{"id":6333,"date":"2024-07-04T07:29:00","date_gmt":"2024-07-04T06:29:00","guid":{"rendered":"https:\/\/sites.unimi.it\/latinoamilano\/?p=6333"},"modified":"2024-07-04T08:24:08","modified_gmt":"2024-07-04T07:24:08","slug":"scipione-in-sicilia","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/sites.unimi.it\/latinoamilano\/scipione-in-sicilia\/","title":{"rendered":"Scipione in Sicilia"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Gli eroi nazionali costituiscono una categoria umana di grandissimo interesse. Fin dalla notte dei tempi questi uomini straordinari hanno ispirato poeti e prosatori, che, immortalandone la gloria, hanno fatto di loro figure in bilico tra Storia e Mito. Non a caso, tra i generi letterari tradizionalmente considerati \u201calti\u201d, a occuparsi di simili individui sono soprattutto l\u2019epica e la storiografia. Tuttavia, queste discipline non sono in grado di restituire al lettore un ritratto completo di siffatti personaggi. Non bisogna dimenticare nemmeno lo sconfinato repertorio di racconti aneddotici che spesso si accompagna a figure di questo tipo: racconti che gettano una luce nuova e insolita su eroi solitamente percepiti come monolitici, facendone emergere il lato umano. \u00c8 questo il caso del passo in questione, tratto dal settimo libro dei <em>Dicta et Facta Memorabilia<\/em> di Valerio Massimo, dedicato a Scipione l&#8217;Africano (Val. Max. VII 3.3).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\"><em>Scipio quoque superior praesidium calliditatis amplexus est: ex Sicilia enim petens Africam, cum e fortissimis peditibus Romanis trecentorum equitum numerum complere vellet neque tam subito eos posset instruere, quod temporis angustiae negabant sagacitate consilii adsecutus est: namque ex his iuvenibus, quos secum tota Sicilia nobilissimos et divitissimos sed inermes habebat, trecentos speciosa arma et electos equos quam celerrime expedire iussit velut eos continuo secum ad oppugnandam Karthaginem avecturus. Qui cum imperio ut celeriter, ita longinqui et periculosi belli respectu sollicitis animis paruissent, remittere <\/em>&lt;<em>eis<\/em>&gt;<em> Scipio illam expeditionem, si arma et equos militibus suis tradere voluissent, edixit. Rapuit condicionem inbellis ac timida iuventus instrumentoque suo cupide nostris cessit. Ergo calliditas ducis providit ut <\/em>[<em>si<\/em>]<em> quod protinus imperaretur, grato prius, deinde remisso militiae metu, maximum beneficium fieret.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Oggetto del brano \u00e8 un episodio verificatosi nelle fasi finali della seconda guerra punica, durante i\u00a0 preparativi per la spedizione in Africa (205\/204 a.C.). Scipione, che si trova in Sicilia in attesa di salpare alla volta di Cartagine (<em>ex Sicilia petens Africam<\/em>), vorrebbe impiegare alcuni dei suoi uomini pi\u00f9 valorosi in un nuovo reparto di cavalleria, ma si trova a corto di armamenti adatti e di tempo per procurarseli. Si vede perci\u00f2 costretto a fare ricorso all\u2019astuzia (<em>praesidium calliditatis amplexus est <\/em>[\u2026] <em>sagacitate consilii adsecutus est<\/em>): convoca a s\u00e9 i giovani delle famiglie siciliane pi\u00f9 nobili, che erano entrati a far parte del suo seguito (<em>quos secum habebat<\/em>), e d\u00e0 loro ordine di presentarsi provvisti di armi e cavalli di pregio, come se dovessero accompagnarlo nella spedizione ormai prossima. I giovani, tanto ricchi quanto poco propensi a guerreggiare in prima persona (<em>nobilissimos et divitissimos, sed inermes<\/em>), pur obbedendo prontamente (<em>celeriter<\/em>), non si mostrano troppo entusiasti alla prospettiva di vedersi spediti a combattere sul suolo africano (<em>periculosi belli respectu sollicitis animis<\/em>), motivo per cui accettano di buon grado un\u2019ulteriore proposta avanzata da Scipione: cedere ai Romani il loro equipaggiamento, in cambio di un\u2019esenzione dalla partecipazione diretta alla campagna. Il compromesso risulta vantaggioso per tutti: per i giovani, che possono tornare nelle loro case, a fronte di una perdita tutto sommato sostenibile e consci di avere rafforzato la propria posizione presso uno degli uomini pi\u00f9 potenti della Roma di allora; ma anche per Scipione, che vede risolto un problema di non poco conto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Che i giovani siciliani si mostrino rinunciatari di fronte alla lotta in prima persona, che pure li riguarda da vicino, non \u00e8 di per s\u00e9 sorprendente: colpisce, semmai, la serie di termini, tutti particolarmente espressivi, con i quali Valerio delinea questa situazione. La giovent\u00f9 siciliana \u00e8 <em>imbellis ac timida<\/em> (termini che rimarcano il concetto espresso in precedenza dall\u2019aggettivo <em>inermis<\/em>, accostato in modo quasi beffardo a due pomposi superlativi come <em>nobilissimi et divitissimi<\/em>), e non si limita ad accettare la proposta, ma <em>rapuit condicionem<\/em>, mostrandosi quasi smaniosa di ritirarsi dall&#8217;impresa (<em>cupide cessit<\/em>) e di lasciare ai Romani il suo prezioso equipaggiamento. Fin qui, nulla di strano. Se, invece, ci si concentra sulla figura di Scipione, le cose si fanno pi\u00f9 complesse. Il ritratto disegnato da Valerio Massimo ha infatti un carattere insolito, come si pu\u00f2 evincere da alcune scelte lessicali atipiche. Le azioni di Scipione sono inquadrate da Valerio come un atto di <em>calliditas<\/em> per ben due volte: all\u2019inizio (<em>praesidium calliditatis amplexus est<\/em>) e alla fine del racconto (<em>calliditas ducis providit ut <\/em>[\u2026]<em> maximum beneficium fieret<\/em>), ossia in posizioni enfatiche che \u2013 stando a quanto sappiamo dello stile e della forma dei <em>Dicta et Facta Memorabilia<\/em> \u2013&nbsp; coincidono con i momenti di introduzione e valutazione dell\u2019aneddoto. Il fatto \u00e8 che c<em>alliditas<\/em>, parola la cui gamma di significati spazia dalla prontezza d\u2019ingegno all\u2019astuzia, sembra sposarsi male con il ritratto ideale del buon <em>dux<\/em> romano, tenuto a guidare l\u2019esercito pi\u00f9 che con l\u2019astuzia con il <em>consilium<\/em> e la <em>prudentia<\/em> (qualit\u00e0 che, peraltro, vengono esplicitamente riconosciute a Scipione: Valerio parla della sua <em>sagacitas consilii<\/em> e usa il verbo <em>provideo<\/em>, e l&#8217;intera sezione dell&#8217;opera \u00e8 dedicata a mostrare esempi di <em>felicitas <\/em>nata <em>in pectoribus sapientia praeditis <\/em> e che <em>dictis factisque prudentibus enitescit<\/em>, sia pure con la variante specifica di indicare casi che, passati <em>a<\/em> <em>sapientia proximo deflexu ad vafri&lt;ti&gt;ae nomen<\/em>, per avere successo <em>fallacia vires adsumpserunt<\/em> e <em>laudem occulto magis tramite quam aperta via petierunt<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Particolarmente significativo a corroborare quanto detto finora \u00e8 ci\u00f2 che racconta Livio, X 22. Nel pieno della terza guerra sannitica (l\u2019anno \u00e8 il 296 a.C.), Lucio Volumnio Flamma Violente, gi\u00e0 console in carica, ma rieletto nuovamente per l&#8217;anno successivo, acconsente, su richiesta del collega Quinto Fabio Massimo Rulliano, a cedere il consolato a Publio Decio Mure, con cui Fabio aveva precedentemente condiviso il consolato e la censura. Nel suo discorso in lode dei due, Volumnio ricorda come entrambi fossero <em>viros natos militiae, factis magnos, ad verborum linguaeque certamina rudes<\/em>, aggiungendo che <em>ea ingenia consularia esse: callidos sollertesque, iuris atque eloquentiae consultos<\/em> [\u2026] <em>urbi ac foro praesides habendos<\/em>. Della guida degli eserciti (principale prerogativa dei consoli in et\u00e0 repubblicana) dovevano occuparsi, secondo Volumnio, uomini d\u2019azione, non quanti fossero avvezzi alle sottigliezze della vita civile, nella quale pi\u00f9 facilmente possono trovare campo virt\u00f9 come la <em>sollertia <\/em>e la <em>calliditas<\/em>. Non mancano figure non allineate a questo principio, naturalmente, la pi\u00f9 celebre delle quali \u00e8 un altro Quinto Fabio Massimo, il <em>Cunctator<\/em>, la cui politica attendista gli procur\u00f2 infatti feroci critiche (Polyb. III 89-90 e 103). Motivo per cui non sorprende che Cicerone nel <em>De officiis <\/em>(I 108) lo chiami <em>callidus<\/em>, mentre Nepote lo definisce addirittura <em>callidissimus<\/em> (<em>Hann<\/em>. 5,9).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Ma il brano forse pi\u00f9 significativo \u00e8 probabilmente un altro passo di Livio, XLII 47, che sposta lo sguardo al di fuori dei confini dell\u2019Italia. Nell\u2019eterno confronto tra Romani ed <em>externi<\/em>, la <em>calliditas<\/em>, qualit\u00e0 ambivalente per sua stessa natura e, come detto sopra, poco conforme al ritratto ideale del <em>dux<\/em> e del <em>civis optimus<\/em>, ben si presta a definire i popoli \u201caltri\u201d, in particolare quelli che l\u2019\u00e9lite culturale romana aveva interesse a dipingere come ambigui e approfittatori, vale a dire Greci e Cartaginesi. \u00c8 cos\u00ec che la <em>calliditas<\/em> assume una connotazione decisamente negativa. Nel pieno della terza guerra macedonica (ci troviamo nell\u2019anno 171 a.C.) i legati Quinto Marcio e Aulo Atilio vengono inviati presso il re Perseo con il compito di intavolare trattative. Consci del fatto che i preparativi della guerra si sarebbero protratti ancora a lungo, i due prendono tempo, inducendo il re a credere nella possibilit\u00e0 di una pace. Tornati a Roma, il resoconto della loro legazione viene accolto con favore da ampia parte del senato, ma non dai pi\u00f9 anziani, che, <em>moris antiqui memores, negabant se in ea legatione Romanas agnoscere artes<\/em>. Non era questo il modo con cui i <em>maiores<\/em> avevano condotto le loro gloriose campagne! Quei <em>maiores<\/em> che, nel nome della <em>fides<\/em> (valore, com&#8217;\u00e8 noto, identitario per i Romani), non avevano esitato a denunciare a Pirro le trame ordite ai suoi danni dal suo stesso medico&#8230; Non era quello, in ultima istanza, lo spirito che aveva reso grande Roma, un concetto espresso in una <em>sententia<\/em> che aiuta anche noi ad avere le idee pi\u00f9 chiare: <em>religionis haec Romanae esse, non versutiarum Punicarum neque calliditatis Graecae apud quos fallere hostem quam vi superare gloriosius fuerit<\/em>. La <em>calliditas&nbsp; <\/em>appare qui dunque relegata al ruolo poco nobilitante di definire \u201cin negativo\u201d i Romani (quelli veri, s\u2019intende), separandoli da quanti, incapaci di porre fine alle controversie in modo onorevole, erano costretti a fare ricorso a mezzucci di varia natura.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\"><em>Calliditas<\/em>, dunque, non \u00e8 il termine che ci si aspetterebbe di trovare accostato a un comandante come Scipione. Come giustificarne la presenza? In primo luogo, bisogna ricordare che Valerio Massimo non si limita a definire Scipione <em>callidus<\/em>, ma adotta una formulazione pi\u00f9 cauta. La <em>calliditas<\/em> si configura come un <em>praesidium<\/em>, uno strumento cui fare ricorso laddove le circostanze, nello specifico le <em>angustiae temporis<\/em> citate poco dopo, lo richiedano. In quest\u2019ottica l\u2019astuzia di Scipione pu\u00f2 essere interpretata come una delle varie declinazioni della sua <em>prudentia<\/em>, questa s\u00ec, come gi\u00e0 ricordato, dote tradizionale di ogni buon comandante. C\u2019\u00e8 per\u00f2 un ulteriore e forse pi\u00f9 rilevante elemento di cui tenere conto, ossia il tipo di umanit\u00e0 con cui Scipione deve confrontarsi. Chi sono i <em>nobilissimi et divitissimi iuvenes<\/em> del racconto? Valerio Massimo non fornisce in merito nessuna informazione, tuttavia un dato cruciale sul conto di questi ultimi \u00e8 deducibile dal contesto storico della vicenda: si tratta certamente di Greci.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">Il motivo \u00e8 presto spiegato: i fatti narrati hanno luogo quando sono passati meno di quarant\u2019anni dall\u2019arrivo dei Romani in Sicilia, risalente al 241 a.C., e meno di otto dalla presa di Siracusa, evento che aveva sancito l\u2019egemonia romana sull\u2019intera isola. \u00c8 quindi impossibile pensare che in un lasso di tempo cos\u00ec ristretto l\u2019aristocrazia di etnia greca fosse gi\u00e0 stata soppiantata da famiglie nobiliari latine. Del resto, l\u2019epiteto <em>inermis<\/em> (ampliato poco oltre dalla dittologia <em>timida ac imbellis<\/em>) sembra adattarsi decisamente meglio alla giovent\u00f9 ellenica, cui si era soliti rinfacciare una certa <em>mollitia<\/em>, e non a quella romana, la cui decadenza, secondo la tradizionale visione moraleggiante, sarebbe iniziata solo dopo la sconfitta di Cartagine nella seconda guerra punica. Sembra un\u2019informazione secondaria, ma non \u00e8 cos\u00ec: l\u2019elemento etnico gioca un ruolo cruciale nel giustificare agli occhi del lettore contemporaneo di Valerio l\u2019operato di Scipione. \u00c8 infatti appurato che i Greci non godessero di buona fama presso una certa fascia dell\u2019opinione pubblica del tempo. Lo dimostrano le gi\u00e0 citate parole di Livio, XLII 47, ma non mancano numerose altre testimonianze di questo fenomeno: motivo per cui la <em>calliditas<\/em> di Scipione si configura come una reazione naturale alla percezione stereotipica che i Romani del I sec. d.C. dovevano avere dei Sicelioti. Il trattamento riservato ai giovani isolani \u00e8 dunque proporzionato alla loro inferiorit\u00e0 sul piano etico e valoriale; inferiorit\u00e0 che Scipione si limita a rendere manifesta con le sue azioni, dando prova di sapere adattare la propria condotta al contesto e al singolo interlocutore (un comportamento che rientra nella perfetta definizione di <em>prudentia<\/em>).<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-black-color has-text-color wp-block-paragraph\">\u00a9 Luca Pigna, 2024<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Gli eroi nazionali costituiscono una categoria umana di grandissimo interesse. 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