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Aphorismus

Benché l’infinito greco aforizein significhi delimitare, definire, enucleare, è paradossalmente quasi impossibile stabilire che cosa sia un aforisma, in tedesco Aphorismus, microgenere in prosa, su cui non si è mai giunti a definizioni che riescano ad avere ragione di tutte le innumerevoli variabili in cui questo genere letterario di estensione limitata, questa forma di “sermo brevis”, si può presentare.
L’unica qualità dell’aforisma su cui tutti insistono è la compressione, la concisione, la riduzione a un numero minimale di parole; ci sono tuttavia brevi composizioni in prosa che si presentano come autentici microsaggi e vengono comunque chiamati dagli autori aforismi. In molti casi una netta linea di demarcazione fra l’aforisma e altri generi affini è in pratica impossibile, perché esso può mostrare molte analogie con il frammento (Fragment), la massima (Maxime), il motto (Spruch) la sentenza (Sentenz) e così via, tutte forme espressive che, come l’aforisma, si possono leggere singolarmente, sganciate da un più ampio e preciso contesto.
Quando si pensa al frammento si pensa a qualcosa di non finito, di interrotto prima della conclusione; ma la maggior parte dei frammenti che ci sono stati tramandati contengono in verità brevi argomentazioni in sé conchiuse, frutto di lunghe riflessioni e a loro volta stimolo per il lettore a riflettere su determinati temi o soggetti. Il frammento presenta di solito una lunghezza maggiore rispetto all’aforisma canonico, non ha tuttavia la ferma intenzione didattica che spesso ha invece la massima, caratterizzata, come la sentenza, da un tono deciso e perentorio, che non ammette discussioni o repliche. Più ironico e autoironico può al contrario suonare il detto o motto, frase spiritosa e arguta che può assumere anche forma lirica; si presenta allora come una breve poesia, vicina, in questo caso, all’epigramma (Epigramm), genere classico della gnomica, composto da pochi versi, spesso da un unico distico in rima, dal contenuto sagace. Il tratto vivace e insieme acuto distingue anche l’aforisma che, pur essendo in prosa, non di rado è giocato su anafore, rime interne e assonanze che gli conferiscono, pur nella brevità, un ritmo accelerato se non decisamente incalzante.
Se è impossibile delineare con chiarezza i limiti morfologici dell’aforisma, neppure facile è caratterizzarlo rispetto ai contenuti e alle finalità, perché esso si confronta con ogni genere di tema possibile, anche perché esso assume connotazioni peculiari secondo lo spazio in cui si sviluppa. Quanto all’argomentazione, l’aforisma non disdegna nessun tipo di soggetto e può passare da temi mediocri della quotidiana alla teologia, dal campo culinario alla filosofia trascendentale; e altrettanto diversificato può esser il suo scopo: un aforisma può voler indurre a riflettere mettendo in dubbio qualcosa di assodato, oppure comunicare in forma brillante e inusitata qualche principio arcinoto per ribadire il suo messaggio in maniera nuova. In questo secondo caso è assai vicino al proverbio (Sprichwort) o al modo di dire (geflügeltes Wort), generi dai quali per lo più si differenzia per il suo carattere (anche lessicale) meno ovvio e meno popolare, sempre attento a non scadere nella banalità del luogo comune (Gemeinplatz); l’aforisma poi può essere serio o faceto, e a volte tanto divertente e divertito da non differenziarsi granché dalla battuta di spirito (Witz). Il problema della definizione del genere aforistico, che per l’affinità e le molteplici interferenze con tanti altri generi affini non potrà mai trovare una formulazione univoca, è uno dei quesiti centrali che si pongono gli stessi scrittori d’aforismi, che non di rado tentano di delinearne la peculiarità in forma tautologica, ossia con aforismi sull’aforisma. Le dichiarazioni sono molteplici: stando al filosofo Friedrich Nietzsche „L’aforisma è la forma dell’eterno in letteratura“, mentre secondo la baronessa morava Marie von Ebner-Eschenbach ”Un aforisma è l’ultimo anello di una lunga catena di pensieri”; per il prosatore branenburghese Theodor Fontane (1819-1898) “Un buon aforisma è la saggezza di un libro intero in un’unica frase”, mentre per il caustico saggista e giornalista austriaco Karl Kraus “Un aforisma non coincide mai con la verità, è o una mezza verità o una verità e mezza”. E ancora: „Aforisma: la minima totalità possibile“, nell’opinione del romanziere Robert Musil (1880-1942); „Un buon aforisma è un universo in una goccia d’acqua” secondo il narratore Martin Kessel (1901-1990); ”L’aforisma è qualcosa come il matto di corte della poesia. Si avvicina volentieri alla verità con salti e capriole”: questo sostiene invece il drammaturgo Sigmund Graff (1898-1979). Insomma, per dirla con lo scrittore austriaco-israeliano Elazar Benyoëtz (*1937): “Il limite dell’aforisma – la sua irriducibilità”.

Come si vede, nelle esternazioni degli scrittori d’aforismi sull’aforisma si possono trovare posizioni assai lontane, che sottolineano di volta in volta l’aspetto speculativo o quello creativo di questo microgenere, che suscita disagio anche per la sua difficoltà di collocazione, perché non si sa mai bene se lo si debba considerare prodotto della filosofia o della letteratura.
La discussione critica sull’aforisma si concentrò fina dal primo Novecento su questo suo ibrido aspetto disciplinare: „L’aforisma sta a metà fra scienza e arte; richiede la lucidità spirituale del pensatore e il temperamento passionale dell’artista” (Walter Wehe). Indubbio è tuttavia che presso alcuni autori il tratto riflessivo ha il sopravvento su quello inventivo e viceversa. Questo bipolarismo di fondo ha indotto per esempio Franz H. Mautner a distinguere gli aforismi in due categorie basilari: quelli basati sullo „Einfall“, su un’intuizione improvvisa, e quelli invece fondati sulla „Klärung“, ossia che sono il frutto di una lunga riflessione la quale giunge d’un tratto al suo conciso compimento. Questa duplice classificazione spinge Mautner a vedere nello scrittore d’aforismi “un tipo di personalità particolare“, in cui il pensiero razionale si fonde con una tendenza all’irrazionalità che si manifesta nel bisogno di riflettere sulla religione, la mistica, la natura, la lingua.
Anche la vastità dei temi trattati contribuisce a fare dell’aforisma un genere sfuggente, allergico a ogni tentativo di sistematizzazione. Questa sua ritrosia a lasciarsi imbrigliare dentro griglie teoriche precise ha reso l’aforisma sospetto a molti intellettuali, che lo considerano adatto a ciarlatani e pseudocolti, ansiosi di ridurre il loro sapere a qualche citazione d’effetto, ma incapaci di concentrarsi su letture più impegnative e di più ampio respiro. Troppo riduttivo sarebbe tuttavia confondere brevità con superficialità, soprattutto se si tiene presente che Robert Musil, autore di uno dei romanzi più ampi del Novecento, Der Mann ohne Eigenschaften [L’uomo senza qualità], un “frammento” lungo più di mille pagine, fu anche autore di aforismi, quasi suo malgrado, in quanto, come altri suoi colleghi, provava una certo imbarazzo di fronte a questo genere che anche ai suoi occhi non era “né carne, né pesce” e forse, come molti ancora sostengono, non possedeva autentica dignità letteraria. Fra gli stessi scrittori d’aforismi è infatti spesso evidente un malessere, che fa loro considerare questo aspetto della loro creatività quasi un peccato, come qualcosa di secondario e insignificante rispetto alla loro vera opera. Nonostante tutte queste riserve, l’aforisma è un genere che, a partire dall’antichità, non ha mai cessato di essere coltivato, pur trovando detrattori persino fra i suoi stessi autori.

Irrisolto resta comunque il problema di una sua definizione. Molti sono stati i tentativi di delineare l’aforisma nelle sue peculiarità; sulla sua attribuzione si sono andate formando due principali scuole di pensiero che vedono l’aforisma precipuamente come prodotto della letteratura – fondamentale in questo senso la monografia di Harald Fricke -, ovvero della filosofia - come sostengono Gerhard Neumann e i suoi discepoli - anche se, a ben guardare, l’aforisma è un genere interdisciplinare per eccellenza, perché si sa fare contenitore di esternazioni relative a qualsiasi materia, dall’etica all’antropologia, dalla poesia alla metafisica, dalla biologia alla politica. Sembra quindi aver ragione Claus Wendt quando sostiene che “l’aforisma è l’aglio della letteratura, un’antichissima pianta curativa” che i colti insieme amano e disdegnano, perché è allo stesso tempo fetente e benefico, un ingrediente accessorio dal punto di vista culinario, ma in grado di rendere le pietanze particolarmente saporite e succulente.

La discussione sull’appartenenza dell’aforisma a questo o a quel campo dello spirito umano, destinata come quella di una sua definizione a non trovare una soluzione unitaria e definitiva, prende le mosse dal fatto che l’aforisma di per sé nasce all’interno delle scienze naturali, come testo esplicativo di alcune intuizioni o risultati della medicina. I primi aforismi della letteratura occidentale vengono considerati quelli composti nel 400 a.C. dal medico greco Ippocrate; si tratta di una serie di brevi istruzioni a carattere pratico-scientifico, intitolate semplicemente “Aphorismoi”, dal dichiarato intento didattico immediato. Scopo pedagogico si prefiggeranno in seguito gli aforismi, in questo caso di contenuto filosofico, di Erasmo da Rotterdam, Francis Bacon e avanti fino a Schelling.

Nonostante questi tre filosofi del nord siano stati egregi rappresentanti del motto breve e conciso, intelligente e brioso, l’aforisma è tuttavia, almeno nei secoli passati, un classico delle letterature romanze, che solo nel tardo Settecento si impone anche nel mondo di lingua tedesca. Per la concezione moderna del genere aforistico fondamentale fu il contributo di autori come gli spagnoli Pérez e Gracián e, ancor di più, quello dei cosiddetti moralisti francesi, con le loro sentences, réflexions e maximes morales. Al più noto fra loro, La Rochefoucauld, molto deve colui che viene considerato il fondatore dell’aforistica tedesca: Georg Christoph Lichtenberg (1742-1799). Anche per via della sua cagionevole salute – era stato reso gobbo da una grave forma di rachitismo infantile e per di più soffriva di insufficienza polmonare – Lichtenberg intraprese la carriera dell’erudito; compì studi di matematica e scienze naturali, diventando professore di fisica sperimentale presso la prestigiosa università di Göttingen. Illuminista convinto e assetato di verità, Lichtenberg fu scienziato impegnato e combattivo, divulgatore scientifico di ottimo livello e scrittore satirico di successo presso i contemporanei. Alla posterità, tuttavia, il suo nome è giunto grazie alle millecinquecento pagine di appunti, raccolti in trentacinque anni e pubblicati in gran parte soltanto postumi, che vengono definiti in blocco aforismi, benché tali siano solo in minima parte. Si tratta infatti di una raccolta assai variopinta di pensieri, battute pungenti, considerazioni su letture, aneddoti, curiosità di vario genere, giochi di parole, riflessioni, nonché osservazioni su questioni scientifiche. Lichtenberg abbraccia insomma nei suoi pensieri tutti gli ambiti dell’umano sapere in questo ricco florilegio che ha i suoi precedenti nell’abitudine pietistica di collezionare giornalmente in quaderni le proprie riflessioni. Da questi Sudelbüchern emerge con chiarezza il desiderio di Lichtenberg di superare la scissione fra cultura scientifica e cultura umanistica, perseguito con tenacia e con grande capacità di esporre in maniera sintetica e convincente, pur nella brevità e nella voluta asistematicità; nel sogno di una restitutio ad integrum di queste due sfere, tema tornato al centro della discussione intellettuale con l’avvento della civiltà tecnologica, fa di Lichtenberg un pensatore di grande modernità. Per la caratteristica della sua scrittura, l’arguzia delle sue battute e la sua maestria linguistica, Lichtenberg è considerato il padre dell’aforisma in lingua tedesca, genere che dopo di lui viene coltivato con acribia anche dai romantici, primi fra tutti dai due amici Friedrich Schlegel e Novalis.

Fondatore con il fratello August Wilhelm della rivista Athnäeum, il foglio ufficiale della scuola romantica tedesca, Friedrich Schlegel (1772-1829), scrittore fertile e poliedrico, diede voce su questo organo di stampa, diventato poi quasi leggendario, alla proprio anticonformismo intellettuale – da alcuni giudicato sfrontato e licenzioso – anche mediante una serie di frammenti che contengono i canoni teorici del romanticismo. Qui compare tra l’altro il frammento che definisce la poesia romantica “progressiva e universale” (Frammento 116), ossia tale da inglobare tutti i generi letterari e insieme animata da un desiderio di infinito, destinato a rimanere inappagato. Nonostante la sua frenetica attività intellettuale, Friedrich Schlegel deve la sua notorietà presso i posteri soprattutto a questi suoi aforismi, in cui si rivela cultore di una forma opposta a quella conchiusa di un sistema, ossia fautore di una maniera espressiva aperta e in continua evoluzione come il corso della storia e sostenuta dalla coscienza dell’insuperabile dicotomia fra essere e senso, volontà e sapere.

Diviso fra la concretezza di una professione tecnica (era ingegnere minerario, impiegato presso le saline della Turingia) e gli spazi eterei della poesia e della religione, Novalis (pseud. di Georg, Friedrich, Philipp von Hardenberg, 1772 1801) auspicò nei suo scritti il ritorno a una dimensione divina, a una nuova età dell’oro e attribuì alla poesia il compito di superare dialetticamente il divario fra spirito e natura. Espresse il suo pensiero e il suo programma in una serie di “frammenti mistici”, caratterizzati dall’ansia di una sintesi superiore delle fondamentali antinomie dell’esistenza, che Friedrich schlegel pubblicò sull’”Athenäum” con il titolo di Blüthenstaub [Polline, 1798]. Scritti all’indicativo presente e caratterizzati da un tono apodittico, i frammenti sono di fatto concepiti come brevi testi provvisori e provocatori, animati dall’intenzione di indurre il lettore a trovare da sé il principio unitario trascendentale che lega le frasi della raccolta, allineante in maniera all’apparenza sganciata da una precisa, unica finalità. Tutta alla politica è invece dedicata la raccolta Glauben und Liebe [Fede e amore, 1798], dove Novalis abbozza un nuovo concetto di potere dopo la rivoluzione francese, delineando un’immagine del regnante che è una via di mezzo fra un monarca e un repubblicano, un despota e un poeta. Questo progetto politico utopico espresso in frammenti, come il resto dell’opera di questo poeta, è espresso da una serie di immagini enigmatiche e di simboli che tanto affascinarono in seguito alcuni fra i cultori posteriori dell’aforisma, quali Hugo von Hofmannsthal o Rudolf Pannwitz.
Friedrich Schlegel e Novalis sono infatti i nobili modelli a cui si ispirarono gli scrittori d’aforismi dell’intero Ottocento; in questo ambito alla fine del diciannovesimo secolo si distinsero due scrittori agli antipodi, Friedrich Nietzsche e Marie von Ebner-Eschenbach; con loro l’aforisma raggiunse quella dimensione classica che a sua volta fece scuola presso gli autori del ventesimo secolo. Fra i contemporanei di Schlegel e Novalis meritano menzione ancora, per la loro produzione aforistica, Johann Gottfried Seume (1763-1810), e Johann Wolfgang v. Goethe (1749-1832). Gli aforismi di Seume, intellettuale e militare dalla vita avventurosa, furono scritti e raccolti nel corso del primo decennio dell’Ottocento, ma poi, in gran parte censurati e oggi ingiustamente dimenticati, furono pubblicati in forma completa soltanto postumi nel 1869 con il titolo di Apocryphen [Apocrifi]. Nel suo dichiarato enciclopedismo Goethe , pensatore non sistematico, non poteva non trovare nell’aforsima un genere a lui congeniale. All’interno del romanzo Die Wahlverwandtschaften [Le affinità elettive, 1809] Goethe pubblicò per esempio una serie di motti tratti dal diario di Ottilie, mentre soltanto postuma, nel 1910, uscì la raccolta Maximen und Reflexionen [Massime e riflessioni] che contiene brevi esternazioni e riflessioni su ogni genere di disciplina. Goethe, infatti, amava fissare in aforismi anche i risultati delle sue indagini in ambito scientifico – erano ricerche che andavano dall’anatomia umana alla botanica, dall’ottica alla meteorologia - non perché fosse un empirico metodico, ma perché la forma breve dell’appunto e della intuizione estemporanea gli apparivano meglio corrispondere all’”ordine mobile” della natura, in perenne evoluzione.
Pensatore della “ewige Wiederkunft des Gleichen”, dell’”eterno ritorno dell’uguale”, inteso come analogo e non come identico, anche Friedrich Nietzsche (1844-1900) nutrì una particolare predilezione per il frammento e l’aforisma. Poiché concepiva ogni riflusso storico non come il ripristino statico di un momento già sperimentato, ma come un suo riproporsi in forma analogica, sempre passibile di una nuova “Umwertung”, di una nuova trasvalutazione, nulla nel suo pensiero poteva giungere a una sintesi definitiva. Anche per questa ragione l’intera sua opera risulta costruita su una serie di aforismi, su frasi che sono insieme compiute e provvisorie, che suonano come inconfutabili e oracolari e lasciano quindi sempre aperta la possibilità di una modifica; si pensi alla produzione matura di Nietzsche, da Morgenröthe [Aurora, 1881] a Die fröhliche Wissenschaft [La gaia scienza, 1882] e avanti fino alle criptiche asserzioni del profeta protagonista del “libro per tutti e per nessuno” Also sprach Zarathustra [Così parlò Zarathustra, 1883-1885], le cui esternazioni assomigliano a un altro genere della prosa breve che ha non poche affinità con l’aforisma, l’indovinello (Rätsel). Su catene d’aforismi di è strutturato anche il volume Jenseits von Gut und Böse [Al di là del bene e del male, 1886], dove c’è una maggiore concatenamento degli argomenti trattati, perché questo libro, secondo quanto spiega il filosofo stesso nella sua biografia Ecce homo (composta nel 1888, ma pubblicata solo postuma nel 190), voleva essere essenzialmente una „critica della modernità, non escluse le scienze moderne, le arti moderne e persino la politica moderna“.
Un atteggiamento assai meno rivoluzionario e distruttivo caratterizza invece la produzione aforistica di Marie von Ebner-Eschenbach (1830-1916), più pacata e sommessa nelle sue esternazioni e anche per questa ragione ingiustamente sottovalutata dalla critica, in virtù di un radicato pregiudizio, secondo il quale l'aforisma sarebbe una forma d'espressione squisitamente maschile. A questo si + aggiunto un ulteriore preconcetto: dato che attorno alla figura di questa scrittrice si è andato cristallizzando nel corso del Novecento uno stereotipo che la definisce, un po' troppo semplicisticamente, "Dichterin der Güte", ossia "poetessa della bontà", anche la sua produzione aforistica ha finito per essere letta in quest’ottica faziosa. La mentalità occidentale, del resto, da Platone in avanti, identifica nell'uomo il depositario della logica e considera invece la donna la personificazione dei moti del cuore.
Lo stesso Lichtenberg in uno dei suoi aforismi afferma: “La natura fa agire la donna secondo il sentimento, non secondo principii”. Il pregiudizio trova continuità fino agli inizi del Novecento, tanto che persino in uno scrittore come Peter Altenberg (1859-1919), considerato sostanzialmente un esponente della ginolatria, ossia un autore che mostra di possedere un vero e proprio culto della donna, si incontrano più spesso detti sulla adorabile stupidità delle fanciulle e delle giovani signore che non elogi alle loro capacità dialettiche. Con i suoi aforismi, intitolati semplicemente Aphorismen, pubblicati per la prima volta nel 1880 e in seguito variamente ampliati, la Ebner-Eschenbach sfata questo mito e non solo dimostra di saper pensare, ma anche di essere una delle interpreti più schiette e lineari di questa forma breve. Benché non lo abbiano mai ammesso pubblicamente, molti scrittori di area asburgica della generazione successiva, devono molto a questa autrice per quanto riguarda la loro produzione aforistica. All’inizio del Novecento l’aforisma conosce infatti un’autentica fioritura presso molti scrittori austriaci; certo, l’affinità dei loro detti e motti con quelli della Ebner-Eschenbach si limita al piano formale, perché scrittori come il caustico Karl Kraus (1874-1936) o il lucido diagnostico Arthur Schnitzler (1862-1931) non perseguono affatto come lei finalità pedagogiche, ma concepiscono le loro mordaci o scettiche battute come mezzi di mascheramento di una morale borghese ipocrita e repressiva di ogni vero slancio vitale. Ancora diverso è il valore che altri scrittori attribuiscono alle proprie raccolte d’aforismi. Pensato quasi come un breviario personale è il Buch der Freunde [Libro degli amici, 1921] di Hugo von Hofmannsthal (1874-1929), dove il poeta raccoglie pensieri propri e altrui; carattere più intimistico hanno le asserzioni aforistiche del tormentato Franz Kafka (1883-1924), mentre vuol essere strumento di resistenza ai nazisti in ascesa la raccolta, in gran parte aforistica, Deutschland, Deutschland über Alles [Germania, Germania sopra ogni cosa, 1929] di Kurt Tucholsky (1890-1935), una sorta di guida politica democratica, pubblicata quattro anni prima dell’ascesa al potere di Hitler. Contenuti e scopi dell’aforisma possono essere dunque assai diversificati, benché questo genere, che continua a trovare amatori fino ai nostri giorni, presenti, sul piano formale, alcuni aspetti che ricorrono con grande frequenza e che hanno indotto Elias Canetti (1905-1994) - altro grande cultore della “rapidità dello spirito” e infaticabile collezionista di aforismi, raccolti con il titolo di Aufzeichnungen [Appunti, 1965–1973] – a sentenziare con la sottile ironia che contraddistingue il suo stile: “Leggendo i grandi autori di aforismi, si ha l'impressione che si conoscessero tutti bene fra loro.” In effetti, sia che siano scritti in una lingua piana e accessibile come quelli di Marie von Ebner-Eschenbach o presentino tratti sibillini e orfici come quelli dell’amico di Hofmannsthal Rudolf Pannwitz (1882-1969) gli aforismi presentano una tendenza generale a ricorrere a determinate figure retoriche, prime fra tutte l’antitesi, la similitudine e il paradosso, che confermano la vocazione tradizionale di questo genere a una struttura bipartita. Fondamentale è poi l’incatenamento delle parole, basato su assonanze, parallelismi, allitterazioni e su un poliedrico gioco di associazioni ed evocazioni che rendono spesso gli aforismi intraducibili. Più flessibile invece è il concetto di compressione che dovrebbe caratterizzare questo genere, in cui si passa da una massima brevità a lunghe riflessioni che fanno legittimamente dubitare che fra le peculiarità costanti dell’aforisma vadano annoverate spontaneità e improvvisazione.

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