Tag: school

  • Le piante delle Bucoliche – VI

    Le piante delle Bucoliche – VI

    Man mano ci addentriamo nel Liber virgiliano, troviamo situazioni e piante già incontrate in egloghe precedenti. La sesta egloga è speculare alla quarta: una profezia che dall’hic et nunc del poeta (il consolato di Pollione) volge lo sguardo verso un futuro umanamente lontano, in una; una narrazione che dal formarsi del mondo dal Caos indiscriminato arriva fino alla stretta contemporaneità del poeta, nell’altra. La sesta egloga racconta, sotto forma di mito (come la quarta sotto forma di profezia), la Storia del mondo, dalle origini all’oggi di Virgilio, simboleggiato dalla proclamazione a poeta dell’amico Cornelio Gallo. Nelle trasformazioni che hanno dato origine al mondo non mancano le piante: viene da quel contesto la frase Incipiant silvae cum primum surgere (v. 39), adottata, come sappiamo, quale titolo del libro di Gigliola Maggiulli, che ci fa costantemente da guida.

    L’egloga ha struttura complessa. I primi sei versi servono di introduzione programmatica; al mondo agreste riporta l’immagine di Thalia, la musa della commedia e, per estensione, della poesia bucolica, che non erubuit silvas habitare. Dal v. 6 al v. 12 c’è una dedica, a un Varo tradizionalmente identificato nel giurista cremonese Alfeno Varo. In questa sezione due, e di tradizione, sono i richiami al mondo vegetale. Il flauto del poeta è indicato con l’immagine usuale della canna, tenuis harundo, v. 8; la poesia virgiliana è sintetizzata nel richiamo alle myricae, v. 10, e al nemus, v. 11, in modo del tutto simmetrico a quanto visto nell’egloga quarta alla quale, dunque, rimando (nemus è, come sappiamo, interscambiabile con silvae, il termine attestato nell’altra egloga).

    Dal v. 13 al v. 30 si estende la cornice propriamente detta. In essa si racconta di come due pastori (pueri, v. 14), con l’aiuto della ninfa Egle abbiano costretto il ritroso Sileno a donare loro un canto da tempo promesso, sorprendendolo al mattino, ancora sotto l’effetto delle abbondanti libagioni della sera precedente (Sileno era stato tutore di Bacco, e da questo suo ruolo conserva un’evidente passione per il succo dell’uva). La scena si ambienta in aperta campagna, nei pressi dell’immancabile grotta (v. 13). Pochi, però, gli elementi vegetali: sul capo di Sileno pende, secondo una consuetudine greca, una corona di fiori, che si era soliti porre in testa in occasione del convivio (v. 16). I fiori della corona servono ai due pastori per ricavarne dei legacci, vincula, parola e situazione più volte insistite (vv. 19 e 23). Si tratta, ovviamente, di legami molto fragili, quasi scherzosi, più di parvenza che reali. Ma Sileno d’altronde, una volta svegliatosi e capita la situazione, non sembra contrario a offrire il suo canto. Il volto del semidio al risveglio è rosso, perché così l’ha dipinto Egle, v. 22, utilizzando come colorante il succo delle more selvatiche, il rubus ulmifolius. La ragione del gesto nel complesso ci sfugge; ma certo Sileno, così dipinto, assomiglia più che mai a una statua oracolare.

    (more di bosco in fase di maturazione)

    L’ultimo riferimento botanico di questa prima parte si riferisce all’effetto del canto di Sileno, che fa sentire la sua azione su creature e animali selvatici (Fauni et ferae, v. 27), ma anche sulle piante. Le rigidae quercus ondeggiano muovendo ampiamente la loro chioma, come per assenso alle parole del semidio (v. 28).

    (quercus virgiliana [roverella], riconosciuto come
    albero monumentale, nel comune di Maglie, Lecce
    )

    Anche il finale dell’egloga presenta elementi di cornice (vv. 82-86). Del canto di Sileno si dice infatti che è un canto famoso, che era stato composto da Apollo – il dio della poesia – che se ne avvalse mentre viveva sulle rive dell’Eurota (il fiume di Sparta e della Laconia tutta, sulle cui sponde il dio corteggiò inutilmente Dafne e amò tragicamente Giacinto). L’Eurota si era fatto interprete e memoria di quel canto, lo aveva insegnato alle piante di alloro che sorgono numerose lungo il suo corso, e da quelle piante, presumibilmente, lo deve avere appreso Sileno. Il legame alloro/Apollo è comunque tradizionale, così come quello alloro/poesia, visto che di corone di alloro si incoronavano i vincitori delle gare pitiche, che prevedevano competizioni per musicisti e poeti.

    (il fiume Eurota)

    Veniamo al canto vero e proprio. Sileno rievoca la formazione del mondo, con linguaggio fortemente epicureo. Le piante sono, come s’è detto, un elemento di questo processo, ma non particolarmente insistito (vv. 31-40). In seguito, Sileno traccia una storia dell’umanità dalla conquista del fuoco al diluvio universale (l’ordine, nell’egloga, è inverso), al mito degli Argonauti e della nave Argo, la prima a solcare i mari. Dal v. 45 in poi, Sileno si concentra sulla figura di Pasifaë, la mitica moglie del re Minosse di Creta, che, per una vendetta di Afrodite, si innamorò di un bianco torello con il quale, alla fine, concepì il Minotauro. Virgilio si interessa soprattutto alla parte dolorosa della storia, quella dominata dall’impossibilità pratica di un’unione fra una donna e un toro, e dal dolore che ne consegue nell’animo di lei, dominato da una passione forzatamente insoddisfatta. La vicenda si presta a introdurre diversi elementi vegetali: mentre Pasifaë vaga incessantemente sui monti, alla ricerca di un amato che sempre le sfugge (perché liberamente al pascolo; e perché, ovviamente, non capisce le attenzioni della donna), il torello, tranquillamente sdraiato sull’erba (molli fultus hyacintho, v. 53), rumina l’erba rendendola pallida con i succhi gastrici (pallentes ruminat herbas, v. 54), all’ombra di un leccio (ilice sub nigra), o, se proprio ne ha voglia, presta le sue attenzioni alle altre mucche della mandria. Il giacinto naturalmente non può sorreggere un toro, né costituisce il componente primario di un campo. Ma un campo ricco di giacinti selvatici (da non ricercare necessariamente in montagna) è un campo fiorito, florido, invitante, nel quale è bello pascolare e fermarsi a ruminare. Quanto al leccio, è una new entry nell’immaginario bucolico virgiliano. Noto anche come elce, appartiene al genere delle querce (quercus ilex è il suo nome scientifico), ed è, come quelle, pianta spontanea nei nostri climi, anche se diffusa soprattutto lungo la costiera tirrenica, di longevità secolare ed ampie dimensioni (può arrivare ai 20 m di altezza e ai 4/5 di diametro) e fitto fogliame scuro (nigra). Una ilex sovrastava, stante la testimonianza di Orazio, il fons Bandusiae probabilmente situato nel suo possedimento in Sabina (carm. 3, 13).

    (leccio solitario)
    (foglie e ghiande di leccio)

    Messa da parte una fuggevole allusione ad Atalanta e alle mele d’oro delle Esperidi (che non sono piante reali), v. 61, un altro mito ad alto tasso botanico, diciamo così, è quello delle sorelle di Fetonte che, dopo il recupero e il seppellimento del cadavere del fratello (fulminato da Giove per i disastri procurati guidando con imperizia il carro del Sole), addoloratesi oltre misura, furono trasformate in ontani. Il narratore esterno dice che, vv. 62-63, con il suo canto (o forse meglio, ‘nel suo canto’, all’interno dei temi trattati), Sileno le musco circumdat amarae corticis, e poi le solo proceras erigit alnos, “le circonda con l’amara corteccia di muschio” (non è il muschio ad avere corteccia, naturalmente, ma l’alnus; il muschio si estende sulla corteccia delle piante) e “le fa sorgere dal suolo trasformate in alti ontani”. L’ontano, alnus glutinosa, è una pianta arborea alta 10 e più metri, che vegeta un po’ in tutta Italia dal livello del mare fino ai 1000/1200 m di altitudine, con una certa preferenza per la regione delle Prealpi e dei laghi prealpini. L’ontano ama infatti i terreni umidi, acquitrinosi, quando non addirittura paludosi, e i corsi d’acqua: il che si adatta perfettamente al mito di Fetonte, secondo tradizione caduto nelle acque del fiume Eridano (sia questo, o no, l’attuale Po). La corteccia dell’ontano ha proprietà curative, e viene perciò utilizzata in decotti di odore gradevole, ma sapore amaro (amarae corticis).

    (alnus glutinosa)

    Quanto al muschio, si tratta di pianta pioniera, ossia tra le prime a insediarsi per colonizzare un ambiente, che ama anch’essa l’umidità ed è capace di trattenere una grande quantità d’acqua per lunghi periodi, per poi rilasciarla lentamente nell’ambiente circostante. Una pianta di muschio è formata da piccoli fusti e da foglie microscopiche, prive di tessuti vascolari e di vere radici. La funzione di ancoraggio al terreno è infatti svolta da strutture filamentose sotterranee, i rizoidi, attraverso i quali la pianta si espande a coprire la massima superficie possibile.

    (muschio su corteccia di conifera)

    La scena centrale dell’egloga è però costituita dall’investitura poetica di Cornelio Gallo, vv. 64-73. Essa si svolge lungo le rive del Permesso, il fiume che scende dall’Elicona, già luogo sacro alle Muse nella poesia esiodea. Proprio Esiodo è esplicitamente nominato come predecessore di Gallo. A celebrare la grandezza di questi, arrivano Apollo e tutto il corteo delle Muse. La cerimonia vera e propria viene compiuta tuttavia da Lino, mitico cantore e figlio di Apollo, già evocato nella quarta egloga. Lino ha sul capo una corona trionfale, fatta di generici fiori e di apio amaro, v. 68. L’apium graveolens, il banale sedano della nostra cucina (secondo altri, il prezzemolo), è pianta usata per incoronare i vincitori dei giochi Nemei, che al loro interno prevedevano anche gare di canto. I giochi erano stati istituiti, secondo la tradizione, per una circostanza luttuosa, e Lino, a sua volta, era considerato il fondatore del genere elegiaco, praticato da Gallo, ma che in origine era utilizzato soprattutto per le lamentazioni funebri. Ciò spiegherebbe l’aggettivo amarum, che mal si addice al sedano in sé (o al prezzemolo).

    (sedano coltivato)

    Nel corso dell’investitura, Lino consegna a Gallo una zampogna, indicata con l’immagine tradizionale dei calami, v. 69. Dello strumento si dice che con esso Esiodo fosse stato capace di smuovere le piante, come un novello Orfeo. L’immagine è espressa con la scena delle rigidae orni che, al suono della zampogna, abbandonano i monti e seguono il cantore (v. 71). L’ornus, o più esattamente fraxinus ornus, in italiano detto anche orniello o frassino della manna, è pianta di media altezza (in genere non supera i 10 m), diffusa un po’ in tutta Italia, ma specialmente nelle regioni alpine e prealpine del Nord, fino a un’altitudine di 1200/1500 m, e in quelle appenniniche, fino a un’altitudine massima di ca. 1000 m. E’ pianta robusta, capace di ripopolare terreni desertici, che si usa anche come ornamento dei giardini in virtù della sua ampiezza e della bella fioritura tardo primaverile, oltre che, alle volte, per il suo legname. Ha radici tenaci e robuste, che impediscono al terreno di franare, ma forma slanciata, che non impedisce alla restante vegetazione di crescere alla sua base. Il fogliame è leggero e viene mosso con facilità dal vento: caratteristiche che, nel loro complesso, possono spiegare sia l’habitat montano assegnatogli da Virgilio, sia l’idea di una complessiva rigidità, eccezionalmente però scossa, come sono scosse dal vento le chiome dell’ornus.

    (filare di fraxinus ornus in Ungheria)

    © Massimo Gioseffi, 2019

  • Le piante delle Bucoliche – V

    Le piante delle Bucoliche – V

    L’egloga quinta presenta l’incontro di due pastori che, in amicizia e rispetto reciproco, decidono di celebrare con il loro canto un terzo personaggio, Dafni, che uno dei due riconosce addirittura come proprio maestro, e l’altro come figura comunque degna di lode, una sorta di nume tutelare di ogni comunità pastorale. Dafni era il protagonista del primo idillio teocriteo, nel quale veniva cantata la sua sofferenza d’amore, che lo aveva portato a morte. I due canti virgiliani proseguono l’opera di Teocrito: nel primo, il giovane Mopso rievoca il dolore degli uomini e della natura dopo la morte di Dafni; nel secondo, il più anziano Menalca celebra la rinascita e l’assunzione in cielo di Dafni, con la conseguente gioia della natura e della comunità pastorale. L’incontro fra i due pastori avviene per caso, ma il canto si svolge in un ambiente a noi ben noto, fatto di olmi mescolati a noccioli (v. 3 hic corylis mixtas inter consedimus ulmos), dove sono garantiti l’ombra e la frescura e non manca neppure una comoda grotta, la cui entrata è cosparsa di labrusca, v. 7. E’ questa la vite selvatica (vitis silvestris), della quale infatti sono messi in risalto i grappoli, rari, perché manca l’opera dell’uomo ad aiutarli nella crescita.

    (vitis silvestris nei boschi)
    (infiorescenza di vite silvestre)

    Nel corso dell’egloga distinguerei, come al solito, fra canto e cornice. Nella cornice non ritornano molti elementi agresti, se non sotto forma di immagine. Mopso promette un canto che, dice, vv. 13-14, avrebbe inciso nella corteccia di un faggio, pianta che sappiamo ricorrente nel paesaggio virgiliano e che, con la grotta, delinea quanto meno una serie di ondulazioni collinari. Menalca esalta la grandezza dell’amico, prima che questi dia inizio al suo canto, attraverso il paragone con un altro cantore, assente dalla scena, di nome Aminta, e osserva che Mopso eccelle sul rivale tanto quanto l’olivo predomina sul salice flessuoso, o la rosa sulla saliunca. Nel primo caso si tratta probabilmente di una superiorità qualitativa, che vede nell’olivo (qui ricordato come pallens. v. 16, in virtù del colorito del fogliame) la pianta totemica della civiltà mediterranea.

    (pianta d’ulivo da giardino)

    Il cromatismo viene messo in evidenza anche per la rosa (anzi, un intero roseto, v. 17), rossa, punicea, cui è contrapposta la saliunca, identificata di norma con la valeriana saliunca, una pianta erbacea, di basso fusto, dall’infiorescenza rada e poco significativa, che nasce spontanea in ambienti aridi e sassosi, specie di montagna.

    (valeriana saliunca)

    Altre metafore sono più generiche. Una volta terminato il canto di Mopso, Menalca lo proclama piacevole come dormire, stanchi, nell’erba di un campo (in gramine, v. 46). Mopso ricambia il favore, con un’analoga serie di immagini (vv. 82-84), nessuna delle quali tocca però l’ambito vegetale. Questo ritorna, solo superficialmente, nel riferimento allo strumento musicale adoperato da Menalca, un flauto, denominato, v. 85, come “canna”, cicuta; e nella descrizione del bastone pastorale con il quale Mopso contraccambia l’amico, vv. 88-90, lavorato e reso elegante dalla disposizione simmetrica dei nodi.

    Diverso è il caso dei canti. Mopso ricorda una natura addolorata, fatta di animali che non vanno più al pascolo, di ninfe in lutto (cui i noccioli, coryli, sono chiamati a fare da testimonio, v. 21), di montagne incontaminate e boschi intonsi che piangono anch’essi l’evento crudele, v. 28. Dafni è celebrato come un protos heuretes, un inventore/civilizzatore. E’ l’allievo di Pan, v. 59, che ha introdotto fra gli uomini il culto di Bacco, le feste a quel dio tradizionalmente associate, e il tirso, il tipico bastone delle Baccanti.

    (Baccante con un tirso, bassorilievo moderno)

    L’eccellenza di Dafni nel mondo pastorale è segnalata da una serie di immagini di maniera, vv. 32-34. Dafni era di ornamento alla comunità dei pastori, come le viti lo sono alle piante che le sostengono, i grappoli d’uva matura alle viti stesse, le spighe al campo coltivato. Anche il dolore per la sua scomparsa è espresso da una metafora agricola. Ai campi sono stati affidati, con la semina, grandia hordea, v. 36, ‘ricchi chicchi di orzo’, e invece ora, al loro posto, sorgono erbacce infestanti, v. 37, infelix lolium e steriles avenae. La semina è sempre un atto di fiducia, qui mal riposta. Hordeum in realtà è un termine generico, che nella classificazione moderna indica una trentina circa di specie, tutte graminacee. E’ difficile dire a quale si riferisse esattamente Virgilio. Certo si tratta di chicchi selezionati e ben scelti, sui quali era riposta la massima fiducia, che, senza l’evento luttuoso e imprevisto descritto nel canto, non sarebbe stata mal risposta. Quanto alle steriles avenae, non vanno identificate con l’avena coltivata, ma semmai con l’avena barbata, una pianta erbacea alta 30-80 cm, che cresce negli incolti e ai margini delle vie, con spighe setolose, dai chicchi piccoli e poco fruttiferi, quindi, ai fini della commestibilità. Allo stesso modo, il lolium sarà, con ogni probabilità, il lolium temulentum, ossia la zizzania, una graminacea infestante, con fiori a spiga rossa, che tende a mescolarsi e a confondersi con il grano – ma i cui chicchi hanno carattere intossicante.

    (avena barbata)
    (campo di steriles avenae)
    (lolium temulentum)

    Allo stesso modo, anche nel settore dei giardini e dei fiori da giardino, alla viola (mollis, ‘cedevole’, ovvero di basso fusto) e al narciso (purpureus, ‘rosseggiante’), che già conosciamo dalle altre egloghe, per effetto della morte di Dafni si sostituiranno ora il carduus e il paliurus dalle spine acute (vv. 38-39). Nel primo caso, c’è incertezza fra i commentatori virgiliani, che hanno identificato il carduus ora nella centaurea solstitialis (il cosiddetto “fiordaliso giallo”, un’asteracea spinosa, di carattere erbaceo, raramente superiore ai 5 dm, di carattere spontaneo e, anzi, spesso invasiva), ora nel cirsium arvense, il cardo dei campi italiano, che è sempre un’asteracea, più alta della precedente, con fiori compresi tra il rosa e il viola, anch’essa di carattere infestante. Il paliurus è invece comunemente identificato nella marruca, la pianta dalle cui spine, secondo tradizione, fu fatta la corona di Cristo. Si tratta di un arbusto, diffuso in tutta la macchia mediterranea, specie in ambiente collinare, che può essere alto anche qualche metro, con foglie difese da piccole, ma spiacevoli spine. Oggi relativamente poco diffuso nelle nostre campagne, un tempo era molto usato per le siepi di confine, sia per la presenza delle spine, sia perché pianta mellifera.

    (centaurea solstitialis)
    (cirsium arvense)
    (paliurus spina Christi)
    (dettaglio dei rami di paliurus)

    Più generiche sono le immagini del secondo canto, quello di Menalca. Una parte di esse risponde simmetricamente a quanto già detto da Mopso. Ritroviamo perciò silvae e rura che gioiscono per la rinascita e la nuova condizione divina di Dafni (v. 58); gli intonsi montes che lanciano grida di gioia per quell’avvenimento (vv. 62-63); generici arbusta che proclamano la divinità del personaggio (v. 64). Nelle feste pastorali per il nuovo dio, sono presenti crateri d’olio tra le offerte sacrificali (v. 68), e vino pregiato, di Chio, per le libagioni dei pastori (v. 71). Queste avverranno in casa durante l’inverno, all’ombra di un pergolato durante l’estate, indicata con la facile metonimia della presenza delle messi (v. 70). Ai vv. 76-78 ritroviamo un costrutto ormai noto e visto già più volte. Gli onori e le cerimonie per Dafni rimarranno in vigore fintantoché la natura seguirà il suo corso – la Natura, come sappiamo, è sempre il campo usato per indicare il ripetersi garantito e incontrovertibile di determinati fenomeni (rimando per questo a un precedente post di questo stesso sito, https://sites.unimi.it/latinoamilano/immagini-di-natura/ ). Qui l’idea è espressa con una serie di immagini che stanno fra l’agreste e lo zoologico: il cinghiale è animale da montagna, il pesce vive nell’acqua, le api si nutrono di preferenza di timo – che, come sappiamo dalla seconda egloga, è pianta profumata, e quindi particolarmente attraente per gli insetti e utile dunque come pianta mellifera – e le cicale di rugiada. Le cicale naturalmente non si nutrono di rugiada, ma di succhi vegetali e della linfa degli alberi. Quella usata da Virgilio è però un’immagine callimachea (fr. 1, 32-34 Pfeiffer), dietro alla quale sta la tradizione, già platonica (Fedro, 262D), della cicala come antico essere umano dimentico di provvedere al proprio cibo per amore verso le Muse.

    (ape che sugge un fiore di timo – ingrandimento fotografico)

    © Massimo Gioseffi, 2019

  • Le piante delle Bucoliche – IV

    Le piante delle Bucoliche – IV

    La quarta egloga si apre con l’immagine vegetale più nota dell’intero libro: ai generici arbusta, già incontrati più volte, e alle altrettanto generiche silvae, vengono contrapposte le humiles myricae. L’aggettivo, già utilizzato nella seconda egloga per le capanne che poco si elevano dal suolo, è ben noto; la pianta indicata, lo è di meno. Di norma, myricae viene tradotto con ‘tamerici’, un genere di piante di cui esistono una sessantina di specie, molto diffuse in tutto il bacino mediterraneo, soprattutto nelle zone litoranee e prossime al mare. Possono assumere forma di arbusto o di albero, sono sempreverdi o a foglie caduche, nelle specie arboree raggiungono un’altezza di 15 m. L’esemplare più comune in Italia è la tamarix gallica, cespugliosa, ma che può comunque raggiungere i 5-6 m di altezza; anch’essa cresce di preferenza lungo le coste e i greti dei torrenti, in terreni sciolti, spesso sabbiosi. Molto comune allo stato selvaggio, serve però anche come pianta ornamentale dei giardini – con i nomi di tamerice, tamerisco, cipressina, scopa marina – e per il rimboschimento di luoghi sabbiosi, come barriera frangivento e per il consolidamento delle dune, perché è capace di sopportare la salsedine e vegeta senza difficoltà in terreni salini, fino a un’altitudine di 800 m ca. La natura legnosa del suo tronco e il fenomeno di lacrimazione che la caratterizza trovano conferma in quanto Virgilio dice delle myricae nelle egloghe ottava, v. 54, e decima, v. 13.

    (tamarix gallica, coltivata ad albero)
    (cespuglio naturale di tamarix gallica)

    Ma una pianta del genere si adatta solo in parte all’immagine iniziale dell’egloga, che prevede una netta contrapposizione fra la verticalizzazione delle silvae e  l’orizzontalità delle myricae, e le cose non cambiano nemmeno supponendo che Virgilio avesse in mente la forma cespugliosa di alcune specie. Per questo, nelle myricae del passo si è proposto di identificare qualche pianta a basso fusto, come potrebbe essere l’erica campestre, o comunque qualche altro elemento della stessa famiglia. Se infatti associamo più comunemente l’erica alle brughiere della Scozia o dello Yorkshire (si pensi alla sua ricorrenza in Wuthering Heigths, 1847), le oltre seicento specie in cui il genere si suddivide hanno habitat e conformazioni abbastanza variegati, e molte di loro, come l’erica arborea e l’erica scoparia, sono diffusissime sui nostri litorali, specie quelli tirrenici.

    (erica di campo)
    (erica di campo)

    Quanto all’egloga propriamente detta, essa, com’è noto, racconta la trasformazione del mondo a partire dalla nascita di un puer che resta innominato. Al fenomeno viene assegnata una precisa data, l’anno 40 a.C., l’anno del consolato di Asinio Pollione. La crescita del puer è seguita dal poeta per uno spazio di almeno trent’anni, quelli necessari a portarlo alla piena maturità. Nulla ci viene detto circa l’identità del bambino; ma l’indicazione cronologica, il riferimento iniziale ai carmina della Sibilla, la paideia che per lui viene ipotizzata ambientano certamente l’egloga in Italia, pur senza consentire ulteriori precisazioni. Il meccanismo messo in atto da Virgilio è fortemente innovativo: nella tradizione antica il progresso dell’umanità viene raffigurato di norma come un’inarrestabile decadenza e allontanamento da un’età eroica, e aurea, che sta alle spalle della nostra contemporaneità, e non davanti ad essa. Virgilio inverte l’ordine: l’età dell’oro delle origini sta per ripetersi, a breve giro di termine. Negli anni necessari al suo compimento, rimarranno certo alcune tracce della vita di ogni giorno, e quindi anche alcune attività lavorative, a travagliare la generazione di passaggio cui il poeta sente di appartenere. Fra queste attività non mancano quelle agricole, riassunte nell’incisiva formula del telluri infindere sulcos del v. 33. Anche il successivo venir meno di queste sopravvivenze è indicato con una serie di immagini agresti (vv. 40-45): la terra fertile (humus) non sarà più soggetta agli strumenti agricoli (non rastros patietur); la vite non dovrà più essere potata, azione che abbiamo già visto citata sia nella seconda che nella terza egloga; non servirà più arare i campi; né tingere la lana, perché gli animali al pascolo assumeranno spontaneamente i colori desiderati. A quest’ultima azione provvederanno coloranti naturali, come il murex (= la porpora), ed erbe particolari, come il lutum e la sandyx. Il primo termine individua la Reseda luteola, pianta pigmentosa, di color giallognolo, un’erbacea spontanea diffusa in tutta Europa, alta ca. 1 m, con fusto sottile e liscio, e fiori piccoli e variopinti. Il suo utilizzo come colorante giallastro (il lutum è propriamente la terra fangosa; Virgilio qui lo dice croceus, ‘color zafferano’) è ben noto fin dall’antichità.

    (reseda luteola)

    Qualche problema maggiore pone invece la sandyx. Plinio ne parla infatti come di un colorante di origine minerale, non vegetale, e pensa a un errore di Virgilio. Gli interpreti antichi del passo la definiscono invece un’erba, in parallelo al lutum; per questo si è pensato alla Rubia tinctorum, o robbia, dalla quale si ricava il cosiddetto ‘rosso di garanza’, un pigmento molto usato in pittura, che si ottiene dalle radici della pianta essiccate, frantumate e bollite in acido. 

    (rubia tinctorum)

    Messo da parte il facile uso metonimico di nautica pinus per indicare una nave al v. 38 (i pini fornivano, effettivamente, un pregiato legname da costruzione), le altre immagini botaniche dell’egloga si concentrano intorno alla serie di doni e di fenomeni naturalistici che dovrebbero accompagnare la nascita e la crescita del puer. Una parte di essi è del tutto generica: al v. 23 si ricorda che la culla stessa del puer offrirà blandos flores, ‘fiori profumati’, ma indeterminati. Al v. 24 si dice che, per effetto della nascita, verranno meno le erbe velenose, ma anche qui senza specificare nessun esempio. Altri fenomeni sono più precisi: intorno alla culla la terra produrrà, spontaneamente e senza bisogno di intervento umano, edera, baccare, colocasia e acanto (vv. 18-20). Delle quattro piante citate già conosciamo l’edera e l’acanto. Il baccar compare qui per la prima volta, ma sarà citato anche nell’egloga settima, v. 27, come pianta apotropaica contro i sortilegi. Già Plinio era incerto circa la sua identificazione; oggi si tende a farlo coincidere con l’Helicrysum italicum, un fiore della famiglia degli astri, dal tipico colore giallo lucente (così scrive anche Gigliola Maggiulli, che però usa poi la denominazione di Helicrysum sanguineum, una margheritacea che è fra i simboli odierni di Israele). L’elicrisio fiorisce in tutto l’arco mediterraneo, specie in terreni vicini al mare, rocciosi e poco fertili. In alcune specie è coltivato anche nei giardini, come pianta a fioritura estiva, le cui corolle, essiccate, servono per corone di lunga durata (ideali, quindi, come dono da mettere intorno alla culla).

    (elicriso in fiore)

    Nessuna incertezza circonda invece la colocasia, che già Plinio identificava con il kyamon, l’odierna Nelumbo nucifera, una ninfea diffusa in Egitto, comunemente nota come ‘fiore del loto’. Poiché anche l’acanto, cui si accosta, è, come sappiamo dalla terza egloga, pianta esotica, l’effetto virgiliano sta nell’unire nell’elenco piante comuni (edera e baccare), utili per farne corone, con piante ricercate, a impreziosire il dono. E’ possibile che, più che al fiore, Virgilio pensasse alle foglie della Nelumbo, che sono grandi fino a 60 cm, di colore verde brillante, fuoriuscenti dall’acqua per un metro e anche più. In questo modo, sarebbe ulteriormente giustificato l’accostamento con l’edera e l’acanto, piante non particolarmente pregiate per la loro fioritura.

    (colocasia o fior di loto)
    (foglie e fiori di loto)

    Nascita e crescita del puer saranno accompagnate da una serie di adynata. Ovunque, ad esempio, fiorirà il prezioso amomo, v. 25, al momento diffuso solo nei territori orientali (in Assiria, dice Virgilio: come sappiamo dalla terza egloga, sarebbe più esatto dire in India). Al v. 28 si promette che tutta la campagna (campus) comincerà a biondeggiare (flavescet, un incoativo di forte effetto) di messi, indicate con l’espressione sineddotica mollis arista. Le aristae, o ‘reste’, sarebbero propriamente i filamenti rigidi con cui terminano le spighe delle graminacee, e quindi stanno qui per l’intera spiga, e la spiga per il grano: ciò che vuol dire il poeta è che il frumento sarà reperibile ovunque, senza bisogno di coltivarlo.

    (spighe con reste)

    Subito dopo, Virgilio ricorda che l’uva rosseggerà da sola perfino sui cespugli spinosi, degli inculti sentes non meglio definiti. L’ultima immagine è però quella che più ci interessa. Le querce trasuderanno direttamente miele (roscida mella, ‘miele rugiadoso’) dalle loro dure cortecce. Le querce sono effettivamente piante spesso utilizzate dalle api come sostegno per i favi: sono ampie, resistenti, presentano al loro interno cavità ottime per la costruzione del favo. Ma Virgilio qui non vuole presentare un’immagine usuale e quotidiana, seppure amplificata nella sua misura, trasformando in fenomeno comune quello che, al momento, sarebbe solo un caso particolare. Quello che il poeta vuole piuttosto dire è che il passaggio attraverso le api, la loro nidificazione, la loro produzione del miele diverranno a breve, come nel caso del lavoro umano, completamente inutili, perché il prodotto finale, il miele, verrà realizzato spontaneamente, senza bisogno di nessuna lavorazione. E’ questa la prima intuizione della società delle api come immagine da utilizzare in parallelo all’immagine della società umana, secondo un procedimento che troverà maggiore sviluppo nel quarto libro delle Georgiche. Nella foto posta qui sotto, che conserva alcuni elementi di copyright, ma è offerta libera da diritti in internet, si vede, a ingrandirla bene, una grande quantità di api che coprono – quale che ne sia la ragione – il tronco di una quercia. Il prodigio dell’apparire improvviso di sciami su piante, siano o no delle querce, ricorre più volte nell’immaginario antico, e torna anche nell’Eneide, VII 64-67, fra i prodigi che annunciano l’arrivo di Enea e dei Troiani al re Latino.

    © Massimo Gioseffi, 2019

  • Le piante delle Bucoliche – III

    Le piante delle Bucoliche – III

    La terza egloga presenta la gara pastorale fra Menalca e Dameta, sotto l’arbitrato di Palemone. L’egloga è nettamente divisa in due. La prima parte vede il litigio, in presa diretta, fra i due pastori, incontratisi casualmente, passati rapidamente agli insulti reciproci, e alla fine pronti a dimostrare il proprio valore sfidandosi nel canto. La seconda parte, nella quale includerei anche le due battute di Palemone, è la gara di canto propriamente detta. Lo svolgimento è amebeo, a botta e risposta, e si estende per dodici battute di due versi ciascuna, per un totale di 48 versi. Palemone prima della gara ne fissa le regole, dimostrando però nello stesso tempo la propria abilità di cantore, e quindi la sua competenza a farsi giudice. Nella battuta finale, che suggella l’egloga, dichiara il verdetto: i due pastori si equivalgono, ed è impossibile scegliere l’uno piuttosto che l’altro. Palemone sancisce la fine della gara con una metafora agreste, v. 111: claudite iam rivos, pueri; sat prata biberunt, “chiudete i canali di irrigazione dei campi, perché l’acqua con cui sono stati irrigati i campi è sufficiente”. Il verso, nella sua interezza, o nelle due parti di cui si compone, è poi divenuto proverbiale.

    Per il resto, distinguerei fra le due parti di cui si compone l’egloga. Nella cornice i riferimenti agresti non mancano, ma non assumono particolare importanza o specificità. Sul luogo dell’incontro, ad esempio, e sull’ambientazione topica dell’egloga, nulla ci viene detto. Nella serie di insulti che i due pastori si scambiano, vv. 10-11, Menalca accusa Dameta – in un modo un po’ tortuoso, ma comunque abbastanza esplicito – di avere danneggiato le viti novelle di Micone (un terzo personaggio che resta ignoto: il nome, che ricorre nella settima egloga, v. 30, potrebbe essere un diminutivo vezzeggiativo, a indicare un giovane ragazzo), con una mala falx, una falce ‘maligna, malevola, che agisce male’, per dispetto o, più probabilmente, per gelosia. Della vite e della sua coltivazione già sappiamo abbastanza dalle altre egloghe, ed è ovvio che tagliare i tralci quando sono ancora in crescita è un gesto poco amichevole. Vittima dell’ira di Dameta, assieme alle viti, è anche un generico arbustum, un cespuglio di non si sa cosa, forse l’intrico stesso delle viti, specificato subito dopo. A ricambio dell’insulto, Dameta accusa Menalca di avere distrutto volontariamente, per esplicita gelosia, l’arco del giovane Dafni, che era stato regalato al ragazzo da qualche non precisato rivale (magari anche lo stesso Menalca?). L’azione sarebbe avvenuta, vv. 12-15, ad veteres fagos, “sotto i vecchi faggi”, pianta che ormai sappiamo essere un elemento costante del paesaggio virgiliano. In questa sezione dell’egloga troviamo una sola pianta finora sconosciuta. Al v. 20 Menalca accusa Dameta di avere rubato a un altro pastore, Damone, il caprone che quello aveva guadagnato in una gara di canto e di essersi poi nascosto, durante la fuga e l’inseguimento, post carecta, ‘dietro i carici’. Dameta non nega il fatto, ma afferma che il caprone spettava a lui, e che Damone aveva vinto la gara senza meritarlo davvero. A noi comunque interessa il termine carecta. E’ un neutro collettivo, sul modello di salictum = salicetum, ossia la macchia di salici, nella prima egloga, v. 54. La pianta, di cui si individua una macchia, propriamente si chiama carex, e da Linneo è stata identificata con un genere di Ciperaceae, piante acquatiche, o comunque adatte a vivere su substrati umidi, che si rinvengono facilmente negli stagni e nei terreni acquitrinosi. Sono spesso piante infestanti dei tappeti erbosi abbondantemente irrigati e si distinguono per il colore chiaro, la compattezza, le foglie coriacee. Si trovano un po’ dovunque, specie nelle zone temperate. Virgilio ne riparla nelle Georgiche, 3.231, definendo la carex come acuta e come possibile pasto di un toro rimasto separato dal resto della mandria, proprio perché è pianta molto diffusa, ma che non si trova su terreni comuni. Nel nostro caso, è quindi come se Dameta si fosse nascosto, per eludere gli inseguitori, in qualche palude, celandosi nella vegetazione di contorno alla stessa, sapendo bene che nessuno l’avrebbe inseguito in un luogo così disagevole.

    (carex elata)

    Nella fase di cornice c’è un’altra apparizione del mondo vegetale. I due pastori, sfidandosi, decidono che cosa mettere in palio, come premio per il vincitore. Dameta propone una vitella della mandria che sta pascolando (è il premio che poi verrà scelto, e che a Dameta, pastore mercenario, che sta pascolando una mandria non sua, in fondo non costa molto). Menalca non accetta subito, perché teme di dover rendere conto dell’animale eventualmente mancante, al padre e alla matrigna, che a sera contano il bestiame. Propone allora delle tazze di faggio, cesellate con varie figure. Attorno a due personaggi umani (uno è l’astronomo Conone, l’altro non si sa bene chi sia), il fregio continuo è fatto di tralci di vite mescolati a foglie di edera. Della vite sono messi in evidenza i corymbi, ossia l’infiorescenza a grappolo. L’edera è pallens, il che individua l’hedera helix, a foglia bianca centrale, che è specie ornamentale e di maggior pregio.

    (infiorescenza della vite)
    (hedera helix)

    Dameta non accetta la proposta, perché è già in possesso di due tazze di uguale valore e uguale materiale, cesellate con l’immagine di Orfeo che trascina le selve con il canto e, come fregio continuo, con foglie d’acanto. L’attributo mollis, ‘flessuoso’, con cui Virgilio designa questa pianta, indicandolo così come adatto a un fregio che contorni la struttura circolare di una tazza, identifica l’attuale Branca ursina, una pianta acclimatata in Italia come pianta ornamentale dei giardini (i capitelli corinzi, com’è noto, ne riproducono le foglie). L’acanto cresce in terreni incolti e aridi, sotto forma di macchie di cespugli, dal livello del mare fino ai 700 m circa di altitudine. Le foglie erano usate fin dall’antichità contro le irritazioni cutanee, e anche per questo la sua coltivazione è sempre stata abbastanza diffusa.

    (acanto in fiore)

    Venendo alla parte propriamente detta della gara, va tenuto conto del carattere molto stilizzato della stessa. Già Palemone, nella sua battuta introduttiva, vv. 55-57, fa riferimento ad elementi piuttosto generici, per descrivere un locus amoenus entro cui svolgere il confronto: parla di mollis herba, di ager e arbos che parturiunt (una bella, ma facile metafora), di silvae che frondent, di annus (‘stagione’) formosissimus. Il primo termine agreste lo troviamo in un distico di Menalca, vv. 62-63, che ricorda alloro e giacinto come piante sacre ad Apollo (in alloro si metamorfizzò Dafne, vanamente amata dal dio; Giacinto era un giovane amato anch’esso da Apollo, e da questi inavvertitamente ucciso). Il giacinto è qui raffigurato come suave rubens, ‘rosseggiante’

    Dameta, vv. 64-65, ricorda invece la bella e vezzosa Galatea, che ama provocare i suoi possibili innamorati lanciando loro delle mele, per farsi notare, ma fugge poi, ritrosa quanto si conviene a ragazza di buoni costumi, a nascondersi fra i salici, quei cespugli vicini ai corsi d’acqua e delimitanti le proprietà romane, che già conosciamo dalla prima egloga, e che ben si adattano a Galatea, specie se Galatea fosse la ninfa marina, e non una qualsiasi pastorella (un dubbio che nell’egloga permane). Peraltro, Galatea si nasconde sì, come convenzione sociale vorrebbe, ma fa in modo che il pastore veda bene dove si è nascosta, e possa quindi facilmente raggiungerla e proseguire i loro giochi.

    In uno scambio di distici dedicati ai doni per gli amanti, Menalca ai vv. 70-71 promette di inviare a un suo puer non meglio identificato dieci mala aurea tratti da un albero silvestre, e altri dieci gliene promette per il giorno dopo. E’ discusso se si debba pensare a mele rosse molto appariscenti, di particolare maturazione e brillantezza; alle mele dorate delle Esperidi (un frutto mitologico); a qualche altro frutto specifico, e diverso dalle mele comuni, come potrebbero essere le mele cotogne, cydonia oblonga – anche se il loro sapore aspro le rende improbabili come pegno d’amore, ed è solo con la cottura che si enfatizza in loro la presenza degli zuccheri, utilizzati ad esempio per la cotognata, un dolce di carattere gelatinoso.

    (pianta di mele cotogne)

    Nei distici dei vv. 80-83 i due contendenti paragonano i rispettivi amati, Amarillide e Aminta, a cosa spiacevoli il primo (perché Amarillide è descritta irata), a cose piacevoli il secondo (perché Aminta è ben disponibile alla compagnia). Nell’elenco molti sono i riferimenti agresti: il vento è pericoloso per gli alberi, la pioggia per le messi pronte al raccolto; d’altra parte, ai campi coltivati piace l’irrigazione, alle pecore la lenta salix, il salice flessuoso, ai capretti l’arbutus. Si tratta dell’arbutus unedo, o ‘corbezzolo’ e ‘albatro’, una pianta cespugliosa sempreverde, molto frequente nella macchia mediterranea, dai frutti rossi e gialli, ma dai colori comunque sempre vivaci, commestibili e dolci al gusto.

    (cespuglio di corbezzolo)
    (il frutto del corbezzolo)

    In un makarismos indirizzato ad Asinio Pollione, protettore del poeta al tempo della composizione delle Bucoliche, Dameta si augura che in onore del suo patronus il miele possa scorrere a rivi, e l’ispido rovo – probabilmente la mora selvatica, ma il termine come già sappiamo è generico – possa produrre l’amomo, v. 89. Si tratta evidentemente di un adynaton. Quanto il rubus è senza pregio, tanto l’amomo, il cardamomo odierno (elettaria cardamomum), è frutto prezioso, di origine orientale, dai piccoli semi di sapore aromatico e bruciante, utile contro tosse, raffreddore, infiammazioni gengivali e mal di denti.

    (pianta di amomo)
    (frutti e semi)

    Al v. 82 Dameta invita dei non meglio identificati pueri, usciti per cogliere le fragole di bosco, a stare attenti al serpente (probabilmente, una vipera) che si nasconde / si può nascondere nell’erba.

    (fragaria vesca silvestris)

    Al v. 100 Dameta lamenta infine che il suo toro rimanga magro nonostante non gli manchi il pascolo. La causa di tale magrezza viene individuata nella passione amorosa, anticipando tutta quella sezione delle Georgiche in cui proprio gli amori fra bovini assurgono a simbolo della forza e della follia della passione amorosa. I codici parlano di un toro macer nonostante sia pingui in arvo o, a seconda dei testimoni, pingui in ervo. Quest’ultimo sembra il termine più esatto: arva per Virgilio sono di norma i campi coltivati, arati. Ervum è invece la moderna vicia ervilia, o vecciola, una leguminacea – dunque, una pianta ad alto valore nutritivo – simile alle lenticchie, ma soprattutto ancora oggi usata come mangime di alto potenziale per ovini e bovini.

    (vicia ervilia)

    Siamo all’ultimo passaggio. La gara si conclude con due indovinelli, che, nonostante i molti tentativi fatti, non hanno ancora trovato piena spiegazione. Dameta chiede quali siano le terre in cui il cielo è visibile per uno spazio non più vasto di tre ulne (alias tre cubiti: un cubito misura ca. 50 cm). Menalca risponde chiedendo in quali terre nascano i fiori che recano iscritto il nome dei re. Su quale fiore sia così individuato, non esiste dubbio: è il giacinto, che già conosciamo, e nei cui petali gli antichi vedevano le iniziali YA- e AY- dei nomi di Giacinto, appunto, e Aiace. Poiché però il fiore aveva, secondo il mito greco, questa doppia origine, dall’uno o dall’altro eroe, nell’incertezza di quale sia la soluzione caldeggiata da Menalca, l’indovinello resta forzatamente senza risposta.

    © Massimo Gioseffi, 2019

  • La ‘prima’ della seconda (prova di maturità)

    La ‘prima’ della seconda (prova di maturità)

    Il 20 giugno si è svolta la seconda prova di maturità che, dopo le simulazioni della primavera, vedeva debuttare in modo ufficiale la nuova formula: traduzione dal latino, risposta a tre quesiti orientativi, che implicano l’utilizzo anche di un testo greco (fornito in originale e con traduzione); contestualizzazione del brano, attraverso breve cappello, ante-testo e post-testo (forniti, non si sa perché, solo in traduzione). Il brano prescelto è stato il capitolo I 27 delle Historiae di Tacito; il testo a confronto, parte del capitolo 24 della Vita Galbae di Plutarco. Le domande puntavano a mettere in evidenza le diversità fra i due testi; la brevitas tacitiana; le distinzioni ravvisabili, qui o altrove, fra biografia e Storia. Abbiamo chiesto ad alcune docenti milanesi, impegnate nella nuova prova, il loro giudizio. Il post si immagina in continua evoluzione, man mano arriveranno nuovi pareri. Si può utilizzare la funzione “Leave a Reply” del sito, oppure inviare i pareri all’indirizzo ma**************@***mi.it. Grazie a tutti!

    .

    .

    Federica Fersini, Liceo Classico Statale “Tito Livio”, Milano

    Si è svolta ieri la nuova “seconda prova” dell’Esame di Stato.  Al centro, ancora una volta (dopo la prima prova),  un invito alla riflessione storica, a partire dalla proposta di traduzione di un passo del primo libro  delle Historiae di Tacito sulla fine di Galba, nel confronto con un brano tratto dalla Vita di Galba di Plutarco. Una prova complessa non tanto per la difficoltà della traduzione (per lo più accessibile, nella  portata descrittiva dell’episodio), quanto per l’apertura a un più ampio sviluppo critico di riflessione storica, eccessivamente costretto nella misura richiesta dai quesiti, attraverso un confronto  tra i testi di latino e greco che sembrava suggerito (dai quesiti) più sotto il segno dell’opposizione invece che di una certa continuità contenutistica, seppure declinata con dettagli diversi, perché finalizzata ad obiettivi, e micro-ambiti, diversi (storiografia vs biografia).  Insomma, nei due brani c’era forse  più una convergenza che una divergenza di prospettive,  da rintracciare soprattutto attraverso l’analisi  lessicale (rapiunt riferito agli speculatores nei confronti di Otone, e, ugualmente, ekeleuon airesthai nel brano di Plutarco),  centrale per la comprensione e interpretazione dei testi.  Un invito “sussurrato”  alla riflessione sulla storia, anche contemporanea?

    © Federica Fersini, Milano 2019

    .

    .

    Laura Bartolini, Liceo Classico Statale “Giulio Casiraghi”, Cinisello Balsamo, MI

    Un “Nooooo!!!!” ha accolto l’ingresso della prova di latino nell’aula deputata, alla domanda di rito, l’unica che da che mondo è mondo all’inizio del giorno della seconda prova si leva dalle bocche degli studenti del classico muniti di vocabolario, attesa e ansia: “Di chi è?”. Una reazione aprioristica ma anche emotivamente liberatoria e comprensibile, che non ha differenziato gli studenti di quest’anno, i-nati-nel-2000, dai loro predecessori. Ebbene sì, Tacito come nella prima simulazione, mentre la seconda aveva fatto sperare in un Seneca, più praticato e quindi più rassicurante per gli studenti, anche se non meno insidioso. Però, come tutti sanno, c’è Tacito e Tacito. Questo Tacito delle Historiae parte bene: il testo è ben tagliato, il pre-testo (del paragrafo 21) mette nelle condizioni di capire cosa sta succedendo, ma soprattutto quali ne siano in sostanza i retroscena (ecco il vero Tacito!), l’incipit è assolutamente irreprensibile. Presenta infatti una chiara indicazione cronologica, seguita da un dativo esemplare per indicare il destinatario dell’azione – come da manuale – e poi dal soggetto con la sua qualifica e un tricolon (tristia exta, l’allitterante instantes insidias, domesticum hostem), dal sapore ciceroniano, ma diverso per la variatio delle congiunzioni e per l’unico verbo (non proprio adatto ai tre complementi); a coronamento della frase, un bell’ablativo assoluto, segnato dal participio presente in apertura e in chiusura (audienteinterpretante), un elegante e molto tacitiano modo di introdurre la reazione di Otone, apparentemente e sintatticamente subordinata, in realtà semplicemente subdola e insidiosa. La cospirazione quindi prende l’avvio, con i particolari già preparati: il liberto Onomasto (presentato da Tacito nei capitolo precedenti, ma il cui ruolo è comunque chiaro), la scusa preconfezionata per l’allontanamento di Otone, infine il rapido susseguirsi delle azioni che appaiono più subite che agite dall’uomo appena consalutatum imperatorem, come anche ci induce a pensare il tricolon ancora con variatioconsalutatum, trepidum, impositum e il verbo rapiunt in chiusura. Proprio questo è forse il punto: Otone davvero subisce? O finge di farlo? Certamente lo storico latino allude con l’aggettivo trepidum e l’energico rapiunt a un’idea di passività, messa però in discussione dal contenuto del pre-testo: Otone ritiene necessario agire e, soprattutto, “fondava sul disordine ogni suo piano” e preferiva “l’audacia”. Tacito sembra quindi con queste precisazioni guidarci a una lettura più attenta non a ciò che si vede, ma agli arcana imperii. Mi permetto di sottolineare che la presenza, a latere della traduzione, del testo originale, avrebbe consentito agli studenti di osservare la pregnanza del lessico di queste espressioni: compositis rebus nulla spes, omne in turbido consilio, e della chiusa del pretesto: perniciosior … quies quam temeritas, che contengono anche un esplicito giudizio sul personaggio. In considerazione di ciò, sorge il sospetto che, appunto, la passività di Otone sia solo apparente, cosa che in qualche misura attribuisce alla scena addirittura quasi un sapore comico, esempio del disordine proprio di questo personaggio. In chiusura, infine, un’attenzione tutta tacitiana alle masse e alle loro reazioni, identificate in due blocchi segnati dal parallelismo, di nuovo con variatio, alii… plerique … pars … pars. Bel Tacito, dunque, naturalmente con qualche insidia, ma non insormontabile, grazie anche al passo di Plutarco, che, a differenza di quanto accaduto nelle simulazioni, permetteva di comprendere anche nei dettagli gli avvenimenti narrati dallo storico latino, costituendo così un bell’aiuto per lo studente, di certo inizialmente un po’ spaesato. Tra i punti più insidiosi, penso in particolare al digressus, che poteva essere scambiato purtroppo per un participio (rendendo così la frase insostenibile), al quae significatio, facile da comprendere a livello teorico, non così facile da sciogliere in bell’italiano, all’ultimo participio sumpturi, concordato ad sensum.

    Quanto alle domande, concordo sul fatto che sottolineassero soprattutto la diversità tra i due autori, anche se poteva essere una sfida per lo studente dimostrarne alcuni aspetti comuni, nella differenza del genere letterario. Ritengo invece un elemento positivo la sintesi imposta dal limite delle 10-12 righe perché costringe a selezionare le riflessioni e gli esempi nel caso dello stile. Giustamente aperte e quindi facilmente gestibili dagli studenti a seconda del proprio percorso scolastico e culturale le domande 2 e 3. Applausi, quindi, per la prima della nuova maturità.

    © Laura Bartolini, Milano 2019

  • Le piante delle Bucoliche – II

    Le piante delle Bucoliche – II

    La seconda egloga ripresenta, naturalmente, alcuni elementi già incontrati nella prima. Come Titiro, anche Coridone canta all’ombra dei faggi. Non una singola pianta, in questo caso, ma un intero faggeto (inter densas fagos), attraverso il quale si conferma l’ambientazione montana dell’egloga (montibus et silvis studio iactabat inani). Questa ritorna anche in seguito, quando Coridone ricorda fra i possibili doni per Alessi i due capreoli trovati nec tuta valle, vv. 40-42 . Più difficile da interpretare il riferimento del v. 21 alle mille agnae che pascolano Siculis in montibus. Il richiamo alla Sicilia, da un lato, sembra un elemento di precisa identificazione topica, un dato che nella prima egloga mancava del tutto; d’altra parte, Coridone qui sta presentando una realtà che non trova conferma nel resto dell’egloga (l’inizio ci ha detto che non è un ricco pastore, proprietario di greggi: cfr. il precedente post “Mitomania e mitomani II”), dunque qualche dubbio è legittimo anche circa la precisazione geografica fornita: quelle greggi inesistenti si possono anzi tanto più amplificare, quanto più sono lontane, fuori dalla vista e dal controllo di chiunque. In ogni caso, il boschetto di umbrosa cacumina svolge la stessa funzione compiuta dal singolo faggio nella prima egloga, offrendo il riparo, all’ombra del quale è possibile il canto.

    Durante il proprio lamento Coridone offre di sé un’immagine differente: sta vagando sotto il sole cocente, alla ricerca di Alessi. E’ il tempo della mietitura; è l’ora del desinare. Gli arbusta, cespugli non ben definiti, proteggono le cicale che friniscono, v. 13; gli spineta, cespugli spinosi non meglio determinati anch’essi, fanno da riparo alle lucertole, v. 9. Una contadina prepara la focaccia che servirà di pranzo (nell’illustrazione dell’edizione Giuntina, Venetiis 1515, che serve da copertina, la porta invece in un canestro sul capo). Fra gli ingredienti si riconoscono l’aglio (alium cepa) e il timo (thymus serpillum), usati come condimento, e qualificati come herbae olentes, v. 11.

    (fioritura di timo selvatico)

    Nel complesso, le immagini vegetali dell’egloga si concentrano in tre blocchi. Il primo dipende da una certa sentenziosità di stampo elegiaco di cui Coridone si compiace spesso, fatta di similitudini e di comportamenti ripetuti, che è perciò il mondo della natura a fornire con una certa abbondanza. Da qui deriva ad esempio un costrutto come quello dei vv. 63-65, in cui Coridone ricorda l’inevitabile caccia che la leonessa compie nei confronti del lupo, il lupo della capretta e la capretta del citiso. Cosa questo sia, o meglio che cosa possa essere, l’abbiamo già discusso nel commento alla prima egloga. Nel passo in esame si conferma il suo carattere di pianta adatta al pascolo. Già in precedenza, v. 18, Coridone aveva però espresso attraverso un’immagine botanica un paragone fra Alessi e Menalca (un precedente suo amore, come sembrerebbe di capire). Alessi è più bello, perché candidus (il colorito nobile, da cittadino non costretto ai lavori agresti); Menalca era invece scuro di pelle, abbronzato, abituato alla vita all’aperto. Non si insuperbisca però Alessi per la superiorità: alba ligustra  cadunt,  vaccinia nigra leguntur, “i bianchi ligustri cadono al suolo – si intende: senza nessuno che li raccolga – i neri vaccini vengono raccolti”. Non è il colore a fare la vera differenza, ma l’utilità delle piante o, nel caso dei ragazzi, la loro disponibilità verso l’amante. In questo parallelo, il ligustro non pone problemi: il ligustrum vulgare è pianta cespugliosa (che può arrivare fino a 3 m di altezza), molto diffusa in tutto il bacino mediterraneo, in genere sempreverde e con dei fiori biancastri, poco appariscenti, a grappolo, che appaiono fra tarda primavera e principio dell’estate. Il ligustro oggi è abbastanza diffuso come pianta da giardino, ma non certo per la vistosità della sua infiorescenza, che nel complesso di una siepe tende a scomparire.

    (siepe di ligustro)
    (siepe di ligustro in fiore)

    Più difficile è identificare con certezza i vaccinia. Il termine ritorna al v. 50, in un contesto floreale (vd. infra), che ha fatto pensare all’identificazione della pianta con il giacinto, una bulbosa dal fiore primaverile, molto profumato e bello, che si coltiva tuttora a scopo ornamentale, anche dentro casa, e che fiorisce in quasi tutti i colori possibili e immaginabili, ma in natura vede prevalere le tinte scure.

    (giacinti ornamentali)
    (giacinto selvatico)

    Un’altra interpretazione vede invece nei vaccinia, citati anche nella decima egloga come nigra, i mirtilli. In questo caso, il parallelo con i ligustri, fiori candidi che producono bacche infruttuose, giocherebbe non tanto e non solo sull’opposizione di colori, ma anche sulla distinzione fra pianta fruttifera (il mirtillo) e pianta infruttifera (il ligustro, le cui bacche non sono commestibili). L’identificazione resta però incerta, ed entrambe le soluzioni proposte hanno i loro difensori.

    (mirtillo in fiore)
    (mirtillo)

    Il secondo ambito di riferimento delle immagini vegetali all’interno dell’egloga si riferisce a una quotidianità di lavori, rispetto alla quale Coridone si contrappone, o che si lamenta di avere interrotto per amore di Alessi. Già abbiamo visto la netta distinzione che si delinea, all’inizio, fra lui, che all’ombra canta senza speranza la propria passione, e i mietitori, che si riposano anch’essi, sì, ma dopo la fatica di una mattinata di lavoro. Anche in seguito, Coridone ricorda una serie di operazioni lasciate interrotte, o che potrebbe/dovrebbe riprendere, con maggior costrutto rispetto a un inutile lamento amoroso. Compare qui la vite semiputata (v. 70), “potata solo in parte” – la potatura della vite è prassi essenziale per la crescita e la produttività della pianta, ed è azione che si dovrebbe compiere a inizio primavera; se Coridone ancora non l’ha terminata alla stagione delle messi, è segno di grave incuria. La vite, in quel contesto, è descritta come in ulmo, secondo l’uso di farla crescere come rampicante intorno a un olmo. Vite e olmo legati fra loro (“maritati”, in termine tecnico) sono un’immagine ricorrente, anche nella tradizione poetica moderna, per una coppia particolarmente affiatata. La foto che propongo viene dalla valle del Chianti, in Toscana, dove si trovano ancora alcuni filari di questo tipo (non sono sicuro, però, che la pianta “marito” sia un olmo: del resto, in epoca moderna si sono usati anche l’acero campestre, il salice e l’ulivo). Oggi questa tecnica, che consentiva di risparmiare le spese d’impianto del filare e proteggeva la vite da eventuali colpi di calore, è pochissimo praticata. La produzione viticola è infatti molto più bassa di quella che si produce con il vigneto specializzato, a filari, mentre nella mentalità agricola ora domina la specializzazione produttiva, a scapito dell’autosufficienza delle singole proprietà; e la specializzazione favorisce, ovviamente, il vigneto a filare.

    Fra le altre azioni che Coridone si lamenta di avere fatto, e non avrebbe dovuto farle, o di non avere fatto a tempo debito, c’è quella di avere lasciato sfogare il vento (vv. 58-59: Austro, il vento tempestoso) sui fiori, non proteggendoli a sufficienza. I fiori da proteggere dal freddo ritorneranno anche nella settima egloga, v. 6. Dal quarto libro delle Georgiche intuiamo che non si tratta di una coltivazione a scopo estetico: il giardino di fiori profumati serve a stimolare le api alla produzione del miele, ed è un elemento indispensabile della villa romana. Ancora, come cura dall’amore infruttuoso per Alessi, Coridone si propone di tessere qualche oggetto con i giunchi di vimine, vv. 71-72: per esempio, immaginiamo, gerle o canestri, da utilizzare nella raccolta della frutta (così propone lo stesso Virgilio nel primo libro delle Georgiche, come attività da compiere nei momenti di riposo dai lavori dei campi), oppure da vendere al mercato. Coridone descrive poi un mondo di lavori intorno a sé, che abbiamo visto già fare capolino nell’immagine iniziale dei mietitori, ma che ritorna nel sottofinale attraverso l’idea dei buoi che tornano dai campi alla fine della giornata, portando, ormai è sera, l’aratro suspensum, ‘sollevato dal suolo’ (v. 66). In questo modo, Virgilio ci suggerisce la durata dell’egloga, visto che il canto di Coridone era iniziato a mezzogiorno, e ora il giorno sta finendo. Da ultimo: Coridone invita Alessi a condividere con lui la vita in campagna. Assieme potrebbero suonare sul flauto di Pan, indicato con facile sineddoche come cicuta, “la canna”, dal materiale che lo costituiva e che già abbiamo visto abbondare lungo le rive del Mincio (vv. 36-39). Coridone propone anche di humiles habitare casas insieme (‘abitare le basse capanne, che non si alzano dal suolo’, v. 29. Nella prima egloga Melibeo aveva descritto la sua abitazione come un tugurium); di cacciare assieme i cervi; di viridi compellere gregem hibisco, vv. 29-30. E’ questa l’immagine su cui concentrare l’attenzione. L’ibisco (normalmente identificato con l’althaea officinalis più che con il nostro ibisco domestico, hibiscus syriacus, importato in Europa solo in epoca moderna), appartiene al genere delle Malvaceae. E’ pianta molto diffusa in tutta Europa, ma specie in quella mediterranea; ama il sole, però vuole le radici all’ombra e all’umido, per cui cresce spesso lungo i fossi, i canali, gli argini, attorno alle case di campagna. Di tendenza invasiva, è tollerata dagli agricoltori perché foglie e radici sono utilizzate in erboristeria, come emollienti e calmanti, quindi come antidolorifici naturali. I fiori, piccoli ma colorati (a colori tenui: spesso bianchi o rosa, talvolta lilla o rossi), numerosissimi da luglio a ottobre, ne fanno anche una pianta ornamentale, da giardino. I fusti, di altezza a volte superiori al metro, ne consentono la coltivazione sia a cespuglio che ad alberello. Nel testo virgiliano, hibisco può essere sia dativo che ablativo. Nel primo caso, sarà un dativo di direzione: Coridone invita Alessi a spingere (compellere) il gregge verso l’ibisco, non perché le caprette si nutrano in modo particolare di questa pianta (peraltro, da esperienza diretta, le capre distruggono qualsiasi siepe appena commestibile; dei fiori dell’ibisco che abbiamo in giardino è molto ghiotta la tartaruga domestica), ma per indicare campi ricchi di flora, di cui l’ibisco si farebbe così simbolo. Con uguale procedimento, un campo primaverile è indicato, nella sesta egloga, v. 53, come ricco di giacinti, ossia fertile di vegetali. Se intendiamo hibisco come ablativo, dovremo invece pensare a un bastone ricavato dal fusto della pianta, il che è abbastanza realistico pensando al nostro ibisco, un po’ meno all’althea selvatica.

    (althea officinalis)
    (piante di althea officinalis)
    (ibisco siriaco ad alberello)

    Infine, ecco l’ultimo ambito botanico al quale fa riferimento Coridone. Nel presentare una serie di doni che dovrebbero allettare Alessi e invitarlo a trasferirsi in campagna, Coridone immagina come presenti alla scena (ma il suo è ormai una sorta di delirio onirico) delle Ninfe che portano canestri di fiori e di frutta, vv. 45-55. Nell’elenco c’è un po’ di tutto: fiori e frutti che si producono in stagioni diversi; colori e profumi che si mescolano fra loro. Proprio l’aspetto cromatico e quello olfattivo sembrano anzi avere guidato la scelta del cantore, perché sono caratteristiche costanti di pressoché tutte le piante citate, anche quando Virgilio sottolinei solo una di esse. Nell’ordine infatti troviamo: pallentes violae, le violette bianche di primavera, la viola alba da sottobosco; summa papavera, probabilmente i papaveri da campo, papaver rhoeas, non quelli da oppio, di cui abbiamo parlato in un altro post; il narciso, narcissum poeticum, bulbosa colorata anch’essa primaverile, presente sia in natura sia, di maggiori dimensioni, nei giardini coltivati; l’aneto profumato, anethum graveolens, erba aromatica dalla gialla infiorescenza estiva; la casia, fiore di incerta identificazione, comunemente interpretata come la lavandula stoechas; i mollia vaccinia di cui abbiamo già parlato; la calendola (calendula officinalis), per quanto riguarda i fiori; pesche (malum dalla tenera lanugo, preferibili alle mele cotogne spesso indicate al loro posto nei commenti), castagne, prugne, alloro e mirto fra le piante. Degli uni come delle altre fornisco una rapida rassegna fotografica. Inizio dai fiori.

    (viola alba)
    (papaver rhoeas)
    (narcisi da campo)
    (aneto in fiore)
    (lavandula)
    (calendula officinalis)

    Ed ecco ora i frutti. Tralascio le castagne, già presenti nella prima egloga, ma anche le pesche e le prugne, che immagino a tutti ben note, ricordando solo che il pesco (prunus persica) è pianta di origine orientale, diffusa nel Mediterraneo a partire dall’epoca alessandrina; il pruno, prunus domestica, nell’età di Virgilio era ancora una pianta ricercata ed esotica, importata di recente dall’Asia, e non nativa dell’habitat mediterraneo (dove pure aveva facilmente attecchito). Dell’alloro e del mirto ricordo il carattere profumato di entrambi; e il loro essere consacrati rispettivamente ad Apollo e a Venere, due divinità che attraverso le piante di riferimento vengono così, in qualche misura, evocate all’interno del canto, a suggellare, nel finale della scena, il suo carattere di canzone amorosa.

    (filare di laurus nobilis, l’alloro)
    (myrtus communis)

    © Massimo Gioseffi, 2019

  • Le piante delle Bucoliche – I

    Le piante delle Bucoliche – I

    Inizio oggi un’ambiziosa serie di post, che vorrebbe passare in rassegna la flora presente in ognuna delle dieci egloghe virgiliane. Anni fa avevo progettato, con un’amica fotografa, un libretto che illustrasse le egloghe pianta per pianta. Non se ne fece nulla. Adesso, grazie a internet, il compito è più facile. Strumento indispensabile di lavoro sono le foto disponibili in rete e, per la parte scientifica, il volume di Gigliola Maggiulli, Incipiant silvae cum primum surgere (un verso della sesta egloga). E’ un libro utilissimo, in cui tutte le piante citate da Virgilio – non solo nelle Bucoliche – sono passate in rassegna una per una, per essere schedate, analizzate, discusse. Purtroppo, il fallimento della casa editrice che lo aveva prodotto e la data relativamente ‘antica’ del volume (Roma 1995) hanno impedito una sua adeguata diffusione e la messa in internet, che sarebbe stata cosa utilissima. In parte, cerco perciò di rimediare qui.

    Partiamo dalla prima egloga e dalle piante che vi sono nominate.

    Titiro suona sdraiato all’ombra di un faggio (v. 1). I faggi tornano nella seconda, nella quinta e nella nona egloga. Il faggio di Titiro è una pianta patula, ampia, che ‘si apre bene’, e che offre ristoro e protezione (sub tegmine). Il pastore, supino (recubans), suona il flauto, presumibilmente appoggiato alla grande corteccia dell’albero. Quello che a volte sfugge in questa immagine è che la fagus sylvatica, il faggio odierno, è pianta da habitat collinare e montano, piuttosto diffusa in tutto il paesaggio alpino e appenninico d’Italia, trovando il suo optimum abitativo intorno ai 900-1000 m di altitudine, anche se si conoscono casi eccezionali di faggeti (uno in Toscana, l’altro sull’appennino emiliano) che scendono fino a 150 m ca. sul mare. Insomma, il faggio non è una pianta di pianura: anni fa, la Banca Agricola Mantovana, oggi defunta, realizzò una strenna natalizia dedicata alle piante di Virgilio, e la foto del faggio andò a recuperarla lungo la valle del Chiese, nella zona del lago d’Idro, che credo sia una delle sedi abituali di seconde case dei Mantovani. Perché allora Virgilio dedica tanto spazio al faggio? La prima risposta possibile, è allontanare l’ambiente dell’egloga (e di tutte le egloghe) da ogni possibile interferenza con un paesaggio biografico. L’egloga racconta la storia di Titiro, non quella di Virgilio: e come Titiro è vecchio (e Virgilio nemmeno trentenne) o ex-schiavo (e Virgilio nacque libero, come attestano i tria nomina), così l’ambiente abitativo di Titiro non coincide, da subito, con quello di Virgilio (l’ager Mantuanus). Nella stessa ottica, il faggio si concilia invece con i monti, dalle cui pendici scendono le ombre della sera, nel finale dell’egloga (v. 83). Altra risposta possibile, è invece ricordare che i faggi sono ignoti a Teocrito, ma in greco fēgos è il nome della quercia (quercus robur), pianta ricorrente nelle Bucoliche, ma soprattutto pianta che gli antichi esegeti connettevano al verbo fagein, nutrire. La fagus virgiliana, come la fēgos greca, cioè, sarebbero piante arcaiche, primitive, connesse a un’idea di nutrimento naturale e spontaneo, da raccoglitori di frutti, che non conoscono agricoltura e fatica.

    (faggeto montano)

    Anche il nocciòlo (corylus) e la quercia (quercus) citati ai vv. 14 e 17 da Melibeo concorrono a un’immagine boschiva e da collina, se non proprio da montagna, almeno, ovviamente, nel loro habitat naturale. Nell’egloga il nocciòlo vede avvenire, sotto di sé, l’abbandono da parte della madre dei due piccoli capretti appena nati: in questo modo, una pianta che serve tradizionalmente alla nutrizione alimentare è testimone dello sfacelo, anche economico, portato dalle espropriazioni (spem gregis, a, silice in nuda conixa reliquit). La quercia, colpita dal fulmine, aveva pronosticato un simile scompiglio: la quercia è pianta solida, rigida, spesso utilizzata nelle similitudini per indicare un opporsi tetragono al destino. Ruolo che qui, simbolicamente, le viene invece meno.

    (quercia fulminata)

    Titiro, nella sua risposta, paragona Roma e la città conosciuta fino a quel momento da lui e da Melibeo, quella al cui mercato essi erano soliti recarsi, rispettivamente a un cipresso e a un cespuglio di viburno. Mi pare significativo che, nelle Bucoliche, nessuna di queste due piante torni più: quella di Titiro è un’immagine poetica, costruita su sapere comune, non su un panorama che si voglia in qualche misura ricostruire. Il cipresso (cupressus sempervirens) è scelto come simbolo di Roma per il suo svettare solitario, v. 25. Con i viburna Virgilio individua invece dei cespugli a basso fusto, ed è possibile che il termine avesse, per lui, valore del tutto generico. Il moderno viburnum lantana, detto anche popolarmente “lentaggine” (e lenta è l’aggettivo con cui Virgilio caratterizza qui i viburna: ‘flessuosi’), è pianta piuttosto diffusa in Italia centro-settentrionale, usata come ornamento dei giardini, ma presente anche allo stato selvatico, che arriva fino a 3/4 metri di altitudine, entro un habitat non superiore ai 1000 m di altezza sul mare. Fiorisce in primavera, con fiorellini bianchi, piccoli ma numerosi; per il resto, è pianta abbastanza insignificante, adatta a creare ombra o a fare siepe. Nei giardini odierni se ne conoscono sottospecie differenti.

    (viburno da giardino, coltivato a siepe)

    Possiamo ora passare velocemente sopra le pinus ricordate da Melibeo al v. 38, o su termini generici come poma (qualsiasi pianta da frutto; come frutti maturi, mitia poma, la parola ritorna al v. 80) e arbusta, un altro termine generico. Al v. 48 Melibeo descrive i beni di Titiro come una palude ricoperta di giunco, ossia di canneti: pianta da territorio paludoso, e che ben si adatta a descrivere i dintorni di Mantova (oggi bonificati), e un po’ tutta la pianura padana (anche Milano, fino all’età moderna, lo ricordo, era circondata da paludi).

    (canneto lungo le rive del Mincio)

    Più interessante è lo spazio che viene concesso, entro quel medesimo contesto, alla salix. Poiché di tale pianta si contano oltre trecento specie, è difficile dire a quella di esse si riferisca qui Virgilio. La più diffusa è la salix alba, cui fa seguito la salix viminalis, che assolvono entrambe le caratteristiche che riconosce loro il poeta. Intanto sono piante fluviali, che nascono spontanee in natura, ma sono anche coltivate dalla mano dell’uomo, specie a protezione di canali e rive di fiumi, per le loro capacità di consolidamento del terreno, cui impediscono di slittare verso l’acqua. La salix in effetti è, con i canali d’acqua, il confine usuale delle proprietà individuate dalla centuriazione romana. Quindi, quando Melibeo rievoca un Titiro felicemente addormentato inter flumina nota (v. 51: non necessariamente ‘fiumi’, ma qualsiasi ‘corso d’acqua’, anche i canali delimitanti la proprietà), vicino a una siepe di salici (vv. 53-54), alla cui ombra può tranquillamente dormire, cullato dal ronzio delle api (v. 55), di fatto sta descrivendo un personaggio beato, circondato dalle sue cose, al centro di beni di indiscusso possesso, entro i quali continuare senza pensieri la vita di sempre. Preciso che il cosiddetto ‘salice piangente’ (salix alba tristis) è una sottospecie di salix, assai più rara, estranea al paesaggio bucolico.

    (salix alba)
    (salix viminalis)

    La proprietà di Titiro si caratterizza anche per la presenza di un alto olmo, sul quale ha nidificato la tortora. Non è qui importante individuare esattamente la specie cui Virgilio poteva fare riferimento (la ulmus minor, ovvero ‘olmo campestre’, e la ulmus glabra, ovvero ‘olmo montano’ sono le due più quotate, con una preferenza per la prima); importante è il panorama complessivo che Melibeo viene nel complesso a delineare. Come abbiamo visto, i beni di Titiro sono delimitati da una siepe di salice e dai corsi d’acqua, chiamati anch’essi a fare da confine; includono terreni umidi e un po’ paludosi, o, al contrario, sassosi e morenici (v. 47), ma comunque sufficienti a fornire dei pascua; un pomario, nel quale si ritrovano alberi da frutta produttivi; e, presumibilmente più vicino alla casa, un olmo a proteggerla e difenderla, sul quale gli uccelli nidificano indisturbati. Quella che viene così descritta è la tipica fattoria romana, rispetto alla quale solo la fagus iniziale appare in contraddizione. L’olmo, qui pianta domestica, nelle altre egloghe tornerà in continuazione come supporto della vite, una tecnica di coltivazione effettivamente praticata nel mondo antico.

    (ulmus minor)

    Anche la proprietà di Melibeo doveva avere le stesse caratteristiche. L’orizzonte mentale di Melibeo è fatto di arva (campi arati) e agri (campi coltivati), novalia (campi messi a riposo nel ciclo della rotazione), segetes  e aristae (messi e spighe), terre ben coltivate (tam culta). Il pomario si precisa come fatto di peri e di viti (v. 73), per ognuna delle quali Melibeo conosce una specifica tecnica di coltivazione: la riproduzione ad innesto, e la disposizione a filari.

    (innesto del pero)

    Non mancano naturalmente nemmeno i pascua, o comunque i terreni di cui Melibeo può disporre per questo scopo. Essi includono una rupe (v. 76), una grotta (v. 75), i già noti salici e, piante finora sconosciute, i generici dumi (cespugli non ben identificati; un dumetum è, di norma, un roveto), e la florens cytisus, descritta qui come pianta da foraggio particolarmente apprezzata dalle capre, nella decima egloga come pianta mellifera di grande valore. La moderna cytisus (la ginestra di leopardiana memoria) non coincide con queste caratteristiche, e l’identificazione della cytisus virgiliana resta incerta. Probabile che si tratti della medicago sativa, la cosiddetta ‘erba medica’ dei nostri campi, una leguminosa foraggera per eccellenza e che, in quanto azoto-fissatore, arricchisce nuovamente il suolo in modo naturale, dopo l’impoverimento dato da precedenti coltivazioni di altre famiglie, ed è per questo molto diffusa nelle campagne italiane.

    (medicago sativa)
    (medicago sativa in fiore)

    Altri hanno invece pensato al Trifolium pratense, che ha le stesse caratteristiche della precedente, ma – a differenza di quella – meno si presta a terreni aridi e assolati, e ha necessità di una certa irrigazione: cosa che ben si adatta all’immagine della campagna paludosa e solcata da canali che Melibeo ha delineato fin qui.

    (trifolium pratense in fiore)

    Resta un’ultima pianta a chiudere l’egloga. Con un’offerta finale di ospitalità, Titiro invita Melibeo a restare per una notte presso di lui, promettendogli come cena formaggio, frutta e castagne. Il castagno appartiene anch’esso al gruppo delle fagaceae, come i faggi iniziali e le querce. Diciamo che l’egloga si chiude così con una certa circolarità. Benché si possa trovare già a un’altezza sul mare di ca. 200 m, e fino agli 800 ca., anche il castagno è comunque pianta che prevede un habitat ondulato, se non proprio collinare (ricordo invece che i cittadini ippocastani non hanno nessuna parentela diretta con il castagno e appartengono al genere della aesculus, originario dell’Asia e importato in Italia a puro scopo ornamentale).

    (castagneto nel Lazio)

    Possiamo provare a concludere qualcosa? Diciamo che a me sembra che Virgilio abbia descritto un paesaggio umano e sociale molto preciso, fatto di gesti, azioni, operazioni e anche tratti paesaggistici indiscutibilmente romani e legati alla sua epoca. Viceversa, quando si riferisce a un paesaggio naturale, che serva di ambientazione geografica, non ‘sociologica’ e storica, i tratti si fanno più incerti, e resta molto dubbio che egli volesse ritrarre una località precisa. Se però così non fosse, l’impressione è che tale località andrebbe cercata più nella parte settentrionale dell’attuale provincia mantovana, che non in quella meridionale: più verso le ondulazioni che digradano dal (o portano al) lago di Garda, che nella zona in cui il Mincio si avvicina al Po e vi si getta. In ogni caso, si tratterebbe di andare in cerca delle proprietà di Titiro e Melibeo, non di quella di Virgilio. E questo mi sembra che l’egloga lo sottolinei fortemente in ogni suo tratto.

    © Massimo Gioseffi, 2019

  • Percontationes Impossibiles, series altera II – Cicero

    Percontationes Impossibiles, series altera II – Cicero

    Percontatrix Hodie, amici, audire poterimus vocem illius viri qui linguam Latinam maxime illustravit: de Marco Tullio Cicerone dico. Vehementer commoveor. Ineamus ergo clari oratoris pulchram domum, quae in Palatino colle est, et…

    Terentia Siste gradum, mulier! Quis es? Quid vis?

    Percontatrix Ave, Terentia! Magistri discipulique qui nos legunt cupidi sunt Marci Tulli audiendi, quia Cicero nos omnes Latini sermonis elegantiam docuit….

    Terentia Sed Marco nullum tempus ad loquendum est! In oratione scribenda tempus eius absumitur!

    Percontatrix Quid dicis?

    Terentia Mulier, nescio ubi vivas. Num ignoras Catilinam coniurationem ad rem publicam capessendam machinatum esse clandestinaque consilia ad consulem necandum inisse? Cras Marcus meus in curia in eum impetum faciet eiusque animum funditus franget! Testimonia habet certissima: in perpetuum res publica Marco gratiam certe habebit.

    Percontatrix Ergo Marcum videre hodie non potero?

    Terentia Minime! Occupatior est, quod iam tibi dixi!|

    Percontatrix Tamen, quia magnum et sapientem virum neminem comperimus fuisse sine quadam maxima uxore, possum tecum aliquantulum loqui? Hoc et mihi et lectoribus satis erit. Multos enim puto tanti oratoris vitae cognoscendae cupiditatem aliquam habere…

    Terentia Ego quoque occupata sum, mulier! Certe nescis Marcum in manibus meis omnia domestica officia semper committere; cum e curia redit, fessus fatigatusque est et nihil vult de rationibus sumptibusque domesticis audire. Immo etiam, veniam mihi da, mulier, sed abeundum nunc mihi est: Eros procurator iam diu me expectat!

    Percontatrix Em res adversas! Sed animo non deficiemus! Ecce, obvius occurrens aliquis de familia Ciceronis: Tiro, Tiro ille, est! Quam multa ab illo sciemus de Ciceronis scribendi ratione! Ave, Tiro… Quo curris?

    Tiro Ad Atticum mihi festinandum est: Ciceroni opus est Demosthenis contra Philippum orationibus.

    Percontatrix Aliquid  nobis patefacere de Ciceronis moribus attamen vis?

    Tiro Id facere vellem, mulier; sed nunc tempus mihi non est! Vale!

    Percontatrix Neque Terentia neque Tiro vacui fuerunt percontationi meae, amici! Sed animo non deficiamus! Puellam quandam video, quae multa certe de Cicerone nobis deteget; ecce, Tullia est, oratoris filia. Ave, Tullia!

    Tullia Ave, mulier! Quid facis hic? Quid quaeris?

    Percontatrix Cum patre tuo conloqui volebam, quod tamen difficillimum videtur…

    Tullia Ioco me hoc dicis, an serio? Num credis me hoc nescire? Pater meus occupatior est! Pater meus semper occupatus est! Mihi quoque occupatus est! Omnes enim sciunt nullam illi afferendam esse molestiam, dum scribit! Num id tu ignoras?

    Percontatrix Scio, sed longum iter feci ad eum videndum… Nonne de me deprecari potes?

    Tullia Id facere nullo pacto possum, nec audeo. Mihi quoque nullus accessus ad eum datur. Quapropter, non solum patri pareo auxilium tibi denegando, sed nunc mihi abeundum est, quia matronalia negotia multa et gravia sunt.

    Percontatrix Negotia…matronalia? At puella es!

    Tullia Minime: quintum et decimum annum iam ago! Hic tertius annus est ex quo nupsi. Nunc, quaeso, ignosce mihi, domum redeundum est, quia ancillae lanificae diligenter observandae sunt. Vale, mulier!

    Percontatrix Amici, operam et oleum perdidimus! Marcus Tullius occupatior est neque nobiscum locuturus videtur. Quod forsitan malum non est: saepe vero magni viri laudatores suos deceperunt. Melius fortasse erit Ciceronis opera legere quam cum illo conloqui…

    © Silvia Stucchi, 2019

    [L’immagine di copertina è la vignetta Cicero denounces Catiline di John Leech, 1817-1864, già illustratore dei romanzi di Dickens e altri, e autore, nel 1852, del volume A Comic History of Rome]

  • Percontationes Impossibiles, series altera I – Nero

    Percontationes Impossibiles, series altera I – Nero

    Inauguriamo una nuova serie di Percontationes Impossibiles. Questa volta ne è autrice Silvia Stucchi; i personaggi intervistati sono tutti personaggi storici. Per il resto, le regole sono le medesime della prima serie.

    PERCONTATRIX Ave, Nero.

    NERO Sis, mihi nomen est Lucius Domitius Aenobarbus; tamen, si vis, appella me Neronem.

    PERCONTATRIX Quo nomine Sabini qui “fortis est” indicant.

    NERO Video te, puella, optime edoctam de nomine meo! Dic ergo mihi: cur ad me venisti?

    PERCONTATRIX Percontationis causa…

    NERO Sed quis eam leget?

    PERCONTATRIX Omnes qui Latinae linguae student! Et omnes qui humaniores litteras diligunt.

    NERO Mirum! Sed prius pauca dicenda sunt ut lectorum gratiam mihi conciliem. Nam de me rerum scriptores plurima mendacia scripserunt: tantam infamiam nomini meo intulerunt ut infamia nomen meum obruerint! Sed puto omnes insimulari posse, neminem nisi nocentem revinci posse: qua re confisus, gaudeo quod mihi copia et facultas nunc optigit purgandi probandique mei, quia istae calumniae cum prima specie graves, tum ad refellendum difficiles sunt.

    PERCONTATRIX Quis harum calumniarum auctor est?

    NERO Praesertim iste Tacitus…

    PERCONTATRIX Sed Tacitus clarissimus rerum scriptor est!

    NERO Tace, puella! Inscitia imperitiaque loqueris: Tacitus, quia senator fuit, me oderat! Senatus totus me oderat! Vere alicui credibile est in gente mea neminem valuisse ac mente sana usum esse? Lege, sis, Annales ab excessu Divi Augusti! Videbis quam multa mendacia Tacitus scripserit. Sed vos ei creditis! Avunculum meum, Caligulam, omnino vesanum; Tiberium, omnium rerum simulatorem dissimulatoremque, crudelem ferumque quasi Hyrcanam tigrem; Claudium, balbum claudumque, qui gradum numquam protulit sine libertis suis, qui semper in uxorum dicione mansit…

    PERCONTATRIX Inter quas mater tua quoque fuit.

    NERO Num  de parentibus meis nunc loquendum est?

    PERCONTATRIX Aliquid de familia tua e tuo ore omnes scire volunt…

    NERO Et nos curiositati cedamus! Vobis de patre meo loquar: utinam ne me parvulum reliquisset! Vita mea certe alia fuisset!

    PERCONTATRIX Fateor; sed mater tua diligens impigraque fuit ut primas partes in Palatio ageres.

    NERO Ita. Tamen hoc dicere mihi acerbum est. Mulier pulcherrima fuit, sed impotens! Sed imperiosa! Sed vere tyrannus sub palla fuit! “Nero, huc  veni! Nero hoc fac! Nero, illum dimitte!”. Ommia ad nutum eius mihi facienda erant!

    PERCONTATRIX Sed fatendum est te numquam sine Agrippina principem futurum fuisse…

    NERO Verum est. Sed mater mea maiora spectavit. Pace eius fateor eam ambitiosiorem laudisque cupidiorem fuisse. Qua re patruo suo nupsit!

    PERCONTATRIX Qualis ille tibi visus est?

    NERO Quid dicam de Claudio? Homo litteratus fuit, Tuscoque sermone loquebatur, multa antiquiora noverat. In manibus eius semper stilus tabulaque erant….sed quid aliud facere poterat, miselle? Pila ludere, equitari, curru vehi numquam potuit! Formae dignitatem certe non habuit! Puto eum multos per annos stultum esse simulavisse.

    PERCONTATRIX Omnia intellego. Ad matrem redeamus.

    NERO Bene fecisti. Quid de Agrippina etiamnunc dicendum est? Ecce: me puerum educandum tradidit cuidam philosopho.

    PERCONTATRIX Cui philosopho?

    NERO Scio te eum bene novisse: ne simulaveris te non intellegere! De Lucio Annaeo Seneca dico. Quam multos annos mihi perferendus fuit! Quin etiam: primo eum dilexi! Tamen puer non philosophiae tantum studui, sed etiam tibia canere, psallere, ad symphoniam saltare didici: sciendum enim est etiam quendam optimum saltatorem inter magistros fuisse. Sed praecipue ab ineunte aetate equorum studio flagravi plurimusque mihi sermo, quamquam vetabar, de circensibus erat.

    PERCONTATRIX Nonne ipse aurigare voluisti?

    NERO Ita, et etiam spectari volui, et me in Circo Maximo universorum oculis praebui. Scilicet neque mater neque Seneca studia mea intellegere potuerunt. De Agrippina forsitan tacendum sit: mater semper mater est….sed de Seneca! Sane dixerit  se sapientem numquam fuisse satisque sibi aliquid cotidie e vitiis dempsisse! At aliter locutus est, aliter vixit! Et multos per annos mihi defendendus purgandusque fuit ante omnium oculos: quod molestius fuit.

    PERCONTATRIX Sed, quid de eius praeceptis meministi?

    NERO Molestiam taediumque! Dum ille loquitur, mihi solacium praebebam, cogitans: Alexandrum quoque sectabatur eiusque lateri semper adhaerebat Aristoteles, patris Philippi iussu…

    PERCONTATRIX Nonne postremo vindicavisti te tibi?

    NERO Certe: anno sexto postquam principatum inivi, vincula in quibus tam longe fueram perfregi: Senecam primum dimisi….

    PERCONTATRIX Burrum quoque.

    NERO Burrus me matris iussu custodiebat sicut canis catenarius! Ius mihi erat eligendi praefectum praetorio quem mallem!

    PERCONTATRIX De matre tua autem radicitus exsolvisti…

    NERO Verbis tempera, puella! Puta semper te cum principe sermonem habere! Tamen, tibi fatebor me ea nocte, qua mortua est, vix matrem meam dimisisse, multumque me osculatum esse cum eam amplexus sim! Attamen hoc tibi sciendum est: regnandi cupiditate eo usque pervenit Agrippina ut saepius se mihi offerret, incesto paratam. Quid aliud facerem?

    PERCONTATRIX Sermonem alio transferamus: melius erit. Quid de incendio urbis dicas?

    NERO Necesse erat ut fieret.

    PERCONTATRIX Sed Christianos accusavisti…

    NERO Ulcus tetigisti, puella! Sed quid facerem? Incendium formidulosum fuit, universaque Urbs in rabiem versa: malos auctores in hac re habui.

    PERCONTATRIX Facile dictu, nunc…

    NERO Facile dictu tibi, puella! Num meditata es de principis adulescentis incommodis?! Octavum decimum annum agens princeps factus sum: omnes mihi invidebant sperabantque me praecipitem ruiturum.

    PERCONTATRIX Sed post incendium, Domum quae “Aurea” appellata est, aedificavisti…

    NERO Scisne? Cum de domo mea cogitem, etiamnunc vehementer commoveor: mira fuit, vere omnibus somniis pulchrior.

    PERCONTATRIX Verum est aliqua loca eius domus populo patuisse?

    NERO Certe. Vides quam rerum novarum amator fuerim? Quam multa, quae temporibus tuis communia erunt, ante tempus ego fecerim? Rem publicam ludum scaenicum  esse intellegi.

    PERCONTATRIX Maximas tibi gratias agimus ob percontationem istam. Multa nos docuisti. Postremo, quo modo te describas?

    NERO Piget me Taciti verbis uti, attamen tibi dicam: “Incredibilium cupitor”.

    © Silvia Stucchi, 2019

  • La simulazione della prova di maturità

    La simulazione della prova di maturità

    Abbiamo chiesto a Rossella Sannino, docente in un liceo classico milanese e docente a contratto di Didattica del Latino presso l’Università degli Studi di Milano, di valutare la simulazione della seconda prova di maturità per i licei classici, somministrata lo scorso 28 febbraio 2019. Auspichiamo che la discussione possa essere ampia, e servire alle tre parti in gioco nell’operazione – gli studenti che dovranno affrontare la nuova prova; i docenti che devono prepararli alla prova stessa; quanti devono predisporre le prossime simulazioni e la prova definitiva.

    Lo scorso 28 febbraio si è svolta la prima simulazione nazionale del secondo scritto di maturità.

    Non inatteso il modello, perché il Ministero aveva provveduto a pubblicare un facsimile della nuova prova il 22 dicembre 2018; incertezze e ansie riguardavano il contenuto: traduzione dal greco o dal latino?

    I rappresentanti del Ministero, interpellati in proposito in una riunione indetta dall’Ufficio Scolastico Regionale con l’intenzione di chiarire i dubbi sulla nuova maturità, non avevano sciolto il quesito, motivando tale reticenza con la volontà di lasciare , così facendo, un alone di difficoltà coerente con la prova d’esame.

    Il testo d’esame è stato trasmesso via web, con piccolo ritardo, forse dovuto all’elevato numero di richieste d’accesso al sito del ministero. Finalmente, alle 8,45 il testo: traduzione dal latino, Tacito (Annales VI, 8), e confronto con il greco, Cassio Dione (58, 11, 1-2 e 12, 3-4).

    Come previsto, un’ampia introduzione permetteva di contestualizzare il passo anche agli studenti che ancora non avessero intrapreso lo studio dell’autore latino, il cui passo era corredato da ante-testo e post-testo,  nella traduzione di Ezio Cetrangolo, e senza confronto con l’originale.

    Dello storico greco si davano due passi, ciascuno con traduzione d’autore accanto al testo originale.

    Le richieste: tradurre il testo latino e rispondere a tre quesiti in cui si invitava ad operare confronti fra il testo di Tacito e quello di Cassio Dione. Tempo concesso 6 ore, consentito l’uso dei dizionari latino, greco, italiano.

    Le interviste fatte all’indomani della prova – fatta decantare la fatica immediata – consentono di registrare, da parte degli studenti, un giudiziο globalmente positivo su questa  tipologia d’esame, perché il confronto fra testi diversi finalizza lo scopo della traduzione,  e  la “versione” acquista una dimensione  pragmatica e non fine a se stessa, in quanto si traduce per comprendere e per svolgere un’indagine interpretativa. È una prova che ingaggia al cimento, che costringe a riflettere e che può dare soddisfazione e senso a tanto studio di lingua e cultura nel percorso liceale.

    Prendiamo in esame le tre parti in cui è strutturata la prova.

    Prima parte, la traduzione: la comprensione del passo di Tacito era orientata da numerosi indizi seminati nell’introduzione;  saperli cogliere richiedeva una capacità di attenta lettura anche del testo in lingua italiana. Nella correzione delle prove si è talora constatato un mancato riconoscimento di questi indizi:  ci si interroga se si tratti di una fragilità di attenzione o forse anche di mancanza di fiducia nella significatività del testo.

    Il passo latino da tradurre, supportato dunque dagli aiuti su detti, non si presentava molto difficile o astruso. Poco influente è stata la confusione tra Livilla e Drusilla, evitabile invece la mancata segnalazione grafica della conclusione del discorso di Terenzio.

    Seconda parte, il confronto con il testo greco: Cassio Dione non è autore frequentato dagli studenti dell’ultimo anno, ma comunque i due passi proposti per il confronto erano corredati dalla elegante traduzione di Alessandro Stroppa. Il confronto reale con questo testo è però oggetto dei quesiti dell’ultima e terza parte.

    Terza parte, tre quesiti cui rispondere in forma aperta. Qui è sorta qualche perplessità, anzitutto per la loro non chiarissima formulazione. Di seguito li riporto.

    1) Comprensione /interpretazione

    Sintetizza brevemente le argomentazioni portate a propria difesa da Marco Terenzio e quella degli anonimi amici di Seiano citati da Cassio Dione, e verifica la corrispondenza (o le differenze) fra l’una e l’altra voce.

    Le “voci” in questione sono quelle dei due autori? Perché nel testo greco l’unica voce narrante è quella dello storico, che riporta fatti e valutazioni personali sul dopo Seiano, mentre in Tacito leggiamo la dichiarazione stessa del testimone Terenzio.

    2) Analisi linguistica e/o stilistica ai fini dell’interpretazione

    Tanto Tacito quanto Cassio Dione utilizzano la caduta di Seiano per trarne delle considerazioni morali e moralistiche, più esplicite nel testo greco, più implicite in quello latino, forse per non appesantire troppo la narrazione. Ne sapresti individuare, nell’uno e nell’altro testo, alcuni termini-spia?

    “ Considerazioni morali e moralistiche”: la formulazione del quesito è stata percepita come ridondante, in assenza di miglior distinzione tra ciò che è morale e ciò che è moralistico. I destinatari del quesito sono pur sempre liceali della contemporaneità, con limitata confidenza con la differenza che intercorre tra i due termini. La ricerca di “termini spia” ha generato perplessità: si trattava di individuare parole singole oppure espressioni che fossero rivelatrici del giudizio implicito del narratore? Il chiarimento a voce del docente di turno o l’intuizione dello studente hanno fornito gli adeguati strumenti per dare risposta al quesito.

    3) Approfondimento e riflessioni personali

    Un termine centrale dell’argomentazione di Terenzio è obsequium. Per Cicerone (Laelius 88-89) obsequium è il rispetto reciproco che lega superiore e inferiore in una scala gerarchica o due amici di pari grado in un rapporto privato. L’obsequium non deve degenerare e diventare eccessivo, perché l’eccesso impedisce di agire positivamente l’uno sull’altro, segnalando limiti e difetti di ciascuno. Proprio la degenerazione dell’obsequium in adulatio (all’origine, le manifestazioni d’affetto dei cani e degli altri animali da compagnia) è invece, per Tacito, fra le cause della decadenza morale del principato, e quindi anche di quella politica. Ricordi altri passi di quest’autore che vadano in questa direzione, oppure di autori di età imperiale in qualche misura accostabili all’idea?

    Termine centrale dell’argomentazione di Terenzio disponibile nel testo in latino non è obsequium. È già stato segnalato da Franca Gusmini, sulle pagine del Corriere, l’ errore nella formulazione del quesito: di obsequium si parla nella porzione di testo fornita in traduzione, difficile quindi da riconoscere senza testo latino a fronte; il suo significato poi, in questo contesto, è quello di obbedienza, ovvero dell’unica forma di gloria possibile per chi voleva mantenere fede al proprio dovere nell’amministrazione dello Stato. Molto apprezzata invece la possibilità di un excursus presso altri autori.

    La valutazione: assegnata in 20esimi, solo 4 punti su 20 sono destinati alla valutazione dei quesiti. Sembrava fosse questo uno svilimento dell’impegno profuso per risolverli, ma dopo le prime correzioni gli insegnanti pensano che siano equi: tra incertezza dei quesiti e approssimazione delle risposte, non è ancora arrivato il momento per rendere questo aspetto troppo rilevante nella valutazione globale.

    In conclusione:

    Promossa la tipologia d’esame, ma si chiede una maggior attenzione nella formulazione dei quesiti. Rispetto alle indicazioni fornite nel documento di dicembre, ci si aspettava una certa attenzione al codice  letterario e alle sue finalità espressive.

    Resta unanime oggetto di critica la scelta di proporre la nuova formula d’esame ad anno scolastico iniziato e avanzato: manca il tempo di una preparazione mirata, i propositi didattici di inizio anno ne vengono sconvolti, ci si deve affidare all’inventiva dei docenti, nonché alla loro capacità di improvvisare e di metter a disposizione tempo non retribuito per sanare l’assenza di indicazioni mirate da parte del Miur.

    Ben vengano le indicazioni ministeriali per i criteri di valutazione, peccato che siano generiche e formulate in un linguaggio assai criptico (si veda alla voce “obiettivi della prova” nel “Quadro di riferimento per la redazione e lo svolgimento della seconda prova dell’esame di Stato”). Per far fronte a questa nuova incombenza le scuole si sono organizzate in consulte urbane, territoriali, regionali … ritagliando il tempo per gli incontri in spazi non previsti e, a quanto pare, non retribuiti.

    Molte le questioni aperte che sono messe in moto da questa prova di esame, in primis lo svecchiamento  della didattica delle lingue classiche ; ma vi è anche un aspetto organizzativo, che non potrà ignorare il coordinamento mirato degli insegnamenti di latino e greco.

    © Rossella Sannino, 2019

  • Senofonte e le Arginuse

    Senofonte e le Arginuse

    Facendo seguito ad altri esempi di proposte traduttive partendo da testi greci presentati in latino, vorrei qui riportare un celebre racconto di Senofonte. Rievoco brevemente i fatti narrati, più ampiamente ricostruiti nell’articolo di Paolo A. Tuci che allego a fine post, derivandolo dalla pagina open source dello studioso. Siamo sul finire della guerra del Peloponneso, che da quasi trent’anni contrappone Atene e Sparta, con i rispettivi alleati. Atene è in difficoltà già da tempo, ma nel 406 a.C. riesce a sconfiggere la flotta spartana alle isole Arginuse. Si tratta di tre isolotti nei pressi della costa dell’Asia Minore, vicino a Lesbo. Il luogo non è identificato con certezza, perché oggi in quella zona sopravvivono due, non tre, isolotti. Di recente, si è pensato di identificare il terzo in una (attuale) penisola, che si sarebbe saldata col tempo alla costa. Si tratterebbe quindi della fascia di mare al largo di Dikili, in Turchia. Ma la cosa qui possiamo lasciarla ingiudicata.

    Quello che interessa sono gli avvenimenti relativi alla vittoria: la flotta ateniese, al comando di otto strateghi, vince e riesce a far sì che gli Spartani tolgano il blocco che chiudeva le navi al comando dell’ateniese Conone, di stanza a Lesbo. La vittoria non fu però senza prezzo: l’inizio di una pesante tempesta impedisce di svolgere il loro compito alle triremi inviate a raccogliere i caduti in mare durante il combattimento. Al ritorno a casa, sei degli otto strateghi (due, avvertendo la mal parata, si sono messi prudenzialmente in salvo; con loro, anche lo stesso Conone) furono processati per il mancato salvataggio, e alla fine vennero condannati a morte. L’avvenimento è raccontato da Senofonte e Diodoro Siculo, fonti principali (ma non uniche), in modi leggermente differenti. Entrambi sono però d’accordo – e d’accordo è la storiografia moderna – che la decisione di mandare a morte sei dei propri migliori comandanti fu, per Atene, un simbolico suicidio, prodromo al futuro suicidio della battaglia di Egospotami (che mise fine alla guerra del Peloponneso, con la sconfitta di Atene).

    Nel racconto di Senofonte, che riporto nella traduzione latina di J.A. Ernesti, Lipsia 1763, rivista dall’anonimo curatore del volume Didot, Parigi 1878, di cui mi avvalgo, e ritoccata qua e là anche da me, non è però il verdetto in sé ad essere in causa, ma il modo in cui si arrivò al verdetto. La votazione, secondo Senofonte, si sarebbe dovuta svolgere a scrutinio segreto e nell’ambito della boulè (qui tradotto senatus), non dell’ecclesia (qui contio). La boulè è un’assemblea rappresentativa, con pieni poteri amministrativi e legislativi; l’ecclesia è l’assemblea di tutti i cittadini, aperta perciò agli umori popolari, ma non necessariamente a competenza e giustizia. Ci sono casi in cui, essendo in gioco l’interpretazione della legge, non possono essere tutti a decidere, ma deve sapersene prendere la responsabilità chi si è assunto il compito di comando. E’ questa la morale che si ricava dalle pagine di Senofonte, al di là del giudizio su colpe o meno in questo o in altri casi simili.

    Segnalo, per la traduzione: di contio e senatus, termini anacronistici se riferiti all’Atene del V secolo, ho già detto (contio poteva essere tradotto anche con agorà o forum, naturalmente, ma a Ernesti doveva piacere il termine romaneggiante, laddove oggi forse preferiremmo l’idea di “piazza pubblica”); i Prytanes sono i magistrati incaricati di organizzare le assemblee. Teramene è figura del tempo, particolarmente odiosa nel giudizio di Senofonte (non così altre fonti): presente fra gli incaricati del recupero dei naufraghi, avrebbe giocato d’anticipo accusando i propri comandanti, per non essere imputabile a sua volta. Teramene era celebre per i suoi voltafaccia: oligarchico nel 411, democratico nel 409, trierarca nel 406, fu anche ambasciatore plenipotenziario nella trattativa di resa di Atene con Sparta dopo la sconfitta di Egospotami, finché, nel 404, venuto a scontrarsi con Clizia, finirà vittima dei Trenta Tiranni, dei quali pure era stato fiancheggiatore. Anche Callisseno è un demagogo ateniese: messosi in luce con il processo, fuggirà poi a Sparta quando gli Ateniesi incominciarono a pentirsi della loro sentenza e a voler rivedere le carte processuali, per rientrare in città solo grazie all’amnistia generale successiva alla cacciata dei Trenta, conservando però un ruolo del tutto marginale.

    Ecco dunque il testo, piuttosto fedele al dettato di Senofonte nella prima parte, meno nella seconda (per ragioni di lunghezza), ma spero non alterato nelle idee e nello svolgimento. Ricordo che si tratta di un’ottima occasione di versione, con possibilità di discussione in classe delle idee espresse dallo storico antico … aggirando i vari siti internet che presentano tradotti tutti o quasi i testi latini a disposizione, ma non ancora quelli tradotti in latino dal greco!

    Contio coacta est, in qua inter alios etiam Theramenes duces in primis accusabat, iure ab ipsis rationem exigendam dicens, quamobrem naufragos non sustulissent. Nam quod alium neminem incusassent, epistolae productae testimonio docebat, quam duces ipsi ad senatum et ad populum misissent, in qua causam nullam aliam afferrent, nisi tempestatem. Post haec duces singuli brevibus verbis se purgaverunt, et rem, ut erat gesta, commemorarunt : se adversus hostes profectos esse, naufragos autem ut tollerent triremium praefectis (hominibus ad res gerendas idoneis et imperatorio munere functis) imperasse, i.e. Therameni et aliis talibus. “Neque tamen – aiebant – propterea haec dicimus, quod hi modo nos accusant atque in hos sic culpam conferemus. Sed tempestatis magnitudo prohibuit quominus naufragi tolli potuissent”. Atque harum rerum et gubernatores et multos alios, qui expeditionis socii fuerant, testes producebant.  Haec cum dicerent, populo satisfaciebant, ac multi eos libere demitti voluerunt. Verum, re deliberata, visum est senatum ad populum referre quo pacto de causa in iudicio cognoscendum esset. “Athenienses universi suffragia ferunto”, reclamavit tunc Callixenus, et indignum esse clamitat non concedi populo ut, quod ipse velit, agat. Secuta sunt Apaturia, quo festo inter se parentes et cognati conveniunt. His igitur festis diebus amici Theramenis homines complures nigris indutos vestibus submiserunt, ut ii, tanquam eorum qui periissent propinqui, ad populum accederent et duces accusarent. A plebe igitur tumultuatum est, donec magistratus illi qui Prytanes vocantur, metu perculsi, suffragium populo permissuros se dicebant, praeter unum Socratem, Sophronisci filium. Is aliud quidquam negabat se facturum quam quod esset legi consentaneum.

    Ecco infine il saggio di Paolo A. Tuci, promesso all’inizio del post. Lo si può sfogliare usando le freccine nell’angolo in basso a sinistra. Buon lavoro a tutti!

    paolo-tuci-arginuse

    © Massimo Gioseffi, 2019