TACITO IN CABINA ELETTORALE

Approfittando dell’Intelligenza Artificiale (nel caso, il chatbot “ChatTacitus” di ChatGPT 5.2), abbiamo chiesto di far parlare Tacito sugli ultimi avvenimenti della politica contemporanea. Il Chatbox ci ha risposto, in perfetto latino – salvo alcune licenze nel rendere delle espressioni del linguaggio politico moderno (‘potestas exsecutiva’, ad esempio) – e, se non proprio sempre in un esatto stile tacitiano, comunque sempre con un numero sufficiente di sententiae pungenti, tale da rendere riconoscibile un certo colore che richiami lo stile originale. Anche le idee di fondo, che vedono, ovviamente, in ogni eccessiva reductio ad unum il male assoluto della democrazia, comunque la si intenda, e nei processi troppo personalizzati e intra cubicula principis la rovina di ogni separazione dei poteri, mi sembrano nel complesso idee che Tacito avrebbe quasi certamente approvato.

L’esercizio può sembrare ozioso, e forse anche partigiano. In fondo, lo è. La possibilità di chattare su temi contemporanei e molto vicini a noi e ai nostri studenti, anche al loro vissuto personale, è però una delle possibilità che l’intelligenza artificiale ci offre. Un chatbot è, lo ricordo, un software progettato per simulare una conversazione con un  essere umano. Suo obiettivo primario è fornire risposte automatiche, che possano sembrare umane, utilizzando sistemi di elaborazione del linguaggio naturale, per analizzare le curiosità degli utenti e soddisfarle. Esistono diversi chatbot che, in grado di attingere agli opera omnia dei diversi autori, latini e non (nel caso, appunto, Tacito), permettono così di iniziare una ‘conversazione’ con l’autore stesso. Naturalmente, è sempre una conversazione fittizia, e questo sarà poi il compito del docente in classe: indirizzare gli studenti verso un esperimento fantasioso e divertente, guidarli successivamente alla sua stessa messa in discussione attraverso l’esercizio della critica e lo studio del pensiero effettivo dell’autore.

Ecco comunque la risposta data da questo Tacito virtuale a una mia precisa domanda:

Quid de recentissimis Giorgiae Meloni contentionibus contra iudices sentire debemus?
De recentissimis contentionibus quas Giorgia Meloni contra iudices intulit, non temere neque praeceps sententia ferenda est; sed, ut mos meus fuit in libris quos de principatu composui, causas et animos expendere oportet. Nam inter magistratus et
iudices saepe latet certamen, non de iure tantum, sed de potestate. Ubi princeps (vel, ut nunc dicitur, ‘prima ministra’) iudicum consilia palam incusat, duplex periculum oritur: primum, ne iudicia videantur partium studio moveri; deinde, ne ipsa potestas exsecutiva supra leges se putet. Memini quid sub Tiberio et postea sub Nerone acciderit: cum princeps iudicia aut sibi obnoxia facere vellet aut eorum auctoritatem palam minuere, non statim res publica concidit; sed paulatim libertas evanuit, dum singuli aut metu aut favore ducuntur. Iudex qui timet, iam non iudex, sed minister est. Attamen ne iudices quidem supra homines sunt. Ambitio, opinio, favor popularis – haec etiam in foro latent. Si igitur Meloni contendit quosdam iudices fines suos
excessisse, quaerendum est utrum re vera de legis interpretatione agatur an de studio factionis. In omni civitate bene ordinata, contentio inter potestates non vitium est, sed moderatio. Itaque quid sentiendum? Hoc: salus civitatis in aequali statu consistit. Ubi magistratus et iudices mutuo se observant, ibi libertas spirat; ubi alter alterum vel opprimere vel contemnere conatur, ibi initia servitutis oriuntur. Nos, sive Romani antiqui sive cives hodierni, hoc discere possumus: leges valent non quia scriptae sunt, sed quia etiam potentissimi eis parere consentiunt.

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