Roberto Miraglia

Semiologia: nuove proposte, vecchi dubbi
Osservazioni a proposito di « Playing with Signs» di K. Agawu.


ABSTRACT:

The author focuses his own analysis on the topic of musical expression, elaborating some critical remarks on the semiological approach to it, by shortly examinig a recent book of K. Agawu (Playing with Signs). The author points out some limits in the usage of such concepts as "semiosis", "communication", "reference", "signal", etc., in music, underlining that music has a strong aspect of expressive presence before any "signifying function". At this regard, beyond the cultural and intertextual level, it also emerges the role of immediate expressiveness of musical perceptual sound-phenomena, and its conditioning force on perceptual results of compositional rules.


Indice

  1. Il progetto Agawu
  2. Osservazioni sull’uso dei termini linguistici in musica
  3. La teoria di Agawu e i concetti semiologici
  4. Considerazioni conclusive sul concetto di espressione

 

1. Il progetto di Agawu

Fino a qualche anno fa, il tema dell’espressione si aggirava nelle discipline musicologiche come un ospite imbarazzante. L’approccio "impressionista", all’interno del quale la determinazione del "contenuto" di un brano consisteva in una verbalizzazione delle associazioni soggettive, era senz’altro uno dei maggiori responsabili di questo stato di cose. Di fronte alla diversità di verbalizzazioni, si doveva infatti concludere che il "contenuto", se esiste, è affare dell’ascoltatore e non del brano. Per contro, i successi di un’analisi musicale rivolta esclusivamente alla "struttura" avevano reso quantomeno ragionevole l’affermazione che l’ambito della forma è suscettibile di una trattazione "oggettiva". Come risultato, il problema dell’"espressione" era stato completamente escluso dall’ambito dei problemi musicali, o, quantomeno, dall’ambito di quelli affrontabili in modo rigoroso. Questa tendenza si sta ora chiaramente invertendo, e il problema, che era certamente ineludibile, e che prima o poi avrebbe fatto la sua ricomparsa, non solo ha ricevuto ampie considerazioni teorico-generali, ma sta cercando il modo di accedere alle concrete pratiche analitiche.

Sempre fino a qualche anno fa, un fenomeno di rilievo è stata la semiologia musicale di Nattiez che ha costituito l’indirizzo più noto di un filone generale caratterizzato dal trapianto di considerazioni di teoria dei segni nell’analisi dei fenomeni musicali. L’impostazione di Nattiez aveva però qualcosa di paradossale. Nonostante il segno sia per antica tradizione "ciò che sta per qualcos’altro", e nonostante quindi sembri invocare da sé il problema del "significato", il contributo del musicologo canadese al panorama dell’analisi musicale era stato soprattutto una procedura di mera segmentazione dei brani musicali basata su ricorrenze di figurazioni identificate sullo spartito. Tale procedura, da un lato poteva essere proposta, nel suo nucleo, anche senza l’apparato concettuale della semiologia, e dall’altro escludeva proprio il problema "semantico" dell’espressione musicale. Anche a livello teorico, la celebre tripartizione, che Nattiez riprende da Molino, fra un livello poietico (creazione), neutro (struttura oggettiva del brano) ed estesico (ricezione), e la tesi in base alla quale il livello della ricezione è indipendente dalla struttura, sembrava sancire la soggettività non solo del "contenuto", ma dell’intera esperienza del brano: affermava così anche l’impossibilità di parlare di "comunicazione" musicale (fra compositore e ascoltatore).

Una via diversa per la semiologia è invece delineata da un libro di V. Kofi Agawu dal titolo Playing with Signs: a Semiotic Interpretation of Classic Music (Princeton U.P., Princeton, NJ, 1991) che - pur nella limitazione al repertorio del periodo classico - ha il merito di portare al centro dell’attenzione con estremo vigore, ma con attenta e prudente consapevolezza metodica, sia il problema del "significato della musica" e della sua "capacità comunicativa", sia le potenzialità che la semiologia offre per dare ad essi un esito analitico effettivo, e per integrare questo esito in una più antica, e metodicamente più sofisticata, tradizione di analisi della "struttura". Il progetto di Agawu muove proprio da una netta ed esplicita presa di distanza da Nattiez. Si denuncia infatti il paradosso di un’impostazione semiologica che si ritrae proprio davanti al problema semantico (p. 12) e si fa valere per contrasto un indirizzo "semanticista" della semiologia il cui scopo <<più ampio è quello di esaminare in dettaglio un gruppo di opere di questo repertorio [quello del classicismo viennese] facendo particolare attenzione al loro senso e significato quale è comunicato attraverso due canali descrivibili rispettivamente come attributi strutturali ed espressivi>> (p.4). Ne risulterà allora <<lo sviluppo di una teoria del significato per la musica del periodo classico>> (p.4).

L’intera impostazione del problema segue ad una breve ma eloquente documentazione - che ruota attorno a lettere di Mozart e a trattati d’epoca - del fatto che il compositore aveva fondamentali intenti comunicativi, e cercava strategie per trasmettere un senso e una dimensione espressiva al suo ascoltatore. In altre parole, la ricerca di codici comunicativi appresi (culturali) sia di tipo strutturale che espressivo si rivela essere uno dei problemi di fondo del musicista del periodo classico, un periodo che produce musica eminentemente orientata sull’ascoltatore (p. 4-15). La concettualizzazione in termini semiologici ha inizio allora ricomprendendo il problema degli "attributi espressivi" in termini di semiosi estroversiva e quello degli "attributi strutturali" in termini di semiosi introversiva. Seguendo la distinzione di Benveniste, la prima indica il modo in cui i segni si pongono in relazione con qualcosa di esterno al sistema segnico, la seconda il modo in cui i segni si pongono in relazione fra loro formando appunto un sistema. La prima ricomprende quindi il modo in cui il brano tende a chiamare in causa dati appartenenti al contesto storico, alle idee, agli altri brani musicali, ai "contenuti" da "esprimere", ecc. La seconda ricomprende fondamentalmente la sintassi musicale, le relazioni strutturali, l’organizzazione, la coesione interna del brano.

Concetto chiave della semiosi estroversiva è quello di argomento (topic). Si può anzi dire che la "teoria del significato" di Agawu, è per l’essenziale una teoria dell’argomento musicale, del suo ruolo, e dei fattori che lo determinano. In termini generali argomento è ogni possibile "soggetto del discorso musicale", un’indicazione generica che deve solo segnalare la presenza di un rimando contenutistico: la musica ha un soggetto, parla di qualcosa. Il modo in cui Agawu precisa questa nozione ci fa assistere ad un percorso argomentativo piuttosto significativo. La nozione di argomento affonda le sue radici nelle trattazioni dei teorici del periodo considerato (Sulzer, Türk, Quantz, Koch, Mattheson, ecc.). Ad essere affermata in questi scritti è innanzitutto la necessità di dare coerenza di "contenuto" al brano, di assegnare ad esso un carattere. E gli esempi sono: "violento" o "mite", "autoritario" o "conciliante", "tenero", "innocente", ecc. (p.28) - tutti termini che (se si prescinde dalla loro interpretazione in questi testi) tendono a chiamare in causa qualità espressive in un’accezione del termine analoga, ad esempio, a quella che vale per l’immediata espressività dei "toni" di voce (appunto "miti", "autoritari", "violenti"). Le indicazioni contenute in questi aggettivi tuttavia non vengono seguite nella direzione indicata. Anzi questi termini scompaiono del tutto, e il repertorio di "argomenti" che Agawu elenca - e che ricava nuovamente dall’analisi dei testi teorici dell’epoca (p. 30) - presenta espressioni che si riferiscono alla dimensione stilistico-musicale: da un lato termini del genere "marcia", "ouverture alla francese", "opera buffa", "gavotta", "musette", ecc., e dall’altro termini del genere "stile dotto", "cantabile", "stile brillante".

La sussunzione del concetto di argomento sotto quello di "segno musicale" è, secondo Agawu, a questo punto immediata. Quando un compositore struttura una parte di un brano come una "marcia" da un lato dispone i parametri musicali (ritmo, armonia, melodia, ecc.) in un certo modo, e dall’altro, proprio su questa base, crea un immediato rimando ad un elemento musicale che ha le sue occorrenze anche in altre circostanze, e che costituisce quindi un’oggettività storico-culturale. La concreta disposizione dei parametri assume quindi il ruolo di significante, che rimanda a, ed è quindi segno di, un significato costituito proprio da questa oggettività storico-culturale.

Parlare di oggettività storico culturale del significato "marcia" serve per indicare che essa sussiste già in se stessa e nel mondo esterno, alla maniera di un fenomeno musicale diffuso e di volta in volta identificabile, pensato insieme ai valori emotivi, pratici, valutativi, funzionali, ecc., che gli sono associati. In quanto storica e culturale, la "marcia" è per definizione intersoggettiva, e costituisce quindi senz’altro una componente del codice musicale ed extramusicale culturale che può fungere da strumento di comunicazione fra l’autore e il suo pubblico. D’altro canto, in quanto oggettività, e a fortiori per le valenze culturali e non solo musicali che possiede, rende pregnante l’applicazione della nozione di semiosi estroversiva, cioè di un riferimento che punta inequivocabilmente al di là del brano e che non può essere inteso quindi solo come l’inserimento di un momento formale al suo interno. Alla caratterizzazione di questa oggettività concorreranno, ovviamente, non solo considerazioni analitiche o indagini sul repertorio, ma anche considerazioni di storia del costume, di sociologia, ecc. Questo è l’unico genere di "espressività" che Agawu tende a mettere in evidenza in un brano musicale. Un segmento musicale è "espressivo" se e solo se ci sono dati storico-musicali che gli preesistono, e quindi, dal lato della ricerca musicologica, solo se si riesce a documentarne l’esistenza oggettiva. Agawu ne trae con coerenza una conseguenza su cui è necessario attirare sin da ora l’attenzione per la sua problematicità: nessun segmento della composizione che appaia come qualcosa di unico, di non caratterizzato dal punto di vista stilistico-culturale (a meno di future scoperte di riscontri esterni in altri brani, o nella musica popolare, ecc.), può assumere lo statuto di momento comunicativo-espressivo.

Per rendere concrete queste nozioni, consideriamo ora l’inizio della Sinfonia Praga di Mozart. Le prime tre battute presentano come "significante" un ritmo puntato che "ci ricorda" un’ouverture alla francese, e il cui significato è quindi l’oggetto culturale - l’argomento - che si può brevemente chiamare "ouverture alla francese". Segue un momento che si qualifica subito come "Empindsamer Stil", poi un breve "cantabile", un accenno polifonico che richiama lo "stile dotto", un breve passaggio in stile di "fanfara", ecc. Inserendo questi richiami, e riferendosi ad un mondo che lo accomuna ai suoi contemporanei, il compositore costituisce una trama (plot) complessiva che l’ascoltatore recepisce, e che non si esaurisce affatto in una articolazione strutturale del brano, ma in un gioco stilistico-espressivo. In questa trama gli argomenti si avvicendano, contrastano, si giustappongono, si mescolano - ciascuno portando con sé il proprio orizzonte storico in modi peculiari di brano in brano, e generano quindi un discorso musicale ben caratterizzato in ogni composizione del repertorio. Il compositore ha dunque a sua disposizione un vero e proprio vocabolario stilistico-espressivo condiviso di cui fa uso per costruire la "sua" vicenda, e nello stesso tempo per assicurasi la partecipazione del pubblico.

La semiosi introversiva è caratterizzata in generale come analisi delle relazioni dei segni del brano fra loro. Si tratta quindi del modo in cui si collegano i diversi elementi sonori. Ogni nota, ogni frase, ogni periodo, è collocato nel contesto temporale di altre note, altre frasi e altri periodi, e come tale, nel decorso del brano musicale, è un significante il cui significato sono gli elementi trascorsi e quelli che devono ancora presentarsi. Banalmente, l’accordo di settima di dominante è un significante il cui significato introversivo è la possibilità della tonica o degli altri accordi che occorrono dopo di esso. Ora, questo livello di analisi è caratterizzato soprattutto da una mossa fondamentale: l’analisi schenkeriana, che viene fondamentalmente accolta sul piano "tecnico" come il riferimento metodico principale, viene sottoposta sul piano teorico ad una decisa interpretazione retorica. L’Ursatz viene addirittura considerata come un caso particolare (musicale e tonale, presumibilmente) di strategia retorica in generale: i tre momenti in cui si articola sono infatti interpretati rispettivamente come l’indicazione dell’inizio, della parte mediana e del finale di un’orazione.

Quale che sia l’oggettiva consistenza di questa interpretazione retorica dell’Ursatz, il suo scopo è proprio quello di mediare fra struttura ed espressione. Inizio, parte mediana e fine sono certamente momenti formali-funzionali, ma come momenti retorici, come momenti dell’arte del "ben dire", implicano in loro stessi che qualcosa da dire ci sia. Questa circostanza ci porta al terzo, più delicato, e più ricco di implicazioni, degli argomenti del libro: la relazione fra gli "argomenti" e gli aspetti strutturali. L’ambizione del libro è infatti non solo quella di estendere la considerazione analitica al problema dell’espressione, ma addirittura quella di dimostrare che la dicotomia fra semiosi introversiva e semiosi estroversiva, fra "struttura" ed "espressione", è fondamentalmente falsa e può assumere solo il senso di una suddivisione astratta e temporanea. C’è una stretta interazione fra i due livelli che non è affatto accidentale, bensì essenziale:

<<così come gli elementi che definiscono l’universo degli argomenti coinvolgono aspetti di semiosi introversiva, così elementi dell’universo strutturale coinvolgono aspetti della semiosi estroversiva>> (p. 133).

Il livello neutro di Nattiez, lungi dall’essere il momento della piena oggettività, deve essere riconosciuto come un’astrazione all’interno del processo comunicativo-espressivo globale. La nozione di gioco che esprime questa interazione necessaria è del resto quella che da il titolo all’intero libro.

Il tema dei rapporti fra espressione e struttura viene affrontato a partire da un’importante osservazione: gli argomenti non hanno una sintassi (p.20 e p.131). In altre parole, a differenza di quanto accade ad esempio sul piano armonico, dato un elemento (un argomento), non è dato il possibile contesto di occorrenza, e, dato un contesto, non è dato un elemento o un gruppo di elementi imparentati funzionalmente che debba occorrere in modo elettivo in una parte di esso. Gli argomenti vengono quindi qualificati come segni dipendenti, cioè istituibili come tali, e poi organizzabili, o anche solo disponibili in successione, solo sulla base della semiosi introversiva. Nessuna marcia viene significata se non si dispongono in un preciso modo i parametri, e il punto in cui compare dipende dal punto in cui questa disposizione parametrica ha luogo nel brano. Per contro, la sintassi è in linea di principio più autonoma e i suoni-segni introversivi possono costituire una struttura senza l’ausilio di momenti contenutistici e comunicativi. Un brano in cui ogni parte è qualcosa di unico è cioè in linea di principio possibile, anche se di fatto quasi del tutto irreperibile. La peculiarità del musicale rispetto, ad esempio, al linguaggio verbale viene chiaramente riconosciuta, quindi, nella relativa priorità e nella potenziale autonomia della semiosi introversiva rispetto all’obbligo di significare a cui è sottoposto il linguaggio verbale - obbligo che ne condiziona da subito la morfologia, la grammatica e la sintassi. Il significato è in musica un risultato della "struttura", non una delle sue condizioni.

Nello stesso tempo, tuttavia, proprio la dipendenza dell’argomento dalla struttura fa di esso un fattore condizionante. Nessun argomento deve occorrere necessariamente. Ma se deve occorrere, allora, proprio perché dipende da una certa disposizione dei parametri musicali, non può non avere un effetto sull’organizzazione strutturale complessiva, la quale deve evidentemente tenerne conto ed essere predisposta ad "incorporarlo". Ad esempio se un "cantabile" deve seguire immediatamente ad una "marcia", allora questa successione va strutturata in modo tale che il parametro del metro, che stava prepotentemente in primo piano nella "marcia", receda sullo sfondo, e se la melodia, che stava relativamente sullo sfondo, balzi prepotentemente in primo piano. Questo gioco dei parametri, mentre scandisce lo snodarsi della trama sul piano della semiosi estroversiva, articola un’avvicendarsi di eventi sonori e di rimandi introversivi che mostrano l’immediata influenza delle scelte "semantiche" su quelle "sintattiche" e che Agawu chiama il ritmo strutturale del brano.

Vi è però anche un secondo ordine di condizionamenti che non sono necessari, ma comunque possibili e di fatto frequenti. Qui il modo in cui il compositore decide di strutturare il brano dipende direttamente dalla natura degli argomenti. Non solo un argomento non deve necessariamente occorrere, ma non ha neanche luoghi privilegiati di occorrenza. Tuttavia, proprio l’interpretazione della struttura del brano in termini di strategia retorica, permette all’autore di stabilire quello che lui chiama un "matrimonio di convenienza", se non "d’amore", fra argomenti e sezioni della struttura. Ad esempio l’instabilità armonica dello stile Sturm und Drang rende il suo ingresso nel brano a titolo di argomento poco adatto al finale, e più adatto alla parte mediana. Il compositore decide di fare del suo brano un’"orazione". Ma allora il "soggetto" del discorso musicale che chiamiamo "Sturm und Drang" non può cadere all’inizio. Dunque, in tutti questi casi, è il "luogo naturale" di questo soggetto a decidere del "luogo naturale" del corrispettivo sintattico, e quindi la disposizione delle parti sul piano strutturale-introversivo.

Tutte queste indicazioni presentano uno scenario in cui fra "argomenti" e fattori strutturanti si crea certo una complementarità, ma anche una tensione di principio. C’è infatti una necessità profonda che spinge il processo di autodefinizione di ciascuna delle due dimensioni a contrastare in parte quello dell’altra. La semiosi estroversiva direziona i "segni musicali" verso il mondo esterno, quella introversiva tende a rinchiuderli all’interno di un sistema. La semiosi estroversiva fa irrompere un vocabolario condiviso, quella introversiva lo contestualizza per organizzare un "unicum" che è il singolo brano musicale. Generalità e individualità, linguaggio e idioma, codice e invenzione, contesto e brano, sono le grandi categorie concettuali che articolano il rapporto dinamico fra attributi espressivi e strutturali. Senza la struttura il brano si ridurrebbe ad un pallido fantasma sonoro che serve solo all’esibizione di una serie di luoghi comuni. Senza gli argomenti si ridurrebbe ad una sorta di espressione idiosincratica. Con l’una e gli altri diventa discorso sensato e intersoggettivamente afferrabile, ma dotato di un nucleo irriducibilmente individuale.

Sul piano delle procedure analitiche, da questa tensione segue del resto l’impossibilità di inferire senza salti la dimensione espressiva dalla struttura del brano, e, viceversa, la struttura del brano dalla dimensione espressiva. Ma questa è, secondo l’autore, una caratteristica positiva e non un limite dell’analisi. Vi è una zona intermedia che è in se stessa e oggettivamente la regione del gioco dei segni strutturali e dei segni di argomento. Questo gioco non può essere affrontato né dalla sola analisi schenkeriana, che si limita all’aspetto introversivo, né dalla sola identificazione storico-filologica degli argomenti, che si limita a identificare il lessico, ma non il suo uso all’interno di ogni singolo brano. Solo la semiologia - ed è in questo ruolo che Agawu ne rivendica l’ineludibilità - è in grado di renderla tematica proprio mediante il suo apparato di categorie del rinvio segnico e delle relazioni dei segni fra loro.

La tensione fra struttura ed espressione ci porta ad una visione complessiva dell’interpretazione di Agawu e del sistema che sta alla sua base. L’autore riconosce esplicitamente che argomenti e struttura non sono le uniche due dimensioni di un brano, ma che anzi ve ne sono di potenzialmente infinite. Tuttavia la consapevolezza stilistica e il gioco con gli stili sono senz’altro uno dei tratti salienti del periodo classico. Pianificare successioni peculiari di argomenti, intrecciarli, fonderli insieme, giustapporli, formare argomenti complessi da argomenti parziali, alludere alla musica turca ed evocare atmosfere esotiche, alludere alle parate, ai minuetti usati per fare ironia, ecc. - il tutto nella piena complicità con l’ascoltatore - ma nello stesso tempo individualizzare questo gioco in una limpida struttura sonora, costituiscono senza dubbio tratti caratteristici che il sistema di Agawu permette di affrontare. L’appendice sulla musica romantica suggerisce chiaramente che le categorie che stanno alla base di questa interpretazione possono avere una portata storiografica maggiore, e infine cogliere aspetti se non universali quantomeno frequenti nelle musiche di ogni periodo. Del resto, la musica barocca e contemporanea non sarebbero certo parche di "argomenti" nell’accezione indicata, o quantomeno in un’accezione fondamentalmente assimilabile ad essa.

2. Osservazioni sull’uso dei termini linguistici in musica

Per affrontare criticamente i pensieri di fondo che orientano la proposta di Agawu è necessario considerare una serie di aspetti generali dell’applicazione dell’apparato semiologico in musica, di gettare solo il seme del dubbio su alcuni trapianti concettuali troppo immediati, riflettendo in modo molto sommario sul senso usuale di alcuni termini e di alcune opposizioni concettuali. Sembra difficile, ad esempio, equiparare senz’altro l’espressione da un lato, e la referenzialità o la denotazione del segno dall’altro. Eppure proprio questa mossa avvia, non conclude, la disscussione di Agawu. Se si domanda a qualcuno "che cosa provi in questo momento?", e la risposta è "rabbia!", la parola pronunciata denota certamente lo stato emotivo della rabbia, ma non la esprime. Perché questo stato emotivo sia espresso è necessario che la parola oltre ad essere pronunciata, sia anche pronunciata con il classico tono di voce brusco e stentoreo. In questo secondo caso la parola "rabbia" indica una qualità espressiva del tono di voce, non più il referente della parola pronunciata con quel tono. Se infatti il classico tono di voce brusco e stentoreo accompagna la risposta "tranquillità!", la rabbia "si esprime" comunque, ma non viene più denotata (e genera un effetto di sarcasmo). Viceversa se la parola viene pronunciata con un tono placido e sereno la rabbia viene denotata, ma non espressa (e genera un effetto di ironia). La parola, considerata astrattamente, può denotare la rabbia, ma non esprimerla. Viceversa il tono della voce, considerato in se stesso, può esprimere la rabbia ma non denotarla. Ma c’è qualcosa di più: la parola "rabbia" si limita a rimandare a quello stato emotivo che fenomeni espressivi come il tono della voce fanno invece effettivamente apparire.

L’attenzione ai segni è sorta nel secolo scorso da riflessioni sulla natura e sui fondamenti dell’aritmetica e soprattutto dell’algebra. Prima di allora era essenzialmente collegata a questioni di "arte combinatoria" e di lingua characterica. Dovrebbe far riflettere che il campo in cui il segno e le sue "proprietà" trovano la loro applicazione più pregnante sia quello logico-formale e matematico. Proprio un confronto con l’aritmetica ci serve del resto per sollevare un dubbio su un altro dei grandi temi affrontati dal libro di Agawu, quello della sintassi e della struttura. L’aritmetica ha un repertorio di segni e una serie di regole con cui operare con essi. Ogni cifra denota un certo numero e le regole sono fatte in modo da preservare le proprietà e le relazioni di questi numeri. Tuttavia l’assegnazione del referente alle cifre-base (0, 1, 2, 3,...,9) è puramente convenzionale e può essere quindi variata a piacere. Nei limiti in cui si spinge questo momento convenzionale le figure sensibili non sono, dunque, solo segni ma proprio puri segni.

Ora, se si prescinde dal fatto che ciascun numerale denota un numero, se si elimina per un momento il piano della denotazione, questo sistema diventa per noi l’esempio di una "sintassi pura", di un gioco di combinazioni e sostituzioni di segni privi di significato referenziale che segue regole puramente convenzionali: ad esempio 3+1=4 non indica più l’identità dei due numeri che indichiamo come "il quattro" e "la somma di tre e uno". Diventa semplicemente l’indicazione del fatto che al segno "3+1" è sempre possibile sostituire il segno "4" e viceversa, senza considerare in nessun modo che cosa l’una e l’altra espressione denoti e connoti. A questo punto si potrebbe pensare che i numerali e i segni di operazione non siano più in alcun modo segni, e che da essi non sia più distinguibile un significato. Non è così. Lo dimostra il fatto che, anche in questo caso si può immaginare di sostituire qualche o ogni cifra-base (cioè 0, 1, 2,...,9) e ogni segno di operazione (+, -, ecc.) con altrettanti segni arbitrari, pur preservando l’identità di fondo del sistema. Basta infatti lasciare inalterate le regole per la formazione dei segni e per l’esecuzione delle operazioni. Ad esempio possiamo sostituire la cifra "0" (che ora non significa nulla) con la cifra "ç" (che non significa nulla) facendo si che valga comunque che a+ç=a (come a+0=a), che a´ ç=ç (come 0=0), ecc. Il risultato è evidentemente la stessa aritmetica - o meglio lo stesso "gioco" aritmetico - in un’altra veste grafica.

Perché in un gioco di figure sensibili separate dal loro significato, le figure sensibili restano del tutto indifferenti quanto alle loro caratteristiche? Il paradosso apparente si risolve considerando che i segni hanno ancora un significato che si distingue dalla loro natura grafica, ma che questo significato è ora un significato puramente operazionale, puramente sintattico, e indica la posizione e il ruolo di un certo segno in un sistema. Il segno "è" ciò che possiamo "fare" con esso in base alle regole. Così la configurazione percettiva "0" è ancora indifferente e ancora perfettamente sostituibile, ad esempio, con la configurazione percettiva "ç", purché con quest’ultima siano ammesse e vietate le stesse "mosse" che erano vietate con la prima. Nonostante sia stato sgombrato il campo da ogni "semiosi estroversiva", le cifre restano comunque segni, e solo per un interesse molto diverso da quello rivolto alla sintassi li possiamo prendere in considerazione come figure percettive. Così, quanto sia ovale il segno "0" non ci interessa né nell’aritmetica, né nel gioco sintattico che abbiamo fatto apparire prescindendo dalla "denotazione", e non ci interessa perché è oggettivamente irrilevante per la natura e la coerenza di quella che in questo caso può essere definita, con tutta la pregnanza del termine, una semiosi introversiva.

Un paragone di questo "gioco sintattico" fatto con i numerali con l’armonia funzionale è senz’altro proponibile. Anch’essa istituisce infatti un sistema di regole in cui non si tiene alcun conto di eventuali momenti "referenziali". Anch’essa poi prende le distanze dalla sostanza sonora delle singole note per far valere la loro valenza funzionale. In un certo senso cioè anche la sensibile "è" solo la sua posizione nel sistema complessivo, anche la sensibile "è" solo ciò che possiamo fare o non fare con essa. Ed infatti ogni singolo suono, indipendentemente da ciò che è, può assumere questo ruolo. Ma questo paragone ha un limite preciso, proprio nelle conseguenze e nei limiti che comunque accompagnano la possibilità di sostituire un suono determinato con un altro suono determinato che abbia la stessa funzione all’interno del sistema. Innanzitutto, attenendoci alle regole storicamente date, possiamo variare la nota che funge da sensibile solo a condizione di variare nello stesso tempo la tonalità. Tuttavia trasporre un brano in un altra tonalità significa comunque operare una modificazione del suo impatto musicale il cui peso è più che noto sul piano del risultato musicale concreto. In secondo luogo questa limitazione non è casuale e ci porta al punto più importante. Mentre nel caso del nostro gioco aritmetico le configurazioni percettive che fungono da segni possono essere variate a piacere senza tener conto delle relazioni percettive che hanno le une con le altre (ad esempio, possono essere simili, dissimili, essere l’una una trasformazione dell’altra, l’una il simmetrico rispetto all’altro, ecc.), nel "gioco" tonale vi è un limite preciso che è dato proprio dalla costanza dei rapporti intervallari che caratterizzano i "segni tonali" gli uni rispetto agli altri. Banalmente, se la tonica è il do, allora la sensibile è e non può che essere il si, e viceversa. Qualunque altra nota scegliessimo al suo posto, attribuendo ad essa sotto il profilo formale le regole di trattamento della sensibile, avrebbe solo il nome di "sensibile" ma non la sua effettiva valenza funzionale. Considerando la cosa da un altro punto di vista, le regole permarrebbero certamente identiche. Ma, esattamente come accade nel caso del gioco aritmetico per il risultato visivo, il risultato sonoro del "gioco" sintattico sarebbe ora completamente diverso. Resta allora da chiedersi - e questo è il punto - di fronte alla questa palese differenza di risultato percettivo, avrebbe senso parlare, in modo analogo a quanto fatto in precedenza, della stessa struttura (sintattica) musicale in un’altra "veste sonora"? Non si tratterebbe piuttosto di un’altra struttura sonora e quindi di un’altra struttura musicale? Qualunque applicazione del termine "semiosi introversiva" andrebbe quindi accuratamente adattato alle specificità del musicale, e non semplicemente trapiantato da una sistema di segni, nel senso pregnante del termine, ad un sistema di suoni.

Una considerazione analoga vale persino nei casi di equivalenza funzionale ammessi all’interno della pratica musicale. Se si sostituisce il termine "3+1" a "2+2" o a "4" in qualunque formula aritmetica il risultato non cambia. Nel nostro gioco aritemtico svuotato di significato referenziale, e aperto solo a quello operazionale, "(3+1):2=2" e "(2+2):2=2" sono perciò due "affermazioni" in un certo senso identiche. A questo punto non si può non pensare agli elementi armonici funzionalmente equivalenti, che dovrebbero essere messi a confronto con formule o termini sostituibili l’uno con l’altro. Ma - ancora una volta - inserire una settima diminuita al posto di una settima di dominante o un rivolto al posto di un accordo in posizione fondamentale significa dare ad un medesima "frase" musicale una diversa veste sonora, oppure generare un diverso (sia pure di poco) segmento musicale? Non è un caso, del resto, che, nell’ambito del linguaggio verbale, si dice che sostituire all’espressione "musica" l’espressione "arte dei suoni" (due termini che, ad esempio, possono indifferentemente completare la proposizione ".............è un’arte espressiva") determina mutamenti nell’aspetto retorico-musicale.

Che cosa mostrano tutti questi esempi? Mostrano che ogni trapianto di concetti validi per il segno in generale trova in ambito musicale un punto di arresto nella necessità di valutare la resistenza specifica del materiale percettivo, nel rifiuto che i fenomeni sonori (singoli suoni o singoli intervalli, o singoli aggregati che siano), saldamente caratterizzati dalle loro proprietà e dalle loro mutue relazioni sensibili, oppongono ad un interpretazione in termini di meri "punti di passaggio" per un gioco di rimandi. Mostrano quindi che l’esatta valutazione di questa "resistenza" - ovvero del ruolo giocato dalla materia sensibile come tale - costituisce una condizione preliminare imprescindibile per qualunque discorso sulla "sintassi", sulla "semantica", e sulla stessa contestualizzazione storica dei fenomeni musicali. Questo è invece l’effetto di un’applicazione immediata dei concetti semiologici: superare d’un balzo la dimensione della presenza di parti sonore ed espressive nei barni, la presenza di relazioni sensibili ed espressive fra queste parti, e infine lo stesso brano come presenza sonora ed espressiva complessiva, per far valere, di contro, da subito la dimensione del "rimando oltre se stessi".

Questa circostanza non viene misconosciuta da Agawu. Del resto il "segno" è una "cosa" - un disegno o, in questo caso, un complesso sonoro - un segno sta poi anche per qualcos’altro, comunica, invoca una sintassi, ecc. Non c’è solo il segno nel rapporto convenzionale con la cosa, ma anche l’"icona" che "significa" grazie alla somiglianza, oppure in base a qualche isomorfismo strutturale, ecc. Perciò, in realtà, nessuna di queste dimensioni è esclusa dalla complessità di piani in cui il segno si colloca. Il problema di fondo è però che quasi nessuno dei concetti relativi ai segni può vantare nei confronti dei fenomeni musicali criteri di applicazione precisi e inequivocabili, e non può vantarli per questioni di principio. Si tratta infatti spesso di tipici esempi di concetti vuoti, cioè privi in loro stessi di qualunque capacità di caratterizzazione oggettiva. Dato il termine "rosso", o anche "timbro flautato", o anche "risoluzione", è dato anche un criterio per stabilire a che cosa può essere applicato e a che cosa no sulla base di proprietà degli oggetti che abbiamo di fronte. Il mondo si divide immediatamente in cose che sono rosse e in cose che non lo sono. Ma ogni cosa può essere o non essere un segno. Perché lo sia basta infatti stabilire, senza alcuna considerazione di come sia fatta, e sulla base ad esempio di una convenzione, che sta per qualcos’altro. Persino nel caso in cui un segno sta per qualcosa perché gli somiglia oggettivamente, come accade ad esempio per il segnale stradale dell’attraversamento pedonale, il segno non è tale in se stesso, ma solo se conveniamo di far uso della sua somiglianza con qualcos’altro per "significarlo". Allo stesso modo ogni cosa può essere il referente di un segno. Basta infatti prendere qualcos’altro e stabilire che sta per essa. Inoltre, per citare altri due termini impiegati di frequente da Agawu, qualunque cosa si consideri, può essere o non essere considerata come un segnale o come un veicolo di comunicazione, nell’accezione generica del termine, alla sola condizione che si riconosca o si convenga che ha questa funzione. Anche i termini "veicolo di comunicazione" e "segnale" indicano infatti funzioni e non cose. E così posso assumere la visione del Monte Bianco come un segnale del fatto che sono giunto al confine con la Francia, tanto quanto posso farlo con il cartello che esercita questa funzione in base ad un’esplicita intenzione.

 

 

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