Le lingue si trasformano, si espandono, limitano la propria diffusione, talvolta fino a estinguersi, in corrispondenza dei mutamenti che coinvolgono le comunità che le parlano. L’estinzione di una lingua può essere il risultato della sparizione di un’intera popolazione a causa di una guerra, di un genocidio o di un’epidemia; oppure, può costituire l’esito estremo di politiche di marginalizzazione e segregazione messe in atto da uno Stato nei confronti di una comunità minoritaria. In altri casi, particolarmente evidenti nei contesti migratori, fattori come il prestigio culturale, l’accesso ai vantaggi economici, la possibilità di una maggiore mobilità sociale o il desiderio di porre fine a una situazione di marginalità portano i parlanti di una determinata comunità ad abbandonare la lingua nativa in favore di quella acquisita, alla quale viene attribuito un maggiore valore sia in termini pratici sia in termini simbolici (Stanford & Whaley 2010: 112-121). Queste situazioni hanno forti ricadute, dirette e indirette, sugli scenari culturali, letterari e linguistici di questi Paesi e popolazioni, e rendono impellente l’esigenza di trovare risposte a domande quali: è possibile fare in modo che determinati comportamenti linguistici, espressioni letterarie e forme culturali non siano rilegate ad una condizione di marginalità? Quale ruolo possono assumere gli studi linguistici, letterari e culturali in stato di vulnerabilità o conflitto?

La letteratura ha spesso tentato di dare risposta a queste domande, si possono citare i casi in cui si assiste all’emergere di letterature scritte in lingue minoritarie, e/o letterature di soggetti minoritari; o casi in cui, invece, è proprio l’appropriazione della lingua coloniale che si fa forma di resistenza. L’attività letteraria può inoltre fungere da terapia sociale, o, ancora, può essere un mezzo per esprimere la dissidenza e portare la propria testimonianza sulla scena e nel dibattito culturale, sociale e politico. La letteratura si fa così letteratura dei diritti umani, dove un ruolo preponderante giocano anche le narrazioni migranti. Ancora, in una società permeata e in certi casi plasmata da Internet, il web può essere visto e usato come strumento di rivitalizzazione e ibridazione di espressioni letterarie messe a rischio dalla contemporaneità.

La resilienza si fa anche culturalmente tangibile nei centri abitati: dove il turismo – con i suoi (neo)colonialismi – ridisegna e uniforma gli spazi, possono aprirsi orizzonti di resistenza in cui memoria, recupero, identità e inclusività si fondono; allo stesso modo le periferie urbane, i paesi fantasma, o i luoghi delle catastrofi possono trasformarsi in territori di rigenerazione e reexistencia (Jaramillo Marìn 2019).

Sul versante linguistico, la consapevolezza che le lingue sopravvivono se sopravvivono le forme culturali che le producono induce alla riflessione sul concetto-chiave di resilienza e sulle sue possibili applicazioni; ciò spinge a interrogarsi sulla necessità di salvaguardare le minoranze linguistiche e di valorizzare i processi di ibridazione che hanno luogo in un contesto globale caratterizzato da una crescente frammentazione, ma anche da quella che alcuni studiosi hanno definito superdiversity (Vertovec 2007; Blommaert et al. 2016; Budach & de Saint-Georges 2017), nonché sulla possibilità di archiviazione e testimonianza di lingue considerate minoritarie o in via d’estinzione. Quanto può essere davvero determinante l’intervento degli studiosi in queste situazioni?

Le linee di ricerca proposte pertanto includono, ma non si limitano necessariamente a:

  • Pluricentrismo, lingue in contatto e in conflitto, politiche linguistiche tra discriminazione e valorizzazione delle comunità minoritarie e delle varietà non dominanti

  • Fenomeni di resistenza linguistica in contesti autoritari, passati e presenti, e postcoloniali

  • Il web come strumento di rivitalizzazione e ibridazione di generi letterari

  • Ruolo delle lingue franche e dell’inglese come lingua accademica

  • Uso di strumenti digitali e di corpora come mezzo di documentazione delle lingue a rischio

  • Lingua letteraria tra subalternità e resilienza: letteratura in lingue minoritarie o appropriazione della lingua coloniale come forma di resistenza

  • Letteratura di soggetti minoritari e/o marginali, e possibile funzione terapeutica dell’attività letteraria

  • Letteratura e diritti umani: dissidenza e testimonialità nell’opera letteraria

  • Vulnerabilità e resilienza nelle narrazioni migranti: narrazioni diasporiche, assimilazione e perdita di identità culturale, forme narrative e strategie discorsive

  • Spazi della resistenza: esperienze di resilienza comunitaria e rivitalizzazione di periferie urbane, paesi fantasma, luoghi delle catastrofi

  • Forme e pratiche (neo)coloniali nel turismo di massa

Nonostante si diffondano, per definizione, in tutta o gran parte della popolazione mondiale, le pandemie non hanno lo stesso effetto né la stessa portata in tutte le aree e per tutti gli individui, anzi, spesso colpiscono più duramente le zone e le popolazioni che già in precedenza si trovavano in situazioni di vulnerabilità. Esse perciò contribuiscono a esacerbare situazioni di grave disparità economica e sociale con pesanti ricadute, a breve o a lungo termine, sulle comunità che le vivono; queste a loro volta possono elaborare strategie di resilienza e resistenza, che possono manifestarsi anche a livello letterario, linguistico, e culturale. Tutti questi processi sono stati resi attuali ed evidenti dalla pandemia da Covid-19, diffusasi nel mondo a partire dal dicembre 2019. Saranno perciò accettati contributi che si propongono di descrivere e analizzare l’impatto di questa pandemia, con particolare attenzione al modo in cui la produzione letteraria, culturale e linguistica è stata utilizzata, dalle popolazioni che più duramente ne sono state colpite, come mezzo di resistenza e resilienza.