Continuo il percorso relativo alle prove della certificazione linguistica tenutesi lo scorso 27 aprile. Nel precedente post mi ero concentrato sul primo esercizio proposto per il livello B2, il più alto certificabile secondo lo schema in uso. In un progetto ideale che prima o poi si spera di veder realizzato, lo ricordo, questo è il livello che potrebbe essere riconosciuto sia dalle sedi universitarie che attualmente prevedono accertamenti di lingua latina all’atto di immatricolazione alle Facoltà umanistiche; sia da quelle che (stante l’autonomia di percorsi garantita alle singole sedi dalla normativa) preferiscono invece rendere questo accertamento parte integrante, ma preliminare, dell’esame di lingua e/o letteratura latina. Il livello dovrebbe anche garantire un riconoscimento di competenze a quanti vogliano svolgere un lavoro con il latino, ma non specificamente incentrato sul latino, come può essere il caso di chi trova impiego in un archivio o in una biblioteca.
Avevamo dunque visto, nella puntata precedente, che la prova si apriva con un testo di Orosio dedicato alla storia di Ciro e della regina Tàmiri, che per comodità qui riporto, indicando in rosso le parti che saranno oggetto di indagine nel primo esercizio che commenterò:
Cyrus proximi temporis successu Scythis bellum intulit. Quem Thamyris regina, quae tunc genti praeerat,cum prohibere transitu Araxis fluminis posset, transire permisit, primum propter fiduciam sui, dehinc propter opportunitatem ex obiectu fluminis hostis inclusi. Cyrus itaque Scythiam ingressus, procul a transmisso flumine castra metatus, insuper astu eadem instructa vino epulisque deseruit, quasi territus refugisset. Hoc conperto regina tertiam partem copiarum et filium adulescentulum ad persequendum Cyrum mittit. Barbari, veluti ad epulas invitati, primum ebrietate vincuntur, mox revertente Cyro universi cum adulescente obtruncantur. Thamyris exercitu ac filio amisso vel matris vel reginae dolorem sanguine hostium diluere potius quam suis lacrimis parat. Simulat diffidentiam desperatione cladis inlatae paulatimque cedendo superbum hostem in insidias vocat. Ibi quippe conpositis inter montes insidiis ducenta milia Persarum cum ipso rege delevit, adiecta super omnia illius rei admiratione, quod ne nuntius quidem tantae cladis superfuit. Regina caput Cyri amputari atque in utrem humano sanguine oppletum coici iubet, non muliebriter increpitans: “Satia te”, inquit, “sanguine quem sitisti, cuius per annos triginta insatiabilis perseverasti”.
Sappiamo che il primo esercizio chiedeva di individuare il riassunto giudicato più esatto e preciso, fra tre proposti. Il riassunto esatto è questo:
Di impresa militare in impresa militare, Ciro arriva in Scizia. Lì regna la regina Tamiri, che attende il momento propizio per predisporre un agguato al nemico invasore, e perciò lascia che entri indisturbato nel regno. È invece Ciro a preparare un tranello agli Sciti. Tamiri vi perde parte dell’esercito e il figlio. Assorbito lo smacco, medita vendetta e predispone la propria imboscata, indietreggiando. Ciro vi cade in pieno, e muore in combattimento. Tamiri ne deturpa il cadavere e gioisce della vendetta.
Attraverso questo esercizio, si era sollecitati (e aiutati) a cogliere il senso complessivo della vicenda, e ad individuarne i punti chiave: un’operazione che non sempre si pratica nella prassi quotidiana, per accontentarsi a volte di una traduzione che non verifica se all’atto del tradurre corrisponde anche una piena comprensione del testo tradotto. A quest’ultimo scopo mirano invece due esercizi della certificazione, che mi sembrano complessivamente abbastanza facili da realizzare, e che non sono del resto sconosciuti alla pratica di scuola – gli esercizi che vorrei discutere oggi.
Il primo consisteva, molto semplicemente, nella richiesta di individuare alcune strutture grammaticali tipiche del latino. Non si tratta però di riconoscerle per dare loro un nome o la definizione grammaticale, ma di capire a chi o a che cosa esse si riferiscano all’interno del brano, e a quale scopo servano. Ecco le domande poste sul significato di alcune frasi (o parti di frasi) nel contesto specifico del passo. In rosso la risposta corretta
(1) sui si riferisce a: Ciro, re dei Persiani; la regina Tamiri; il figlio di Tamiri; il fiume Arasse
(2) Indica a quale sostantivo si riferisce eadem: Thamyris; astus; castra; instructa
(3) hoc si riferisce a: l’attraversamento dell’Arasse da parte di Ciro; l’abbandono dell’accampamento da parte di Ciro; l’ampia penetrazione di Ciro in Scizia; l’inganno preparato da Ciro in Scizia
(4) adiecta è concordato con: ducenta milia; omnia; admiratione; Thamyris regina
(5) illius rei si riferisce a: l’entità della sconfitta subita dagli Sciti; l’entità della sconfitta subita da Ciro; l’inganno causa della sconfitta subita dagli Sciti; l’inganno causa della sconfitta subita da Ciro
Come si vede, le cinque domande si riferiscono alle forme pronominali e aggettivali (1, 2, 3, 5) e a un ablativo assoluto (4): cioè a parti della grammatica che, come esperienza insegna, sono in genere note agli studenti liceali e universitari laddove se ne chieda loro conto a livello di teoria; ma che spesso risultano invece difficili da riconoscere e risolvere quando se ne chieda loro una spiegazione puntuale nel contesto. Allo stesso tempo, come avviene soprattutto nel caso dei pronomi, sono parti la cui traduzione può anche essere abbastanza meccanica, ma che, appunto per questo, non garantiscono che chi li sta traducendo si sia davvero interrogato circa il loro senso e la loro necessità d’essere. Mi spiego: è facile immaginare che, dizionario alla mano, propter fiduciam sui sarebbe stato tradotto da coloro che se lo sono trovato davanti con “per la fiducia di sé” (o “in sé”, che peraltro costituisce già un passo avanti verso la comprensione e la resa in buon italiano). È però sintomatico che proprio la domanda numero 1 sia stata, possiamo dirlo, una di quelle alla quale sono state fornite più risposte sbagliate. Subito dopo, in una ideale graduatoria, vengono le domande riferite all’uso di hoc e di illius rei; quindi l’ablativo assoluto. Il maggior numero di risposte esatte è andato invece alla domanda sul participio in funzione attributiva, instructa. Faccio ora l’esempio di un altro esercizio della prova, sul quale tornerò in un successivo post. Davanti alla frase magna illa Babylon, nunc paene etiam minima mora victa, capta subversaque est (che fa riferimento a un’altra impresa di Ciro, narrata piuttosto minuziosamente all’interno del nuovo esercizio) l’espressione minima mora victa è stata tradotta da molti come un ablativo assoluto, dimenticando che Babylon, come la quasi totalità dei nomi di città, è femminile (un fenomeno che si registra anche in italiano); che la successione triadica victa, capta, subversa, fatta di tre verbi che si rinforzano l’un l’altro e scandiscono i momenti della conquista, è una successione espressiva ed enfatica (la vittoria militare, victa; lo spandersi dei vincitori per le strade della città conquistata, capta; il saccheggio imposto a Babilonia, subversa – una successione usuale in qualunque descrizione di una città che ha capitolato dopo un lungo assedio, nei tempi antichi come in quelli moderni); infine, come vedremo meglio in seguito, senza rendersi conto che una traduzione del tipo “vinto/messo da parte ogni minimo indugio/ostacolo” (= minima mora victa, il presunto ablativo assoluto) era assolutamente contradditoria con quanto precedeva nel racconto, che di un ostacolo lungo e difficile da superare invece parlava (l’ostacolo costituito dall’Eufrate, fiume gigantesco, che Ciro ha dovuto rendere guadabile con un lavoro immane per tempo impiegato, proporzioni dell’opera, audacia del progetto). Ma anche dietro questo errore, come dietro agli altri segnalati nell’esercizio preso precedentemente in esame, riconoscerei un errore di prospettiva, che non è degli studenti, ma del nostro atteggiamento verso il latino: e cioè l’idea che i testi latini servano ad applicare (e quindi, a seconda delle circostanze, ad esemplificare o verificare) delle regole grammaticali, e non a sviluppare un racconto dotato di senso. Per questo, di fronte all’alternativa “ablativo assoluto apparentemente perfetto ma dal senso contradditorio con il resto” vs “senso consequenziale e quindi un costrutto (logico, grammaticale, stilistico) da cercare come alternativa all’ablativo assoluto inizialmente supposto” (ma del tutto incongruente con la situazione), la prima ipotesi ha stravinto sulla seconda. Per inerzia, per pigrizia, per abitudine…
Accompagnare la versione con facili (e poche) domande come quelle proposte dall’esercizio qui analizzato, non sembra particolarmente difficile, né una proposta tale da stravolgere la didattica quotidiana. Alcuni eserciziari già lo fanno, ma non sempre concentrandosi, come dovrebbero, solo e unicamente sul senso della versione proposta: cosicché l’efficacia della proposta si perde, a mio giudizio, non poco. Siamo però sicuri di avere sempre applicato un simile metodo? Abbiamo davvero abituato i nostri studenti, di ogni ordine e grado, a interrogarsi in questo modo sul testo? Oppure ci siamo spesso accontentati di una traduzione “secca”, senza interrogarci circa il livello di comprensione del testo che stava all’origine di quella traduzione? L’esercizio proposto dalla certificazione è un invito a cercare di evitare questi comportamenti, e di farli evitare ai nostri studenti, insegnando loro, come è essenziale che sia, che i testi sono prima di tutto storie o argomentazioni, e che come tali vanno quindi seguiti nel loro sviluppo narrativo e logico.
A questo scopo mirava anche un altro esercizio della prova, sul quale mi dilungo poco, perché usuale in qualsiasi certificazione, di qualsiasi lingua si tratti. Dato un testo (nel nostro caso, sempre il passo di Orosio sopra riportato) è infatti abbastanza normale che si chieda di verificare l’esattezza o meno di certe affermazioni ad esso relative. In classe questo esercizio si potrà fare con facili domande, anche in italiano. Nella prova di certificazione, per coerenza, le frasi da valutare sono in un latino di facile comprensione. Chi si è sottoposto alla prova doveva infatti indicare, con una semplice spunta, se a suo giudizio un’affermazione fosse vera o falsa. Ecco le frasi sottoposte a giudizio:
(1) Thamyris maiore dolore affecta est ob filii mortem quam ob exercitus caedem
(2) Cum Cyrus castra reliquisset, Thamyris exercitum misit ut iis potiretur
(3) Thamyris usque ad extremum fiduciam sui servavit
(4) Cyrus profligatus est quia cedendo in insidias incidit
(5) Thamyri lacrimis dolor diluendus visus non est
Le prime due sono evidentemente false (il testo parla di un dolor equamente diviso fra l’essere mater e regina della donna; il figlio viene mandato all’inseguimento di Ciro, non a conquistare l’accampamento da questi abbandonato); è invece vera la terza, perché, come sappiamo, la fiducia sui è proprio la cifra che caratterizza Tàmiri, che mai si perde d’animo. A cedere è lei – o meglio, a fingere di cedere, come già abbiamo avuto occasione di verificare: falsa è dunque anche la quarta frase; parte della fiducia della regina sta nella decisione di diluere il suo dolore con il sangue dei nemici, non con le proprie lacrime, cosa che poi realizza in modo cruento. Dunque, anche la quinta affermazione è vera.
Come ho detto prima, un repertorio di domande di tal genere è relativamente facile da costruire; ma è ancora più facile costruirlo insieme. Basta che ognuno carichi, usando la funzione “Leave a reply” un testo di breve misura, e le affermazioni che quel testo gli suggerisce come adatte a un simile esercizio. Confido nell’aiuto e nella partecipazione di tutti!

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