Year: 2024

  • Scipione in Sicilia

    Scipione in Sicilia

    Gli eroi nazionali costituiscono una categoria umana di grandissimo interesse. Fin dalla notte dei tempi questi uomini straordinari hanno ispirato poeti e prosatori, che, immortalandone la gloria, hanno fatto di loro figure in bilico tra Storia e Mito. Non a caso, tra i generi letterari tradizionalmente considerati “alti”, a occuparsi di simili individui sono soprattutto l’epica e la storiografia. Tuttavia, queste discipline non sono in grado di restituire al lettore un ritratto completo di siffatti personaggi. Non bisogna dimenticare nemmeno lo sconfinato repertorio di racconti aneddotici che spesso si accompagna a figure di questo tipo: racconti che gettano una luce nuova e insolita su eroi solitamente percepiti come monolitici, facendone emergere il lato umano. È questo il caso del passo in questione, tratto dal settimo libro dei Dicta et Facta Memorabilia di Valerio Massimo, dedicato a Scipione l’Africano (Val. Max. VII 3.3).

    Scipio quoque superior praesidium calliditatis amplexus est: ex Sicilia enim petens Africam, cum e fortissimis peditibus Romanis trecentorum equitum numerum complere vellet neque tam subito eos posset instruere, quod temporis angustiae negabant sagacitate consilii adsecutus est: namque ex his iuvenibus, quos secum tota Sicilia nobilissimos et divitissimos sed inermes habebat, trecentos speciosa arma et electos equos quam celerrime expedire iussit velut eos continuo secum ad oppugnandam Karthaginem avecturus. Qui cum imperio ut celeriter, ita longinqui et periculosi belli respectu sollicitis animis paruissent, remittere <eis> Scipio illam expeditionem, si arma et equos militibus suis tradere voluissent, edixit. Rapuit condicionem inbellis ac timida iuventus instrumentoque suo cupide nostris cessit. Ergo calliditas ducis providit ut [si] quod protinus imperaretur, grato prius, deinde remisso militiae metu, maximum beneficium fieret.

    Oggetto del brano è un episodio verificatosi nelle fasi finali della seconda guerra punica, durante i  preparativi per la spedizione in Africa (205/204 a.C.). Scipione, che si trova in Sicilia in attesa di salpare alla volta di Cartagine (ex Sicilia petens Africam), vorrebbe impiegare alcuni dei suoi uomini più valorosi in un nuovo reparto di cavalleria, ma si trova a corto di armamenti adatti e di tempo per procurarseli. Si vede perciò costretto a fare ricorso all’astuzia (praesidium calliditatis amplexus est […] sagacitate consilii adsecutus est): convoca a sé i giovani delle famiglie siciliane più nobili, che erano entrati a far parte del suo seguito (quos secum habebat), e dà loro ordine di presentarsi provvisti di armi e cavalli di pregio, come se dovessero accompagnarlo nella spedizione ormai prossima. I giovani, tanto ricchi quanto poco propensi a guerreggiare in prima persona (nobilissimos et divitissimos, sed inermes), pur obbedendo prontamente (celeriter), non si mostrano troppo entusiasti alla prospettiva di vedersi spediti a combattere sul suolo africano (periculosi belli respectu sollicitis animis), motivo per cui accettano di buon grado un’ulteriore proposta avanzata da Scipione: cedere ai Romani il loro equipaggiamento, in cambio di un’esenzione dalla partecipazione diretta alla campagna. Il compromesso risulta vantaggioso per tutti: per i giovani, che possono tornare nelle loro case, a fronte di una perdita tutto sommato sostenibile e consci di avere rafforzato la propria posizione presso uno degli uomini più potenti della Roma di allora; ma anche per Scipione, che vede risolto un problema di non poco conto.

    Che i giovani siciliani si mostrino rinunciatari di fronte alla lotta in prima persona, che pure li riguarda da vicino, non è di per sé sorprendente: colpisce, semmai, la serie di termini, tutti particolarmente espressivi, con i quali Valerio delinea questa situazione. La gioventù siciliana è imbellis ac timida (termini che rimarcano il concetto espresso in precedenza dall’aggettivo inermis, accostato in modo quasi beffardo a due pomposi superlativi come nobilissimi et divitissimi), e non si limita ad accettare la proposta, ma rapuit condicionem, mostrandosi quasi smaniosa di ritirarsi dall’impresa (cupide cessit) e di lasciare ai Romani il suo prezioso equipaggiamento. Fin qui, nulla di strano. Se, invece, ci si concentra sulla figura di Scipione, le cose si fanno più complesse. Il ritratto disegnato da Valerio Massimo ha infatti un carattere insolito, come si può evincere da alcune scelte lessicali atipiche. Le azioni di Scipione sono inquadrate da Valerio come un atto di calliditas per ben due volte: all’inizio (praesidium calliditatis amplexus est) e alla fine del racconto (calliditas ducis providit ut […] maximum beneficium fieret), ossia in posizioni enfatiche che – stando a quanto sappiamo dello stile e della forma dei Dicta et Facta Memorabilia –  coincidono con i momenti di introduzione e valutazione dell’aneddoto. Il fatto è che calliditas, parola la cui gamma di significati spazia dalla prontezza d’ingegno all’astuzia, sembra sposarsi male con il ritratto ideale del buon dux romano, tenuto a guidare l’esercito più che con l’astuzia con il consilium e la prudentia (qualità che, peraltro, vengono esplicitamente riconosciute a Scipione: Valerio parla della sua sagacitas consilii e usa il verbo provideo, e l’intera sezione dell’opera è dedicata a mostrare esempi di felicitas nata in pectoribus sapientia praeditis e che dictis factisque prudentibus enitescit, sia pure con la variante specifica di indicare casi che, passati a sapientia proximo deflexu ad vafri<ti>ae nomen, per avere successo fallacia vires adsumpserunt e laudem occulto magis tramite quam aperta via petierunt).

    Particolarmente significativo a corroborare quanto detto finora è ciò che racconta Livio, X 22. Nel pieno della terza guerra sannitica (l’anno è il 296 a.C.), Lucio Volumnio Flamma Violente, già console in carica, ma rieletto nuovamente per l’anno successivo, acconsente, su richiesta del collega Quinto Fabio Massimo Rulliano, a cedere il consolato a Publio Decio Mure, con cui Fabio aveva precedentemente condiviso il consolato e la censura. Nel suo discorso in lode dei due, Volumnio ricorda come entrambi fossero viros natos militiae, factis magnos, ad verborum linguaeque certamina rudes, aggiungendo che ea ingenia consularia esse: callidos sollertesque, iuris atque eloquentiae consultos […] urbi ac foro praesides habendos. Della guida degli eserciti (principale prerogativa dei consoli in età repubblicana) dovevano occuparsi, secondo Volumnio, uomini d’azione, non quanti fossero avvezzi alle sottigliezze della vita civile, nella quale più facilmente possono trovare campo virtù come la sollertia e la calliditas. Non mancano figure non allineate a questo principio, naturalmente, la più celebre delle quali è un altro Quinto Fabio Massimo, il Cunctator, la cui politica attendista gli procurò infatti feroci critiche (Polyb. III 89-90 e 103). Motivo per cui non sorprende che Cicerone nel De officiis (I 108) lo chiami callidus, mentre Nepote lo definisce addirittura callidissimus (Hann. 5,9).

    Ma il brano forse più significativo è probabilmente un altro passo di Livio, XLII 47, che sposta lo sguardo al di fuori dei confini dell’Italia. Nell’eterno confronto tra Romani ed externi, la calliditas, qualità ambivalente per sua stessa natura e, come detto sopra, poco conforme al ritratto ideale del dux e del civis optimus, ben si presta a definire i popoli “altri”, in particolare quelli che l’élite culturale romana aveva interesse a dipingere come ambigui e approfittatori, vale a dire Greci e Cartaginesi. È così che la calliditas assume una connotazione decisamente negativa. Nel pieno della terza guerra macedonica (ci troviamo nell’anno 171 a.C.) i legati Quinto Marcio e Aulo Atilio vengono inviati presso il re Perseo con il compito di intavolare trattative. Consci del fatto che i preparativi della guerra si sarebbero protratti ancora a lungo, i due prendono tempo, inducendo il re a credere nella possibilità di una pace. Tornati a Roma, il resoconto della loro legazione viene accolto con favore da ampia parte del senato, ma non dai più anziani, che, moris antiqui memores, negabant se in ea legatione Romanas agnoscere artes. Non era questo il modo con cui i maiores avevano condotto le loro gloriose campagne! Quei maiores che, nel nome della fides (valore, com’è noto, identitario per i Romani), non avevano esitato a denunciare a Pirro le trame ordite ai suoi danni dal suo stesso medico… Non era quello, in ultima istanza, lo spirito che aveva reso grande Roma, un concetto espresso in una sententia che aiuta anche noi ad avere le idee più chiare: religionis haec Romanae esse, non versutiarum Punicarum neque calliditatis Graecae apud quos fallere hostem quam vi superare gloriosius fuerit. La calliditas  appare qui dunque relegata al ruolo poco nobilitante di definire “in negativo” i Romani (quelli veri, s’intende), separandoli da quanti, incapaci di porre fine alle controversie in modo onorevole, erano costretti a fare ricorso a mezzucci di varia natura.

    Calliditas, dunque, non è il termine che ci si aspetterebbe di trovare accostato a un comandante come Scipione. Come giustificarne la presenza? In primo luogo, bisogna ricordare che Valerio Massimo non si limita a definire Scipione callidus, ma adotta una formulazione più cauta. La calliditas si configura come un praesidium, uno strumento cui fare ricorso laddove le circostanze, nello specifico le angustiae temporis citate poco dopo, lo richiedano. In quest’ottica l’astuzia di Scipione può essere interpretata come una delle varie declinazioni della sua prudentia, questa sì, come già ricordato, dote tradizionale di ogni buon comandante. C’è però un ulteriore e forse più rilevante elemento di cui tenere conto, ossia il tipo di umanità con cui Scipione deve confrontarsi. Chi sono i nobilissimi et divitissimi iuvenes del racconto? Valerio Massimo non fornisce in merito nessuna informazione, tuttavia un dato cruciale sul conto di questi ultimi è deducibile dal contesto storico della vicenda: si tratta certamente di Greci.

    Il motivo è presto spiegato: i fatti narrati hanno luogo quando sono passati meno di quarant’anni dall’arrivo dei Romani in Sicilia, risalente al 241 a.C., e meno di otto dalla presa di Siracusa, evento che aveva sancito l’egemonia romana sull’intera isola. È quindi impossibile pensare che in un lasso di tempo così ristretto l’aristocrazia di etnia greca fosse già stata soppiantata da famiglie nobiliari latine. Del resto, l’epiteto inermis (ampliato poco oltre dalla dittologia timida ac imbellis) sembra adattarsi decisamente meglio alla gioventù ellenica, cui si era soliti rinfacciare una certa mollitia, e non a quella romana, la cui decadenza, secondo la tradizionale visione moraleggiante, sarebbe iniziata solo dopo la sconfitta di Cartagine nella seconda guerra punica. Sembra un’informazione secondaria, ma non è così: l’elemento etnico gioca un ruolo cruciale nel giustificare agli occhi del lettore contemporaneo di Valerio l’operato di Scipione. È infatti appurato che i Greci non godessero di buona fama presso una certa fascia dell’opinione pubblica del tempo. Lo dimostrano le già citate parole di Livio, XLII 47, ma non mancano numerose altre testimonianze di questo fenomeno: motivo per cui la calliditas di Scipione si configura come una reazione naturale alla percezione stereotipica che i Romani del I sec. d.C. dovevano avere dei Sicelioti. Il trattamento riservato ai giovani isolani è dunque proporzionato alla loro inferiorità sul piano etico e valoriale; inferiorità che Scipione si limita a rendere manifesta con le sue azioni, dando prova di sapere adattare la propria condotta al contesto e al singolo interlocutore (un comportamento che rientra nella perfetta definizione di prudentia).

    © Luca Pigna, 2024

  • Le parole del latino

    Le parole del latino

    Nei giorni 11 e 12 aprile scorsi, nell’ambito delle “Giornate mondiali del Latino”, organizzate dall’Associazione Italiana di Cultura Classica (AICC) in collaborazione con varie sedi universitarie, si è svolto un evento ‘diffuso’ dal titolo “Le parole del latino”. Grazie all’impegno di Paola Moretti, di Nicola Pace e di chi scrive, anche a Milano si è tenuta una manifestazione all’interno di questi incontri. La manifestazione è stata realizzata online e aveva un carattere particolare: per decisione unanime degli organizzatori, non si è chiesto di intervenire a studiosi di fama o a professori e colleghi universitari, ma a dei giovani, tutti ventenni o, al massimo, trentenni, e tutti variamente connessi all’università, nei diversi ranghi di studente, dottorando, assegnista, collaboratore esterno. Se la giornata doveva mostrare la vitalità del latino, ci è sembrato giusto che a farsene carico fossero le ‘nuove generazioni’, a riprova che il latino è un testimone che permette di andare al di là delle barriere dello spazio (come dimostra l’uso di internet) e del tempo (come dimostra l’appartenenza dei relatori a una diversa generazione rispetto a quella degli organizzatori e di buona parte del pubblico).

    Riportiamo qui la registrazione (solo audio, per ragioni di ‘peso’ editoriale) degli interventi di quella giornata, e solo di quelli, omettendo cioè le parti di raccordo e la discussione finale. Le parole prese in considerazione, all’interno del pomeriggio, sono state tre, tutte connesse al tema prescelto dall’AICC per quest’anno, ossia ‘il linguaggio politico’: prudentia, alla quale si sono interessati Giacomo Ranzani e Chiara Formenti (in stretto ordine di apparizione); concordia, per la quale ascolteremo le voci di Giacomo Dettoni e Roberto Mori; victima, di cui ci parla Margherita Meroni. Come si vede, in due casi su tre più relatori si alternano sulla stessa parola. Anche questa è stata una scelta condivisa. Le parole del latino non sono solo ancora attuali, ma sono anche in grado di far discutere le persone fra loro!

    Le registrazioni sono in presa diretta. Per questo hanno piccole imprecisioni, rumori di fondo, interventi o riferimenti che acquisivano senso attraverso il video (ad esempio, il richiamo ai file di testi, che qui ho caricato sotto ogni intervento, e che possono essere fatti scorrere utilizzando le frecce in basso a sinistra di ciascun pdf). Delle piccole imperfezioni rimaste mi scuso, sia con i lettori che con i diretti interessati, ma spero che il valore degli interventi possa sopperire all’imperfezione dei loro esiti.

  • Mecilia (Catullo 113)

    Mecilia (Catullo 113)

    Offriamo una lettura domestica del carme 113 di Catullo; si tratta di un originario video, realizzato all’impronta nel mio studio di casa (e quindi con tutti gli inconvenienti di una registrazione dal vivo, incidenti inclusi), di cui qui viene estrapolata la sola parte audio, perché il video era troppo ‘pesante’ per gli spazi concessi dal server. Pensiamo che il carme, come detto anche nel file, benché discutibile nel contenuto, o forse proprio per questo, possa però essere presentato in una lezione, anche liceale, come esempio di scrittura semplice (da un punto di vista grammaticale, la maggiore complicazione sono due ablativi assoluti che servono di datazione) e tuttavia pur sempre pregnante di una morale e di un atteggiamento oggi auspicabilmente non più condivisi, e di un’idea di poesia intesa come comunicazione fra amici, che solo in un secondo momento si espande verso un pubblico non necessariamente preso in considerazione dal testo. Come diceva un personaggio di Emilio Tadini, proprio in riferimento a un (altro) carmen di Catullo, il 56, “non sapevo che i poeti si occupassero di certe cose – i poeti, più che luna e il canto degli uccellini eccetera, pensavo…”.

    Ecco innanzi tutto il testo del carme, ricavato dal sito Musisque deoque dell’Università Ca’ Foscari di Venezia:

    Consule Pompeio primum duo, Cinna, solebant

          Maeciliam; facto consule nunc iterum

    manserunt duo, sed creuerunt milia in unum

          singula. Fecundum semen adulterio!

    Ed ecco ora l’audio promesso:

    Segnalo che l’immagine di copertina è derivata dal dipinto di Jules-Arsène Garnier, Le supplice des adultères, datato 1876, oggi in collezione privata. Il dipinto raffigura la punizione di due adulteri sorpresi sul fatto e condannati a lasciare la comunità dopo pubblica flagellazione. In un certo senso, può costituire l’equivalente medievale di quanto Catullo fa con Mecilia, fermo restando che le frustate del poeta sono solo verbali e che il tono con cui si raccontano le imprese della donna non è necessariamente moralistico, di condanna (e non sono anzi escluse l’ammirazione e il darsi di gomito per l’impresa compiuta e l’abilità dispiegatavi).

  • Garibaldi a Gironico (CO)

    Garibaldi a Gironico (CO)

    Non ha goduto della meritata celebrità la bella pubblicazione curata da Roberta Piastri del De Redemptione Italica di Giovanni Faldella (Edizioni Mercurio, 2 voll., Vercelli 2011). Diciamo subito: Faldella, esponente ben noto della Scapigliatura Piemontese, negli anni che vanno dal 1915 al 1927 scrisse una storia del Risorgimento italiano, dal rientro di Vittorio Emanuele I a Torino (1814) all’annessione di Roma al Regno (1870). La scrisse in latino, giustificando variamente la sua scelta. Il latino nobilita e dà valore di epos all’impresa risorgimentale; il latino è sentito come lingua eterna, in grado di trasmettere il racconto al di là dei confini geografici e cronologici. Con uguale procedimento, in ambito diverso, ma non intenti davvero differenti, sappiamo oggi che sotto l’obelisco del Foro Romano venne sepolta, quasi come un messaggio in bottiglia da lasciare ai posteri, un’enfatica esaltazione del fascismo e del duce. Il latino, per la sua valenza storica, è stato caricato anche di questi segni!

    Sull’argomento riferisce ampiamente il dotto lavoro di Roberta Piastri, che pubblica il lungo testo latino, lo traduce, lo introduce, lo annota. Nel complesso, si tratta di due volumi di oltre 1200 pagine, ricche di spunti e di idee. Faldella era nato a Saluggia, oggi provincia di Vercelli, ma allora di Novara, nel 1846; non aveva partecipato in prima persona a nessuna delle imprese che racconta. Figlio di un medico, si era laureato in Giurisprudenza a Torino nel 1868, compiendo poi il suo praticantato nello studio di Luigi Ferraris, allora ministro nel governo Menabrea III (di durata semestrale circa: la brevità dei governi è dunque stata sempre endemica nell’Italia moderna, e non sembra dipendere davvero dalle forme costituzionali o dalle norme elettorali), a breve destinato a divenire sindaco del capoluogo piemontese (dal 1878 al 1882). Era uomo della Destra Ferraris, era spostato a Sinistra Faldella – naturalmente, Destra e Sinistra del tempo, che poco hanno in comune con le denominazioni odierne – per cui, terminato il praticantato, Faldella tornò al paese natio, vi svolse la libera professione, si diede ben presto all’attività politica, ma a partire da lì. Dal 1872 al 1908 fu nel consiglio provinciale di Novara; meno bene gli andò la carriera a livello nazionale: candidatosi come rappresentante della Sinistra nel collegio di Crescentino nel 1876 e nel 1880, entrambe le volte venne sconfitto e non riuscì ad accedere alla Camera del Regno; vi entrò solo nel biennio 1881-1882, in sostituzione del precedente eletto, passato dalla Camera al Senato (al tempo, si diveniva senatori a vita e per nomina regia). Ricandidatosi nel 1882, Faldella fu nuovamente sconfitto, e riuscì ad arrivare a Roma solo nel 1886. Rimase come componente della Camera per dieci anni, fino al 1896, quando a sua volta venne nominato Senatore. Morì a Novara nel 1928. Il De Redemptione è solo una delle sue molteplici opere letterarie, che includono testi teatrali, romanzi, cronache e resoconti giornalistici, e altri titoli di vario genere. Il suo prodotto (oggi) forse più famoso è Figurine, riedito nel 2006 da Alessandra Ruffino per “Interlinea”. Se non il più importante, è certo il più emblematico, fin dal titolo: Faldella non è uomo da narrazioni lunghe e distese, ma è capace di scrivere taglienti e sarcastici bozzetti, brevi scene che restano nella memoria e colgono lo spirito di un carattere e/o di una situazione. Ciò si avverte anche nel De Redemptione, che è agiografico negli intenti, ma non nella conduzione. Convinto che nella Storia serio e faceto si mescolino continuamente, Faldella coglie spesso l’elemento comico di personaggi e racconti del Risorgimento. Da fedele suddito sabaudo, direi anche che esercita la sua verve in particolare contro tutti gli ‘irregolari’, ossia contro coloro che, come Mazzini o Garibaldi, pur appartenendo di diritto alle figure essenziali di quella Storia, vi parteciparono da, diciamo così, ‘esterni’ all’apparato sabaudo (o almeno, anche da esterni). Più cauto, ma comunque sempre portato a cogliere gli eventuali elementi comici, è invece il giudizio sui ministri di Stato, sulle figure della dinastia regnante, sui loro più stretti collaboratori.

    Perché portare l’attenzione su questo testo? Perché penso che sia sfruttabile non solo come lettura colta, ma anche a scopi didattici. Il latino di Faldella è tendenzialmente corretto (qualche piccola svista è ravvisabile qua e là, soprattutto nell’uso dei pronomi). Non è banale, ma, naturalmente, è meno complesso di quello di un parlante nativo. Offre racconti spesso singolari, che hanno una loro compiutezza e, a scegliere opportunamente le pagine, anche una divertente piacevolezza. Faldella non pubblicò mai la propria opera, salvo brevi estratti su rivista. Le sue carte passarono, alla morte, per mani varie, approdando da ultimo alla Biblioteca Comunale di Torino, da dove la Piastri le ha tratte con lavoro encomiabile e paziente. Faldella pensava di inserire il De Redemptione in quella tradizione di epitomi di Storia Patria che aveva una lunga ascendenza, e che proprio nella Epitome Historiae Patriae di Tommaso Vallauri (1857) aveva, all’epoca, forse il risultato più alto (certo, il più noto). Faldella immaginava di continuare quella tradizione, allo stesso tempo proponendosi di ‘vivificare’ il latino con il racconto di vicende ancora relativamente recenti, da sostituire agli antichi racconti di battaglie fra popoli ormai scomparsi e quindi, a suo giudizio, poco interessanti per gli studenti del tempo. Oggi, forse, non la penseremmo così; però, mi è capitato di sentire raccontare che vengono ancora usati in classe letterature e trattati storici di inizio Novecento, per avvalersi del latino in cui sono scritti, così da fare lezione su testi ‘monolingue’: ma una letteratura e un trattato di Storia non possono essere solo forma, devono avere anche un contenuto, e le posizioni critiche di cento e passa anni fa non sono più sostenibili, nemmeno a livello estetico. Da parte sua, Faldella non offre una Storia continuativa, non pretende tanto: offre un repertorio di racconti e di temi, spesso divertenti, che nello stesso tempo mostrano con chiarezza il continuo riuso (ed abuso) dell’immaginario classico.

    Quanto ho detto, si può esemplificare con un brano a sé. Siamo al capitolo 11 del libro VII. Faldella sta raccontando quella che noi chiamiamo Seconda Guerra di Indipendenza, nel 1859. Protagonista della vicenda in esame è Garibaldi: attraversato il confine fra Piemonte e Austria a Sesto Calende, all’estremo sud del Lago Maggiore, egli sconfigge gli Austriaci a Varese e poi li insegue, con i Cacciatori delle Alpi, lungo la direttrice per Como. Qui, deviando dalla strada maestra, si scontra di nuovo con loro a San Fermo (oggi San Fermo della Battaglia), alle porte del capoluogo, e ne riporta una nuova vittoria, che spinge a ulteriore ritirata l’esercito nemico. La fascia settentrionale della Lombardia diventa così territorio sabaudo, e poi, a breve, italiano. Dopo la battaglia, Garibaldi si riposa come ospite della famiglia Raimondi, marchesi con vari possedimenti nella zona e ferventi avversari del governo austriaco. In particolare, a Gironico (sulla strada fra Varese e Como, l’attuale SP 17, detta, non per nulla, “Garibaldina”), viene accolto nella villa dei nobili amici, tuttora esistente. Poco prima della battaglia di Varese, stante il racconto di Garibaldi stesso, egli aveva incontrato, in veste di ‘staffetta’ animata da entusiasmi irredentistici, la giovane marchesina Giuseppina Raimondi (1841-1918), all’epoca non ancora diciottenne. Fra i due era scoppiata una scintilla (o almeno: il fuoco è certo dalla parte di lui, meno si capisce l’atteggiamento di lei), che avrebbe portato, il 24 gennaio dell’anno dopo, a celebrare le nozze, affrettate dal fatto che la marchesina attendeva un bambino, che peraltro nascerà morto. Il giorno delle nozze avviene l’imprevisto: subito dopo la loro celebrazione, Garibaldi viene accostato da un cugino della sposa, che gli recapita una lettera anonima, dalla quale si apprende che la marchesina è stata amante anche di altri uomini, fra cui, pare, il cugino stesso e un ufficiale dell’esercito, tale Luigi Caroli. Seguono un litigio, una scenata, l’abbandono del talamo nuziale. Le nozze saranno annullate nel 1880, esattamente vent’anni più tardi, consentendo a entrambi i contraenti di risposarsi con persone diverse e regolarizzare le nuove unioni maturatesi nel frattempo (Caroli, cui fu impedito di partecipare all’impresa dei Mille, venne invece accettato nel gruppo di garibaldini che, senza Garibaldi, parteciparono all’insurrezione della Polonia contro la Russia nel 1863; catturato e relegato in Siberia, vi morì nel 1865).

    Siamo fra il dramma e la farsa. Naturalmente, la dietrologia che ci è tipica non ha mancato di vedere in questo episodio un complotto contro Garibaldi, oppure la prova della dabbenaggine del medesimo, o ancora una fosca trama ordita dal cugino di lei, probabile autore della lettera anonima, al limite del peggiore melodramma. La cosa non ci interessa. Passati gli anni, e ormai morti e sepolti i protagonisti della vicenda, resta la situazione ‘boccaccesca’ e, alla fine, risibile, che vede tutti uscirne complessivamente sconfitti. Proprio per questo elemento, che è nel suo DNA narrativo, Faldella si compiace di raccontare la scena, di per sé non necessaria allo sviluppo del racconto. Eccone l’incipit:

    Est marchionissa ista Raimunda. Garibaldus autem potest ei dicere: «Si me non veterum commendant magna parentum nomina, mihi ex virtute nobilitas coepit… Mihi nova nobilitas est». Florebat marchionissa suis viginti veribus. Heros quinquagenarius et ultra. At placebat iuveni heroidi ille celsus super equum, liberaturus civitatem suam vultuque ita laeto, ut vicisse iam crederes Austriam usque ad Vindobonam. Videbatur arma resurgentis portans victricia Troiae. Erant Garibaldi dulces et caerulei oculi, rutilae comae, teres corpus, magica figura et tantum ad impetum valida. Erat benevolentia singularis, conciliandaeque hominum mulierumque gratiae ac promerendi amoris mirum et efficax studium. Facile iuvenis marchionissa omnes Garibaldo tribuit corporis animique virtutes, et quantas nemini contigisse satis credebat: formam et fortitudinem egregiam, ingenium praecellens.

    Questa la traduzione della Piastri: È una marchesa questa Raimondi. Garibaldi però potrebbe dirle: «Se non mi raccomandano i grandi nomi dei miei avi, ho tratto la mia nobiltà dal valore… La mia è una nobiltà recente». La marchesa era nel fiore delle sue venti primavere; l’eroe cinquantenne e oltre. Ma piaceva alla giovane eroina quello ritto sul cavallo, venuto a liberare la sua città e col volto così lieto che avresti potuto credere che avesse già sconfitto l’Austria fino a Vienna. Sembrava che portasse le armi vittoriose di una risorgente Troia. Erano dolci e celesti gli occhi di Garibaldi, rosse le chiome, ben tornito il corpo, affascinante la figura ed energica per un così grande assalto. Era di una singolare benevolenza e aveva una straordinaria ed efficace capacità di conciliarsi il favore di uomini e donne e di conquistarsi l’amore. Facilmente la giovane marchesa attribuì a Garibaldi tutte le qualità del corpo e dell’anima e quante credeva che non fossero toccate a nessun altro: una bellezza e un forza straordinarie, un’intelligenza superiore.

    Proviamo ora a lavorare sopra il testo. Credo che si possano dare due livelli di lettura, uno più rivolto alla sua scomposizione e comprensione elementare, l’altro a metterne in mostra i clichés narrativi. Partiamo dal primo livello. Direi che possiamo darci questo schema: operazione iniziale deve essere distinguere la struttura del testo; per fare questo, occorre individuare i connettivi che legano le frasi (e, quindi, il pensiero), così da seguirne l’andamento complessivo; va poi valutato chi sta parlando, quali sono la voce e il punto di vista da cui si guarda all’azione narrata, facendo emergere i segnali linguistici che aiutano nella ricerca; infine, i diversi snodi in cui si è così suddivisa la struttura vanno analizzati uno per uno, alla ricerca di quei segnali linguistici e, soprattutto, lessicali, che possano risultare portatori di giudizio, anche solo implicito.

    E dunque, vediamo di scomporre il testo nelle sequenze narrative:

    1) Est marchionissa ista Raimunda. …… 2) Garibaldus autem potest ei dicere: «Si me non veterum commendant magna parentum nomina, mihi ex virtute nobilitas coepit… Mihi nova nobilitas est». …… 3) Florebat marchionissa suis viginti veribus. Heros quinquagenarius et ultra. …… 4) At placebat iuveni heroidi ille celsus super equum, liberaturus civitatem suam vultuque ita laeto, ut vicisse iam crederes Austriam usque ad Vindobonam. Videbatur arma resurgentis portans victricia Troiae. …… 5) Erant Garibaldi dulces et caerulei oculi, rutilae comae, teres corpus, magica figura et tantum ad impetum valida. Erat benevolentia singularis, conciliandaeque hominum mulierumque gratiae ac promerendi amoris mirum et efficax studium. ….. 6) Facile iuvenis marchionissa omnes Garibaldo tribuit corporis animique virtutes, et quantas nemini contigisse satis credebat: formam et fortitudinem egregiam, ingenium praecellens.

    Torniamo ora ad analizzarle una per una:

    Est marchionissa ista Raimunda. Affermazione, secca, perentoria, che serve a introdurre il personaggio e a metterne in evidenza il tratto che più la segnala, ossia il titolo nobiliare (al quale non terrà fede con il suo comportamento) – marchionissa è ovviamente termine del latino medievale e moderno; la sua collocazione a sinistra della frase (d’ora in poi, sx), accanto al verbo est, ne accentua il risalto, insinuando che questo possa essere stato un motivo di particolare attrattiva.

    Garibaldus autem potest ei dicere: «Si me non veterum commendant magna parentum nomina, mihi ex virtute nobilitas coepit… Mihi nova nobilitas est». La presenza di autem indica il cambio di prospettiva, dalla marchesina a Garibaldi, non a caso dislocato a sx, all’inizio della frase. Lei è nobile per nascita ed educazione, la nobiltà (o celebrità? Il valore classico di nobilitas) di lui è recente e frutto delle sue stesse azioni (è un self-made man, per dirla in linguaggio moderno). Il latino classico però non esalta la novitas, né sociale né comportamentale e l’insistenza su nova, in gioco allitterante con nobilitas, sembra rimarcare un simile dato. A sottolineare la pomposità della vanteria del Generale, Faldella presenta infatti anche una citazione da Ovidio, Amores I 3, 7-8. Ovidio non è autore che ci si aspetta far parte dell’orizzonte di letture di Garibaldi (che infatti potest dicere, ma certo non avrà detto davvero così). Nel passo citato, il poeta si celebra come figlio di un semplice eques, che spera di fare sua la puella appena conquistata, auspicando di esserne ricambiato nella passione, ora e negli anni a venire, dal momento che lei saprà riconoscere in lui qui pura norit amare fide (il che, applicato alla situazione di Garibaldi e agli esiti che si conoscono futuri, ha tratti convenienti, ma un sottofondo di amaro sarcasmo).

    Florebat marchionissa suis viginti veribus. Heros quinquagenarius et ultra. La dislocazione a sx del verbo principale sottolinea il cambio di argomento: si parla dell’età dei due ‘innamorati’, nettamente segnalata dalla contrapposizione dei numeri: venti primavere (= anni) per lei, lui è quinquagenario e oltre (Garibaldi era del 1807, lei del 1841, in realtà: qui siamo fra estate 1859 e inizio 1860). La forte differenza d’età avrebbe dovuto mettere in guardia Garibaldi, ma così non è stato.

    At placebat iuveni heroidi ille celsus super equum, liberaturus civitatem suam vultuque ita laeto, ut vicisse iam crederes Austriam usque ad Vindobonam. Videbatur arma resurgentis portans victricia Troiae. L’inizio con at segnala un forte stacco da quanto precede. Qui sono elencate le virtù fisiche di Garibaldi, così come le vede la marchesina (per questo dislocata a sx, con l’ironico herois a qualificarla, femminile del precedente heros appena usato per lui: la Raimondi è impetuosa a parole e per disposizione d’animo, ma poco o nulla ha fatto per i combattimenti; lui si è conquistato nobilitas tramite la virtus, in perfetto accordo con gli stilemi classici e la definizione tradizionale di heros). L’ampliarsi delle azioni di Garibaldi è a climax e arriva fino all’iperbole derisoria: Garibaldi sembra un nobile guerriero in posa classica, alto sul cavallo, sembra avere già conquistato Como, anzi sembra avere già conquistato perfino Vienna, quando in realtà non ha conquistato ancora nemmeno Como (liberaturus, futuro di intenzionalità)!

    Erant Garibaldi dulces et caerulei oculi, rutilae comae, teres corpus, magica figura et tantum ad impetum valida. Erat benevolentia singularis, conciliandaeque hominum mulierumque gratiae ac promerendi amoris mirum et efficax studium. La dislocazione a sx del verbo sottolinea di nuovo il cambio di argomento. Ora non siamo più nel punto di vista (d’ora in poi, pdv) della marchesina, ma è il narratore esterno che ci dice le qualità di Garibaldi. La ripetizione, con lieve variazione, erant…erat distingue qualità fisiche e qualità morali. Si tratta di un ritratto ideale d’eroe, secondo stereotipi e cliché già propri della retorica antica.

    Facile iuvenis marchionissa omnes Garibaldo tribuit corporis animique virtutes, et quantas nemini contigisse satis credebat: formam et fortitudinem egregiam, ingenium praecellens. Il commento finale del narratore è riassunto dall’avverbio facile, che – come tutti gli avverbi e gli aggettivi qualificativi – porta in sé l’idea di un giudizio autoriale: date le premesse di prima, era ovvio che la marchesina si innamorasse o si fingesse innamorata di Garibaldi, di cui sono di nuovo riassunte le qualità, con formula tipica della retorica antica (e di nuovo distinte in doti fisiche – forma et fortitudo – e doti morali – ingenium). È un gioco della seduzione reciproca, anche se la seduzione della marchesina è, con il senno di poi, assai dubbia, e il tono della narrazione sfocia più volte nell’ironico e nell’iperbolico (l’iperbole è una delle forme riconosciute della comicità).

    Se ora vogliamo tornare sul passo per metterne in evidenza gli elementi costitutivi, possiamo osservare come nel capitolo in questione, Faldella presenti il ritratto ideale di Garibaldi quale eroe che rispetta tutti gli stereotipi dell’eroismo e della kalokagathìa fissati dalla tradizione antica, greca e latina. Si tratta però di un ritratto in cui il punto di vista dell’Autore si mescola con quello (interessatissimo) della marchesina Raimondi, e nel quale certi elementi ironici – in particolare, l’uso smaccato delle iperboli e alcune scelte di vocaboli ambigui, nel diverso significato che hanno in antico e in moderno – preludono già a quell’elemento tragicomico che, come sappiamo, affiorerà con le nozze future. Garibaldi è così allo stesso tempo celebrato e messo a distanza, come succede per tutti gli altri ‘irregolari’ che pure hanno contributo all’idea risorgimentale, e che dunque Faldella non deride mai troppo apertamente, ma di cui non condivide nemmeno fino in fondo il ruolo. E’ bello, alto, biondo/rossiccio, dagli occhi azzurri, il corpo agile e forte. La sua forma prelude alla fortitudo, che è dote fisica, ma anche morale, “et est virtus animi qua labores suscipiuntur considerate et dolores constanter perferuntur” (Forcellini), un’immagine ideale del combattente, una virtus imperatoria in sommo grado (Cic. Pro lege Manilia 29), ma utilissima anche, nel suo valore figurato, agli interessi della marchesina e della situazione contingente. Dalla fortitudo si passa facilmente all’ingenium, tanto praecellens quanto quella era ingens, che è l’insieme delle doti naturali che fanno dell’uomo virtuoso un uomo virtuoso (e del babbeo un babbeo, secondo che si consideri). Garibaldi, dal canto suo, ha però una volontà di piacere, che dovette essere allettata dall’idea di essere piaciuto a una donna tanto più giovane, e nobile, e politicamente attiva e disinibita (secondo il racconto delle di lui Memorie gli si era presentata a Varese da sola, senza altra scorta che quella di un sacerdote di casa), ma che finisce per essere, in un certo senso, il suo tallone d’Achille, ciò che non lo mette in guardia dalla disparità di situazione e dai rischi che essa poteva comportare (e che, nei fatti, si dimostrerà comportare). In questo gioco delle parti si consumano insomma, da un lato gli ideali antichi, dall’altro le vanità moderne, che in nome di quegli ideali e di una loro (improbabile) riproposizione nel nuovo tempo vanno incontro a guai e disfatte. Il testo ha perciò sì una superficie leggera, ma nasconde ugualmente una drammatica verità.