Tag: school

  • Percontationes Impossibiles III

    Percontationes Impossibiles III

    Rapida intrat Dido, furens et multis variisque affectibus mota. In dextera magnam phialam tenet, in qua “Valium” inscribitur. Ex ea saepe  bibit.

    PERCONTATOR  Nunc venit Dido. Quem nostrum non miseret illius infelicissimae  mulieris, ab Aenea reiectae? Quae…

    DIDO Salvete, salvete!!!  Magno honori vobis est mulierem coram videre, quae sola imperium maximum condidit! Semper equidem  omnes calamitates superavi. Semper. Ego semper conata sum progredi, perferre, obdurare, postquam Sychaeum meum perdidi, quamquam ipsa fratris manus nefarias infando sanguine aspersas vidi. Et cum paucis comitibus in terram ignotam, in Africam, perveni, ego, mulier, vidua ac peregrina: ego magnam Karthaginem condidi.

    P. At…  

    D. …at omnes sciunt me, me solam, valuisse Iarbam, potentem regem, decipere et vincere, callida fraude usam.

    P.  Quod notissimum est. Sed hodie hic sumus ut de alia re loquamur, id est de coniugio tuo cum Aenea…  

    D. Ah certe, meum mellitum, miserum Aeneam!… Invicem toto corde, tota anima nos amabamus… Memini illum diem, cum in lacertis eius multas per horas iacui, in illa spelunca, adsiduo imbre…  Ita, ita…

    P.  Certe, scimus quid evenerit… Sed scire volumus quid senseris, quid tum passa sis, cum ab Aenea relicta esses.

    D. Sed… Minime, minime!!! Ille me non reliquit! Tantum coactus est, fato oboediens, ut a me abiret. Corpus  abiit, cor eius numquam me reliquit… Equidem, numquam destiti eius menti adesse die nocteque, in eius somniis vivere, in eius animo esse… Semper ei cordi fui… Vergilius ille dixit Non mea sponte Italiam peto. Fatum eum coegit, abduxit, abstraxit…

    P. Nobis aliter videtur: nam Vergilius Aeneam finxit dicentem: urbem Troiam colerem, si fata meis auspiciis paterentur. 

    D.  Ita ita, certe…  Verum. Certe, ita dixit cum  sibi persuadere conaretur amorem suum erga me nihili esse. Multum ille et terris iactatus et alto vi superum…

    P. Neque tamen comis neque humanus fuit, qui tam male se gessit erga mulierem quae eius coniunx fuit…

    D. Verum non est! Minime! Dolor eius acrior, asperior, acerbior erat, cum tot et tantas calamitates passus esset! Minime! Ille  re vera me amabat! Certe me amabat! Et adhuc me amat!… Ego verum Phoenissa sum, humani sacrificii consuetudine adsueta, humanum sacrificium saepe mihi venit in mentem, …. parvolus Ascanius in pulchra olla… Nonne novisitis Medeam? Medea, deliciae meae, dic, dic mihi: quomodo pueri necantur? Sed nihil sine vitio est, attamen semper speravi eum ad me rediturum esse! Utinam ille mortuus ante tempus non esset!

    P. Sed tu iam mortua eras! Ergo, cur mortem tibi dedisti?

    D.  Desperatione adducta id feci, non solum ob dolorem Aeneae fugae: Iarbae copiae Carthaginis moenibus imminebant, regnum meum in periculo versabatur, fatum ipsum adversum esse videbatur, et ego id pati iam non poteram…

    P. Sed Vergilius hoc non dicit. Alia scribit. Ille, nimio dolore affectam, te tibi mortem conscivisse narrat. Constat Aeneam terram perignotam quam Carthaginis regnum maluisse.

    D. Quisnam Vergilius??? Ille pusillus, putidus poeta?…  Ille potest de pastoribus, de pecoribus, de pecudibus, de ovibus, de avibus, fortasse etiam de apibus canere – non de me, muliere magni animi. Sed vos non vultis me audire! Non vultis intellegere! Numquam intellegetis! Cur, cur huc veni? Nihil intellegis, stulte! (exit)

    P. Grati sumus reginae Didoni quae ad nos hodie venit..ehm…salvete omnes.

  • Certamina d’Italia

    Certamina d’Italia

    Grazie alla cortesia del professor Pierluigi Reverberi, del Liceo Classico ‘Giovanni Berchet’ di Milano, e del responsabile del cloud del suddetto liceo, “Latinoamilano” è in grado di farsi tramite per l’accesso a un meraviglioso database contenente informazioni, prove, notizie utili su (quasi) tutti i certamina attivi in Italia. Riporto, per semplicità, le parole del professore Reverberi, che fanno da guida al sistema:

    “Buonasera Professore, per il sito ho riorganizzato il materiale per far sì che dalla cartella di condivisione (che si chiamerà Agones-Certamina-Olimpiadi Nazionali) risultino esclusi tutti i files specifici della nostra scuola. Sul sito, andrebbe indicato il link (che ho riporto sotto) per accedere direttamente e liberamente alla cartella con possibilità di scaricare ecc. Alla nostra scuola, al responsabile del “cloud” e a me in particolare farebbe solo piacere mettere a disposizione degli interessati questo materiale, anche per adempiere alla funzione di servizio pubblico cui siamo chiamati in quanto insegnanti. Consiglio solo di non aprire direttamente i files dalla pagina Bercloud (appaiono in un formato mal leggibile) ma di scaricarli/salvarli dai tre puntini posti a destra. Il link è il seguente:

    https://doc51.liceoberchet.edu.it/s/QHAc69c94V0w7I6

    con password “berchet“.

    La cartella è in costante aggiornamento”.

    Il mondo dei certamina è ampio e variegato, ma è indubbio che nell’ultimo decennio i certamina abbiano costituito un mezzo importante per diffondere il latino, ciò che si fa a scuola con il latino e le competenze degli studenti, ma anche per creare occasioni di incontro e conoscenza reciproca. Ringraziamo noi per primi quanti hanno lavorato a realizzare l’opera che qui si condivide.

  • Cesare alla prova

    Cesare alla prova

    Nel maggio scorso, presso il Liceo “Alessandro Volta” di Como si è svolta la decima edizione del certamen intitolato “Non omnis moriar”. Nato da un’idea di Cristina Boracchi, dirigente scolastico del Liceo “Daniele Crespi” di Busto Arsizio, il certamen è rivolto a studenti di quinta ginnasio e secondo anno del Liceo classico. Alle spalle della gara c’è un sistema di rete che include, o ha incluso nel corso del decennio, tutti i Licei classici della provincia di Varese: il “Cairoli” del capoluogo, il “Crespi” di Busto, il “Pascoli” di Gallarate, il “Legnani” di Saronno e, nelle passate edizioni, anche quei licei (come il “Sacro Monte” di Varese, lo “Stein” di Gavirate e il “Curie” di Tradate) che nel frattempo hanno soppresso le loro sezioni di classico. Capofila è il liceo di Busto, ma le altre scuole collaborano alla pari; edizione dopo edizione, hanno ospitato le prove della gara e si sono assunte, a turno, l’onere dell’organizzazione e della premiazione. Dal 2018 anche il Liceo “Volta” di Como è entrato nella rete, dopo avere partecipato per diversi anni da “esterno”, con i propri allievi. Come lui, hanno contribuito alle diverse edizioni del torneo anche alcune scuole milanesi (i licei “Beccaria”, “Berchet” e “Parini”), o addirittura extra-lombarde (i licei “Carlo Alberto” di Novara e “Parodi” di Acqui Terme). 

    Non è però il decennale, pur importante, né il fatto che il certamen sia uno dei pochi rivolti a studenti del primo biennio liceale, a giustificare questo post. La commissione, costituita da docenti in rappresentanza delle diverse scuole della rete, nell’ambito di un decennio ha selezionato altrettanti brani di Cesare, tratti indifferentemente dall’uno o dall’altro dei Commentarii, e li ha sottoposti all’esercizio degli studenti. Da sempre, il brano si accompagna a un rapido questionario, di 4/5 domande al massimo, via via perfezionatosi, ma fin da subito volto a verificare tanto la competenza grammaticale quanto il livello di comprensione del testo proposto ai giovani traduttori. Avendone la possibilità, offriamo qua, per la curiosità di tutti i lettori, il campionario dei dieci testi, sperando di fornire così uno strumento utile di orientamento, applicabile nella didattica quotidiana. Punto di orgoglio della commissione è che la decisione finale, anche quando difficile e sofferta, è stata sempre fatta dipendere dalle domande di comprensione e valutazione del testo (quelle meno strettamente grammaticali, l’ultima o al massimo le ultime due di ciascuna prova), talora perfino a dispetto di una resa apparentemente – ma, a questo punto, solo superficialmente – migliore. Nell’ottica, che da queste pagine è stata più volte propugnata, che tradurre sia solo una parte del comprendere; e comunque, comprendere sia l’operazione essenziale e più importante di tutte.

    prova 2009

    prova 2010

    prova 2011

    prova 2012

    prova 2013

    prova 2014

    prova 2015

    prova 2016

    prova 2017

    prova 2018

     

    © Massimo Martini, 2018

  • Un’idea di canone II

    Un’idea di canone II

    Torno sul bel post di Isabella Canetta e sulla discussione che ha suscitato, perché mi pare che l’intervento solleciti uno dei nodi centrali dei nostri studi e dello spazio da concedere al latino e a chi insegna latino nella scuola. Chiedo scusa se farò prima un discorso musicale, il cui senso e collegamento con quanto ci interessa si spiegherà solo alla fine. A chi abbia la pazienza di leggere, chiedo, appunto, la pazienza di arrivare fino in fondo.

    Nel mese di settembre il Teatro alla Scala di Milano ha messo in scena alcune recite dell’opera Alì Babà di Luigi Maria Cherubini (1760-1842). Cherubini, fiorentino di nascita e di prima carriera, fu un cervello in fuga, attivo a Londra e a Parigi, dove si trasferì nel 1787 e dove rimase fino alla morte. Alì Babà, in realtà Ali-Baba ou les quarante voleurs, è un’opera francese, in francese, rappresentata per la prima volta a Parigi nel 1833. Dal 1822 al 1842, anno della morte, Cherubini fu l’amato/odiato direttore del Conservatorio parigino; ma la sua ultima composizione operistica di peso, prima dell’Ali-Baba, risaliva al 1813, ed era stata Les abencerages, su libretto ricavato da Chateaubriand. In mezzo solo due opere comiche di poco interesse e successo. Perché insistere su questo? Chi conosca Ali-Baba, da questa edizione scaligera o dalla sua sola precedente ripresa in tempi moderni, ancora alla Scala, nel 1963 (di quello spettacolo esiste, per fortuna, una registrazione dal vivo), sa che nel 1833 un’opera del genere era fuori tempo. Ali-Baba è infatti un’opera turchesca, come si usava nella seconda metà del Settecento; priva di vere arie, o quasi, con un grande impegno verso il declamato; con cori e danze inserite direttamente nel testo; con una certa seriosa austerità, alla latina direi una certa gravitas, pur nell’argomento complessivamente comico. Volendo trovare, nella mia memoria di ascoltatore, uno spettacolo affine a quello cui ho assistito alla Scala, evocherei un’opera vista alla (defunta) Piccola Scala agli inizi degli anni Ottanta, Les pèlerins de la Mecque, opera-comique di Gluck, un musicista di cui abbiamo già avuto occasione di parlare. Ma Les pèlerins è un’opera del 1763, andata in scena (dopo una serie di peripezie che qui non ci interessano) nel 1766. Cioè, settant’anni prima dell’operazione tentata da Cherubini. In quei settant’anni si inseriscono tutta la parabola del Mozart operista; tutta la parabola della generazione di mezzo, quella degli Spontini, dei Mayr, di Cherubini stesso; tutta la parabola del genio rossiniano, la cui carriera si chiude con il Guillaume Tell del 1829. Sei anni prima dell’Ali-Baba, nel 1827, Bellini e il suo tenore di riferimento, Giovan Battista Rubini, avevano creato, con Il Pirata, la figura dell’eroe romantico. Nel 1831, pochi mesi prima della nostra opera, Bellini aveva scritto Norma; nel 1833 Donizetti aveva già scritto Anna Bolena, Elisir d’amore e Lucrezia Borgia; due anni più tardi raggiungerà la sua punta massima con Lucia di Lammermoor (da Walter Scott). Insisto su Scott, come prima ho fatto per Chateaubriand, e ora faccio ricordando che le zuffe pro o contro Hernani, il drammone romantico di Victor Hugo, risalgono al 1831, proprio per segnalare questo: il Settecento di Gluck nel 1833 era un mondo tramontato, e tramontato più volte, da più stagioni culturali e generazionali. Riproporlo sulle scene dell’Opera dovette fare uno stranissimo effetto, e infatti tradizione vuole che una voce di spettatore (poi auto-identificatosi in Hector Berlioz) a ogni alzata di sipario gridasse a gran voce la propria disponibilità a pagare un prezzo sempre maggiore in nome di qualche idea musicale da rintracciare nell’opera; salvo, all’ultimo atto, affermare sconsolata di non essere abbastanza ricca per permettersi la posta che, a quel punto, era necessario mettere in palio.

    Perché questa lunga tirata? Ali-Baba non è certo entrato nel canone, la sua vita è stata stentata sia nell’Ottocento, sia nel Novecento. Eppure, è opera gradevole, e il pubblico delle recite cui ho assistito è uscito da teatro soddisfatto e plaudente. Nella vacua eleganza dello spettacolo offerto dalla Scala, la serata è parsa povera di grandi contenuti, ma non priva di una sua dignità formale, premiata dagli applausi. Perché in musica non vige il concetto di canone; vige il concetto di repertorio. A un ascoltatore distratto, Ali-Baba suona come un’opera settecentesca, gradevole e ben fatta. La distanza che ci separa tanto dal Settecento quanto dall’Ottocento fa sì che non si avverta più la contraddizione in termini cronologici che aveva fatto indignare Berlioz e rendere freddi i primi ascoltatori dell’opera, determinandone la successiva sparizione. Certo, chi ragiona sulle date rimane, anche oggi, sconcertato; chi non vi ragiona, va a teatro e sente un’operina gradevole e relativamente ben rappresentata. E, badate bene, non è detto che si tratti di due persone differenti, un pubblico colto e un pubblico ignorante. La reazione, mista, può essere presente anche nell’animo di uno stesso spettatore.

    Questo è il repertorio: un grande contenitore dove chi vuole pesca ciò che gli interessa; e ne può fruire accostandolo a cose diverse, badando più a un godimento estetico che a una cognizione storica (proprio per questo, per soddisfare quanti più gusti possibili, qualsiasi teatro di buon senso, nel suo cartellone, mescola opere di epoche, gusti, generi diversi). Un canone, come ha giustamente scritto Isabella Canetta, è un’altra cosa, e necessita di almeno tre elementi: un’autorità che lo imponga; un numero ristretto di pezzi a costituirlo, sempre gli stessi, accettati da tutti; una obbligatorietà imposta dall’autorità di cui sopra e dal consenziente ossequio di chi a quella autorità si sottomette. Edward Sorel nella sua vignetta metteva in luce perfettamente tutto questo: c’è Bloom-Mosè, che si considera interprete diretto delle parole di Dio; ci sono le Tavole delle Leggi, dalle quali non si può tralignare; ci sono dodici nomi, e solo dodici, gli unici eletti in tutta la letteratura americana; e ci sono i lettori di Bloom/Ebrei in fuga verso la Terra Promessa, disposti, almeno per un poco, a sottostare a quelle leggi e a quelle tavole. Il repertorio ha struttura in parte diversa:  dipende anch’esso da autorità che lo impongono, ma è più inclusivo, ammette un numero maggiore di elementi e una loro maggiore mobilità. Non ha carattere obbligatorio: vige, per esso, la legge dell’auctoritas, ma anche quella della semplice  casualità. Mi spiego di nuovo con esempi musicali: di Ali-Baba fu nota, per anni (e una semplice verifica su youtube lo dimostra) la sola ouverture. La ragione di questo sta nell’esecuzione che di essa diede Arturo Toscanini in uno dei concerti radiofonici da lui tenuti in America. Con quei concerti Toscanini ha creato per anni un repertorio direttoriale: ciò che lui ha diretto, è stato diretto anche da altri, in molti casi presumibilmente ignari di come Ali-Baba si sviluppasse dopo l’ouverture, di che tipo di opera fosse, di che cosa trattasse. Ma non importava: importava l’ouverture in quanto tale, in quanto brano “toscaniniano”, da eseguire perché l’aveva eseguito Toscanini. Viceversa, ciò che Toscanini non ha diretto ha faticato ad entrare in repertorio: ad esempio Mahler, ad esempio Shostakovich. Un direttore del calibro di Herbert von Karajan, che pure fu a sua volta un dittatore del podio e delle scelte musicali per almeno trent’anni, diresse in tutta la sua vita una sola sinfonia di Shostakovich (la Decima) e solo quattro su dieci di Mahler (quarta, quinta, sesta e nona). Quando Claudio Abbado nel 1982 inaugurò la Filarmonica della Scala con la Terza di Mahler, fece scalpore. Solo una decina di anni più tardi, Riccardo Chailly, allora direttore dell’Orchestra Verdi di Milano, poté invece imporre senza difficoltà che ogni concerto inaugurale di quella orchestra comprendesse almeno una sinfonia di Mahler. Era la fine degli anni Novanta: fino a quella data, le sole discografie integrali di sinfonie mahleriane erano quelle di Kubelik e di Bernstein; oggi, quasi ogni direttore che si rispetti ha la sua. Identico discorso per Shostakovich. E il repertorio non varia solamente nel tempo, varia anche nello spazio: fuori d’Italia, centro del repertorio operistico è senz’altro Wagner, e non solo nei Paesi di lingua tedesca; in Italia, lo è Verdi, e quando la Scala si inaugura con un’opera wagneriana, per quanto eccelsa essa sia, si possono dare per scontati i mugugni e gli alti lai. A Torino, la sindachessa cittadina ha cacciato in malo modo un ottimo direttore, colpevole di non dirigere abbastanza Traviate e Barbieri di Siviglia ogni anno! La biografia di Joan Sutherland scritta da Norma Major insegna quante difficoltà abbia avuto la cantante a imporre, a Londra e in America, suoi territori d’elezione, opere come Sonnambula, Norma, Puritani e la stessa Lucia di Lammermoor che in Italia, pochi anni prima, Maria Callas aveva in normalissimo repertorio, e come lei un numero elevato di altre, meno eccelse cantanti. E questo perché i recensori degli spettacoli della Sutherland sottolineavano certo sempre la grandezza della cantatrice, ma anche l’inutile spreco di tante doti in composizioni di autori come Bellini, Donizetti, il primo Verdi, che in Italia erano considerati il fulcro del repertorio, ma in Inghilterra erano visti come dei poveri dilettanti, inesperti di armonia…

    Vengo a stringere il troppo lungo ragionamento. Un repertorio è più ampio; meno fisso; meno legato all’autorità che lo impone (pur essendo legato anch’esso a fenomeni di auctoritas, di cultura generale, di gusto personale), meno assertivo di un canone. Ne traggo due considerazioni. La prima, storica. Sia Isabella Canetta che Silvia Stucchi nelle loro osservazioni su Quintiliano parlano di “canone”. Io credo che quello di Quintiliano sia un “repertorio”, non un “canone”: un elenco di ciò che si può leggere, non un obbligo alla lettura, che Quintiliano voglia davvero imporre ai suoi lettori. Mancano, del canone, la misura ristretta; l’assertività assoluta e l’autorità impositiva di chi lo emana; il carattere esclusivo, anziché inclusivo, dei nomi fatti. Seconda considerazione, di interesse più pratico e immediato. La scuola italiana vive una contraddizione in materia di canone (non è la sua sola contraddizione, del resto). Da un lato, infatti, le nuove disposizioni ministeriali, che tanto nuove magari non sono più, ma che non sono mai state troppo seriamente applicate, vorrebbero un allargamento dei testi, dal canone al repertorio, nella direzione di un apprendimento della civiltà, e non della letteratura. Dall’altra parte, però, quelle stesse disposizioni stabiliscono, con formule ambigue e forse anche un po’ ipocrite, che lasciano libertà di variare, ma puniscono poi i tentativi di variazione, un canone – questo sì – di autori da privilegiare, e perfino una scaletta cronologica circa il loro approccio da parte delle classi liceali…

    Ecco allora la domanda: spostare l’accento dal canone al repertorio cosa può produrre di nuovo? quali vantaggi e quali rischi? Un rischio, lo dico subito io stesso, è l’effetto Ali-Baba, la perdita di vista, cioè, che un testo del 1833 che sembra un testo del 1763, è un testo che ha in sé qualcosa che non funziona, oppure qualcosa di provocatorio: ma perdere di vista la continuità storica vuol dire rischiare di fruire di un’opera del 1833 come se fosse un’opera del 1763, senza porsi dei problemi che invece andrebbero posti. Un vantaggio, però, sarebbe l’allargamento di testi e di possibilità di ricerca e autonoma sperimentazione, anche nelle singole classi e nelle singole scuole: in un cartellone di teatro, si sa, tutto deve convivere con tutto, se il teatro vuole sopravvivere, e sarà il pubblico a decidere a che cosa assistere e a che cosa no, scegliendo liberamente sulla base del proprio gusto; ma non può essere il teatro a scegliere per il suo pubblico, se non vuole rischiare di assottigliarlo, alienandosene ampia parte. E questo anche a scegliere ciò che tutti fanno e tutti conoscono, come una sorta di dovere imprescindibile: perché, con buona pace della sindachessa torinese (che varie volte si è espressa in questa direzione), un teatro fatto di soli Barbieri di Siviglia e di sole Traviate non è un teatro che si apre al grande repertorio popolare. E’ un teatro che si chiude, e si avvita su se stesso, e in breve muore.

    La scuola deve guardare a un livellamento sociale del sapere, e deve rispondere alle domande di chi la frequenta, e di chi valuterà un giorno chi la frequenta. Ma siamo sicuri che la metafora utilizzata per il teatro non valga anche per la scuola italiana in generale, per il canone dei testi latini in particolare? Concentrarsi sempre sugli stessi autori, gli stessi testi, leggere sempre e soltanto le poesie su Lesbia, la prima ecloga o il Carpe diem, non rischia di svilire gli autori antichi, di fornirne un’immagine parziale e dunque  errata e, nel nome di un canone da rispettare, di uccidere la libertà e l’ampiezza del repertorio? Sì, certo, a non leggere queste cose si rischia. Perché se non lo si fa, lo studente rischia che alla maturità gli venga chiesto qualcosa che non sa, rischia di non saper rispondere a domande banali, rischia di non conoscere gli autori canonici, appunto, e i passi ritenuti canonici. Ritenuti da chi? Su questo, sollecito risposte.

     

    © Massimo Gioseffi, 2018

     

     

    Luigi Maria Cherubini – Ouverture da Ali-Baba, New York 1949, NBC Orchestra, dir. Arturo Toscanini (registrazione radiofonica di dominio pubblico)

     

     

  • Percontationes impossibiles II

    Percontationes impossibiles II

    Paris, filius Priami et Hecubae, electus est a diis ut iudicaret quae pulcherrima esset inter Iunonem, Minervam et Venerem. Cum Venus victrix discessisset, Paridis iudicium causa et origo belli Troiani fuit. Quare Paris a multis non amatur: videtur vilis, piger, mulierosus… 

    PERCONTATOR: Salve Paris, qui amore Helenae captus, uxoris Menelai praeclari, causa fuisti maximi belli quod antiquis temporibus genus humanum excruciavit!

    PARIS: Ego non sum belli Troiani auctor, neque fas est me istius pestis reum arcessere. Obnoxius non sum.

    PERCONTATOR: Dic ergo, quaeso: quis, tua sententia, belli causa fuit?

    PARIS: Quisnam, nisi superi?

    PERCONTATOR: Vos, homines prisci, semper culpas in deos vertitis. Deos omnium malorum et scelerum facitis reos, quae ipsi perpetravistis. Numquam culpas vestras confitemini, numquam debitas poenas solvere vultis, sed argumenta dolosa et rhetorica semper invenitis ad superos accusandos.

    PARIS: Nequam hominem me iudicas! Excuso tamen verba tua. Quam multi et quam diu mihi maledixerunt! Iuvat me ipsum tibi narrare quis fuerim. Vix natus, in monte relictus sum propter somnium quod mater mea somniavit. Hecuba enim in somnio se vidit facem parientem, qua ardente tota urbs combureretur. Itaque, antequam natus essem, iam habitus sum auctor ruinae Troianae. Sacerdotibus imperantibus, desertus sum in montibus ut ferae me vorarent. Forte fortuna inventus sum a pastore quodam, Agelao, qui me servavit et aluit. Vixi placide ut humilis pastor ….

    PERCONTATOR: Dic mihi, beatusne eras? Nonne uxor quoque tibi erat?

    PARIS: Beatus eram. Coniunx mea, Oeno, nympha montium erat atque alter alteram amabat, donec Iuppiter me iussit iudicem esse, ut quae esset pulcherrima inter deas statuerem. Pastor et adulescens eram: tua sententia, num regna Asiae aut sapientia me adlectare poterant? Elegi Venerem, quae amorem mulieris pulcherrimae mihi promiserat. At illa, ut pactum servaret, mihi persuasit ut raperem Helenam, quamquam mihi notum erat quid eventurum esset, cum Helena Menelao nupsisset. Praeterea, neglectae deae in odio me habuerunt, et multa mala machinatae sunt in me et in Troianos.

    PERCONTATOR: Certe. Attamen tu eligisti Venerem, tu rapuisti Helenam, tu denique causa belli fuisti…

    PARIS: At si aliter iudicassem de deabus, iudicium meum aeque exitiale fuisset et mihi et Troianis; nam quaecumque inter eas, nisi victrix discessisset, machinata esset adversus me, immo adversus Troiam. Dei autem statuerant Troiam esse delendam. Me agnito a matre mea, pater quoque me servavit a turba irata, quae me interfectura erat, dicens: “Pereat Troia, at non filiolus meus!”

    PERCONTATOR: Fateor te bene dixisse; at, Venere adiuvante vel tua cupidine coactus, rapuisti tamen Helenam, ardens nimio amore feminarum. Qui amor famosum te effecit in toto orbe: nam callidissimus fuisti in animis feminarum illiciendis…

    PARIS: Ne hoc quidem verum est; miserior enim cum feminis fui quam Hector cum Andromacha vel Aeneas cum Creusa vel Ulixes cum Penelope. Illi mutuo se amabant, Helena autem semper me vituperabat et reprehendebat. Ne Oeno quidem me amavit; nam, cum posset me morientem servare, me moriturum reliquit.

    PERCONTATOR: Concedo: in mulieribus eligendis felix non fuisti…. At dic mihi: scisne te non strenuum virum, sed ineptum in pugnando existimari?

    PARIS: Opinio tota vestra est!

    PERCONTATOR: Tu quid censes?

    PARIS: Primum: cum pastor, baculo tantum praeditus, pecudes a praedonibus servavissem eosque fugavissem, mihi a pastoribus datum est cognomen Alexander (id est hominum tutor); deinde Troiae, in ludis dicatis filio Priami, qui relictus erat in montibus, vici omnes fratres meos, inter quos Hectorem ipsum, qui postea in bello me acribus verbis contumeliisque affecit. Postremo, coram te interfector Achillis adstat!

    PERCONTATOR: Certe eum interfecisti arcu, sed eminus, non comminus, ut viri strenui, atque ab Apolline adiutus.

    PARIS: Quam iniustus es! Tethys auxilium tulit filio suo Achilli quoquo modo, Venus Aeneae saepe subvenit et Minerva Ulixi; num illi strenui sunt et ego virtute careo? De arcu nemo vituperat Herculem vel Philoctetam, qui sagittarii fuerunt… Meministine quomodo Ulixes Procos occiderit ?

    PERCONTATOR: Arcune?

    PARIS: Num armati Proci erant? Num se defendere potuerunt?

    PERCONTATOR: Minime. Recte dicis.

    PARIS: At deinde, quisnam es tu, qui me iudicare audes, me, Paridem, filium Priami, me, qui vidi divina corpora dearum maximarum et filiam Iovis uxorem duxi?

    PERCONTATOR: Bene dicis, Paris, et mihi ignosce.

     

    © Ivana Milani, 2018

     

  • Amore e guerra

    Amore e guerra

    1 – Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido: “Ogni innamorato è un soldato, e Cupido ha il suo accampamento”. Così Ovidio, Amores I 9, intorno al 20 a.C. (nell’edizione in cinque libri, poi ridotti a tre) mostra le analogie tra la dura vita del soldato e l’altrettanto dura vita dell’innamorato, anch’egli sottoposto a innumerevoli prove. Per prima cosa, dice Ovidio, quae bello est habilis, Veneri quoque convenit aetas (v. 3); “l’età che è abile alla guerra, si addice anche a Venere”. L’amore, in altre parole, proprio come l’attività bellica, è cosa riservata ai giovani vigorosi, anche perché è turpe, cioè è “cosa vergognosa”, brutta a vedersi e palese violazione del principio etico-estetico del prepon, un senex miles, un vecchio in apparato da soldato; così, parimenti è turpe un senilis amor, come ha mostrato la maschera del senex innamorato, oggetto in innumerevoli occasioni di pesanti derisioni e di beffe nella palliata (pensiamo solo alla conclusione della Casina). Ma le analogie non finiscono qui: gli anni che i duces, gli ufficiali superiori, richiedono ai soldati (v. 5) sono i medesimi che una bella puella, una “graziosa ragazza” (v. 6) richiede in socio viro, “nell’uomo suo compagno” (trad. di Adriana Della Casa). E poi entrambi, soldato e innamorato, vegliano la notte; entrambi dormono scomodi sulla nuda terra, custodendo, l’uno, la porta del suo dux, l’altro la porta della bella; soldati e amanti hanno in comune lunghe marce forzate per terre inospitali: non ci sono soltanto gli spostamenti dell’esercito cui tenere dietro; anche l’innamorato strenuus, “risoluto” (un attributo dalla connotazione bellica e militare), seguirà la donna amata, se necessario, superando montagne e fiumi ingrossati dalle piogge (vv. 11-12 ibit in adversos montes duplicataque nimbo / flumina), marcerà impavido nella neve e “dopo aver deciso di solcare le onde, non addurrà come pretesto i venti impetuosi, né aspetterà le costellazioni favorevoli a far solcare il mare” (vv. 12-14). Solo un innamorato o un soldato possono sopportare il freddo della notte, quando cade copiosa la neve mista a pioggia (vv. 15-16). Il soldato viene mandato come esploratore verso i nemici crudeli (v. 17 infestos…in hostes): nemico naturale dell’innamorato, da cui non spostare mai lo sguardo, è invece il rivale, esplicitamente equiparato al nemico sul campo di battaglia (v. 18 in rivale oculos …. ut hoste tenet). Se il soldato assedia le città di difficile conquista (v. 19 graves urbes), l’innamorato assedia la soglia della donna oggetto delle sue attenzioni, che non vuole cedergli (durae limen amicae); una strategia bellica spesso messa in atto consiste nell’assalire nottetempo i nemici addomentati, e uccidere il popolo disarmato. Allo stesso modo, spesso gli amanti sfruttano il sonno dei mariti e portano le armi contro i nemici immersi nel sonno (vv. 21-25). E oltrepassare schiere di guardiani e sentinelle è compito sia del soldato che dell’innamorato, per il quale queste ultime assumono spesso le fattezze del severo ostiarius, che lo divide dal suo bene (vv. 27-28). Insomma, se Marte è incerto, nemmeno Venere è sicura, e l’esito di un’impresa non è mai prevedibile: talvolta, inaspettatamente, victi …resurgunt (“i vinti si risollevano”), mentre l’insuccesso attende coloro dei quali nessuno mai potrebbe razionalmente prevedere la sconfitta (v. 30 quos … neges umquam posse iacere, cadunt).

    2 – Forte di questa lunga serie di analogie, Ovidio può smentire chi chiama l’amore desidia (“pigrizia, inerzia, accidia”, v. 31). Anzi, proprio come la guerra, esso può risultare occupazione caratteristica solo di una mente ben sveglia e attiva (v. 32 ingenii est experientis Amor). E, contro la tradizionale caratterizzazione del giovane innamorato come un inconcludente immerso nei sogni sentimentali, nella conclusione dell’elegia l’amore viene esplicitamente indicato come un’attività formativa ed eticamente educativa: “Chi non vorrà diventare pigro, si dedichi all’amore” (v. 46 qui nolet fieri desidiosus, amet), esattamente come dice di fare il poeta stesso. Un simile finale ci conduce proprio nel cuore di quell’operazione di transcodificazione valoriale che Ovidio sta compiendo per rendere accettabile l’amore elegiaco nella Roma augustea, in cui, per volontà del princeps, è in atto una severa opera moralizzatrice di ritorno al mos maiorum. Ma l’elemento per noi più indicativo è che questa equiparazione fra amore e guerra è ancora viva nella nostra coscienza linguistica: e, come sappiamo, la semantica è tutto. Anche noi, in fondo, parliamo di strategia da attuare per la conquista, di piani da elaborare perché l’oggetto delle nostre attenzioni ceda, perché una volta espugnatane la resistenza, si arrenda e si dichiari vinto e in potere del vincitore.

    3 – Esemplificativa in tal senso è la novella della matrona di Efeso, la fabula Milesia più famosa fra le cinque di Petronio, narrata da Eumolpo in Satyricon 111-112 sulla nave dell’armatore-pirata Lica, per riportare l’armonia dopo la zuffa scoppiata una volta scoperti i clandestini e riconosciuto fra essi Encolpio, che del comandante è il peggior nemico. Molto è stato scritto circa i meccanismi del riso propri della novella; una delle analisi più puntuali è quella di Oronzo Pecere, in un saggio ancora oggi utilissimo. Potremmo però anche analizzare la presenza, nella novella, di diversi punti in cui il campo semantico e le immagini belliche e militari si sovrappongono a quelle che segnano il progredire della conquista erotica. Com’è noto, la novella si colloca all’intersezione di molteplici generi letterari: fabula Milesia dagli inserti mimici e comici, è, allo stesso tempo, anche parodia, con il necessario ribassamento nei ruoli, del racconto virgiliano relativo all’amore fra Didone ed Enea, come segnalano le due citazioni virgiliane di Aen. IV 34, in Sat. 112, 12 (Id cinerem aut manes credis sentire sepultos?) e di Aen. IV 38 in Sat. 112, 2 (Placito etiam pugnabis amori? / Nec venit in mentem quorum consederis in arvis?). In questo ribassamento, diremmo oggi in chiave borghese – o, addirittura, piccolo-borghese – dell’intreccio di sapore tragico proprio della vicenda virgiliana, alla regina corrisponde ora la matrona, anzi, la vidua; al vir, Enea, corrisponde l’anonimo miles, il soldatino di guardia ai cadaveri dei crocifissi; alla principessa Anna, sorella della regina innamorata (e a sua volta corrispondente, per il suo ruolo, alla trophos, la nutrice che nella tragedia rappresenta spesso il buon senso popolare, la communis opinio, e talora si fa aiutante della sua padrona), corrisponde l’ancilla. Ma la catena di analogie può continuare: all’ipogeo, dove si consuma la passione fra la vedova e il soldato, corrisponde la spelunca dove avviene il coniugium fra Didone ed Enea, unione che la regina equipara a nozze legittime, per questo bollando, dopo l’abbandono, l’eroe troiano come perfidus (Aen. IV 405, mentre al verso successivo il medesimo atto è qualificato come nefas): e ricordiamo come in Sat. 112,3 l’unione fra la vedova e il soldato venga qualificata, eufemisticamente, proprio come “nozze” (iacuerunt ergo una non tantum illa nocte, qua nuptias fecerunt…). Ancora: la spelunca, la caverna del racconto virgiliano sta a simboleggiare la segretezza di cui tale unione dovrebbe restare ammantata, benché essa sia equiparata nella sensibilità di Didone a un coniugium: ci pensa però la Fama a divulgare la notizia (Aen. IV 175 viresque acquirit eundo). Viceversa, il soldato della novella petroniana è deliziato non solo dall’avvenenza della vedova, ma anche dalla segretezza (Sat. 112, 4 delectatus miles et forma mulieris et secreto), che aggiunge pepe all’avventura. Ma le analogie non finiscono qui: ricordiamo come Didone, travolta dalla passione, nella sua impossibilità di trovare la pace e il riposo notturno, non possa togliersi dalla mente il volto, gli sguardi e le parole di Enea (Aen. IV 3-5 multa viri virtus animo multusque recursat / gentis honos; haerent infixi pectore vultus / verbaque), come confessa alla sorella (vv. 9-13): “Anna soror, quae me suspensam insomnia terrent! / Quis novus hic […] hospes, / quem sese ore ferens, quam forti pectore et armis! / […] quae bella exhausta canebat!“. Del pari la matrona, oggetto di una strenua opera di seduzione da parte del soldato, e qualificata all’inizio come casta, considera il miles dotato di un certo fascino fisico e intellettuale (Sat. 112, 2 Nec deformis aut infacundus iuvenis castae videbatur). La matrona si va, in altre parole, persuadendo lentamente – non potrebbe, dopo tante professioni solenni di virtù, cedere al primo venuto! – grazie all’accorta opera di seduzione del giovane. Egli, infatti, dopo la piacevole sorpresa rappresentata dall’avere scoperto, in un luogo così spettrale e desolato come il conditorium, una donna che, a dispetto dei quattro giorni passati senza cibo, del viso lacerato da unghiate e segnato dalle lacrime, gli appare subito “bellissima” (Sat. 111, 7 visaque pulcherrima muliere), cerca di lanciare un ponte comunicativo in direzione della vedova con argomentazioni consolatorie tanto vere, nella loro essenzialità, quanto trite. Queste argomentazioni (Sat. 111, 8 omnium eundem esse exitum et idem domicilium), nella loro sintesi brutale, depauperata di tutta l’articolazione sapientemente retorizzata che era tipica, per esempio, delle coeve Consolationes senecane, rivelano l’inanità di una certa topica diventata ormai sterile esercizio “di maniera”, come attesta lo sbrigativo terzo elemento della triade argomentativa (et cetera quibus exulceratae mentes ad sanitatem revocantur). Ma il primo attacco viene respinto, e, di fronte all’indifferenza della donna, il soldato ha la perseveranza di non ritirarsi (Sat. 111, 10 Non recessit tamen miles, “il soldato, tuttavia, non batté in ritirata”): elabora così un piano più sottile, coinvolgendo l’ancilla in una strategia aggirante, autentica manovra a tenaglia che costringe alla resa la vedova. Il piano, notoriamente, prevede di suscitare l’interesse dell’ancella tramite il vino e il cibo del suo modesto rancio (e qui la fidissima ancilla sembra assumere caratteri propri di un’altra maschera comica, quella della vecchia ubriaca). La prima tappa viene coronata dal successo (donec ancilla … porrexit ad humanitatem invitanti victam manum, con ipallage, “sino a che, l’ancella, prima porse spontaneamente la mano vinta dal cortese invito del soldato”); il soldato cerca quindi di expugnare dominae pertinaciam (Sat. 111, 10 “espugnare l’ostinazione della donna”), quasi che si tratti di una città assediata da conquistare. Se quel che preoccupava il miles era la pertinacia della donna, ella ora muta atteggiamento, anche grazie alla strategia persuasiva dell’ancilla ora alleata dell’assediante. Tale strategia non deve poi essere particolarmente sottile, dato che, sottolinea maliziosamente il narratore, nemo invitus audit, cum cogitur aut cibum sumere aut vivere (Sat. 111, 13 “nessuno ascolta controvoglia, quando lo si costringe a prendere cibo o a vivere”). Così la donna passa est frangi pertinaciam suam: torna qui il termine pertinacia, indicante quell’ostinazione nel volersi privare del cibo – e dei conforti della vita – che le parole dell’ancilla, e il cibo e le parole del miles, oltre alla di lui non disprezzabile presenza fisica, contribuiscono ben presto non solo a incrinare, ma proprio a “spezzare”. E come, una volta conquistate le fortificazioni più esterne di una città, si può passare a un secondo assalto, diretto verso il cuore di essa, il soldato parte all’attacco, questa volta non dell’ostinazione della vedova, ma del suo pudore: etiam pudicitiam eius aggressus est (Sat. 112, 1). La donna, precedentemente, è stata qualificata come abstinentia sicca (Sat. 111, 13): la voluta ambiguità dell’aggettivo, indicante il duplice essere “a secco” della vedova – di cibo e bevande, ma anche eroticamente – viene ribadito là dove si esplicita la sua capitolazione, che avviene su un duplice livello: ne hanc quidem partem corporis mulier abstinuit, victorque miles utrumque persuasit (Sat. 112, 3,”la donna non tenne a digiuno nemmeno questa parte del corpo e il soldato, vittorioso, la persuase nell’uno e nell’altro campo”).

    4 – Il lessico della conquista, il linguaggio tratto dall’ambito militaresco, nella coeva prosa di Seneca sono volti a connotare la lotta contro i vizi per la lenta conquista della sapientia: nella novella petroniana, invece, le immagini agonistiche e il lessico mutuato dall’ambito militare segnano le tappe della progressiva distruzione e polverizzazione della pudicitia, o meglio, di un’immagine di pudicitia che si rivela ben presto uno sterile simulacro. C’è in questa novella petroniana un preciso intento parodico diretto contro il Seneca delle Consolationes e delle Epistulae morales ad Lucilium? John P. Sullivan, nel suo ricco saggio datato 1968 nel Capitolo V (“Critica e parodia nel Satyricon“, in particolare alle pp. 190 ss. dell’edizione italiana) discute di moralità nel Satyricon e nelle opere di Seneca, presenta molti spunti di riflessione in proposito, senza però prendere una posizione netta su molti passi, e affermando infine che: “[…] sembra difficile opporsi alla conclusione che i passi apertamente morali del Satyricon, sospetti come potrebbero esser comunque nella loro cornice umoristica […], siano qui per fini più letterari che didattici” (p. 204). Ma torniamo a quel victor miles … persuasit di Sat. 112, 2. Qui c’è, in prima battuta, il riconoscimento del successo di un attacco progettato razionalmente e condotto con ordine nella corretta articolazione delle sue parti. Ma c’è anche modo di osservare come la vittoria del soldato si connoti soprattutto come coronamento di un’opera di persuasione, o meglio, per parafrasare Dante, del fatto “che bell’onor s’acquista in far persuaso”. La vittoria sembra cioè tanto più onorevole in quanto il nemico cede sì, sconfitto, ma la sconfitta viene da lui percepita come una scelta consapevole, come un’adesione volontaria a un’argomentazione persuasiva che egli è libero di accogliere. In altre parole, in guerra e in amore tutto è concesso: anche, e soprattutto, mascherare l’opera di conquista in quella di una persuasione fra pari. Detto altrimenti, quella che è, tradizionalmente, come abbiamo visto in Ovidio, un’operazione di conquista condotta alla maniera di una campagna militare, o di una battaglia – fuori di metafora, la seduzione – che deve seguire una precisa strategia, diventa in Petronio il campo di battaglia in cui si dispiega la strategia della parola: la stessa attraverso la quale il miles, una volta resosi conto del rischio capitale che corre (in quanto i familiari di un crocifisso, vista allentata la custodia, hanno sottratto il corpo per seppellirlo), presenta indirettamente alla donna il suo suggerimento su come risolvere la spinosa questione. Certamente, egli non potrebbe chiederle direttamente il cadavere del marito da appendere alla croce rimasta vuota. E tuttavia, forte della vittoria che ha riportato da poco, egli osa l’inosabile: e così, attraverso quella che sembra una parodia della meditatio mortis di un aspirante suicida di stampo eroico (Sat. 112, 6), sollecita indirettamente, da parte della vidua, la soluzione che ella stessa, forse, gli vorrebbe proporre. La donna ora è non minus misericors quam pudica, e, da castissima che era (pudicissima, cfr. Sat. 112, 3, in accezione spiccatamente ironica), è ora diventata prudentissima (Sat. 112, 7: né, si noti, viene più qualificata come matrona o mulier, ma, con significativo ribassamento, solo come femina). Motivo di vanto non è più la pudicitia, ma l’ingenium, cioè, la sua “ingegnosa trovata”, che consente di fare tesoro delle risorse esistenti, proprio come si conviene -ed ecco qui che Petronio spariglia le carte ancora una volta – a una buona donna di casa, a una matrona, quale la protagonista del racconto viene presentata sin dalla prima riga della fabula. Si compie così la duplice trasformazione dei protagonisti del racconto, segno che in amore – e in guerra – tutto è lecito e tutto è possibile: sia il passaggio dal ruolo di squallido seduttore a quello di accorto persuasore, sia la transizione, in brevissimo tempo, dal ruolo di pudica vedova, per giunta aspirante suicida, a quello di donna pratica, capace di vilipendio del cadavere del marito per salvare il nuovo amante.

    Bibliografia di riferimento
    L. Castagna, La Novella della matrona di Efeso: meccanismi del riso, in La matrone d’Éphèse: histoire d’un conte mythique – Colloque international, 25-26 janvier 2002, “Cahiers des Études Anciennes”, 39, 2003, I, 27-42

    P. Fedeli-R. Dimundo, Petronio. I racconti del Satyricon, Salerno Editrice, Roma 1988;

    M. Labate, L’arte di farsi amare: modelli culturali e progetto didascalico nell’elegia ovidiana, Giardini, Pisa 1984;

    O. Pecere, Petronio: la novella della matrona di Efeso, Antenore, Padova 1975;

    J.P. Sullivan, The Satyricon of Petronius: A Literary Study, Indiana University Press, 1968 (trad. ital. Il “Satyricon” di Petronio. Uno studio letterario, La Nuova Italia, Firenze 1977).

     

    © Silvia Stucchi, 2018

  • Percontationes impossibiles I

    Percontationes impossibiles I

    Le interviste impossibili è il titolo di un programma della seconda rete radiofonica della RAI, andato in onda dal 1973 al 1975, per le cure di Lidia Motta. In esso uomini di cultura contemporanei fingevano di incontrare e intervistare illustri personaggi della Storia e della Letteratura, appartenuti ad un’altra epoca (o, in alcuni casi, nemmeno mai esistiti per davvero), e perciò impossibili da intervistare. Nel 1975 Valentino Bompiani curò una selezione di alcune interviste, oggi recuperabili in rete, nei canali di Youtube (due interviste, in cui a dare voce al personaggio del passato era Paolo Poli, sono reperibili su questo stesso sito, nella sezione intitolata “Testi”). La pagina di wikipedia https://it.wikipedia.org/wiki/Le_interviste_impossibili offre elenco e descrizione esauriente di quel lontano programma.

    Sulla base di quel precedente, presso il liceo Beccaria di Milano è stato organizzato, nell’a.s. 2016/2017, un identico esercizio. Le interviste, di cui qui si riporta quella a Penelope, ma a breve seguiranno altre, erano, naturalmente, tutte in latino. Alla loro stesura, sotto la guida dell’insegnante, ha partecipato una classe seconda, cui va il merito della realizzazione dei testi e, in seguito, della loro recitazione. Il modello è, oltre a quello già citato, l’uso dei “laboratori” delle vecchie scuole gesuitiche: dove pure, alla stesura di elaborati copioni teatrali partecipava, sotto la guida del maestro, tutta la scolaresca, che poi quei medesimi copioni metteva in scena nel saggio di fine anno. Una pratica alla quale oggi guardiamo forse con sufficienza, ma dalla quale ci sarebbe invece molto da imparare. E’ infatti, non occorre dirlo, un modo di sollecitare un uso attivo del latino, che applica la grammatica, ma non pone la conoscenza della grammatica come fine; e che, oltre alla conoscenze di lingua e di lessico, stimola la fantasia e il divertimento degli studenti. Un po’ come le didascalie pittoriche, o quanti altri esercizi ricordino che un uso parzialmente attivo di una lingua è sempre indispensabile per l’apprendimento della lingua stessa, anche quando lo scopo non sia parlarla; e che andare incontro al gusto ludico dei giovani è tutt’altro che un male, anzi spesso è fonte di grandi sorprese!

     

    PENELOPE

    PERCONTATRIX: Summo honori est mihi tecum congredi, Penelope: egregia uxor mariti egregii, probissima mater, optima nurus, fida coniunx, quamvis vir tuus viginti per annos te reliquerit, o miserrima!

    PENELOPE: Tibi gratias ago, puella. Nolo me gloriari, sed fateor te verum dicere.

    PERCONTATRIX: Sed dic mihi, regina. Quam vitam egisti et quam multa perpessa es, absente Ulixe?

    PENELOPE: Tristis et taeterrima fuit. Ithacae erant senes tantum, et pueri, et viduae. Nonne scis quot viros Ulixes secum Troiam abduxerit? Tandem solus revenit… Sed primi anni celeriter processerunt: Laertes civitatem regebat, ego Telemachum alebam et bono exemplo feminis Ithacensibus eram. Praeterea, pro certo habebam Graecos bellum celeriter composituros callidumque Ulixem dolum aliquem inventurum esse ad Troiam capiendam – exempli causa: ligneum equum… Et ille invenit equum, sed decem post annos! Interea ego clausa eram in cubiculo meo, et texebam, texebam…

    PERCONTATRIX: Domiseda et lanigera, mulier laudanda fuisti.

    PENELOPE: Certe! Num velles te laudari viginti per annos, domi clausam?

    PERCONTATRIX: Sed filius apud te vivebat, qui magno solacio tibi fuit.

    PENELOPE: Oh, Telemachus! … Meministine quid dixerit cum ausa essem descendere a cubiculo meo?

    PERCONTATRIX: Ita. Imperavit ut tu ascenderes ad cubiculum tuum textum; virisque tantum ius consistendi  in triclinio esse.

    PENELOPE: Ius consistendi et cenandi et epulandi, me texente …

    PERCONTATRIX: Nonne in fide mansisti viro tuo? Nonne callidam fraudem invenisti, telam texendo?

    PENELOPE: Certe! Callida, immo polytropos, ego quoque sum. Tamen anni ruebant, Ithacae certiores factae sumus Troiam captam esse, neque mariti nostri revenerant. Alii viri pervenerunt ab aliis insulis, mulieres Ithacenses denuo nupserunt,  alii infantes nati sunt. Ego autem semper clausa eram in cubiculo meo, et texebam et carminabam, carminabam et texebam …

    PERCONTATRIX: Num prodidisti virum tuum?

    PENELOPE: Minime, in fide mansi. Sed rumores fuerunt… Scisne quid de me Apollodorus mythographus scripserit ?

    PERCONTATRIX: Scripsit te coivisse deo Mercurio, et ab eo Pana genitum esse.

    PENELOPE: Calumniae, turpes calumniae!

    PERCONTATRIX: Quid mihi dicis de Procis ?

    PENELOPE: Advenerunt ad regiam, plures quam centum, principes, duces, ex universa Graecia, ut me uxorem ducerent! Femina fere quadraginta annorum eram, neque tamen foeda…

    PERCONTATRIX: Sed tu in fide mansisti et telam texebas. Postea ancillae perfidae te prodiderunt.

    PENELOPE: Num putas me, mulierem callidam quam quae maxime, non valuisse ancillas regere? Minime!

    PERCONTATRIX: Quis fraudem tuam detexit?

    PENELOPE: Ego scilicet. Fessa eram texendo et carminando, et Antinous pulcher erat.

    PERCONTATRIX: Sed postea Ulixes rediit.

    PENELOPE: Rediit et in fide ei manseram.

    PERCONTATRIX: Tandem una vixistis beati felicesque.

    PENELOPE: Id omnino verum non est… Nam paulo post  iterum abiit.

    PERCONTATRIX: Quo?

    PENELOPE: Nescio. Forsitan ivit quaesitum terras tam procul a mari sitas ut incolae ignorarent quid remus esset; forsitan ad Circem rediit; forsitan ivit visum quid esset ultra Herculis columnas. Multa de eo dicuntur.

    PERCONTATRIX: Et nunc? Nonne in Elysio una vivitis?

    PENELOPE: Plus minusve. Ille abit et redit. Vicesimo quoque anno redit.

    PERCONTATRIX: At tu? Quid agis, Ulixe absente?

    PENELOPE: Hic locus amoenus est nobis, ubi perpetua convivia habentur atque Demodochus nos delectat carminibus suis.

    PERCONTATRIX: Sed toto die, Ulixe absente, ante convivia, quid agis?

    PENELOPE: Texo et carmino, carmino et texo: sed etiam suavem musicam et pulchra carmina audio. In Elysio non tantum Demodochus est: etiam Orpheus, Linus, Archilochus, Alcaeus et multi alii sunt…et pulchri et iuvenes…..

     

    © Ivana Milani, 2018

  • La certificazione vista dagli studenti III

    La certificazione vista dagli studenti III

    Chiudiamo la serie di giudizi degli studenti sulla certificazione con un florilegio di pareri provenienti, questa volta, da un liceo scientifico milanese. Buon risultato del 2018, infatti, è stato il numero di certificazioni abbastanza elevato anche per studenti non iscritti al classico, e questo anche al livello più alto della certificazione (B1 e B2). In ogni caso, per organizzare il post, abbiamo messo assieme prima i giudizi relativi al livello B, poi quelli relativi al livello A. Gli esercizi, che qui non possiamo trascrivere per esteso, sono reperibili, lo ricordiamo, sul sito dell’USR Lombardia, alla pagina http://usr.istruzione.lombardia.gov.it/aree-tematiche/innovazione-tecnologica/certificazione-lingua-latina/specimina-2018/.

    Un’ultima annotazione: non tutti gli studenti che esprimono il loro parere sono risultati certificati, o certificati per il livello cui aspiravano. Questo rende, a nostro giudizio, ancora più interessante, se così è possibile, il loro parere.

     

    LIVELLO B (ricordo che si sta parlando di brani di Tacito)

    Nadia, IV anno (iscritta B2, certificata B1)

    ”In linea di massima non era troppo difficile capire cosa succedeva, ma l’analisi del periodo mi è parsa molto lunga e difficile. L’esercizio di parafrasi, il primo ad essere proposto, mi è sembrato facile, perché al momento di inserire le parole mancanti ce n’erano al massimo due per tipologia (modo/tempo/persone verbali ecc.). La parafrasi in sé, poi, secondo me chiariva diversi punti problematici del testo. Anche avere piazzato il riassunto verso la fine degli esercizi mi è sembrato utile per verificare se avevi capito la logica del testo. Più problematici gli esercizi intermedi: non il riconoscimento grammaticale, che non mi ha dato nessun problema particolare ed era abbastanza veloce da fare. L’esercizio di lessico è risultato più complesso perché era difficile capire il significato dei termini dove era più problematica la divisione dei periodi; ci si doveva ragionare un po’. Abbastanza facile invece l’esercizio “vero o falso”, perché molte frasi erano simili a quelle nel testo. In generale ho trovato più difficili le domande sulla parte finale del testo, ma mi sono aiutata con la parafrasi. Nella parte specifica del livello B2 ho avuto difficoltà nella traduzione, perché non mi erano chiari il contesto e la relazione tra i personaggi. Anche le immagini mi hanno spiazzata, così ho usato troppa fantasia o troppo poca”.

    Alessandro, III anno (iscritto B2, certificato B1)

    “Nel complesso ho trovato la prova abbastanza coerente con quelli che sono stati i testi di esercitazione forniti. Per quanto riguarda il test in sé ho trovato gli esercizi perfettamente fattibili, anche se ho riscontrato delle ambiguità per quanto riguarda alcune domande di comprensione a crocette; difatti, le differenze tra due risposte a una domanda le ho trovate – in pochi casi, fortunatamente – veramente minime, anche contando che del testo proposto non era richiesta una traduzione parola per parola, ma solamente una comprensione generale. Ho poi avuto alcune difficoltà nella trasformazione di una frase e nell’esercizio di riconoscimento grammaticale. Detto ciò, ho trovato particolarmente stimolante la parte del test esclusiva per il B2, in quanto sia il testo da tradurre, sia le immagini fornite erano sì molto “challenging” , ma anche divertenti da fare. Per concludere: penso di avere potuto apprezzare e trarre una buona dose di soddisfazione personale dallo svolgimento di questa certificazione, sebbene i risultati ottenuti siano stati al di sotto delle aspettative, forse anche in virtù di un criterio di valutazione molto stretto”.

    Matteo, III anno (certificato B2)

    “A mio parere, bisognerebbe porre in cima al testo un piccolo paragrafo che lo contestualizzi; sarebbe anche opportuno conoscere l’autore del testo e l’opera da cui esso è tratto. Il fatto di aspettarsi qualcosa dal testo (conoscendo il pensiero dell’autore o il contesto in cui scrive) ne facilita molto la comprensione. D’altronde, leggere un testo completamente ignoto e decontestualizzato non rispecchia una situazione reale. Si potrebbe poi, per aumentare la difficoltà, scegliere un testo con strutture sintattiche più complesse e frasi più lunghe. Mi è parso invece eccessivamente difficile l’esercizio sul lessico, a causa della sottigliezza del ragionamento richiesto per scegliere una soluzione piuttosto che un’altra. Forse le trasformazioni erano un po’ facili, almeno per come siamo abituati noi in classe, dal momento che richiedevano la sostituzione di al massimo un paio di parole”.

    Riccardo, III anno (iscritto, ma non certificato, B1)

    “Ho trovato difficoltà specialmente nella comprensione del testo, sia perché non avevo mai letto prima niente di Tacito, che ha uno stile certo non banale, sia perché ignoravo il significato di molti termini. La mia carenza nel lessico si è rispecchiata anche nell’esercizio corrispondente, che mi è risultato assai difficile. Inoltre, questo esercizio è composto da ben dodici domande, mentre l’esercizio di analisi grammaticale, decisamente più abbordabile (e, per me, più utile), è composto di sole quattro domande. Questa suddivisione mi ha penalizzato, penso, non poco. Nella norma gli esercizi rimanenti”.

    Roberto, IV anno (iscritto, ma non certificato, B1)

    “La prova non mi è sembrata troppo difficile nel complesso. Il testo era fattibile anche se ho dovuto leggerlo molte volte. Il primo esercizio (inserire le parole entro una parafrasi del testo di partenza) non era difficile, era solo un po’ lungo. Comunque si risolveva senza problemi, procedendo per esclusione. Anche il secondo esercizio (sul riconoscimento lessicale) era lungo, perché si doveva controllare il testo per cogliere l’esatto significato dei termini proposti e alcune opzioni erano simili tra loro. Il terzo esercizio (riconoscimento grammaticale) era il più veloce, bastava dare una veloce rilettura al testo. Sul quarto (vero o falso) ero sicuro delle mie risposte, ma avrò sbagliato certamente qualcosa, dato che per rispondere si doveva comprendere bene il testo e, come ho visto nelle simulazioni, ci sono delle finezze che fanno cambiare il senso alla frase e che sono difficili da cogliere. Il riassunto era l’esercizio più semplice. Ho letto i riassunti ancora prima del testo, per farmi un’idea. L’esercizio sulle trasformazioni è la parte che ho trovato più difficile”.

    Samuele, IV anno (iscritto di nuovo, ma non certificato, B1)

    “Questa volta, rispetto all’anno scorso, ero molto più tranquillo e sapevo grosso modo come affrontare la prova. Di sicuro ho mantenuto la calma e, nonostante avessi trovato la prova più difficile rispetto all’anno scorso, ero abbastanza sicuro di averla fatta meglio. Il brano in sé mi sembrava della giusta lunghezza e, senza considerare la struttura complessa dei periodi, riguardo agli avvenimenti narrati e al significato non mi sembrava neanche troppo complicato. Ricordo però che sia alla lettura del brano che nella parafrasi, più andavo avanti più mi sembrava difficile. Nell’esercizio di riempimento della parafrasi, il fatto di avere le parole già coniugate correttamente o nel caso giusto è stato sicuramente un grande vantaggio, anche se è stato notevolmente penalizzante il non conoscere certi vocaboli. Per quanto riguarda l’esercizio di riconoscimento lessicale, sicuramente aiutava l’esercizio precedente, che insieme al testo permetteva di comprendere più nello specifico gli avvenimenti. L’esercizio di riconoscimento grammaticale era complesso non tanto per le richieste, quando per il testo preciso, che a livello grammaticale ho trovato un po’ complesso. Molto insidiose le frasi da riconoscere come vere o false, in cui alcune proposte (almeno al momento dello svolgimento della prova) mi sembravano poco chiare e un po’ ambigue. L’esercizio successivo era il classico esercizio di scelta del riassunto corretto, con due opzioni che cambiano tra di loro all’interno delle varie possibilità proposte; non vi ho trovato nulla di particolare. L’esercizio di trasformazione, invece, penso che sia quello che ho fatto meglio, essendo puramente grammaticale e più abituale, e non l’ho neanche trovato troppo difficile. Complessivamente, pensavo di aver fatto meglio quest’esame rispetto alla prova di un anno fa, e non so cosa possa essere andato storto. Sicuramente il testo era più difficile a livello stilistico e di linguaggio rispetto a quello dell’anno scorso [un brano di Curzio Rufo, ndr], in cui invece c’erano più personaggi e alcuni avvenimenti mi erano risultati poco chiari. Sicuramente le regole del 75% e dei quattro esercizi su sei è estremamente limitante, soprattutto per quanto riguarda gli esercizi sulla parafrasi (che è il più complesso) e sul riconoscimento grammaticale (che ha solo quattro domande)”.

     

     

    LIVELLO A (brano della Vita Karoli di Eginardo)

    Roberto, III anno (certificato A2)

    “L’esercizio di riempimento di una parafrasi del testo per me era il più facile, perché più o meno tutte le parole da inserire potevano essere individuate escludendo le parti del discorso che erano già presenti nella frase e poi ragionando sulla concordanza. Nelle affermazioni da riconoscere come vere o false mi ha aiutato l’avere riconosciuto i passaggi chiavi del testo, pur senza tradurlo, perché sapendo di che parte del testo parlasse ogni domanda le ho confrontate una a una. Così anche per le domande di contenuto. L’esercizio di riconoscimento grammaticale è stato il più impegnativo, e in due domande non sapevo cosa rispondere. Quindi sono andato per esclusione. Riguardo alle congiunzioni, invece, non ho avuto grandi problemi. L’esercizio di trasformazione era molto facile a dire la verità, bisognava solo inserire il verbo, quindi non si facevano errori nel cambiamento dell’intera frase. Bastava solo stare attenti alla consecutio. Per l’esercizio finale, quello caratterizzante il livello A2, una parafrasi con parole però da flettere, vale lo stesso discorso fatto per l’altra parafrasi, tranne per il fatto che ora bisognava stare attenti a declinare/coniugare le parole nel modo giusto, guardando soprattutto la reggenza del verbo e i casi delle parole circostanti”.

    Davide, II anno (certificato A2)

    “Procedendo con ordine: l’esercizio di completamento della parafrasi era davvero facile, anche perché è stato molto semplice riconoscere quali elementi sintattici (verbo, congiunzione ecc.) mancassero; inoltre, la parafrasi non si discostava molto dal testo di partenza. Anche riconoscere le affermazioni vere o false era semplice, poiché le affermazioni erano quasi identiche al testo fornito; ho avuto solo un dubbio con una frase, poiché non mi era molto chiaro il contesto complessivo, in cui si parlava di un Carlo Magno senex che tenta invano di imparare a leggere. Le domande sul contenuto mi sono parse abbastanza complicate. In vari casi o non riuscivo a comprendere il significato delle diverse alternative, o ne ritenevo giuste più di una, o, in un caso, non mi era ben chiara la parte del testo di partenza cui si riferiva la domanda. L’esercizio di riconoscimento grammaticale era molto semplice, ma ho avuto dei dubbi su un paio di domande, ignorando l’esistenza del sostantivo actus, -us. L’esercizio di trasformazione era decisamente più semplice di quelli affrontati in classe: difatti, quelli della prova si basavano su semplici regoline della grammatica. Nell’ultimo esercizio mi è parso semplice individuare le parole da inserire negli spazi relativi; ovviamente, c’erano più difficoltà rispetto all’esercizio iniziale, anche per la mancanza di un testo da confrontare. Ad ogni modo, mi è piaciuto molto sperimentare una tipologia di esercizi diversi da quelli che solitamente svolgiamo in classe, ed è stato divertente mettersi alla prova. Inoltre (come è giusto che sia) sono molto contento del risultato”.

    Giovanni, II anno (non certificato)

    “Per me ci sono state parecchie difficoltà negli esercizi di trasformazione e nel completamento della parafrasi in cui si dovevano anche flettere le parole del testo, esercizi che richiedevano una maggiore padronanza della lingua. Per quanto riguarda l’esercizio di riconoscimento grammaticale, bisognava semplicemente sapere la grammatica. Negli altri esercizi ho trovato delle ambiguità in alcune domande, ambiguità che penso sia stata creata di proposito. L’esercizio di completamento di una parafrasi mi ha creato problemi solo per due completamenti, e sinceramente il fatto che i vocaboli presenti fossero in maggior numero di quelli da inserire non mi ha infastidito. È stata comunque una bella esperienza incontrare esercizi diversi da quelli che facciamo in classe, come il completamento di testi e frasi o il vero/falso. Anche avere frequentato un corso di preparazione è stato utile per capire a cosa stessi andando incontro. Sono contento dell’opportunità, che spero mi venga concessa anche l’anno prossimo”.

    collettivo di classe, II anno (vari esiti)

    “Ciò che forse, almeno in un primo momento, ci ha lasciato più spiazzati è stato l’argomento del brano proposto, il cui soggetto era Carlo Magno, un personaggio che certamente non si è soliti incontrare nello studio del latino classico. Superato questo attimo di disorientamento, però, la parte più complicata della prova è stata l’interpretazione di alcuni vocaboli o costrutti mai affrontati in classe. Mentre la comprensione generale del brano risultava abbastanza semplice, i passaggi che contenevano questi elementi ci sono parsi complessi da contestualizzare (vista anche la nostra pressoché totale mancanza di nozioni di Storia sul periodo trattato) e, di conseguenza, le domande inerenti ad essi erano di gran lunga le più difficili da risolvere. Inoltre, nonostante fossimo stati ampiamente preparati per questo, il non poter consultare il dizionario ha sicuramente influito sulla prova, visto che in ogni altro nostro approccio alla lingua latina siamo abituati ad averlo a fianco. Fortunatamente, però, le domande erano poste in modo chiaro, e ciò ci ha permesso di trovare quasi sempre una risposta, aiutandoci con gli elementi conosciuti presenti nel brano. In generale riteniamo che, nonostante qualche insidia, la prova non fosse impossibile o eccessivamente complessa. Sicuramente è stata una bella sfida, molto utile per verificare competenze diverse da quelle che vengono richieste in classe durante la settimana”.

    Martina, II anno (non certificata)

    “Non ho riscontrato particolari difficoltà nella comprensione del testo iniziale, nonostante mi sia servito leggerlo numerose volte e non conoscessi il significato di alcune parole, che però non erano fondamentali per capire il contenuto. Per questo motivo gli esercizi che ho trovato più semplici sono stati la scelta “vero o falso” e le domande sul contenuto, con l’unica difficoltà, in due o tre domande, di non riuscire a capire una parola, e quindi non comprendere a pieno quale fosse la richiesta. È stata una sfortuna che il lavoro fatto in classe insistendo sui vari pronomi sia stato fatto dopo lo svolgimento della certificazione, poiché questo mi avrebbe molto aiutato, rileggendo la prova adesso, nello svolgimento dell’esercizio di riconoscimento grammaticale (il quale riguardava anche argomenti non ancora svolti, sui quali avevo tentato di prepararmi, ma ovviamente la spiegazione fatta da un sito internet non aiuta granché); la mia difficoltà nello svolgere questo esercizio è stata anche dovuta ad alcune carenze che mi rendo conto di avere in analisi grammaticale. L’esercizio di completamento della parafrasi è una tipologia che ho incontrato per la prima volta nella certificazione (su cui quindi non ero particolarmente allenata), e che era abbastanza incentrato sul lessico (sul quale io, essendo abituata ad utilizzare il dizionario, non sono molto ferrata e sul quale ho tentato di prepararmi, ma acquisire familiarità con una lista di parole delle quali forse una era presente nel testo, con poco preavviso, non ha aiutato molto). L’esercizio che ho trovato più difficile in assoluto è stato quello delle trasformazioni, nel quale mi sono trovata più volte a capire quale struttura avrei dovuto utilizzare, non riuscendo però a capire il senso della frase da trasformare o ad elaborare il costrutto che avevo in mente. Inoltre, questo tipo di esercizio non è di solito presente nelle esercitazioni svolte in classe o come compito a casa”.

    Giorgia, IV anno (certificata A2)

    “Essendo in quarta e dovendo provare un livello di certificazione che di solito si passa al biennio, le esercitazioni che ho svolto non sono state molte. Tuttavia, quando mi sono trovata davanti la certificazione vera e propria mi sono sentita sollevata: era preceduta da un breve riassunto in latino, che nelle esercitazioni svolte in classe non era presente. Anche se può sembrare banale, il riassunto aiuta moltissimo nella comprensione del testo, perché tratta lo stesso argomento con parole diverse, spesso più facili e con costruzioni sintattiche meno complicate. Leggendo il riassunto ci si fa un’idea che poi bisognerà confermare o smentire leggendo tutto il testo, stando attenti però a non convincersi di un’idea sbagliata, cadendo nell’errore di forzare il testo per adattarlo alla propria idea. Anche l’esercizio di completamento della parafrasi aiuta nella comprensione del testo, soprattutto se le varie cornici narrative vengono confrontate contemporaneamente, individuando le frasi equivalenti nel riassunto iniziale, nel testo vero e proprio e infine in quest’esercizio. Per quanto riguarda la risoluzione dell’esercizio di parafrasi non ho avuto particolari problemi, si trattava solo di individuare il tipo di parola richiesta e poi scegliere quella con il significato calzante. Anche scegliere fra frasi vere e false non è stato particolarmente difficile, anche se essendo abituati agli esercizi del First si fa un po’ di difficoltà, perché nella certificazione inglese sono più specifici nelle domande e danno molta importanza al significato stretto delle parole, mentre in questo tipo di certificazione il significato assunto è più ampio: Carlo è amico di Fabio ed escono insieme / A Carlo fa piacere uscire con Fabio, magari la risposta per la certificazione latina potrebbe essere VERO mentre per il First sarebbe FALSO, perché la seconda affermazione non è davvero specificata dal testo. Le domande di comprensione erano generalmente meno ambigue e non ho trovato particolari difficoltà. Per quanto riguarda la Grammatica, c’è poco da fare: tutto il ragionamento possibile non basta se non è accompagnato da un minimo di conoscenze. Ed è la Grammatica che prevale negli esercizi di riconoscimento dei fenomeni e di trasformazione delle frasi. L’esercizio per l’A2 mi ha stupito, pensavo che fosse molto complicato e all’inizio non ero sicura di avere abbastanza tempo per farlo, invece l’ho trovato molto più semplice di alcuni degli esercizi precedenti. In particolare, gli esercizi più complicati per me rimangono quelli a base puramente grammaticale, ma credo che le difficoltà derivino soprattutto dalle mie carenze in materia”.

    Pietro, III anno (certificato A2)

    “Avendo ottenuto la certificazione al massimo livello per me possibile, ritengo che la prova fosse del tutto affrontabile – quasi troppo semplice, ad essere onesti, in confronto a quelle affrontate in sede di preparazione. Meglio così!”.

    Come commento finale, in attesa di ricevere quelli dei lettori, rubo la battuta a due colleghe ed amiche: “Troppe volte noi adulti organizziamo cose intelligenti e poi pretendiamo di giudicarle solo noi”; “Un bacio in fronte ai ragazzi che hanno risposto! (forse hanno capito più di molti adulti…)”. 

  • La certificazione vista dagli studenti II

    La certificazione vista dagli studenti II

    Quando ho sentito parlare per la prima volta della certificazione di lingua latina ho provato subito grande curiosità: una lingua antica trattata come una lingua contemporanea mi pareva un esperimento stimolante. L’osservazione della tipologia di esercizi proposti, poi, come segnalatomi da ex alunni, ricordava molto certi esercizi particolari cui ho l’abitudine di sottoporre da molti anni i miei studenti; la mia prima curiosità è però stata quella di capire se ci fosse una corrispondenza tra i livelli di certificazione e i titoli già conseguiti: a che cosa corrispondeva la laurea in lettere classiche? E l’abilitazione all’insegnamento di latino e greco? La risposta dei referenti è stata netta: non c’era corrispondenza, se tuttavia avessi voluto, potevo tentare di conseguire la certificazione da “esterna”, dato che la sperimentazione è riservata prioritariamente agli studenti.

    Detto, fatto. Mi sono iscritta, ma, abitando a Bergamo, per impegni di lavoro nel 2017 ho affrontato la prova B1, il livello più alto cui potevo accedere senza andare a Milano; quest’anno mi sono organizzata meglio e, da un lato, ho cominciato a preparare i ragazzi del mio liceo, dall’altro mi sono recata a Milano, dove ho conseguito il livello B2.

    So che non ne avrei avuto alcun bisogno, ma la sfida era troppo interessante e rimettermi in gioco e alla prova dopo quasi 30 anni di insegnamento mi sembrava doveroso, esperienza magari da far assaggiare a tutti i docenti di latino….

    Al netto della mia esperienza personale quali sono gli aspetti positivi? Quali le criticità?

    Gli aspetti positivi sono molti, soprattutto per chi, come me, provenendo da studi classici, ma insegnando in un liceo scientifico, è da sempre convinta che lo studio del latino sia una palestra irrinunciabile per le menti scientifiche, conferisca elasticità e scioltezza ai meccanismi logici della mente, motivo per cui non mi stupirei se presto o tardi si riconoscesse (e da più parti si sta già riconoscendo) che alla fine del percorso scolastico gli studenti del liceo scientifico tradizionale abbiano maggiori capacità in tal senso rispetto agli studenti delle scienze applicate: sarebbe interessante un’indagine in tal senso, ora che abbiamo portato a termine da qualche anno il ciclo completo del curriculum di scienze applicate. Inoltre, presentare una “certificazione” di lingua latina, sotto certi aspetti “svecchia” la lingua e la rende più appetibile per i ragazzi che, pur frequentando un liceo scientifico, hanno imparato ad apprezzarla.

    Ci sono anche alcune criticità, ma esclusivamente di tipo organizzativo; se la proposta è rivolta soprattutto agli studenti di liceo, è indispensabile metterli nelle migliori circostanze per usufruirne.

    Mi spiego meglio: l’esame è sempre all’inizio di aprile, ma la data precisa viene comunicata solo poche settimane prima (un mesetto, di solito). Questo è un grosso errore: le scuole superiori DEVONO calendarizzare le loro attività all’inizio dell’anno scolastico, già entro metà ottobre abbiamo le idee chiare, pertanto sarebbe opportuno conoscere al più presto la data dell’esame per poter evitare spiacevoli sovrapposizioni. Quest’anno, per esempio, alcune alunne brave del mio liceo non hanno potuto partecipare, perché in quei giorni erano in gita scolastica…. La comunicazione di una data certa entro ottobre favorirebbe anche l’organizzazione di eventuali corsi di preparazione all’esame.

    Spero ardentemente che un’iniziativa così diversa dal solito ed intellettualmente intrigante venga promossa e pubblicizzata sempre più e sempre meglio, magari individuando nelle scuole che vi partecipano un docente referente cui inviare direttamente le informazioni che non sempre sono di immediato reperimento sui siti istituzionali (ad esempio sia l’anno scorso che quest’anno ho fatto fatica a trovare il link con i risultati….)

    Ringrazio della possibilità che mi è stata offerta di esprimere la mia opinione ed auguro a tutti buon lavoro.

    © Mariavincenza Corea, Liceo Scientifico “Lorenzo Mascheroni”, Bergamo

  • la certificazione vista dagli studenti I

    la certificazione vista dagli studenti I

    Quest’anno “Latinoamilano” non ha volutamente dedicato nessun post alla certificazione. Al quinto anno di svolgimento, la prova è parsa infatti ormai  “entrata a regime”, e non più bisognosa di presentazione. A prove completate, è sembrato invece utile, attraverso la collaborazione di alcuni insegnanti, che qui ringrazio, chiedere agli studenti che hanno affrontato la certificazione 2018 un loro parere sull’esperienza. Riporto in questo post la voce di due studenti di Liceo Classico, che hanno entrambi affrontato (e superato) la prova B2.

    Valeria

    Una certificazione di latino: chi lo avrebbe mai detto? Siamo abituati a certificare l’inglese, il francese, lo spagnolo…ma una lingua come il latino la immaginiamo solo sui libri, fra le quattro mura scolastiche. Eppure, ho deciso di buttarmi, di provare questa esperienza, senza avere grandi aspettative, ma decisa a fare del mio meglio. E per quanto ci si possa preparare, esercitandosi con le prove degli anni precedenti, o ripassando la grammatica, quando ti trovi davanti alla prova comincia la vera e propria sfida: hai a che fare con nuove tipologie di esercizi, manca la confortante presenza del dizionario e le lancette dell’orologio corrono veloci. Matita in mano, non si può che cominciare dalla lettura del testo, all’inizio accompagnata da un certo panico e dalla sensazione di non capirci nulla; piano piano, però, lettura dopo lettura, le parole si riordinano, il senso si delinea e il respiro torna regolare. Ma è solo l’inizio: riassunti, completamenti, quesiti a scelta multipla, e finisci per non essere più sicuro nemmeno del tuo nome! Quasi senza rendersene conto, però, un esercizio comincia a chiarire l’altro, gli spazi bianchi che hai lasciato iniziano a riempirsi; è come se poco alla volta ti rendessi conto di qualcosa che non avevi notato, e basta ricordarsi di una regola grammaticale che non avevi considerato per illuminare una frase. Ma quando, finalmente, pensi di aver superato il grosso delle difficoltà, ecco la consegna più temuta: “traduci”. Solo in quel momento ti rendi conto di quanto tu abbia sempre fatto affidamento sul vocabolario, e ancora una volta devi far ricorso a risorse che non sapevi di avere: provi a intuire il senso, ti appelli alla grammatica – unico salvagente in un mare di vocaboli sconosciuti – e le parole che riconosci (quelle che i prof. ti avevano costretto ad imparare, e non ne capivi il perché…) diventano appigli per ricostruire il senso di intere frasi; anche la lingua italiana e le etimologie sono fondamentali, in una sorta di procedimento inverso per dare significato alle parole latine.

    Quando mi sono alzata per consegnare, mi sentivo come spremuta di ogni energia, ma ero anche soddisfatta del mio lavoro e di quello che ero riuscita a fare. Quando poi ho saputo di aver ottenuto il B2, quasi non ci credevo: mi sono sentita orgogliosa di me stessa! È stata sicuramente un’esperienza particolare, e sono convinta che mi abbia arricchito, facendomi scoprire capacità e competenze che non sapevo di avere. Se tornassi indietro, lo rifarei senz’altro.

     

    Federico

    Giovedì 12 aprile io e altri miei compagni di quinta superiore abbiamo preso parte a una certificazione linguistica del tutto particolare. Non aveva nulla a che fare con le lingue moderne, le lingue del progresso, della comunicazione di massa, della globalizzazione: la prova invece garantiva, a chi l’avesse passata, il riconoscimento da parte della CUSL del livello di conoscenza della lingua latina. Ora, non saprei dire l’impressione degli altri partecipanti, ma l’espressione “certificazione linguistica” per me rimanda direttamente al termine “curriculum”, che a sua volta introduce alla vaghezza e indeterminatezza della parola “lavoro”.

    Avendo messo da parte ogni finalità utilitaristica nei confronti di questa prova, dal momento che la maggior parte di noi intende intraprendere studi di carattere scientifico, ci siamo “rimboccati le maniche” e abbiamo deciso di vivere questa certificazione come una sfida da superare, o come un’esercitazione per gli  esami che ancora ci attendono nella carriera scolastica. A questa prova non era ammesso l’utilizzo del dizionario, e  ciò ha minato non poco la nostra convinzione, in quanto esercizi come quelli proposti, sui quali ci siamo potuti esercitare prima dell’esame con del materiale online, erano abbastanza estranei a quelli che eravamo abituati a fare. Tra dubbi e incertezze, abbiamo comunque sostenuto la prova al liceo “Carducci” di Milano. Non posso fare a meno di dipingere con toni entusiastici questa esperienza, non solo perché ha permesso di entrare in contatto con tante “facce nuove” del classico, ma anche e soprattutto perché ci ha consentito di cimentarci in modo completamente diverso, inusuale, quasi “moderno”, nell’analisi di una lingua antica. Considerando l’esperienza, ho compreso come un approccio con la lingua che non veda sempre e solamente il dizionario come intermediario tra il traduttore e la stessa consenta una più profonda penetrazione, una maggiore indagine su di essa. Quando non si ha il dizionario come compagno, ci si mette in gioco veramente, e allora ci si sente più coinvolti nel testo, si analizzano a fondo le radici dei verbi, le desinenze, si è in qualche modo costretti a richiamare le reminiscenze grammaticali che, in questo contesto più che mai, hanno un ruolo determinante. Ma la grammatica non è tutto, dal momento che, per quanto la memoria svolga un ruolo decisivo, non si possono conoscere, ad esempio, tutti i termini che un vocabolario ricco e composito come quello di Tacito [l’autore proposto, ndr] richiede, e allora ci si adegua con l’intuito e con la logica, i grandi protagonisti di una sfida del genere.

    Per tirare le somme, consiglio caldamente la partecipazione a certificazioni di questo tipo non tanto in termini di effettiva utilità nella prospettiva del futuro, perché, diciamocelo, oltre che potersi vantare di avere lo stesso livello linguistico in inglese e in latino molto altro non si può fare, quanto piuttosto come esperienza per un approccio più diretto, più vicino, con una lingua che, grazie al suo insegnamento, non è mai morta per davvero.

     Al di là del giudizio positivo sull’esperienza, credo che le due testimonianze consentano di mettere in evidenza alcuni elementi importanti:
    1) l’atteggiamento con cui la prova viene affrontata, consapevoli di una sua “non utilità” immediata, ma senza per questo rifiutarla come una perdita di tempo. I giovani, più degli adulti, sono disposti a mettersi in gioco, a sperimentare e a sperimentarsi, a provare esperienze nuove, coscienti che un tempo speso così non è mai mal speso.
    2) il metodo seguito – ognuno dei due ragazzi ha il proprio, ma vi si riconosce un atteggiamento comune, che parte dalla lettura plurima del testo; dal riconoscimento progressivo dell’importanza della concatenazione degli esercizi, che sono parte di un tutto; dall’appello alla logica e a un sapere spesso sepolto, da far riaffiorare in superficie. 
    3) il riconoscimento, a cose fatte, che l’esperienza è stata superabile grazie al “ricorso a risorse che non sapevi di avere” e a una “più profonda penetrazione, una maggiore indagine” sul testo: non quindi a un sapere più profondo, ma a un saper fare più profondo…
    4) il punto di snodo riconosciuto da entrambe le testimonianze nel mancato uso del dizionario; ma entrambe le testimonianze riconoscono poi anche che, superato il primo momento di panico, proprio questo elemento si è trasformato nella carta vincente.
    5) entrambi i ragazzi (che provengono da classi diverse) riconoscono di avere consultato e utilizzato prima della prova il materiale online messo a disposizione dall’USR Lombardia. Altri preferiscono invece affrontare la prova come una “fotografia” del loro sapere, senza verifiche preliminari. Entrambi gli atteggiamenti sono, secondo me, corretti, anche se avere una vaga idea del tipo di prove richieste probabilmente aiuta nell’ottenimento della certificazione. Non è però questo il problema. Interessa di più osservare che entrambi i ragazzi ammettono che le prove differiscono abbastanza da quanto sono abituati a fare in classe. Su questo, forse, bisognerebbe ragionare di più…
    Questo è il parere di due ragazzi certificati, e studenti di Liceo classico. A breve seguirà, spero, un altro post, con il parere di altri studenti. Tutti poi sono invitati a intervenire con le loro idee e la loro impressione, utilizzando la funzione “Leave a Reply”, o scrivendo al mio indirizzo di posta (ma**************@***mi.it). In particolare, naturalmente, sarebbe interessante sentire la voce anche di chi NON ha conseguito la certificazione, o ha rinunciato ad affrontare la prova. La discussione sarà utile per tutti!
  • Una pausa scherzosa

    Una pausa scherzosa

    Avvicinandosi la fine dell’anno e, per chi ne è coinvolto (quinte liceo e università), il periodo degli esami, offriamo il link, in varia forma, a una simpatica serie di sketch, disponibili alla libera consultazione in gran numero, su youtube e gli altri social. Qui ne presento quattro, frutto di una mia personale selezione. Altri sono disponibili, piccole pillole di 2/3 minuti al massimo, alcuni più riusciti, altri meno, alcuni più volgari, altri meno. Ma ognuno potrà trovare il video di suo gradimento, anche perché la vita del liceale in fine di carriera/dell’universitario alle prese con il sistema vi è ritratta sempre fedelmente e, per quanto di mia competenza, posso solo confermare certe frecciate su aule e ambienti delle università milanesi.

    Autore è Filippo Caccamo, lodigiano, venticinquenne (nato nel 1993), studente di Beni Culturali, con al suo attivo spettacoli teatrali, partecipazioni a Zelig e altro, passaggi televisivi.

    Buon divertimento a tutti!

    1.  le università milanesi

    https://www.youtube.com/watch?v=eRI4j5IETjI

    2.  il professore in università

     

    3. 20 giustificazioni per non studiare

    https://www.youtube.com/watch?v=WYnxRyrEtZc

     

    4. e dopo l’università cosa farai?