{"id":5220,"date":"2020-03-05T20:15:53","date_gmt":"2020-03-05T19:15:53","guid":{"rendered":"https:\/\/sites.unimi.it\/latinoamilano\/?p=5220"},"modified":"2020-03-05T20:15:53","modified_gmt":"2020-03-05T19:15:53","slug":"miti-bucolici-ii","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/sites.unimi.it\/latinoamilano\/miti-bucolici-ii\/","title":{"rendered":"Miti bucolici II"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-text-color has-very-dark-gray-color wp-block-paragraph\">Il terzo mito che vorrei sfatare \u00e8 quello dell&#8217;<strong>Arcadia<\/strong>. Nei post precedenti dedicati a questo tema abbiamo visto che cosa un lettore medio dell&#8217;et\u00e0 di Virgilio poteva conoscere dell&#8217;Arcadia, e quale fosse lo spazio dell&#8217;Arcadia nell&#8217;opera di Teocrito. Anche in questo caso possiamo segnalare che le letterature d&#8217;uso scolastico trasmettono, dell&#8217;Arcadia, una visione che ha pochissimo riscontro nel testo virgiliano. Semplificando, l&#8217;Arcadia per loro sarebbe una regione ideale, nella quale si ambientano le egloghe che vogliono proporre una fuga dalla tristezza del presente, come consolazione a una situazione ritenuta abbruttente. Dietro a questa concezione ci sono pagine famose di Bruno Snell che, sul finire dell&#8217;ultimo conflitto mondiale, aveva individuato nell&#8217;Arcadia un&#8217;invenzione a tavolino, che si sarebbe realizzata per l&#8217;appunto sul tavolino di Virgilio. Gli studi successivi hanno mostrato quanto questa visione sia riduttiva e fasulla, determinata forse pi\u00f9 dalle circostanze storiche in cui scriveva Snell, che dalla realt\u00e0 dell&#8217;opera virgiliana. Partiamo allora dalla constatazione che nessuna egloga \u00e8 ambientata in Arcadia; e che Arcadi possono essere alle volte i pastori presenti in alcune egloghe, ma mai gli scenari dell&#8217;opera virgiliana. Per l&#8217;esattezza, l&#8217;Arcadia \u00e8 citata in quattro egloghe solamente. La prima di esse \u00e8 la quarta dell&#8217;intera raccolta, cio\u00e8 l&#8217;egloga del <em>puer<\/em>. Quello che dice il cantore di quel testo (diciamo pure, per comodit\u00e0, Virgilio) \u00e8 che la materia alta e nobile che si trova a cantare &#8211; ossia le gesta del <em>puer<\/em> &#8211; gli consentirebbero di vincere perfino il dio del canto pastorale, ossia Pan; e questo verdetto si avrebbe anche se, con termine calcistico, Pan &#8220;giocasse in casa&#8221;, fra i suoi fedeli pi\u00f9 ardenti di zelo, e cio\u00e8 in Arcadia (la regione dove il dio era nato, dove era particolarmente venerato e che gi\u00e0 Teocrito, come abbiamo detto altrove, aveva strettamente connesso a quella divinit\u00e0). Di Arcadia si torna poi a parlare solamente nell&#8217;egloga settima, ambientata sulle rive del Mincio, che vi viene nominato esplicitamente ed \u00e8 descritto anche con toni di un certo realismo, che ne ricordano le sinuosit\u00e0, i tratti paludosi, l&#8217;abbondanza di canneti. I due cantori che si sfidano in quella gara sono definiti entrambi Arcadi, aggiungendo che questo significa &#8220;pari nel cantare&#8221;, e &#8220;capaci (<em>parati<\/em>) sia di cantare a botta e risposta &#8220;- come di fatto faranno &#8211; &#8220;sia in un canto lungo e continuo&#8221;. Come si vede, qui l&#8217;Arcadia si fa garanzia di eccellenza poetica, ma non \u00e8 terra di consolazione o di fuga dalla realt\u00e0. Nell&#8217;egloga ottava il primo dei due pastori che si sfidano in quel testo, Damone, canta la serenata che un giovane senza nome (ma da non confondere necessariamente con il cantore Damone) fa alla sua bella, nel giorno in cui questa bella, di nome Nisa, si sta sposando, per\u00f2 con un altro&#8230; La serenata \u00e8 un canto diciamo cos\u00ec &#8220;formalizzato&#8221;, che ha strutture ben riconoscibili, e un ritornello che le d\u00e0 ritmo. In questo ritornello si celebrano i &#8220;canti del Menalo&#8221;: e poich\u00e9 il Menalo, come sappiamo, \u00e8 monte dell&#8217;Arcadia &#8211; ne abbiamo gi\u00e0 parlato &#8211; l&#8217;espressione equivale a dire &#8220;canti arcadi&#8221;, ossia &#8220;canti pastorali&#8221;. La connessione fra l&#8217;Arcadia e l&#8217;attivit\u00e0 pastorale (che era, ed \u00e8 tuttora la principale fonte di reddito di quella regione) \u00e8 di antica tradizione; come nell&#8217;egloga settima, anche qui vediamo che &#8220;canto arcade&#8221; equivale a dire &#8220;canto di alto livello artistico&#8221;, e come tale \u00e8 appropriato alla situazione disperata del cantore, che con la sua serenata, pur senza crederci troppo, ancora vorrebbe convincere Nisa dell&#8217;errore che, secondo lui, lei starebbe facendo. Nulla ci dice invece che la scena sia ambientata in Arcadia: anzi, quando viene descritta la cerimonia nuziale riconosciamo momenti tipici delle cerimonia romana; e quando viene descritta la propriet\u00e0 del personaggio che dice Io, questa propriet\u00e0 ha di nuovo tratti molto romani. L&#8217;Arcadia non \u00e8 nemmeno terra di fuga o di consolazione: il pastore che la cita nel suo ritornello non intende trasferirsi da quelle parti, e dal suo canto non trae nessuna consolazione (Nisa alla fine sposer\u00e0 il suo fidanzato, che non \u00e8 lui; e nel finale lui dice semmai di volersi suicidare&#8230;). L&#8217;ultima menzione dell&#8217;Arcadia ci riporta alla decima egloga. Cornelio Gallo, abbandonato dall&#8217;amata Licoride, che ha seguito un altro nelle lontane regioni bagnate dal Reno, pensa che solo i pastori arcadi abbiano l&#8217;abilit\u00e0 necessaria per raccontare, un giorno, le sue sofferenze d&#8217;amore; e non nasconde che gli sarebbe piaciuto vivere fra loro, perch\u00e9 ben altra sarebbe stata la sua esistenza, se, in Arcadia, si fosse dedicato alla caccia, e con la caccia avesse evitato i mali d&#8217;amore (come si sa, dall&#8217;<em>Ippolito<\/em> euripideo, il mondo di Diana e quello di Venere sono tradizionalmente contrapposti fra loro). Qui c&#8217;\u00e8 la sola menzione dell&#8217;Arcadia non solo come terra di valenti cantori, ma anche come possibile rifugio di una vita che per\u00f2, per svolgersi in quella terra, avrebbe dovuto essere totalmente diversa da quella che Gallo \u00e8 cosciente di avere invece vissuto. L&#8217;Arcadia, cio\u00e8, nemmeno qui \u00e8 presentata come un&#8217;opzione di fuga o di rifugio: \u00e8 una vita alternativa, che sarebbe bello fosse stata cos\u00ec, ma che si sa non essere stata cos\u00ec, e non poterlo nemmeno diventare. Non per nulla, tutta la parte che rievoca questa (im)possibile esistenza si sviluppa come congiuntivo desiderativo &#8211; con tanto di <em>utinam\u00a0<\/em>a\u00a0rimarcarlo! &#8211; ai tempi dell&#8217;imperfetto e del pi\u00f9cheperfetto, ossia ai tempi della irrealt\u00e0 riconosciuta come tale.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-color has-very-dark-gray-color wp-block-paragraph\">E vengo al quarto e ultimo mito: \u00e8 quello dell&#8217;<strong>assenza di realismo <\/strong>nelle <em>Bucoliche<\/em>.  Tutta una serie di dettagli gi\u00e0 evocati in questi due post ci dimostrano che il mondo delle <em>Bucoliche<\/em> sa essere fortemente realistico. E&#8217; realistica la descrizione di s\u00e9 che fornisce Titiro, con i vari stadi della sua vita, e con le attivit\u00e0 economiche che hanno caratterizzato ciascuno stadio; \u00e8 realistica la descrizione delle nozze di Nisa o della propriet\u00e0 del suo innamorato senza speranza. Realistica \u00e8 anche l&#8217;immagine del Mincio evocata nella settima egloga. Si potrebbe continuare: Coridone contrappone la propria inadempienza ai lavori minimi della campagna con una descrizione della campagna che invece ferve di lavori concreti: i mietitori, la servetta che prepara loro la focaccia rustica a mezzogiorno, i buoi che ritornano stanchi alla sera ecc. ecc. Anche la propriet\u00e0 di Titiro, nella prima egloga, viene descritta con termini molto realistici, che includono il canale di confine e la siepe a separare dalle propriet\u00e0 vicine, cos\u00ec come usava nella centuriazione della pianura padana. Molto tecnici sono i termini con i quali Melibeo rievoca la sua passata attivit\u00e0 agricola, uno per tutti i <em>novalia<\/em> citati al v. 70 della prima egloga, che sono i campi lasciati a riposo dopo un anno di intensa produzione.  Anche in questa direzione gli esempi si potrebbero facilmente moltiplicare. I post dedicati alle piante bucoliche ci hanno rivelato, a loro volta, che la flora descritta da Virgilio \u00e8 una flora abbastanza realistica (tranne quando, gi\u00e0 dallo stesso Virgilio, certe piante, come l&#8217;amomo, siano indicate quali esotiche); ed \u00e8 una flora che individua abbastanza chiaramente la regione padana e la dorsale tirrenica dell&#8217;Italia, ossia i territori che, l&#8217;uno per nascita, l&#8217;altro per scelta di vita (Virgilio visse gran parte della sua esistenza fra Roma e Napoli, come testimonia lui stesso nel finale delle <em>Georgiche<\/em>), dovevano essere territori e panorami ben noti al poeta. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u00a9\u00a0 Massimo Gioseffi, 2020 <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il terzo mito che vorrei sfatare \u00e8 quello dell&#8217;Arcadia. 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