{"id":6250,"date":"2024-03-20T14:28:15","date_gmt":"2024-03-20T13:28:15","guid":{"rendered":"https:\/\/sites.unimi.it\/latinoamilano\/?p=6250"},"modified":"2024-03-28T11:42:27","modified_gmt":"2024-03-28T10:42:27","slug":"garibaldi-a-gironico-co","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/sites.unimi.it\/latinoamilano\/garibaldi-a-gironico-co\/","title":{"rendered":"Garibaldi a Gironico (CO)"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Non ha goduto della meritata celebrit\u00e0 la bella pubblicazione curata da Roberta Piastri del <em>De Redemptione Italica<\/em> di Giovanni Faldella (Edizioni Mercurio, 2 voll., Vercelli 2011). Diciamo subito: Faldella, esponente ben noto della Scapigliatura Piemontese, negli anni che vanno dal 1915 al 1927 scrisse una storia del Risorgimento italiano, dal rientro di Vittorio Emanuele I a Torino (1814) all&#8217;annessione di Roma al Regno (1870). La scrisse in latino, giustificando variamente la sua scelta. Il latino nobilita e d\u00e0 valore di <em>epos <\/em>all&#8217;impresa risorgimentale; il latino \u00e8 sentito come lingua eterna, in grado di trasmettere il racconto al di l\u00e0 dei confini geografici e cronologici. Con uguale procedimento, in ambito diverso, ma non intenti davvero differenti, sappiamo oggi che sotto l&#8217;obelisco del Foro Romano venne sepolta, quasi come un messaggio in bottiglia da lasciare ai posteri, un&#8217;enfatica esaltazione del fascismo e del duce. Il latino, per la sua valenza storica, \u00e8 stato caricato anche di questi segni!<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Sull&#8217;argomento riferisce ampiamente il dotto lavoro di Roberta Piastri, che pubblica il lungo testo latino, lo traduce, lo introduce, lo annota. Nel complesso, si tratta di due volumi di oltre 1200 pagine, ricche di spunti e di idee. Faldella era nato a Saluggia, oggi provincia di Vercelli, ma allora di Novara, nel 1846;  non aveva partecipato in prima persona a nessuna delle imprese che racconta. Figlio di un medico, si era laureato in Giurisprudenza a Torino nel 1868, compiendo poi il suo praticantato nello studio di Luigi Ferraris, allora ministro nel governo Menabrea III (di durata semestrale circa: la brevit\u00e0 dei governi \u00e8 dunque stata sempre endemica nell&#8217;Italia moderna, e non sembra dipendere davvero dalle forme costituzionali o dalle norme elettorali), a breve destinato a divenire sindaco del capoluogo piemontese (dal 1878 al 1882). Era uomo della Destra Ferraris, era spostato a Sinistra Faldella &#8211; naturalmente, Destra e Sinistra del tempo, che poco hanno in comune con le denominazioni odierne &#8211; per cui, terminato il praticantato, Faldella torn\u00f2 al paese natio, vi svolse la libera professione, si diede ben presto all&#8217;attivit\u00e0 politica, ma a partire da l\u00ec. Dal 1872 al 1908 fu nel consiglio provinciale di Novara; meno bene gli and\u00f2 la carriera a livello nazionale: candidatosi come rappresentante della Sinistra nel collegio di Crescentino nel 1876 e nel 1880, entrambe le volte venne sconfitto e non riusc\u00ec ad accedere alla Camera del Regno; vi entr\u00f2 solo nel biennio 1881-1882, in sostituzione del precedente eletto, passato dalla Camera al Senato (al tempo, si diveniva senatori a vita e per nomina regia). Ricandidatosi nel 1882, Faldella fu nuovamente sconfitto, e riusc\u00ec ad arrivare a Roma solo nel 1886. Rimase come componente della Camera per dieci anni, fino al 1896, quando a sua volta venne nominato Senatore. Mor\u00ec a Novara nel 1928. Il <em>De Redemptione<\/em> \u00e8 solo una delle sue molteplici opere letterarie, che includono testi teatrali, romanzi, cronache e resoconti giornalistici, e altri titoli di vario genere. Il suo prodotto (oggi) forse pi\u00f9 famoso \u00e8 <em>Figurine<\/em>, riedito nel 2006 da Alessandra Ruffino per &#8220;Interlinea&#8221;. Se non il pi\u00f9 importante, \u00e8 certo il pi\u00f9 emblematico, fin dal titolo: Faldella non \u00e8 uomo da narrazioni lunghe e distese, ma \u00e8 capace di scrivere taglienti e sarcastici bozzetti, brevi scene che restano nella memoria e colgono lo spirito di un carattere e\/o di una situazione. Ci\u00f2 si avverte anche nel <em>De Redemptione<\/em>, che \u00e8 agiografico negli intenti, ma non nella conduzione. Convinto che nella Storia serio e faceto si mescolino continuamente, Faldella coglie spesso l&#8217;elemento comico di personaggi e racconti del Risorgimento. Da fedele suddito sabaudo, direi anche che esercita la sua <em>verve<\/em> in particolare contro tutti gli &#8216;irregolari&#8217;, ossia contro coloro che, come Mazzini o Garibaldi, pur appartenendo di diritto alle figure essenziali di quella Storia, vi parteciparono da, diciamo cos\u00ec, &#8216;esterni&#8217; all&#8217;apparato sabaudo (o almeno, <em>anche <\/em>da esterni). Pi\u00f9 cauto, ma comunque sempre portato a cogliere gli eventuali elementi comici, \u00e8 invece il giudizio sui ministri di Stato, sulle figure della dinastia regnante, sui loro pi\u00f9 stretti collaboratori.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Perch\u00e9 portare l&#8217;attenzione su questo testo? Perch\u00e9 penso che sia sfruttabile non solo come lettura colta, ma anche a scopi didattici. Il latino di Faldella \u00e8 tendenzialmente corretto (qualche piccola svista \u00e8 ravvisabile qua e l\u00e0, soprattutto nell&#8217;uso dei pronomi). Non \u00e8 banale, ma, naturalmente, \u00e8 meno complesso di quello di un parlante nativo. Offre racconti spesso singolari, che hanno una loro compiutezza e, a scegliere opportunamente le pagine, anche una divertente piacevolezza. Faldella non pubblic\u00f2 mai la propria opera, salvo brevi estratti su rivista. Le sue carte passarono, alla morte, per mani varie, approdando da ultimo alla Biblioteca Comunale di Torino, da dove la Piastri le ha tratte con lavoro encomiabile e paziente. Faldella pensava di inserire il <em>De Redemptione <\/em>in quella tradizione di epitomi di Storia Patria che aveva una lunga ascendenza, e che proprio nella <em>Epitome Historiae Patriae<\/em> di Tommaso Vallauri (1857) aveva, all&#8217;epoca, forse il risultato pi\u00f9 alto (certo, il pi\u00f9 noto). Faldella immaginava di continuare quella tradizione, allo stesso tempo proponendosi di &#8216;vivificare&#8217; il latino con il racconto di vicende ancora relativamente recenti, da sostituire agli antichi racconti di battaglie fra popoli ormai scomparsi e quindi, a suo giudizio, poco interessanti per gli studenti del tempo. Oggi, forse, non la penseremmo cos\u00ec; per\u00f2, mi \u00e8 capitato di sentire raccontare che vengono ancora usati in classe letterature e trattati storici di inizio Novecento, per avvalersi del latino in cui sono scritti, cos\u00ec da fare lezione su testi &#8216;monolingue&#8217;: ma una letteratura e un trattato di Storia non possono essere solo forma, devono avere anche un contenuto, e le posizioni critiche di cento e passa anni fa non sono pi\u00f9 sostenibili, nemmeno a livello estetico. Da parte sua, Faldella non offre una Storia continuativa, non pretende tanto: offre un repertorio di racconti e di temi, spesso divertenti, che nello stesso tempo mostrano con chiarezza il continuo riuso (ed abuso) dell&#8217;immaginario classico.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Quanto ho  detto, si pu\u00f2 esemplificare con un brano a s\u00e9. Siamo al capitolo 11 del libro VII. Faldella sta raccontando quella che noi chiamiamo Seconda Guerra di Indipendenza, nel 1859. Protagonista della vicenda in esame \u00e8 Garibaldi: attraversato il confine fra Piemonte e Austria a Sesto Calende, all&#8217;estremo sud del Lago Maggiore, egli sconfigge gli Austriaci a Varese e poi li insegue, con i Cacciatori delle Alpi, lungo la direttrice per Como. Qui, deviando dalla strada maestra, si scontra di nuovo con loro a San Fermo (oggi San Fermo della Battaglia), alle porte del capoluogo, e ne riporta una nuova vittoria, che spinge a ulteriore ritirata l&#8217;esercito nemico. La fascia settentrionale della Lombardia diventa cos\u00ec territorio sabaudo, e poi, a breve, italiano. Dopo la battaglia, Garibaldi si riposa come ospite della famiglia Raimondi, marchesi con vari possedimenti nella zona e ferventi avversari del governo austriaco. In particolare, a Gironico (sulla strada fra Varese e Como, l&#8217;attuale SP 17, detta, non per nulla, &#8220;Garibaldina&#8221;), viene accolto nella villa dei nobili amici, tuttora esistente. Poco prima della battaglia di Varese, stante il racconto di Garibaldi stesso, egli aveva incontrato, in veste di &#8216;staffetta&#8217; animata da entusiasmi irredentistici, la giovane marchesina Giuseppina Raimondi (1841-1918), all&#8217;epoca non ancora diciottenne. Fra i due era scoppiata una scintilla (o almeno: il fuoco \u00e8 certo dalla parte di lui, meno si capisce l&#8217;atteggiamento di lei), che avrebbe portato, il 24 gennaio dell&#8217;anno dopo,  a celebrare le nozze, affrettate dal fatto che la marchesina attendeva un bambino, che peraltro nascer\u00e0 morto. Il giorno delle nozze avviene l&#8217;imprevisto: subito dopo la loro celebrazione, Garibaldi viene accostato da un cugino della sposa, che gli recapita una lettera anonima, dalla quale si apprende che la marchesina \u00e8 stata amante anche di altri uomini, fra cui, pare, il cugino stesso e un ufficiale dell&#8217;esercito, tale Luigi Caroli. Seguono un litigio, una scenata, l&#8217;abbandono del talamo nuziale. Le nozze saranno annullate nel 1880, esattamente vent&#8217;anni pi\u00f9 tardi, consentendo a entrambi i contraenti di risposarsi con persone diverse e regolarizzare le nuove unioni maturatesi nel frattempo (Caroli, cui fu impedito di partecipare all&#8217;impresa dei Mille, venne invece accettato nel gruppo di garibaldini che, senza Garibaldi, parteciparono all&#8217;insurrezione della Polonia contro la Russia nel 1863; catturato e relegato in Siberia, vi mor\u00ec nel 1865). <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Siamo fra il dramma e la farsa. Naturalmente, la dietrologia che ci \u00e8 tipica non ha mancato di vedere in questo episodio un complotto contro Garibaldi, oppure la prova della dabbenaggine del medesimo, o ancora una fosca trama ordita dal cugino di lei, probabile autore della lettera anonima, al limite del peggiore melodramma. La cosa non ci interessa. Passati gli anni, e ormai morti e sepolti i protagonisti della vicenda, resta la situazione &#8216;boccaccesca&#8217; e, alla fine, risibile, che vede tutti uscirne complessivamente sconfitti. Proprio per questo elemento, che \u00e8 nel suo DNA narrativo, Faldella si compiace di raccontare la scena, di per s\u00e9 non necessaria allo sviluppo del racconto. Eccone l&#8217;incipit:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\"><em>Est <\/em><em>marchionissa<\/em><em> ista <\/em><em>Raimunda<\/em><em>. <\/em><em>Garibaldus<\/em><em> <\/em><em>autem<\/em><em> <\/em><em>potest<\/em><em> ei <\/em><em>dicere<\/em><em>: \u00abSi me non <\/em><em>veterum<\/em><em> <\/em><em>commendant<\/em><em> magna <\/em><em>parentum<\/em><em> nomina, <\/em><em>mihi<\/em><em> ex <\/em><em>virtute<\/em><em> <\/em><em>nobilitas<\/em><em> <\/em><em>coepit&#8230; Mihi nova nobilitas est\u00bb. <\/em><em>Florebat<\/em><em> <\/em><em>marchionissa<\/em><em> suis <\/em><em>viginti<\/em><em> <\/em><em>veribus<\/em><em>. <\/em><em>Heros<\/em><em> <\/em><em>quinquagenarius<\/em><em> et ultra. <\/em><em>At <\/em><em>placebat<\/em><em> <\/em><em>iuveni<\/em><em> <\/em><em>heroidi<\/em><em> <\/em><em>ille<\/em><em> <\/em><em>celsus<\/em><em> super <\/em><em>equum<\/em><em>, <\/em><em>liberaturus<\/em><em> <\/em><em>civitatem<\/em><em> <\/em><em>suam<\/em><em> <\/em><em>vultuque ita laeto, ut vicisse iam crederes Austriam usque ad Vindobonam. Videbatur <\/em><em>arma <\/em><em>resurgentis<\/em><em> <\/em><em>portans<\/em><em> <\/em><em>victricia<\/em><em> <\/em><em>Troiae<\/em><em>. <\/em><em>Erant<\/em><em> Garibaldi <\/em><em>dulces<\/em><em> et <\/em><em>caerulei<\/em><em> <\/em><em>oculi, <\/em><em>rutilae<\/em><em> <\/em><em>comae<\/em><em>, <\/em><em>teres<\/em><em> corpus, magica figura et tantum ad <\/em><em>impetum<\/em><em> valida. <\/em><em>Erat benevolentia singularis, conciliandaeque hominum mulierumque gratiae ac <\/em><em>promerendi<\/em><em> <\/em><em>amoris<\/em><em> <\/em><em>mirum<\/em><em> et <\/em><em>efficax<\/em><em> studium. Facile <\/em><em>iuvenis<\/em><em> <\/em><em>marchionissa<\/em><em> omnes Garibaldo <\/em><em>tribuit<\/em><em> corporis <\/em><em>animique<\/em><em> <\/em><em>virtutes<\/em><em>, et <\/em><em>quantas<\/em><em> <\/em><em>nemini<\/em><em> <\/em><em>contigisse<\/em><em> <\/em><em>satis<\/em><em> <\/em><em>credebat<\/em><em>: <\/em><em>formam<\/em><em> et <\/em><em>fortitudinem<\/em><em> <\/em><em>egregiam<\/em><em>, <\/em><em>ingenium<\/em><em> <\/em><em>praecellens<\/em><em>.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Questa la traduzione della Piastri: <em>\u00c8 una marchesa questa Raimondi. Garibaldi per\u00f2 potrebbe dirle: \u00abSe non mi raccomandano i grandi nomi dei miei avi, ho tratto la mia nobilt\u00e0 dal valore&#8230; La mia \u00e8 una nobilt\u00e0 recente\u00bb. La marchesa era nel fiore delle sue venti primavere; l\u2019eroe cinquantenne e oltre. Ma piaceva alla giovane eroina quello ritto sul cavallo, venuto a liberare la sua citt\u00e0 e col volto cos\u00ec lieto che avresti potuto credere che avesse gi\u00e0 sconfitto l\u2019Austria fino a Vienna. Sembrava che portasse le armi vittoriose di una risorgente Troia. Erano dolci e celesti gli occhi di Garibaldi, rosse le chiome, ben tornito il corpo, affascinante la figura ed energica per un cos\u00ec grande assalto. Era di una singolare benevolenza e aveva una straordinaria ed efficace capacit\u00e0 di conciliarsi il favore di uomini e donne e di conquistarsi l\u2019amore. Facilmente la giovane marchesa attribu\u00ec a Garibaldi tutte le qualit\u00e0 del corpo e dell\u2019anima e quante credeva che non fossero toccate a nessun altro: una bellezza e un forza straordinarie, un\u2019intelligenza superiore.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Proviamo ora a lavorare sopra il testo. Credo che si possano dare due livelli di lettura, uno pi\u00f9 rivolto alla sua scomposizione e comprensione elementare, l&#8217;altro a metterne in mostra i <em>clich\u00e9s <\/em>narrativi. Partiamo dal primo livello. Direi che possiamo darci questo schema: operazione iniziale deve essere distinguere la struttura del testo; per fare questo, occorre individuare i connettivi che legano le frasi (e, quindi, il pensiero), cos\u00ec da seguirne l\u2019andamento complessivo; va poi valutato chi sta parlando, quali sono la voce e il punto di vista da cui si guarda all\u2019azione narrata, facendo emergere i segnali linguistici che aiutano nella ricerca; infine, i diversi snodi in cui si \u00e8 cos\u00ec suddivisa la struttura vanno analizzati uno per uno, alla ricerca di quei segnali linguistici e, soprattutto, lessicali, che possano risultare portatori di giudizio, anche solo implicito. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">E dunque, vediamo di scomporre il testo nelle sequenze narrative:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\"><strong>1) <\/strong>Est marchionissa ista Raimunda.  &#8230;&#8230; <strong>2)<\/strong> Garibaldus autem potest ei dicere: \u00ab<em>Si me non veterum commendant magna parentum nomina<\/em>, mihi ex virtute nobilitas coepit&#8230; Mihi nova nobilitas est\u00bb. &#8230;&#8230; <strong>3)<\/strong> Florebat marchionissa suis viginti veribus. Heros quinquagenarius et ultra. &#8230;&#8230; <strong>4)<\/strong> At placebat iuveni heroidi ille celsus super equum, liberaturus civitatem suam vultuque ita laeto, ut vicisse iam crederes Austriam usque ad Vindobonam. Videbatur arma resurgentis portans victricia Troiae. &#8230;&#8230; <strong>5)<\/strong> Erant Garibaldi dulces et caerulei oculi, rutilae comae, teres corpus, magica figura et tantum ad impetum valida. Erat benevolentia singularis, conciliandaeque hominum mulierumque gratiae ac promerendi amoris mirum et efficax studium. &#8230;.. <strong>6)<\/strong> Facile iuvenis marchionissa omnes Garibaldo tribuit corporis animique virtutes, et quantas nemini contigisse satis credebat: formam et fortitudinem egregiam, ingenium praecellens.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Torniamo ora ad analizzarle una per una:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\"><strong><em>Est marchionissa <\/em><\/strong><em>ista Raimunda<\/em>. Affermazione, secca, perentoria, che serve a introdurre il personaggio e a metterne in evidenza il tratto che pi\u00f9 la segnala, ossia il titolo nobiliare (al quale non terr\u00e0 fede con il suo comportamento) \u2013 <em>marchionissa<\/em> \u00e8 ovviamente termine del latino medievale e moderno; la sua collocazione a sinistra della frase (d&#8217;ora in poi, sx), accanto al verbo <em>est<\/em>, ne accentua il risalto, insinuando che questo possa essere stato un motivo di particolare attrattiva. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\"><em>Garibaldus <\/em><strong><em>autem <\/em><\/strong><em>potest ei dicere: \u00abSi me non veterum commendant magna parentum nomina, mihi ex virtute nobilitas coepit&#8230; Mihi nova nobilitas est\u00bb. <\/em>La presenza di <em>autem <\/em>indica il cambio di prospettiva, dalla marchesina a Garibaldi, non a caso dislocato a sx, all&#8217;inizio della frase. Lei \u00e8 nobile per nascita ed educazione, la nobilt\u00e0 (o celebrit\u00e0? Il valore classico di <em>nobilitas<\/em>) di lui \u00e8 recente e frutto delle sue stesse azioni (\u00e8 un <em>self-made man<\/em>, per dirla in linguaggio moderno). Il latino classico per\u00f2 non esalta la <em>novitas<\/em>, n\u00e9 sociale n\u00e9 comportamentale e l&#8217;insistenza su <em>nova<\/em>, in gioco allitterante con <em>nobilitas<\/em>, sembra rimarcare un simile dato. A sottolineare la pomposit\u00e0 della vanteria del Generale, Faldella presenta infatti anche una citazione da Ovidio, <em>Amores <\/em>I 3, 7-8. Ovidio non \u00e8 autore che ci si aspetta far parte dell\u2019orizzonte di letture di Garibaldi<em> <\/em>(che infatti <em>potest dicere<\/em>, ma certo non avr\u00e0 detto davvero cos\u00ec). Nel passo citato, il poeta si celebra come figlio di un semplice <em>eques<\/em>, che spera di fare sua la <em>puella<\/em> appena conquistata, auspicando di esserne ricambiato nella passione, ora e negli anni a venire, dal momento che lei sapr\u00e0 riconoscere in lui <em>qui pura norit amare fide<\/em> (il che, applicato alla situazione di Garibaldi e agli esiti che si conoscono futuri, ha tratti convenienti, ma un sottofondo di amaro sarcasmo).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\"><em>Florebat marchionissa suis <\/em><strong><em>viginti <\/em><\/strong><em>veribus. Heros <\/em><strong><em>quinquagenarius<\/em><\/strong><em> et ultra<\/em>. La dislocazione a sx del verbo principale sottolinea il cambio di argomento: si parla dell\u2019et\u00e0 dei due \u2018innamorati\u2019, nettamente segnalata dalla contrapposizione dei numeri: venti primavere (= anni) per lei, lui \u00e8 quinquagenario e oltre (Garibaldi era del 1807, lei del 1841, in realt\u00e0: qui siamo fra estate 1859 e inizio 1860). La forte differenza d\u2019et\u00e0 avrebbe dovuto mettere in guardia Garibaldi, ma cos\u00ec non \u00e8 stato. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\"><strong><em>At <\/em><\/strong><em>placebat iuveni heroidi ille celsus super equum, liberaturus civitatem suam vultuque ita laeto, ut vicisse iam crederes Austriam usque ad Vindobonam. Videbatur arma resurgentis portans victricia Troiae. <\/em>L\u2019inizio con <em>at<\/em> segnala un forte stacco da quanto precede. Qui sono elencate le virt\u00f9 fisiche di Garibaldi, cos\u00ec come le vede la marchesina (per questo dislocata a sx, con l\u2019ironico<em> herois <\/em>a qualificarla, femminile del precedente <em>heros<\/em> appena usato per lui: la Raimondi \u00e8 impetuosa a parole e per disposizione d&#8217;animo, ma poco o nulla ha fatto per i combattimenti; lui si \u00e8 conquistato <em>nobilitas<\/em> tramite la <em>virtus<\/em>, in perfetto accordo con gli stilemi classici e la definizione tradizionale di <em>heros<\/em>). L\u2019ampliarsi delle azioni di Garibaldi \u00e8 a <em>climax <\/em>e arriva fino all\u2019iperbole derisoria: Garibaldi sembra un nobile guerriero in posa classica, alto sul cavallo, sembra avere gi\u00e0 conquistato Como, anzi sembra avere gi\u00e0 conquistato perfino Vienna, quando in realt\u00e0 non ha conquistato ancora nemmeno Como (<em>liberaturus<\/em>, futuro di intenzionalit\u00e0)! <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\"><strong><em>Erant <\/em><\/strong><em>Garibaldi dulces et caerulei oculi, rutilae comae, teres corpus, magica figura et tantum ad impetum valida. <\/em><strong><em>Erat <\/em><\/strong><em>benevolentia singularis, conciliandaeque hominum mulierumque gratiae ac promerendi amoris mirum et efficax studium.<\/em> La dislocazione a sx del verbo sottolinea di nuovo il cambio di argomento. Ora non siamo pi\u00f9 nel punto di vista (d\u2019ora in poi, pdv) della marchesina, ma \u00e8 il narratore esterno che ci dice le qualit\u00e0 di Garibaldi. La ripetizione, con lieve variazione, <em>erant\u2026erat<\/em> distingue qualit\u00e0 fisiche e qualit\u00e0 morali. Si tratta di un ritratto ideale d\u2019eroe, secondo stereotipi e clich\u00e9 gi\u00e0 propri della retorica antica. <\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\"><strong><em>Facile <\/em><\/strong><em>iuvenis marchionissa omnes Garibaldo tribuit corporis animique virtutes, et quantas nemini contigisse satis credebat: formam et fortitudinem egregiam, ingenium praecellens. <\/em>Il commento finale del narratore \u00e8 riassunto dall\u2019avverbio <em>facile<\/em>, che \u2013 come tutti gli avverbi e gli aggettivi qualificativi \u2013 porta in s\u00e9 l\u2019idea di un giudizio autoriale: date le premesse di prima, era ovvio che la marchesina si innamorasse o si fingesse innamorata di Garibaldi, di cui sono di nuovo riassunte le qualit\u00e0, con formula tipica della retorica antica (e di nuovo distinte in doti fisiche \u2013 <em>forma et fortitudo<\/em> \u2013 e doti morali \u2013 <em>ingenium<\/em>). \u00c8 un gioco della seduzione reciproca, anche se la seduzione della marchesina \u00e8, con il senno di poi, assai dubbia, e il tono della narrazione sfocia pi\u00f9 volte nell\u2019ironico e nell\u2019iperbolico (l\u2019iperbole \u00e8 una delle forme riconosciute della comicit\u00e0).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Se ora vogliamo tornare sul passo per metterne in evidenza gli elementi costitutivi, possiamo osservare come nel capitolo in questione, Faldella presenti il ritratto ideale di Garibaldi quale eroe che rispetta tutti gli stereotipi dell&#8217;eroismo e della <em>kalokagath\u00eca<\/em> fissati dalla tradizione antica, greca e latina. Si tratta per\u00f2 di un ritratto in cui il punto di vista dell&#8217;Autore si mescola con quello (interessatissimo) della marchesina Raimondi, e nel quale certi elementi ironici &#8211; in particolare, l&#8217;uso smaccato delle iperboli e alcune scelte di vocaboli ambigui, nel diverso significato che hanno in antico e in moderno &#8211; preludono gi\u00e0 a quell&#8217;elemento tragicomico che, come sappiamo, affiorer\u00e0 con le nozze future. Garibaldi \u00e8 cos\u00ec allo stesso tempo celebrato e messo a distanza, come succede per tutti gli altri &#8216;irregolari&#8217; che pure hanno contributo all&#8217;idea risorgimentale, e che dunque Faldella non deride mai troppo apertamente, ma di cui non condivide nemmeno fino in fondo il ruolo. E&#8217; bello, alto, biondo\/rossiccio, dagli occhi azzurri, il corpo agile e forte. La sua <em>forma <\/em>prelude alla <em>fortitudo<\/em>, che \u00e8 dote fisica, ma anche morale, &#8220;et est virtus animi qua labores suscipiuntur considerate et dolores constanter perferuntur&#8221; (Forcellini), un&#8217;immagine ideale del combattente, una <em>virtus imperatoria<\/em> in sommo grado (Cic. <em>Pro lege Manilia <\/em>29), ma utilissima anche, nel suo valore figurato, agli interessi della marchesina e della situazione contingente. Dalla <em>fortitudo<\/em> si passa facilmente all&#8217;<em>ingenium<\/em>, tanto <em>praecellens<\/em> quanto quella era <em>ingens<\/em>, che \u00e8 l&#8217;insieme delle doti naturali che fanno dell&#8217;uomo virtuoso un uomo virtuoso (e del babbeo un babbeo, secondo che si consideri). Garibaldi, dal canto suo,  ha per\u00f2 una volont\u00e0 di piacere, che dovette essere allettata dall&#8217;idea di essere piaciuto a una donna tanto pi\u00f9 giovane, e nobile, e politicamente attiva e disinibita (secondo il racconto delle di lui <em>Memorie<\/em> gli si era presentata a Varese da sola,  senza altra scorta che quella di un sacerdote di casa), ma che finisce per essere, in un certo senso, il suo tallone d&#8217;Achille, ci\u00f2 che non lo mette in guardia dalla disparit\u00e0 di situazione e dai rischi che essa poteva comportare (e che, nei fatti, si dimostrer\u00e0 comportare). In questo gioco delle parti si consumano insomma, da un lato gli ideali antichi, dall&#8217;altro le vanit\u00e0 moderne, che in nome di quegli ideali e di una loro (improbabile) riproposizione nel nuovo tempo vanno incontro a guai e disfatte. Il testo ha perci\u00f2 s\u00ec una superficie leggera, ma nasconde ugualmente una drammatica verit\u00e0.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Non ha goduto della meritata celebrit\u00e0 la bella pubblicazione curata da Roberta Piastri del De Redemptione Italica di Giovanni Faldella (Edizioni Mercurio, 2 voll., Vercelli 2011). 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