The Utility of Replication

The utility of replication: Exploring the impact of corporatism and consensualism with multiple models, methods, and operationalizations. SAGE Research Methods Cases. 2019 doi:10.4135/9781526475541

Replicating the work of others is much more useful and challenging than is generally acknowledged. In this case study, I review the multiple replications that I had to perform to investigate the relationship between consensualism and corporatism that represented a constitutive element of Arend Lijphart’s analysis of the performance of opposite patterns of democracy. The replication exercise was part of my own contribution to that topic, but it was further prompted and expanded by the comments and suggestions received from the journal’s referees. I here produce a first classification of types of replication, underlining the aim and helpfulness of each of them.

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Compliance with EU Norms

Compliance with EU Norms. Not a «One-Size-Fits-All» Problem
Rivista Italiana di Politiche Pubbliche
n. 3/2018, pp. 403-434, DOI: 10.1483/91560

Most compliance studies share the epistemological assumption of the existence of a one-best-way assuring good transposition and implementation of EU norms, and, symmetrically, a set of variables that homogeneously produce problems and failures.
Alternatively, in the article we will elaborate on the idea of different paths to (non-)compliance, adopting a qualitative comparative perspective. We will test this intuition using data on compliance levels in the fifteen EU member states. Our methodological exercise shows the existence of two sets of remote conditions – resembling  the distinction between Westminster and Consensus democracies – that enhance non-compliance. Within those institutional set-ups, different combinations of proximate conditions trigger that  outcome. Some factors even play the opposite role in the two contexts, thus suggesting to reconsider the mentioned one-size-fits-all assumption.

Online appendix

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Making sense of pollsters’ errors.

An analysis of the 2014 second-order European election predictions.

(click on the title to be brought to the article)

Pollsters have been recently accused of delivering poor electoral predictions. Maybe this allegation is not entirely correct, as Will Jennings and Cristopher Wlezien argue in a quantitative analysis published in Nature Human Behavior. Yet some substantial and politically important blunders are undeniable, and, for commentators and the public at large, it is irrelevant if those errors are outliers or indicative of a deteriorating quality of pollsters’ work. Can we learn something from those errors, and make sense of them using well-established theories of electoral behaviour? This is the question that we have addressed in a recent article that will be published in the Journal of Elections, Public Opinion & Parties. Our answer is largely affirmative.

jepop

 

Predicting electoral results is not a straightforward process that simply requires computing frequencies from standard questions. A series of corrections, adjustments and use of post-stratification weights, developed and fine-tuned through several rounds of elections, are needed in order to produce plausible guesses in regard to actual voting behaviours. These improvements have been guided not only by sound statistical know-how but also by the conscious application of deep understanding of the electoral process. In a word, by ‘theory’. We argue that, due to the swift transformations of political systems, and the recent periods of social unrest, we have failed to update this deep knowledge of our changing environment, thus producing less efficient corrections and, ultimately, less precise predictions.

We test this idea of the need for a theory-driven tuning of pollsters’ analyses by checking all the predictions made for the 2014 European election in the 28 EU member states. In that event, the theory of second-order election argues that incumbent parties should lose ground, especially if in the middle of the electoral cycle, while small, new and Eurosceptic parties should succeed in the ballot. If pollsters had failed to include this election-specific knowledge, then they would have had overestimated the former parties and underestimated the latter. Using several measures of the accuracy of those party predictions, our analysis confirms this expectation. Making (theoretical) sense of those errors is reassuring for political science, since it reflects the need for a disciplined and systematic investigation of social dynamics. Yet it is also a challenge, especially if the unparalleled turbulent times in which we live continuously shake the consolidated knowledge of those same dynamics.

Dataset and codebook

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PD – Italia 2018. L’economia non basta. O forse sì.

L’economia va bene, eppure il principale partito di governo – il Partito Democratico di Letta, Renzi e Gentiloni – perde sonoramente alle urne. L’elezione italiana del 2018 sembra essere un caso lampante di falsificazione di una ipotesi assai diffusa in scienza politica, quella sostenuta dalla cosiddetta teoria del voto economico. Questa afferma infatti che gli elettori valutino retrospettivamente l’operato dell’esecutivo sulla base dell’andamento dell’economia e, a seconda del loro giudizio, premino o puniscano il partito alla sua guida. I risultati del 4 marzo, in cui il PD ha perso oltre il 10% dei consensi dell’elettorato nonostante il confortante andamento dei principali indicatori macroeconomici, contraddicono palesemente queste aspettative. Diversi commentatori argomentavano già prima delle elezioni che “la ripresa economica non sarebbe stata decisiva per il voto”.

Vi sono diverse ragioni per cui le cose non sarebbero andate come previsto dalla teoria. Le percezioni pubbliche possono essere disallineate, o semplicemente in ritardo, rispetto al reale andamento degli indicatori macroeconomici. La competizione elettorale è stata giocata su temi diversi da quelli economici, in primis il tema della sicurezza e dell’immigrazione. Il governo non è stato capace di evidenziare quanto realizzato, risultando stretto da una parte dalla frammentazione dell’elettorato del centro-sinistra, e dall’altra dalla sfiducia diffusa nell’establishment politico di cui hanno beneficiato soprattutto i suoi avversari politici o l’astensionismo. Non è dunque importato che l’economia fosse faticosamente in ripresa, perché la sfida elettorale non ha lasciato alcuno spazio per queste tematiche.

È realmente così? Davvero l’andamento dell’economia non ha avuto alcuna influenza sull’esito di questo appuntamento elettorale? Proviamo a mettere alla prova questa ipotesi confrontando su base regionale la sconfitta del Partito Democratico rapportata al tasso di disoccupazione registrato dall’Istat nel terzo trimestre del 2017. Se l’economia non avesse giocato alcun ruolo, le due grandezze non dovrebbero mostrare alcuna relazione. Viceversa, se nell’elezione italiana del 2018, nonostante tutte le avvertenze del caso, valesse ancora la teoria del voto economico, dovremmo rilevare che là dove la disoccupazione è maggiore dovrebbe registrarsi anche la più cocente sconfitta del principale partito di governo. I grafici riportati (clicca per vederli meglio) sembrano confermare questa seconda congettura.

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Nel primo grafico la sconfitta del PD è misurata come differenza tra le percentuali di voti ricevuti alla Camera nel 2018 e nel 2013. Risulta evidente che il PD ha perso di più nelle zone del Paese in cui la disoccupazione è più elevata e l’economia stenta maggiormente (interessante è anche notare il – e riflettere sul – posizionamento di outliers come Piemonte ed Emilia-Romagna, che tuttavia si riavvicinano alla retta di regressione nel secondo grafico). Ad ogni 5% in più di persone alla ricerca di un lavoro corrisponde una riduzione dei consensi pari a quasi un punto percentuale.

Nel secondo, giusto per valutare la robustezza del risultato, la sconfitta è misurata come riduzione relativa, e cioè come rapporto tra i consensi nelle due elezioni. Per ogni 5% di disoccupazione in più, nel 2018 il PD ha perso più di un ventesimo dei consensi che aveva nel 2013. La varianza spiegata è del 12% per la prima semplice regressione bivariata, e del 44% per la seconda. Per entrambi gli indicatori è evidente che il PD ha perso di più nelle zone del Paese in cui la disoccupazione è più elevata e l’economia stenta maggiormente.

Non è importante il fatto che i fattori economici non siano stati al centro del dibattito politico, o che le percezioni attorno al suo andamento fossero sfuocate. Il cattivo stato dell’economia non solo spinge e plasma direttamente i comportamenti di voto, ma è anche in grado di aprire lo spazio necessario affinché altri temi – l’insicurezza, la paura per l’immigrazione, la contestazione anti-establishment – facciano presa sull’elettorato. Esso costituisce il terreno su cui la disaffezione politica può attecchire, fungendo così da catalizzatore e moltiplicatore per svariate altre tensioni.

Rimane da spiegare perché il PD non abbia avuto successo nemmeno nelle zone del Paese con più bassa disoccupazione, benché siano quelle in cui ha mediamente perso di meno. Ebbene, se è vero che l’economia è in fase di ripresa, non va tuttavia dimenticato che la nostra disoccupazione è pur sempre la terza più elevata nell’Unione Europea, superata solo da Spagna e Grecia, e che la nostra crescita è tuttora inferiore al valore medio UE. Sono questi i nostri riferimenti, il metro di misura della salute della nostra economia. Guardando a questi termini di paragone, e comparando le prestazioni regionali interne, è impossibile ritenere che l’economia non abbia influenzato i comportamenti di voto degli italiani, punendo in misura proporzionale il Partito Democratico, e altrettanto proporzionalmente favorendo i suoi più evidenti oppositori.

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It’s the economy, stupid

MARCO GIULIANI, SERGIO MASSARI

It’s the economy, stupid

Votare in tempo di crisi

La crisi economica ha messo a dura prova la sopravvivenza dei governi nella maggior parte delle democrazie avanzate. Essa ha inoltre contribuito all’allontanamento dei cittadini dai processi di rappresentanza, alimentando la delegittimazione dei partiti tradizionali e favorendo la radicalizzazione della competizione politica così come il successo di nuove formazioni prive di un vero progetto politico. Le teorie del voto economico hanno da tempo documentato come i comportamenti elettorali siano influenzati dall’andamento dell’economia. Tuttavia, diversamente dagli effetti prodotti dai normali alti e bassi dei mercati, la Grande Recessione rischia di lasciare una pesante eredità ai regimi democratici, erodendo il funzionamento e la fiducia nel principale meccanismo della rappresentanza politica in modi che l’attuale ripresa fatica a mitigare.

Introduzione
1. La teoria del voto economico
2. La Grande Recessione
3. Gli effetti della crisi: disoccupazione e scelte di voto
4. Decomporre il voto economico
5. Voto economico e oltre: tre analisi within-case
6. Italia 2013: un voto retrospettivo sul governo tecnico
7. Spagna 2015: economia e corruzione nel voto retrospettivo
8. Germania 2013: il voto retrospettivo quando l’economia funziona
9. Conclusioni. Votare in tempo di crisi

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Retrospective voting in the Italian 2013 election: a sub-national perspective

Italian political science review (2017)

The Italian 2013 election ended the period of bipolarism that characterized the so-called ‘Second Republic’, and paved the way for new parties such as the Five Star Movement.
We investigate that election, which took place after the technocratic government led by Mario Monti, through the analytical lenses of the retrospective theory of economic voting applied at the provincial level. Local unemployment rates shape the electoral performances
of those parties that were more supportive and sympathetic to the caretaker executive, thus confirming a distinction between incumbent and non-incumbent even in that critical and politically undecided election. We further contribute to the literature on retrospective voting by relaxing the locally untenable assumption of independence among the units. Making use of spatial regression models, we demonstrate the relevance of both the internal  and contiguous economies, and their relative impact due to the different size of the provinces.

***Data

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The economic vote at the party level: Electoral behaviour during the Great Recession

Party politics (2017) with S.A.Massari

The Great Recession is a non-trivial test bed for the theory of  economic voting, especially if its predictions are decomposed at the party level, as done in this article by analysing the electoral performances of parties competing in 89 national elections held in the 28 member states of the EU between 2003 and 2015. We acknowledge counterintuitively that prime ministers’ parties are able to exploit the relatively good state of the economy, while sharing the blame with their allies in times of crisis, counting on the lack of clarity in the attribution of responsibilities and deploying their heresthetic capacities. We further recognize that new parties, more than opposition ones, proportionally profited from the recession. Tough times magnify the alternation between left- and right-wing victories, without necessarily favouring the most radical parties, whereas the EU’s supposed responsibility in prolonging the crisis fuelled the success of Eurosceptic parties.

*** Dataset

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PRIN 2015: POLcrises @ Europe – studying crises during the crisis

PRIN PROJECT – POLCrises@Europe

This project aims to analyse the impact that the Great recession had on the political and policy dynamics in the European context.

The three workpackages, that involve research groups across 7 Italian universities,  focus respectively on the input side of the political system (analysing the process of political representation, parties and movements, and electoral behavior), on the institutional black box (mainly legislatives and executives, and on their relationship in diverse settings), and on the output side  (investigating the capacity to adopt structural reforms, and analysing more specifically taxation, labour, pension and health policies).

For more info, click on the heading

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Populist-Authoritarian Parties — The Electoral Integrity Project EIP

Populist-Authoritarian Parties — The Electoral Integrity Project EIP.

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Wallonia is adamantly blocking the EU’s trade deal with Canada | The Economist

Wallonia is adamantly blocking the EU’s trade deal with Canada | The Economist.

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L’Olanda predica austerity, ma è il più grande paradiso fiscale al mondo – Repubblica.it

L’Olanda predica austerity, ma è il più grande paradiso fiscale al mondo – Repubblica.it.

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Vip, rockstar e politici. Ecco gli scout che hanno fatto la storia – Repubblica.it

Vip, rockstar e politici. Ecco gli scout che hanno fatto la storia – Repubblica.it.

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Videos PPE

Video Eps, Unimi, etc.

A “serious” presentation of our Ba

PPE Oxford

A day in the life of a LSE student

A day in the life of Kings College London

SciencesPo

PPE in Leiden

PPE in Luzern

PPE in Warwick

PPE at King’s New York

Trinity Dublin

 

PPE in York

https://www.youtube.com/watch?v=i9W7-dSFpFY

 

Harvard 😉

https://www.youtube.com/watch?v=moj7-jeTPiY

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Angus Deaton – La grande fuga

ANGUS DEATON

La grande fuga

Salute, ricchezza e origini della disuguaglianza

Se volete sapere perché il benessere dell’umanità complessivamente ha avuto una crescita così straordinaria, dovreste leggere La grande fuga. Salute, ricchezza e origini della disuguaglianza…
Bill Gates

Un’avvincente e impeccabile guida all’eterno oscillare tra progresso e disuguaglianza…
Martha C. Nussbaum

Così come La grande fuga, famoso film del 1963, racconta l’evasione di un gruppo di soldati da un campo di prigionia della Seconda guerra mondiale, questo libro evoca la fuga dalla deprivazione e dalla morte precoce come costante nella storia dell’umanità. Le azioni che, una generazione dopo l’altra, sono state intraprese per rendere l’esistenza meno dura hanno tuttavia prodotto un incessante oscillare tra progresso e disuguaglianza. Avremo mai un progresso senza disuguaglianza? Non si parla qui solo di denaro, ma anche di salute, di felicità, e della possibilità di vivere abbastanza a lungo per godere delle opportunità della vita.

Angus Deaton, economista scozzese, professore nell’Università di Princeton, è fra i massimi esperti di sviluppo economico e povertà. È stato presidente dell’American Economic Association ed è membro dell’American Philosophical Society. E’ stato insignito del Nobel per l’economia nel 2015.

XXXI Lectio magistralis il Mulino (video)

ANGUS DEATON

La grande fuga

Salute, ricchezza e origini della disuguaglianza

Presentazione dell’edizione italiana, di Giovanni Vecchi
Prefazione
Introduzione
I. Il benessere nel mondo
PARTE PRIMA: LA VITA E LA MORTE
II. Dalla preistoria al 1945
III. Sfuggire alla morte ai tropici
IV. La salute nel mondo contemporaneo
PARTE SECONDA: IL DENARO
V. Il benessere materiale negli Stati Uniti
VI. La globalizzazione e la fuga più grande
PARTE TERZA: GLI AIUTI ALLO SVILUPPO
VII. Come aiutare chi è rimasto indietro
Poscritto. E ora?
Indice analitico

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Early view – Patterns of democracy reconsidered

Patterns of democracy reconsidered: The ambiguous relationship between corporatism and consensualism

“European Journal of Political Research”

DOI: 10.1111/1475-6765.12117

Arend Lijphart’s Patterns of Democracy, similar to most of his work, elicited fierce scientific debate. This article replicates some of the analyses proposed in its second edition (published in 2012) in the light of the critiques received by the first edition (published in 2009). It primarily examines the relationship between institutional setup and interest group representation, disentangling the effect of consensualism from that of corporatism on issues such as macroeconomic performance and governance capabilities. The article further deepens our understanding of the complex causal mechanisms connecting these variables, proposing a more sophisticated empirical investigation that emphasises selection effects and conjunctural causation.

Early view http://onlinelibrary.wiley.com/doi/10.1111/1475-6765.12117/abstract?campaign=wolearlyview

Datasets for replication https://sites.unimi.it/marcogiuliani/data/

 

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Le ragioni economiche della riforma costituzionale

Più che l’articolo, una volta tanto il dibattito aperto con i commenti

Ma, per allargare l’orizzonte, si può risalire al blog

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Scotland independence: is it worthwhile (for the Scots)?

http://www.economist.com/news/britain/21606869-independent-scotland-would-be-rich-country-terrible-prospects-costly-solitude?fsrc=scn/fb/wl/pe/acostlysolitude

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Keepod – from Android to IT recyling

How to recycle an old PC with a simple pen drive

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The 2014 EP Election across Europe « CISE :: Centro Italiano Studi Elettorali

The 2014 EP Election across Europe « CISE :: Centro Italiano Studi Elettorali.

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Makkox’s perspective on EP results

40,8 per cento

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Alex Pentland imagines communities guided by rich streams of real-time information. – Project Syndicate

Alex Pentland imagines communities guided by rich streams of real-time information. – Project Syndicate.

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