Tag: latin literature

  • Quel che resta d’Orfeo

    Quel che resta d’Orfeo

    I miti antichi, si sa, sono duri a morire! Per questo il teatro contemporaneo continua a fare ricorso ad essi, come a una miniera inesauribile di storie sempre vere e sempre riattualizzabili. E’ quello che è successo, quest’inizio di estate, con il mito di Orfeo, messo al centro di uno spettacolo multiculturale, “Orfeo & Majnun”, andato in scena al teatro de la Monnaie (Bruxelles) a fine giugno, e al festival di Aix-en-Provence nella prima metà di luglio. La recita inaugurale del festival è disponibile, per un po’ di tempo, in streaming su youtube, e gli interessati potranno prenderne visione diretta a questo indirizzo:

    https://www.youtube.com/watch?v=6TznzgH__Ps

    L’idea di base è quella di mettere assieme due storie fondanti, rispettivamente, l’Occidente e l’Oriente (arabo): il mito di Orfeo ed Euridice e quello di Qays e Layla. Qays è un poeta che ama, ricambiato, Layla. Ma la famiglia di lei si oppone alle nozze, e il padre della ragazza la fa sposare a un ricco possidente. Layla però muore, mentre Qays impazzisce e canta il proprio dolore alle greggi di cui era pastore, fino a venir meno per il desiderio inappagato. Il nome “majnun”, che egli assume prima di morire, significa appunto “folle”. Del mito di Orfeo non metto ovviamente conto di parlare in questa sede. Il testo dello spettacolo è stato affidato a due librettisti, Airan Berg e Martina Winkel, che sono responsabili anche della messa in scena. Tre i compositori che si sono divisi il compito della parte musicale: il palestinese Moneim Adwan, classe 1970; il belga Howard Moody (1964), già autore di opere per la Monnaie e Glyndebourne, e Dick van der Harst (1959). Ognuno dei tre porta la propria esperienza alla partitura, che alterna lingue (inglese, francese, arabo) e stili differenti (musica mediorientale; musica classica propriamente detta; echi di jazz). Le due vicende sono raccontate in parallelo; una voce narrante, l’attrice Sachli Gholamalizad, interviene più volte, in francese, mettendo ordine a una rappresentazione altrimenti non sempre facile da seguire. 

    Quale il giudizio da spettatore? La discussione è aperta. Diciamo che, ovviamente, l’operazione multiculturale ha un’importanza che trascende i valori scenici e musicali del testo, e questo si avverte, ad esempio, dalle recensioni “ufficiali” dello spettacolo, tutte improntate al “politically correct” che in simili occasioni si impone come indispensabile. A mio parere – confutabile da tutti quanti avranno la pazienza di vedere l’opera e lasciare il loro giudizio – c’è però qualcosa di non perfettamente compiuto. Lo spettacolo è elegante, ma poco vivo, tanto che, contro le regole, il semplice ascolto prevale sulla visione. Proiezioni, burattini, animali semoventi (si fa per dire), come in una Zauberflöte dei poveri, sono tutte cose già viste e fanno rimpiangere la ben diversa vivacità dei Muppets, che nella lontana serie Who’s Afraid of Opera duettavano con Joan Sutherland (1972). I cantanti “arabi”, chiamiamoli così, non sono cantanti lirici propriamente detti e l’impostazione della loro voce obbliga i teatri a un’amplificazione visibile e dichiarata; stesso discorso per gli interventi della narratrice. Di conseguenza, anche Orfeo ed Euridice, un baritono e un soprano di coloratura, vengono amplificati, e questo in uno spettacolo d’opera è sempre male. L’orchestra è professionale, il coro meno – a volte si sente. Bravissimo, viceversa, il giovane direttore libanese Bassem Akiki, che tiene le fila del tutto, e non deve essere stato facile. Ma cosa dire della parte musicale propriamente detta? Intanto, dopo un inizio molto interessante (nel quale viene rievocata la creazione del mondo, per poi portare l’attenzione sul ruolo delle donne, e da qui evocare le protagoniste femminili delle storie narrate, fino a un duetto che vede mescolare le voci delle due eroine, che si sono prima presentate ciascuna a suo modo), le vicende narrate sembrano più giustapporsi che fondersi, e così gli stili della musica. Se l’intenzione era quella di realizzare un’opera multiculturale, forse l’intento è riuscito solo in parte. Nei novanta minuti circa dello spettacolo si ha l’impressione di avere acquistato due opere al prezzo di una, più che un’opera che realmente fonda stili e modi differenti. A essere sinceri, lo spettatore “occidentale” ha anche l’impressione che la parte orientale prevalga sulla propria, sia nel minutaggio ad essa concesso (a un controllo preciso non credo che risulti vero), sia nello stile, perché Orfeo ed Euridice – chiamati di norma a un declamato non melodico – finiscono per suonare più “orientali” di quanto non dovrebbe essere. Fa effetto straniante, poi, la mescolanza delle lingue, specie nei duetti fra Orfeo ed Euridice, con lui che canta sempre in inglese, lei ora in inglese ora in francese. Infine: nonostante del mito di Orfeo siano rievocati tutti i passaggi fondamentali (presentazione e duetto d’amore fra i protagonisti; scena del matrimonio; morte di Euridice; discesa all’Ade di Orfeo, che incontra Caronte e Cerbero; restituzione di Euridice e aria della di lei felicità; fallimento della risalita alla superficie terrestre e seconda morte di Euridice), l’impressione complessiva è che l’azione si risolva non in fatti, ma in commenti; e che questi manchino di una particolare novità o profondità, al di là dell’ovvia celebrazione dell’universalità dell’amore e della compenetrazione di amore e sofferenza a qualunque cultura ci si trovi ad appartenere. 

    Detto questo, non mancano certo gli elementi di forte interesse. Darei una doppia risposta, da classicista e da curioso di musica. Nella prima veste segnalo l’importanza concessa al mito di Orfeo, ritenuto il più rappresentativo dell’Occidente. Il parallelo con la storia di Qays e Layla funziona solo in parte: nel mito greco non c’è opposizione delle famiglie (meglio sarebbero andati Piramo e Tisbe o Romeo e Giulietta); viceversa, nel mito arabo vengono meno la discesa all’Ade, la sfida con l’impossibile, il canto che deve convincere e superare la Morte, la seconda prova affrontata e persa da Orfeo, spinto a voltarsi dalla passione e dal desiderio, ossia da quelle stesse molle che lo avevano condotto a tentare l’impossibile e a cercare di recuperare Euridice dall’Ade. Perché la musica e la poesia possono sì soccorrere l’essere umano, ma solo fino a un certo punto; e ciò che è forza in Orfeo (e lo spinge a scendere nell’Oltretomba) è anche la sua debolezza, che lo porta a voltarsi anzi tempo e a perdere definitivamente la partita che sembrava già vinta. Rispetto a questo mito, la vicenda araba è più semplice e lineare, ma in fondo, absit iniuria, meno significativa: una coppia contrastata, costretta alla separazione, che non elabora il lutto e sceglie la morte. Accomuna invece le due vicende il ruolo consolatorio, ma non troppo, assunto dalla Natura: sia Orfeo che Qays trovano negli animali quella sympatheia che invano spererebbero dagli uomini o dalle divinità crudeli. Ciò forse spiega l’ampio risalto concesso nello spettacolo, fin da subito, ai pupazzi animati, anche quando francamente se ne sarebbe potuto fare a meno.

    Il curioso di musica segnala, invece, la presenza di alcuni momenti “forti” nella partitura. Qui ne scelgo quattro. Il primo, cui ho già fatto riferimento, è l’inizio dell’opera, nel quale si mescolano movenze sincopate che ricordano il jazz, o forse meglio certi musical di ambientazione newyorkese realizzati negli anni Cinquanta da Leonard Bernstein, dai quali sembra provenire la ritmica del pezzo:

     

    Interessante è anche la parte di Euridice, predominante su quella di Orfeo, nonostante il ruolo eponimo di quello. Di essa propongo la scena delle nozze con Orfeo, un duetto ricco di agilità, fra stile musical e qualche reminiscenza, forse, di Tempus est iocundum (Totus floreo) di Carl Orff:

     

    Ecco invece il funerale di Euridice, con la decisione di Orfeo di scendere nell’Ade (“I’ll follow you”), la discesa, il dialogo con Caronte, qui impersonato dall’attrice che parla e irride il dolore del personaggio, prima di lasciarsene conquistare:

     

    Infine, un certo rilievo ha il finale. Prima il coro commenta il destino degli amanti; interviene poi la narratrice a raccontare, facile consolazione, dell’esistenza del pianeta Eros, intorno al quale ruotano gli asteroidi Orpheus e Majnun. La gloria che i quattro giovani non hanno trovato in vita viene loro concessa dopo la morte; passerella finale di tutti i personaggi e coro esultante. Il pubblico può tornare a casa appagato e festoso.

     

    https://en.wikipedia.org/wiki/Layla_and_Majnun

    © Massimo Gioseffi, 2018

  • Amore e guerra

    Amore e guerra

    1 – Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido: “Ogni innamorato è un soldato, e Cupido ha il suo accampamento”. Così Ovidio, Amores I 9, intorno al 20 a.C. (nell’edizione in cinque libri, poi ridotti a tre) mostra le analogie tra la dura vita del soldato e l’altrettanto dura vita dell’innamorato, anch’egli sottoposto a innumerevoli prove. Per prima cosa, dice Ovidio, quae bello est habilis, Veneri quoque convenit aetas (v. 3); “l’età che è abile alla guerra, si addice anche a Venere”. L’amore, in altre parole, proprio come l’attività bellica, è cosa riservata ai giovani vigorosi, anche perché è turpe, cioè è “cosa vergognosa”, brutta a vedersi e palese violazione del principio etico-estetico del prepon, un senex miles, un vecchio in apparato da soldato; così, parimenti è turpe un senilis amor, come ha mostrato la maschera del senex innamorato, oggetto in innumerevoli occasioni di pesanti derisioni e di beffe nella palliata (pensiamo solo alla conclusione della Casina). Ma le analogie non finiscono qui: gli anni che i duces, gli ufficiali superiori, richiedono ai soldati (v. 5) sono i medesimi che una bella puella, una “graziosa ragazza” (v. 6) richiede in socio viro, “nell’uomo suo compagno” (trad. di Adriana Della Casa). E poi entrambi, soldato e innamorato, vegliano la notte; entrambi dormono scomodi sulla nuda terra, custodendo, l’uno, la porta del suo dux, l’altro la porta della bella; soldati e amanti hanno in comune lunghe marce forzate per terre inospitali: non ci sono soltanto gli spostamenti dell’esercito cui tenere dietro; anche l’innamorato strenuus, “risoluto” (un attributo dalla connotazione bellica e militare), seguirà la donna amata, se necessario, superando montagne e fiumi ingrossati dalle piogge (vv. 11-12 ibit in adversos montes duplicataque nimbo / flumina), marcerà impavido nella neve e “dopo aver deciso di solcare le onde, non addurrà come pretesto i venti impetuosi, né aspetterà le costellazioni favorevoli a far solcare il mare” (vv. 12-14). Solo un innamorato o un soldato possono sopportare il freddo della notte, quando cade copiosa la neve mista a pioggia (vv. 15-16). Il soldato viene mandato come esploratore verso i nemici crudeli (v. 17 infestos…in hostes): nemico naturale dell’innamorato, da cui non spostare mai lo sguardo, è invece il rivale, esplicitamente equiparato al nemico sul campo di battaglia (v. 18 in rivale oculos …. ut hoste tenet). Se il soldato assedia le città di difficile conquista (v. 19 graves urbes), l’innamorato assedia la soglia della donna oggetto delle sue attenzioni, che non vuole cedergli (durae limen amicae); una strategia bellica spesso messa in atto consiste nell’assalire nottetempo i nemici addomentati, e uccidere il popolo disarmato. Allo stesso modo, spesso gli amanti sfruttano il sonno dei mariti e portano le armi contro i nemici immersi nel sonno (vv. 21-25). E oltrepassare schiere di guardiani e sentinelle è compito sia del soldato che dell’innamorato, per il quale queste ultime assumono spesso le fattezze del severo ostiarius, che lo divide dal suo bene (vv. 27-28). Insomma, se Marte è incerto, nemmeno Venere è sicura, e l’esito di un’impresa non è mai prevedibile: talvolta, inaspettatamente, victi …resurgunt (“i vinti si risollevano”), mentre l’insuccesso attende coloro dei quali nessuno mai potrebbe razionalmente prevedere la sconfitta (v. 30 quos … neges umquam posse iacere, cadunt).

    2 – Forte di questa lunga serie di analogie, Ovidio può smentire chi chiama l’amore desidia (“pigrizia, inerzia, accidia”, v. 31). Anzi, proprio come la guerra, esso può risultare occupazione caratteristica solo di una mente ben sveglia e attiva (v. 32 ingenii est experientis Amor). E, contro la tradizionale caratterizzazione del giovane innamorato come un inconcludente immerso nei sogni sentimentali, nella conclusione dell’elegia l’amore viene esplicitamente indicato come un’attività formativa ed eticamente educativa: “Chi non vorrà diventare pigro, si dedichi all’amore” (v. 46 qui nolet fieri desidiosus, amet), esattamente come dice di fare il poeta stesso. Un simile finale ci conduce proprio nel cuore di quell’operazione di transcodificazione valoriale che Ovidio sta compiendo per rendere accettabile l’amore elegiaco nella Roma augustea, in cui, per volontà del princeps, è in atto una severa opera moralizzatrice di ritorno al mos maiorum. Ma l’elemento per noi più indicativo è che questa equiparazione fra amore e guerra è ancora viva nella nostra coscienza linguistica: e, come sappiamo, la semantica è tutto. Anche noi, in fondo, parliamo di strategia da attuare per la conquista, di piani da elaborare perché l’oggetto delle nostre attenzioni ceda, perché una volta espugnatane la resistenza, si arrenda e si dichiari vinto e in potere del vincitore.

    3 – Esemplificativa in tal senso è la novella della matrona di Efeso, la fabula Milesia più famosa fra le cinque di Petronio, narrata da Eumolpo in Satyricon 111-112 sulla nave dell’armatore-pirata Lica, per riportare l’armonia dopo la zuffa scoppiata una volta scoperti i clandestini e riconosciuto fra essi Encolpio, che del comandante è il peggior nemico. Molto è stato scritto circa i meccanismi del riso propri della novella; una delle analisi più puntuali è quella di Oronzo Pecere, in un saggio ancora oggi utilissimo. Potremmo però anche analizzare la presenza, nella novella, di diversi punti in cui il campo semantico e le immagini belliche e militari si sovrappongono a quelle che segnano il progredire della conquista erotica. Com’è noto, la novella si colloca all’intersezione di molteplici generi letterari: fabula Milesia dagli inserti mimici e comici, è, allo stesso tempo, anche parodia, con il necessario ribassamento nei ruoli, del racconto virgiliano relativo all’amore fra Didone ed Enea, come segnalano le due citazioni virgiliane di Aen. IV 34, in Sat. 112, 12 (Id cinerem aut manes credis sentire sepultos?) e di Aen. IV 38 in Sat. 112, 2 (Placito etiam pugnabis amori? / Nec venit in mentem quorum consederis in arvis?). In questo ribassamento, diremmo oggi in chiave borghese – o, addirittura, piccolo-borghese – dell’intreccio di sapore tragico proprio della vicenda virgiliana, alla regina corrisponde ora la matrona, anzi, la vidua; al vir, Enea, corrisponde l’anonimo miles, il soldatino di guardia ai cadaveri dei crocifissi; alla principessa Anna, sorella della regina innamorata (e a sua volta corrispondente, per il suo ruolo, alla trophos, la nutrice che nella tragedia rappresenta spesso il buon senso popolare, la communis opinio, e talora si fa aiutante della sua padrona), corrisponde l’ancilla. Ma la catena di analogie può continuare: all’ipogeo, dove si consuma la passione fra la vedova e il soldato, corrisponde la spelunca dove avviene il coniugium fra Didone ed Enea, unione che la regina equipara a nozze legittime, per questo bollando, dopo l’abbandono, l’eroe troiano come perfidus (Aen. IV 405, mentre al verso successivo il medesimo atto è qualificato come nefas): e ricordiamo come in Sat. 112,3 l’unione fra la vedova e il soldato venga qualificata, eufemisticamente, proprio come “nozze” (iacuerunt ergo una non tantum illa nocte, qua nuptias fecerunt…). Ancora: la spelunca, la caverna del racconto virgiliano sta a simboleggiare la segretezza di cui tale unione dovrebbe restare ammantata, benché essa sia equiparata nella sensibilità di Didone a un coniugium: ci pensa però la Fama a divulgare la notizia (Aen. IV 175 viresque acquirit eundo). Viceversa, il soldato della novella petroniana è deliziato non solo dall’avvenenza della vedova, ma anche dalla segretezza (Sat. 112, 4 delectatus miles et forma mulieris et secreto), che aggiunge pepe all’avventura. Ma le analogie non finiscono qui: ricordiamo come Didone, travolta dalla passione, nella sua impossibilità di trovare la pace e il riposo notturno, non possa togliersi dalla mente il volto, gli sguardi e le parole di Enea (Aen. IV 3-5 multa viri virtus animo multusque recursat / gentis honos; haerent infixi pectore vultus / verbaque), come confessa alla sorella (vv. 9-13): “Anna soror, quae me suspensam insomnia terrent! / Quis novus hic […] hospes, / quem sese ore ferens, quam forti pectore et armis! / […] quae bella exhausta canebat!“. Del pari la matrona, oggetto di una strenua opera di seduzione da parte del soldato, e qualificata all’inizio come casta, considera il miles dotato di un certo fascino fisico e intellettuale (Sat. 112, 2 Nec deformis aut infacundus iuvenis castae videbatur). La matrona si va, in altre parole, persuadendo lentamente – non potrebbe, dopo tante professioni solenni di virtù, cedere al primo venuto! – grazie all’accorta opera di seduzione del giovane. Egli, infatti, dopo la piacevole sorpresa rappresentata dall’avere scoperto, in un luogo così spettrale e desolato come il conditorium, una donna che, a dispetto dei quattro giorni passati senza cibo, del viso lacerato da unghiate e segnato dalle lacrime, gli appare subito “bellissima” (Sat. 111, 7 visaque pulcherrima muliere), cerca di lanciare un ponte comunicativo in direzione della vedova con argomentazioni consolatorie tanto vere, nella loro essenzialità, quanto trite. Queste argomentazioni (Sat. 111, 8 omnium eundem esse exitum et idem domicilium), nella loro sintesi brutale, depauperata di tutta l’articolazione sapientemente retorizzata che era tipica, per esempio, delle coeve Consolationes senecane, rivelano l’inanità di una certa topica diventata ormai sterile esercizio “di maniera”, come attesta lo sbrigativo terzo elemento della triade argomentativa (et cetera quibus exulceratae mentes ad sanitatem revocantur). Ma il primo attacco viene respinto, e, di fronte all’indifferenza della donna, il soldato ha la perseveranza di non ritirarsi (Sat. 111, 10 Non recessit tamen miles, “il soldato, tuttavia, non batté in ritirata”): elabora così un piano più sottile, coinvolgendo l’ancilla in una strategia aggirante, autentica manovra a tenaglia che costringe alla resa la vedova. Il piano, notoriamente, prevede di suscitare l’interesse dell’ancella tramite il vino e il cibo del suo modesto rancio (e qui la fidissima ancilla sembra assumere caratteri propri di un’altra maschera comica, quella della vecchia ubriaca). La prima tappa viene coronata dal successo (donec ancilla … porrexit ad humanitatem invitanti victam manum, con ipallage, “sino a che, l’ancella, prima porse spontaneamente la mano vinta dal cortese invito del soldato”); il soldato cerca quindi di expugnare dominae pertinaciam (Sat. 111, 10 “espugnare l’ostinazione della donna”), quasi che si tratti di una città assediata da conquistare. Se quel che preoccupava il miles era la pertinacia della donna, ella ora muta atteggiamento, anche grazie alla strategia persuasiva dell’ancilla ora alleata dell’assediante. Tale strategia non deve poi essere particolarmente sottile, dato che, sottolinea maliziosamente il narratore, nemo invitus audit, cum cogitur aut cibum sumere aut vivere (Sat. 111, 13 “nessuno ascolta controvoglia, quando lo si costringe a prendere cibo o a vivere”). Così la donna passa est frangi pertinaciam suam: torna qui il termine pertinacia, indicante quell’ostinazione nel volersi privare del cibo – e dei conforti della vita – che le parole dell’ancilla, e il cibo e le parole del miles, oltre alla di lui non disprezzabile presenza fisica, contribuiscono ben presto non solo a incrinare, ma proprio a “spezzare”. E come, una volta conquistate le fortificazioni più esterne di una città, si può passare a un secondo assalto, diretto verso il cuore di essa, il soldato parte all’attacco, questa volta non dell’ostinazione della vedova, ma del suo pudore: etiam pudicitiam eius aggressus est (Sat. 112, 1). La donna, precedentemente, è stata qualificata come abstinentia sicca (Sat. 111, 13): la voluta ambiguità dell’aggettivo, indicante il duplice essere “a secco” della vedova – di cibo e bevande, ma anche eroticamente – viene ribadito là dove si esplicita la sua capitolazione, che avviene su un duplice livello: ne hanc quidem partem corporis mulier abstinuit, victorque miles utrumque persuasit (Sat. 112, 3,”la donna non tenne a digiuno nemmeno questa parte del corpo e il soldato, vittorioso, la persuase nell’uno e nell’altro campo”).

    4 – Il lessico della conquista, il linguaggio tratto dall’ambito militaresco, nella coeva prosa di Seneca sono volti a connotare la lotta contro i vizi per la lenta conquista della sapientia: nella novella petroniana, invece, le immagini agonistiche e il lessico mutuato dall’ambito militare segnano le tappe della progressiva distruzione e polverizzazione della pudicitia, o meglio, di un’immagine di pudicitia che si rivela ben presto uno sterile simulacro. C’è in questa novella petroniana un preciso intento parodico diretto contro il Seneca delle Consolationes e delle Epistulae morales ad Lucilium? John P. Sullivan, nel suo ricco saggio datato 1968 nel Capitolo V (“Critica e parodia nel Satyricon“, in particolare alle pp. 190 ss. dell’edizione italiana) discute di moralità nel Satyricon e nelle opere di Seneca, presenta molti spunti di riflessione in proposito, senza però prendere una posizione netta su molti passi, e affermando infine che: “[…] sembra difficile opporsi alla conclusione che i passi apertamente morali del Satyricon, sospetti come potrebbero esser comunque nella loro cornice umoristica […], siano qui per fini più letterari che didattici” (p. 204). Ma torniamo a quel victor miles … persuasit di Sat. 112, 2. Qui c’è, in prima battuta, il riconoscimento del successo di un attacco progettato razionalmente e condotto con ordine nella corretta articolazione delle sue parti. Ma c’è anche modo di osservare come la vittoria del soldato si connoti soprattutto come coronamento di un’opera di persuasione, o meglio, per parafrasare Dante, del fatto “che bell’onor s’acquista in far persuaso”. La vittoria sembra cioè tanto più onorevole in quanto il nemico cede sì, sconfitto, ma la sconfitta viene da lui percepita come una scelta consapevole, come un’adesione volontaria a un’argomentazione persuasiva che egli è libero di accogliere. In altre parole, in guerra e in amore tutto è concesso: anche, e soprattutto, mascherare l’opera di conquista in quella di una persuasione fra pari. Detto altrimenti, quella che è, tradizionalmente, come abbiamo visto in Ovidio, un’operazione di conquista condotta alla maniera di una campagna militare, o di una battaglia – fuori di metafora, la seduzione – che deve seguire una precisa strategia, diventa in Petronio il campo di battaglia in cui si dispiega la strategia della parola: la stessa attraverso la quale il miles, una volta resosi conto del rischio capitale che corre (in quanto i familiari di un crocifisso, vista allentata la custodia, hanno sottratto il corpo per seppellirlo), presenta indirettamente alla donna il suo suggerimento su come risolvere la spinosa questione. Certamente, egli non potrebbe chiederle direttamente il cadavere del marito da appendere alla croce rimasta vuota. E tuttavia, forte della vittoria che ha riportato da poco, egli osa l’inosabile: e così, attraverso quella che sembra una parodia della meditatio mortis di un aspirante suicida di stampo eroico (Sat. 112, 6), sollecita indirettamente, da parte della vidua, la soluzione che ella stessa, forse, gli vorrebbe proporre. La donna ora è non minus misericors quam pudica, e, da castissima che era (pudicissima, cfr. Sat. 112, 3, in accezione spiccatamente ironica), è ora diventata prudentissima (Sat. 112, 7: né, si noti, viene più qualificata come matrona o mulier, ma, con significativo ribassamento, solo come femina). Motivo di vanto non è più la pudicitia, ma l’ingenium, cioè, la sua “ingegnosa trovata”, che consente di fare tesoro delle risorse esistenti, proprio come si conviene -ed ecco qui che Petronio spariglia le carte ancora una volta – a una buona donna di casa, a una matrona, quale la protagonista del racconto viene presentata sin dalla prima riga della fabula. Si compie così la duplice trasformazione dei protagonisti del racconto, segno che in amore – e in guerra – tutto è lecito e tutto è possibile: sia il passaggio dal ruolo di squallido seduttore a quello di accorto persuasore, sia la transizione, in brevissimo tempo, dal ruolo di pudica vedova, per giunta aspirante suicida, a quello di donna pratica, capace di vilipendio del cadavere del marito per salvare il nuovo amante.

    Bibliografia di riferimento
    L. Castagna, La Novella della matrona di Efeso: meccanismi del riso, in La matrone d’Éphèse: histoire d’un conte mythique – Colloque international, 25-26 janvier 2002, “Cahiers des Études Anciennes”, 39, 2003, I, 27-42

    P. Fedeli-R. Dimundo, Petronio. I racconti del Satyricon, Salerno Editrice, Roma 1988;

    M. Labate, L’arte di farsi amare: modelli culturali e progetto didascalico nell’elegia ovidiana, Giardini, Pisa 1984;

    O. Pecere, Petronio: la novella della matrona di Efeso, Antenore, Padova 1975;

    J.P. Sullivan, The Satyricon of Petronius: A Literary Study, Indiana University Press, 1968 (trad. ital. Il “Satyricon” di Petronio. Uno studio letterario, La Nuova Italia, Firenze 1977).

     

    © Silvia Stucchi, 2018

  • Come è difficile esser felici!

    Come è difficile esser felici!

    Completo il precedente post dedicato a Uomini e dèi nell’Eneide con una serie di considerazioni lessicali relative alle occorrenze di felix e infelix nell’opera di Virgilio. Il pensiero di base è quello già espresso nell’altro post. Felix e infelix in latino hanno una valenza di ambito sacrale; stante la testimonianza di Varrone, felix indica propriamente il campo, il raccolto, l’annata fertile di frutti, e dunque ben riuscita; ed è solo secondario e traslato il riferimento a uno stato emotivo dell’essere umano. Ma la fortuna e la ricchezza del campo non sono possibili senza la benevolenza degli dèi; ciò vale anche per la fertilità, il raggiungimento di uno scopo nella vita, o lo stato complessivo di serenità e benessere psicologico che noi (e gli antichi) comprendiamo sotto il termine felicitas. Nel I secolo a.C. Felix era il soprannome di Silla, ‘beniamino/protetto degli dèi’ (a questo il soprannome mirava e questo la propaganda sillana aveva enfatizzato, a cominciare dalla perduta, ma in parte ricostruibile, autobiografia); Cesare, al contrario, nella propaganda testimoniata dai Commentarii ha insistito di più sulla propria Fortuna, che implica in maggior grado un saper fare, secondo l’idea (sottilmente implicita) che il bravo comandante militare sarà anche un bravo capo di uomini.

    Ora, come ho già detto nell’altro post, nell’Eneide si assiste a una discrasia fra lo sguardo di Giove e quello dei diversi personaggi, siano essi umani o divini; lo sguardo di Giove è infatti lungo, e si riassume nella Storia con l’iniziale maiuscola, che tutto giustifica; non è uno sguardo rassicurante però, perché comporta il passare sopra la vita dei singoli, che in quel processo si devono inserire volenti o nolenti, e che da quel percorso a lungo termine sono, nel breve tempo della loro vita, spesso sorpassati e “bypassati”. Inoltre, gli uomini, anche quando siano chiamati a contemplarla (come a un certo punto accade ad Enea), non capiscono la Storia, perché il loro sguardo è miope, concentrato sulla brevità della propria esistenza, non è in grado di cogliere quella lunga durata che appartiene al dio. Infine, la Storia di per sé non è rassicurante: tant’è che l’ultimo avvenimento citato nel poema, la morte di Marcello nel 23 a.C., trascende le promesse divine del I e del XII libro (I 254-296: anticipazione di Giove a Venere e al lettore di quanto seguirà nei dodici libri del poema, nel seguito del poema e nei secoli a venire, fino all’avvento di un Iulius Caesar che sottometterà l’oikoumene, vi porterà la pace, diverrà dio; XII 801-842, anticipazione a Giunone di quello che sarà il destino dell’Italia, fino al pieno mescolarsi di Troiani, Latini e Italici in un’unità politica e sacrale che, storicamente, sappiamo essersi realizzata solo nella seconda metà del I secolo a.C.). La morte di Marcello, invece, è avvenimento che rischia di rimettere in gioco tutto quanto è stato “realizzato” da Cesare e da Augusto, e di riproporre alla generazione a venire quello che la generazione di Virgilio aveva vissuto sulla propria pelle, cioè la lotta al momento della successione di un Grande Capo (per Virgilio e i suoi coetanei Cesare, per la generazione a venire Augusto).

    Dato per scontato tutto questo, si tratta ora di capire che cosa significhi essere felices  o infelices in Virgilio, chi lo sia, e perché; quali siano le diverse possibilità di felicità; quali alternative si diano alla felicitas o alla infelicitas. Partiamo dai dati numerici. Felix in Virgilio è abbastanza raro: non c’è o quasi nelle Bucoliche (mai per persone); è più comune nelle Georgiche, ma in genere in riferimento a piante o campi, o comunque a prodotti connessi all’agricoltura (anche la vittima dei sacrifici agli dèi agricoli); sono solo tredici le occorrenze nell’Eneide. Infelix è molto più presente, in riferimento a piante e campi, ma anche ad animali e persone. Ovviamente, nessuna menzione si dà di felicitas, un astratto “impoetico”, ma neanche dell’avverbio feliciter, che pure compare sia negli Annales di Ennio (fr. 103 Sk.), sia in Ovidio (più volte).

    Vediamo i casi più da vicino: nelle Bucoliche il gregge di Melibeo era felix, ma in un tempo passato e non più proponibile, della cui condizione di felicitas ci si rende conto solo ora che non c’è più, attraverso il filtro della memoria e della nostalgia (1, 74); la seconda occorrenza si riferisce all’invocazione al neo-dio Dafni, invitato a essere propizio nei confronti dei fedeli (5, 65: sis felix è qui una formula rituale e cristallizzata, che ribadisce il valore sacrale dell’aggettivo). Al più possiamo osservare, con tipico valore degli aggettivi latini, che felix, come infelix, vale sia ‘che è felice/infelice’, sia ‘che fa felice/infelice’. Fra le dieci occorrenze delle Georgiche, l’unica che non abbia valore agricolo è 2, 490: felix è chi può dedicare la sua vita alla scienza, libero da affanni e pressioni della vita quotidiana e contingente. Una situazione specifica e particolare, direi paradisiaca se si concede l’anacronismo, che pochi, pochissimi possono realizzare, forse nessuno, certo non il poeta/narratore – che si sta sì dedicando all’attività poetica e in relazione a un sapere pratico, ma lo fa sotto pressione altrui, con fini pragmatici, per un bisogno che non è quello, ascetico, della pura contemplazione: e che quindi al massimo si può dire fortunatus, non felix, con una interessante gerarchia dei due termini. Nell’Eneide mi pare significativo che alcuni felices lo siano solo per modo di dire: l’aggettivo appare infatti in formule di cortesia, del tipo che già conosciamo, sis felix, riferito a un dio, come nelle Bucoliche; oppure al momento di una partenza o di un arrivo: un po’ come i nostri “salve, addio, ciao”, parole che hanno perso il loro valore etimologico e sono divenute puri modi di dire: cfr. 1, 330, a Cartagine (per Venere), e 3, 493, a Butroto. Felix si trova anche in frasi negative: è celebre la definizione di Didone, 4, 657, felix, anzi nimium felix, se le navi dardanie mai avessero raggiunto le sue terre – ma le navi quella terra l’hanno raggiunta, e la felix Didone è così divenuta l’infelix per eccellenza. Allo stesso modo Serrano, 9, 337, è una vittima di Niso nell’accampamento rutulo addormentato; e poiché aveva passato la sera a giocare a dadi, sarebbe stato felice se avesse continuato a giocare anche durante la notte: si sarebbe infatti trovato sveglio all’arrivo di Niso e si sarebbe forse potuto salvare; invece si è addormentato al momento sbagliato, e ciò ha fatto di lui una vittima indifesa. Tra i felices virgiliani si contano poi la moglie di Evandro, morta prima di conoscere la scomparsa prematura del figlio (11, 159: la definisce così il marito), e Polissena, uccisa sulla tomba di Achille, e non costretta a subire la schiavitù (lo pensa Andromaca, che la schiavitù ha invece sperimentato, 3, 321); felices sono poi le anime dell’Ade (quelle che lo sono, cioè Museo e la sua cerchia, 6, 669, racchiusi nei campi elisi = isole fortunate o dei beati); e il guerriero Tolumnio, presentato come tale nelle parole di Turno che deve convincere i Latini a continuare la guerra nonostante le prime sconfitte (Diomede ha rifiutato di allearsi con loro: ma non c’è problema, Tolumnio gli equivale e gode del favore divino, felix appunto, 11, 429). In realtà Tolumnio entrerà in azione solo nel libro XII quando interpreta male un prodigio e spinge i Latini a interrompere la tregua e il duello fra Enea e Turno: decisione avventata e inconsulta, che paga figurando nell’elenco successivo di caduti. E tanto felix, in definitiva, non sembra proprio. Ma Turno, si sa, spesso sbaglia le sue valutazioni! Infine, possono essere felices degli oggetti, animati o inanimati, che assolvono la loro funzione, come i venti che soffiano propizi, 3, 120. In questo elenco, due casi sono significativi: nelle parole di commiato di Eleno, 3, 480, è felix Anchise, protetto dalla pietas del figlio e sottratto alla rovina di Troia con il gesto più famoso della saga eneadica, quello che consacra Enea come pius, ma anche quello che dà inizio all’intera vicenda – la storia di Roma inizia lì, dalla fuga da Troia; dall’avere Enea convinto a partire il recalcitrante Anchise; dall’averlo preso su di sé, e con lui, nelle mani di lui, i Penati che assicurano continuità e sopravvivenza. Poco prima, all’inizio della medesima allocuzione (v. 475) Anchise era stato definito da Eleno come coniugio Veneris dignatus superbo. Importante: non è l’amore della dea ciò che lo fa felix, bensì l’agire del figlio. Alla fine del libro, vv. 708-713, Enea lamenta che Eleno non gli abbia predetto la morte del padre; è vero, però qui ne ha steso l’epitaffio, ricordando le due azioni che ne consacrano la memoria, e mettendole in posizione gerarchica: l’amore della dea ha reso celebre Anchise, ma il figlio con il suo gesto lo ha fatto felix, per le ragioni che ho detto. E il Priamides Eleno (figlio di Priamo, cioè ancora volto alla Troia di Priamo, ricostruita a Butroto tal quale si trovava in Asia, ma ora riconosciuta da Enea e dai compagni come qualcosa di vuoto, di sterile, di infruttuoso: la vera, nuova Troia, quella fertile e ricca di frutti, protetta dagli dèi, è in avanti, non indietro), Eleno, dicevo, riconosce in quella partenza da Troia di Enea e famiglia la felicitas di una nuova fondazione, qualcosa che segna una svolta nella storia e nella Storia, un punto di non ritorno che segnala gli Anchisiadi – e non più i Priamidi! – come i veri eredi di Troia e i beniamini degli dèi (e fra gli Anchisiadi, naturalmente, vanno contati i loro lontani discendenti, i Romani). L’altro passo significativo è 6, 784. Roma appena fondata da Romolo è felix prole virum (e cioè virorum), con aggettivo che riassume tutti i valori del termine: fertilità di frutti (i Romani), felicità di animo (l’imperium che li attende), la benevolenza degli dèi (al v. 780 di Romolo e Roma è detto che et pater ipse suo superum iam signat honore). Questi sono i soli esseri felici del poema: Anchise all’inizio di una Storia, alla cui fine c’è Roma, la Roma di Romolo che si salda con un unico tratto alla Roma di Augusto (rievocato nel sesto libro subito dopo del fondatore). E Roma, che in questa Storia felix lo è a lungo termine, è di nuovo la Storia, che nella città amata dagli dèi in certo qual modo si incarna. Non c’è dunque umana felicità, anzi felicità dell’uomo è morire quanto prima, secondo il detto sapienziale greco e secondo quanto ribadiscono Andromaca parlando di Polissena, ed Evandro della moglie; non è felix Enea, che pure si muove seguendo ordini divini, protetto dalla madre e dalle altre divinità fedeli alle parole di Giove; felix è solo la Storia, cioè ancora una volta lo sguardo lungo di Giove, che tutto assolve e tutto giustifica…

    Vediamo ora infelix. Nelle Bucoliche ci sono Pasifae (6, 47 e 52) e Procne (o Filomela: ma il nome poco importa, 6, 81), che, mutata in animale dopo aver ucciso per vendetta il proprio figlio, prima di abbandonare la casa resa cruenta dal suo gesto, infelix sua tecta super volitaverit alis. Se allarghiamo la ricerca al campo animale, c’è anche il gregge affidato da Egone (il proprietario) a Dameta (il pastore mercenarius) nelle parole di parte del rivale Menalca, buc. 3, 3, definito infelix  perché lasciato a un pastore disonesto che lo sfrutta fuori misura a proprio uso e consumo (munge le pecore due volte all’ora, dice Menalca con evidente iperbole). Come si vede, siamo sempre nel campo di un destino avverso, rovesciato su vittime incolpevoli: non sono Pasifae e Procne i mostri delle rispettive vicende, ma forze a loro esterne le costringono ad azioni mostruose; non è il gregge ad avere colpa, ma subisce le conseguenze di un’azione del padrone, che vuole essere libero da impegni per corteggiare Neera. Fa a sé il caso di 5, 37, infelix lolium, che ritorna, con verso quasi identico, a georg. 1, 154. Nelle Georgiche non c’è nessuna occorrenza riferita a esseri umani, tre a campi infecondi o piante invasive e sterili; poi però ci sono il cavallo malato nel Norico (3, 498) e Mantova intesa come somma dei cittadini che hanno subito le espropriazioni del dopo Filippi (2, 198). Un caso a sé costituisce l’Invidia infelix di 3, 37, tipica personificazione virgiliana, che indica il guardare di malocchio chi sa fare qualcosa e il cercare di impedirgli di farlo (per questo infelix riassume qui un po’ tutti i valori del termine: l’Invidia è sterile; cerca di rendere sterili; è malevola, è causa di male a sé e agli altri). L’aggettivo “esplode” letteralmente nell’Eneide. Quarantotto occorrenze tra forma lemmatica e casi flessi. Vediamo i riferimenti: nei casi flessi troviamo Didone, 5, 3; Amata, 7, 401; Ulisse, 3, 613 e 3, 691; Niso, che definisce così se stesso, 9, 430; Troia nel suo complesso (Mnesteo esorta i compagni a resistere all’assedio di Turno, e chiede loro se non infelicis patriae…pudet miseretque, 9, 786), cui si aggiunge il vitto non umano al quale è costretto Achemenide, 3, 649, bacas lapidosaque corna, cioè la regressione allo stato di raccoglitore, ossia di uomo preistorico e a-civilizzato. Più lunga la lista dei casi lemmatici: Troilo (la prima occorrenza in assoluto per il lettore continuo dell’Eneide, 1, 475); Didone (sette volte in tutto: 1, 712 e 749; 4, 68, 450, 529 e 596; 6, 456, il massimo concesso a qualsiasi personaggio); il cavallo di Troia, 2, 245, monstrum infelix che i Troiani sacrata sistunt arce, con accostamento ossimorico di due aggettivi significativi, il monstrum infelix va a dissacrare la sacrata arx; Corebo che non ascolta gli avvertimenti di Cassandra, 2, 345; Andromaca vedova inconsolabile, 2, 455; Creusa appena defunta e trasformatasi in umbra e simulacrum di sé stessa, 2, 772; Priamo che tenta di salvare Troia mandando Polidoro al sicuro (lo crede lui) in Tracia, 3, 50; l’Arpia Celeno quando lancia la sua predizione/maledizione che sembra allontanare per sempre i Troiani dalla meta agognata, 3, 246; Sergesto, che vuole vincere la regata con una mossa avventata, 5, 204; Niso che scivola inconsapevolmente e perde una corsa che aveva già vinto, 5, 329; Darete, che deve riconoscere la superiorità di Entello nello scontro di pugilato, 5, 465; il talamo dove giaceva sicuro Deifobo, o se vogliamo, per ipallage, Deifobo che si credeva sicuro nel proprio letto, al fianco della donna appena sposata, sopravvissuto a una guerra sanguinosa e decennale, che gli prospetta un avvenire di pace e felicità (6, 521); Teseo, che sedet aeternumque sedebit nell’Ade, per aver osato un’azione empia, rapire la regina degli Inferi (6, 618); Bruto, che manda a morte i suoi figli in nome del bene comune, eroe della res publica nella visione romana tradizionale, anche di autori più o meno contemporanei a Virgilio come Livio e Valerio Massimo, ma infelix utcumque ferent ea facta minores per la voce che commenta (6, 822); Giunone, che si autoproclama tale nel riconoscersi sconfitta, nonostante nulla abbia lasciato di intentato contro i Troiani (7309); di nuovo Amata, nel settimo come nel dodicesimo libro (7, 376 e 12, 598) una serie di caduti, colpiti da morte prematura o inattesa: Eurialo, 9, 390; sua madre, 9, 477; Cidone, che solo provvidenzialmente si salva (10, 325); Aleso, vittima di Pallante (10, 425); Lìgeri, vittima di Enea (10, 596); Acrone, vittima di Mezenzio (10, 730); Antore, che muore per un dardo scagliato non contro di lui (10, 781); Lauso (10, 829), Mezenzio (10, 850), Camilla (11, 563) e il meno noto Ufente (12, 641). Poi infelix è Evandro, alla notizia della morte del figlio, sia nelle parole di Enea (11, 53) sia nelle proprie (11, 175), così come infelix è Acete, tutore di Pallante e guida del corteo funebre che ne riporta a casa il cadavere (11, 85: diciamo anche qui che, per ipallage, infelix è fondamentalmente Pallante). Ancora: è infelix la comunità intera dei Troiani in fuga, nelle parole della falsa Beroe (in realtà è Iride che vuole spingere le donne troiane a dar fuoco alle navi, 5, 625); la Fama che divulga la notizia della morte di Amata fra i Latini e spinge Turno a riprendere il duello per lui fatale (12, 608); Giuturna, costretta ad abbandonare il fratello alla sua sorte (12, 870); infine, c’è il balteus infelix di Pallante, 12, 941, portato trionfalmente da Turno, che si presenta agli occhi di Enea, siamo proprio alla fine del poema, e lo spinge, quando è vacillante e dubbioso, a uccidere il nemico che lo supplica: perché è bene parcere subiectis, ma si deve debellare superbos, e nonostante le apparenze del momento, proprio quel balteo inserisce Turno fra gli incorreggibili superbi…

    L’elenco è stato lungo, e me ne scuso. Ma ora possiamo trarre qualche considerazione. Intanto, vediamo come più valori si sommino spesso fra loro, e difficile risulti la scelta. Questo significa anche che non ha molto senso tradurre le diverse occorrenze con “felice/infelice”, senza cercare di cogliere le diverse sfumature che i due termini assumono caso per caso. Tradurre, del resto, è solo una parte del nostro accostarci all’opera d’arte, e non può essere il fine ultimo del nostro agire. Esemplare mi sembra, al riguardo, il caso di Giunone a 7, 309. la dea, come l’Invidia delle Georgiche, è infelix lei stessa; rende infelices gli altri; è sterile di frutti e successi; vuole impedire gli altrui successi; è sofferente per quanto succede; fa soffrire gli altri; è vittima di sé stessa; ma si ritiene vittima di una congiura di forze superiori – Giove e il fatum. Poi, è evidente che che c’è un uso per così dire “attivo” di infelix (ossia: che rende infelici gli altri), come era già per l’Invidia di 3, 37: così avviene per Celeno; il cavallo che entra nell’arx sacrata di Troia; la Fama che divulga la morte di Amata e costringe Turno a dichiararsi sconfitto; il balteo di Pallante, che rende d’un colpo Pallante e Turno ugualmente vittime. Ma c’è un ben più ampio uso “passivo” del termine, entro il quale si riconoscono dei casi tipici e ricorrenti:

    – è infelix chi incontra una morte prematura (sua o di un familiare), e comunque inattesa: il discorso vale per Creusa; Andromaca, vedova di Ettore; Didone; Evandro, che ha perso Pallante; Mezenzio privo di Lauso; la madre di Eurialo; i molti morti in combattimento;

    –  è  infelix chi ha tentato un’azione che travalica i propri limiti, limiti imposti dalla Natura, dalla Storia, dal Fato o dal volere degli dèi, ed è ricondotto da una legge inesorabile alla realtà delle cose: Troilo, ad esempio, che va incontro a un impar congressus con il più forte Achille; Eurialo e Niso nel nono libro, che tentano un’impresa al di sopra delle loro forze, per dimostrarsi viri e non più semplici pueri; Priamo, che vorrebbe eludere la Storia salvando attraverso Polidoro qualcosa di Troia e delle sue ricchezze; Sergesto e Darete nelle gare del quinto libro; Corebo, che non presta ascolto a Cassandra; Teseo, che vuole infrangere le leggi dell’Aldilà; Bruto, il più infelix di tutti, perché ha dovuto mettere sulla bilancia due valori parimenti forti e ne ha fatto fatto prevale uno a scapito dell’altro;

    – è infelix chi, credendo di avere raggiunto qualcosa, si sente al sicuro, e invece poi cade per colpa non sua, per una forza superiore che lo trascina a sua insaputa e senza che lui possa fare granché: erano tali già Pasifae e Procne nelle Bucoliche, lo sono ora Didone; i Troiani tutti, nelle parole astute della falsa Beroe (che dice loro quello che essi pensano di sé); Niso che scivola quando crede di avere già vinto la gara; Deifobo che pensa di essere tranquillo nel proprio talamo; Amata, vittima degli dèi; i colpiti da un dardo non lanciato contro di loro, uno per tutti Antore;

    – non sono invece mai infelices né Enea né nessun altro componente della ‘casa reale’, fatta salva Creusa, una Priamide anch’essa, e dunque appartenente a un passato che nell’Eneide è capitale venga distinto e non confuso con la storia e con la Storia; non lo sono nemmeno i Troiani del seguito, salvo che nelle parole di Mnesteo – ma quella che lui rievoca è la Troia fisica, lasciata sulle dolci colline dell’Asia, qualcosa che appartiene ancora una volta al passato e non va confuso con i Troiani di Enea & co. Quegli stessi Troiani sono gens infelix in 5, 625, ma a parlare è in quel caso la falsa Beroe, alla quale quindi non si deve prestare ascolto, perché agisce e parla falsamente, con artificio, secondo retorica;

    – ma neanche Enea e gli altri componenti della ‘casa reale’ si possono dire felices, ad eccezione di Anchise, per le ragioni dette, e dei Troiani lasciati a Butroto, consegnati a un futuro che è già concluso, e già finito, ha il sapore della morte (e solo chi è morto per tempo può essere detto ‘felice’, a livello personale). La felicitas infatti è dono raro, divino, concesso di fatto alla sola Roma; e ad essa si contrappone una ben più ampia possibilità di infelicitas. Ma anche la felix Roma, cui pure gli dèi hanno assegnato un compito che trascende le umane sorti e la possibilità di realizzarlo, per arrivare ad essere felix ha dovuto passare attraverso disavventure varie, che sono state la sua Fortuna (6, 683), ossia  in fondo, le vicende biografiche dei suoi eroi, il loro destino individuale. Diciamo quindi, per semplificare un po’, che fortuna è per Virgilio qualcosa che sempre attiene di più, rispetto a felicitas, alla casualità, e a una casualità connessa, in gran parte, alla sfera umana, dipendente cioè dall’azione degli uomini più che (e oltre che) degli dèi; laddove la felicitas dipende certo anch’essa dall’azione degli uomini (che non devono infrangere leggi divine e ben stabilite: il che li condannerebbe inesorabilmente alla sconfitta e alla infelicitas), ma in larga misura dipende soprattutto dall’agire degli dèi, dal benvolere che essi possono o no dimostrare agli umani, e che si riconosce, di norma, solo a cose fatte, una volta che la fortuna è peracta, come dice Enea agli amici che lascia a Butroto (3, 493). È ben nota la massima di Appio Claudio sull’homo faber ipsius fortunae. Fortunae, appunto, non felicitatis: ché la felicitas l’uomo non se la può dare e anzi, anche quando si ritiene al sicuro (Deifobo, i Troiani, Niso quasi vincitore…) rischia sempre che qualcosa vada storto e lo faccia ricadere nell’ampia schiera degli infelices; alla propria fortuna, pur soggetta a mille rovesci e pericoli di rovescio e rivolgimento, si può invece cooperare, anche solo imparando a sopportarla o ad evitarla – come recita la massima che Enea lascia in eredità, nel sottofinale, 12, 435-436, al figlio e che prevede un Ascanio in grado di discere la virtus dall’esempio di Enea e di Ettore e la fortuna da modelli extra-familiari (ma Enea non si sogna di fargli discere la felicitas da nessuno). La felicitas, infatti, è dono raro, divino, concesso alla sola Roma; alla quale si contrappone una ben più ampia possibilità di infelicitas. In fondo, è ancora lo sguardo lungo della Storia che, lo sappiamo, travalica il destino dei singoli e di loro non si interessa...

     © Massimo Gioseffi, 2016

  • Uomini e dèi nell’Eneide

    Uomini e dèi nell’Eneide

    In previsione degli incontri di Kavala, ma anche più in generale come tema di riflessione sull’Eneide, propongo qui, in forma parzialmente rifatta e adattata alle circostanze, il testo di una lezione tenuta a Milano il 12 Novembre 2008, in occasione della presentazione dell’edizione italiana del volume di Mary Lefkowitz, Dèi greci, vite umane (Mary Lefkowitz, Dèi greci, vite umane. Quel che possiamo imparare dai miti, a cura di G. Arrigoni, Novara, Utet Università 2008, ISBN 978-88-6008-156-8). La presentazione era stata organizzata da Giampiera Arrigoni; gli interventi di Giuseppe Zanetto (su Euripide) e il mio (su Virgilio) sono stati pubblicati sui “Quaderni Urbinati di Cultura Classica”, 2011, pp. 171-184.

    Ecco dunque il testo promesso:

    Il libro di Mary Lefkowitz chiama in causa il latinista solo per una piccola parte. Il capitolo che più interessa il latinista non  si occupa degli dèi a Roma, ma de ‘Gli dèi nell’Eneide’ (‘The Gods in the  Aeneid’). Viene cioè messo subito in chiaro che a rientrare nel discorso è l’Eneide in quanto poema epico, quel poema epico che ben conosciamo, intriso di Omero e di alessandrinismo, opera di un autore intriso di Omero e di alessandrinismo. Altro sarebbe ragionare circa la religione o la religiosità romana; altro quello circa la religiosità di Virgilio e delle opere virgiliane in toto, un ipotetico ‘Gli dèi in Virgilio’. Lefkowitz parte dalla constatazione di come, a differenza che nella tradizione biblica, gli dèi greci non creino l’uomo e si sentano perciò meno responsabili della sua sorte. L’uomo, a sua volta, non è formato a immagine e somiglianza di nessuna divinità (è semmai vero il contrario). Questo comporta che fra le parti in gioco ci possa essere un divario e, ogni tanto, una vera e propria difficoltà di comprensione. Ma ciò non toglie che gli dèi, e Zeus in particolare, seguano e controllino sempre gli uomini e le loro azioni e le giudichino secondo giustizia. Problema fondamentale è che la giustizia di Zeus non è quella degli uomini – così come i tempi di Zeus non sono i tempi degli uomini. Da questa discrasia deriva il fatto che gli uomini sono incapaci, o comunque in difficoltà, nel riconoscere che cosa è bene e che cosa no, quando gli dèi li hanno beneficati e quando puniti, cosa è giusto e cosa meno. Esemplare il caso dei marinai cretesi nell’Inno ad Apollo attribuito ad Omero: il dio li nobilita rendendoli suoi sacerdoti, ma loro impiegano tempo a convincersi di quanto Apollo sia stato generoso, provano timore, si preoccupano del futuro, chiedono di tornare a casa in nome di un’identità che ritengono smarrita, non accresciuta, dall’intervento divino (Hom. Hymn. 3, 388-544). Gli uomini, insomma, faticano a cogliere l’ordine di giustizia voluto dagli dèi; e gli dèi non li facilitano nel compito, anzi, spesso si approfittano dei mortali per conseguire fini particolari e ignoti alla comune umanità – fini che nella versione migliore, quella del Giove virgiliano, sono rivolti all’unità e alla moralizzazione del mondo sotto l’egida di Roma; ma nella versione peggiore possono risultare egoistici ed individuali.

    Proprio la vicenda di Troia appare esemplare di questa disparità di valutazione, e ciò spiega perché così numerose siano state le sue declinazioni poetiche e perché tutte le generazioni vi si siano confrontate, cercandovi risposta ai propri dilemmi. Nell’Iliade la decisione di Zeus è stabilita fin dall’inizio del poema e non muta nel corso degli eventi. Il comportamento di Paride ha deciso il destino della città: Troia perderà la guerra. Il verdetto non è in discussione; in discussione possono essere la manipolazione di uomini e divinità inferiori e gli avvenimenti che porteranno a quel verdetto. È perciò possibile che Zeus ammetta, e talora addirittura favorisca, l’idea che altri dèi, offesi da singole azioni dei mortali, sentano il desiderio di vendicarsi e che essi vengano aiutati in questa esigenza – ossia, che Zeus riconosca loro il diritto di interferire, come avviene per Apollo, invocato da Crise, o per Teti, supplicata da Achille. La momentanea libertà d’azione di queste divinità non muta il corso complessivo delle cose, che rimane quello stabilito da Zeus. Nel passare a Roma cambia lo sguardo divino: da un lato gli dèi, a cominciare da Giove, tendono a ridursi sempre più a simboli, ad acquisire serietà e dignità a scapito della vivacità, a perdere individualità e libertà. Dall’altro, si allunga lo sguardo di Giove: nell’Iliade le decisioni di Zeus non  vanno oltre i confini del poema; nell’Eneide abbracciano tutto l’arco temporale della Storia, dall’età eroica alla contemporaneità di Virgilio. Riconoscere l’esistenza di questo controllo non è tuttavia una rassicurazione, o almeno non lo è per il singolo. Se infatti si può trovare qualche consolazione nell’idea di un disegno più ampio che sta alle spalle degli avvenimenti, di una Storia che è esplicazione non di una serie casuale di fatti, ma della volontà di un dio che anticipa in qualche misura la provvidenza dei moderni, il sentire dell’individuo si concreta nell’attimo unico ed irripetibile, rispetto al quale non è consolatoria, o è troppo poco consolatoria, la fede in una dimensione lunga della giustizia. Il che significa, in altri termini, che si amplia il divario fra uomo e dio, che aumenta la probabilità da parte dell’uomo di non comprendere i fini del dio. L’uomo giudica sul suo tempo e sul suo ritmo; il dio su un proprio tempo, che è tempo lento, nel quale vengono trascesi i confini della durata umana.

    Tema molto insistito negli studi novecenteschi sull’Eneide è la scoperta, da parte del suo protagonista, dell’incapacità di dominare gli eventi, la rivelazione di un contrasto fra sé e il mondo entro il quale si vede costretto ad agire; mondo che l’uomo, quand’anche di statura eroica, si accorge di non comprendere e di non dominare, finendo per sentirsi fallimentare e solo. All’origine di ciò sta la sfiducia nel proprio destino specifico, che pure non è sfiducia nel tempo lungo della Storia. Conseguenza di una simile idea è, invece, che il discorso sul divino in Virgilio si configura come un tema che non può essere inteso quale puro gioco letterario, nella maniera in cui, a volte, si è cercato di fare. Non tento un catalogo delle numerose affermazioni formulate in proposito. Ricordo soltanto che c’è chi nel poema ha sentito un’eco della giovinezza epicurea del poeta, negando così serietà e credibilità alle figure divine; chi ha sottolineato lo stoicismo progressivamente acquisito da Virgilio,  fino a trasformare l’Eneide in una specie di manuale per il proficiens stoico; chi ha visto in Virgilio un rigido monoteista e chi ne ha evidenziato con forza il carattere di fervente e convinto politeista. Prima del volume della Lefkowitz, il saggio migliore sull’argomento era il bel volume di Denys Feeney, The Gods in Epic, del 1991, riedito in seconda edizione aggiornata nel 1993. Nel suo libro, Feeney difende la verità di comportamento degli dèi virgiliani, la loro irripetibilità di esseri dotati di un preciso carattere, una psicologia, una capacità di agire e reagire diversa da singolo a singolo. Attraverso l’analisi dell’atteggiamento di Giunone nel primo libro del poema, lo studioso sottolinea come sia proprio la serie di pensieri e di azioni della dea a dare grandezza alla sua persona. Feeney segnala anche che sarebbe stato impossibile tentare un’epica di tipo omerico senza assegnare un ruolo importante agli dèi – che potranno dunque essere simboli, ma nello stesso tempo sono, e devono essere, figure umane ben tipizzate, con una loro vita autonoma. Un po’ quello che Proust diceva di certe immagini di Giotto quali l’Invidia degli Scrovegni, simbolo e figura allegorica, ma altresì immagine di straordinario realismo, un concentrato di ciò che sono l’ira e una persona adirata. E ancora: sempre Feeney aveva già ricordato che senza dèi dotati di individualità propria non potrebbe realizzarsi quell’unione di mito e di Storia che è il vero scopo dell’Eneide. Ma per Feeney gli dèi virgiliani sono pur sempre caratteri creati dal poeta su un fondo preesistente, da lui completamente rifatto e reso elemento della letterarietà del poema, personaggi fra i personaggi e come tutti i personaggi indirizzati a uno scopo sostanzialmente narrativo. È invece possibile andare in un’altra direzione e scommettere sulla consistenza degli dèi virgiliani quali esseri dotati di un modo di pensare ‘esterno’, estraneo e indipendente da quello del poeta, soltanto entro certi limiti da lui costruito. Ciò non significa negare né il peso delle convenzioni letterarie, né che alle spalle del poeta ci sia una religione di stampo romano; Virgilio, poi, fa opera di poeta, non di filosofo o di teologo. Ma in ogni caso, per Virgilio e i suoi lettori dietro al testo poetico c’era un tema più ampio e generale – la fragilità e l’ansia di remunerazione dell’uomo – di cui gli dèi della tradizione si fanno interpreti e portatori. E questo tema è la manifestazione di un’inquietudine che non nasce in uno spazio vuoto, ma si fonda su una linea continua, sviluppatasi a partire dall’età arcaica greca; linea nel cui svolgimento Virgilio segna solo una tappa. Lungo questa strada, il poema virgiliano si segnala proprio per quello ‘sguardo lungo di Giove’, che ho già ricordato. Con Virgilio cambia il rapporto fra l’uomo e la divinità, cambio che si traduce in un diverso peso della divinità sulla storia (fabula), e di conseguenza anche sulla Storia. Non è un gioco di parole. Il Giove virgiliano è, in certa misura, bifocale. Vede bene ed estende il suo volere alla Storia lontana, all’evolversi dei secoli, ad avvenimenti che cadono fuori dal racconto e dai suoi limiti; ma sembra poco interessato all’immediato narrativo. Manda Mercurio a rendere malleabili i Cartaginesi allorché i Troiani sbarcano sulle coste libiche (1, 297-304), ma non si preoccupa di redarguire Giunone, responsabile di quel naufragio, né di quanto avverrà dopo. Sicché, quando Iarba lo costringe a rivolgere di nuovo lo sguardo alle coste africane (4, 203-218), lo vediamo ‘distratto’, intento ad altro, disperso nella concentrazione (4, 220 oculos … ad moenia torsit: dove li teneva prima?). Stesso discorso per gli avvenimenti successivi. Giove non si occupa di Didone, come non se ne preoccupano Giunone e Venere, sebbene la prima, almeno formalmente, sia la protettrice di Cartagine e della sua regina; né Giove fa alcunché per impedire o mitigare i combattimenti nel Lazio. L’effetto è sconvolgente. I lettori virgiliani – ma il discorso vale anche per i personaggi di Virgilio – vengono progressivamente a scoprire una verità che domina il caos: e cioè che gli dèi potrebbero facilmente comporre le liti che li dividono e che viceversa rovesciano e amplificano sui mortali; ma di fatto, quando prendono la decisione di riconciliarsi fra loro, lo fanno con la stessa facilità con la quale, prima, avevano litigato. Mentre pari facilità non c’è per i mortali: sicché essi ereditano colpe e litigi non propri; se ne impossessano; li ingigantiscono; li trasformano in ragione esistenziale; poi faticano a liberarsene, e in loro nome vivono, combattono, muoiono, vittime di un gioco di cui gli dèi si sono sbarazzati, ed al quale gli uomini, al contrario, non sanno sottrarsi.

    Tutto ciò comporta un rapporto con la divinità fondato in gran parte sulla distanza, che è un lascito della tragedia greca, ma un lascito che in Virgilio si ingigantisce. Parlando dello Ione (una tragedia sottovalutata di Euripide: per i suoi rapporti con l’Eneide si veda però già M. Fernandelli, ‘Banchetto a teatro e teatro a banchetto: presenze dello “Ione” di Euripide nel libro I dell’Eneide’, Orpheus n.s. 23, 2002, pp. 1-28), Lefkowitz scrive: “Il coro chiude il dramma con una riflessione sull’importanza per gli uomini di regolare le proprie attese sul tempo degli dèi … È pur vero che ai mortali spetta di avere pazienza,perché gli dèi hanno i loro tempi … Ma il dramma chiarisce pure che l’essere di per sé ‘buoni’ non potrà mai bastare ai mortali come garanzia di ottenere ciò che si è meritato”. Sostituiamo a ‘buoni’ il termine latino pii, e siamo già dalle parti dell’Eneide. Nel poema virgiliano gli uomini imparano che un comportamento irreprensibile non è una difesa. Laocoonte, sacerdote di Apollo (in Virgilio, di Nettuno), diviene vittima dell’ira divina nel momento in cui esercita le sue funzioni sacerdotali (2, 199-231). Panto, altro sacerdote di Apollo, protetto dall’infula sacrale, è il solo, oltre ad Anchise e ad Enea, che sia degno di toccare i Penati (2, 318-335 e 429-430); Rifeo è il più giusto dei Troiani, 2, 426-428 – tanto da rendere possibile la sua assunzione nel cielo di Dante, Pd. 20, 67-72. Ma né Panto né Rifeo si salvano: la pietas non basta contro il decreto che condanna tutti i Troiani, ad eccezione di pochi, diversamente selezionati. I personaggi dell’Eneide scoprono che degli dèi non ci si può fidare, nemmeno quando appaiono benevoli: essi omettono dettagli importanti (Enea, ad esempio, non viene avvertito della necessità di perdere la moglie, 2, 735-740 e 777-779, né della morte che attende il padre, 3, 710-715); si servono di chi, in teoria, dovrebbero guardare con benevolenza, come Didone e Giuturna; ingannano in vario modo. C’è una scena nella quale vediamo un dio arrivare, con le sue illazioni, perfino alla soglia della calunnia. È quanto fa Mercurio – signore della menzogna a priori, e di questo si dovrà tener conto. La scena è la seconda apparizione ad Enea, nel quarto libro, vv. 560-570. Mercurio invita Enea a fuggire precipitosamente da Cartagine, a non fidarsi della regina tradita e delusa: varium et mutabile semper / femina. E aggiunge: decisa a morire, Didone agita pensieri di morte anche per te; se indugi, all’alba vedrai il mare rilucere di fiamme e riempirsi di navi – la flotta lanciata all’inseguimento di quella troiana (4, 566-568 Iam mare turbari trabibus saevasque videbis / conlucere faces, iam fervere litora ammis, / si te his attigerit terris Aurora morantem). Ma i lettori seguono passo per passo i pensieri di Didone, il loro farsi e disfarsi. E sanno che la regina non si è proposta, fino a quel momento, una simile possibilità. Anzi, nell’ultimo soliloquio che immediatamente precede l’abbiamo vista ipotizzare ancora di potersi accompagnare ad Enea, da sola o con i più fedeli dei suoi concittadini (vv. 537-546). Sarà più tardi, dopo e non prima delle parole di Mercurio (vv. 591-594) che il pensiero di reagire farà capolino nella sua mente: Ite – dirà allora ai suoi uomini, peraltro assenti dalla scena – / ferte citi flammas, date tela, impellite remos! (per inseguire la flotta e darle fuoco). Ma subito si domanda, v. 595: Quid loquor? Aut ubi sum? Quae mentem insania mutat? e il pensiero le esce di testa – se mai si può dire che vi sia entrato.

    Possiamo continuare un poco. Gli dèi virgiliani talora si schierano senza giustificazioni: è quanto avviene con Marte, che appare, Aen. 9, 717 – lui, che pure sarà padre del fondatore di Roma! – fra le divinità alleate dei Latini. Ma gli dèi sono lontani, non conoscibili e inaffidabili anche per chi proteggono. Venere ed Enea, madre e figlio come Teti ed Achille nell’Iliade, si incontrano uno di fronte all’altra, nel poema, solamente tre volte: a Troia Venere invita Enea alla fuga e gli mostra l’ostilità in atto di tutte le altre divinità, così da convincerlo a partire (2, 589-623); però, come abbiamo visto, si dimentica di indicare al figlio il prezzo doloroso che l’attende, né gli dà indicazioni circa la destinazione e le peripezie che dovrà affrontare – cose che Enea è costretto ad apprendere da solo. Il secondo incontro avviene a Cartagine: Venere sta operando per il figlio, ma Enea non ne ha coscienza e arriva a dubitarne. Quando i due si parlano, Venere è in incognito; la maschera cade solo al momento in cui si allontana (1, 314-410). Ben diversamente, Teti nell’Iliade giungeva da Achille a consolarlo sulla riva del mare e gli appariva di persona, senza camuffamenti; mentre nel tredicesimo libro dell’Odissea Atena poteva conversare con il suo beniamino mettendo da parte il consueto apparato di inganni e di trappole al quale entrambi avevano inizialmente fatto ricorso, quasi come una seconda loro natura. Ma tra Venere e il figlio non c’è colloquio, non c’è confidenza, non c’è intimità, mai. Nel terzo incontro, anzi, la madre si limita a un frettoloso abbraccio e a poche parole per consegnare le armi promesse, e non attende nemmeno la risposta di Enea: Enea per il quale, peraltro, prima si era data non poco da fare, convincendo un esitante Vulcano a costruire le nuove armi, necessarie alla guerra (8, 608-616). Certo, questo non è che un risultato di quel mondo stilizzato tipico dell’Eneide, che poi è il mondo romano nel suo complesso, poco propenso a smancerie e gesti di affettività. Anche fra Enea e Ascanio non c’è colloquio fino alla fine del poema (12, 435-440). È però significativo che, al contrario, fra Enea e il padre troviamo ampie manifestazioni d’affetto, oltre che di rispetto, manifestazioni che l’eroe troiano invano rivendica dalla madre. Anzi, mi pare particolarmente significativo che nel poema virgiliano sia sempre Venere a imporsi al figlio; il quale, se vuole conforto e consolazione (o aiuto pratico), deve rivolgersi non alla madre, ma ai sacerdoti di Apollo, ministri umani di un culto diverso da quello familiare. Non è che Venere non si dia cura del figlio, tutt’altro: e basti ricordare l’invio delle colombe così da consentire a Enea di trovare il ramo d’oro, necessario alla discesa negli Inferi (6, 183-200), o l’intervento con il dittamo a curare l’eroe ferito poco prima del finale del poema (12, 411-429). Ma lo fa come una dea, distante e impegnata nel proprio compito; non come una madre che interviene ad aiutare e consolare il figlio, e nemmeno come una divinità che risponda dappresso all’invocazione del primo dei suoi fedeli.

    Quanto ho detto per Venere vale anche per tutti gli altri dèi virgiliani (che sono sostanzialmente quattro: oltre a Venere, Giove, Giunone e Apollo, quest’ultimo solo marginalmente presente nell’azione, e più attraverso oracoli e sacerdoti che in prima persona – dove anzi lo vediamo operare in un episodio marginale del racconto, 9, 638-663). Giove non fa nulla per rendere la vita più facile ad Enea, e questo sebbene Enea non lo abbia mai offeso personalmente. Così avviene anche per Giunone, che ad Enea fa scontare solo la colpa di essere troiano. Quanto ad Enea, lui può trovare conforto in quel futuro glorioso della sua gente che più volte gli viene pronosticato: ma di quel futuro radioso, per parte sua, non vedrà nemmeno l’inizio, né avrà tempo di gioire della vittoria: poco dopo avere sconfitto e ucciso Turno, la morte attende pure lui, come più volte viene ripetuto nel poema. Ne consegue che Enea non tragga grande piacere dalla propria esistenza e non sia sempre nemmeno consapevole di ciò che gli dèi hanno in serbo per lui. Attraverso questa contraddizione, Virgilio fa capire che cosa significhi farsi carico di una grande missione  dovendosi confrontare con l’ostilità divina e potendo contare solo occasionalmente sul sostegno di divinità favorevoli. Certo, l’eroe troiano è cosciente che senza l’aiuto degli dèi non sarebbe arrivato mai sul suolo italico, e di quell’aiuto non può  fare a meno neppure quando si tratta di stabilire il nuovo insediamento in Italia; ma quel trasferimento va contro i suoi espliciti desideri (4, 340-344), è la rassegnata obbedienza a un ordine che non lo riguarda da vicino e che non capisce nemmeno fino in fondo (4, 345-347). Così come incomprensibili restano, per lui, le lotte nel Lazio. Mai Virgilio ci fa dimenticare (o fa dimenticare al suo eroe) che la guerra è stata causata da una dea e che un accordo fra gli dèi avrebbe potuto fermarla … Anche nell’Iliade l’ira è causa di morte e dolore, ma nell’Eneide si tratta dell’ira di una divinità, perciò più potente e irragionevole perfino dell’ira del massimo fra i guerrieri Come scrive giustamente la Lefkowitz, “In quest’epoca più recente [alias, l’età di Virgilio] le forme esteriori della religione tradizionale non sono mutate, ma i poeti hanno cominciato a farcene comprendere con maggiore precisione i limiti di adeguatezza”. Compito delle generazioni successive sarà sottolineare ulteriormente i limiti di questa ‘adeguatezza’ e cercare formule sostitutive. Ma, a quel punto, la storia degli dèi greci sarà giunta alla fine.

    Due piccoli corollari vorrei ancora aggiungere a questo post: il primo consiste nel sottolineare come il quadro delineato faccia sì che Enea, come Turno, Didone e tutte le altre vittime del poema (tale si può considerare perfino Enea) siano figure in certa misura fortemente individuate, ma nel contempo siano pure figure/simbolo dell’intera umanità. Ci troviamo cioè un passo avanti in quel processo di ‘trasformazione in romanzo’ dell’epica che culminerà nelle Metamorfosi apuleiane, nelle quali non troviamo più un eroe simbolo dell’umanità in generale, come Enea, ma un uomo qualunque, Lucio, figlio di nessuna dea, eppure ugualmente protetto dalla benevolenza di Iside e innalzato agli stessi dilemmi di Achille e di Enea. Il secondo corollario è questo: ferma restando l’immagine dei rapporti fra dèi e umani in Virgilio delineata finora, è giusto aggiungere che due elementi arricchiscono, completano, ma anche complicano il quadro. Uno è il richiamo, da parte di Niso, alla dira cupido (quella che gli uomini eleggono a loro specifica divinità) a 9, 184-185, all’inizio di un episodio famoso. Di fronte al progetto di una grande impresa, Niso, parlando all’amico Eurialo, si chiede infatti: … Dine hunc ardorem mentibus addunt,/ Euryale, an sua cuique deus fit dira cupido? E di dira cupido avevano già parlato la Sibilla rivolta a Palinuro, 6, 373 (per un’azione che vorrebbe violare tutte le leggi dell’Oltretomba), e soprattutto, in termini filosofico/religiosi, Enea nel colloquio dei Campi Elisi con il padre: … Quae lucis miseris tam dira cupido? (6, 721, in riferimento alle anime purgate e desiderose di tornare a nuova vita sulla terra). L’altro elemento è costituito da una categoria intermedia di divinità, quella degli dèi minori, che furono uomini e ora sono dèi. Il divario uomo/dio è infatti rotto in almeno tre modi all’interno dell’Eneide: attraverso le similitudini, che abbassano gli dèi al rango di umani, come nel caso di Vulcano paragonato alla donnetta che si sveglia nel cuore della notte per tessere e sostentare così la propria vita, 8, 407-415, o dell’oratore che placa la folla e Nettuno che seda la tempesta, 1, 148-15. Poi ci sono le divinità indigetes, il destino che attende anche Enea dopo la sua morte, senza dimenticare figure già riconosciute ufficialmente come Fauno, Pico, Carmenta, Giuturna e soprattutto Ercole (ridotto al silenzio e al pianto nell’episodio che lo vede in azione, la morte di Pallante, 10, 464-465; ma importante controfigura di Enea e di Augusto nel libro ottavo). Proprio quest’ultimo libro dà corpo al terzo legame significativo fra mondo umano e mondo divino. Penso alla grande scena che inizia con i riti in onore del dio alla corte di Evandro, prosegue con la passeggiata di Evandro ed Enea sul sito dove sorgerà Roma, finisce con un invito esplicito ad Enea (vv. 364-365) … te quoque dignum / finge deo. Per quello che sappiamo di questa scena e delle sue valenze etiche e politiche – soprattutto politiche, per cui Enea lì è, grazie a una coincidenza di azioni e di date, sicura prefigurazione di Ottaviano di ritorno dall’Oriente – e per quello che ancora sappiamo dell’Eneide e della sua epoca di composizione, connessa a un’immagine della Storia che termina con la morte di Marcello, discendente naturale del principe, e quindi Storia che con quella morte vede rimesso in discussione il proprio sistema di valori e il proprio sguardo sul futuro, viene il sospetto che lì si nasconda il vero significato del poema. Opera legata alla tradizione, certo; però anche opera legatissima a un’attualità contemporanea, che è poi l’attualità della Roma augustea; nella quale le divinità e la mitologia servono soprattutto da modello di comportamenti e scelte che riguardano da vicino la quotidianità di chi scrive e dei suoi lettori.

    © Massimo Gioseffi, 2016

  • Tibullo poeta d’amore? III. Nemesi

    Tibullo poeta d’amore? III. Nemesi

    Il terzo ciclo all’interno del liber tibulliano dovrebbe essere, a rigor di logica, quello dedicato a Nemesi. La donna compare per la prima volta nella terza elegia del secondo libro e in forme più o meno fuggevoli occupa di sé tutti i componimenti da lì alla fine del libro, incluso il numero cinque, di fatto dedicato alla assunzione del figlio di Messalla nel collegio dei quindecimviri (ma in un fuggevole accenno finale, Tibullo sostiene di dover interrompere la composizione e non poter cantare oltre il giovane Messalla, perché troppo preso dal pensiero di lei). Eppure, quello che sosterrò ora un po’ provocatoriamente è che non esiste un vero ciclo di Nemesi, perché la donna, fedele al suo nome e alla funzione vendicativa che il suo nome suggerisce, in realtà non conosce nessuna delle evoluzione e dei passaggi previsti nelle puntate precedenti di questa rassegna tibulliana. Nemesi da subito, fin dalla sua prima apparizione, è un personaggio avido e desideroso di dona e di praeda. Questa immagine non conosce evoluzione, non conosce variazione. Delia, come abbiamo visto, dopo una menzione quasi casuale nella prima elegia del primo libro, diviene una figura dai tratti ben definiti, una sua storia, una continua interrelazione con il poeta, un’evoluzione in sé e nei suoi rapporti con Tibullo, che reagisce al di lei evolversi ma è anche motivo del di lei evolversi. Stessa cosa si può dire per Marato, pur nella specificità di quella situazione, e nella maggiore compressione dei tempi del suo sviluppo. Nemesi è invece sempre uguale a sé stessa. Nulla si può dire di lei, della sua vita, della sua persona, tranne che per due dettagli fugaci e non ben sviluppati che appaiono, guarda caso, nell’elegia conclusiva del ciclo e del libro: uno è la sua natura fors’anche onesta, ma viziata dalla presenza della solita ruffiana (un’idea che Tibullo aveva già sviluppato nel caso di Delia, e sulla quale quindi ora non insiste troppo, ma che, stando nel finale del libro, ci consegna il solito Tibullo incerto e titubante, che anche dopo aver preso risoluzioni drastiche è sempre disposto a tornare sulle scelte fatte); l’altro è il riferimento a una sorella morta in circostanze drammatiche. Un dettaglio, questo, che è di quelli che non si inventano e non appartengono a un topos narrativo: cosicché è l’unico dato reale, o almeno realistico, della biografia di questa donna, l’unico elemento che ci assicura trattarsi di una persona fors’anche davvero esistita, e non solo di un simbolo. Ma non è come persona reale che la tratta normalmente Tibullo: Nemesi per lui è una funzione narrativa, e le funzioni narrative, si sa, non hanno storia, non hanno evoluzione.

    Chi è allora il vero protagonista del libro? Ecco la mia idea: sono i rura, intesi come immagine della campagna che il poeta si è autoproiettato all’interno delle sue elegie, e che ama proiettare al lettore. Rispetto a questo tema, Nemesi è solo subordinata: è l’elemento necessario a creare l’evoluzione del racconto e a dare alla storia una parvenza esteriore di vicenda amorosa, come si compete all’elegia. Se sette sono, come indicato nelle puntate precedenti, i passaggi obbligati di una buona storia d’amore, Nemesi non conosce che gli ultimi due, o meglio conosce solo la sesta tappa (quella della diffidenza reciproca), perché anche la settima non è così sicura (il discidium forse ci sarà, forse no; e comunque, se ci sarà, non potrà richiamarsi nostalgicamente a un tempo felice che non è mai esistito). Non cosi per i rura. Nel primo libro essi sono un ideale di vita, entro il quale naturalmente deve starci anche un amore a-problematico con una puella che eserciti le funzioni della perfetta domina rustica e si faccia compagna di vita; poi, essi diventano il contenitore ideale per la specifica storia d’amore con Delia (I 2 e I 5), vista prima come possibile – finché Delia è una sposa possibile – poi come impossibile e perduta, quando Delia si rivela inaffidabile, dedita solo alla ricerca di un guadagno immediato. Ma essenziale è quanto ho appena detto della elegia proemiale: nella quale i campi sono un contenitore di per sé stessi, un luogo dove sarebbe bello vivere, meglio ancora se con una domina da tenere al fianco, specie nelle lunghi notte invernali; elemento tuttavia non indispensabile, dal quale non dipende la bellezza della vita in campagna, anche se la corona e completa. La bellezza dei campi sembra qui piuttosto corrispondere all’ideale antico di una vita semplice ma autosufficiente, in una proprietà di dimensioni sufficienti per avere pascua, messes, una silva e, soprattutto, una pubes agrestis (I 1) che poi si specificherà come turba vernarum (gli schiavi nati in casa, I 5 e II 1: quindi, anche i loro genitori dovevano essere schiavi domestici e la familia si rivela abbastanza ampia per esentare il dominus dal lavoro in prima persona, salvo che come vagheggiamente e possibilità non concreta, da fare interdum e senza troppa convinzione).

    L’elegia I 1 non racconta una realtà, ma un sogno, vuoi perché Tibullo vive in città (come si apprende dall’elegia successiva: e lì sta anche Delia, tutt’altro che la rustica domina vagheggiata in precedenza), vuoi perché il poeta è al seguito di Messalla, come gli capita più volte nel corso del liber. L’elegia delinea un traguardo, non un dato biografico: qualcosa di inattuato (non però di inattuabile: le forme al congiuntivo sono sempre al presente), verso il quale aspirare, ma che è lontano da sé. Le elegie per Delia specificano meglio questa idea, subordinando la conquista della campagna alla conquista di Delia, cosicché il fallimento della storia amorosa provoca l’allontanamento dalla vita nei campi. Questi tornano a farsi presenti nell’elegia I 10, l’ultima del primo libro, che chiude così circolarmente il percorso iniziato nell’elegia proemiale. Qui Tibullo si dice richiamato in guerra (v. 13 nunc ad bella trahor), e ciò lo pone di fronte al dilemma se abbandonare o meno ogni sogno di vita in campagna. Di fronte alle due possibilità, opta per mettere da parte la vita militare. Sceglie la campagna e la pace che (Vergilius docet) alla campagna normalmente si associa. Diciamo che questo potrebbe essere, stando allo schema indicato nelle puntate precedenti, il momento della scelta per i campi, non solo quello del loro vagheggiamento amoroso (I passo, coincidente qui con l’elegia I 1), ma anche del loro “corteggiamento” (II passo) e del desiderio di conquista.

    Nell’elegia proemiale del secondo libro (II 1) il tono cambia totalmente. Ora Tibullo è un vero proprietario terriero, che vive fra i suoi poderi, ne controlla la coltivazione, vi compie le dovute cerimonie religiose, estende perfino il suo ruolo ai vicini, che invita alla festa con il fare di un patronus che si rivolge ai suoi clientes. Se anche il campo è povero (l’ideale dei pauca iugera, del relictum solum, che era proprio già di Virgilio) basta a soddisfare i suoi bisogni e a conferirgli dignità. E’ il momento della pienezza della passione. Non ci sono ombre in questo ritratto; e non ci sono nemmeno donne. C’è una villica senza nome, che com’è giusto accompagna il dominus nelle cerimonie e le completa per la parte di sua competenza. Ma che non è né Delia né Nemesi: è la giusta e santa madre dei legittimi figli, quella che Delia avrebbe potuto divenire, ma Nemesi non potrà mai essere. Perfino Amore, il dio, in questo contesto diventa inoffensivo. Egli, dice Tibullo, è nato in campagna (una variazione mitografica, per quanto ne sappiamo), e quindi risparmia il mondo dei campi. Non che non vi si faccia sentire, ovviamente. Ma agisce senza drammi, senza ferite. Tutto è pacificato, perfino lui.

    Su questo grande idillio piomba poi Nemesi. Ci piomba dall’esterno, come il dives amator di Delia, come Foloe nella vita di Marato. Con Nemesi, piomba anche una scoperta inattesa: anche i campi sono soggetti a quella “legge economica” che si era vista per Delia e per Marato. Nella prima elegia che la nomina (II 3), Nemesi è infatti in campagna. Ma non la campagna dell’Io poetico, bensì quella di un altro, un rivale, un dives (anzi ditior) amator, che in questo caso è un ditior possessor. Se i campi possono essere considerati un soggetto economico, motivo per attirare puellae, possibile fonte di praedae e di dona, ne consegue che chi più ne possiede, più ha speranze in amore. La campagna, cioè, non è più un rifugio e una garanzia di pace: lo è solo se è ricca. La campagna è una (fonte di) praeda per le puellae insaziabili, non l’innocuo recipiente di amori spassionati. E’ fonte di dona, che non possono però più essere i semplici frutti di una terra più o meno povera: devono essere i soldi necessari a comprare vesti, oro, gioielli, prodotti cosmetici. E dunque, devono produrre denaro, o convertirsi in denaro. Fine dei pauca iugera, fine dei sogni (virgiliani) di autarcheia e di inemptae dapes. Fine anche della dignità sociale conferita – secondo il sentire romano – solamente dal possesso dei campi!

    Per ottenere denaro liquido, i campi vanno venduti: è quello che, paradossalmente, Tibullo propone nell’elegia I 4. E poco importa se così se ne vanno anche la libertà e la dignità ereditate dagli avi; convertiti in denaro liquido, i campi possono essere re-investiti in vesti, oro, gioielli ecc. Tutte le cose che Nemesi (e tutte le Nemesi del mondo) possono davvero desiderare. Nell’ultima elegia (II 6) i campi non tornano praticamente più, se non come immagine figurata. Il discidium da loro si è ormai consumato. Tibullo torna a porsi il problema se la sofferenza amorosa possa essere vinta con la vita militare: lo stesso dilemma che chiudeva il primo libro, ma che ora riceve una risposta opposta alla precedente. Sì, la milizia è una buona cura; non per sé, che non la saprà mettere in atto, ma per altri sì. Del potere dei campi, della pace, della vita tranquilla e sicura qui non si parla. Tibullo sceglierà di restare vicino a Nemesi, perché sa di essere debole e perché come tutti gli amanti è dominato dalla Speranza – una divinità che illude sempre, ma alla quale non sfugge nessuno: non lo schiavo che canta alla catena; non il pesce che si lascia prendere all’amo; non il contadino che affida i semi ai solchi. committere semina sulcis è frase tibulliana, ed era frase virgiliana. E’ l’atto stesso della coltivazione, atto di speranza e di fiducia. Che nella prima elegia del primo libro, all’inizio del percorso, era vista come una realtà sicura e garantita: si semina, e ne proviene una messe; si semina, e si attende la vendemmia. Qui, invece, viene negata la legge stessa; peggio, la si irride; peggio: la si trasforma in exemplum di un comportamento folle e irrazionale, e poco importa che sia la scelta del poeta, la sua debolezza estrema. Corrotti dall’oro e dall’umana cupidigia, i campi sono divenuti qualcosa di estraneo da sé, qualcosa da cui allontanarsi. La distanza dalla prima elegia, e dall’ideale romano, non potrebbe essere maggiore.

    © Massimo Gioseffi, 2016

  • Tibullo poeta d’amore? II. Marato

    Tibullo poeta d’amore? II. Marato

    Del ciclo di Marato parlerò più brevemente. Non per pruderie, amori omosessuali nella lirica latina non ci stupiscono (le prime elegie a carattere sicuramente amoroso attestate a Roma – quelle di Lutazio Catulo e dei suoi colleghi – sono decisamente bisessuali, quando non apertamente omosessuali), ma perché, sia pure narrata a ranghi ancora più serrati (in tutto sono solo tre elegie), la storia che esse raccontano è la stessa che abbiamo visto con Delia. Segnalerei però tre cose, preliminarmente:

    1. amori del genere sono, in alcune città della Grecia (non tutte) e in alcune epoche (non sempre), accettati o addirittura incoraggiati;

    2. di conseguenza, essi compaiono relativamente spesso anche in letteratura;

    3. ci sono tuttavia alcune norme da rispettare. Semplifico, ma nella sostanza direi che sono queste: nelle coppie di questo genere sono sempre ben distinti un amante e un amato, con ruoli nettamente separati e definiti; c’è un’età diversa a seconda dei ruoli; la liaison è a tempo, con una fine imposta dal crescere dell’amato (che di norma deve essere di età inferiore ai sedici anni); un simile amore non è quindi mai una scelta definitiva per nessuna delle due parti in causa: l’amante avrà altri amori, di entrambi i sessi, mentre l’amato diverrà a sua volta amante, di entrambi i sessi, e l’amante sarà perfino disposto ad aiutarlo in questa trasformazione, se si dà il caso. A questo, quando l’uso passa a Roma (o almeno, in certi ambienti della Roma “bene”) si aggiunge un’ulteriore condizione. L’amato è di origine servile, schiavo o liberto che sia, ma non è comunemente un libero cittadino. Questo comporta, anche in letteratura, alcune conseguenze: c’è sempre una disparità nella coppia (anagrafica, di ruolo, sociale); c’è sempre una corsa contro il tempo, perché l’amato cresce velocemente e arriva presto il momento in cui cambierà di ruolo; il legame perciò è precario e non può avere che fine infelice; ma questa fine la si può vivere più o meno signorilmente.

    Tutto ciò viene rispettato anche nel ciclo tibulliano su Marato: la prima elegia che lo nomina (I 4) è il momento della sua descrizione, dell’elencazione delle ragioni d’amore (“oggettive” e generali, per così dire, ma anche “soggettive” e personali, legate a quel preciso puer, e non a un qualsiasi puer che per caso si chiami Marato), della difficile e, a priori e per definizione, insicura conquista del suo affetto – siamo in un amore per forza di cose più incerto e costretto, come dicevo, a bruciare le tappe. Tutto ciò in Tibullo assume però una struttura insolita, perché l’elegia prende la forma di una lunga parenesi, quasi un’ars amatoria prima del tempo, che il dio Priapo rivolge all’Io parlante (diciamo, per comodità, Tibullo), perché questi se ne faccia portavoce con un amico e con chiunque altro vuole ascoltarlo; ma che il poeta, che la riferisce fedelmente, sa essere inutile, sia per l’amico – cui la moglie non lascia tempo e possibilità per amori con i pueri – sia per se stesso, tutto preso com’è dalla passione per Marato, che non gli consente di mantenere una lucidità sufficiente a mettere in pratica i precetti di cui si fa portavoce. Ciò fa sì che la parte generale prevalga qui nettamente su quella particolare: l’elegia è più una celebrazione dei fanciulli e del loro fascino e un’ampia rassegna delle attività da affrontare per stare loro vicino e conquistarne l’affetto, che non la descrizione della singola vicenda vissuta da Tibullo al fianco di Marato. Sebbene il finale, molto rapido e conciso, non lasci dubbio sul fatto che tutto quello che il dio ha detto con valore generale sia stato valido anche e soprattutto per Tibullo, e che quindi tutti gli stadi e le azioni descritti in precedenza (e che costituiscono i diversi momenti di innamoramento, corteggiamento, conquista dell’amato) siano stati vissuti, per l’appunto, anche da chi parla in prima persona.

    Dopo di che c’è una lunga pausa, nella quale Tibullo regola la questione con Delia e celebra il patrono Messala (elegie I 5-6 e I 7); poi Marato torna in due composizioni consecutive, le elegie I 8 e I 9. Nella prima di esse è descritto il “tradimento”, ancora perdonabile, dell’amore per Foloe (una fanciulla): segno, semplicemente, che il giovanetto sta crescendo e cambiando di ruolo, da amato divenendo amante; ma  di per sé ragione di non troppa ira – è una legge di natura e di tradizione letteraria – e, anzi, è una situazione nella quale l’Io parlante può perfino farsi terzo e assumere il ruolo del buon maestro, che guida il suo (ex)amante verso la conquista di un nuovo amore e un nuovo status sociale, e usa la propria arte per aiutarlo. Dopo un inizio dedicato al ragazzo (perché non si vergogni della sua passione e non cerchi di nasconderla all’amico), l’elegia è infatti pressoché tutta dedicata a Foloe, che Tibullo cerca di convincere ad essere generosa verso Marato. Cosa che fa usando prima le armi dell’argomentazione logica, poi supplicandola con l’aiuto delle Muse, infine minacciandola se continuerà a mostrarsi dura e spietata.

    Solo che non tutto va come Tibullo vorrebbe. Marato, per soddisfare le crescenti esigenze di una puella che presumibilmente è sempre Foloe, la di lei rapacità, il desiderio di regali (munera o dona) e di praeda (tre termini ricorrenti nel lessico di Tibullo), finisce per accettare le profferte di un dives amator – ma anche qui sarebbe più giusto dire: un ditior amator – che lo corrompe offrendogli quello che il poeta non può dargli, o almeno che non può dargli nella misura dell’altro. E questo è un tradimento inaccettabile, ben diverso da quello con Foloe: perché con Foloe era legge di natura; con il dives amator è scelta volontaria, dominata dal bisogno di denaro, non giustificabile né in base alla natura (il ruolo dell’Io parlante e del dives amator è lo stesso) né in base alla passione. Da qui gli insulti e le maledizioni, a Marato e al suo nuovo amante in primo luogo, ma anche alla puella e a se stesso, che tanto si era dato da fare per aiutare l’amico nei suoi amori per la fanciulla, fornendogli canti e fornendogli aiuti concreti e materiali; ma da qui, soprattutto, l’inevitabile discidium. Come si vede, la trama è la stessa che abbiamo visto nel ciclo di Delia, rispetto al quale va solo fatto notare che il finale è meno irrisoluto: se con Delia, infatti, Tibullo perfino nell’ultima elegia si mostrava, almeno a parole, ancora aperto a una possibilità di perdono (sebbene gli elementi elencati nel precedente post smentissero poi questa possibilità, e Delia da lì in avanti sparisce infatti di scena), con Marato la separazione è molto più netta e definitiva, e gli insulti vanno sul pesante, specie quelli rivolti al rivale.

    Va anche osservato che, come ho già detto, queste tre elegie e la storia che esse raccontano non fanno che ripercorrere, in definitiva, la storia d’amore che Catullo aveva delineato con Lesbia e con Giovenzio, storia che Tibullo fa propria, almeno nelle linee generali e nei passaggi obbligati, sia con Delia che con Marato. Nel complesso della vicenda, però, a mio parere si segnalano anche altre cose di una certa importanza:

    – un’elegia è, innanzi tutto, per sua natura più lunga di un carmen, ma nello stesso tempo la storia complessiva che un ciclo di elegie racconta è, per forza di cose, più rapida e veloce di quella che si può raccontare in un libro composito come quello catulliano: perché in Catullo la storia si scandisce attraverso molti momenti, ciascuno dei quali è fatto oggetto di uno o più specifici carmina, nettamente separati fra loro; mentre in un’elegia la vicenda tende a comprimersi, e più momenti che in Catullo sarebbero stati separati qui si sommano entro una medesima composizione, che risulta perciò, inevitabilmente, più lunga e più complessa (questo perché i diversi momenti sono, per così dire, “consumati” uno dopo l’altro, risultando bruciati più velocemente di quanto avveniva nel Liber catulliano);

    – rispetto alla vicenda narrata da Catullo, naturalmente (o almeno, rispetto alla storia con Lesbia; diverso forse il caso di Giovenzio e delle altre donne occasionalmente presenti nel Liber), in Tibullo i personaggi in gioco hanno più basso rango sociale: Lesbia è una gran signora del mondo romano, sia essa o no Clodia; la cosa non si può dire né di Delia né di Marato (e, come vedremo, nemmeno di Nemesi);

    – la vicenda di Delia e quella di Marato non hanno solo una struttura complessiva identica (pur con le differenze imposte, come dicevo all’inizio, dai diversi contesti, etero- e omosessuale), ma sono unite da un altro elemento comune, forse perfino più importante di quello notato finora. A mettere fine all’una come all’altra vicenda è infatti la comparsa, a un certo punto di ciascuna storia, dell’oro che tutto corrompe. E questo, rispetto al precedente di Catullo evocato prima, è un elemento nuovo, che sembra specifico di Tibullo, un suo spunto di riflessione, un’aggiunta del tutto personale (fermo restando che non sappiamo se e quanto questo elemento avesse peso negli Amores di Cornelio Gallo, per noi un “buco nero” nella storia dell’elegia latina). Significativo è che Delia e Marato non sarebbero di per sé avidi, per lungo tratto anzi non lo sono affatto; lo diventano con il tempo, ma la loro avidità, il loro vendersi, sono determinati da circostanze esterne e, diremmo noi, ‘sociali’, non personali o caratteriali. E questo non era così scontato, alla data di Tibullo in particolar modo, e mi pare anzi qualcosa fuori dall’ordinario e tutt’altro che pacifico per chi viveva nella prima età augustea;

    – nella storia con Delia c’è un tono più drammatico, in quella con Marato sono ammessi anche toni comici, o almeno autoironici; ma questo ci sta, perché è un elemento connesso al (sotto)genere complessivo: gli amori per i pueri, lo dicevo prima, non sono e non si propongono mai come amori per tutta una vita, sono una corsa contro il tempo, hanno fin dall’inizio una fine prevista e prevedibile – fine che si può raggiungere nel migliore dei modi possibili, oppure no, come avviene appunto con Marato, in virtù della corruzione portata dal bisogno di denaro del giovane;

    – infine: mentre con Delia era possibile immaginare una vita in campagna, dove Tibullo potesse essere il colonus padrone dei suoi beni, dedito alla cura degli dèi e all’amministrazione dei campi, e lei svolgesse la parte della perfetta villica, alla quale demandare i rapporti con gli schiavi, quelli con le divinità minori, l’amministrazione della casa e del bestiame minuto, l’accoglienza agli ospiti di prestigio (questo, almeno, finché le sue scelte di vita non l’hanno rivelata indegna di un simile compito), con Marato tutto ciò è, ovviamente, impossibile. Marato è di sicuro un cittadino, e amori come questi sono possibili, secondo Tibullo, solo in un ambiente medio-colto cittadino. Marato, del resto, per le ragioni dette prima non può essere il compagno di una vita, non può assumere compiti sacrali o istituzionali. In questo Tibullo, che per altri aspetti abbiamo visto essere abbastanza anticonformista, si rivela più conformista (ma non poteva essere altrimenti, direi) rispetto a Virgilio, che solo pochi anni prima delle elegie tibulliane al suo Coridone, protagonista della seconda egloga, faceva immaginare una lunga vita al fianco di Alessi. Inutile però segnalare che Coridone e Alessi sono, nelle Bucoliche, creature di fantasia; di rango servile e pastorale, e non equestre, come si suppone essere l’Io parlante tibulliano; e che comunque la vita che Coridone si propone resta, in ogni caso, un sogno, non una realtà: ma che i sogni di Coridone non abbiano corrispondenza nel vero è cosa sulla quale il narratore Virgilio ha messo da subito in guardia i suoi lettori e che quindi vale anche per questo dettaglio specifico (sul che mi sia però concesso rimandare al mio “Passeggiate in un bosco bucolico [a partire dalla Einführung di Michael von Albrecht]“, reperibile on line all’indirizzo https://unimi.academia.edu/massimogioseffi).

     

     © Massimo Gioseffi, 2016                        (ma**************@***mi.it)

    Illustrazione di Otto Schoff, 1884-1938, per il volume Albius Tibullus, Das Buch Marathus. Elegien der Knabenliebe, deutsche Nachdichtung von Alfred Richard Meyer, Berlin, Gurlitt, 1928
  • Tibullo poeta d’amore? I. Delia

    Tibullo poeta d’amore? I. Delia

     

    Lo ammetto. Avevo letto Tibullo per gli esami universitari (a metà degli anni Ottanta, la terza annualità di Latino, indispensabile per laurearsi in quella materia o in Filologia classica, prevedeva la lettura integrale di questo autore, assieme ad Amores e Heroides di Ovidio); l’ho riletto quando ho scritto il commento alle Bucoliche di Virgilio – Tibullo è uno dei primi autori a reagire all’opera virgiliana, ripetendola, rifiutandola, saccheggiandola a livello di idee e di iuncturae. Ma in entrambi i casi, non posso dire che mi avesse fatto grande impressione…

    Devo all’A.I.C.C. di Pordenone (una delle associazioni più vive nella cultura italiana) l’aver riletto questo autore, per una conferenza da tenere in quella città. Sarà l’età, ma rileggendolo Tibullo mi è parso un poeta di grande interesse. Non però nell’immagine che di solito ci viene trasmessa dalle storie letterarie in uso – e che mi pare fondata, in sostanza su quanto di lui hanno detto Orazio e Ovidio, l’uno e l’altro appiattendolo però, su un’idea che a loro faceva comodo, ma che poco risponde all’opera tibulliana.

    Provo a spiegarmi. Da Catullo in avanti abbiamo imparato che una perfetta storia d’amore si articola, in poesia, in sette fasi, pienamente rispettate dalle poesie di Catullo per Lesbia e da quelle per Giovenzio (difficile dirlo nel caso di altri amori; difficile nel caso di poesie per gli amici, che presentano carmina perfettamente adeguati alle singole fasi, ma mai in un numero complessivo sufficiente per parlare di una storia complessa, fatta cioè di interazione e sviluppo). Sette fasi che sono rispettate anche da ogni storia elegiaca che si rispetti. Queste fasi sono:

    • quella del primo incontro, dell’innamoramento, del tentativo di conquista dell’amato, della sofferenza per un bene che non si possiede, e non si spera di possedere (perché altri lo detengono; oppure perché l’amato non ci degna di importanza), ma che si vorrebbe possedere, e che per il momento si può possedere solo nel desiderio e nel sogno, in una proiezione fantastica verso un futuro auspicato ma non in atto;
    • una seconda fase, che è quella della scelta esplicita per questo bene, e del suo tentativo di conquista (diciamo del corteggiamento, in senso lato);
    • la fase della avvenuta conquista, e della piena e felice fruizione del bene conquistato;
    • la fase dei primi dubbi, della prima rottura, di una separazione che si vorrebbe definitiva, ma definitiva non è mai, e che lascia invece aperta la porta per una possibile riconciliazione, purché a certi patti, a certe condizioni;
    • la fase della riconciliazione, nella quale il poeta assume vesti nobili e si fa disposto al perdono e a una ripresa della storia d’amore, che però non può più essere quella di un tempo, perché l’esperienza c’è stata e fa sentire il suo peso, e perché la riconciliazione è possibile solo a certe condizioni, che gravano sulla fiducia reciproca dei due amanti;
    • la progressiva scoperta dell’impossibilità di rivivere il tempo felice dell’amore, del suo non-ritorno, dell’inevitabile distacco fra i due innamorati;
    • il momento della separazione netta e definitiva, del discidium, dei non bona dicta con i quali sancire questo discidium.

    Per Catullo questo schema funziona perfettamente, con il carme 51 e il carme 11 a costituire gli estremi;  il carme 67 (che rievoca i tempi felici, ma è stato scritto a Verona, in occasione di una separazione che sembrava definitiva, perché quisquis de meliore nota ora è accolto nel letto di Lesbia, al posto di Catullo, e gode di quei furtiva dona e di quella mira nox che un tempo erano riservati al poeta…) a rappresentare il momento della prima separazione; il carme 8, miser Catulle, desinas ineptire, con le sue incertezze e contraddizioni, fa invece da ponte verso la riconciliazione. In mezzo, prima o dopo della scoperta dell’infedeltà di Lesbia, si possono situare tutti gli altri testi, variamente distribuiti e distribuibili (a ogni studioso corrisponde, in genere, una ricostruzione diversa; e di mezzo ci si sono messi anche gli artisti, uno per tutti, il musicista Carl Orff)…

    Il quadro funziona anche per Tibullo, almeno per quanto si riferisce a Delia e a Marato. Delia compare già nella prima elegia del primo libro, ma in una posizione tangenziale, dopo che per tutto il resto dell’elegia si è parlato della bellezza di una vita semplice, in campagna, senza timori e senza problemi, secondo termini prettamente idilliaci. Elemento imprescindibile di una simile vita è, naturalmente, che non la si compia da soli: è bello avere al fianco una domina, da tenere stretta di notte, al caldo delle coperte, mentre fuori infuria la tempesta invernale. Il concetto è espresso in forma generica: la necessità essenziale è avere accanto a sé una puella – qualunque puella, direi – e solo in seguito questa puella si qualifica come Delia; quasi un nome come un altro, che non rimanda a un personaggio troppo definito, come era per Lesbia e come sarà per Delia stessa, nelle elegie successive. Qui tutto è visto in funzione del poeta e del suo vivere nei campi.

    La storia d’amore incomincia veramente solo con l’elegia I 2, che rappresenta il momento dell’incontro, dell’innamoramento, della conquista: Delia non è ancora la puella del poeta, che infatti la deve convincere ad aprirgli la porta della casa dove è custodita, ingannando i custodi, senza far rumore, perché lui possa giungere da lei. Azioni che non sono scontate, e non solo per la serie di difficoltà oggettive da superare (la porta, i custodi, i pericoli dello stare fuori di notte, in una città pochissimo rassicurante, perfino il marito di lei, sia questi davvero un marito oppure soltanto il precedente amante felice). L’ostacolo maggiore è Delia stessa, che non è così sicuro che voglia aprire quella porta, affrontare  rischi e pericoli, garantire un amore che sia mutuus. Il poeta confida nella vittoria, ma sa di doverla conquistare, sa di dovere ancora persuadere la puella.

    Nell’elegia I 3 la storia amorosa è andata oltre. Tibullo stava seguendo Messalla in Asia, ma si è fermato a Corfù, ammalato. Qui si immagina di poter perfino morire, addolorato non solo dal pensiero della morte, ma anche dell’assenza delle donne della sua vita: la madre, la sorella (di cui non sappiamo e non sapremo altro); Delia – si realizza così in pieno la negazione del sogno di felicità descritto nella prima elegia: vita in campagna (e invece Tibullo è per mare, sulla strada di una guerra); tenendo al fianco l’amata (che è rimasta a Roma); una morte che venga solo dopo lungo tempo (se morisse ora, Tibullo sarebbe ancora giovane); una morte tenendo per mano la donna amata, che lo piangerà il giorno del funerale (e invece qui non solo è assente, ma sono assenti anche gli altri affetti femminili). In questo quadro di cupa disperazione, o almeno di negazione di tutto ciò che nella vita appariva desiderabile, un solo pensiero conforta il poeta. È il ricordo dei molti modi attraverso i quali Delia ha manifestato il suo desiderio che lui non partisse; anzi, ha cercato (come lui stesso, d’altronde) di ritardare quanto più possibile la partenza, ripetendo con voluttà il commiato; sono le molte cerimonie, i riti, gli indovini consultati per assicurare al poeta il ritorno. Tutte prove d’amore, non c’è che dire. Ed è questo, sia pure rivissuto a distanza, e nel ricordo, il tempo felice dell’amore. Dopo qualche divagazione sul tema della morte (e di quanto ne seguirà), Tibullo si proietta di nuovo al futuro: se scampa alla malattia, tornerà a Roma, dove giungerà inatteso (non è più parte del seguito di Messalla). Allora si presenterà da Delia, ed è sicuro di trovarla intenta a tessere, come ogni buona lanifica, ascoltando favolette e storielle poco compromettenti, pia, religiosa (la scena raffigurata da Dante Gabriel Rossetti nel dipinto in copertina). E quando lui apparirà sulla porta, Delia gli correrà incontro, lo abbraccerà, lo collocherà al suo fianco, senza cura di sé, del proprio aspetto, della decenza. Un sogno, ancora una volta, ma un sogno che si fonda su una fides sperimentata, dunque indiscussa, indiscutibile. Un sogno tutto al futuro indicativo, che non ammette forme di dubbio, al congiuntivo. Tibullo deve solo sopravvivere e tornare; ma se torna, così sarà, e l’amore dimostrato da Delia prima della partenza consente di mettere da parte qualsiasi dubbio.

    I dubbi sorgono nell’elegia successiva, che non è l’elegia immediatamente successiva (I 4), ma quella ancora dopo. Delia ora è stata scoperta infedele, pronta a negarsi al poeta, pronta ad offrirsi a un dives amator – ma forse sarebbe meglio dire un ditior amator – in grado di regalarle ciò che lei vuole, e che Tibullo non è abbastanza ricco da poterle dare. Invano Tibullo sviluppa il topos dei beni che anche un amante pauper può portare (pauper, non egens: e pauper in latino è chi lavora  per vivere, non chi non possiede niente). All’inizio dell’elegia il discidium è già avvenuto, e cosa abbia messo in guardia l’Io poetico non lo sapremo mai. Fatto sta che ci sono stati un litigio e un allontanamento. Allontanamento di breve durata, però, perché nonostante tutte le sue affermazioni di saper vivere senza di lei, Tibullo non nasconde il desiderio di tornare quanto prima con Delia, e per fare questo si umilia, ricorda i benefici del passato, ricorre alla magia (di lì a qualche anno saranno gli stessi passi ai quali Virgilio costringe la sua Didone); non riuscendovi, pensa perfino di ricorrere ai remedia amoris, anticipando quanto più tardi scriverà Ovidio: dal vino alle altre puellae. Però, nonostante questo, Tibullo è ancora disposto ad assumere i panni del poeta nobile. Non solo proponendosi come un accompagnatore pur sempre possibile; ma perfino scaricando il tradimento di Delia su una lena che le avrebbe mostrato i vantaggi dello scegliere amanti ricchi, seguendo chi meglio paga, obbligandola a cedere alle proposte del ditior amator… Nulla ora sembra poter scalzare questo ditior amator. Al più, Tibullo lo può minacciare: se la ricchezza è la ragione della preferenza accordatagli, sappia che a breve verrà un altro dopo di lui, anzi già si profila forse il possibile candidato, un giovane di belle sembianze e, soprattutto, belle possibilità, che da tempo ruota intorno alla casa di Delia. Ma questa non è una consolazione. Consolazione non ci può essere: a rendere impossibile il ripristino del quadro felice descritto in I 3 è la fides venuta meno. Si spezza così non tanto il legame fra i due amanti, che anzi Tibullo vorrebbe ripristinare e, si intuisce, ripristinerà appena possibile; ma il sogno “rustico”, chiamiamolo così, di una vita in campagna, l’uno a  fianco dell’altra, intenti alla direzione dei lavori agricoli, lui potendo contare su di lei come su un altro se stesso (il poeta dice, significativamente, che vorrebbe lasciare a lei ogni direzione della casa ed essere nihil in domo mea). Ideale economico e sociale, prima ancora che amoroso, che ora non è più possibile. Delia potrà essere l’amante, non la sposa. Non è con lei che si potranno condividere le gioie del piccolo proprietario; non è lei che potrà accogliere Messalla in visita di cortesia; non è con lei che il piccolo verna, lo schiavo nato in casa – altrove simbolo di relativa ricchezza; qui simbolo di una sacralità della domus e dei suoi “prodotti interni” – potrà scherzare e imparare ad affezionarsi ai padroni…

    Se però qui Delia può ancora essere perdonata e, sia pure in una funzione “subordinata” e “secondaria”, recuperata – fase sei dello schema di prima (e questa si intuisce che sarà la scelta di Tibullo) – ciò non è più possibile nell’elegia I 6, l’ultima a lei dedicata, nella quale troppo pesano i tradimenti della donna. Se il singolo caso poteva essere perdonato, e forse dimenticato, il ripetersi della situazione rende la riconciliazione impossibile. L’elegia I 6 è quella del definitivo addio: non è più un dives amator quello che Delia ha preferito a Tibullo, ma un qualunque nescio quis; non c’è una callida lena sulla quale riversare la colpa: Delia aveva al fianco la madre, sancta anus, donna di specchiati costumi, e a lui sinceramente affezionata, che bene l’aveva educata; ma è Delia che è corrotta, e ogni legame destinato a durare si è perciò reso impossibile. Naturalmente, di fronte alle accuse di Tibullo la donna nega, ma il poeta non le crede – è troppo esperto degli inganni d’amore! È venuto meno un elemento essenziale: non c’è più nessuna fiducia reciproca. Manca solo un passo al più completo abbrutimento: se Delia gli venisse affidata, il poeta potrebbe perfino alzare le mani su di lei. Dunque, la separazione è pressoché completa. Più concentrato e rapido di Catullo, Tibullo rispetta però perfettamente lo sviluppo narrativo stabilito da quello. Mancano forse i non bona dicta che Catullo inviava, per interposta persona, alla sua puella (carme 11), parole sprezzanti e offensive, tali da rendere impossibile ogni relazione futura. Ma l’addio a Delia non è meno definitivo. L’estrema abiezione del possibile ricorso alla violenza (un tema che ricorre in molte elegie, ma che è sempre esecrato come forma ultima di degradazione morale), la mancanza di fede nelle parole dell’altro, il tradimento degli insegnamenti materni (la patrilinearità – qui declinata al femminile – come trasmissione di valori e di un sapere che le nuove generazioni ricevono dalle precedenti e che devono saper fare loro proprio e riesprimere: un principio fondante della comunità romana) non lasciano spazio ad altro finale. Il ciclo di Delia si chiude così.

    © Massimo Gioseffi, 2015       (ma**************@***mi.it)

    The Return of Tibullus to Delia (ca. 1853), dipinto di Dante Gabriel Rossetti per illustrare l’elegia I 3, 82-92 di Tibullo

  • Audax qui lusi iuventa, or A Virgilian Reflection upon the Bucolics

    Audax qui lusi iuventa, or A Virgilian Reflection upon the Bucolics

    Audax qui lusi iuuenta is, with some adaptation of least account, a Virgilian quotation. It is part of the seal (in Greek: sphragis) with which the poet ends his Georgics. This is the full text, a part separate from the rest of the work:

    Haec super arvorum cultu pecorumque canebam
    et super arboribus, Caesar dum magnus ad altum                            560
    fulminat Euphraten bello victorque volentes
    per populos dat iura viamque adfectat Olympo.
    Illo Vergilium me tempore dulcis alebat
    Parthenope studiis florentem ignobilis oti,
    carmina qui lusi pastorum audaxque iuventa,                                   565
    Tityre, te patulae cecini sub tegmine fagi.

    Sphragis is a well-known Hellenistic device (or, at least, it is a device made popular in Hellenistic poetry [Cucchiarelli 2008]). In it, the poet discusses his work, making known the end of a specific opus and of the literary season connected with it, the results achieved in that opus, and its “poetics” [Peirano 2014]. In a sphragis are usually anticipated the future achievements, too. Like a door, it connects two different stages of an artistic production: it closes one phase, and opens the other. Here Virgil is saying that he has a past that made him noble and worthy of celebration, at least as a poet. He is also playing on the contrast between his reputation and that of Caesar (alias Octavian): at l. 564 he says that the composition of the Georgics occurred while he was rejoicing in the arts of inglorious ease, a condition apt to literary activity, an ignobile otium opposed to the idea, implicit in the Latin word nobilis, of the possibility to become well-known (the result achieved by Octavian with his military exploits). As usual, in the sphragis the poet expresses his own name, the date of composition of the work that is ending with the sphragis and the circumstances in which the work was written. We meet all these requirements in our text: the poet claims that his name is Virgil (l. 563); through the imperfect canebam he affirms that he has arrived at the end of his work (l. 559 haec canebam, where haec refers to the previous verses of the Georgics and the imperfect tense indicates the end of the action, it is an “epistolary imperfect”, as Richard Thomas labels it in his commentary); finally, Virgil makes a summary of his work. He reminds the cultus aruorum (arua is a technical term, connected with arare, “to plow”; arua are thus ploughed fields, the subject of the first book of the Georgics); then he speaks of a cultus pecorum (pecus means any farm livestock, subject of the third book); finally, he summarizes the topic of the second book through a uariatio, super arboribus (arbores are the fruit trees); he does not remind the topic of the fourth book, because it is implicit in haec [Heyworth 2007] and because these lines end the book itself, and only the previous books needed to be recalled to memory (Thomas says that the omission is common in such instances [“as always”], but he offers no examples). Virgil also informs the readers about his own life, affirming that he is living in Naples (Parthenope, l. 564), where we know that he was actually spending part of his life. In addition, he indicates the year of composition (30 BC), quoting Caesar magnus, i.e. Octavian, who is winning large victories on the banks of the Euphrates. In this way, Octavian can aspire to become a god; better: he is already a god (l. 562). It can be not particularly significant, but magnus in Virgil’s time was the epithet by which was commonly indicated Pompey, who had obtained his major victories in the East, where Octavian is fighting just now. Also the image of the “lightning of war” (l. 561 fulminat) was not new. It had already been used by Lucretius with reference to Scipio, the Africanus Maior (III 1047-1048), and Virgil himself will use it again in the Aeneid, referring to both the Scipios (perhaps the African and the Asian, Aen. VI 842, although they can also be the two Africans, Maior and Minor, or the two brothers, father and uncle to Scipio, Africanus Maior [Horsfall 2013]). In every case, they are symbolic figures in the history of Rome. Virgil says, then, that Octavian with his victories is becoming a national hero like the heroes of the past; that he rules the Eastern territories as their absolute lord (per populos dat iura, l. 562); that to his conquest should be assigned an ethical, as well as a military, value, because all the nations obey him, joyfully accepting his superiority (uolentes, l. 561), and, through him, they accept the superiority of Rome and the Romans. The same image will return in the eighth book of the Aeneid, when Octavian is portrayed after the battle of Actium, during his triumph, when all the people bring their gifts to him (Aen. VIII 720-728). The image of Octavian inserted into a tradition of military winners, who are also the supporters of an ethical idea of fighting, anticipates the Aeneid, or at least the ethical idea behind the Aeneid. The overall sense of the Georgics is that this principle was developed in the recent struggle between East and West, which resolved in favor of the latter; the Georgics praise the Italian earth, in contrast to the wonders of the Eastern world, whose appealing surface is full of dangers hidden within (and the East is the world of Cleopatra and Anthony, the losers of Actium). The celebration of a mortal as a god was already set out, though very carefully, in the first eclogue of the Bucolics (l 7 namque erit ille mihi semper deus). Ending the Georgics, Virgil is saying that from now on Octavian should be celebrated in these terms (if he had already in mind the Aeneid as we read it now, or not, is something that is not relevant here); quoting the first line of the first eclogue, Virgil alludes also to the continuity between his two works (Bucolics and Georgics), suggesting that this continuity consists in Tityrus’ happiness and in the role of the iuuenis deus who has made possible this happiness. And, because the iuuenis dues is now (now, i.e. in the Georgics) identified with no possibility of mistake in Octavian, so Tityrus obviously becomes Virgil himself: one is the conquering hero, the other was the shepherd – and is now the poet – who can live and sing in an ignobile otium thanks to the hero’s labors. Bucolics  and Georgics, happily united, are closing one phase of the career of the poet, and of his generation, too. Only a few ideas expressed in the Bucolics will be still useful in the future: basically, only the idea of a ruler whose imperium is ethically important either for the citizens and the foreign people, who submit themselves to it.

    But far more important are, in my opinion, the last two lines in the sphragis. They are part of the presentation of the poet, who quotes his previous work. As I said, with this quotation Virgil creates a link between the Bucolics and the Georgics, announcing that the next work, whatever it may be, will be different. Of course, many can be the reasons why Virgil quoted the Bucolics in this context: he wanted to present himself recalling his previous work, and so he reminded the great success of the latter – it is pure marketing (many anecdotes circulated in Antiquity about the success of the Bucolics). Bucolics and Georgics, although they are here associated, are also carefully separated: while speaking about the Georgics, Virgil uses canere (l. 559), a verb indicating a higher level of poetic composition; for the Bucolics he uses ludere (l. 565), a verb indicating a composition which, although formally accurate, is pure disengagement; canere is re-used only for the first eclogue (l. 566 cecini), that is the only one eclogue explicitly quoted, as I said, but also, as we know, the only one that contained something that could be saved for the future. Certainly, it was a custom in ancient times to quote a work by its first words (the Aeneid is often identified by Arma uirumque cano); but Tityrus is not only the shepherd we meet at the beginning of the Bucolics; through this quotation, he becomes also a particularly significant name within the Bucolics, the name (and the individual) that gives a meaning to the whole work. Virgil is also saying that the Bucolics were written at a young age (iuuenta), i.e. at an age when the poet had not yet reached his full maturity; and they were the result of a boldness (audax, l. 565). At georg. I 40 Virgil speaks about his new work as audacia coepta, stressing the idea that no one wrote a poem like the Georgics before him. But the juncture with iuuenta involves a different suggestion. Tibullus I 4, 13, for example, speaks about the fortis audacia of a puer, who is beloved exactly because he is audax (in Italy we would say that he is “un po’ spaccone” [a tough guy, exhibiting his toughness beyond any sense of measure]). Although Thomas in his commentary considers audax a term devoid of interest, audax is not an indifferent word. Boldness in Latin is not always a virtue. It is famous the phrase, derived from the tenth book of the Aeneid (l. 284), Audentes fortuna iuuat, which later became a popular saying, constantly quoted in ancient and modern tradition [Traina 1988]. Audaces and audentes are not synonyms, despite having a common root in the verb audēre(“to be bold”): audens may indeed have a good nuance, although who is speaking in the quotation is Turnus, the opponent of Aeneas; on the contrary, audax can’t have such a nuance. Audax is the term usually used in Virgil’s poem for Turnus, who, although he has received many signals from the gods indicating how the Fate wants the Trojans to be established in Italy, nonetheless is still fighting against Aeneas and his men; audax is therefore the man who runs too many risks without evaluating the consequences of his doings. Audax is also Pallas, Aen. VIII 110. Pallas in the poem is a very nice teenager, but he appears in this scene for the first time, rushing towards Aeneas and the Trojans, who are sailing the Tiber in search of allies. Pallas, who with his father is celebrating a ritual in honor of Hercules, throws himself forward to prevent that the ceremony could be broken up – a sacrilegious event, according to the Roman mentality, often an omen of greater disasters. But when he is rushing, Pallas doesn’t still know who will come across the river, and therefore he cannot calculate the risks and the dangers of his deed (and the precautions that should be taken).

    Let us return to the sphragis. In my opinion, in it Virgil expresses a contradictory judgment about the Bucolics, because he recognizes their success, but he also recognizes them as the result of a youthful reckless extravagance. We may think, as I said before, that by linking Bucolics and Georgics primary intention of the poet was to put a boundary between them and the compositions to come. But, by emphasizing the youthful audacity of his first enterprise, Virgil is also distancing himself from the Bucolics (except, we know, for the first eclogue); and I can imagine at least two reasons, partly opposing, but complementary in part, for which, despite their success, he considered outdated – or, at least, no longer acceptable – the Bucolics. One reason is their political contents, which were not addressed to the explicit celebration of Octavian, with the exception, of course, of the first eclogue (or better: of the possible re-interpretation of the first eclogue; when, in the Bucolics, Virgil wants to name a real person, he calls him for his name; the iuuenis deus remains a iuuenis deus and nothing more). The other reason is the artistic excellence of the Bucolics, that was difficult to reach in another work (the idea expressed also in audacia coepta, see georg. I 40). In the sphragis Virgil underlines the impossibility to repeat the Bucolics, but he admits the idea of expanding the political value of the first eclogue (it is so explained the difference between ludere and canere in our text). Before coming back to this idea, I would add something else. In discussing his work, Virgil shows full awareness of the value of the Bucolics, whereas the poets of his time seem to underestimate them. Horace, for instance, serm. I 10, 44-45, considers them a pleasant work (molle atque facetum), in which the rusticae camenae, the muses of the humble poetry, can shine (Vergilio adnuerunt gaudentes rure Camenae); for Propertius, II 34b, 67-76, they are a Rococo jewel, what in Italy we call “a pastorelleria” (I did not find a perfect equivalent term in English. Pastorelleria is the mawkish, over-sentimental poetry, that large part of the modern tradition would take as typical of the bucolic genre; Propertius was the first to reduce the poetry of Virgil to pastorelleria). I do not offer any words by Tibullus, because to speak about him is a far too complex question, and there is not a single text that can serve as an easy reference and a quotation. Tibullus points out many explicit quotations from the Bucolics, but for him the countryside is, at least throughout the first book (the one written at the same time as the Georgics), an escape from the city, the possibility of an alternative world where to live in peace, away from the daily worries, away from the troubles of love. Tibullus points out another element of the Bucolics: the main persons in the Bucolics are farmers, with a life, a name, a past, a voice – a speaking voice, and an inner voice – and many other characteristics that make them independent persons, usually very different from Virgil; while Tibullus, when projects himself in the country,  projects himself as Tibullus, a rich owner who lives in a world where there are few actions to do, and these actions are never tiring.

    We can close here the topic; I prefer to go back to the idea that I expressed before: the only righteous judge of the Bucolics was, in Virgilian time, Virgil himself. He realized the strength of his work, but he also understood, a few years after ending it, that a similar work was no longer possible and it was necessary to distance himself from it. What was making impossible to agree with the ideas expressed in the Bucolics around 30 BC? From a political point of view, obviously, the success of Octavian. A legacy of the Bucolics is that the pastoral world allows to speak covertly of present times (a resource not unknown, but not entirely exploited by Theocritus and the other Greek authors). In the Bucolics there is no explicit reference to Octavian, or to figures strictly connected with him from a political point of view, except Cornelius Gallus. Gallus appears in the VI and in the X eclogue, but he is always celebrated as a poet, not as a politician or a military man. On the contrary, in the third and in the fourth eclogue (and probably also in the eighth) Asinius Pollio, the armed wing of Anthony in the Gaul (the region of Mantua), is mentioned. Virgil speaks of him as a patronus and a friend (not two different things in the ancient world [White 1993]), esteemed for his literary competence, which gave him the ability to make judgments about the poets of his time, beginning, of course, with Virgil himself. Nevertheless, shortly after the (supposed) ending of the Bucolics (38 BC), we find Virgil already engaged in the so-called “circle of Maecenas” (Horace testifies that). Maecenas was a person in the entourage of Octavian, and he was always closely linked to Octavian, at least until 23 BC (the year in which Marcellus died, and his death is the last event mentioned in the Aeneid). This sudden and radical change in the “friends” of Virgil is not to be considered as a betrayal of earlier ideals and of friendships of the past: we know that it was Asinius Pollio to retreat to “private life” after 39 BC, making it possible that he suggested that Virgil should approach Maecenas. Moreover, both Anthony and Octavian were heirs of Caesar. I don’t need to stress the importance that Caesar had on the people of Gaul, just at the time in which Virgil reached his maturity [Powell 2008]. But it was not easy to establish who was Caesar’s true heir. In the months following Caesar’s death, Anthony could still appear as the most direct successor, the continuator of Caesar’s policy, the man who had shared a large part of Caesar’s fate. A few years later things had changed, and Anthony settled in Athens and joined his fate to Cleopatra. Within Caesar’s factio, until 40 BC the problem for Virgil and the men in his generation was to establish who, among the heirs of Caesar, best embodied Caesar’s ideals. After 40 BC it was difficult to assign this role to Anthony, and Octavian’s propaganda in the next decade made the choice easier. Georgics are perfectly suited to this propaganda and certainly they are the most partisan work by Virgil, the work that shows more traces of the idea of a necessary defense of the West against the dangers of the East, as I have already said. In the Bucolics Anthony is never celebrated, indeed he is never mentioned. But at least one man very close to him was celebrated, and ten years later that was not good. Octavian was never explicitly mentioned, and ten years later that was another problem. Worst of all, in the Bucolics there is much talk about the evil of war, considered an injustice that pollutes the peace of the fields and creates social upheavals: a belief clearly stated in the ninth eclogue.In the fourth the poet speaks about a happy age, but this age will be possible only in many, many years to come, and it cannot coincide with the reign of either of Caesar’s heirs. Only for the first eclogue it was possible a reinterpretation in favor of Octavian, and here I find a good reason why Virgil, years after, granted to that eclogue not only a quotation, but also a prophetic value (canere), separating it from the other eclogues (te Tytire), diminishing the others as simple entertainment (ludere), and distancing himself through the idea of a youthful audacity (audax iuuenta).Octavian, who was certainly iuuenis at the time in which the Bucolics were written, at the time in which were written the Georgics was certainly a deus, too…

    But, as I said before, it is possible to see a certain boldness (audacia) of the Bucolics also from the point of view of style. As we know, according to Thomas, audax is a “very general” and not particularly significant word, but, he adds, it “presumably refers to the generic, dictional, and metrical audacity and innovation of the Eclogues”, with no further explanation. Bucolics are the first Latin work that we read as the author ordered it. Therefore, the “choice” that gives its name to the eclogues indicates a precise selection in the order in which the texts are arranged (and must be read) within the work. As it is well known, the ten compositions are in fact put symmetrically around a “pivot”, constituted by the fifth eclogue. The fifth and the tenth eclogues are rewriting the first idyll by Theocritus: the fifth continues it, telling us what happened after the end of  Theocritus’ song; the tenth remakes it, adapting the situation of the idyll to Virgil’s time. Again: Tityrus, key figure in the first eclogue, returns with a not least important function in the sixth; Corydon dominates the second and the seventh eclogue, and so on. These mechanisms have been much investigated, and so I will not dwell over. The reader is invited to follow a not-random, but well designed path. In this path, the author takes over the same themes, and develops them trying to cover the total of the existing possibilities, as I tried to show a few years ago [Gioseffi 2010]. Not only. This continued exploitation of the same themes, in which the themes are gradually expanded, involves not only a return to what has already been said. Whenever Virgil takes on a situation developed earlier, he brings it further forward, he transforms the remake into a judgment about what has happened in the previous situation, he completes the ideas previously formed. If Tityrus can still be saved, for Menalcas and his friends there is no possibility of salvation, even when it seemed possible; if Corydon, at the end of the second eclogue, can shrug his shoulders in front of Alexis, who does not listen to his songs, ‘Damon’ and ‘Amaryllis’ must seek for refuge the first in suicide, the other in witchcraft; if the singers of the third eclogue are equally valid, in the seventh they are forced to accept the idea of an absolute verdict, which admits a winner, but also a loser (and a loser forever), and it is on the image of the loser that the eclogue – what a coincidence! – ends. In the fifth and in the tenth eclogue Virgil can proudly celebrate his ability in reproducing the world of Theocritus and in giving new life to it in his time; but, like Daphnis, Gallus is forced to conclude from his story that Omnia uincit Amor (the truth in front of which bended his head also the Theocritean Daphnis; nihil sub sole nouum, and time is passed without improvement for human life). In the ninth eclogue, facing the violence of dispossession and the futility of any resistance to them, Moeris and Lycidas pronounce an equally disheartening affirmation. The news spread that Menalcas, a talented singer, saved his fields: sed carmina nostra tantum ualent, […] tela inter Martia, quantum Chaonias dicunt Aquila ueniente columbas, “but pastoral songs have the same value, among the weapons of Mars, as they say that have the doves when the eagle comes”. What can a dove do in front of a rapacious predator? Nothing, or at most get away hoping that she will escape. What can a bucolic singer do in face of the violence of History? Nothing, or at most get away hoping that he will escape. Therefore, the Bucolics in their end (the end of a precise path, arranged by the author) tell us that man is helpless against the external forces that he cannot control (Martia inter tela), and against the inner forces of the passions that overwhelm him (Amor), and to one or the others he must submit himself. The conclusion of the Bucolics marks so the inevitable fall of poetry, that cannot help us against the evils of life, that are beyond human control. And not without a reason, in my opinion, the heroes of the last two eclogues are Menalcas, a shepherd-poet, and Gallus, a real poet. This is the last, extreme audacity of this text. Virgil created a myth, but through his own work he also challenged the myth he had created, he showed its weakness in the face of reality. Virgil will try something like that also in the Aeneid, the epic poem that features a Homeric hero, but that questions the Homeric heroism in favor of a new definition of it. But that is another story. At the time of the Georgics, under the pressure of war, of Octavian and Maecenas, of their haud mollia iussa, it was not possible to be too sharp. Also the Georgics question the success of the praecepta they teach, but in a different form. Although you have done everything that is needed, it may still not be enough; however, there is no doubt about the need to make what is needed. In the Georgics it was necessary to return to a common tradition (the French say: a “rappel à l’ordre”). We can leave open the question if Virgil obeyed to such a rappel, or not. But we can now easily realize why at the end of his poem he wrote a sphragis that makes poetry and war compatible; better, that recognizes the superiority of war on poetry, while still emphasizing Virgil’s ability in making poetry, not wars; a sphragis that denies the affirmation in ecl. IX 11ff. (as Mynors justly observes, the balance between the two quatrains indicates a reconciliation between army and poetry). It is a sphragis that emphasizes also the prophetic value of the first eclogue and not of the others, now labelled as ludere, and in the first eclogue emphasizes Tityrus and not Melibeus, because Tityrus is at peace with the world, Melibeus is not. Lastly, the sphragis stresses the idea that the boldness of the Bucolics was no longer acceptable, was the mere result of youthful recklessness; but from that boldness it extracts now a prophecy about the powerful man to come, and not a condemnation of the present reality, that was the real core of the Bucolics (as I said, ignobile otium recalls ecl. I 6 deus haec otia nobis fecit, giving force to the idea that Tityrus can be, and at this time must be, Virgil and the deus must therefore can be, and must be, Octavian, a useful interpretation at the date of the Georgics, but an interpretation carefully denied in the eclogue, where Tityrus is certainly different from Virgil: Tityrus is an older freedman, with a long white beard; and it is Melibeus, who cecinit Tityrus’ happiness, as Virgil says about himself in the Georgics).

    In doing so, the sphragis underscores subtly, slyly perhaps, the real importance of the Bucolics, leaving it as a gift to future generations. The Bucolics reveal at least four kinds of audacia: a political audacia because, without naming people and events, they serve to reveal the author’s thought about people and events of his time (with all the risks involved); a social audacia, because their main characters are in low condition, a detail not usual in the remaining Roman poetry of this time; a literary audacia, because these characters are certainly different persons  from their author, but they can still be assimilated to him, they can become, if necessary,  the stand-in of the author, calling into question the fides, the credibility of any speaking voice inside the Bucolics and the common interpretation of the eclogues themselves, as we realized in the case of Tityrus and the first eclogue. Finally, there is also a stylistic audacia, because, under the guise of a manifold and varied text, the Bucolics took very precise paths and they built a complex poetic construction.

    (New York, The Graduate Center, 10.02.2015)

    SELECTED BIBLIOGRAPHY

    Andrea Cucchiarelli, Epiloghi ed inizi da Callimaco a Virgilio, in AA.VV., Studi offerti ad Alessandro Perutelli, Roma 2008, 363-380

    Mario Geymonat, Capellae at the ends of the Bucolics, “HSChP” 102, 2004, 315-318

    Massimo Gioseffi, Passeggiate in un bosco bucolico (a partire dalla Einführung di Michael von Albrecht), “AevAnt” 10, 2010, 111-127

    Stephen J. Heyworth, Cynthia. A Companion to the Elegies of Propertius, Oxford 2007

    Adrian S. Hollis, Octavian in the Fourth Georgic, “CQ” NS 46, 1996, 305-308

    Nicholas Horsfall, Virgil, Aeneid 6. A Commentary, Berlin-New York 2013

    Martin Korenjak, Parthenope und Parthenias: zur Sphragis der Georgica, “Mnemosyne” 48, 1995, 201-202

    Strais Kyriakidis, Georgics 4.559-566: the Vergilian Sphragis, “Kleos” 7, 2002, 275-289.

    Giovanni Laudizi, Audax Pallas, “BStudLat” 33, 2003, 467-491

    Caterina Lazzarini, Audax-fortis. Due opposti paradigmi eroici (a proposito di Aen. 10,284), “MD” 9, 1982, 157-166

    Christian Nappa, Reading after Actium: Vergil’s Georgics, Octavian, and Rome, Ann Arbor 2005

    Damien P. Nelis, Past, Present, and Future in Virgil’s Georgics, in Joseph Farrell and Damien P. Nelis (edd.), Augustan Poetry and the Roman Republic, Oxford-New York 2013, 244-262.

    Irene Peirano, “Sealing” the Book: the Sphragis as Paratext, in Laura Jansen (ed.),Frame, Texts, Readers, Cambridge 2014, 224-242

    Anton Powell, Virgil the Partisan. A Study in the Re-integration of Classics, Swansea 2008

    Alfonso Traina, Audentes fortuna iuvat (Verg. Aen. 10, 284). Per la storia di un proverbio, in Maria Bonincontro (ed.), L’alphabet des astres. Catalogo di un disordine amoroso, Chieti 1988, 293-297

    Tarô Yamashita, The Originality of the Georgics: An Interpretation of the End of Book 4, “JCS” 39, 1991, 82-91 [rés. in English, 164-165]

    Peter White, Promised Verse. Poets in the Society of Augustan Rome. Cambridge, MA, 1993

    Charles Wirszubski, Audaces. A Study in Political Phraseology, “JRS” 51, 1961,12-22

     

    Modern Commentaries

    Alessandro Biotti, Bologna 1994 (Book IV)

    Martin Erren, Heidelberg 2003

    Roger Mynors, Oxford 1990

    Richard Thomas, Cambridge 1988

     

    © Massimo Gioseffi, 2015       (ma**************@***mi.it)