di senso? Al primo uomo che ha percosso un tronco d’albero, o fatto risuonare una cavità, era forse preclusa l’espressione perché mancava dei necessari fenomeni musicali condivisi? Questo è certamente uno scenario mitologico e (deliberatamente) "ingenuo". Ma anche considerando i casi in cui questi rimandi sono possibili, un Ländler è una danza "robusta" e "rustica" perché rimanda alle esecuzioni in campagna, o si suonava in campagna perché è "rustica" e "robusta"? L’ouverture alla francese è "solenne" perché rimanda alle esecuzioni al cospetto del Re di Francia o si suonava al cospetto del Re di Francia perché è solenne? E quindi: inserendo un Ländler, o un’ouverture alla francese, il compositore evoca solo un mondo culturale o, di fatto, porta nel decorso del brano anche l’immediata espressività dei suoi prodotti?

La questione delle valenze espressive dei materiali musicali è delicata. Ma nonostante le riserve teoriche una delle prime tappe dell’apprendistato musicale - e quindi della scoperta progressiva delle dimensioni del musicale - consiste proprio nell’imparare a distinguere le proprietà e gli "effetti" dei materiali musicali prima ancora di ogni semiosi introversiva (di ogni pratica compositiva) e di ogni semiosi estroversiva (di ogni rimando a precedenti usi dei materiali stessi). Non è un caso quindi che queste valenze giochino un ruolo importante proprio in quei manuali di armonia e di composizione che non si limitino a trasmettere regole, ma che siano attenti alle questioni di fondo. Un bell’esempio è costituito proprio dall’ultimo manuale di armonia pubblicato in Italia (Ratner, G., Armonia, Ricordi, Milano, 1996). La tematica degli intervalli ad esempio viene qui introdotta conducendo in parallelo la classificazione in base alla distanza fra suoni e quella in base a valenze percettivo-espressive come "amalgamato", "tagliente", ecc. E si afferma con chiarezza che queste valenze sono un momento ineludibile per una comprensione della pratica compositiva:

<<Tali effetti e tali proprietà tendono ad essere valutati soggettivamente, tuttavia possiamo osservare che vengono trattati con tale coerenza che non sarebbe realistico trascurarli oppure sminuirli [...] Le reciproche relazioni fra i suoni, così come si manifestano nelle qualità e negli effetti dei vari intervalli, costituiscono il fondamento dell’armonia nella musica occidentale.>> (Ratner, p. 12).

In questa affermazione non è certo implicito che l’armonia tonale abbia il monopolio dell’uso di queste proprietà e di questi effetti, ma solo che nella sua edificazione le peculiarità del materiale sono state tenute in conto in uno dei modi possibili. Questo vale in generale. Le proprietà percettive o le valenze espressive dei materiali non determinano il modo del loro impiego musicale. Come potrebbero del resto esercitare alcuna costrizione sul compositore? Ciò che condizionano è il risultato di questo o quel modo di impiego. Se si ammette che la dissonanza è instabile e la consonanza stabile non si obbliga affatto alla risoluzione. Si afferma semplicemente che le dissonanze irrisolte determinano un senso di instabilità, la quale instabilità può benissimo essere proprio l’effetto desiderato dal compositore. Del resto lo Sturm und Drang esprime instabilità anche per Agawu; e la ragione - che l’autore evita di indicare - è presumibilmente proprio il modo in cui tratta la dissonanza. Sempre Ratner dedica lunghe analisi (Ratner, pp. 34-41) proprio al modo in cui le triadi concorrono alla percezione del "movimento musicale" in termini di processo percettivo che risulta dalle relazioni fra le loro proprietà sensibili. Se poi si vuole chiamare questo movimento musicale "risultato della semiosi introversiva", resta il fatto che non si aggiunge o non si toglie nulla, una volta chiarito che questo risultato non dipende dalla funzione segnica, ma dalle proprietà sonore dei materiali che concorrono a determinarlo.

Ci siamo finora attenuti alle apparenze. Su questo piano sembra difficile negare che l’instabilità appare solo come una valenza immediata di certi fenomeni sonori, mentre, ad esempio, la citazione del tema del destino all’interno della Concord Sonata di Ives appare altrettanto chiaramente (anche) come un collocarsi del brano in un crocevia di rimandi intertestuali. Resta il dubbio che in realtà anche queste proprietà percettive o valenze espressive siano in realtà culturali, che siano il frutto di un’abitudine a certe pratiche compositive, abitudine che si è fatta "istinto" e che si proietta immediatamente sul materiale musicale. Agawu elude il problema. Data l’importanza del codice comunicativo condiviso dall’ascoltatore e dal pubblico, l’accento cade ovviamente sull’aspetto culturale. Del resto la circostanza che il finale di un brano debba essere segnalato fa pensare soprattutto ad una convenzione e quindi ad una abitudine: siccome alla settima di dominante segue di solito la tonica, essa determina al suo occorrere l’aspettativa di una chiusura. Anche questa circostanza è per noi significativa. "Abitudine" è un termine psicologico. Dietro la semiologia di Agawu si nasconde quindi una "psicologia". E questa circostanza è per noi una conferma del fatto che nel campo della musica, l’analisi in termini di segni si muove in una condizione difettiva, e si trova costretta implicitamente o esplicitamente a presupporre integrazioni in considerazioni di altro ordine, in particolare di analisi dell’esperienza musicale nei suoi momenti percettivi e "cognitivi". E la psicologia in cui la semiologia sceglie di integrarsi sembra essere qui ancora una volta la psicologia associazionistica per la quale ogni relazione di esperienza è solo il frutto di un’associazione estrinseca fra dati in loro stessi indifferenti, per la quale cioè ogni oggetto si può associare a ogni altro oggetto determinando relazioni che non dipendono dalla loro natura, ma solo dall’abitudine ad esperirli associati. Questa psicologia permette infatti di proiettare la formalità della nozione di segno e di referente, la loro applicabilità vuota ad ogni oggetto sull’intera vita psichica. Questo sfondo è palese, ad esempio, nella definizione di segno di Nattiez in cui il significare è in fondo l’associare oggetti qualunque fra loro. La sua presenza in Agawu è più che un’impressione, anche, se ancora una volta, un residuo di dubbio ripropone la possibilità che questa tendenza non dipenda tanto da un effettivo esame delle specificità della questione, quanto, innanzitutto, dal solo occorrere del concetto di segno. Ad ogni modo assegnare la tematica delle "qualità espressive" al solo lato della cultura, significa misconoscere sia dati di buon senso - l’ouverture alla francese ha la sua solennità anche per noi che non frequentiamo i teatri barocchi o le Corti - sia indagini scientifiche sulle valenze espressive che i materiali percettivi hanno per natura: ad esempio le indagini sulle qualità terziarie nella psicologia della Gestalt. Vi sono insomma psicologie che analizzano la percezione per identificare i momenti "naturali". Quale che sia l’opinione su di esse, l’unica cosa certa è che la psicologia associazionistica si avvia ad un secolo di definitiva sepoltura, e riemerge come un fantasma solo negli scritti dei semiologi musicali.

Vale la pena di concludere segnalando un’ultima difficoltà che discende proprio da questa impostazione fortemente, o addirittura esclusivamente, "culturalistica". Se tutto dipende da codici appresi, allora solo un soggetto adeguatamente "culturalizzato" è in grado di "comprendere" effettivamente il brano. Ma chi è nel nostro caso meglio culturalizzato di un uomo del periodo considerato? Si afferma quindi con coerenza che la verifica dell’analisi fa appello, idealmente, al giudizio di un ascoltatore del periodo classico (pp. 49-50), giudizio che può essere "approssimato" da parte nostra grazie all’acquisizione della necessaria competenza. Ma siccome questo appello è destinato a restare senza risposta, solo il buon senso, che lo rende del tutto privo di conseguenze sul piano della metodologia concreta, impedisce ad Agawu di violare il precetto epistemologico che esige un criterio praticabile di valutazione della correttezza dei risultati dell’analisi, e di vanificare così tutti i brillanti risultati che ha di fatto raggiunto.

 


Questo articolo è apparso su « Analisi, Rivista di Teoria e Pedagogia Musicale», Organo della Società Italiana di Analisi Musicale, Anno VIII - Numero 23, Maggio 1997.

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