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  • Mitomania e mitomani I

    Mitomania e mitomani I

     

    Il concetto di mitomania nasce ufficialmente nel 1905, quando lo psicologo francese Ernest Dupré (1862-1921) pubblica a Parigi un saggio intitolato La Mythomanie. Étude psychologyque et medico-legale du mensonge et de la fabulation morbides. Tra gli studiosi più attivi sul tema vi è stato lo psichiatra e filosofo tedesco Karl Jaspers, che tra il 1910 e il 1919 ha dedicato vari studi al problema. Oggi il termine è un po’ in disuso, almeno in Italia, dove si preferisce parlare di “sindromi”, e dunque si usa di norma l’espressione “sindrome di Münchhausen”, dal nome del celebre personaggio di Rudolf Erich Raspe, noto per le sue spiritose e immaginifiche invenzioni. Nel titolo di Dupré sottolinerei in particolare i termini che fanno allusione alla menzogna e alla fabulazione morbosa, come quelli che meglio esprimono che cosa lo studioso intendeva per mitomania, da lui considerata una forma di isteria (in seguito si è preferito collegarla al narcisismo psicotico). Mitomane è, per Dupré, una persona che mente senza rendersene bene conto, per una forma di malattia – in effetti, il disturbo si inquadra nella classe dei cosiddetti “disturbi fittizi”; e che mente in continuazione, ma non con continuità, altrimenti si ricadrebbe nei casi di schizofrenia e bipolarismo. Il mitomane sa che le sue sono menzogne, ma non lo ammette; e quando è costretto a farlo, perché viene scoperto o teme di esserlo, semplicemente continua a negare la realtà e aggiunge dettagli al suo racconto, oppure tende a cambiare tema, passando ad altre descrizioni inverosimili (la psichiatria parla di “pseudologia fantastica”). In qualche caso, invece, il brusco smascheramento può portare a reazioni di estrema angoscia, accompagnate da intensa aggressività verso chi lo sta mettendo alle strette o verso le vittime inconsapevoli delle sue bugie. Perché mentire è per lui la condizione necessaria, così da evitare il confronto con una realtà insopportabile; non importa invece più di tanto la singola, specifica menzogna, come avviene, viceversa, allo schizofrenico. Dupré distingueva quattro tipi di mitomania:

    • Mitomania vanitosa, ossia il voler essere più belli di quello che si è realmente, per sentirsi migliori e provocare negli altri l’ammirazione; 
    • Mitomania errante, ossia il voler sfuggire sempre davanti alla realtà delle cose;
    • Mitomania maligna, che non è volutamente dannosa verso gli altri, ma è un tentativo di compensare un complesso di inferiorità (spesso la malignità viene usata contro qualcuno che si crede migliore di noi);
    • Mitomania perversa, si tratta di mentire sia a scopo pratico che economico per approfittarsi degli altri.

    Da tutte queste tipologie è possibile perfezionare ulteriormente la nostra definizione di mitomane: è tale chi sente il bisogno sistematico di distorcere la verità, elaborando scenari fittizi ai quali si abitua a credere, e ai quali cerca di convincere gli altri a credere, in una forma patologica e priva di finalità pratiche concrete, che a un certo punto lo porta, come per un cortocircuito interno, a non riconoscere più i confini del vero e del falso, e a presentare con tratti distorti la realtà che lo circonda. Sul tema della mitomania offro due articoli relativamente recenti della bibliografia medica. Come è tipico di questa letteratura (Dupré incluso), più che definizioni vi si offrono casistiche, dalle quali spetta al lettore trarre, semmai, delle affermazioni generali. Il primo è opera dello psicologo Charles C. Dike, apparso sulla rivista americana “Psychiatric Times” del 2008; il secondo è un capitolo della tesi di dottorato di Mario Touzin, L’art de la bifurcation: dichotomie, mythomanie et uchronie dans l’oeuvre d’Emmanuel Carrère, Université du Québec à Montréal, 2007. Entrambi i testi sono disponibili in open access in rete.

    dike – pathological lying 2008

    touzin – l’art de la bifurcation

    Dalla mitomania consegue l’abitudine a raccontare bugie più o meno elaborate, allo scopo di suscitare ammirazione per la propria persona e proteggersi dal giudizio degli altri, nella propria autostima e nella stima altrui. Nel caso della letteratura (che, se vogliamo, è tutta mitomane), diremo che mitomania è l’inattendibilità totale della narrazione, ma conscia di essere tale, da parte di un personaggio che mente senza un fine immediato e concreto; mente in continuazione; mente spudoratamente; mente perdendo il senso della realtà delle cose; ma se richiamato alla verità, ammette la propria menzogna (perché la sa per tale), salvo rispondere al richiamo alla verità con una nuova menzogna, di tipo diverso, però non di grado diverso. Il mitomane infatti è un bugiardo cronico e compulsivo, che modifica e stravolge i racconti creando una realtà alla quale finisce per credere e per voler far credere gli altri. Mentire diviene per lui un fatto patologico e le cause possono essere diverse: il desiderio di apparire diverso da come è in realtà (sarebbe una forma difensiva contro la società percepita come ostile; ma può anche essere una forma narcisistica); il desiderio di suscitare compassione e simpatia nell’animo delle altre persone; il desiderio di ricevere attenzioni e stima da parte degli altri. Cesare mente, sempre e in ogni pagina: ma non è un mitomane, è un politico. Ovidio negli Amores mente più volte, a Corinna come al lettore, e nell’Ars propugna la menzogna come tecnica di conquista. Ma non è un mitomane: è un seduttore. Un vero mitomane non deve avere interessi precisi; e deve essere convinto, almeno per tutto il tempo della finzione, della verità di quanto sta dicendo, pur sapendo nel fondo della propria coscienza che le cose non sono andate davvero così.

    Come si riconosce un mitomane? Evidentemente, appellandosi a una Verità indiscussa. Per questo occorrono, però, tre condizioni inevitabili: 1) credere in una Verità indiscussa; 2) una persona che parli di sé, in prima persona, mentendo; 3) una seconda persona che lo sbugiardi, richiamandosi a quella Verità indiscussa di cui sopra. Ora, è chiaro che per chiamare mitomane la prima persona dobbiamo essere sicuri che la seconda persona sia sincera, e che quello che ci dice essere la verità sia davvero la verità (e che esista, quindi, una Verità, come dicevo al primo punto). Questa seconda “persona”, allora, deve essere una voce esterna ed onnisciente di provata fiducia ed affidabilità, tale da assicurarci che quanto viene detto dal personaggio che parla in prima persona è fasullo. Ora, nel mondo antico (epico e lirico) si dà, nella sostanza, una sola possibilità: e cioè che un personaggio parlante di sé venga a trovarsi a contrasto con un narratore che lo sbugiarda. Il narratore è, specie – ma non solo – nell’epica, evidentemente colui che porta con sé la Verità, o al massimo che è alla ricerca di una Verità che gli venga rivelata da una voce più autorevole della sua (le Muse, di solito); il personaggio, invece, può anche essere una persona che, per effetto di un trauma, abbia perso il senso della realtà, ed esprima questa sua condizione nelle proprie parole e in quanto dice di sé. Da questo contrasto nasce ogni possibile indicazione di mitomania.

    (segue)

     

    © Massimo Gioseffi, 2018

    Ringrazio per il loro diverso aiuto, ma per me ugualmente prezioso, il Dr. Gianfranco Pittini e Stefano Bellocchi

  • Bernstein e Platone

    Bernstein e Platone

    Il 25 agosto 1918 nasceva a Lawrence, Massachussets, Leonard Bernstein. L’anniversario in Italia è stato abbastanza ignorato (niente paura: è successo anche a Debussy e Gounod, per restare nel campo della musica operistica di Otto/Novecento), non così all’estero. Difficile parlare di Bernstein: grande pianista, grandissimo direttore d’orchestra, importante divulgatore musicale, compositore sottovalutato dalla critica, ma amatissimo dal pubblico. Qui ricordo solo alcuni episodi molto personali: ragazzo, negli anni Settanta ascoltai le sinfonie di Beethoven nella loro continuità e completezza grazie alla serie di filmati realizzati da Bernstein con i Wiener Philarmoniker, il regista Humphrey Burton e l’attore Maximilan Schell, che recitava i testi introduttivi – uno spettacolo della Unitel poi commercializzato su DVD. In precedenza Bernstein – all’epoca, direttore principale della New York Philarmonic Orchestra – aveva realizzato già nei primi anni Sessanta una serie di concerti e di filmati televisivi, anch’essi poi fortunatamente raccolti in DVD, nei quali presentava e dirigeva numerosi capolavori del repertorio sinfonico, spiegandone la struttura, il linguaggio, il significato, con parole semplici ed esemplificazioni dal vivo. Una buona parte dei concerti era riservata a un pubblico di ragazzi, cui Bernstein sapeva parlare con semplicità, ma senza semplificazioni. Alla Scala aveva firmato due spettacoli entrati nella leggenda, Medea di Cherubini (1953, regia di Margherita Wallmann) e Sonnambula di Bellini (1955, regia di Luchino Visconti), entrambi con Maria Callas come protagonista: ma, ahimè, prima che io nascessi… (per fortuna di entrambi esiste la registrazione sonora). Nel periodo 1978-1990, l’anno della sua morte, a Milano venne poco: nel 1978, sull’onda del successo viennese del Fidelio da lui diretto a inizio anni Settanta e ripreso e inciso in quell’anno, con la regia di Otto Schenk, la dirigenza scaligera di allora (Paolo Grassi e Claudio Abbado) riuscì a organizzare una mini-tournée di tre serate alla Scala. Tornò per qualche concerto, spesso con orchestre “sue”, tedesche o americane, ma in un caso anche con la Filarmonica scaligera. Altri suoi spettacoli in giro per il mondo sono rimasti leggendari. Fra tutti, il concerto tenuto nel Natale del 1989 a Berlino, a Muro appena abbattuto, con dei complessi provenienti da entrambe le Germanie riunite e quattro solisti di nazionalità diversa, a rappresentare gli Stati che più avevano sofferto durante l’ultima guerra. Forse c’era un po’ di show-business nell’operazione; c’era certamente qualche elemento discutibile (nell’ode di Schiller che chiude la sinfonia, Bernstein faceva cantare a coro e solisti “Freiheit!”, “Libertà”, invece di “Freude!”, “Gioia”). Ma per chi aveva allora vent’anni o poco più, quello è rimasto nella memoria come uno dei momenti magici della propria generazione.

    Qui non voglio però rievocare l’interprete, quanto il compositore. Bernstein musicista, con Steven Sondheim paroliere e Jerome Robbins coreografo, rivoluzionò il musical, con West Side Story del 1957 (come ricordava argutamente lui: “Pensa, un musical in cui il sipario a fine atto cala sempre su un morto” [West Side Story è una rivisitazione della vicenda di Romeo e Giulietta, ambientata nella New York delle bande etniche: il primo atto si chiude sulla morte di Bernardo/Tybalt, il secondo su quella di Tony/Romeo; Giulietta sopravvive e lancia il “J’accuse” finale). West Side Story e il di poco precedente Candide (1956, libretto originale di Lillian Hellman da Voltaire; il musical però ha avuto continui rifacimenti vivente l’autore) sono stati oramai adottati anche nei circuiti “colti”: alla Scala si sono visti entrambi, West Side Story a inizio anno è andata in scena anche al Teatro Regio di Torino, Candide qualche anno fa all’Opera di Roma. Non ha scritto solo musical, però, Bernstein: un’opera o forse due (Trouble in Tahiti, atto unico del 1952, poi inglobata in A Quiet Place, 1983, come spettacolo dentro lo spettacolo); tre sinfonie; diversi concerti e suite; una raccolta di Salmi in musica (Chichester Psalms, 1965); varie Messe e cantate (una, divertentissima, derivata da un flop a Broadway del 1976, intitolata originariamente 1600 Pennsylvania Avenue e poi, dopo la morte di Bernstein, circolata anche come A White House Cantata: la Casa Bianca e i suoi primi occupanti ne sono i protagonisti, fino all’impeachment di Andrew Johnson, 1869, anticipo diversissimo di quello, all’epoca appena avvenuto, di Richard Nixon, 1974); musica da camera o per strumenti solistici; musica vocale (fra cui le quattro divertenti ricette di La Bonne Cuisine, 1948); musica da film (On the Waterfront, “Fronte del porto”, 1954, di Elia Kazan, nominato al Premio Oscar del 1955).

    Fra le varie composizioni di Bernstein figura Serenade, eseguita per la prima volta alla Fenice di Venezia, diretta dall’autore, violino solista Isaac Stern (1954). Come indica il titolo è una composizione abbastanza fluida, anche se di fatto è un concerto per violino che non mantiene la canonica divisione in tre movimenti. Infatti, è pensato come una messa in musica del Simposio di Platone. Ogni movimento rappresenta perciò uno dei momenti chiave del dialogo, i cui discorsi, com’è noto, celebrano tutti l’amore. Lo stile è assolutamente tonale e si avvertono echi di altre composizioni dell’autore, incluso qualche anticipo di West Side Story. Bernstein era un uomo colto, brillante conversatore, autore di libri e trattati (nell’autunno del 1973 fu anche protagonista delle “Norton Lectures” a Harvard, quelle che da Calvino in poi siamo abituati a chiamare “Lezioni Americane”), ma le sue matrici culturali erano l’America e l’Ebraismo, non il Greco o il Latino. I movimenti sono in tutto cinque: il primo, lento e poi allegro, è dedicato agli interventi di Fedro e Pausania; il secondo, allegretto, segue lo scoppiettante, ma in fondo anche malinconico, discorso di Aristofane; il terzo, di brevissima durata, un presto, riproduce le parole di Erissimaco, il medico; il quarto e più struggente, un adagio, è dedicato ad Agatone; l’ultimo, molto tenuto e allegro molto vivace, introduce prima Socrate e poi Alcibiade, che interviene a interrompere il banchetto con una banda di amici ubriachi, che si esprimono con qualche tocco jazz. Il tono è essenzialmente lirico, come si conviene al soggetto (l’Amore) e alla situazione descritta (i banchettanti di Platone sono amici, e per una volta tanto nel dialogo non si danno gli scontri spesso presenti in altre opere socratiche). Ogni movimento riprende, sviluppa e poi modifica una parte della musica del movimento precedente, esattamente come in Platone ogni personaggio che parla si ricollega alle parole di chi l’ha preceduto. In questo modo, la composizione avanza verso il suo finale, proprio come il testo di Platone avanza verso la verità rivelata da Socrate. Gli interpreti sono Gidon Kremer e Bernstein. La registrazione risale al 1986.

    I – Fedro e Pausania

     

    II – Aristofane

     

    III – Erissimaco

     

    IV – Agatone

     

    V – Socrate e Alcibiade

     

    Un’ulteriore descrizione della composizione (che include anche le parole con le quali Bernstein ha illustrato ogni movimento) si può trovare, fino al 25 agosto del 2019, nel sito che il “Leonard Bernstein Office” ha dedicato al centenario del compositore e alle sue musiche. Questo l’indirizzo della pagina che ci riguarda:

    https://leonardbernstein.com/works/view/23/serenade-after-platos-symposium

     

    © Massimo Gioseffi, 2018

  • Nel nome di Augusto 2

    Nel nome di Augusto 2

    A ferragosto 2017 abbiamo celebrato la ricorrenza e il periodo festivo dando voce a un’avversaria (e vittima) di Augusto, Cleopatra – la Cleopatra di Samuel Barber = https://users.unimi.it/latinoamilano/articles/2017/08/14/nel-nome-di-augusto/. Oggi celebriamo l’agosto 2018, con qualche ritardo rispetto alla data originariamente pensata, dando voce a un’altra vittima, questa volta indiretta, di Augusto, ossia a Didone. Fra le molte morti / i molti lamenti di Didone che fanno parte del repertorio musicale, e non solo lirico, è parso giusto iniziare da Hector Berlioz, 1803-1869. Nell’opera Les Troyens, che risale al 1858 (ma che non fu mai rappresentata per intero finché rimase in vita l’autore), vistosamente ricavata da Virgilio, Berlioz non si limita infatti a musicare una vicenda narrata dal poeta antico; Les Troyens sono, a tutti gli effetti, un enorme, continuo commento al testo antico. Berlioz era persona dotta, con tenaci passioni letterarie: Virgilio, Shakespeare, Goethe e Byron costituirono per lui una galassia di autori sui quali tornare continuamente a ragionare e riflettere. Ma di questo vorrei parlare più diffusamente in un’altra occasione. Qui mi limito a riportare, come ho fatto l’anno scorso, l’addio alla vita di Didone: il recitativo accompagnato “Ah! Je vais mourir…” e l’aria “Adieu, fière cité”, che corrispondono a quella sorte di autoepitafio che la Didone virgiliana pronuncia ai vv. 651-662 del IV libro. Eccone il testo integrale:

    Ah! Je vais mourir…
    Dans ma douleur immense submergée…
    Et mourir non vengée!
    Mourons, pourtant!
    Oui, puisse-t-il frémir
    A la lueur lointaine de la flamme de mon bûcher.
    S’il reste dans son âme quelque chose d’humain,
    Peut-être il pleurera sur mon affreux destin!
    Lui, me pleurer!
    Enée! Enée! Oh! mon âme te suit,
    A son amour enchaînée,
    Esclave elle l’emporte en l’eternelle nuit.
    Vénus, rends-moi ton fils!
    Inutile prière
    D’un coeur qui se déchire…
    A la mort tout entière,
    Didon n’attend plus rien que de la mort.

    Adieu fière cité, qu’un généreux effort
    Si promptement éleva florissante!
    Ma tendre soeur qui me suivis, errante;
    Adieu, mon peuple, adieu!
    Adieu, rivage vénéré,
    Toi qui jadis m’accueillis suppliante;
    Adieu, beau ciel d’Afrique, astres que j’admirais
    Aux nuits d’ivresse et d’extase infinie;
    Je ne vous verrai plus, ma carrière est finie.

    L’esecuzione risale a un concerto del 4 gennaio 1966. L’orchestra è quella della radiotelevisione francese (Orchestre Philarmonique de l’ORTF) diretta da Jean-Claude Hartemann, 1929-1993. La voce è invece quella splendida, sensuale, e di bellissima dizione di Régine Crespin, 1927-2007, uno dei miti del canto lirico del XX secolo, donna di grande fascino ed intelligenza, anche se, come spesso succede, più nota all’estero che in Italia, nonostante fosse di madre italiana. Alla Scala, per dire, cantò solo nella Fedra di Ildebrando Pizzetti nel 1959 e come Sieglinde nella Walküre di Wagner, in quattro recite del 1968… Qui si ammireranno la chiarezza di elocuzione, le mezze voci espressive, la capacità di trasformare ogni nota in qualcosa di significativo (l’Ah! iniziale, ad esempio, o i due diversi Adieu al v. 4 dell’aria propriamente detta), la  dignità concessa alla regina cartaginese, che non contrasta con le intenzioni espressive di Virgilio (e di Berlioz). 

     

     

  • Un’idea di canone I

    Un’idea di canone I

    Apriamo con l’intervento di Isabella Canetta una serie di post, che speriamo il più partecipata possibile, in merito al canone letterario in generale, al canone delle letture latine/in latino, entro e fuori dalla scuola italiana in particolare.

    Durante gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso nelle università statunitensi c’è stato un dibattito acceso – noto come “the Canon Wars” – riguardante gli autori che erano allora presenti nelle cosiddette “reading lists”, cioè l’elenco di quei libri che gli studenti dovevano leggere perché ritenuti fondamentali nella formazione umanistica. La contestazione da parte degli studenti era rivolta contro un canone che privilegiava autori maschi e bianchi, e quindi ritenuto antifemminista e razzista; in seguito a ciò, molte università hanno deciso di cambiare le loro “reading lists” inserendo scrittrici ed esponenti delle minoranze etniche, e privilegiando gli autori contemporanei. In Italia ne abbiamo avuto un’eco con il saggio di Harold Bloom, The Western Canon (1995), in cui fondamentalmente il critico difende le opere classiche e canoniche, Dante e Shakespeare su tutti. Ma già tre secoli prima, la Querelle des anciens et des modernes che era scoppiata in Francia aveva messo in discussione la superiorità degli autori canonici antichi rispetto ai moderni, che non si sentivano affatto inferiori ai loro predecessori e che volevano, per così dire, aggiornare il canone tramandato da secoli con opere e autori appunto moderni.

    Sebbene riflettano il multiculturalismo e il femminismo americani, le “Canon Wars” dimostrano da un lato che l’esistenza di un canone letterario è un bisogno fortemente sentito, almeno all’interno dell’istituzione scolastica; dall’altro, che questo stesso canone è considerato variabile a seconda delle epoche e delle società – come conferma la Querelle del XVII secolo. Inoltre, la presenza ancora ai nostri giorni di “reading lists” (io ne avevo di lunghissime quando frequentavo la facoltà di Lingue), che contengono autori e opere che meritano di essere letti, ci riporta assai indietro nel tempo, ai Greci – in particolar modo agli Alessandrini – e ai Romani. Sì, perché la pratica di redigere liste di autori esemplari, allora appartenenti a un determinato genere letterario e in numero fisso (3, 9, 10…), iniziò nella biblioteca di Alessandria e continuò a Roma. In questo solco possiamo mettere il Brutus di Cicerone, che delinea una storia dell’oratoria, e soprattutto il decimo libro dell’Institutio oratoria di Quintiliano, con il suo celebre excursus sugli autori da leggere e da imitare. Ed è in effetti, come si diceva, in ambito scolastico che si sente la necessità di un canone, di una “reading list”, di un elenco di autori imprescindibili per la formazione degli studenti. Ma il tipo di istruzione ha ricadute sulla cultura e sulla vita di chi l’ha ricevuta a scuola. Banalmente, poter parlare di Virgilio o Orazio, di Omero e Saffo con chi li ha studiati e li conosce ci fa sentir parte di un’élite culturale; citare paradigmi latini o greci oppure le poche frasi che a distanza di anni si ricordano è probabilmente ancora – forse, ancora per poco – simbolo di un’istruzione prestigiosa. Oggi, nelle nostre scuole, in un programma di letteratura latina si leggono gli autori che per noi sono canonici, Plauto e Catullo, Cesare e Sallustio, Cicerone, Lucrezio, Virgilio e Orazio, Ovidio, Livio, Seneca e Tacito; però vengono lasciati alla sola storia della letteratura numerosi altri autori latini, soprattutto quelli di età imperiale, come gli epici di età flavia, Giovenale e Marziale, i cosiddetti minori come Valerio Massimo o Gellio…..  Per quale ragione non vengono letti e commentati? Perché sono, se non nominalmente, di fatto concretamente omessi dal canone scolastico (un nome o un titolo letti solo per un’interrogazione difficilmente verranno ricordati nella vita)? Non c’è tempo a sufficienza per studiarli tutti, ovviamente, ma è stata comunque fatta una scelta precisa di quegli autori che, secondo noi, hanno espresso al meglio, per stile, lingua e contenuto, la nostra idea di classico, quegli autori che descrivono al meglio il loro mondo e la loro civiltà, che ci sono stati tramandati nei secoli e che nello stesso tempo veicolano valori che riteniamo attuali. Il canone della letteratura latina che si conosce di prima mano (in originale o in traduzione) è fisso e fissato oramai, anche se qualche autore medievale o moderno che scrisse in latino forse potrebbe essere aggiunto.

    A questo punto è possibile dare una definizione, probabilmente molto soggettiva, di canone letterario. Esso si viene a formare quando una società è giunta a un certo grado di consapevolezza di sé, è cosciente di avere un passato culturale e letterario e quindi decide di “fissarlo” in una serie di autori e opere, di studiarlo e comprenderlo (e nello stesso tempo studiare e comprendere se stessa) e infine trasmetterlo ai giovani, solitamente attraverso le istituzioni scolastiche. La scelta delle opere da inserire nel canone avviene principalmente secondo due criteri, la validità estetico-letteraria e la validità dei contenuti, cioè i precetti etici e la visione del mondo che quelle opere possono divulgare. I due criteri sono indistricabili, benché perfettamente distinguibili: non entrano nel canone, o se vi entrano prima o poi ne vengono scacciate, opere che non sono artisticamente belle, ma che contengono alti valori morali, politici, religiosi, oppure il contrario, opere che pur essendo artisticamente valide, abbiano dei contenuti ritenuti immorali. Questo porta al rapporto con l’autorità, che sia essa politica, accademica o religiosa. In un’epoca in cui vige un determinato modo di pensare saranno preferite alcune opere ad altre. Di conseguenza, il canone si presenta allo stesso tempo come qualcosa di fisso e di mutevole; cambia parzialmente se cambiano il gusto o i valori politici e religiosi. Può essere accettato, perché si condividono i valori comuni, o può essere contestato da parte di gruppi e minoranze, perché antiquato se si tratta ad esempio di giovani; perché depositario di valori considerati sbagliati se si tratta di gruppi politici o religiosi; perché considerato lesivo di una parte della società, come è successo appunto durante le Canon Wars.

    Tornando al mondo antico e in particolar modo ai latini, l’excursus di Quintiliano appare paradigmatico. Nel I secolo dopo Cristo l’impero è giunto al punto di riconoscere l’importanza dell’istruzione retorica e scolastica, e così Vespasiano paga profumatamente Quintiliano per il suo insegnamento. Da qui anche la necessità di una “reading list”, cioè di un elenco ragionato di quegli autori che devono, o non devono, essere letti. Il celebre maestro di retorica si assume l’incarico di redigere tale elenco e soprattutto di lasciare in eredità un canone letterario, che la sua auctoritas rendeva inattaccabile. Nel corso della storia della letteratura latina gli autori canonici non sono sempre rimasti gli stessi: scrittori più antichi vengono sostituiti da quelli più moderni. Ad esempio, la poesia arcaica viene contestata perché ritenuta antiquata e poco raffinata dai poetae novi. Catullo prendeva a male parole i poeti che scrivevano poemi lunghi e trascuravano il labor limae. Orazio si lamentava del suo maestro Orbilio che gli faceva leggere i versi di Livio Andronico (Ep. 2.68-71 Non equidem insector delendave carmina Livi / esse reor, memini quae plagosum mihi parvo / Orbilium dictare; sed emendata videri / pulchraque et exactis minimum distantia miror), che secondo lui non erano né puri né perfetti, e giudicava torbidi quelli di Lucilio (Sat. 1.11 cum flueret lutulentum). Nonostante il giudizio avverso di Cicerone che definiva questi poeti ribelli alla tradizione cantores Euphorionis (Tusc. Disp. 3.45) – e lo stesso aggettivo novus è stato attribuito loro con accezione negativa (Or. 161), un po’ come accadde ai pittori impressionisti – la loro querelle des anciens et des modernes sembra essere stata vittoriosa: il novus Virgilio diventa lettura scolastica e dei poeti più antichi ci rimangono solo frammenti e il giudizio degli immediati successori. Ben presto si formerà un nuovo canone, che comprende i poeti innovatori e li innalza a modelli imprescindibili. Gli stessi che appaiono ancora nei programmi scolastici. Anche la prosa latina entra in un canone ben definito. Se Cicerone diventa, almeno per Quintiliano e per altri dopo di lui, il modello da imitare nello scrivere, Seneca preferisce distaccarsi da quello stile che a lui forse sembrava un po’ démodé e intende istruire la gioventù con una scrittura più immediata e scorrevole, con trattati e soprattutto lettere ben mirate al suo pubblico. Col passare dei secoli, tuttavia, entrambi sono entrati a far parte del canone letterario latino…. e ovviamente c’è chi preferisce l’uno e chi l’altro (ma i più giovani mi sembrano ancora preferire Seneca!). Altre opere latine di età imperiale hanno accresciuto il novero degli autori canonici giunti sino ai nostri giorni, con nuove forme letterarie come Petronio e Apuleio, oppure riprendendo e rinnovando l’epica e la storiografia. Un canone in divenire insomma, che è cambiato coi tempi, i gusti e le mode, da imitare o da denigrare, ma specchio di una cultura che per secoli si è fissata come modello di stile, di immagini letterarie, di valori.

    © Isabella Canetta, 2018

    (illustrazione di Edward Sorel, © Vanity Fair, Aprile 2015)

  • Dai grugniti alle gronde

    Dai grugniti alle gronde

     

    1 – Sir Arthur Conan Doyle, in una delle avventure di Sherlock Holmes, immagina il suo detective impegnato a togliere dai guai il giovane John Hector McFarlane, accusato dell’omicidio di Jonas Oldacre, costruttore di Lower Norwood. Nel finale dell’avventura, una volta dato un falso allarme di incendio, si spalanca una porta “in quella che sembrava una solida parete in muratura all’estremità del corridoio“, e da essa sbuca “un ometto rugoso, come un coniglio nella sua tana” (p. 48). Il costruttore scomparso e dato per morto era infatti vivo e vegeto, e si era ritirato in un piccolo rifugio, ricavato, molto opportunamente, proprio sotto le gronde: “A sei piedi dall’estremità del corridoio era stato eretto un divisorio di compensato e cemento, nel quale era abilmente dissimulata una porta. Il locale così ottenuto era rischiarato da fessure sotto le tegole. All’interno, c’erano pochi mobili sparsi e una scorta di acqua e viveri” (cfr. L’avventura del costruttore di Norwood, in Il ritorno di Sherlock Holmes, traduzione di N. Rosati Bizzotto, Milano 1991, pp. 31-51). Oldacre, cioè, si era edificato il suo piccolo rifugio nascosto, allo scopo di farsi credere morto e di mandare alla forca un innocente: intendeva infatti vendicarsi di essere stato respinto molti anni prima dalla madre di McFarlane, e voleva liberarsi dai creditori; progettava, inoltre, di ricomparire in un luogo lontano da Norwood, con un altro nome e un’altra identità.

    La stanzetta ricavata sotto le gronde, paradossale “tomba per un vivo” che doveva “rinascere” sotto altro nome, evoca, con strana analogia, una notizia conservata da una glossa di Fulgenzio: [Quid sint suggrundaria]. Priori tempore suggrundaria antiqui dicebant sepulchra infantium, qui necdum quadraginta dies implessent, quia nec busta dici poterant, quia ossa quae comburerentur non erant, nec tanta inmanitas cadaveris quae locum tumisceret (Expos. serm. ant. 7 Pizzani). Il dato presenta alcune difficoltà, prima di tutto perché la forma grunda è un hapax presente solo in un glossario (Gloss. II Philox. Graec. 92). I suggrundaria sarebbero state le “tombe sotto la grondaia”: ciò sarebbe in linea con l’abitudine di murare in apposite nicchie, entro il perimetro dell’abitazione o nelle vicinanze, i bambini morti in tenerissima età, dopo pochi giorni di vita. Che nelle suggrundae venissero posti i bambini morti entro i 40 giorni, prima di mettere i denti, è notizia ricavabile anche da Plinio il Vecchio (nat. 7, 15, confortato da Iuv. 15, 39), per il quale non si usava porre sul rogo cadaveri tanto piccoli da non avere dentatura: hominem priusquam genito dente cremari mos gentium non erat.

    2 – Un tale uso è attestato sino alla metà del VII sec. a.C. da scavi archeologici di resti di capanne, sia a Roma (sul Palatino e nella zona del Foro) che a Lavinio, su una prominenza nella parte nord-est del pianoro, e ad Ardea, nella località nota come Colle della Noce. Non solo: sappiamo che una simile forma di sepoltura per bambini morti in tenerissima età proseguì per tutto il Medioevo e oltre. Infatti, erano diffusi i cosiddetti santuari à répit, frequentati da quanti avessero perso un infante prima del Battesimo, una mancanza che, secondo le credenze del tempo, relegava per l’eternità l’anima del bambino nel Limbo. Era però convinzione che in alcuni santuari fosse miracolosamente possibile, per il piccolo cadavere, dare nuovamente segni di vita, e, dopo essere tornato per un attimo a respirare (da qui il nome dei santuari, à répit, letteralmente “a respiro”), venire battezzato e seppellito con tutti i conforti della religione. In caso contrario, il piccolo finiva inumato nelle gronde o in altre adiacenze al vero e proprio luogo sacro (F. Mattioli Carcano). Alcuni celebri santuari di questo tipo si trovano ad Aviot (Belgio); Overburen (Svizzera), in cui, sotto il pavimento della navata, furono ritrovati i resti di oltre 550 infanti; Blandy Les Tours, (Île de France), dove nei secoli X-XII, in una cappella successivamente dedicata a San Maurizio, vennero posizionati, presso il fonte battesimale, lungo la navata o nel sotto-gronda, circa settanta corpi, identificati come appartenenti a bambini dagli 8/9 sino ai 30 mesi, o a feti di poche settimane. Anche in Val Camonica era diffuso quest’uso, benché la gerarchia ecclesiastica cercasse di arginarlo (M. Pennacchio). Interessante è poi il caso, in Umbria, a Panicale (PG) del Santuario della Madonna delle Grondici, costruito a fine XIV secolo in onore della Madonna delle Grazie, e che ancora oggi porta il titolo di Santuario della Famiglia e della Vita nascente (www.madonnadellegrondici.it). Il termine “Grondici” sembra proprio riallacciarsi all’etimologia di grunda e al suo uso così come ci è tramandato da Fulgenzio.

    3 – Ma, se si mantenesse in questa direzione, il nostro discorso si inerpicherebbe lungo la via di un’indagine storico-archeologica. Torniamo invece alle testimonianze storiche antiche, anzi, a uno dei più antichi storici romani, Cassio Emina (II sec. a.C.). Il frg. 14 Santini [11 Peter² = 14 Chassignet] così dice: Hinc [scil. “a verbo grundire”] quoque Grundiles Lares dictos accepimus, quos Romulus constituisse dicitur in honorem scrofae quae triginta pepererat. Haec ita esse hoc modo adfirmat Cassius Hemina in secundo Historiarum: pastorum vulgus sine contentione consentiendo praefecerunt aequaliter imperio Remum et Romulum, ita ut de regno pararent inter se. Monstrum fit, sus parit porcos triginta, cuius rei fanum fecerunt Grundilibus.

    Balza subito agli occhi che il nome di Remo viene anteposto a quello di Romolo; inoltre, i rapporti fra i due vengono presentati in modo pacifico. Subito dopo, si trova l’accenno al monstrum cui si deve l’istituzione dei Lares Grundiles, apparentemente senza un connettivo che lo leghi alla prima parte del frammento. I Lares evocati sono messi in correlazione non con le grundae, ma con i grugniti del maiali. Il racconto sembra inserirsi non tanto nel tema tradizionale dell’animale-guida che, fermandosi, indica il luogo di una nuova fondazione, ma va, invece, nel senso di una divisione del potere regale fra Romolo e Remo, e di una fondazione collaborativa del fanum dei Lares Grundiles da parte dei gemelli. Quanto al rapporto fra i due, il frammento di Cassio Emina fa balenare che i pastori, in origine, si riunissero in un’assemblea. Il potere, pertanto, venne conferito a Romolo e Remo (ita ut de regno pararent inter se), invitati poi a decidere tra loro. L’Origo gentis Romanae ci parla della fase successiva: cum inter se Romulus ac Remus de condenda urbe tractarent in qua ipsi pariter regnarent (23, 1): il pariter della Origo corrisponde all’aequaliter di Cassio Emina. Che il rapporto fra i due gemelli resti armonioso è un dato proprio di quella che potremmo definire una versione minoritaria del racconto mitico; invece, a detta di Plutarco e di Dionigi di Alicarnasso (Plut. Rom. 9, 4; Dion. Hal. Ant. Rom. 1, 85, 4-5), rivalità e discordie sarebbero iniziate presto. Due sono gli episodi salienti nella tradizione: la competizione dei presagi e la morte di Remo. In entrambi i casi, si riscontra un grande numero di versioni.

    4 – Ennio racconta la competizione dei presagi in ann. 1, 72-77 Sk. = 77-82 Vahl.² (= frg. 51 Traglia). Remora, nome che Remo avrebbe voluto dare alla città da lui fondata, è un indizio importante, perché testimonia la connessione del nome Remus con remorari, “ritardare”. Celerità e lentezza sono concetti concorrenti nel racconto delle origini: per esempio, Wiseman, nel suo studio degli anni Novanta, ricondusse il racconto a un’interpretazione in chiave non tanto di storia delle religioni, ma piuttosto politica, del mito dei due gemelli, legato alla conquista progressiva del potere da parte dei plebei. Se, infatti, un doppio fondatore per un’istituzione unitaria sembra una contraddizione intrinseca, la leggenda di Romolo e Remo si formerebbe a partire dalla metà alla fine del IV secolo a.C. come riflesso, calato nelle lontane origini della comunità, di quelle controversie politiche che agitarono Roma, con particolare riferimento al periodo fra 367 e 342 a.C., quando anche per i plebei divenne possibile accedere al consolato. Circa la disputa fra i gemelli, Dionigi, Plutarco e l’Origo Gentis Romanae affermano che essa riguardava non soltanto il nome da dare alla città, ma anche il luogo dove fondarla: Romolo la voleva sul Palatino, Remo in un luogo chiamato Remoria (secondo Dionigi), Remorion (secondo Plutarco) o Remuria (Origo Gentis Romanae), identificato ora con l’Aventino, ora con un colle accanto al fiume, “a circa trenta stadi da Roma” (Dionigi), oppure a “cinque miglia dal Palatino” (Origo Gentis Romanae).

    Quanto alla vittoria, il passo di Ennio, sebbene lacunoso, pare indicare che, dopo il calar della luna, un solo uccello fosse apparso a Remo sulla sinistra, il lato propizio secondo l’aruspicina etrusca e romana. Anche altre versioni della storia affermano che Remo vide per primo gli uccelli, ma in numero di sei, di contro ai dodici di Romolo, cosicché gli auguri attribuirono la vittoria a quest’ultimo. L’Origo Gentis Romanae, 23, 2-4, racconta che, quando Remo riferisce al gemello di aver avvistato sei avvoltoi, Romolo gli risponde che gliene mostrerà subito dodici, ed essi appaiono prontamente, accompagnati da tuoni e lampi mandati da Giove. Di fronte a tanti e tali segni della predilezione divina, Remo rinuncia senza contestazioni. Si tratta di una profezia sorprendente, in cui la lentezza di Remo viene battuta dalla fretta di Romolo: la lentezza contrapposta alla velocità, come dicevamo, è uno dei nuclei tematici fondamentali del racconto mitico.

    5 – Certo è che la successiva tappa della storia, l’uccisione di Remo, diventa particolarmente imbarazzante, tanto che una versione, quella di Licinio Macro, di marca razionalista, risalente al 70 a.C. e confluita poi in Livio 1, 7, 2, lasciava l’uccisore di Remo senza identità, affermando come la contesa per gli auspici avesse provocato una lotta generale e confusa. Nel tumulto, Remo era rimasto ucciso: l’accento qui cade più sul clima di contrasto che interessa tutta la folla, che sulla gelosia e sulla rivalità individuali. Su questa via, la razionalizzazione più macroscopica si ha nel De re publica di Cicerone, (2, 4; cfr. anche Vell. 1, 8, 4), che cita Remo una sola volta, a proposito della fabula dell’abbandono e del salvataggio dei gemelli, attribuendo sempre e solo a Romolo il comando dei pastori, l’attacco ad Alba Longa e l’uccisione di Amulio. Subito dopo, Cicerone afferma che, una volta ottenuto tale onore, Romolo avrebbe progettato la fondazione di una città sotto auspici propizi e la costituzione di una res publica. Quindi, Cicerone cambia radicalmente argomento, lanciandosi in una digressione sui pregi del luogo scelto dal fondatore e sulla disposizione delle mura della città; poi, troviamo una breve allusione alla fondazione, considerata oramai un fait accompli (rep. 2, 5-12). Sul fratricidio, in effetti, Cicerone glissa elegantemente, ma non perché intenda seguire una versione che parli di una morte accidentale di Remo. Al contrario, egli sembra ben consapevole che di fratricidio si trattò, come rivela un passo del De officiis (3, 41).

    6 – Eppure, nonostante le numerose versioni accumulatesi riguardo alla storia di Romolo e Remo, anzi, di Remo e Romolo, come dice Emina, va sottolineato che le parole di Cicerone (cui cum visum esset utilius solum quam cum altero regnaret), esattamente come quelle dell’annalista, sembrano avere senso soltanto se i gemelli avessero regnato insieme per un certo periodo, prima della morte di Remo. Esattamente come  Liv. 1, 13, 4-14, 3 allude a un regno congiunto di Romolo e Tito Tazio, anche in questa fase si profilerebbe un caso di diarchia. E non è nemmeno da escludersi che l’allusione al regno simultaneo di Remo e Romolo sia una prefigurazione abbastanza trasparente del consolato. Cassio Emina, con la sua forma mentis eziologica, riferì il prodigio della scrofa con trenta porcellini non al tempo di Enea, ma a quello di Romolo e Remo. È interessante notare come un fatto in altri ambiti e in altri autori riferito alla vita di Enea, venga attribuito a quella di Romolo e Remo, coerentemente con quel fenomeno che si potrebbe definire “romulizzazione”, che è peculiare dell’annalistica tardo-repubblicana e funzionale ad accrescere la reverenza per istituzioni e riti, se riferiti alla figura del fondatore e al passato più remoto della città. La “romulizzazione” si coagula attorno a tre figure, che polarizzano l’attenzione: non solo quella del fondatore, Romolo, ma anche Numa e Servio Tullio. Ma, nel passaggio da II a I sec. a.C., è Romolo a diventare assoluto protagonista di questo fenomeno

    7 – In epoca molto successiva, del resto, una forma di diarchia è ravvisabile anche nell’azione di governo di Augusto e Agrippa. Ricordiamo, nell’Eneide, la grande profezia di Giove a Venere sul destino dei discendenti di Enea (Aen. 1, 291 ss.), laddove si dice che Remo cum fratre Quirinus iura dabunt (vv. 292-293): Quirino, Romolo divinizzato, è identificabile come Augusto, che rifiutò però di portare il nome di Romolo (Suet. Aug. 7). Remo, presentato come vivo e regnante con il fratello, è forse identificabile con Agrippa, uomo di umili natali (cfr. Servio, ad Verg. Aen. I 292). E se Romolo e Remo crebbero nella modesta capanna di Faustolo, fu proprio nella casa di Augusto che Agrippa andò a vivere dopo il 25 a.C., dato che la sua dimora era stata distrutta da un incendio (Cassio Dione 53, 27, 5). Agrippa, è addirittura chiamato dal princeps “collega (Res Gestae, 8, 2, anche se propriamente il termine è qui riferito al censimento). L’assassinio del gemello, consegnato dalla tradizione, diventa presto un problema non da poco; e diventerà ancora più serio in età augustea. Poi, negli anni in cui si prepara la non semplice transizione da Augusto a Tiberio, il discorso imperiale si focalizza sul tema della Concordia, al punto tale che, nel racconto della “più antica storia di Roma” di Ovidio, met. 14, 772-804, viene cancellata la figura di Remo, eliminando così la problematica del fratricidio, tanto presente nei Fasti. Come  a dire: nessuna maggiore garanzia di concordia che essere figli unici!

    Dunque, se Augusto è prefigurato da Romolo, o meglio, se Romolo prefigura Augusto, è evidente che il fondatore non può avere ostentato atteggiamenti tirannici, né avere commesso un fratricidio. Sempre Ovidio, in fast. 4, 849-856, a proposito dei Parilia, fece propria una versione che potremmo definire elegantemente discolpatoria: Romolo piange disperato davanti alla pira di Remo, rendendogli i dovuti onori funebri, insieme a Faustolo e ad Acca Larentia. Quella notte lo spirito di Remo appare a Faustolo e alla moglie, chiedendo loro di persuadere Romolo a tributargli un giorno commemorativo, che diventerà noto con il nome di Remuria, celebrato il 9 maggio e dedicato agli avi sepolti, esattamente in coincidenza dei Lemuria, quando i Romani celebravano i Lemures, nel mese di Mercurio, tra la festa dei Lares Praestites, che cadeva nel giorno delle Calende e la festa di Hermes-Mercurio nel giorno delle Idi.

    8 – Tornando a Cassio Emina, e alla prima parte del frg. 14 Santini (il parto miracoloso della scrofa), secondo M. Chassignet, collocarlo alle origini di Roma invece che all’inizio della leggenda albana, il cui eroe era, appunto, Enea riflette, con tutta probabilità, la volontà di trasferire a Roma, e non attribuire più ad Alba Longa, questo simbolo della supremazia sul Latium. Sarebbe tuttavia sorprendente che uno storico tanto attento alle istituzioni arcaiche e alle leggende di fondazione come Cassio Emina non avesse tenuto conto di tale tradizione: Varrone (R. R. 2, 17-18) afferma che esistevano addirittura degli ex voto e le reliquie del corpo dell’animale. Schilling arrivò perciò a ipotizzare una duplicazione di tale evento eccezionale, nel senso che la tradizione collocherebbe – ed Emina sarebbe al corrente di ciò – il portentum a Lavinio, o all’arrivo di Enea nel Lazio. Già in Emina troveremo una decisa perdita del significato originale del racconto,  conseguenza del rovesciamento nell’ordine delle priorità Lavinio-Roma. Per usare le parole di Schilling «L’omen des trente porcelets, quelle que soit son interprétation, ne s’inscrit en effet que dans la perspective d’une proliferation à partire de la cité de Lavinium». Gli unici autori – Cassio Emina e successivamente Nonio Marcello (p. 164 L., che adotta per il nome di queste divinità, Lares Grundules, il vocalismo in –u-) – che paiono discostarsi dalla tradizione relativa a Lavinio, menzionando un culto romano di questi Lari Grundili, sembrano non opporsi, ma apportare, al contrario, un elemento complementare: la trasposizione a Roma di un culto originario di Lavinio, alla maniera del culto dei Penati, che esisteva in entrambe le città. Il fanum dei Lares Grundiles, segnalato a Roma da Emina, si potrebbe spiegare come probabile trasposizione a Roma di un altro culto originario di Lavinio. Se poi guardiamo le due parti del frammento di Cassio, apparentemente slegate fra loro, sembra che il prodigio, che allude ai concetti di abbondanza e proliferazione, e senza che la scrofa e i lattonzoli vengano sacrificati – come invece accade, ad esempio, in Virgilio, Aen. 8, 84-85 – rimandi positivamente al momento in cui si fissa il regnum di Roma e il suo governo, che deve essere garante e custode di abbondanza e prosperità. Ed è interessante notare come le divinità dei Lares praestites, custodi di Roma, vengano identificate nelle figure di bambini allattati da una lupa in uno specchio proveniente da Preneste, databile  al 340 a.C. circa. I Lares praestites sono i figli gemelli di Lara o Lala, la ninfa troppo loquace che aveva consigliato alla sorella Giuturna di rifuggire dalle profferte amorose di Giove, il quale, quindi, le strappò la lingua, relegandola agli Inferi. Avrebbe dovuto guidarla verso di essi Mercurio, che, però, si invaghì di lei, secondo quel che narra Ovidio in fast. 2, 583-616 e la violentò lungo il cammino. Per quanto riguarda il culto derivato da questo monstrum del parto della scrofa, la mentalità eziologico-razionalista di Emina trapela dalla conclusione del frammento, laddove si parla dell’edificazione del fanum ai Lares Grundiles, identificati come “Lari che grugniscono”, da grunnire. Ma sicuramente, al di là di questo dato archeologico, e al di là della difficoltà linguistica del legame grunda/grundiles, collegare la voce grunda alla prima interpretazione da noi esaminata, vuole dire ribadire l’importanza della compattezza del gruppo familiare, anche dopo la morte di uno dei componenti, e i suoi diritti sul suolo occupato dalla casa. In altre parole, questa interpretazione sottolineava lo stretto rapporto dei Lares Familiares con la dimora, che trova nella gronda (grunda) la sua estrema demarcazione.

    Bibliografia essenziale:

    – A. Carandini (ed.), La leggenda di Roma. Dalla nascita dei gemelli alla fondazione della città, I,  Milano 2006.

    – A. Carandini, La casa di Augusto. Dai “Lupercalia” al Natale, con D. Bruno, Bari 2008.

    –  J. Carcopino, La Louve du Capitole, Paris 1925.

    – M. Chassignet, Étiologie, étymologie et éponymie chez Cassius Hemina: mécanismes et fonction, LEC 66, 1998, pp. 321-335.

    – M. Chassignet (éd.), L’Annalistique Romaine. III: L’Annalistique récente. L’autobiographie politique. Fragments, Paris 2004.

    – M. Chassignet, L’étiologie dans l’annalistique romaine: Romulus ou le commencement absolu, in (éd.), L’étiologie dans la pensée antique, Thornout 2008, pp. 35-52.

    – G. D’Anna (ed.), Anonimo. Origine del popolo romano, Roma 1992.

    – A. Dubourdieu, Les origines et le développement du culte des Pénates à Rome, Roma 1989.

    – C. Dulière, Lupa Romana: recherches d’iconographie et essai d’interprétation, Bruxelles-Roma 1979.

    – F. Mattioli Carcano, Santuari à repit: il rito del “ritorno alla vita” o “doppia morte” nei luoghi santi delle Alpi, Priuli & Verlucca, 2009

    – M. Pennacchio, “Intollerabile abuso”. Miracoli e santuari “à répit” dela Valle Camonica del XVIII secolo, in Santuarios 2016, pp. 1-10.

    Historicorum Romanorum Reliquiae, iteratis curis disposuit recensuit praefatus est H. Peter, I-II, Lipsiae 1914².

    – D. Porte, L’étiologie dans les Fastes d’Ovide, Paris 1985.

    – J. Poucet, Les origines de Rome. Tradition et histoire, Bruxelles 1985.

    – J. Poucet, Le motif de la truie romaine aux trente gorets. I: Virgile et les attestations pré- et périvirgiliennes, FEC – “Folia Electronica Classica” 7, janvier-juin 2004: www.fltr.ucl.ac.be/FE/07/TRUIE/Gesine21.htm

    – C. Santini (ed.), I frammenti di L. Cassio Emina: introduzione, testo, traduzione e commento, Pisa 1995.

    – O. Skutsch (ed.), The Annals of Q. Ennius, Oxford 1985.

    – R. Schilling, Les “Lares Grundiles”, in L’Italie préromaine et la Rome républicaine. Mélanges offerts à J. Heurgon, Paris 1976, pp. 947-960 = Id., Rites, cultes, dieux de Rome, Paris, 1979, pp. 401-41.

    – T. P. Wiseman, Remo: un mito di Roma, trad. di E. Ercolini, Roma 1999.

     

    © Silvia Stucchi, 2018

    Un ringraziamento particolare al prof. Carlo Santini per i preziosi suggerimenti e spunti offerti

  • Persefone elettronica

    Persefone elettronica

    Sempre alla ricerca di riprese di miti classici nella musica del tardo Novecento o del nuovo secolo, segnalo oggi una composizione che si intitola Pulse Persephone, diciamo “Il battito di Persefone”, se ne interpreto correttamente il nome. Ne è autrice Daphne Oram (1925-2003), una pioniera della musica elettronica inglese. Educata al Royal College of Music di Londra, la Oram divenne nel 1944 un tecnico audio della BBC, con il compito, da lei progressivamente assunto (e faticosamente conquistato sul campo) di provvedere prima agli effetti sonori di specifici programmi radiofonici; poi, dal 1958 in avanti, di creare uno studio radiofonico dedicato all’elettronica, intitolato “BBC Radiophonic  Workshop” (pare che gli alti papaveri della BBC avessero posto come condizione che non venisse citata in nessun modo la parola “Music”). Negli anni di lavoro alla BBC la Oram compose la sua opera più famosa, del 1949 (data pionieristica rispetto a tutta la storia della musica elettronica che si racconta comunemente), Still Point, recentemente proposta da uno di quei magnifici concerti che la BBC offre lungo tutta l’estate alla Royal Albert Hall di Londra, con il nome di Proms (in realtà, Promenades: serie di concerti a prezzi popolari fondata nel 1895 con l’intento di consentire a chiunque di usufruire di uno spettacolo di alto livello artistico in un’atmosfera informale). Qui se ne può sentire, per chi volesse, l’esecuzione offerta il 23 luglio scorso dalla London Contemporary Orchestra diretta dal giovanissimo Robert Ames (1985-), in un concerto che – secondo l’uso inglese – mescolava “classici” della musica elettronica e composizioni realizzate apposta per l’occasione:

    https://www.youtube.com/watch?v=xxDJjHGw61U&t=205s

    La composizione sulla quale appunto il mio interesse risale invece al 1965. La Oram, poco dopo avere ottenuto lo studio radiofonico che l’interessava, abbandonò la BBC – pare, per una suggestione nata dall’incontro con Edgard Varèse – e decise di dedicarsi a una carriera in proprio di compositrice, studiosa e docente di musica, realizzando uno studio nella sua casa nel Kent. A questo periodo risale la composizione che mi interessa, sulla quale pochissimi altri dati sono riuscito a reperire. Venne presentata a Londra, nell’ambito di una mostra tenutasi alla Royal Academy of Arts, e intitolata ai “Tesori del Commonwealth”. Attraverso il richiamo al battito del cuore sotterraneo di Persefone, imprigionata nell’Ade, ma desiderosa di recuperare la Terra, la Oram utilizzò suoni di varia natura, a suo dire provenienti da varie nazioni del Commonwealth, “masterizzati” tutti assieme in un sintetizzatore elettronico – un anno più tardi, nel 1966, la Oram avrebbe realizzato il proprio strumento elettronico, chiamato “Oramics Machine”. Come scrive Curtis Roads, in Composing Electronic Music. A new Aesthetics, Oxford 2015, p. 319, la composizione si segnala per il suo tono pensoso, a dimostrazione del fatto, ben noto in tutta la storia della Musica del resto, che il suono può essere descrittivo (“representational”) e dotato di significato, e perciò, anche quando appaia del tutto astratto, è in grado di “establish a mood or atmosphere within seconds, setting the stage for narrative”. La Oram non era nuova a tentativi del genere: Jo Hutton, nell’articolo “Radiophonic Ladies”, ad esempio, ricorda come già nel radiodramma Private Dreams, Public Nightmares di Frederic Bradnum, di cui la Oram aveva curato con Desmond Briscoe gli effetti sonori nel 1957 alla BBC, la frase “darkness and the pulse of my life blood intertwined” del dramma fosse accompagnata da un effetto simile a quello prestato qui a Persefone, un battito imitativo del battito cardiaco e una scala musicale discendente. Quanto al mito di Persefone, è fra quelli preferiti dalla compositrice. Nel volume An Individual Note of Music, Sounds and Electronics (Londra 1972, repr. 2016: ma io ho consultato l’edizione originale, reperibile in internet), che raccoglie gli scritti teorici e la filosofia della compositrice, il mito di Persefone chiude le pagine del libro. Le ragioni della sua citazione sono abbastanza discutibili, poiché alla compositrice interessa soprattutto il nome del re Celeo, che offrì ospitalità a Demetra in cerca di Persefone e officiò i riti di Eleusi, per l’affinità fonica che quel nome ha con il principio fondante della musica, chiamato dalla Oram CELE, e che, in contrapposizione con il suo opposto ELEC, a dire della compositrice regola e controlla gli impulsi della vita. Molto di più non ho capito, e forse non vale la pena capire. Resta infatti la composizione, assai breve e interessante; e resta, una volta di più, la traccia, pur discutibile, della cultura classica sulla musica contemporanea. A p. 125 del volume, fra una citazione di Orazio (ars 311) e una di Francis Bacon (New Atlantis, del 1624), la Oram rievoca brevemente il mito, sottolineandone il valore di rinascita e conciliazione degli opposti: grazie al ritorno sulla terra di Persefone, propiziato dalla saggezza e dalla cordialità di Celeo, “the essence of life, in all its richness, returned”. Ma tanta felicità non era possibile senza il passaggio, angosciato, attraverso il dolore della perdita e della morte. Che è quanto la Oram credo abbia voluto rappresentare qui.

     

    Alla bibliografia indicata finora aggiungerei ancora il volume di Louis Niebur, Special Sound. The Creation and Legacy of the BBC Radiophonic Workshop. Alla morte della Oram, nel 2003, è stato costituita una Fondazione a lei intitolata. che detiene diritti e materiali relativi alla compositrice, il cui sito (http://daphneoram.org/) è ricco di informazioni di vario genere. Infine, ricordo che la Oram curò gli effetti sonori elettronici del film The Innocents – in italiano, Suspence, 1961 – che il regista Jack Clayton trasse dal romanzo di Henry James, The Turn of the Screw. Io lo vidi bambino e, nonostante una meravigliosa Deborah Kerr che vi recitava nel ruolo dell’Istitutrice, mi spaventai al punto di non averlo voluto rivedere mai più. James naturalmente ci faceva la sua parte. Ma anche la colonna sonora, a mio ricordo, era piuttosto agghiacciante…

    © Massimo Gioseffi, 2018

  • Percontationes impossibiles II

    Percontationes impossibiles II

    Paris, filius Priami et Hecubae, electus est a diis ut iudicaret quae pulcherrima esset inter Iunonem, Minervam et Venerem. Cum Venus victrix discessisset, Paridis iudicium causa et origo belli Troiani fuit. Quare Paris a multis non amatur: videtur vilis, piger, mulierosus… 

    PERCONTATOR: Salve Paris, qui amore Helenae captus, uxoris Menelai praeclari, causa fuisti maximi belli quod antiquis temporibus genus humanum excruciavit!

    PARIS: Ego non sum belli Troiani auctor, neque fas est me istius pestis reum arcessere. Obnoxius non sum.

    PERCONTATOR: Dic ergo, quaeso: quis, tua sententia, belli causa fuit?

    PARIS: Quisnam, nisi superi?

    PERCONTATOR: Vos, homines prisci, semper culpas in deos vertitis. Deos omnium malorum et scelerum facitis reos, quae ipsi perpetravistis. Numquam culpas vestras confitemini, numquam debitas poenas solvere vultis, sed argumenta dolosa et rhetorica semper invenitis ad superos accusandos.

    PARIS: Nequam hominem me iudicas! Excuso tamen verba tua. Quam multi et quam diu mihi maledixerunt! Iuvat me ipsum tibi narrare quis fuerim. Vix natus, in monte relictus sum propter somnium quod mater mea somniavit. Hecuba enim in somnio se vidit facem parientem, qua ardente tota urbs combureretur. Itaque, antequam natus essem, iam habitus sum auctor ruinae Troianae. Sacerdotibus imperantibus, desertus sum in montibus ut ferae me vorarent. Forte fortuna inventus sum a pastore quodam, Agelao, qui me servavit et aluit. Vixi placide ut humilis pastor ….

    PERCONTATOR: Dic mihi, beatusne eras? Nonne uxor quoque tibi erat?

    PARIS: Beatus eram. Coniunx mea, Oeno, nympha montium erat atque alter alteram amabat, donec Iuppiter me iussit iudicem esse, ut quae esset pulcherrima inter deas statuerem. Pastor et adulescens eram: tua sententia, num regna Asiae aut sapientia me adlectare poterant? Elegi Venerem, quae amorem mulieris pulcherrimae mihi promiserat. At illa, ut pactum servaret, mihi persuasit ut raperem Helenam, quamquam mihi notum erat quid eventurum esset, cum Helena Menelao nupsisset. Praeterea, neglectae deae in odio me habuerunt, et multa mala machinatae sunt in me et in Troianos.

    PERCONTATOR: Certe. Attamen tu eligisti Venerem, tu rapuisti Helenam, tu denique causa belli fuisti…

    PARIS: At si aliter iudicassem de deabus, iudicium meum aeque exitiale fuisset et mihi et Troianis; nam quaecumque inter eas, nisi victrix discessisset, machinata esset adversus me, immo adversus Troiam. Dei autem statuerant Troiam esse delendam. Me agnito a matre mea, pater quoque me servavit a turba irata, quae me interfectura erat, dicens: “Pereat Troia, at non filiolus meus!”

    PERCONTATOR: Fateor te bene dixisse; at, Venere adiuvante vel tua cupidine coactus, rapuisti tamen Helenam, ardens nimio amore feminarum. Qui amor famosum te effecit in toto orbe: nam callidissimus fuisti in animis feminarum illiciendis…

    PARIS: Ne hoc quidem verum est; miserior enim cum feminis fui quam Hector cum Andromacha vel Aeneas cum Creusa vel Ulixes cum Penelope. Illi mutuo se amabant, Helena autem semper me vituperabat et reprehendebat. Ne Oeno quidem me amavit; nam, cum posset me morientem servare, me moriturum reliquit.

    PERCONTATOR: Concedo: in mulieribus eligendis felix non fuisti…. At dic mihi: scisne te non strenuum virum, sed ineptum in pugnando existimari?

    PARIS: Opinio tota vestra est!

    PERCONTATOR: Tu quid censes?

    PARIS: Primum: cum pastor, baculo tantum praeditus, pecudes a praedonibus servavissem eosque fugavissem, mihi a pastoribus datum est cognomen Alexander (id est hominum tutor); deinde Troiae, in ludis dicatis filio Priami, qui relictus erat in montibus, vici omnes fratres meos, inter quos Hectorem ipsum, qui postea in bello me acribus verbis contumeliisque affecit. Postremo, coram te interfector Achillis adstat!

    PERCONTATOR: Certe eum interfecisti arcu, sed eminus, non comminus, ut viri strenui, atque ab Apolline adiutus.

    PARIS: Quam iniustus es! Tethys auxilium tulit filio suo Achilli quoquo modo, Venus Aeneae saepe subvenit et Minerva Ulixi; num illi strenui sunt et ego virtute careo? De arcu nemo vituperat Herculem vel Philoctetam, qui sagittarii fuerunt… Meministine quomodo Ulixes Procos occiderit ?

    PERCONTATOR: Arcune?

    PARIS: Num armati Proci erant? Num se defendere potuerunt?

    PERCONTATOR: Minime. Recte dicis.

    PARIS: At deinde, quisnam es tu, qui me iudicare audes, me, Paridem, filium Priami, me, qui vidi divina corpora dearum maximarum et filiam Iovis uxorem duxi?

    PERCONTATOR: Bene dicis, Paris, et mihi ignosce.

     

    © Ivana Milani, 2018

     

  • Quel che resta d’Orfeo

    Quel che resta d’Orfeo

    I miti antichi, si sa, sono duri a morire! Per questo il teatro contemporaneo continua a fare ricorso ad essi, come a una miniera inesauribile di storie sempre vere e sempre riattualizzabili. E’ quello che è successo, quest’inizio di estate, con il mito di Orfeo, messo al centro di uno spettacolo multiculturale, “Orfeo & Majnun”, andato in scena al teatro de la Monnaie (Bruxelles) a fine giugno, e al festival di Aix-en-Provence nella prima metà di luglio. La recita inaugurale del festival è disponibile, per un po’ di tempo, in streaming su youtube, e gli interessati potranno prenderne visione diretta a questo indirizzo:

    https://www.youtube.com/watch?v=6TznzgH__Ps

    L’idea di base è quella di mettere assieme due storie fondanti, rispettivamente, l’Occidente e l’Oriente (arabo): il mito di Orfeo ed Euridice e quello di Qays e Layla. Qays è un poeta che ama, ricambiato, Layla. Ma la famiglia di lei si oppone alle nozze, e il padre della ragazza la fa sposare a un ricco possidente. Layla però muore, mentre Qays impazzisce e canta il proprio dolore alle greggi di cui era pastore, fino a venir meno per il desiderio inappagato. Il nome “majnun”, che egli assume prima di morire, significa appunto “folle”. Del mito di Orfeo non metto ovviamente conto di parlare in questa sede. Il testo dello spettacolo è stato affidato a due librettisti, Airan Berg e Martina Winkel, che sono responsabili anche della messa in scena. Tre i compositori che si sono divisi il compito della parte musicale: il palestinese Moneim Adwan, classe 1970; il belga Howard Moody (1964), già autore di opere per la Monnaie e Glyndebourne, e Dick van der Harst (1959). Ognuno dei tre porta la propria esperienza alla partitura, che alterna lingue (inglese, francese, arabo) e stili differenti (musica mediorientale; musica classica propriamente detta; echi di jazz). Le due vicende sono raccontate in parallelo; una voce narrante, l’attrice Sachli Gholamalizad, interviene più volte, in francese, mettendo ordine a una rappresentazione altrimenti non sempre facile da seguire. 

    Quale il giudizio da spettatore? La discussione è aperta. Diciamo che, ovviamente, l’operazione multiculturale ha un’importanza che trascende i valori scenici e musicali del testo, e questo si avverte, ad esempio, dalle recensioni “ufficiali” dello spettacolo, tutte improntate al “politically correct” che in simili occasioni si impone come indispensabile. A mio parere – confutabile da tutti quanti avranno la pazienza di vedere l’opera e lasciare il loro giudizio – c’è però qualcosa di non perfettamente compiuto. Lo spettacolo è elegante, ma poco vivo, tanto che, contro le regole, il semplice ascolto prevale sulla visione. Proiezioni, burattini, animali semoventi (si fa per dire), come in una Zauberflöte dei poveri, sono tutte cose già viste e fanno rimpiangere la ben diversa vivacità dei Muppets, che nella lontana serie Who’s Afraid of Opera duettavano con Joan Sutherland (1972). I cantanti “arabi”, chiamiamoli così, non sono cantanti lirici propriamente detti e l’impostazione della loro voce obbliga i teatri a un’amplificazione visibile e dichiarata; stesso discorso per gli interventi della narratrice. Di conseguenza, anche Orfeo ed Euridice, un baritono e un soprano di coloratura, vengono amplificati, e questo in uno spettacolo d’opera è sempre male. L’orchestra è professionale, il coro meno – a volte si sente. Bravissimo, viceversa, il giovane direttore libanese Bassem Akiki, che tiene le fila del tutto, e non deve essere stato facile. Ma cosa dire della parte musicale propriamente detta? Intanto, dopo un inizio molto interessante (nel quale viene rievocata la creazione del mondo, per poi portare l’attenzione sul ruolo delle donne, e da qui evocare le protagoniste femminili delle storie narrate, fino a un duetto che vede mescolare le voci delle due eroine, che si sono prima presentate ciascuna a suo modo), le vicende narrate sembrano più giustapporsi che fondersi, e così gli stili della musica. Se l’intenzione era quella di realizzare un’opera multiculturale, forse l’intento è riuscito solo in parte. Nei novanta minuti circa dello spettacolo si ha l’impressione di avere acquistato due opere al prezzo di una, più che un’opera che realmente fonda stili e modi differenti. A essere sinceri, lo spettatore “occidentale” ha anche l’impressione che la parte orientale prevalga sulla propria, sia nel minutaggio ad essa concesso (a un controllo preciso non credo che risulti vero), sia nello stile, perché Orfeo ed Euridice – chiamati di norma a un declamato non melodico – finiscono per suonare più “orientali” di quanto non dovrebbe essere. Fa effetto straniante, poi, la mescolanza delle lingue, specie nei duetti fra Orfeo ed Euridice, con lui che canta sempre in inglese, lei ora in inglese ora in francese. Infine: nonostante del mito di Orfeo siano rievocati tutti i passaggi fondamentali (presentazione e duetto d’amore fra i protagonisti; scena del matrimonio; morte di Euridice; discesa all’Ade di Orfeo, che incontra Caronte e Cerbero; restituzione di Euridice e aria della di lei felicità; fallimento della risalita alla superficie terrestre e seconda morte di Euridice), l’impressione complessiva è che l’azione si risolva non in fatti, ma in commenti; e che questi manchino di una particolare novità o profondità, al di là dell’ovvia celebrazione dell’universalità dell’amore e della compenetrazione di amore e sofferenza a qualunque cultura ci si trovi ad appartenere. 

    Detto questo, non mancano certo gli elementi di forte interesse. Darei una doppia risposta, da classicista e da curioso di musica. Nella prima veste segnalo l’importanza concessa al mito di Orfeo, ritenuto il più rappresentativo dell’Occidente. Il parallelo con la storia di Qays e Layla funziona solo in parte: nel mito greco non c’è opposizione delle famiglie (meglio sarebbero andati Piramo e Tisbe o Romeo e Giulietta); viceversa, nel mito arabo vengono meno la discesa all’Ade, la sfida con l’impossibile, il canto che deve convincere e superare la Morte, la seconda prova affrontata e persa da Orfeo, spinto a voltarsi dalla passione e dal desiderio, ossia da quelle stesse molle che lo avevano condotto a tentare l’impossibile e a cercare di recuperare Euridice dall’Ade. Perché la musica e la poesia possono sì soccorrere l’essere umano, ma solo fino a un certo punto; e ciò che è forza in Orfeo (e lo spinge a scendere nell’Oltretomba) è anche la sua debolezza, che lo porta a voltarsi anzi tempo e a perdere definitivamente la partita che sembrava già vinta. Rispetto a questo mito, la vicenda araba è più semplice e lineare, ma in fondo, absit iniuria, meno significativa: una coppia contrastata, costretta alla separazione, che non elabora il lutto e sceglie la morte. Accomuna invece le due vicende il ruolo consolatorio, ma non troppo, assunto dalla Natura: sia Orfeo che Qays trovano negli animali quella sympatheia che invano spererebbero dagli uomini o dalle divinità crudeli. Ciò forse spiega l’ampio risalto concesso nello spettacolo, fin da subito, ai pupazzi animati, anche quando francamente se ne sarebbe potuto fare a meno.

    Il curioso di musica segnala, invece, la presenza di alcuni momenti “forti” nella partitura. Qui ne scelgo quattro. Il primo, cui ho già fatto riferimento, è l’inizio dell’opera, nel quale si mescolano movenze sincopate che ricordano il jazz, o forse meglio certi musical di ambientazione newyorkese realizzati negli anni Cinquanta da Leonard Bernstein, dai quali sembra provenire la ritmica del pezzo:

     

    Interessante è anche la parte di Euridice, predominante su quella di Orfeo, nonostante il ruolo eponimo di quello. Di essa propongo la scena delle nozze con Orfeo, un duetto ricco di agilità, fra stile musical e qualche reminiscenza, forse, di Tempus est iocundum (Totus floreo) di Carl Orff:

     

    Ecco invece il funerale di Euridice, con la decisione di Orfeo di scendere nell’Ade (“I’ll follow you”), la discesa, il dialogo con Caronte, qui impersonato dall’attrice che parla e irride il dolore del personaggio, prima di lasciarsene conquistare:

     

    Infine, un certo rilievo ha il finale. Prima il coro commenta il destino degli amanti; interviene poi la narratrice a raccontare, facile consolazione, dell’esistenza del pianeta Eros, intorno al quale ruotano gli asteroidi Orpheus e Majnun. La gloria che i quattro giovani non hanno trovato in vita viene loro concessa dopo la morte; passerella finale di tutti i personaggi e coro esultante. Il pubblico può tornare a casa appagato e festoso.

     

    https://en.wikipedia.org/wiki/Layla_and_Majnun

    © Massimo Gioseffi, 2018

  • La matrona di Efeso in musica

    La matrona di Efeso in musica

    Riprendiamo il bel post di Silvia Stucchi dedicato alla matrona di Efeso, per segnalare una poco nota versione musicale di quel testo. Si tratta dell’opera in un atto, su libretto di Isaac Bickerstaff, musicata da Charles Dibdin (1745-1814), prolifico compositore inglese, oggi piuttosto dimenticato anche dalle sue parti, o al più ricordato per la lunga partnership con il celebre attore David Garrick (1717-1779), considerato il sospitator del teatro shakesperiano, dopo il lungo oblio che lo aveva avvolto nel XVIII secolo. Dibdin a sua volta fu musicista, attore, commediografo, impresario teatrale, con quella variabilità di ruoli che è abbastanza tipica di fine Settecento. Il mitico teatro Drury Lane, nel West End londinese, vicino al Covent Garden, fu la sede principale delle sue gesta (il teatro esiste ancora, anche se naturalmente è stato più volte rifatto: dedicato soprattutto al musical, è oggi proprietà di Andrew Lloyd Webber). The Ephesian Matron or The Widow’s Tears, il testo che ci interessa, ebbe però la sua prima rappresentazione, nel 1769, nei vicini Ranelagh Gardens, come parte di una festa teatrale estiva. Dibdin, autore di decine di composizioni, tornerà a un argomento classico solo nel 1781, dodici anni più tardi, riadattando per le scene del Covent Garden l’Amphytrion di Dryden, ovvio derivato di quello di Plauto.

    Il testo si può definire un’opera vaudeville, usando il nome di un genere ben attestato in Francia (e in realtà, di pochi anni più tardo). Si tratta di composizioni brevi, che si svolgono tutte nell’arco di un’ora circa ciascuna; a volte interamente cantate (senza, cioè, parti dialogate), a volte con un’alternanza di dialogo e musica; di carattere comico-satirico; che spesso riusano musica già nota, volutamente piegata ad altro scopo (non è questo il caso di Dibdin, però). Nel teatro inglese il massimo capolavoro del genere è, credo, Rosina (1782, ma composta circa dieci anni prima) di William Shield (1748-1829), compositore perfettamente coevo di Dibdin. Di quell’opera, riporto le due arie più celebri (When William, at eve, “Quando Guglielmo alla sera”; Light as thisledown, “Leggero come cardo”). Sono due registrazioni antiche, ma ancora bellissime:

    When William, at eve, meets me down at the stile,
    how sweet is the nightingale’s song!
    Of the day I forget all the labour and toil,
    whilst the moon plays you branches among.
    By her beams, without blushing, I hear him complain,
    and believe every word of his song:
    you know not how sweet ’tis to love the dear swain,
    whilst the moon plays you branches among.

    Light as thistledown moving which floats on the air,
    sweet gratitude’s debt to this cottage I bear:
    of autumn’s rich store I bring home my part,
    the weight on my head, but gay joy in my heart.

    Come si sente, brillantezza orchestrale e vocale, uso abbondante degli abbellimenti e degli ornamenti, situazioni comiche ma non mai volgari, trattate con un certo gusto della leggerezza, dove il dramma non sorpassa mai la misura del buon senso, ripetizioni ad libitum delle singole strofe, con continue variazioni, sono le caratteristiche principali di queste composizioni – caratteristiche che ritroviamo tutte anche nella nostra The Ephesian Matron. Si tratta, di fatto, di una composizione fatta di soli undici numeri musicali, così suddivisi: 01 – ouverture; 02 – Trio matrona/padre/ancella; 03 – Aria del padre; 04 – Aria della matrona; 05 – Aria dell’ancella; 06 – Aria del soldato (qui, un centurione); 07 – Duetto centurione-matrona; 08 – Seconda Aria della matrona; 09 – Seconda Aria del soldato; 10 – Seconda Aria dell’ancella; 11 – Vaudeville finale (alla presenza di tutti i personaggi). Rispetto a Petronio, la trama risulta leggermente modificata e semplificata. L’azione si svolge tutta nella tomba del marito della matrona, scena unica e fissa. La giovane vedova dichiara che non può vivere senza il suo sposo, e perciò rimarrà lì, a lasciarsi consumare dal dolore, senza mangiare e senza bere. L’ancella e il padre, nel trio iniziale, reagiscono violentemente a questa sua decisione (nr. 02). Nella propria aria, il padre cerca di calmare la figlia e di persuaderla a desistere, poi ci rinuncia e la lascia con l’ancella (nr. 03); rimasta sola, la giovane donna ribadisce la propria decisione, in un’aria di follia che fa il verso alle tante scene di pazzia che attraversano un po’ tutta la storia del melodramma (nr. 04). L’ancella commenta, celebrando la forza d’Amore (nr. 05). Appare il centurione, di guardia alle forche pubbliche, attirato dalla luce che filtra dalla tomba. Nella sua aria si presenta, e cerca di convincere la donna a lasciar perdere il proprio dolore (nr. 06). La giovane è subito colpita dalle parole (e dall’avvenenza) del giovane – Bickerstaff e Dibdin qui fanno la parodia degli innamoramenti violenti tipici del mondo operistico, scostandosi da Petronio. Comunque, la donna non vuole cedere troppo presto – è questo il succo del passionale duetto nr. 07. Convinto di avere ormai salvato l’amata, il centurione si allontana promettendo di tornare appena possibile; la matrona, rimasta sola, in un’aria delicata e nobile, commenta la gioia del nuovo sentimento che sente nascere in sé (nr. 08). Il centurione torna prima del previsto, e in un’aria di stile agitato annuncia la scomparsa del cadavere cui avrebbe dovuto fare la guardia (nr. 09). La matrona offre al suo posto il marito, mentre l’ancella commenta sottolineando l’abilità e l’ingegno delle donne, che a differenza degli uomini non si perdono mai d’animo (nr. 10). Durante lo spostamento del cadavere, torna il padre della matrona, che sorprende il centurione e l’accusa di saccheggiare la tomba. Il centurione è difeso dalle due donne, e il padre ne approfitta per concordare le nozze fra la figlia e il soldato. Nel vaudeville finale, i quattro personaggi celebrano la propria felicità e l’astuzia femminile, senza del quale nulla accadrebbe al mondo.

    L’opera di Dibdin ebbe discreto successo alla fine del Settecento; è stata dimenticata per tutto l’Ottocento; ha avuto una ripresa radiofonica (alla BBC) all’inizio del Novecento; ha conosciuto un’incisione ufficiale nel 1992; e un paio di esecuzioni amatoriali, nelle università anglosassoni. Sul sito della casa discografica Hyperion è disponibile nella sua interezza, a pagamento (https://www.hyperion-records.co.uk/dc.asp?dc=D_CDA66608). Questo mi impedisce di postare, come avrei voluto, tutti gli undici brani, e anche il testo delle parti cantate. Dell’opera riporto quindi solo tre spezzoni, interpretandoli come invito all’ascolto dell’intera composizione, dalle nostre parti sconosciuta perfino di nome. Il primo è, doverosamente, l’ouverture, secondo l’uso del tempo rigorosamente tripartita e fatta in sostanza per mettere in evidenza le parti solistiche dell’orchestra, senza riferimento all’opera che segue.

     

    Faccio seguire l’aria di follia della matrona, nr. 04, che si apre con le parole “And while, grown frantic with my woes” (“E intanto, divenuta pazza con il mio dolore”), con il successivo recitativo matrona/ancella:

     

    Infine, il duetto dei due amanti, che hanno ceduto ben presto entrambi alle lusinghe d’amore (nr. 07 “By Venus, mother of desire” – “In nome di Venere, madre del desiderio amoroso”).

  • Amore e guerra

    Amore e guerra

    1 – Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido: “Ogni innamorato è un soldato, e Cupido ha il suo accampamento”. Così Ovidio, Amores I 9, intorno al 20 a.C. (nell’edizione in cinque libri, poi ridotti a tre) mostra le analogie tra la dura vita del soldato e l’altrettanto dura vita dell’innamorato, anch’egli sottoposto a innumerevoli prove. Per prima cosa, dice Ovidio, quae bello est habilis, Veneri quoque convenit aetas (v. 3); “l’età che è abile alla guerra, si addice anche a Venere”. L’amore, in altre parole, proprio come l’attività bellica, è cosa riservata ai giovani vigorosi, anche perché è turpe, cioè è “cosa vergognosa”, brutta a vedersi e palese violazione del principio etico-estetico del prepon, un senex miles, un vecchio in apparato da soldato; così, parimenti è turpe un senilis amor, come ha mostrato la maschera del senex innamorato, oggetto in innumerevoli occasioni di pesanti derisioni e di beffe nella palliata (pensiamo solo alla conclusione della Casina). Ma le analogie non finiscono qui: gli anni che i duces, gli ufficiali superiori, richiedono ai soldati (v. 5) sono i medesimi che una bella puella, una “graziosa ragazza” (v. 6) richiede in socio viro, “nell’uomo suo compagno” (trad. di Adriana Della Casa). E poi entrambi, soldato e innamorato, vegliano la notte; entrambi dormono scomodi sulla nuda terra, custodendo, l’uno, la porta del suo dux, l’altro la porta della bella; soldati e amanti hanno in comune lunghe marce forzate per terre inospitali: non ci sono soltanto gli spostamenti dell’esercito cui tenere dietro; anche l’innamorato strenuus, “risoluto” (un attributo dalla connotazione bellica e militare), seguirà la donna amata, se necessario, superando montagne e fiumi ingrossati dalle piogge (vv. 11-12 ibit in adversos montes duplicataque nimbo / flumina), marcerà impavido nella neve e “dopo aver deciso di solcare le onde, non addurrà come pretesto i venti impetuosi, né aspetterà le costellazioni favorevoli a far solcare il mare” (vv. 12-14). Solo un innamorato o un soldato possono sopportare il freddo della notte, quando cade copiosa la neve mista a pioggia (vv. 15-16). Il soldato viene mandato come esploratore verso i nemici crudeli (v. 17 infestos…in hostes): nemico naturale dell’innamorato, da cui non spostare mai lo sguardo, è invece il rivale, esplicitamente equiparato al nemico sul campo di battaglia (v. 18 in rivale oculos …. ut hoste tenet). Se il soldato assedia le città di difficile conquista (v. 19 graves urbes), l’innamorato assedia la soglia della donna oggetto delle sue attenzioni, che non vuole cedergli (durae limen amicae); una strategia bellica spesso messa in atto consiste nell’assalire nottetempo i nemici addomentati, e uccidere il popolo disarmato. Allo stesso modo, spesso gli amanti sfruttano il sonno dei mariti e portano le armi contro i nemici immersi nel sonno (vv. 21-25). E oltrepassare schiere di guardiani e sentinelle è compito sia del soldato che dell’innamorato, per il quale queste ultime assumono spesso le fattezze del severo ostiarius, che lo divide dal suo bene (vv. 27-28). Insomma, se Marte è incerto, nemmeno Venere è sicura, e l’esito di un’impresa non è mai prevedibile: talvolta, inaspettatamente, victi …resurgunt (“i vinti si risollevano”), mentre l’insuccesso attende coloro dei quali nessuno mai potrebbe razionalmente prevedere la sconfitta (v. 30 quos … neges umquam posse iacere, cadunt).

    2 – Forte di questa lunga serie di analogie, Ovidio può smentire chi chiama l’amore desidia (“pigrizia, inerzia, accidia”, v. 31). Anzi, proprio come la guerra, esso può risultare occupazione caratteristica solo di una mente ben sveglia e attiva (v. 32 ingenii est experientis Amor). E, contro la tradizionale caratterizzazione del giovane innamorato come un inconcludente immerso nei sogni sentimentali, nella conclusione dell’elegia l’amore viene esplicitamente indicato come un’attività formativa ed eticamente educativa: “Chi non vorrà diventare pigro, si dedichi all’amore” (v. 46 qui nolet fieri desidiosus, amet), esattamente come dice di fare il poeta stesso. Un simile finale ci conduce proprio nel cuore di quell’operazione di transcodificazione valoriale che Ovidio sta compiendo per rendere accettabile l’amore elegiaco nella Roma augustea, in cui, per volontà del princeps, è in atto una severa opera moralizzatrice di ritorno al mos maiorum. Ma l’elemento per noi più indicativo è che questa equiparazione fra amore e guerra è ancora viva nella nostra coscienza linguistica: e, come sappiamo, la semantica è tutto. Anche noi, in fondo, parliamo di strategia da attuare per la conquista, di piani da elaborare perché l’oggetto delle nostre attenzioni ceda, perché una volta espugnatane la resistenza, si arrenda e si dichiari vinto e in potere del vincitore.

    3 – Esemplificativa in tal senso è la novella della matrona di Efeso, la fabula Milesia più famosa fra le cinque di Petronio, narrata da Eumolpo in Satyricon 111-112 sulla nave dell’armatore-pirata Lica, per riportare l’armonia dopo la zuffa scoppiata una volta scoperti i clandestini e riconosciuto fra essi Encolpio, che del comandante è il peggior nemico. Molto è stato scritto circa i meccanismi del riso propri della novella; una delle analisi più puntuali è quella di Oronzo Pecere, in un saggio ancora oggi utilissimo. Potremmo però anche analizzare la presenza, nella novella, di diversi punti in cui il campo semantico e le immagini belliche e militari si sovrappongono a quelle che segnano il progredire della conquista erotica. Com’è noto, la novella si colloca all’intersezione di molteplici generi letterari: fabula Milesia dagli inserti mimici e comici, è, allo stesso tempo, anche parodia, con il necessario ribassamento nei ruoli, del racconto virgiliano relativo all’amore fra Didone ed Enea, come segnalano le due citazioni virgiliane di Aen. IV 34, in Sat. 112, 12 (Id cinerem aut manes credis sentire sepultos?) e di Aen. IV 38 in Sat. 112, 2 (Placito etiam pugnabis amori? / Nec venit in mentem quorum consederis in arvis?). In questo ribassamento, diremmo oggi in chiave borghese – o, addirittura, piccolo-borghese – dell’intreccio di sapore tragico proprio della vicenda virgiliana, alla regina corrisponde ora la matrona, anzi, la vidua; al vir, Enea, corrisponde l’anonimo miles, il soldatino di guardia ai cadaveri dei crocifissi; alla principessa Anna, sorella della regina innamorata (e a sua volta corrispondente, per il suo ruolo, alla trophos, la nutrice che nella tragedia rappresenta spesso il buon senso popolare, la communis opinio, e talora si fa aiutante della sua padrona), corrisponde l’ancilla. Ma la catena di analogie può continuare: all’ipogeo, dove si consuma la passione fra la vedova e il soldato, corrisponde la spelunca dove avviene il coniugium fra Didone ed Enea, unione che la regina equipara a nozze legittime, per questo bollando, dopo l’abbandono, l’eroe troiano come perfidus (Aen. IV 405, mentre al verso successivo il medesimo atto è qualificato come nefas): e ricordiamo come in Sat. 112,3 l’unione fra la vedova e il soldato venga qualificata, eufemisticamente, proprio come “nozze” (iacuerunt ergo una non tantum illa nocte, qua nuptias fecerunt…). Ancora: la spelunca, la caverna del racconto virgiliano sta a simboleggiare la segretezza di cui tale unione dovrebbe restare ammantata, benché essa sia equiparata nella sensibilità di Didone a un coniugium: ci pensa però la Fama a divulgare la notizia (Aen. IV 175 viresque acquirit eundo). Viceversa, il soldato della novella petroniana è deliziato non solo dall’avvenenza della vedova, ma anche dalla segretezza (Sat. 112, 4 delectatus miles et forma mulieris et secreto), che aggiunge pepe all’avventura. Ma le analogie non finiscono qui: ricordiamo come Didone, travolta dalla passione, nella sua impossibilità di trovare la pace e il riposo notturno, non possa togliersi dalla mente il volto, gli sguardi e le parole di Enea (Aen. IV 3-5 multa viri virtus animo multusque recursat / gentis honos; haerent infixi pectore vultus / verbaque), come confessa alla sorella (vv. 9-13): “Anna soror, quae me suspensam insomnia terrent! / Quis novus hic […] hospes, / quem sese ore ferens, quam forti pectore et armis! / […] quae bella exhausta canebat!“. Del pari la matrona, oggetto di una strenua opera di seduzione da parte del soldato, e qualificata all’inizio come casta, considera il miles dotato di un certo fascino fisico e intellettuale (Sat. 112, 2 Nec deformis aut infacundus iuvenis castae videbatur). La matrona si va, in altre parole, persuadendo lentamente – non potrebbe, dopo tante professioni solenni di virtù, cedere al primo venuto! – grazie all’accorta opera di seduzione del giovane. Egli, infatti, dopo la piacevole sorpresa rappresentata dall’avere scoperto, in un luogo così spettrale e desolato come il conditorium, una donna che, a dispetto dei quattro giorni passati senza cibo, del viso lacerato da unghiate e segnato dalle lacrime, gli appare subito “bellissima” (Sat. 111, 7 visaque pulcherrima muliere), cerca di lanciare un ponte comunicativo in direzione della vedova con argomentazioni consolatorie tanto vere, nella loro essenzialità, quanto trite. Queste argomentazioni (Sat. 111, 8 omnium eundem esse exitum et idem domicilium), nella loro sintesi brutale, depauperata di tutta l’articolazione sapientemente retorizzata che era tipica, per esempio, delle coeve Consolationes senecane, rivelano l’inanità di una certa topica diventata ormai sterile esercizio “di maniera”, come attesta lo sbrigativo terzo elemento della triade argomentativa (et cetera quibus exulceratae mentes ad sanitatem revocantur). Ma il primo attacco viene respinto, e, di fronte all’indifferenza della donna, il soldato ha la perseveranza di non ritirarsi (Sat. 111, 10 Non recessit tamen miles, “il soldato, tuttavia, non batté in ritirata”): elabora così un piano più sottile, coinvolgendo l’ancilla in una strategia aggirante, autentica manovra a tenaglia che costringe alla resa la vedova. Il piano, notoriamente, prevede di suscitare l’interesse dell’ancella tramite il vino e il cibo del suo modesto rancio (e qui la fidissima ancilla sembra assumere caratteri propri di un’altra maschera comica, quella della vecchia ubriaca). La prima tappa viene coronata dal successo (donec ancilla … porrexit ad humanitatem invitanti victam manum, con ipallage, “sino a che, l’ancella, prima porse spontaneamente la mano vinta dal cortese invito del soldato”); il soldato cerca quindi di expugnare dominae pertinaciam (Sat. 111, 10 “espugnare l’ostinazione della donna”), quasi che si tratti di una città assediata da conquistare. Se quel che preoccupava il miles era la pertinacia della donna, ella ora muta atteggiamento, anche grazie alla strategia persuasiva dell’ancilla ora alleata dell’assediante. Tale strategia non deve poi essere particolarmente sottile, dato che, sottolinea maliziosamente il narratore, nemo invitus audit, cum cogitur aut cibum sumere aut vivere (Sat. 111, 13 “nessuno ascolta controvoglia, quando lo si costringe a prendere cibo o a vivere”). Così la donna passa est frangi pertinaciam suam: torna qui il termine pertinacia, indicante quell’ostinazione nel volersi privare del cibo – e dei conforti della vita – che le parole dell’ancilla, e il cibo e le parole del miles, oltre alla di lui non disprezzabile presenza fisica, contribuiscono ben presto non solo a incrinare, ma proprio a “spezzare”. E come, una volta conquistate le fortificazioni più esterne di una città, si può passare a un secondo assalto, diretto verso il cuore di essa, il soldato parte all’attacco, questa volta non dell’ostinazione della vedova, ma del suo pudore: etiam pudicitiam eius aggressus est (Sat. 112, 1). La donna, precedentemente, è stata qualificata come abstinentia sicca (Sat. 111, 13): la voluta ambiguità dell’aggettivo, indicante il duplice essere “a secco” della vedova – di cibo e bevande, ma anche eroticamente – viene ribadito là dove si esplicita la sua capitolazione, che avviene su un duplice livello: ne hanc quidem partem corporis mulier abstinuit, victorque miles utrumque persuasit (Sat. 112, 3,”la donna non tenne a digiuno nemmeno questa parte del corpo e il soldato, vittorioso, la persuase nell’uno e nell’altro campo”).

    4 – Il lessico della conquista, il linguaggio tratto dall’ambito militaresco, nella coeva prosa di Seneca sono volti a connotare la lotta contro i vizi per la lenta conquista della sapientia: nella novella petroniana, invece, le immagini agonistiche e il lessico mutuato dall’ambito militare segnano le tappe della progressiva distruzione e polverizzazione della pudicitia, o meglio, di un’immagine di pudicitia che si rivela ben presto uno sterile simulacro. C’è in questa novella petroniana un preciso intento parodico diretto contro il Seneca delle Consolationes e delle Epistulae morales ad Lucilium? John P. Sullivan, nel suo ricco saggio datato 1968 nel Capitolo V (“Critica e parodia nel Satyricon“, in particolare alle pp. 190 ss. dell’edizione italiana) discute di moralità nel Satyricon e nelle opere di Seneca, presenta molti spunti di riflessione in proposito, senza però prendere una posizione netta su molti passi, e affermando infine che: “[…] sembra difficile opporsi alla conclusione che i passi apertamente morali del Satyricon, sospetti come potrebbero esser comunque nella loro cornice umoristica […], siano qui per fini più letterari che didattici” (p. 204). Ma torniamo a quel victor miles … persuasit di Sat. 112, 2. Qui c’è, in prima battuta, il riconoscimento del successo di un attacco progettato razionalmente e condotto con ordine nella corretta articolazione delle sue parti. Ma c’è anche modo di osservare come la vittoria del soldato si connoti soprattutto come coronamento di un’opera di persuasione, o meglio, per parafrasare Dante, del fatto “che bell’onor s’acquista in far persuaso”. La vittoria sembra cioè tanto più onorevole in quanto il nemico cede sì, sconfitto, ma la sconfitta viene da lui percepita come una scelta consapevole, come un’adesione volontaria a un’argomentazione persuasiva che egli è libero di accogliere. In altre parole, in guerra e in amore tutto è concesso: anche, e soprattutto, mascherare l’opera di conquista in quella di una persuasione fra pari. Detto altrimenti, quella che è, tradizionalmente, come abbiamo visto in Ovidio, un’operazione di conquista condotta alla maniera di una campagna militare, o di una battaglia – fuori di metafora, la seduzione – che deve seguire una precisa strategia, diventa in Petronio il campo di battaglia in cui si dispiega la strategia della parola: la stessa attraverso la quale il miles, una volta resosi conto del rischio capitale che corre (in quanto i familiari di un crocifisso, vista allentata la custodia, hanno sottratto il corpo per seppellirlo), presenta indirettamente alla donna il suo suggerimento su come risolvere la spinosa questione. Certamente, egli non potrebbe chiederle direttamente il cadavere del marito da appendere alla croce rimasta vuota. E tuttavia, forte della vittoria che ha riportato da poco, egli osa l’inosabile: e così, attraverso quella che sembra una parodia della meditatio mortis di un aspirante suicida di stampo eroico (Sat. 112, 6), sollecita indirettamente, da parte della vidua, la soluzione che ella stessa, forse, gli vorrebbe proporre. La donna ora è non minus misericors quam pudica, e, da castissima che era (pudicissima, cfr. Sat. 112, 3, in accezione spiccatamente ironica), è ora diventata prudentissima (Sat. 112, 7: né, si noti, viene più qualificata come matrona o mulier, ma, con significativo ribassamento, solo come femina). Motivo di vanto non è più la pudicitia, ma l’ingenium, cioè, la sua “ingegnosa trovata”, che consente di fare tesoro delle risorse esistenti, proprio come si conviene -ed ecco qui che Petronio spariglia le carte ancora una volta – a una buona donna di casa, a una matrona, quale la protagonista del racconto viene presentata sin dalla prima riga della fabula. Si compie così la duplice trasformazione dei protagonisti del racconto, segno che in amore – e in guerra – tutto è lecito e tutto è possibile: sia il passaggio dal ruolo di squallido seduttore a quello di accorto persuasore, sia la transizione, in brevissimo tempo, dal ruolo di pudica vedova, per giunta aspirante suicida, a quello di donna pratica, capace di vilipendio del cadavere del marito per salvare il nuovo amante.

    Bibliografia di riferimento
    L. Castagna, La Novella della matrona di Efeso: meccanismi del riso, in La matrone d’Éphèse: histoire d’un conte mythique – Colloque international, 25-26 janvier 2002, “Cahiers des Études Anciennes”, 39, 2003, I, 27-42

    P. Fedeli-R. Dimundo, Petronio. I racconti del Satyricon, Salerno Editrice, Roma 1988;

    M. Labate, L’arte di farsi amare: modelli culturali e progetto didascalico nell’elegia ovidiana, Giardini, Pisa 1984;

    O. Pecere, Petronio: la novella della matrona di Efeso, Antenore, Padova 1975;

    J.P. Sullivan, The Satyricon of Petronius: A Literary Study, Indiana University Press, 1968 (trad. ital. Il “Satyricon” di Petronio. Uno studio letterario, La Nuova Italia, Firenze 1977).

     

    © Silvia Stucchi, 2018

  • Percontationes impossibiles I

    Percontationes impossibiles I

    Le interviste impossibili è il titolo di un programma della seconda rete radiofonica della RAI, andato in onda dal 1973 al 1975, per le cure di Lidia Motta. In esso uomini di cultura contemporanei fingevano di incontrare e intervistare illustri personaggi della Storia e della Letteratura, appartenuti ad un’altra epoca (o, in alcuni casi, nemmeno mai esistiti per davvero), e perciò impossibili da intervistare. Nel 1975 Valentino Bompiani curò una selezione di alcune interviste, oggi recuperabili in rete, nei canali di Youtube (due interviste, in cui a dare voce al personaggio del passato era Paolo Poli, sono reperibili su questo stesso sito, nella sezione intitolata “Testi”). La pagina di wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Le_interviste_impossibili offre elenco e descrizione esauriente di quel lontano programma.

    Sulla base di quel precedente, presso il liceo Beccaria di Milano è stato organizzato, nell’a.s. 2016/2017, un identico esercizio. Le interviste, di cui qui si riporta quella a Penelope, ma a breve seguiranno altre, erano, naturalmente, tutte in latino. Alla loro stesura, sotto la guida dell’insegnante, ha partecipato una classe seconda, cui va il merito della realizzazione dei testi e, in seguito, della loro recitazione. Il modello è, oltre a quello già citato, l’uso dei “laboratori” delle vecchie scuole gesuitiche: dove pure, alla stesura di elaborati copioni teatrali partecipava, sotto la guida del maestro, tutta la scolaresca, che poi quei medesimi copioni metteva in scena nel saggio di fine anno. Una pratica alla quale oggi guardiamo forse con sufficienza, ma dalla quale ci sarebbe invece molto da imparare. E’ infatti, non occorre dirlo, un modo di sollecitare un uso attivo del latino, che applica la grammatica, ma non pone la conoscenza della grammatica come fine; e che, oltre alla conoscenze di lingua e di lessico, stimola la fantasia e il divertimento degli studenti. Un po’ come le didascalie pittoriche, o quanti altri esercizi ricordino che un uso parzialmente attivo di una lingua è sempre indispensabile per l’apprendimento della lingua stessa, anche quando lo scopo non sia parlarla; e che andare incontro al gusto ludico dei giovani è tutt’altro che un male, anzi spesso è fonte di grandi sorprese!

     

    PENELOPE

    PERCONTATRIX: Summo honori est mihi tecum congredi, Penelope: egregia uxor mariti egregii, probissima mater, optima nurus, fida coniunx, quamvis vir tuus viginti per annos te reliquerit, o miserrima!

    PENELOPE: Tibi gratias ago, puella. Nolo me gloriari, sed fateor te verum dicere.

    PERCONTATRIX: Sed dic mihi, regina. Quam vitam egisti et quam multa perpessa es, absente Ulixe?

    PENELOPE: Tristis et taeterrima fuit. Ithacae erant senes tantum, et pueri, et viduae. Nonne scis quot viros Ulixes secum Troiam abduxerit? Tandem solus revenit… Sed primi anni celeriter processerunt: Laertes civitatem regebat, ego Telemachum alebam et bono exemplo feminis Ithacensibus eram. Praeterea, pro certo habebam Graecos bellum celeriter composituros callidumque Ulixem dolum aliquem inventurum esse ad Troiam capiendam – exempli causa: ligneum equum… Et ille invenit equum, sed decem post annos! Interea ego clausa eram in cubiculo meo, et texebam, texebam…

    PERCONTATRIX: Domiseda et lanigera, mulier laudanda fuisti.

    PENELOPE: Certe! Num velles te laudari viginti per annos, domi clausam?

    PERCONTATRIX: Sed filius apud te vivebat, qui magno solacio tibi fuit.

    PENELOPE: Oh, Telemachus! … Meministine quid dixerit cum ausa essem descendere a cubiculo meo?

    PERCONTATRIX: Ita. Imperavit ut tu ascenderes ad cubiculum tuum textum; virisque tantum ius consistendi  in triclinio esse.

    PENELOPE: Ius consistendi et cenandi et epulandi, me texente …

    PERCONTATRIX: Nonne in fide mansisti viro tuo? Nonne callidam fraudem invenisti, telam texendo?

    PENELOPE: Certe! Callida, immo polytropos, ego quoque sum. Tamen anni ruebant, Ithacae certiores factae sumus Troiam captam esse, neque mariti nostri revenerant. Alii viri pervenerunt ab aliis insulis, mulieres Ithacenses denuo nupserunt,  alii infantes nati sunt. Ego autem semper clausa eram in cubiculo meo, et texebam et carminabam, carminabam et texebam …

    PERCONTATRIX: Num prodidisti virum tuum?

    PENELOPE: Minime, in fide mansi. Sed rumores fuerunt… Scisne quid de me Apollodorus mythographus scripserit ?

    PERCONTATRIX: Scripsit te coivisse deo Mercurio, et ab eo Pana genitum esse.

    PENELOPE: Calumniae, turpes calumniae!

    PERCONTATRIX: Quid mihi dicis de Procis ?

    PENELOPE: Advenerunt ad regiam, plures quam centum, principes, duces, ex universa Graecia, ut me uxorem ducerent! Femina fere quadraginta annorum eram, neque tamen foeda…

    PERCONTATRIX: Sed tu in fide mansisti et telam texebas. Postea ancillae perfidae te prodiderunt.

    PENELOPE: Num putas me, mulierem callidam quam quae maxime, non valuisse ancillas regere? Minime!

    PERCONTATRIX: Quis fraudem tuam detexit?

    PENELOPE: Ego scilicet. Fessa eram texendo et carminando, et Antinous pulcher erat.

    PERCONTATRIX: Sed postea Ulixes rediit.

    PENELOPE: Rediit et in fide ei manseram.

    PERCONTATRIX: Tandem una vixistis beati felicesque.

    PENELOPE: Id omnino verum non est… Nam paulo post  iterum abiit.

    PERCONTATRIX: Quo?

    PENELOPE: Nescio. Forsitan ivit quaesitum terras tam procul a mari sitas ut incolae ignorarent quid remus esset; forsitan ad Circem rediit; forsitan ivit visum quid esset ultra Herculis columnas. Multa de eo dicuntur.

    PERCONTATRIX: Et nunc? Nonne in Elysio una vivitis?

    PENELOPE: Plus minusve. Ille abit et redit. Vicesimo quoque anno redit.

    PERCONTATRIX: At tu? Quid agis, Ulixe absente?

    PENELOPE: Hic locus amoenus est nobis, ubi perpetua convivia habentur atque Demodochus nos delectat carminibus suis.

    PERCONTATRIX: Sed toto die, Ulixe absente, ante convivia, quid agis?

    PENELOPE: Texo et carmino, carmino et texo: sed etiam suavem musicam et pulchra carmina audio. In Elysio non tantum Demodochus est: etiam Orpheus, Linus, Archilochus, Alcaeus et multi alii sunt…et pulchri et iuvenes…..

     

    © Ivana Milani, 2018