{"id":2704,"date":"2018-04-23T06:20:33","date_gmt":"2018-04-23T06:20:33","guid":{"rendered":"https:\/\/sites.unimi.it\/latinoamilano\/?p=2704"},"modified":"2018-06-03T19:35:01","modified_gmt":"2018-06-03T19:35:01","slug":"tarquinio-e-i-papaveri","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/sites.unimi.it\/latinoamilano\/tarquinio-e-i-papaveri\/","title":{"rendered":"Tarquinio e i papaveri"},"content":{"rendered":"<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\"><strong><em>Lo sai che i papaveri sono alti, alti, alti&#8230;<\/em><\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">La locuzione italiana \u201calti papaveri\u201d per dire le persone di maggior importanza non \u00e8 una mera espressione idiomatica. Lo dimostra la storia di Tarquinio il Superbo, l\u2019ultimo re di Roma, dalla tradizione collocato nel periodo 534-509 a.C. Nella versione di Livio (I 53), questo re aveva cercato invano di assaltare con la forza la citt\u00e0 di Gabii, che si trovava a Est di Roma, sulla strada verso Preneste, dopo Roma certamente il centro laziale di maggior estensione. Questa citt\u00e0 latina aveva respinto Tarquinio dalle mura, annullando cos\u00ec la possibilit\u00e0 di un assedio. Il re allora decise di ricorrere all\u2019inganno e all\u2019astuzia (<em>fraude ac dolo<\/em>), \u201cper nulla secondo lo stile romano\u201d (<em>minime arte Romana<\/em>) aggiunge Livio (I 53, 4). Per Livio, in effetti, l\u2019<em>ars Romana <\/em>riguarda la guerra, che nella tradizione \u2014 a partire dai re \u2014 \u00e8 contraddistinta dalla <em>disciplina militaris<\/em>, giunta a una forma d\u2019arte e regolata da una precisa serie di norme (Liv. XXV 40, 5; IX 17, 10-11). La guerra alla Romana pu\u00f2 comprendere l\u2019astuzia, ma solo come imboscata (Liv. I 14, 7-8, Romolo contro i Fidenati <em>in insidiis<\/em>). I non Romani, ad esempio i Sabini, al sangue freddo nell\u2019attaccare Roma aggiungono il <em>dolus<\/em>, avvalendosi dell\u2019aiuto di una Vestale romana corrotta per entrare proditoriamente in citt\u00e0 (Liv. I 11, 6). Nell\u2019ultimo re di Roma vi \u00e8 dunque qualcosa di estraneo, di non romano: non \u00e8 un caso che da Livio Tarquinio il Superbo sia considerato figlio di Tarquinio Prisco, di origine greco-etrusca (Liv. I 46, 4; 47, 4-5).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">Contro gli eccessi della critica novecentesca (Ettore Pais) la presa di Gabii ad opera di Tarquinio oggi non \u00e8 considerata sprovvista di realt\u00e0. Nel racconto liviano Sesto Tarquinio, il minore dei figli di Tarquinio il Superbo, d\u2019accordo col genitore, si rifugia a Gabii fingendo di fuggire dalla crudelt\u00e0 e dalla superbia del padre, deciso a non lasciare nessun discendente sul trono, nessun erede al trono. Con vari argomenti Sesto riesce a convincere i Gabini. Inoltre, si dichiara sempre d\u2019accordo con gli anziani per le questioni interne, consigliando la guerra contro Roma, certo che la superbia del re (<em>superbiam regiam<\/em>) sia invisa ai cittadini romani non meno che ai figli del re. A poco a poco Sesto incita alla guerra i pi\u00f9 importanti e ragguardevoli Gabini (<em>primores Gabinorum<\/em>), e si conquista la nomina a <em>dux belli\u00a0 <\/em>grazie a piccole vittorie sui Romani, che gli fruttano la fiducia di tutti i Gabini (<em>summi infimique<\/em>), ormai convinti che Sesto sia stato loro mandato dagli d\u00e8i. Ma la sua autorit\u00e0 si estende anche ai soldati, che giungono ad amarlo per la sua prontezza nell\u2019affrontare pericoli e fatiche, e per la sua generosit\u00e0. Difatti Sesto \u00e8 arbitro della situazione a Gabii, non meno potente del padre a Roma. I due sono in equilibrio sulla bilancia del potere. Ma questo equilibrio presto si rivela instabile, e la bilancia pende dalla parte di Tarquinio a Roma. Sesto, secondo il piano suggerito dal padre, \u00e8 al punto culminante, \u00e8 pronto a tutto (<em>ad omnes conatus<\/em>). A questo punto manda a Roma uno dei suoi uomini per chiedere al padre il da farsi. Ecco come prosegue Livio (I 54):<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\"><em>Huic nuntio, quia, credo, dubiae fidei videbatur, nihil voce responsum est; rex velut deliberabundus in hortum aedium transit sequente nuntio filii; ibi inambulans tacitus summa papaverum capita dicitur baculo decussisse. Interrogando exspectandoque responsum nuntius fessus, ut re imperfecta, redit Gabios; quae dixerit ipse quaeque viderit refert; seu ira seu odio seu superbia insita ingenio nullam eum vocem emisisse. Sexto ubi quid vellet parens quidve praeciperet tacitis ambagibus patuit, primores civitatis criminando alios apud populum, alios sua ipsos invidia opportunos interemit. Multi palam, quidam in quibus minus speciosa criminatio erat futura clam interfecti. Patuit quibusdam volentibus fuga, aut in exsilium acti sunt, absentiumque bona iuxta atque interemptorum divisui fuere. Largitiones inde praedaeque; et dulcedine privati commodi sensus malorum publicorum adimi, donec orba consilio auxilioque Gabina res regi Romano sine ulla dimicatione in manum traditur.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">&#8220;A questo messaggero, poich\u00e9 (credo) gli sembrava di dubbia fiducia, Tarquinio non rispose nulla a voce. Il re, come se meditasse una risposta, passa nel giardino del palazzo, seguito dal messaggero del figlio; qui, passeggiando in silenzio, si dice (<em>dicitur<\/em>) abbatt\u00e9 col bastone (<em>baculo decussisse<\/em>) le teste pi\u00f9 alte del papaveri (<em>summa papaverum capita<\/em>), Il messaggero, stanco di porre domande e di aspettare risposte, torna a Gabii, come se l\u2019incontro col re non avesse dato esito. Dal canto suo riferisce quel che aveva detto e quel che aveva visto: il re sia per ira, sia per odio, sia per naturale superbia del suo carattere, non aveva fatto parola. Non appena Sesto ebbe chiaro che cosa il padre volesse e che cosa gli ordinasse col suo gesto allusivo e silenzioso (<em>tacitis ambagibus<\/em>), fece uccidere i cittadini pi\u00f9 importanti (<em>primores<\/em>) della citt\u00e0 incriminandone alcuni presso il popolo, altri approfittando dell\u2019invidia che si erano attirati da soli. Alla fine dopo fughe, esili, spartizioni di beni, largizioni e ruberie, la citt\u00e0 di Gabii venne consegnata nelle mani del re di Roma senza alcun tipo di lotta&#8221; (<em>sine ulla dimicatione<\/em>, e cio\u00e8, appunto non secondo lo stile romano).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">Non c\u2019\u00e8 dubbio che il racconto di Livio su questa scena evoca una tradizione precedente, visto il \u201csi dice\u201d in riferimento al comportamento di Tarquinio coi papaveri. Che la fonte sia Erodoto e l\u2019imitazione puramente letteraria, come si \u00e8 a lungo sostenuto e talora si continua ancora a sostenere, \u00e8 per\u00f2 opinione affrettata e sommaria. L\u2019Io dello storico (<em>credo<\/em>) emerge esplicitamente quando esprime il suo parere sulla mancanza di fiducia del re nei confronti del messaggero di Sesto. \u00c8 dunque all\u2019opera uno storico finemente psicologo, che esprime la sua opinione su una \u201cstoria tradizionale\u201d, di fonte annalistica, corrente verso la fine del I a.C. Ma l\u2019idea che la presa di Gabii sia una mera trascrizione in latino di due episodi erodotei, cara alla critica otto-novecentesca, sembra decisamente da abbandonare (Hdt. III 154 Zopiro per Sesto; V 92, 6 Trasibulo di Mileto per Tarquinio). Il caso del \u201cfalso disertore\u201d \u00e8 comune all\u2019orizzonte culturale dei Greci fin da Ulisse e, in Virgilio <em>Aen. <\/em>II 57-198, Sinone. Zopiro si automutila orecchie e naso, fingendosi disertore cos\u00ec ridotto da Dario diversamente da Sesto che non si automutila. Anche Cesare offre diversi casi di falsi disertori.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">A livello narratologico si \u00e8 voluto vedere, nell\u2019intento di Livio, l\u2019idea di centrare tutta l\u2019attenzione su Sesto come vero protagonista del racconto, mentre Tarquinio sarebbe relegato e liquidato in una sola frase; altri hanno giudicato Sesto e Tarquinio \u201cdi ugual peso\u201d, il che \u00e8 vero ma solo fino a un certo punto, ossia fino a quando Sesto a Gabii e Tarquinio a Roma sono alla pari. Valerio Massimo riassumer\u00e0 in una frase fulminante la correlazione figlio-padre, che vede un\u2019equa distribuzione delle parti: \u201cAlla furberia giovanile rispose la scaltrezza del vecchio\u201d (<em>iuvenili calliditati senilis astutia respondit<\/em>, VII 4.2). Ma in Livio Sesto rappresenta l\u2019azione e, invece di essere il protagonista, si inserisce in una triade narrativa\u00a0 fatta di Sesto, del messaggero e di Tarquinio, dove il re rappresenta la mente, Sesto il braccio e il messaggero \u00e8 \u2014 in teoria \u2014 il mediatore. Il gioco \u00e8 in mano a Tarquinio e, sotto questa luce, il suo ruolo diventa per Livio particolarmente importante. \u00c8 un fatto che Sesto a Gabii, ormai padrone della situazione, manda il messaggero al padre per chiedergli \u201cche cosa mai volesse che egli facesse\u201d.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">Apparentemente il re non risponde. Passeggia nel suo giardino come se riflettesse sulla risposta da dare (<em>deliberabundus<\/em>), una risposta sicuramente non pacifica (<em>deliberatio <\/em>come riflessione in vista della guerra, I 23, 8). Ha attirato l\u2019attenzione l\u2019ambientazione dell\u2019episodio nel <em>hortus,\u00a0<\/em>annesso a o compreso nella casa di Taquinio, considerato come luogo di solitudine e di ritiro per il capo famiglia. Ma un giardino non \u00e8 inimmaginabile nella reggia di un re; gli scavi hanno messo in luce due <em>horti\u00a0<\/em>nella <em>Regia<\/em> dell\u2019epoca di Tarquinio, sulle pendici settentrionali del Palatino, risalente all\u2019ultimo quarto del VI a.C.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">Il messaggero segue il re e guarda la scena: Tarquinio passeggia in silenzio e col bastone abbatte \u201cle teste pi\u00f9 alte dei papaveri\u201d con un colpo secco come fa il fulmine che abbatte torri e acroteri (Livio XXV 7, 8. Ovidio <em>Fast. <\/em>II 687-710 sostituisce\u00a0 ai papaveri i gigli, ma conserva il verbo<em> decussa lilia <\/em>v. 707). Sia nel verbo <em>decussit<\/em> sia nella precisione di teste svettanti, che torreggiano sui gambi, si d\u00e0 ai papaveri una maestosit\u00e0 che certamente fa pensare al <em>Papaver somniferum <\/em>di\u00a0Linneo, ossia al papavero da oppio, non certo al <em>Papaver\u00a0<\/em><em>rhoeas<\/em>, il nostro \u201crosolaccio\u201d. Per essere pi\u00f9 precisi: il colpo del bastone va a segno se la capsula \u00e8 matura, ma Livio non si perde in precisazioni, presupponendo la conoscenza di tale pianta nei suoi lettori.\u00a0 In Erodoto Trasibulo, tiranno di Mileto (potente citt\u00e0 ionica dell\u2019Asia Minore), condotto l\u2019inviato di Periandro in un campo coltivato, mentre vi passeggia, &#8220;<em>fa reiterate domande <\/em>al messaggero&#8221;, punteggiando ogni risposta col gesto di recidere e buttar gi\u00f9 le spighe pi\u00f9 alte e pi\u00f9 ricche di grani (Hdt. V 92, 6); Trasibulo spezza con le mani le spighe di grano, Tarquinio con il bastone le teste pi\u00f9 alte dei papaveri coltivati. Trasibulo pone continuamente domande, Tarquinio tace ostinatamente. Alla fonte di Livio evidentemente apparve pi\u00f9 consono al temperamento impassibile e superbo del re romano non chinarsi a rompere con le mani le capsule di papavero, ma maneggiare con precisione calcolata e inesorabile il bastone, cos\u00ec come gli si addice di pi\u00f9 il giardino regale che il campo extraurbano coltivato a grano di Mileto.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">A questo punto subentra il messaggero, il terzo personaggio dell\u2019evento. Alle sue reiterate domande Tarquinio oppone un muro di silenzio. Risultato: la <em>res <\/em>\u00e8 <em>imperfecta<\/em>, il messaggero \u00e8 un falso mediatore. Ma di fatto la missione \u00e8 riuscita a met\u00e0. Nel messaggero il ruolo di mediatore fra Sesto e Tarquinio si esplica meccanicamente quando riferisce esattamente l\u2019accaduto, ma sul silenzio di Tarquinio egli azzarda solo ipotesi: ira, o odio, o superbia innata di carattere. Ira o odio verso chi? Il figlio che ha avuto successo? Il messaggero gabino troppo insistente? Da questo profilo emergono difetti caratteriali non molto lontani da quelli che la tradizione di Cicerone attribuiva al Superbo, ossia la superbia, l\u2019intrattabilit\u00e0, l\u2019insolenza dovuta alle ricchezze conquistate, l\u2019incapacit\u00e0 di controllare i <em>mores<\/em>, per cui fu ampiamente detestato. Per la verit\u00e0 va notato che nella superbia insita nel carattere di Tarquinio c\u2019\u00e8 una tonalit\u00e0 non del tutto negativa, per esempio Virgilio, presentando tra le anime\u00a0 di personaggi importanti che si parano davanti a Enea agli Inferi \u201ci re Tarquini e l\u2019anima superba\u201d, d\u00e0 rilievo a una connotazione caratteriale e congenita del personaggio che non sembra valutata negativamente. Anche Orazio ricorda, in un elenco encomiastico, i <em>superbos Tarquini fasces<\/em>, che probabilmente alludono a Tarquinio il Superbo. Questa superbia innata cui il messaggero \u2014 nel colloquio con Sesto \u2014 attribuisce l\u2019ostinato silenzio di Tarquinio sembra in contrasto con la <em>superbia regia<\/em> (I 53) che, nelle parole di Sesto (memore della tradizione repubblicana di Cicerone) \u00e8 invisa ai cittadini di Roma come gi\u00e0 ai figli del re, perch\u00e9 ha una componente di crudelt\u00e0. Ancora e pi\u00f9 precisamente: Sesto presso i Gabini definisce il padre <em>superbissimus rex<\/em>, di nuovo memore di Cicerone. Impossibile per il lettore non pensare al soprannome di <em>Superbus<\/em> che, secondo le parole di Livio stesso, non \u00e8 che il risultato della condotta astuta e crudele di Tarquinio (<em>cui Superbo cognomen facta indiderunt<\/em>).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">Un silenzio, sia pure ostinato, \u00e8 sempre un non fatto, sembrerebbe un non agire, e tuttavia il non agire \u00e8 solo apparente. Con il suo gesto eloquente il re di fatto agisce: oscuramente, tortuosamente e inesorabilmente. Dopo Livio sar\u00e0 Plinio il Vecchio, <em>nat.<\/em> XIX 169, a sottolineare questo aspetto:<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\"><em>Tarquinius Superbus <\/em>[&#8230;]<em> legatis a\u00a0filio missis decutiendo papavera in horto altissima sanguinarium illud responsum hac facti ambage reddidit.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">&#8220;Tarquinio il Superbo [&#8230;] ai legati mandati dal figlio, abbattendo i papaveri pi\u00f9 alti [<em>manca la menzione del bastone<\/em>], che si trovavano nel suo giardino, diede quella famosa risposta sanguinaria con questa tortuosit\u00e0 del suo gesto&#8221; (<em>hac facti ambage<\/em>)<em>.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\"><em>\u00a0<\/em>In Livio Sesto non si ferma all\u2019interpretazione emozionale del messaggero, ma cerca di decifrare il significato recondito del messaggio. La volont\u00e0 o l\u2019ordine del padre (<em>quid vellet parens quidve praeciperet<\/em>) gli appaiono a poco a poco chiari attraverso le silenziose tortuosit\u00e0 del messaggio allusivo (<em>tacitis ambagibus<\/em>). C\u2019\u00e8 evidentemente qualcosa di etrusco in Tarquinio, se si pensa che, per Livio, \u00e8 l\u2019aruspice etrusco che profetizza oscuramente <em>per ambages<\/em>, anche se le tortuosit\u00e0 di Tarquinio sono ancora pi\u00f9 fuorvianti e difficili da decifrare, perch\u00e9 mute: un bastone che abbatte le teste pi\u00f9 alte dei papaveri.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">Sesto finalmente capisce ed esegue: i papaveri sono i <em>primores <\/em>della citt\u00e0 di Gabii. C\u2019\u00e8 dunque una perfetta corrispondenza fra i pi\u00f9 alti papaveri e i <em>primores <\/em>gabini e, ancora una volta, si impone l\u2019immagine del <em>Papaver somniferum <\/em>per dare al gesto del re, qui il vero protagonista, tutto il suo valore icastico, memorabile e sensazionale, destinato a diventare proverbiale.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">Livio non giudica negativamente il comportamento bellico di Tarquinio, ma usa una litote (I 53, 1: <em>Nec ut iniustus in pace rex, ita dux belli pravus fuit<\/em>; Livio lo dice quindi\u00a0<em><strong>nec pravus,<\/strong> <\/em>\u201cnon malvagio\u201d); e la presa di Gabii non \u00e8 un\u2019impresa bellica alla Romana, bens\u00ec all\u2019insegna di frode e inganno. Sesto agisce, ma \u00e8 Tarquinio che comanda la strage dei <em>primores<\/em> di Gabii, causa della caduta della citt\u00e0.Tarquinio qui \u00e8 realmente <em>Superbus<\/em> per la sua condotta, in armonia con la tradizione repubblicana (Cicerone). L\u2019interpretazione del messaggero della superbia caratteriale come possibile causa di un silenzio assoluto e sprezzante, pur coeva a Livio, non \u00e8 accettata come scusante. Dionigi di Alicarnasso, che tratta lungamente l\u2019episodio (<em>Ant. Rom. <\/em>IV 56) supera il pessimismo etico di Livio e ne d\u00e0 un\u2019interpretazione politica sul filo di un\u2019informazione dettagliata. In funzione di questo scopo portante, caro anche al suo pubblico colto, Dionigi organizza i dati dell\u2019annalistica e dell\u2019antiquaria, secondo la sua logica del racconto.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">In perfetto stile liviano, un umanista romano del calibro di Lorenzo Valla (1407-1457), nel <em>De falso credita et ementita Constantini donatione<\/em>, \u00a7 80, evoca l\u2019<em>exemplum <\/em>di Tarquinio e i papaveri in chiave negativa per bollare i papa tirannici di Roma:<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\"><em>Is fuit Bonifacius nonus, octavo in fraude et nomine par, si modo Bonifacii dicendi sunt qui pessime faciunt. Et cum Romani deprehenso dolo apud se indignarentur,\u00a0Bonifacius Papa, in morem Tarquinii, summa quaeque <\/em><\/span><span style=\"color: #000000;\"><em>papavera virga decussit. Quod cum postea, qui ei successit, Innocentius imitari vellet, urbe fugatus est.<\/em><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">&#8220;Tale fu Bonifacio IX [1389-1404], pari all\u2019VIII per frode e per nome \u2014 se pure si possono chiamare Bonifacii quelli che fanno i peggiori mali \u2014e quando i Romani, scoperto l\u2019inganno, se ne sdegnarono fra loro, il buon papa, a mo\u2019 di Tarquinio, abbatt\u00e9 con la verga i pi\u00f9 alti papaveri.\u00a0Quando Innocenzo VII [1404-1406], suo successore, volle imitare questo comportamento, fu costretto a fuggire dalla citt\u00e0&#8221;.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">Ben diversamente da Valla utilizza l\u2019<em>exemplum<\/em> di Tarquinio Cesare Ripa (nato a Perugia nel 1560), memore forse di Machiavelli (1469-1527) nel configurare la personificazione allegorica della <em>Ragione di stato<\/em>. Infatti Ripa la rappresenta come una donna armata di elmo, corazza e scimitarra, in atto di abbattere con una bacchetta i pi\u00f9 alti papaveri, ben caratterizzati dalla capsula ovoidale. <\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\"><a href=\"https:\/\/sites.unimi.it\/latinoamilano\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/cesare-ripa.jpg\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" class=\"alignnone size-medium wp-image-2710\" src=\"https:\/\/sites.unimi.it\/latinoamilano\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/cesare-ripa-300x214.jpg\" alt=\"\" width=\"300\" height=\"214\" srcset=\"https:\/\/sites.unimi.it\/latinoamilano\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/cesare-ripa-300x214.jpg 300w, https:\/\/sites.unimi.it\/latinoamilano\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/cesare-ripa-400x285.jpg 400w, https:\/\/sites.unimi.it\/latinoamilano\/wp-content\/uploads\/2018\/04\/cesare-ripa.jpg 538w\" sizes=\"auto, (max-width: 300px) 100vw, 300px\" \/><\/a><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">Segue l\u2019interpretazione positiva di questo gesto secondo Ripa:<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">&#8220;I papaveri gettati per terra [&#8230;] significano, che chi si serve della ragione di stato non lassa mai sorger persona che possa molestarlo, \u00e0 somiglianza della tacita risposta data da Tarquinio al messo del suo Figliuolo. <em>Rex velut deliberabundus&#8230; decussisse; <\/em>parole di T. Livio nel primo lib. Decade prima&#8221;.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\"><strong><em>I papaveri nel giardino di Tarquinio<\/em><\/strong><\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">A sentire l\u2019ipercritica novecentesca (Pais) questi papaveri sarebbero un\u2019invenzione di Livio a partire da un episodio riguardante la vita religiosa della giovane repubblica romana, che ha per protagonista Lucio Giunio Bruto, colui che scacci\u00f2 Tarquinio il Superbo e i suoi da Roma, noto soprattutto come vindice di Lucrezia violata da Sesto. Si tratta della festa dei <em>Compitalia<\/em>, di cui ci informa Macrobio nei suoi <em>Saturnalia<\/em> (I 7, 34-35):<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">&#8220;[Nelle feste note col nome di <em>Compitalia<\/em>, che avevano luogo ai crocicchi della citt\u00e0] si celebravano giochi istituiti, come \u00e8 noto, da Tarquinio il Superbo in onore dei Lari e di Mania, in seguito a un oracolo di Apollo, che aveva prescritto di fare offerte propiziatorie in favore delle teste con teste (<em>ut pro capitibus capitibus supplicaretur<\/em>). La prescrizione fu osservata per qualche tempo s\u00ec che, per la buona salute dei familiari, si sacrificavano fanciulli alla dea Mania, madre dei Lari.\u00a0Il console Giunio Bruto, scacciato Tarquinio, stabil\u00ec che questo tipo di sacrificio andasse eseguito diversamente. Infatti prescrisse di fare offerte propiziatorie con teste di aglio e di papavero (<em>capitibus alii et papaveris<\/em>). Si ubbidiva cos\u00ec al responso di Apollo che parlava di teste, allontanando cio\u00e8 il misfatto di un sacrificio funesto&#8221;.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">I <em>Compitalia<\/em> erano una festa rustica di capodanno; comprendevano un sacrificio ai <em>Lares viales<\/em>, una sorta di protettori di un determinato territorio, chiamati anche <em>Lares compitales<\/em>, venerati in edicole pi\u00f9 o meno modeste situate in corrispondenza dei crocicchi. Qui la gente di campagna usava sacrificare alla fine dell\u2019anno agricolo (<em>finita agri cultura<\/em>).<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">La teoria riduzionistica di Pais ha avuto successo per tutto il Novecento, al massimo con l&#8217;aggiunta di identificare in qualche annalista d&#8217;et\u00e0 repubblica (e in particolare in Valerio Anziate) la possibile fonte dell&#8217;episodio.\u00a0Va invece escluso che Tarquinio abbia imitato Giunio Bruto, cos\u00ec come va preservata la logica del racconto: Giunio Bruto fa sua la concezione delle teste di aglio e di papavero come surrogato di teste umane. D\u2019altronde, s&#8217;addice al carattere rustico della festa la scelta di due prodotti dell\u2019orto, come aglio e papavero. L\u2019aglio era considerato quasi il simbolo degli antenati romani che, pur odorando di aglio e di cipolla, erano coraggiosi e virtuosi (Varro <em>Men. <\/em>fr.\u00a063 Astbury, <em>apud<\/em> Nonio, p. 297 Lindsay:\u00a0<em>avi et atavi nostri, cum alium ac cepe eorum verba olerent, tamen optume animati erant<\/em>). Numa, a Giove che gli ha chiesto di tagliare per lui una testa, ribatte: \u201cObbedir\u00f2, dovr\u00f2 tagliare una cipolla del mio orto\u201d: ma Giove precisa \u201cDi uomo\u201d (Ov. <em>Fast.<\/em> III 339-341). Aglio, cipolla, capsula di papavero funzionano dunque davvero come teste.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">Per quanto riguarda il papavero si pone la domanda: perch\u00e9 mai nel giardino di Tarquinio venivano coltivati papaveri da oppio? Una certa rusticit\u00e0 del particolare richiama alla mente il vecchio di Corico in Virgilio, <em>georg.<\/em> IV 131, che coltiva fra l\u2019altro in pochi iugeri di terreno rade file di ortaggi, di verbene e, intorno, bianchi gigli e il papavero. A sentire Plinio il Vecchio i papaveri coltivati furono sempre apprezzati presso i Romani e la prova sarebbe proprio Tarquinio il Superbo e i papaveri del suo giardino. La causa di questo apprezzamento non \u00e8 solo la bellezza\u00a0 strepitosa del fiore di papavero da oppio, bellezza che indusse l\u2019artista del giardino figurato della villa di Livia a Prima Porta a includere un papavero dai petali viola chiaro. Plinio menziona anche l\u2019uso antico di mangiare semi di papavero con miele nella <em>secunda mensa<\/em>, ossia al dessert che, presso i Romani, constava di frutta fresca e secca (datteri per esempio), ma anche di miele, ed era generalmente accompagnato da grandi bevute, qualcosa di paragonabile alla <em>deut\u00e9ra tr\u00e0peza <\/em>dei Greci. Di certo questo uso s&#8217;addice a Tarquinio, ma anche l\u2019abitudine dei contadini di insaporire con semi di papavero la crosta del pane spalmata d\u2019uovo. Orazio,\u00a0<em>ars<\/em> 375, considera che a una tavola fine non s\u2019addica la mistura di papavero con miele sardo, che era considerato amaro. Sempre in ambito culinario non va dimenticato che gi\u00e0 Catone,\u00a0<em>agr.<\/em> 84, ricordava l\u2019uso di insaporire con semi di papavero polpette fritte di formaggio e spelta spalmate di miele e il <em>savillum<\/em>, una sorta di frittata spalmata di miele. Non vanno infine dimenticate le propriet\u00e0 medicinali del papavero, vantate da Plinio nel passo cui mi sono pi\u00f9 volte richiamata.<\/span><\/p>\n<p style=\"text-align: justify;\"><span style=\"color: #000000;\">Nel giardino di Tarquinio\u00a0 viene dunque dato spazio a una pianta utile, visto che se ne attende la maturazione e il momento della raccolta. Una pianta di larga diffusione, interclassista, buona per il dessert della <em>secunda mensa <\/em>come per il pane, le polpette e la frittata al miele. Rispetto a Trasibulo, si nota nei papaveri una specificit\u00e0 romana, forse di derivazione etrusca, se si pensa che a Tarquinia sono stati trovati semi di papavero.<\/span><\/p>\n<p>\u00a9 Giampiera Arrigoni, 2018<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Lo sai che i papaveri sono alti, alti, alti&#8230; La locuzione italiana \u201calti papaveri\u201d per dire le persone di maggior importanza non \u00e8 una mera espressione idiomatica. 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