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  • La lunga vita dei proverbi

    La lunga vita dei proverbi

    In Petronio, specialmente nel cosiddetto “intermezzo” della Cena di Trimalchione, costituito dalle chiacchiere dei liberti (Satyricon 41, 9-46), su cui mi sono già soffermata in un precedente post (https://users.unimi.it/latinoamilano/articles/2018/02/18/il-latino-dei-liberti/), troviamo uno straordinario campionario di detti, proverbi, modi di dire che rimandano all’ambito biotico, al corpo, alle attività agricole e al mondo animale. Essi caratterizzano in modo vivace ed espressivo i parlanti secondo la loro provenienza, ma, soprattutto, sono rimasti, spesso, stranamente immutati nel tempo, o, in alcuni casi, si sono modificati in modo sorprendentemente scarso.  Può essere interessante, e forse anche divertente, evidenziarne alcuni, con riferimento ai modi di dire italiani e dialettali, di Bergamo e di Premana, in Valsassina (per questo ringrazio il collega Marco Sampietro, che mi ha dato preziose indicazioni). Sicuramente, ciascuno sarà in grado di aggiungere detti e proverbi del proprio dialetto. Sono molto gradite, quindi, le segnalazioni in proposito.

    -Vinus mihi in cerebrum abiit (Sat. 41, 12) = il vino mi ha dato alla testa,  propr. “il vino mi è andato al cervello”. Cfr. it. “il vino / l’alcool mi dà alla testa”; dial. prem. al m’è ‘ndàa ól vìin al còo.

    -Modo, modo me appellavit. Videor mihi cum illo loqui = è quello che potremmo chiamare il  “paradosso di Monsieur de La Palice”; ovvero, come sempre si dice di una persona defunta all’improvviso, “Mi sembra ancora di vederlo / di parlargli; / gli ho parlato proprio ieri / cinque minuti / un’ora fa; / mi sembra di aver parlato con lui un attimo fa; / mi sembra d’averlo visto ieri”…

    –Heu, eheu! Utres inflati ambulamus. Minoris quam muscae sumus. <Illae> tamen aliquam virtutem habent; nos non pluris sumus quam bullae = L’otre doveva essere un oggetto alquanto familiare. Noi diremmo “siamo come delle bolle di sapone” (cfr. le bullae evocate subito dopo nel testo). Sulle mosche, cfr. la considerazione di Gloucester in King Lear (IV, 1, 36-37): As flies to wanton boys, are we to th’Gods; / They kill us for their sport. “Noi siamo per gli dèi quel che per i monelli sono le mosche: / ci schiacciano per divertirsi” (trad. di G. Baldini).

    –Tamen abiit ad plures = it. “andare fra i più / nel mondo dei più”.

    –Tamen bene elatus est, vitali lecto, stragulis bonis = come sempre, la voce popolare compiange il morto, ma è quasi una consolazione che “abbia avuto un bel funerale / una bella cerimonia”. Cfr., per contrasto, il protagonista de La Roba di Giovanni Verga, Mazzarò, che valuta anche la madre secondo il costo del funerale: “Di donne non aveva avuto sulle spalle che sua madre, la quale gli era costata anche 12 tarì, quando aveva dovuto farla portare al camposanto”.

    -Sed mulier quae mulier milvinum genus = “Ma una donna che sia una donna…che razza d’avvoltoi”, espressione propria di una misoginia millenaria, come quella, ispirata al mondo animale e naturale, di Semonide di Amorgo. (cfr. anche la definizione di Fortunata, moglie di Trimalchione, come pica pulvinaris= lett. “gazza da cuscino”, ossia “chiacchierona”, donna che “non sta zitta nemmeno quando dorme / nemmeno a letto”).

    -Sed antiquus amor cancer est = lett. “un amore di lunga data è un cancro”; “l’amore è una malattia inguaribile”, luogo comune duro a morire; cfr. l’uso metaforico e traslato dell’aggettivo “incancrenito”.

    -Ab asse crescere (Sat. 43, 1) = “venire su dal niente” (propr. “crescere da un asse”) = dial. prem. vegnì sü dal negót.

    -Virorum meminisse (Sat. 43, 1) = “pensare a vivere” (propr. “ricordarsi dei vivi”) = berg. tirà a campà.

    -Linguam caninam comedere (Sat. 43, 3) = “non avere peli sulla lingua” (propr. “avere mangiato lingua di cane”) = dial. prem. avèch ‘ne léngue de fööch (propr. “avere una lingua di fuoco”: il che, evidentemente, impedisce di tenere di la bocca chiusa e quindi, per traslato, impone di parlare!). L’idea del cane come animale senza pudore emerge anche dalla definizione di “cinico” per Diogene, o dall’aggettivo kynopis, “faccia di cane, sfrontata”, che Elena in Omero (cfr. Iliade III, 180; IV, 145, VI, 344) riferisce a se stessa (cfr. anche Eur. Andr. 630). E anche nel racconto omerico dedicato al crimine di Clitennestra, la donna viene definita dallo spettro del defunto marito “una faccia di cane”, in quanto non si potrebbe immaginare “nulla di più terribile e di più cane”, dice Agamennone, di una donna che uccida il proprio marito: cfr. Od. XI, 422 ss. Ma, in generale, l’epiteto kynopes, e il corrispondente femminile kynopis “ritraevano probabilmente l’atteggiamento del cane che osa fissare l’uomo negli occhi anche quando, avendo combinato qualche guaio, dovrebbe vergognarsi e abbassare lo sguardo”: così Franco 2003, pp. 170-171. In particolare, nella sfrontatezza del cane, questa temerarietà dello sguardo diretto può associarsi a un’espressione di finto candore che mira a dissimulare la consapevolezza della colpa che il soggetto ha ben presente: e così, anche Agamennone, nel corso della celebre “aspra contesa” con Achille (Il. I 158 ss.) riceve da quest’ultimo le accuse di spudoratezza e di avidità, dato che gli Achei si trovano tutti a Troia solo per soddisfare i suoi desideri, e lui, “faccia di cane” (kynopa), ha per giunta il coraggio di non rispettare chi ha messo a rischio la vita solo a vantaggio suo.

    -Et inter initia malam parram pilavit = lett. “e all’inizio ebbe una brutta civetta da pelare” (spellare e spiumare un volatile non è mai semplice né piacevole); it. “ebbe una brutta gatta da pelare”.

    -Sed recorrexit costas illius prima vindemia = “ma la prima vendemmia gli rimise a posto le costole”, dialetto berg. “’l sé resbaldìt fò”, detto sia di miglioramenti fisici (riconquista della salute) che morali ed economici.

    -Mentum tollere (Sat. 43, 4) = “rialzare la cresta” (propr. “sollevare la testa”), berg. ozzà sü la crèste, berg. lèà sö ’l cò.

    -Paratus fuit quadrantem de stercore mordicus tollere = lett. “avrebbe tirato su un centesimo dallo sterco / dal letame con i denti”, espressione ancora oggi assai icastica.

    -In manu illius plumbum aurum fiebat = “in mano sua il piombo diventava oro”, espressione proverbiale rimasta identica sino a oggi.

    -Niger tanquam corvus = “nero come un corvo”, di persona anziana, ma non canuta, paragone ancora comprensibilissimo e usato: del resto, il colore dei capelli nero intenso con sfumature di blu è ancora oggi definito “corvino”.

    -Is, quacunque ibat, terram adurebat (Sat. 44) = it. “fare terra bruciata”

    -Quod nec ad caelum nec ad terram pertinet (Sat. 44) = it. “non sta né in cielo né in terra”.

    -Stips, o stipes (Sat. 44), = “tronco, legno”, per indicare una persona poco brillante, dura di comprendonio, it. “zuccone”, o meglio, dial. berg. sòc, lett. “ciocco”. Poco più avanti (Sat. 75, 13), analogamente, Trimalchione dirà, della moglie, codex, non mulier. 

    -Piper, non homo (Sat. 44) = “pepe, non un uomo”. It. “un granellino di pepe / di sale / uomo tutto pepe”, per indicare una persona sempre attiva e vivace, che combina magari a questa qualità la piccola statura. Cfr. Catull. 53, 5 a proposito di Licinio Calvo, la cui eloquenza gli ha meritato questa voce di approvazione:  Di magni, salaputium disertum!

    -Sed rectus, sed certus, amicus amico, cum quo audacter posses in tenebris micare = “corretto, fidato, amico con gli amici” (il che non sembra il massimo come espressione di moralità per un politico) “uno con cui potevi tranquillamente giocare a morra al buio” (iperbole per indicare l’onestà nei confronti degli “amici”).

    –In curia autem quomodo singulos pilabat = it. “li spellava / pelava vivi”, oppure “li faceva neri”.

    -Nec schemas loquebatur sed directum = it. “non usava giri di parole “ (si usa la parola greca schema, che forse più correttamente potrebbe essere usata al plurale nella forma schemata, per indicare l’apparato della retorica, inteso in senso deteriore) “andava al sodo / andava al dunque / andava dritto al cuore della questione”.

    –Itaque illo tempore annona pro luto erat = espressione chiaramente proverbiale (possiamo renderla, attenuandola con “la roba da mangiare veniva via per niente / costava niente”), che si ritrova nella novella del vetro infrangibile: Sat. 51, 6, si scitum esset, aurum pro luto haberemus, “se si fosse venuto a sapere, l’oro varrebbe come lo sterco”.

    –Nemo curat quid annona mordet (Mordet per mordeat, ma del resto, quanti fanno ancora oggi l’interrogativa indiretta con il congiuntivo?). E’ un modo di dire comune: quante volte abbiamo letto frasi come “La crisi morde / la crisi morde ancora”? 

    -Nam isti maiores maxillae semper Saturnalia agunt = it. “mascelloni, mangioni, ganascioni”. Ricordiamo che la satira del Ventennio, in particolare a Livorno, aveva affibbiato a Costanzo Ciano, padre di Galeazzo Ciano e consuocero di Mussolini, il poco onorevole nomignolo di “Ganascia”, data la sua abitudine a mangiare ai quattro palmenti, e non solo a tavola. Cfr. ancora l’espressione  popolare, relativa ai politicanti avidi e disonesti: “Per loro è sempre festa / è sempre Natale”. Oppure, pensiamo all’espressione, ancora più popolare, “è tutto un magna magna”. Sull’idea di “sperperare” i soldi e i beni, propri o pubblici, cfr. l’espressione dialettale bergamasca maià fo / maià sö (cfr. Zappettini 2003, p. 298: Mangiàs teutt ol sò, “dar fondo a tutto il suo”). 

    -Heu heu, quotidie peius! Haec colonia retroversus crescit tanquam coda vituli = it. “Ahimè, ogni giorno peggio! (identico al latino). Questa colonia cresce all’indietro come la coda del vitello”, espressione evidentemente proverbiale riferita al mondo animale, come nell’espressione asinus in tegulis (63, 2, “l’asino sul tetto”, cfr. Livio XXXVI, 37, che narra di un prodigio affine, relativo a due mucche, poi sacrificate come piaculum).

    -Sed quare nos habemus aedilem trium cauniarum = lett. “Ma poiché noi abbiamo un edile che vale tre fichi di Cauno“; it. “non vale un fico secco”.

    -Sed si nos coleos haberemus = it.  “Se noi avessimo i c…”. Cfr. come analoga espressione sia sempre nella novella del vetro infrangibile in Sat. 51, 5, putabat se coleum Iovis tenere, “pensava di tenere…la situazione in pugno” (= “di avere gli attributi di Giove”).

    -Itaque statim urceatim plovebat = lett. “pioveva a scrosci come da orci rovesciati”; it. “pioveva a catinelle”; dial. berg. piöf a sidèi” (“piovere a secchiate”). L’orcio non è più un oggetto familiare, ma il secchio sì.

    -Antea stolatae ibant nudis pedibus in clivum, passis capillis, mentibus puris = Nel pensiero popolare la raffinatezza del vestire femminile va di pari passo con la decadenza morale, e la semplicità e sobrietà negli ornamenti, di converso, è indice di purezza d’animo e onestà: cfr. Dante, Pd. XV, 100-114, là dove Cacciaguida ricorda l’abbigliamento semplice degli abitanti della prisca Firenze (che stava “in pace, sobria e pudica”, v. 99), la cintura d’osso di Bellincion  Berti, e la modestia delle donne fiorentine del buon tempo antico, prive di ornamenti troppo costosi e ricercati. 

    –Litterae thesaurus est, et artificium numquam moritur (Sat. 44) = lett. “l’educazione / la cultura è un tesoro, e un mestiere non muore mai”.  Sta parlando un padre, a proposito della formazione del figlio; cfr. la nota espressione “nell’educazione un tesoro”, e il detto “impara l’arte e mettila da parte”, oppure la voce popolare per cui “è sempre importante avere un pezzo di carta”.

    -Vervex (Sat. 57) = “caprone”, cfr. berg.  besòt, crapa de besot.

    -Et habebam in domo qui mihi pedem opponerent hac illac; tamen – genio illius gratiam –  enatavi: (Sat. 57) = it. “fare lo sgambetto a qualcuno”; “uscirne fuori”, lett. “uscirne fuori a nuoto”, berg. “rampà fò” (che esprime non l’idea di “nuotare fuori”, ma quella di “uscire arrampicandosi con le unghie da una buca”).

    -Qui non valet lotium suum = espressione volgare rinforzata dal successivo periodo ipotetico Ad summam, si circumminxero illum, nesciet qua fugiat; cfr. it. l’espressione scurrile, per indicare sommo disprezzo: “ci p…. sopra”.

    -Homo inter homines fuit = it. “Sono un essere umano fra gli esseri umani”; cfr. quanto afferma Trimalchione della moglie Fortunata, che ha riscattato, poco avanti hominem inter homines feci (Sat. 75, 13). Sempre a proposito della moglie, ormai troppo superba, Trimalchione dice “at inflat se tamquam rana”, “si gonfia come una rana” (ricordiamo la favola esopica della rana che si gonfia sino a scoppiare), e la apostrofa, come abbiamo già visto sopra, codex  (“ceppo”, berg. sòc).

    -Capite aperto ambulo = lett. “cammino a testa scoperta” (senza il copricapo che contraddistingueva gli schiavi liberati), it. “cammino a testa alta”.

    –Nec mu nec ma argutas = cfr. it. “non dire né ai né bai”, e simili.

    –In alio peduclum vides, in te ricinum non vides = lett. “Vedi il pidocchio altrui / su un altro e non la zecca su di te”; cfr. l’evangelico “Vedi la pagliuzza nell’occhio del vicino e non vedi la trave nel tuo occhio”, diventato poi luogo comune. Peduclus, ossia pediculus, compare fra gli errori sanzionati dall’Appendix Probi.

    -Sed in molle carne vermes nascuntur, “nella carne molle nascono i vermi” = it. “il medico pietoso fa la piaga cancerosa”, e simili sempre con l’idea della putrefazione come metafora della corruzione.

    -Vasus fictilis = “vaso di coccio”. Manzoni, per indicare la debolezza caratteriale  e sociale di don Abbondio, “vaso di coccio tra vasi di ferro” (cap.1, “s’era dunque accorto … d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”); ma Don Abbondio stesso, una volta guarito dalla peste, per indicare la sua permanente fragilità, dirà a Renzo: “Sono una conca fessa” (cap. 38, “Guardatemi: sono una conca fessa; sono stato anch’io, più di là che di qua”…).

    –Immo lorus in aqua, lentior, non melior = lett “cuoio nell’acqua, allentato, putre, non migliore”, allusione proverbiale all’impotenza, cfr. Mart. VII, 58, 3. Come sempre, nelle liti e nelle sfuriate, l’insulto va a toccare il campo sessuale.

    Soffermarsi un poco su questi detti e proverbi (sul che, rimando a  Duneton 2003, che svolge la storia delle espressioni idiomatiche francesi, e non solo, a partire dal latino) è utile, perché fa capire la vicinanza antropologica al di là della lontananza temporale. Non dimentichiamo mai che la nostra lontananza dal latino non è spaziale, ma temporale, ed è pertanto una lontananza avvertita dagli studenti come più grave, spesso terrorizzante e addirittura respingente, ovvero come una discrasia fortissima (un’eccezione, questa, rispetto al principio, solitamente valido, della loro equipollenza spazio-temporale).

     

    Bibliografia essenziale

    F. Abbott, The Use of Language as a Mean of Characterization in Petronius, “CPh” 2, 1907, pp. 43-50;

    B. Boyce, The Language of the Freedmen in Petronius’ “Cena Trimalchionis”, Leiden 1991;

    V.Ciaffi, Intermezzo nella “Cena” petroniana (XLI, 10 – LVI, 8), “RFIC” NS 33, 1955, pp. 113-145;

    C. Duneton, La puce à l’oreille: les espressions imagées et leur histoire, Paris 2003;

    C. Franco, Senza ritegno. Il cane e la donna nell’immaginario della Grecia antica, Antropologia del mondo antico, Bologna 2003;

    A. Perutelli, Le chiacchiere dei liberti. Dialogo e commedia in Petronio XLI – LXVII, “Maia” NS  37, 1985, pp. 103-120;

    S. Stucchi, Autobiografia immaginaria, riscrittura, reinvenzione: tre sentieri per la ricezione di Petronio, “Aufidus” 75, 2016, pp. 735-756;

    S. Zappettini, Vocabolario bergamasco-italiano per ogni classe di persone e specialmente per la gioventù, Bergamo 1859, rist. anast. Bergamo 1990.

     

    © Silvia Stucchi, 2018

  • In memoria di una signora amica

    In memoria di una signora amica

    La traduzione in latino di testi greci è una prassi antichissima. Senza contare le traduzioni compiute dagli stessi autori latini, o la diffusione di certe opere poetiche e filosofiche avvenuta, nel corso del Medioevo, solo grazie alla loro traduzione, a partire dal primo Umanesimo si è incominciato a tradurre un po’ di tutto. All’inizio le motivazioni potevano essere svariate: rendere comprensibile e favorire la diffusione dei testi greci anche nell’Occidente latinizzato; dimostrare il proprio bello stile; mettersi a gara con gli originali; un puro esercizio di scuola ecc. Oggi, la pratica ha ancora qualche possibilità di utilizzo e qualche vantaggio: uno per tutti, offrire un più ampio repertorio di testi, non ancora registrati da “Splashlatino” e siti consimili, che però trattano temi e argomenti vicini a quelli presenti nel canone di autori cui siamo più abituati.

    Alcune delle traduzioni più facilmente reperibili sono celebri e di nobile firma, proprio perché già alla fine del Quattrocento la pratica ebbe una certa diffusione; altre sono invece anonime, o si fondano per variazioni progressive su un testo primigenio, dal quale a poco a poco si sono però venute discostando. Nel corso del XIX secolo la benemerita “Bibliothèque des auteurs Grecs” di Ambroise-Firmin Didot (https://en.wikipedia.org/wiki/Didot_family) ha messo in circolazione un gran numero di questi testi, usandoli a fianco degli originali greci. Sono volumi rintracciabili in molte biblioteche, anche non particolarmente specializzate, e spesso disponibili online.

    Proprio da uno di questi libri, l’edizione 1838 delle opere di Omero, traggo il ricordo del cane più famoso dell’antichità, a completamento del post intitolato “Cani di varie razze e lingue” (https://users.unimi.it/latinoamilano/articles/2017/06/16/cani-di-varie-razze-e-lingue/). Rispetto all’originale (che si legge all’indirizzo https://www.gutenberg.org/files/52693/52693-h/52693-h.htm, in un volume a firma di Johann Friederich Dübner, anche se il nucleo della traduzione è più antico), ho introdotto talune variazioni, anche molto personali, con l’intenzione di semplificare il testo e togliergli quella patina da poema orale che mal s’addice all’uso che propongo di farne in classe. Tutte le variazioni sono suscettibili di emendazione e correzione. Attendo i suggerimenti dei lettori. Quanto mi proponevo, infatti, non era di competere con Omero (o con Dübner, o chi per lui). 

    Dum Ulyxes, qui in patriam viginti post annos pervenerat, et Eumaeus subulcus ante fores domus regiae inter se colloquuntur, Argus, Ulyxis canis, quem quondam ipse nutrivit, neque eo tamen fruitus est (prius enim ad Ilium abiit), caput et aures, humi fusus, subito erexit. Hunc autem antea ducere solebant iuvenes regii capras in silvestres et cervos et lepores; tum vero iacebat neglectus, absente domino, in multo stercore mulorum boumque, quod ei abunde circumfusum erat, donec id auferrent servi, praedium magnum stercoraturi. Sic igitur iacebat Argus, ricinorum plenus. At, statim ut agnovit Ulyxem prope stantem, cauda quidem adulatus est, et aures deiecit ambas; ad dominum propius attamen venire non potuit. Et ille, seorsum conspicatus, abstersit lacrimam, facile latens Eumaeum. Quem deinde interrogavit: “Eumaee, hoc certe mirandum est: canis, qui iacet in fimo, pulcher olim videtur fuisse”. Ad quae subulcus respondit: “Si talis ille esset et corpore et operibus, qualem ipsum reliquit Ulyxes, Troiam profectus, statim eum admirareris, conspicatus eius velocitatem et robur. Nequaquam enim effugiebant ferae in profundis silvis, quascumque egisset: vestigia eorum persequens, omnes exploravit latebras. Nunc autem adficitur senectute, summo malo; dominus eius procul hinc alienam agitat vitam, neque eum mulieres negligentes curant. Servi vero, quando non amplius imperant domini, non amplius volunt iusta operari”. Et sic locutus aedes intravit, Ulyxem secum trahens. Argum autem fatum occupavit atrae mortis, statim ut viderat Ulyxem, dominum suum, vigesimo post anno.

     

             

     © 23.04.2018

     

  • Tarquinio e i papaveri

    Tarquinio e i papaveri

    Lo sai che i papaveri sono alti, alti, alti…

    La locuzione italiana “alti papaveri” per dire le persone di maggior importanza non è una mera espressione idiomatica. Lo dimostra la storia di Tarquinio il Superbo, l’ultimo re di Roma, dalla tradizione collocato nel periodo 534-509 a.C. Nella versione di Livio (I 53), questo re aveva cercato invano di assaltare con la forza la città di Gabii, che si trovava a Est di Roma, sulla strada verso Preneste, dopo Roma certamente il centro laziale di maggior estensione. Questa città latina aveva respinto Tarquinio dalle mura, annullando così la possibilità di un assedio. Il re allora decise di ricorrere all’inganno e all’astuzia (fraude ac dolo), “per nulla secondo lo stile romano” (minime arte Romana) aggiunge Livio (I 53, 4). Per Livio, in effetti, l’ars Romana riguarda la guerra, che nella tradizione — a partire dai re — è contraddistinta dalla disciplina militaris, giunta a una forma d’arte e regolata da una precisa serie di norme (Liv. XXV 40, 5; IX 17, 10-11). La guerra alla Romana può comprendere l’astuzia, ma solo come imboscata (Liv. I 14, 7-8, Romolo contro i Fidenati in insidiis). I non Romani, ad esempio i Sabini, al sangue freddo nell’attaccare Roma aggiungono il dolus, avvalendosi dell’aiuto di una Vestale romana corrotta per entrare proditoriamente in città (Liv. I 11, 6). Nell’ultimo re di Roma vi è dunque qualcosa di estraneo, di non romano: non è un caso che da Livio Tarquinio il Superbo sia considerato figlio di Tarquinio Prisco, di origine greco-etrusca (Liv. I 46, 4; 47, 4-5).

    Contro gli eccessi della critica novecentesca (Ettore Pais) la presa di Gabii ad opera di Tarquinio oggi non è considerata sprovvista di realtà. Nel racconto liviano Sesto Tarquinio, il minore dei figli di Tarquinio il Superbo, d’accordo col genitore, si rifugia a Gabii fingendo di fuggire dalla crudeltà e dalla superbia del padre, deciso a non lasciare nessun discendente sul trono, nessun erede al trono. Con vari argomenti Sesto riesce a convincere i Gabini. Inoltre, si dichiara sempre d’accordo con gli anziani per le questioni interne, consigliando la guerra contro Roma, certo che la superbia del re (superbiam regiam) sia invisa ai cittadini romani non meno che ai figli del re. A poco a poco Sesto incita alla guerra i più importanti e ragguardevoli Gabini (primores Gabinorum), e si conquista la nomina a dux belli  grazie a piccole vittorie sui Romani, che gli fruttano la fiducia di tutti i Gabini (summi infimique), ormai convinti che Sesto sia stato loro mandato dagli dèi. Ma la sua autorità si estende anche ai soldati, che giungono ad amarlo per la sua prontezza nell’affrontare pericoli e fatiche, e per la sua generosità. Difatti Sesto è arbitro della situazione a Gabii, non meno potente del padre a Roma. I due sono in equilibrio sulla bilancia del potere. Ma questo equilibrio presto si rivela instabile, e la bilancia pende dalla parte di Tarquinio a Roma. Sesto, secondo il piano suggerito dal padre, è al punto culminante, è pronto a tutto (ad omnes conatus). A questo punto manda a Roma uno dei suoi uomini per chiedere al padre il da farsi. Ecco come prosegue Livio (I 54):

    Huic nuntio, quia, credo, dubiae fidei videbatur, nihil voce responsum est; rex velut deliberabundus in hortum aedium transit sequente nuntio filii; ibi inambulans tacitus summa papaverum capita dicitur baculo decussisse. Interrogando exspectandoque responsum nuntius fessus, ut re imperfecta, redit Gabios; quae dixerit ipse quaeque viderit refert; seu ira seu odio seu superbia insita ingenio nullam eum vocem emisisse. Sexto ubi quid vellet parens quidve praeciperet tacitis ambagibus patuit, primores civitatis criminando alios apud populum, alios sua ipsos invidia opportunos interemit. Multi palam, quidam in quibus minus speciosa criminatio erat futura clam interfecti. Patuit quibusdam volentibus fuga, aut in exsilium acti sunt, absentiumque bona iuxta atque interemptorum divisui fuere. Largitiones inde praedaeque; et dulcedine privati commodi sensus malorum publicorum adimi, donec orba consilio auxilioque Gabina res regi Romano sine ulla dimicatione in manum traditur.

    “A questo messaggero, poiché (credo) gli sembrava di dubbia fiducia, Tarquinio non rispose nulla a voce. Il re, come se meditasse una risposta, passa nel giardino del palazzo, seguito dal messaggero del figlio; qui, passeggiando in silenzio, si dice (dicitur) abbatté col bastone (baculo decussisse) le teste più alte del papaveri (summa papaverum capita), Il messaggero, stanco di porre domande e di aspettare risposte, torna a Gabii, come se l’incontro col re non avesse dato esito. Dal canto suo riferisce quel che aveva detto e quel che aveva visto: il re sia per ira, sia per odio, sia per naturale superbia del suo carattere, non aveva fatto parola. Non appena Sesto ebbe chiaro che cosa il padre volesse e che cosa gli ordinasse col suo gesto allusivo e silenzioso (tacitis ambagibus), fece uccidere i cittadini più importanti (primores) della città incriminandone alcuni presso il popolo, altri approfittando dell’invidia che si erano attirati da soli. Alla fine dopo fughe, esili, spartizioni di beni, largizioni e ruberie, la città di Gabii venne consegnata nelle mani del re di Roma senza alcun tipo di lotta” (sine ulla dimicatione, e cioè, appunto non secondo lo stile romano).

    Non c’è dubbio che il racconto di Livio su questa scena evoca una tradizione precedente, visto il “si dice” in riferimento al comportamento di Tarquinio coi papaveri. Che la fonte sia Erodoto e l’imitazione puramente letteraria, come si è a lungo sostenuto e talora si continua ancora a sostenere, è però opinione affrettata e sommaria. L’Io dello storico (credo) emerge esplicitamente quando esprime il suo parere sulla mancanza di fiducia del re nei confronti del messaggero di Sesto. È dunque all’opera uno storico finemente psicologo, che esprime la sua opinione su una “storia tradizionale”, di fonte annalistica, corrente verso la fine del I a.C. Ma l’idea che la presa di Gabii sia una mera trascrizione in latino di due episodi erodotei, cara alla critica otto-novecentesca, sembra decisamente da abbandonare (Hdt. III 154 Zopiro per Sesto; V 92, 6 Trasibulo di Mileto per Tarquinio). Il caso del “falso disertore” è comune all’orizzonte culturale dei Greci fin da Ulisse e, in Virgilio Aen. II 57-198, Sinone. Zopiro si automutila orecchie e naso, fingendosi disertore così ridotto da Dario diversamente da Sesto che non si automutila. Anche Cesare offre diversi casi di falsi disertori.

    A livello narratologico si è voluto vedere, nell’intento di Livio, l’idea di centrare tutta l’attenzione su Sesto come vero protagonista del racconto, mentre Tarquinio sarebbe relegato e liquidato in una sola frase; altri hanno giudicato Sesto e Tarquinio “di ugual peso”, il che è vero ma solo fino a un certo punto, ossia fino a quando Sesto a Gabii e Tarquinio a Roma sono alla pari. Valerio Massimo riassumerà in una frase fulminante la correlazione figlio-padre, che vede un’equa distribuzione delle parti: “Alla furberia giovanile rispose la scaltrezza del vecchio” (iuvenili calliditati senilis astutia respondit, VII 4.2). Ma in Livio Sesto rappresenta l’azione e, invece di essere il protagonista, si inserisce in una triade narrativa  fatta di Sesto, del messaggero e di Tarquinio, dove il re rappresenta la mente, Sesto il braccio e il messaggero è — in teoria — il mediatore. Il gioco è in mano a Tarquinio e, sotto questa luce, il suo ruolo diventa per Livio particolarmente importante. È un fatto che Sesto a Gabii, ormai padrone della situazione, manda il messaggero al padre per chiedergli “che cosa mai volesse che egli facesse”.

    Apparentemente il re non risponde. Passeggia nel suo giardino come se riflettesse sulla risposta da dare (deliberabundus), una risposta sicuramente non pacifica (deliberatio come riflessione in vista della guerra, I 23, 8). Ha attirato l’attenzione l’ambientazione dell’episodio nel hortus, annesso a o compreso nella casa di Taquinio, considerato come luogo di solitudine e di ritiro per il capo famiglia. Ma un giardino non è inimmaginabile nella reggia di un re; gli scavi hanno messo in luce due horti nella Regia dell’epoca di Tarquinio, sulle pendici settentrionali del Palatino, risalente all’ultimo quarto del VI a.C.

    Il messaggero segue il re e guarda la scena: Tarquinio passeggia in silenzio e col bastone abbatte “le teste più alte dei papaveri” con un colpo secco come fa il fulmine che abbatte torri e acroteri (Livio XXV 7, 8. Ovidio Fast. II 687-710 sostituisce  ai papaveri i gigli, ma conserva il verbo decussa lilia v. 707). Sia nel verbo decussit sia nella precisione di teste svettanti, che torreggiano sui gambi, si dà ai papaveri una maestosità che certamente fa pensare al Papaver somniferum di Linneo, ossia al papavero da oppio, non certo al Papaver rhoeas, il nostro “rosolaccio”. Per essere più precisi: il colpo del bastone va a segno se la capsula è matura, ma Livio non si perde in precisazioni, presupponendo la conoscenza di tale pianta nei suoi lettori.  In Erodoto Trasibulo, tiranno di Mileto (potente città ionica dell’Asia Minore), condotto l’inviato di Periandro in un campo coltivato, mentre vi passeggia, “fa reiterate domande al messaggero”, punteggiando ogni risposta col gesto di recidere e buttar giù le spighe più alte e più ricche di grani (Hdt. V 92, 6); Trasibulo spezza con le mani le spighe di grano, Tarquinio con il bastone le teste più alte dei papaveri coltivati. Trasibulo pone continuamente domande, Tarquinio tace ostinatamente. Alla fonte di Livio evidentemente apparve più consono al temperamento impassibile e superbo del re romano non chinarsi a rompere con le mani le capsule di papavero, ma maneggiare con precisione calcolata e inesorabile il bastone, così come gli si addice di più il giardino regale che il campo extraurbano coltivato a grano di Mileto.

    A questo punto subentra il messaggero, il terzo personaggio dell’evento. Alle sue reiterate domande Tarquinio oppone un muro di silenzio. Risultato: la res è imperfecta, il messaggero è un falso mediatore. Ma di fatto la missione è riuscita a metà. Nel messaggero il ruolo di mediatore fra Sesto e Tarquinio si esplica meccanicamente quando riferisce esattamente l’accaduto, ma sul silenzio di Tarquinio egli azzarda solo ipotesi: ira, o odio, o superbia innata di carattere. Ira o odio verso chi? Il figlio che ha avuto successo? Il messaggero gabino troppo insistente? Da questo profilo emergono difetti caratteriali non molto lontani da quelli che la tradizione di Cicerone attribuiva al Superbo, ossia la superbia, l’intrattabilità, l’insolenza dovuta alle ricchezze conquistate, l’incapacità di controllare i mores, per cui fu ampiamente detestato. Per la verità va notato che nella superbia insita nel carattere di Tarquinio c’è una tonalità non del tutto negativa, per esempio Virgilio, presentando tra le anime  di personaggi importanti che si parano davanti a Enea agli Inferi “i re Tarquini e l’anima superba”, dà rilievo a una connotazione caratteriale e congenita del personaggio che non sembra valutata negativamente. Anche Orazio ricorda, in un elenco encomiastico, i superbos Tarquini fasces, che probabilmente alludono a Tarquinio il Superbo. Questa superbia innata cui il messaggero — nel colloquio con Sesto — attribuisce l’ostinato silenzio di Tarquinio sembra in contrasto con la superbia regia (I 53) che, nelle parole di Sesto (memore della tradizione repubblicana di Cicerone) è invisa ai cittadini di Roma come già ai figli del re, perché ha una componente di crudeltà. Ancora e più precisamente: Sesto presso i Gabini definisce il padre superbissimus rex, di nuovo memore di Cicerone. Impossibile per il lettore non pensare al soprannome di Superbus che, secondo le parole di Livio stesso, non è che il risultato della condotta astuta e crudele di Tarquinio (cui Superbo cognomen facta indiderunt).

    Un silenzio, sia pure ostinato, è sempre un non fatto, sembrerebbe un non agire, e tuttavia il non agire è solo apparente. Con il suo gesto eloquente il re di fatto agisce: oscuramente, tortuosamente e inesorabilmente. Dopo Livio sarà Plinio il Vecchio, nat. XIX 169, a sottolineare questo aspetto:

    Tarquinius Superbus […] legatis a filio missis decutiendo papavera in horto altissima sanguinarium illud responsum hac facti ambage reddidit.

    “Tarquinio il Superbo […] ai legati mandati dal figlio, abbattendo i papaveri più alti [manca la menzione del bastone], che si trovavano nel suo giardino, diede quella famosa risposta sanguinaria con questa tortuosità del suo gesto” (hac facti ambage).

     In Livio Sesto non si ferma all’interpretazione emozionale del messaggero, ma cerca di decifrare il significato recondito del messaggio. La volontà o l’ordine del padre (quid vellet parens quidve praeciperet) gli appaiono a poco a poco chiari attraverso le silenziose tortuosità del messaggio allusivo (tacitis ambagibus). C’è evidentemente qualcosa di etrusco in Tarquinio, se si pensa che, per Livio, è l’aruspice etrusco che profetizza oscuramente per ambages, anche se le tortuosità di Tarquinio sono ancora più fuorvianti e difficili da decifrare, perché mute: un bastone che abbatte le teste più alte dei papaveri.

    Sesto finalmente capisce ed esegue: i papaveri sono i primores della città di Gabii. C’è dunque una perfetta corrispondenza fra i più alti papaveri e i primores gabini e, ancora una volta, si impone l’immagine del Papaver somniferum per dare al gesto del re, qui il vero protagonista, tutto il suo valore icastico, memorabile e sensazionale, destinato a diventare proverbiale.

    Livio non giudica negativamente il comportamento bellico di Tarquinio, ma usa una litote (I 53, 1: Nec ut iniustus in pace rex, ita dux belli pravus fuit; Livio lo dice quindi nec pravus, “non malvagio”); e la presa di Gabii non è un’impresa bellica alla Romana, bensì all’insegna di frode e inganno. Sesto agisce, ma è Tarquinio che comanda la strage dei primores di Gabii, causa della caduta della città.Tarquinio qui è realmente Superbus per la sua condotta, in armonia con la tradizione repubblicana (Cicerone). L’interpretazione del messaggero della superbia caratteriale come possibile causa di un silenzio assoluto e sprezzante, pur coeva a Livio, non è accettata come scusante. Dionigi di Alicarnasso, che tratta lungamente l’episodio (Ant. Rom. IV 56) supera il pessimismo etico di Livio e ne dà un’interpretazione politica sul filo di un’informazione dettagliata. In funzione di questo scopo portante, caro anche al suo pubblico colto, Dionigi organizza i dati dell’annalistica e dell’antiquaria, secondo la sua logica del racconto.

    In perfetto stile liviano, un umanista romano del calibro di Lorenzo Valla (1407-1457), nel De falso credita et ementita Constantini donatione, § 80, evoca l’exemplum di Tarquinio e i papaveri in chiave negativa per bollare i papa tirannici di Roma:

    Is fuit Bonifacius nonus, octavo in fraude et nomine par, si modo Bonifacii dicendi sunt qui pessime faciunt. Et cum Romani deprehenso dolo apud se indignarentur, Bonifacius Papa, in morem Tarquinii, summa quaeque papavera virga decussit. Quod cum postea, qui ei successit, Innocentius imitari vellet, urbe fugatus est.

    “Tale fu Bonifacio IX [1389-1404], pari all’VIII per frode e per nome — se pure si possono chiamare Bonifacii quelli che fanno i peggiori mali —e quando i Romani, scoperto l’inganno, se ne sdegnarono fra loro, il buon papa, a mo’ di Tarquinio, abbatté con la verga i più alti papaveri. Quando Innocenzo VII [1404-1406], suo successore, volle imitare questo comportamento, fu costretto a fuggire dalla città”.

    Ben diversamente da Valla utilizza l’exemplum di Tarquinio Cesare Ripa (nato a Perugia nel 1560), memore forse di Machiavelli (1469-1527) nel configurare la personificazione allegorica della Ragione di stato. Infatti Ripa la rappresenta come una donna armata di elmo, corazza e scimitarra, in atto di abbattere con una bacchetta i più alti papaveri, ben caratterizzati dalla capsula ovoidale.

    Segue l’interpretazione positiva di questo gesto secondo Ripa:

    “I papaveri gettati per terra […] significano, che chi si serve della ragione di stato non lassa mai sorger persona che possa molestarlo, à somiglianza della tacita risposta data da Tarquinio al messo del suo Figliuolo. Rex velut deliberabundus… decussisse; parole di T. Livio nel primo lib. Decade prima”.

    I papaveri nel giardino di Tarquinio

    A sentire l’ipercritica novecentesca (Pais) questi papaveri sarebbero un’invenzione di Livio a partire da un episodio riguardante la vita religiosa della giovane repubblica romana, che ha per protagonista Lucio Giunio Bruto, colui che scacciò Tarquinio il Superbo e i suoi da Roma, noto soprattutto come vindice di Lucrezia violata da Sesto. Si tratta della festa dei Compitalia, di cui ci informa Macrobio nei suoi Saturnalia (I 7, 34-35):

    “[Nelle feste note col nome di Compitalia, che avevano luogo ai crocicchi della città] si celebravano giochi istituiti, come è noto, da Tarquinio il Superbo in onore dei Lari e di Mania, in seguito a un oracolo di Apollo, che aveva prescritto di fare offerte propiziatorie in favore delle teste con teste (ut pro capitibus capitibus supplicaretur). La prescrizione fu osservata per qualche tempo sì che, per la buona salute dei familiari, si sacrificavano fanciulli alla dea Mania, madre dei Lari. Il console Giunio Bruto, scacciato Tarquinio, stabilì che questo tipo di sacrificio andasse eseguito diversamente. Infatti prescrisse di fare offerte propiziatorie con teste di aglio e di papavero (capitibus alii et papaveris). Si ubbidiva così al responso di Apollo che parlava di teste, allontanando cioè il misfatto di un sacrificio funesto”.

    I Compitalia erano una festa rustica di capodanno; comprendevano un sacrificio ai Lares viales, una sorta di protettori di un determinato territorio, chiamati anche Lares compitales, venerati in edicole più o meno modeste situate in corrispondenza dei crocicchi. Qui la gente di campagna usava sacrificare alla fine dell’anno agricolo (finita agri cultura).

    La teoria riduzionistica di Pais ha avuto successo per tutto il Novecento, al massimo con l’aggiunta di identificare in qualche annalista d’età repubblica (e in particolare in Valerio Anziate) la possibile fonte dell’episodio. Va invece escluso che Tarquinio abbia imitato Giunio Bruto, così come va preservata la logica del racconto: Giunio Bruto fa sua la concezione delle teste di aglio e di papavero come surrogato di teste umane. D’altronde, s’addice al carattere rustico della festa la scelta di due prodotti dell’orto, come aglio e papavero. L’aglio era considerato quasi il simbolo degli antenati romani che, pur odorando di aglio e di cipolla, erano coraggiosi e virtuosi (Varro Men. fr. 63 Astbury, apud Nonio, p. 297 Lindsay: avi et atavi nostri, cum alium ac cepe eorum verba olerent, tamen optume animati erant). Numa, a Giove che gli ha chiesto di tagliare per lui una testa, ribatte: “Obbedirò, dovrò tagliare una cipolla del mio orto”: ma Giove precisa “Di uomo” (Ov. Fast. III 339-341). Aglio, cipolla, capsula di papavero funzionano dunque davvero come teste.

    Per quanto riguarda il papavero si pone la domanda: perché mai nel giardino di Tarquinio venivano coltivati papaveri da oppio? Una certa rusticità del particolare richiama alla mente il vecchio di Corico in Virgilio, georg. IV 131, che coltiva fra l’altro in pochi iugeri di terreno rade file di ortaggi, di verbene e, intorno, bianchi gigli e il papavero. A sentire Plinio il Vecchio i papaveri coltivati furono sempre apprezzati presso i Romani e la prova sarebbe proprio Tarquinio il Superbo e i papaveri del suo giardino. La causa di questo apprezzamento non è solo la bellezza  strepitosa del fiore di papavero da oppio, bellezza che indusse l’artista del giardino figurato della villa di Livia a Prima Porta a includere un papavero dai petali viola chiaro. Plinio menziona anche l’uso antico di mangiare semi di papavero con miele nella secunda mensa, ossia al dessert che, presso i Romani, constava di frutta fresca e secca (datteri per esempio), ma anche di miele, ed era generalmente accompagnato da grandi bevute, qualcosa di paragonabile alla deutéra tràpeza dei Greci. Di certo questo uso s’addice a Tarquinio, ma anche l’abitudine dei contadini di insaporire con semi di papavero la crosta del pane spalmata d’uovo. Orazio, ars 375, considera che a una tavola fine non s’addica la mistura di papavero con miele sardo, che era considerato amaro. Sempre in ambito culinario non va dimenticato che già Catone, agr. 84, ricordava l’uso di insaporire con semi di papavero polpette fritte di formaggio e spelta spalmate di miele e il savillum, una sorta di frittata spalmata di miele. Non vanno infine dimenticate le proprietà medicinali del papavero, vantate da Plinio nel passo cui mi sono più volte richiamata.

    Nel giardino di Tarquinio  viene dunque dato spazio a una pianta utile, visto che se ne attende la maturazione e il momento della raccolta. Una pianta di larga diffusione, interclassista, buona per il dessert della secunda mensa come per il pane, le polpette e la frittata al miele. Rispetto a Trasibulo, si nota nei papaveri una specificità romana, forse di derivazione etrusca, se si pensa che a Tarquinia sono stati trovati semi di papavero.

    © Giampiera Arrigoni, 2018

  • Il latino dei liberti

    Il latino dei liberti

    Che il latino sia una lingua “difficile” da imparare è un dato di fatto: questa difficoltà la sperimenta sulla sua pelle ogni studente, e di conseguenza la sperimenta, il più delle volte, e malgré lui, chi il latino lo insegna, dato che, spesso, la prima e peggiore prova che deve superare è la necessità di sfondare il muro di gomma della resistenza mentale della classe (“Non mi piace e non lo capisco”). Sarà allora interessante scardinare per un momento la tradizionale impostazione biennio-grammatica / triennio-letteratura, per proporre qualche riflessione a partire dal segmento testuale dedicato da Petronio alle “chiacchiere dei liberti” (Sat. 41, 10-46) e allo sfogo del liberto che parla a ruota libera in Sat. 57.

    Idea di base è che questi testi possano essere molto utili anche nel biennio, non solo per illustrare la tradizione del banchetto romano o per parlare della condizione dei liberti, ma per istituire un parallelismo con i nostri tempi, per invitare cioè alla riflessione fra lingua standard e lingua parlata. E’ infatti sempre bene sottolineare in classe che anche i Romani ripensavano la loro lingua, si ponevano il problema della sua comunicabilità, nonché della sua relativa “inadeguatezza” rispetto a quella greca. Scopo di queste letture petroniane non sarà solo far passare alla classe un momento di leggerezza dopo il tempo dedicato alla teoria grammaticale. L’intento è dimostrare che il latino non è “difficile” soltanto per noi, ma era tale per tutti coloro che dovevano impararlo, e che spesso, oltre duemila anni fa, si trovavano di fronte alle stesse difficoltà dello studente contemporaneo. L’importante è guidare gli studenti a una riflessione sul valore della grammatica e delle regole grammaticali. La grammatica, in fondo, è un’astrazione (perfino quella latina). L’eccezione, l’anomalia, la difformità dalla norma possono perciò essere censurate, oppure essere fatte oggetto di un apprendimento puramente mnemonico; ma altrimenti, come si propone qui, possono diventare momento di riflessione sul valore pedagogico delle deviazioni dalla forma standard, nonché sullo statuto delle lingue come entità vive e in evoluzione continua, e perciò mai completamente arginabili, pena la loro morte. Quella che noi definiamo “norma grammaticale”, in altre parole, discende – anche – da una valutazione statistica. E, visto che nelle classi abbiamo di fronte spesso ragazzi intelligenti e curiosi, dotati di senso critico e capaci di interessarsi e appassionarsi; ma visto soprattutto che, ormai, anche nel liceo (dati i nuovi percorsi di studio) il latino si studia per interesse, e lo si sceglie, è utile forse non demolire, ma quanto meno attutire il pregiudizio che separa univocamente ciò che è “errore”, da ciò che è “giusto”. Ovvero, bisogna sì spiegare la grammatica, ma smitizzare la rigidità della norma, rendendo consapevoli gli allievi che il più delle volte essa risponde solamente a un criterio frequenziale.

    Soffermiamoci sulle chiacchiere dei liberti in Sat. 41, 10-46 e sulla sfuriata del liberto che si sente offeso in Sat. 57. La prima sequenza si colloca nel provvidenziale intervallo in cui Trimalchione si è allontanato per un’impellente necessità, e quindi gli invitati, liberi dalla straripante personalità dell’anfitrione, si esprimono senza troppe remore. Perutelli, nel 1985, parlava di “commedia”, e prima ancora Ciaffi, nel 1955, utilizzava la parola “intermezzo”. Ma più importante del singolare impasto di generi letterari che si riscontra in queste righe, è la loro forma, che presenta un irripetibile, e mai ripetuto, sguardo di scorcio sulla lingua dei liberti, di quei personaggi che cioè hanno imparato il latino da adulti, diremmo oggi come L2, cioè come seconda lingua, una volta giunti da schiavi nella ricca e prospera Italia, con tutte le sue opportunità di promozione sociale. Questi liberti, spesso originari della pars orientalis del Mediterraneo, come indica il loro nome (Dama, Seleuco, Ganimede, Echione ecc.), sono tutti di madrelingua greca e non hanno studiato latino alla scuola del grammaticus o del rhetor. Sono “venuti dal niente”, e li possiamo immaginare farsi strada nel mondo con furbizia e con forza, come dei self made men in tono minore, alla maniera di Trimalchione stesso. Per questo, nel parlato, utilizzano una lingua immaginosa, esplosiva, vivacissima, che procede per accumulo di immagini, proverbi, similitudini animali, hapax, a volte veri e propri errori ortografici e morfologici (verbi deponenti usati come attivi; genere maschile e neutro scambiati di continuo fra loro).

    Nella loro stralunata inventiva, i liberti sono capaci di autentici colpi di genio, neo-formazioni più espressive che corrette, come il topanta che in Sat. 37 qualifica, nelle parole dell’invitato che parla ad Encolpio, Fortunata, la moglie di Trimalchione. La donna è diventata “il tuttofare” (Canali), “le bras droit” (Ernout), “the one and only” (Smith), il factotum, insomma, del marito. Topanta trova corrispondenza nel latino omnia esse (Ovidio, met. I 292 e Lucano III 108), ed è un lessema variamente interpretato: alterazione della tradizione manoscritta; prestito dal greco, distorto però nella terminazione; ripresa di Erodoto I 122; oppure, banale fraintendimento popolare (to + panta, in cui panta è trascrizione dell’accusativo maschile singolare, con un errore nel genere dell’articolo e nel caso). Sedgwick nel 1925 rimandava a CIL VI, 25861: ambula, sequaere me cum oenophoru (sc. oenophoro?), cum calice et tapantione. E Biville nel 1995 ipotizzava che la frase Trimalchionis topanta est sia esito di una nominalizzazione a partire dall’espressione greca panta einai tinì, a mezzo della sostantivazione dell’aggettivo con l’articolo singolare neutro e complemento in genitivo. Pensiamo poi a pulcherrimum bacciballum di Sat. 61, riferito all’ostessa Melissa, ricordata dal suo antico amico. L’espressione è stata tradotta come “brin de fille” (Ernout), ed equivale al nostro “un gran pezzo di ragazza”, Questo “vivace hapax onomatopeico” (M.G. Cavalca) affonda le sue radici nel realismo popolare. Il termine si spiega in rifermento a bac(c)a, “perla” e la formazione in- ballum (gr. – ballos), del tipo saraballum (vaso di forma tondeggiante e ampia parte inferiore), con allusione forse alla fisicità prorompente della donna. Di Melissa, però, Nicerote, dopo avercene fatto immaginare la formosità, dice che, pur essendo ostessa, era benemoria e onesta. La genialità petroniana sta anche nel contrasto fra il volgarismo pesante del pur espressivo sostantivo, e l’elativo del raffinato aggettivo pulcher al superlativo (qui utilizzato, per giunta, da un incolto).

    Nella lingua dei liberti petroniani troviamo espressioni idiomatiche e grecismi di vario tipo (prestiti e non solo). Tale impasto linguistico è molto interessante a livello antropologico, per la tranche de vie che rivela, ma anche dal punto di vista linguistico. Siamo di fronte a un brano vivacissimo, un unicum nella storia della letteratura latina. Naturalmente, non significa che Petronio riporti “alla lettera” una serie di discorsi presi dalla strada e inseriti sic et simpliciter nella sua opera. Va ribadito che Petronio sottopone il suo materiale a una revisione e controllo strenui: questo è tutt’altro che “materiale grezzo e non filtrato” (P. Santini), e nemmeno è una “trascrizione diretta”, di un dialogo fra cittadini, diremmo oggi, di estrazione socio-culturale medio-bassa. Siamo invece di fronte a un testo raffinatissimo, alla cui base, però, è innegabile, sta l’osservazione, spassionata e divertita, di quello che era il latino di parlanti di scarsa cultura e sprovvisti di un’educazione formale. Può essere allora importante, per gli studenti, vedere che i medesimi errori che compiono loro nell’apprendimento del latino si riscontrano anche nei discorsi di chi questa lingua la imparava da “straniero” a Roma, e per motivi di prima sopravvivenza. Con tutti i distinguo del caso, possiamo pensare che Petronio stia mettendo in scena personaggi che, fatte le debite proporzioni, commettono errori analoghi a quelli del ginnasiale o dello studente del biennio alle prese con una lingua “altra”.

    Passiamo brevemente in rassegna i due testi, Sat. 41, 10-46, e lo scoppio di furore del liberto che si sente offeso dalle risate sguaiate di Ascilto di Sat. 57. Ecco l’elenco dei principali “errori” in essi reperibili:

    Sat. 41

    –Calfecit per calefecit.

    –Plane matus per il superlativo in forma sintetica, con uso dell’aggettivo matus, estraneo al registro aulico

    –Vinus per vinum (su evidente calco del greco maschile oinos: ma quanti studenti pensano a fons, lapis e cinis come a sostantivi femminili, sul modello dell’italiano!)

    –Pataracina: il testo è incerto, ma pare “una storpiatura plebea di un termine greco, quale patàchinon, capace boccale” (A. Aragosti), forse contaminata con il latino patera, nella versione plebea patara. Più macchinoso, ma convincente, oltre un secolo fa, Heraeus ne fa un ibrido popolare da patachnon, forse pronunciato epenteticamente patachinon su influsso osco.

    –Sat. 42:

    –frigori leicasin dico, espressione scurrile che non solo risente del greco, ma ne è quasi una  perfetta traslitterazione, paragonabile al nostro “Mando il freddo a….quel paese” (Ernout traduce con l’espressione “s’en foutre”). Tale forma triviale è particolarmente appropriata in bocca a Seleuco, in un contesto marcato da solecismi morfologici (Sat. 42, 2, fui….in funus; 42, 5, fatus, cfr. infra) o neoformazioni ardite (cfr. baliscus di Sat. 42, 1) che risentono del greco, con tutta probabilità lingua madre del liberto. Del resto, tutti noi sperimentiamo che fra le prime espressioni che si imparano in una lingua straniera vi sono insulti e improperi, ma anche che uno straniero, che pure abbia imparato bene una lingua, spesso usa ancora le espressioni triviali del suo Paese d’origine.

    –baliscus =formazione ibrida, dal latino balineum/ balneum + il suffisso diminutivo –iscus, formalmente simile al greco –iskos.

    –Homo bellus, tam bonus : bellus per pulcher è una costante del latino petroniano, specialmente in bocca ai liberti. Qui il liberto ha forse in mente – ma molto ribassato! – l’ideale greco della kalokagathìa.

    – Fui in funus : il complemento di stato in luogo richiederebbe in con l’ablativo. Ma probabilmente il liberto si confonde, per analogia con il greco, fra eimì, “essere”, ed eìmi, “andare”, e aggiunge il complemento di moto a luogo.

    –Medici illum perdiderunt, immo magis malus fatus (fatum in latino è di genere neutro, ma viene usato al maschile, personalizzandolo).

    Sat. 43:

    -vendidit enim vinum quantum ipse voluit: quantum non è certo la forma sintatticamente più corretta per indicare il prezzo. L. Canali traduce: “ché vendette il vino a quanto gli garbò”; A. Aragosti con “vendette il vino al prezzo che volle”.

    -Non mehercules illum puto domo canem reliquisse: domo in luogo del locativo domi.

    – Nemo curat quid annona mordet: troviamo mordet  in luogo del più corretto congiuntivo mordeat; ma del resto, quanti, oggi nel parlato usano ancora il congiuntivo? L’espressione, leggermente modificata, è ancora comune: quante volte abbiamo visto, nelle nostre città, negli ultimi mesi, manifesti sindacali e politici, o titoli di giornale secondo i quali “La crisi morde ancora”?

    Sat. 46:

    -Quia tu, qui potes loquere, non loquis (cfr. Sat. 45 Oro te, inquit Echion centonarius, melius loquere). L’espressione sembra modellata sul greco boulomai + inf., mentre oro richiederebbe la completiva volitiva espressa con ut + cong.  Il liberto ha qui coniugato come attivo un verbo deponente. O forse si deve intendere per loquere un congiuntivo presente ma coniugato come un verbo della I e non della III coniugazione deponente? In entrambi i casi, si tratta di quello che oggi qualificheremmo come un errore morofologico (nel primo caso, anche sintattico).

    -Sat. 57:

    Il parlante si qualifica come regis filius, affermando di aver preferito essere civis Romanus quam tributarius. Egli ha una maggiore capacità di dominare la morfosintassi del latino: per esempio, usa correttamente il congiuntivo nell’espressione Bellum pomum, qui rideatur alios (però usa bellum, invece di pulcher); usa (si intuisce lo sforzo di parlare correttamente nel momento in cui risponde – a muso duro, diremmo oggi – a una persona colta che ha riso di lui) il futuro anteriore in dipendenza dal futuro semplice: Ad summam, si circumminxero illum, nesciet qua fugiat. Quest’ultima espressione, nonostante il contesto scurrile, rivela una certa capacità di organizzare un discorso con una buona tenuta logica, senza sbriciolarlo in espressioni idiomatiche, frasi fatte e luoghi comuni, dato che l’espressione riprende il concetto espresso con il qui non valet lotium suum di poco precedente, utilizzando fra l’altro anche il qua avverbio relativo e il congiuntivo (cfr. anche l’espressione Quid habet quod rideat?). Poi, però, il parlante usa l’infinito attivo convivare (tu melius convivare soles) in luogo di convivari; usa ridiclei, per ridiculi. Il tutto è rinforzato da avverbi e modi di dire che tradiscono l’origine e la mentalità popolare: sed in molle carne vermes nascuntur, “nella carne molle nascono i vermi” (it. “il medico pietoso fa la piaga cancrenosa”, sempre con insistenza sull’idea della putrefazione).

    Soffermarsi un poco su questi “errori” morfologici e sintattici è utile, perché non va dimenticato che la nostra lontananza dal latino non è spaziale, ma temporale, ed è pertanto una lontananza avvertita dagli studenti come più grave, spesso terrorizzante e addirittura respingente. Da ultimo, visto che studiamo il latino per leggere i testi antichi, è importante soffermarsi, magari proprio con l’illustre exemplum di questo testo tanto vivace, sul problema della traduzione, o meglio, sul fatto che, se intendiamo bene il significato di “tradurre”, non si dovrebbe nemmeno porre il problema – che tanto angoscia lo studente –  della scelta fra una traduzione “letterale” e una sedicente “traduzione libera”. La traduzione dovrebbe, anzi deve, essere non “letterale” o “libera”, ma piuttosto corretta e nello stesso tempo fruibile. Essa, cioè, deve riformulare con materiale linguistico della lingua d’arrivo, come possibile, le informazioni del testo nella lingua di partenza, o meglio, dovrebbe riformulare la maggior parte delle informazioni. Al contrario, spesso, le traduzioni che l’insegnante si trova di fronte sono in “italiota”,  ossia in quella lingua fittizia, che sembra un italiano ingessato, in cui si parla di “fanciulli”; “virtù”; “discepoli”, “precettori”, con lunghissimi incisi a base di gerundi e subordinate infinite. Invece Petronio, e questi passi in particolare, si prestano molto bene a un esercizio fra quelli segnalati nelle Indicazioni Nazionali, che  propongono esercizi di traduzione contrastiva. Già soltanto dal confronto fra due traduzioni italiane poco distanti temporalmente, quella di A. Aragosti (Rizzoli 1995), e quella di L. Canali (Bompiani 2001; ma Canali fu anche consulente di F. Fellini per il FelliniSatyricon), possono emergere interessanti osservazioni.

    In sintesi, la lettura delle sequenze petroniane in cui prendono la parola i liberti è utile per enucleare alcuni temi trasversali all’insegnamento del latino:

    • Smitizzare, a livello di premessa metodologica e storica, e pur nel doveroso rigore nella presentazione degli argomenti grammaticali, quella divisione, netta come un colpo di spada, fra ciò che in una lingua è “errore” e ciò che è  “giusto”, invitando gli studenti a riflettere su un concetto fondamentale: risalire alla genesi dell’errore.
    • Affrontare criticamente il problema della traduzione, magari con un esercizio di traduzione contrastiva.
    • Affrontare, magari anche al biennio, la lettura di una sezione, anche limitata, di un autore come Petronio, capitale nella letteratura latina e nella storia della cultura occidentale, ma spesso compresso, per esigenze temporali, agli ultimi mesi dell’ultimo anno liceale, sotto l’incombere dell’Esame di Stato.

     

    © Silvia Stucchi, 2018

     

  • L’imperativo categorico

    L’imperativo categorico

    Cesare, si sa, è un autore sempre inflazionato nelle letture scolastiche, ridotto perlopiù a repertorio di versioni facili, da tradurre senza interesse alla forma e al contenuto, ma soltanto al rispetto delle regole grammaticali in esse applicate e da verificare attraverso di loro; oppure, al possesso di un lessico elementare di termini militari – quando la conoscenza di tale lessico non sia stata demandata a un utilizzo fideistico del dizionario bilingue – e a una generica, e spesso molto lassa, disponibilità ad accettare qualsiasi livello di consequenzialità logica nella resa traduttoria degli studenti. Il post che qui presentiamo parte invece da un’esperienza maturata in una classe Seconda di un noto Liceo delle Scienze Umane della Brianza. In quell’ambito, all’interno di una classe già segnata dai mali sopra elencati, e di per sé perciò difficile, perché in possesso di un’identità, di metodi e di abitudini da scardinare, abbiamo voluto proporre una lettura guidata dei brani di Cesare presenti nel libro di testo in adozione (I. Domenici, Id est. Corso di lingua e cultura latina, Paravia, Torino, 2012). Naturalmente, non è stato semplice chiedere agli alunni la disponibilità e il coraggio di provare qualcosa di diverso, un metodo nuovo (visto, proprio per questo, con sospetto e diffidenza), che pretendesse da loro non una meccanica applicazione di regole grammaticali apprese più o meno correttamente, ma l’utilizzo dell’intelligenza e della capacità di comprendere, o almeno intuire, il messaggio che il testo latino voleva veicolare. Abituati a un libro di testo quasi del tutto sprovvisto di brani in lingua, gli studenti erano soliti tradurre brevi frasi con il solo scopo di trovarvi applicata la regola di grammatica presentata nelle pagina precedente. Il latino era poco dissimile dalla matematica: regola ed esercizio, regola ed esercizio. Nei brani e nelle frasi affrontate secondo loro non c’era nessuno che comunicasse qualcosa a un pubblico, ma tanti piccoli puzzle creati in laboratorio, giusto per essere risolti. Il rapporto con il testo consisteva nella semplice, e consolidata, traduzione, sia nei compiti assegnati a casa, sia nelle prove di verifica in classe (incredibilmente, l’unico momento in cui leggevano un testo in latino che superasse le due righe).

    Partendo da Cesare, è parso allora opportuno chiedere qualcosa di diverso: posticipare l’imperativo “traduci” e passare prima attraverso la comprensione dei brani proposti. Il brano, e non singole frasi, è diventato così per la prima volta l’elemento portatore di significato; non più un esercizio di grammatica, ma il mezzo per conoscere una storia. Ai ragazzi, una volta somministrati i testi oggetto di esercizio, è stato infatti chiesto di rispondere, in italiano, a una serie di domande relative al contenuto dei testi, per dimostrare di avere capito il latino. Ciò li ha obbligati a guardare ai brani proposti come a dei messaggi, scritti da una persona concreta, per un pubblico concreto, con una struttura sintattica e stilistica finalizzata a ottenere qualcosa, attraverso un pensiero che si distende e si esplica in congiunzioni, artifici retorici, artifici letterari.

    Lo sguardo degli studenti, all’inizio, è stato perplesso, stupito. Diligenti per abitudine interiore, erano vistosamente spaesati dalla novità. Non è stato un momento facile, per nessuna delle parti in causa. Eppure, anche se con qualche difficoltà, e non senza incidenti e incomprensioni, nemmeno limitati alla sola classe!, a poco a poco la nebbia si è diradata. Molti hanno apprezzato il lavoro svolto e alla fine hanno esplicitato la soddisfazione per avere visto aprirsi, per la prima volta nella loro vita, un dialogo con un mondo lontano, diverso, sconosciuto. Leggere Cesare (o almeno leggere qualche brano di Cesare) ha significato provare ad ascoltare che cosa avesse da dire, perché gli servisse trovare un nemico da combattere, come fosse sempre riuscito a trovarlo e a giustificare così il proprio ruolo e la propria carriera. Perdersi nella cartina delle Gallie, cercare di capire che cosa fosse successo prima e che cosa presumibilmente sarebbe successo dopo il brano volta per volta proposto è stata per tutti un’esperienza nuova. Capire è venuto prima di tradurre. Non è questo il senso del latino?

    Riportiamo nell’allegato un esempio di testo e di scheda. Il brano, tratto dal volume indicato, è un passo famoso di Cesare, Gall. I 11. L’eserciziario presenta alcune variazioni al testo originario: per esempio, sostituisce parole ritenute difficili, o per forma o per significato, come populabantur, deponente, trasformato in vastabant alla r. 2; esplicita costrutti “impliciti”, come il cum narrativo e i riferimenti pronominali; semplifica il discorso indiretto e alcuni costrutti particolari, o non ancora in possesso degli studenti, come i supini attivi, sostituiti da altre strutture finali, e l’ablativo assoluto; omette una serie di circostanziali; soprattutto, riscrive la fine del passo. La pratica è censurabile, specie per l’entità numerica degli interventi apportati, ma è, come sappiamo, una pratica abbastanza diffusa, e forse inevitabile. In ogni caso, l’esperienza compiuta, della quale vogliamo dare qui conto, non si riferiva alla restaurazione del testo d’autore, e abbiamo perciò deciso di accettare il testo, ragionato, offerto dal libro in adozione. Gli esiti ci hanno dato piena ragione.

    Ecco dunque la scheda in formato pdf, scaricabile cliccando sul link riportato qui sotto:

    scheda cesare BG I 11

    © Davide Marelli, Massimo Gioseffi, 2018

  • Il treno

    Il treno

    L’idea di questo intervento mi è venuta rivedendo il film di John Frankenheimer, Il treno (The Train, 1964). Il tema trattato mi ha portato a riflettere di nuovo sull’utilità di studiare latino a scuola e in questo post spero di aggiungere nuovi spunti per ragionare su una questione molto dibattuta. La trama è nota: un ufficiale nazista, colto ed esperto di storia dell’arte, vuole portare in Germania su un treno i quadri custoditi al Jeu de Paume; la direttrice del museo, consapevole che si tratta di un tesoro inestimabile per la Francia, anzi che quei quadri si identificano con la Francia stessa, chiede ai partigiani che lavorano alle ferrovie di fermarlo. All’inizio, ovviamente, la sua richiesta viene respinta dal capo della squadra partigiana, Paul Labiche, interpretato da Burt Lancaster, perché salvaguardare dei quadri appare, e forse è, meno importante di altre azioni di sabotaggio necessarie all’imminente fine del conflitto. In seguito, per vendicare la morte di un vecchio ferroviere, Labiche escogita un piano ardito, che otterrà il risultato sperato, ma al prezzo carissimo del sacrificio di molte vite umane. La domanda che mi sembra porre il regista non è banale e nemmeno estranea al nostro tempo, anzi a mio avviso è di fondamentale importanza in questo momento di grandi trasformazioni tecnologiche (si veda il post “Illusioni perdute”, anno 2017), politiche e sociali. Quanto vale l’arte, quanto valgono i libri, la letteratura, la pittura e gli stessi film? Qual è il valore che dobbiamo o vogliamo attribuire al nostro passato storico e artistico? Vale e varrà la pena salvaguardarlo ad ogni costo, a fronte di nuove scoperte scientifiche, della globalizzazione che ha aperto i confini dell’Europa e dell’Occidente, di sfide che per ora nemmeno possiamo immaginare?

    Per fortuna, da tempo viviamo in pace, sebbene sotto la continua minaccia terroristica; ma ricordiamo tutti la devastazione del museo di Baghdad durante la guerra del Golfo nel ’90-’91, la distruzione dei Buddha da parte dei Talebani nel marzo 2001, lo sventramento delle Torri Gemelle o l’attentato al museo del Bardo nel 2015. L’orrore per la morte di esseri umani è senz’altro prevalente; tuttavia, anche la salvaguardia di opere create dall’ingegno umano rappresenta un atto di rispetto per l’umanità e proprio in una situazione di pace, ancorché relativa, tale salvaguardia è un nostro dovere come insegnanti e come parte dell’establishment culturale, perché siamo quelli che trasmettiamo il sapere nelle scuole e nelle università, e dobbiamo perciò porre a noi stessi e ai nostri studenti la domanda che pone Frankenheimer con il suo film.

    A scuola vengono studiate materie a cui nessuno osa obiettare, perché – come già detto in un post precedente (“Considerazione inattuale XIV”, anno 2015) – sono utili. Sarebbe considerato pazzo chiunque proponesse di eliminare la matematica, le scienze, le lingue dal curriculum scolastico, e giustamente. Viene ritenuto saggio chi si iscrive a ingegneria, legge, economia o a facoltà scientifiche – anche se interessano poco o niente – perché il lavoro sembra assicurato e in ogni caso ci si dedica a studi che servono alla società civile. Non intendo sminuire l’importanza di tali facoltà, la loro utilità e persino il loro fascino (ad esempio, io rimpiango di aver dimenticato quasi tutta la matematica e la fisica imparate al liceo). Però….. però è anche vero che non a tutti interessano quelle materie, che alcuni, anzi molti ragazzi amano l’arte, la letteratura, l’architettura, la filosofia, il cinema e la storia. Molti sono proiettati verso lo studio e la ricerca per un futuro migliore e un benessere concreto, altri verso il passato con l’intenzione di conoscerlo e mantenerlo in vita. In quanto latinista, ritengo che il latino e la letteratura che questa lingua ha creato facciano parte della nostra identità come cittadini italiani, europei ed occidentali. Che dimenticare ciò significherebbe rinunciare a una parte consistente del nostro passato ed essere privati di un sapere che ci renderebbe menomati e meno efficaci nell’affrontare le sfide che il futuro ci presenterà. Credo che lo stesso valga per altre materie, come il greco, la storia dell’arte, la musica…

    Ho già mostrato in un altro post (“Romantici vs Classici? Il caso Wordsworth”, anno 2016), e nell’intervento a un recente convegno triestino, il ruolo della poesia di Virgilio nella formazione della poesia romantica inglese. Ma in questo contributo non voglio occuparmi di “alta” letteratura né concentrarmi sull’influenza del latino nella storia della cultura, bensì sulla sua presenza in opere contemporanee, talora di largo consumo. Da appassionata di telefilm americani mi accorgo che le citazioni latine, anche di singole parole o espressioni giuridiche, sono frequentissime: dall’usatissimo m.o, cioè modus operandi, a res ipsa loquitur; per restare in ambito giuridico, in un episodio di The Good Wife un ricchissimo repubblicano ultraconservatore, durante una discussione, fa delle citazioni in latino e si stupisce che l’avvocatessa liberale lo abbia capito e anzi abbia risposto a tono. In una puntata di Bones una ricercatrice viene uccisa, perché un professore vuole impedirle di pubblicare il testo di un poeta latino elegiaco appena scoperto; in The Mentalist un sedicente capitano Nemo si fa chiamare così per non essere riconosciuto, ma il colto protagonista Patrick Jane capisce che di parola latina si tratta. Addirittura, nel celeberrimo Lost un gruppo di persone, una specie di eletti, si esprime in latino (anche se non sempre in maniera corretta…..). Quello che io considero il grande genio della Graphic Novel assieme a Hugo Pratt, e cioè il britannico Alan Moore, ha intitolato uno dei suoi capolavori Watchmen, pur non sapendo che il termine e più in generale il concetto di supereroe che Moore vuole esprimere provenissero da una satira di Giovenale (VI 31-32: quis custodiet ipsos custodes?, che in inglese viene tradotto Who watches the watchmen?) e lo scrittore di fantascienza Philip K. Dick ha dato il titolo Ubik, che rimanda a Ubique, a uno dei suoi romanzi più intricati e più belli. Uno dei pianeti della saga di Star Wars e di un ciclo di romanzi di Isaac Asimov si chiama Coruscant, dal verbo latino. E che dire dei versi finali di una famosa nonché splendida canzone dei Led Zeppelin, Achilles Last Stand, che ricordano il mitologico Atlante che tiene il mondo sulle spalle (The mighty arms of Atlas, Hold the heavens from the earth / from the earth)? Visto che abbiamo toccato il mondo greco, ricordo un’altra Graphic Novel sulla storia della logica matematica, Logicomix (2008), che si conclude con la rappresentazione dell’Orestea di Eschilo. Infine, nel libro del fisico Carlo Rovelli dedicato al concetto di tempo (L’ordine del tempo, 2017), ogni capitolo ha in epigrafe un verso di Orazio. Si tratta di pochi esempi tra i tanti che ho raccolto. Chi vorrebbe eliminare il latino dalle nostre scuole priverebbe gli studenti di uno strumento per comprendere non solo il passato, ma anche i prodotti dell’intrattenimento contemporaneo e persino letture più impegnate.

    Ed ecco infine la mia risposta alla domanda posta dal film Il treno, in questo caso relativa allo studio del latino: vale la pena perdere, non vite umane ovviamente, ma tempo e fatica per apprendere una lingua considerata morta? Io credo di sì, perché, come i quadri del Jeu de Paume, il latino e quanto espresso in questa lingua appartengono ancora alla nostra cultura, possono ancora dirci qualcosa, benché utilizzati in maniera assai disparata, e quindi sono un bene prezioso da salvaguardare e da trasmettere a quanti verranno dopo di noi. Dimenticare il proprio passato artistico e culturale, per quanto inutile possa sembrare, significa rinunciare a una parte della nostra storia e della nostra identità. Obbligo della scuola, secondo me, è anche tentare di far comprendere ai più giovani proprio questo, l’importanza dell’arte in tutte le sue forme come patrimonio inestimabile per un popolo.

    © Isabella Canetta, 2018

  • Illusioni perdute

    Illusioni perdute

    Un’amica mi ha regalato il libro di John Picchione, La scrittura, il cervello e l’era digitale, Macerata 2016. Picchione, docente di Letteratura e cultura italiana moderna e contemporanea presso la York University di Toronto, è ben noto come studioso del Modernismo e dei movimenti di avanguardia del primo Novecento, di Sanguineti e di Antonio Porta. Tra le sue opere più recenti c’è il volume Dal modernismo al postmodernismo. Riflessioni teoriche e pratiche della scrittura, anch’esso edito in Italia (Macerata 2012). Per meglio presentare lo studioso, offro qui un suo articolo, pubblicato dall’Università di Milano, e disponibile on-line alla libera consultazione.

    Picchione – il modernismo e il tempo, acme, 2015, pp. 15-37

    Nel libro che vorrei discutere in questo post, Picchione si interroga su quali siano gli effetti della tecnologia elettronica sulla scrittura, la letteratura, le sue pratiche pedagogiche. Il tema mi pare di grande attualità e interesse. La risposta, non lo nascondo, è in parte deludente. Picchione parte dalle teorie, ormai metabolizzate da tempo, di Marshall McLuhan (La Galassia Gutenberg, 1962) e Walter J. Ong (Oralità e scrittura, 1982),  secondo le quali la rivoluzione tecnologica non è un fatto neutro e privo di conseguenze, un semplice aggiungersi e perfezionarsi degli strumenti a disposizione dell’uomo. La tecnologia ha profonde ripercussioni sul nostro modo di percepire il mondo e dargli senso, modifica i nostri rapporti con le persone e le cose. Per McLuhan (e Ong) il passaggio dalla parola orale, che si veicola attraverso l’udito, in una relazione avvolgente, emozionale e immediata, alla parola scritta, che si veicola attraverso la vista, fredda, distanziata e razionale, ha segnato una cesura storica senza paralleli, ha costituito un punto di svolta e di non ritorno nella storia dell’umanità. L’alfabetizzazione (cioè, appunto, questo passaggio da oralità a scrittura) è avvenuta su un lungo arco temporale e in più fasi, ultima delle quali è stata l’invenzione della stampa a caratteri mobili, che ha influito sull’uomo, sulle sue forme aggregative, sulle sue capacità e i suoi sensi, favorendone alcuni a scapito di altri. Il meccanismo della lettura testuale è divenuto così un abito di cui l’umanità non ha potuto più liberarsi, e che ha finito per condizionarla anche entro esperienze che non erano direttamente “testuali” (come ad esempio il cinema, gli altri mezzi di comunicazione di massa, le aggregazioni politiche e sociali della vita d’ogni giorno). Riprendendo questa impostazione, Picchione sostiene che oggi siamo di fronte a un’identica svolta epocale, il che giudico vero, anche se non ancora pienamente colto da tutti, e non sfruttato adeguatamente, in particolare, nel mondo della cultura. Nel suo libro, di rapida e immediata lettura, Picchione insiste su questo e cerca anche di smascherare il facile trionfalismo, nella direzione delle “sorti magnifiche e progressive” che a breve ci attendono o ci attenderebbero, da molti connesse all’invadenza del computer nella vita quotidiana. E anche questo mi sembra un argomento di grande interesse e attualità, e molto ben sviluppato.

    Dove il volume incomincia a lasciarmi più dubbioso è quando, sulla scia di una moda diffusa nell’ultimo decennio, Picchione si ricollega alle parole di neuroscienziati come Norman Doidge e Gary Small per evidenziare, in toni catastrofistici, i danni apportati dalle nuove tecnologie sul cervello dell’uomo e l’effetto di dipendenza che esse stanno innescando nell’umanità. Non che i ragionamenti siano inesatti e gli effetti del fenomeno non appaiano sotto gli occhi di tutti, anche solo nella pratica quotidiana. Non credo però che, nella breve esistenza di internet (vent’anni ca.), gli effetti di queste variazioni cerebrali si possano già quantificare con assoluta certezza in termini di mutamenti psicosomatici prodottisi nell’umanità e di danni apportati al complesso plastico del cervello, anziché di singoli neuroni disattivati, o diversamente attivati, dalla rinuncia alla lettura “tradizionale”. Ciò che Picchione e i suoi referenti scientifici mettono bene in evidenza è che, nell’atto cognitivo realizzato attraverso il computer, anziché attraverso il libro, il cervello sfrutta attività, zone di materia grigia e neuroni tendenzialmente diversi (e nel caso dei neuroni, in numero minore) da quelli in uso nella pratica tradizionale della lettura – pratica che è, lo sappiamo tutti, un’attività tendenzialmente lenta, ad alta concentrazione personale, riflessiva. A ciò vanno aggiunte le diverse relazioni sociali che la “macchina internet” favorisce, o, più facilmente, di norma inibisce. Perché l’impiego di sempre maggior tempo al computer è una pratica solipsistica ancor più del leggere un libro, e non spinge solo a isolarsi per tutto il tempo della pratica stessa (il che, a ben vedere, vale forse in misura perfino maggiore per chi legge), ma anche ad accentrare ogni cosa su di sé e su quanto ci interessa nell’hic et nunc del singolo momento, mentre viene ignorata la realtà che non rientra in questa sfera d’attenzione. Il che è di nuovo verissimo. Solo che, mentre simili osservazioni hanno, secondo me, una ragione d’essere presso gli scienziati, che descrivono, com’è loro dovere, una realtà effettuale della quale colgono i dati (delineando così un homo futurus presumibilmente diverso dall’attuale, ma ancora tutto da scoprire, tanto nei suoi limiti quanto nelle sue potenzialità), insistere su questi fenomeni e fare di essi il motivo di un allarmato pamphlet ha meno ragione d’essere in chi, come Picchione, si presenta come uno storico della cultura. Perché quello che ci viene detto, e ribadisco la mia piena convinzione di questo, è che siamo davanti a una rivoluzione non solo tecnica, ma anche sociologica, e addirittura antropologica. Bene, finché si tratta di prendere atto del fenomeno e di non assumere con indifferenza, come mero avanzamento tecnico, la strada intrapresa negli ultimi decenni. Ma piangere su questo mutamento vuol dire invece assolutizzare il passato cui si era abituati, e che non potrà più riproporsi tale e quale. Solo che allo storico compete prendere atto dei fenomeni in corso, non demonizzarli; mentre l’educatore deve conviverci quanto più gli è possibile, sapendo che i grandi rivolgimenti, una volta avviati, non possono essere arrestati: al massimo, possono essere guidati e indirizzati su una via parzialmente diversa da quella fin lì intrapresa, si può cioè cercare una mediazione che consenta di non perdere tutto ciò che ci portiamo dietro dal passato e che vorremmo, in qualche misura, conservare anche nel nuovo che ci aspetta, adattandolo però a quel nuovo che ci aspetta e che sicuramente finirà per trionfare.

    Quando invece Picchione dovrebbe spiegare come si possa ancora fare letteratura e storia della letteratura con giovani studenti che, mediamente, vivono in presenza di una globalizzazione della cultura dello spettacolo e del consumo, favorita dal dominio dell’esperienza visiva che produce i suoi effetti sulla percezione del sé e sulle modalità gnoseologiche (Picchione definisce questi effetti come deleteri e immorali, ma io rifiuto di giudicare i fenomeni storici) – generazioni che hanno visto modificarsi le loro categorie spazio-temporali, trasformandosì così da homines sapientes in homines videntes, la cui comunicazione è immersa nell’istantaneità e nell’ubiquità, e che in conseguenza di questo hanno perso gran parte delle capacità ermeutiche di un messaggio scritto – ebbene, quando Picchione dovrebbe spiegarci tutto questo…in realtà siamo arrivati a pagina 80 su un totale di 89! E la ricetta svolta in quelle nove pagine è relativamente semplice: si tratta di rivalutare la letteratura scritta, proibendo le altre forme invasive almeno entro i circuiti scolastici, da arroccare in una difesa ad oltranza della parola letteraria, della sua espressione e della sua ricezione, nella convinzione che la letteratura, diciamo così, “tradizionale” sia riflessione, ambiguità, sofferenza, ethos, e come tale possa trovare la propria funzione sociale in un mondo in cui, cito, “la tecnologizzazione del sistema scolastico riduce la percezione dello studio a raccolta di informazioni facilmente accessibili”. Il che, a me, non sembra significare nulla, e anzi pare una deriva pericolosa, ben sintetizzata dall’espressione, in quarta di copertina, per cui scopo del volume sarebbe promuovere “una letteratura impegnata a suscitare nei giovani un orientamento di resistenza” (nei confronti delle tecnologie).

    Resistere alle novità non serve a nulla, specie quando queste novità abbiano già assunto il carattere di fenomeno di massa; più che resistere, si deve convivere, cercando di apportare gli adeguati correttivi e di suscitare, questo sì, senso critico e capacità di distinguere valorialmente le diverse possibilità offerte dalla tecnologia, senza fare di ogni erba un fascio, senza rimpiangere un inutile passato. Picchione, invece, si scandalizza con toni accesi dell’assenza, anche in casa di laureati, delle enciclopedie cui tanto tenevano i nostri padri, senza domandarsi se l’enciclopedia tradizionale, strumento costoso in termini economici e di spazio, e subito obsoleto, non abbia necessariamente ceduto il passo a forme alternative di controllo dei dati immediati del sapere. Forme che possono essere molto buone, oppure no; che andranno definite nelle loro possibili tipologie e categorie; per le quali andranno fissati criteri oggettivi di verifica e di aggiornamento: ma che non vanno di per sé demonizzate, e alle quali è inutile contrapporre un nostalgico strumento del passato, ormai divenuto improponibile. Così, sempre parlando dell’eccesso di dati cui internet offre spazio (cosa in sé verissima), Picchione osserva che “un’overdose di informazione […] causa la perdita di significati e diventa dis-informazione, rumore”. Il che è di nuovo verissimo, ma comporta la necessità di porre anche qui graduatorie e criteri chiari che consentano di distinguire informazione da informazione, sito da sito, notizia da notizia. Per Picchione invece “l’istantaneità dell’informazione in Rete scoraggia la ricerca in blblioteca e trasforma le esercitazioni scritte in plagi” – una catena associativa i cui elementi non sono legati da nessun rapporto di causa/effetto, ma solo dalla cattiva educazione alle spalle di chi agisce così. Anche Picchione (e certo io) userà la Rete per le sue ricerche, senza che queste si configurino automaticamente come plagi; né il tempo passato in una biblioteca digitale è di per sé diverso dal tempo passato in una biblioteca “tradizionale”: sono l’uso che si fa delle informazioni e la capacità critica che su di esse e sul loro reperimento si è sviluppata che fanno l’eventuale differenza. Ma il discorso vale tanto per un utente digitale, quanto per un utente tradizionale. E chi ha guidato l’uno come l’altro, lo ha istruito e lo segue nella ricerca, dovrà essere in grado di addestrare il proprio allievo in entrambi i campi e i casi, acquisendo cioè a sua volta un’adeguata competenza selettiva, da esercitare sui libri cartacei, come anche sugli strumenti digitali.

    E qui veniamo al punto debole del volume: il quale si chiude al momento in cui doveva entrare nel vivo del suo tema, spiegandoci cosa si debba fare sul piano pratico e come si possano comunicare i valori in cui abbiamo sempre creduto a future generazioni che sempre di meno saranno portate, e non per colpa loro, ma per effetto della trasformazione del mondo, a riconoscersi, e forse anche a comprendere quegli stessi valori. Picchione si limita invece a una celebrazione generica e superficiale di quei valori e a ribadire la necessità di una loro proposizione (controllata e protetta), a fianco e in opposizione all’utilizzo altrove predominante degli strumenti informatici. In questo, egli non fa altro che adeguarsi a una serie ormai cospicua di volumi che ci hanno ricordato, se mai ne avessimo dubitato, la sublimità del greco o l’importanza culturale del latino, per fare due esempi. Ma che non ci hanno insegnato come questa importanza e sublimità si possano calare negli scenari presenti e futuri che in questo volume si configurano, non ci hanno cioè spiegato come iniettare questa importanza e questa sublimità dentro gli strumenti oggi prevalenti tra i giovani, e non contro, in opposizione e in aggiunta (contrastiva) ad essi. Mentre è solo la prima operazione che consentirà di “costruire” un homo futurus capace di attivare i neuroni che gli sono propri, e anche quelli destinati altrimenti a finire perduti; la seconda creerà invece dei disadattati. Questa mancanza secondo me rende debole la proposta del libro, e di molti ad esso similari, che finiscono per apparire come un antistorico voler controllare e fermare un processo ormai in atto. Perché, in fondo, esistono delle “sorti magnifiche e progressive” anche per gli scenari passati, non solo per quelli futuri! E il sospetto dell’esercizio retorico resta, in simili casi, fortissimo. Alterità, opposizione, recupero e conservazione di capacità e pratiche perdute, o comunque a rischio di perdita, sono le parole d’ordine di volumetti come quello di Picchione: ma alterità, opposizione, recupero rimangono termini senza senso se non sanno calarsi in una mediazione che deve partire dai modi e dal credo che si vogliono combattere, ma si riconoscono predominanti; e se in quei modi e in quel credo non riescono a instillare quanto di buono vi si può ancora davvero instillare. In caso contrario, si entra nella schiera di coloro che, di fronte a una rivoluzione, non ne sanno prendere atto, se non per lamentarsene e sperare che, alla fine, la si possa in qualche modo fermare. Nessuna rivoluzione è mai stata fermata. Al massimo, è stata cavalcata e guidata verso esiti in origine inaspettati…

    Non so quale sia la cultura classica di Picchione. Ma la lettura del suo libretto mi ha fatto venire in mente una pagina irresistibile di Platone, che tutti conosciamo. Siamo nel Fedro, ed è il mito dell’invenzione della scrittura da parte del dio Theuth, ovvero Ammone. Genialità specifica di Platone è l’avere affidato, lui, allievo di un maestro che all’oralità aveva consegnato tutto il suo insegnamento, il proprio dissenso dalla scrittura a un’opera scritta, e scritta con le straordinarie capacità narrative e rappresentative che ci propongono i dialoghi platonici. Un tocco di raffinata ironia, credo, che rende grande chi ne è stato capace! Quello che forse non tutti sanno è che i testi greci, ben prima dell’invenzione della stampa, ma in forma accelerata dopo di essa, nelle occasioni importanti venivano per lo più editi con a fianco una traduzione latina. Perché il greco è sempre stato lingua d’élite, il latino lingua di comunicazione. Ecco allora quella pagina famosa, ma in latino, come compete a questo sito. Ricavo la traduzione dalla bellissima edizione platonica di Immanuel Bekker, 1816: un volume per molti anni cercato e consultato nelle biblioteche di mezza Europa, e oggi facilmente accessibile anche a casa mia, come in quella di chiunque, proprio grazie ad internet…

    Audivi equidem, circa Naucratim Aegypti, priscorum quendam fuisse deorum, cui dicata sit avis quam Ibim vocant; daemoni autem ipsi nomen Theuth. Hunc primum numerum et computationem invenisse numerorum geometriamque et astronomiam, talorum rursum alearumque ludos et litteras. Erat tunc totius Aegypti rex Thamus, et in eminentissima amplissimaque civitate quas Graeci Aegyptias Thebas appellant; deumque ipsum Ammonem vocant. Ad hunc Theuth profectus, artes demonstravit suas dixitque eas distribui deinceps Aegyptiis ceteris oportere. Verum ille, quae cuiusque utilitas foret interrogavit. Et, ipso referente, quod bene dictum videbatur, probabat quidem; quod contra, vituperabat. Ubi multa de qualibet arte in utramque partem Thamus fertur Theuthi ostendisse (quorum singula si narrare pergamus, prolixior erit oratio), cum vero ad litteras descendissent: “Disciplina haec – inquit Theuth – o rex, sapientiores magisque memoriosos Aegyptios faciet. Memoriae namque et sapientiae remedium id est inventum”. At ille: “O artificiosissime Theuth – inquit – alius quidem ad artis opera fabricanda idoneus est, alius ad iudicandum promptior quid emolumenti vel damni sint utentibus allatura. Atqui et tu, litterarum pater, propter benevolentiam contrarium quam efficere valeant affirmasti. Nam illarum usus propter recordationis neglegentiam, oblivionem in animo discentium pariet. Quippe qui, externis litterarum confisi monumentis, res ipsas intus animo non revolvent. Quam ob rem non memoriae, sed commemorationis, remedium invenisti. Sapientiae quoque opinionem, potius quam veritatem, discipulis tradis. Nam cum multa absque praeceptoris doctrina perlegerint, multarum rerum periti vulgo, cum ignari sint, videbuntur. Consuetudine quoque molestiores erunt, utpote qui non sapientia ipsa sint praediti, sed opinione sapientiae subornati.

    Come giustamente osserva Fedro nel dialogo, Socrate qui parla di Egizi dei tempi passati, ma potrebbe parlare degli Ateniesi del loro tempo; o forse, perché no?, anche di noi stessi.

    © Massimo Gioseffi, 2017

  • Giugurta

    Giugurta

    Nel momento in cui scrivo, la voce di Wikipedia dedicata a Giugurta ricorda, al capitolo “Nella cultura di massa”, la ben nota monografia di Sallustio e “un poemetto in latino, di 131 esametri, di Giovanni Pascoli (Iugurtha, 1896)”. Vorrei dedicare questo post a un altro poemetto latino, intitolato anch’esso Iugurtha, risalente al 1869. Ne è autore Arthur Rimbaud, all’epoca poco più che quindicenne (1854-1891). Prima di iniziare a poetare in francese, infatti, Rimbaud poetò in latino, ovviamente spinto a ciò dalla scuola e dall’esercizio di composizione in versi che, nella prassi ottocentesca, era la dimostrazione somma e suprema della propria competenza linguistica. Di Rimbaud poeta latino abbiamo cinque composizioni, tutte nate fra i banchi di scuola, a Charleville, e tutte risalenti al periodo 1868-1870. Nel biennio 1869-1870 Rimbaud, già dedito alle prime fughe parigine, compose in latino e contemporaneamente anche in francese. Dal 1870 e fino al 1874 le composizioni di Rimbaud saranno solo in francese. Dopo quella data, si dedicherà ad altro, abbandonando definitivamente la poesia.

    Ora, al liceo di Charleville le composizioni migliori venivano premiate ed erano poi pubblicate su un giornale edito nella vicina Douai, Le Moniteur de l’Enseignement. E’ successo così che, andati perduti gli archivi personali di Rimbaud e quelli del liceo (la zona di Charleville è stata teatro di combattimenti sia durante la I che la II guerra mondiale), si sono salvate solo le cinque composizioni premiate e ritrovate negli archivi del Moniteur. Sappiamo però, dalla corrispondenza del poeta, che in origine i testi erano più numerosi. La loro raccolta si deve a uno studioso francese, Jules Monquet, che li ha pubblicati nel 1932, con il titolo di Vers de Collège – edizione inevitabilmente scorretta, che è stata poi perfezionata una volta che i testi sono stati accolti nell’edizione Gallimard della “Bibliothèque de la Pléiade” nel 1946 (ad opera dello stesso Monquet) e, in Italia, nel volume dedicato a Rimbaud per i “Meridiani” di Mondadori (a cura di Diana Grange Fiori). In entrambe queste occasioni, all’edizione “secca” del testo si accompagnava una traduzione, peraltro non priva – almeno quella italiana – di fraintendimenti. Il lettore nostrano può però contare sull’ottimo volume dedicato da Giampietro Marconi alle Poesie latine di A. Rimbaud (così recita il titolo), Pisa-Roma 1998. Ad esso mi rifaccio ampiamente, pur con qualche occasionale dissenso, che si evince dalla traduzione che propongo e che mi riservo di motivare in altra sede, con un apposito commento.

    Prima di passare al testo in questione, ricordo che il latino di Rimbaud è generalmente corretto (con qualche licenza nella sintassi, cosa del resto comune nella lingua poetica, e una serie di costrutti “tardi”, del tipo participio + fui/fueram anziché sum/eram); corretta è anche la metrica (tutti i 286 vv. a noi noti sono esametri). Proprio la composizione che prenderò in esame, la terza del gruppo, è però la più scorretta. In una sorta di ritornello, compare infatti più volte l’aggettivo Arabius con la prima vocale lunga, come in Properzio I 14,19 (in Virgilio, Eneide VII 605 è breve). Al v. 80 His et immensa magnus tellure, sacerdos, la congiunzione et è scandita come lunga, senza nessuna ragione plausibile. Gli editori sono intervenuti emendando, pensando a una svista tipografica (l’edizione del Moniteur  è spesso discutibile), ma io ho preferito conservare il testo così come è. Infine, al v. 61 imperatoris in clausola è improponibile (imperator è un noto esempio di parola “impoetica” proprio per ragioni metriche). Rimbaud considera infatti breve la –a– centrale, che invece è lunga. Sono però piccole pecche, rispetto a un testo che a me pare notevolissimo. E’ evidente che in classe si era letto Sallustio, più volte riecheggiato. Non mancano nemmeno i rimandi virgiliani, a volte veri e propri calchi o trasposizioni di iuncturae. Però, di fronte a titolo (e tema) che invitavano a parlare di Giugurta, la scelta del quindicenne poeta è fuori dall’ordinario.

    Rimbaud infatti non dedica la composizione direttamente a Giugurta, ma a un suo lontano discendente ed imitatore, Abd-el-Kàder (1808-1883), emiro algerino che si era ribellato al tentativo di annessione dell’Algeria da parte della Francia nel 1830; aveva obbligato le truppe di Luigi Filippo a una pace non decisiva nel 1837; era stato infine sconfitto e fatto prigioniero (internato a Tolone, Pau e infine Amboise), nel 1847. Con la caduta di Luigi Filippo nel 1848, la Seconda Repubblica e il colpo di Stato del 1852, Abd-el-Kàder venne rimesso in libertà da Napoleone III e si ritirò quindi a Damasco, dedicandosi alla religione e alla filosofia. Ebbe un ritorno di fiamma nel 1860, quando intervenne a difesa degli Europei assaliti dai guerrieri Drusi in Siria, meritandosi così la Legione d’Onore. Rimbaud sottolinea soprattutto il parallelismo fra questo “discendente” e il Giugurta storico: come il suo “avo”, anche Abd-el-Kàder combatté, piccolo Davide, contro un gigantesco Golia; si ribellò al protettorato di una nazione più forte; rivendicò libertà e autonomia; sfruttò ampiamente la tattica della guerriglia sugli altopiani algerini; si fidò a proprio danno di un alleato marocchino; venne sconfitto dopo la nomina a governatore dell’Algeria di un generale di ferro, Thomas Robert Bugeaud (1784-1849). La sceneggiatura impressa al racconto da Rimbaud prevede che sulla culla del piccolo Abd-el-Kàder si pieghi l’ombra del Giugurta storico, che vaticina il futuro del bimbo e rievoca per allusioni la propria vicenda terrena. Nella seconda sezione, assai più breve, viene ricordata la prigionia sul suolo francese ed è invocato Napoleone come un liberatore. Nel carcere, Giugurta appare una seconda volta al suo lontano discendente, e questa volta lo esorta ad accettare la supremazia francese e ad accordarsi con quella. La terza sezione è fatta di un unico verso, a mo’ di suggello sibillino: contraddicendo, credo, quanto appena detto, Giugurta invita Abd-el-Kàder a considerarlo pur sempre il Genio della sua nazione, con un implicito consiglio a non lasciare perdere la lotta. Marconi nel suo commento insiste su due punti: la serie di giochi fonici, allitterazioni, presenze vocaliche ecc. che anticipano nel Rimbaud latino il Rimbaud francese. La lettura, per me non troppo convincente, in chiave di anticolonialismo inglese, da contrapporre a un “colonialismo dal volto buono”, che sarebbe quello francese. Ma l’Algeria era colonia francese, non inglese. E se Luigi Filippo (mai nominato, peraltro) si può contrapporre, nel testo, a Napoleone III, resta che la composizione ha senso nel possibile parallelo fra la Roma di Sallustio e la nuova Roma, alias Parigi, che della prima ricalca orme e difetti. E questa, da parte di uno studente quindicenne, non era impresa da poco.

    Lascio il testo come allegato pdf, dividendolo per sezioni, grazie alla presenza costante di un ritornello. A ogni sezione faccio seguire la sua traduzione. Buona lettura a tutti!

    © Massimo Gioseffi, 2017

     

    rimbaud, iugurtha, 1869

     

  • Il principe taumaturgo

    Il principe taumaturgo

    In un saggio pubblicato nel 1924, Les Rois thaumaturges, Marc Bloch (1886-1944) ricostruì la vicenda dei re taumaturghi, ossia i Cristianissimi sovrani francesi, che, fra le qualità derivanti loro dal potere regale – e che, allo stesso tempo, attestavano il loro diritto al titolo regale – vantavano la capacità di guarire le scrofole con la semplice imposizione delle mani sul viso degli ammalati. Nel volume Bloch ricostruisce, su un numero sterminato di fonti sparse (documenti d’archivio, resoconti di cronaca, memoriali, giornali di viaggio dei malati in cerca di guarigione ecc.), le origini di questa idea e la sua evoluzione, oltre a un congruo numero di casi paralleli che servivano allo stesso scopo. Il favore divino presupposto da un simile meccanismo è, nella ricostruzione di Bloch, un fenomeno tipicamente francese, favorito dal clero gallicano e ispirato alla conversione di Clodoveo: il quale fu unto re direttamente dallo Spirito Santo, e non dalla mano del Papa; il che avrebbe dato poi origine a un legame privilegiato fra divinità e regalità.

    Una meravigliosa, ma non troppo conosciuta, pagina di Tacito (hist. IV 81) offre un interessante parallelo. La riporto per intero:

    Per eos mensis quibus Vespasianus Alexandriae statos aestivis flatibus dies et certa maris opperiebatur, multa miracula evenere, quis caelestis favor et quaedam in Vespasianum inclinatio numinum ostenderetur. E plebe Alexandrina quidam oculorum tabe notus genua eius advolvitur, remedium caecitatis exposcens gemitu, monitu Serapidis dei, quem dedita superstitionibus gens ante alios colit; precabaturque principem ut genas et oculorum orbis dignaretur respergere oris excremento. Alius manum aeger eodem deo auctore ut pede ac vestigio Caesaris calcaretur orabat. Vespasianus primo inridere, aspernari; atque illis instantibus modo famam vanitatis metuere, modo obsecratione ipsorum et vocibus adulantium in spem induci: postremo aestimari a medicis iubet an talis caecitas ac debilitas ope humana superabiles forent. Medici varie disserere: huic non exesam vim luminis et redituram si pellerentur obstantia; illi elapsos in pravum artus, si salubris vis adhibeatur, posse integrari. Id fortasse cordi deis et divino ministerio principem electum; denique patrati remedii gloriam penes Caesarem, inriti ludibrium penes miseros fore. Igitur Vespasianus cuncta fortunae suae patere ratus nec quicquam ultra incredibile, laeto ipse vultu, erecta quae adstabat multitudine, iussa exequitur. Statim conversa ad usum manus, ac caeco reluxit dies. Utrumque qui interfuere nunc quoque memorant, postquam nullum mendacio pretium.

    Dunque, Vespasiano – partito da Gerusalemme alla volta di Roma – non ha troppa fretta di arrivare in Italia, dove le truppe di Antonio Primo gli hanno conquistato la porpora imperiale e il figlio Domiziano governa in suo nome, con l’appoggio di Muciano. Siamo nel 69 d.C. Ad Alessandria Vespasiano è stato proclamato imperatore il 1 di luglio; da Alessandria partirà solo alla fine dell’estate, alla volta di Rodi prima, della Grecia continentale poi, per arrivare  in Italia nella primavera dell’anno successivo. Del lungo soggiorno alessandrino Tacito mette in evidenza l’episodio che ci interessa. Appena proclamato princeps, Vespasiano ha la possibilità di confermare le sue pretese con dei miracula che poco hanno in realtà di miracoloso (i medici interpellati ne offrono infatti una spiegazione razionale), ma che si inseriscono pienamente nel colore locale, entro le credenze di una popolazione definita con un po’ di disprezzo come dedita superstitionibus e avvicinata così a una tipologia orientale. Eppure, Tacito non mette in dubbio la storicità dell’avvenimento: anche a distanza di tempo, dice, chi fu testimone lo racconta come vero, sebbene – scomparso Vespasiano nel 79, i figli Tito e Domiziano nell’81 e nel 96, i motivi per l’adulazione siano venuti ormai meno (nunc quoque dice Tacito, senza specificare a quale data si debba riferire questo nunc: le Historiae sono comunque comunemente datate intorno al 110, oltre quarant’anni dopo gli avvenimenti narrati).

    La pagina ha il sapore dell’aneddoto, un exemplum intriso di retorica. Tacito fa uso di forme della lingua poetica (gli arcaizzanti quis per quibus, forent per essent e fore per futurum esse; i molti perfetti in –ēre;  l’accusativo di relazione manum aeger; un certo gusto per la perifrasi, per cui Vespasiano, anziché attendere i venti estivi e il mare calmo, aspetta i statos aestivis flatibus dies et certa maris…). Non mancano nemmeno gli elementi più tipici di una narrazione storica: infiniti al posto degli indicativi (inridere, aspernari, metuere, in spem induci); parallelismi (quidam…alius, poi ripreso da huic…illi); oggettive per lungo tratto messe in dipendenza da un’espressione di dire come medici varie disserēre ecc. Significativo è il parallelo con il Vangelo di Giovanni, 9.6-7, anche in qualche forma espressiva: pure in quel testo il Cristo, richiesto di guarigione da un cieco, tale fin dalla nascita, manifesta la sua divinità sputando per terra, facendo del fango con la saliva, spalmandolo sugli occhi del disabile e invitando poi quest’ultimo a lavarsi nella piscina di Siroe.

    A Tacito però interessa soprattutto raffigurare la corte degli adulantes che circondano il nuovo imperatore e lo spingono a cimentarsi nell’azione richiesta. Campeggia nella descrizione anche il carattere cauto e pragmatico dell’imperatore, che teme l’insuccesso, non vuole esporsi inutilmente, è tentato dalla possibilità di successo, ma si cautela contro gli imprevisti con la richiesta di un parere preventivo ai medici del suo seguito, e infine si convince alla prova solo quando gli viene fatto osservare che dall’eventuale insuccesso nessun danno deriverebbe a lui personalmente, mentre sarebbe stato facile rovesciarne la responsabilità sui questuanti. L’aneddoto si configura così  come il prodotto ben riuscito di un perfetto ufficio stampa, come lo chiaremmo noi oggi, che sa quale partito trarre dall’esito positivo dell’impresa (patrati remedii gloria penes Caesarem), ma sa anche, e soprattutto, perché questa è poi la cosa più importante, come scaricare sugli altri l’eventuale insuccesso (inriti remedii ludibrium penes miseros). Siamo, con straordinario anticipo sui tempi, alle origini della civiltà dell’immagine. E che i medici siano subito pronti, pur nel loro varie disserĕre, ad assicurare la possibilità di riuscita (visto che nessuno dei due infermi è propriamente tale: l’uno e l’altro soffrono solo di mali temporanei e facilmente rimovibili, il che fa sospettare che siano stati scelti ben ad arte), lascia non pochi dubbi sulla regia che deve avere operato alle spalle della vicenda. Certo, Tacito lo ribadisce nel finale, a quarant’anni di distanza i (si immagina, pochi) testimoni sopravvissuti ancora garantiscono della veridicità dell’episodio: ma “il trucco” di un episodio spettacolare è, come ben sappiamo, alle spalle dello spettacolo stesso, e non nello spettacolo in sé. Più cauto, o meno esperto, o forse solo più sornione, Tacito si limita a suggerire una simile idea, lasciando al lettore il piacere di arrivare a sospettarla da solo. Vespasiano, del resto, era forse il meno peggio degli imperatori di cui ci ha narrato la storia. Ma meno peggio non significa migliore, e nello specifico non significa privo di furbizia e abilità nel costruire la propria immagine. Diffidate gente, diffidate…

  • Dare i numeri

    Dare i numeri

    Riceviamo e volentieri pubblichiamo, sperando di dare così vita a un dibattito tanto acceso quanto costruttivo

    Sto seguendo un corso di aggiornamento, uno dei tanti proposti ai professori liceali. Questo, incentrato sull’insegnamento per competenze, è anche interessante ed è tenuto da formatrici che, per una volta, la scuola la conoscono, e bene, dal di dentro. Tutto a posto, allora? Per nulla. La competenza è materia complessa, difficilmente definibile, difficilmente valutabile, ancor più difficilmente riducibile a “numero”. E ormai, nelle scuole secondarie di secondo grado, la “Bibbia”, il testo-sacro cui rifarsi sempre e in ogni caso, sono le “Competenze per la vita” individuate nella famosa “Raccomandazione del Parlamento Europeo e del Consiglio” del 18 dicembre 2006 (ne ricordo qualcuna: comunicazione nella madrelingua; comunicazione nelle lingue straniere; imparare a imparare; consapevolezza ed espressione culturale…). Diciamo “bene”, anzi dovremmo dirlo: da latinista sono fermamente convinta che poche materie abbiano una valenza formativa più alta del latino; e che pochi esercizi siano più formativi della versione di latino. Ma, è ovvio, parlo pro domo mea. Tuttavia, mi sembra che ci sia una grossa discrasia, difficilmente conciliabile, di cui fanno le spese gli studenti (tutti gli studenti: quelli seri e quelli più distratti e fragili), tra l’astrazione onnicompresiva degli obiettivi e la necessità, molto pratica e cogente, con tempistiche spesso serrate, di valutare e assegnare un voto che riassuma, nell’obbligata sinteticità di un numero, tutta la complicata attività e i molteplici aspetti che entrano in gioco nel giudicare, nel nostro caso, una versione. Questa riflessione vuole essere dedicata, quindi, a tutti i colleghi che “provando e riprovando” si sono cimentati e si cimenteranno, con fatica e onestà intellettuale, al compito forse più gravoso per un docente: valutare.

    Quando devo valutare una versione e poi assegnare un voto, devo dare allo studente la percezione netta e precisa del fatto che il suo elaborato sia stato esaminato e analizzato in tutte le componenti, e che io abbia ben chiaro, e possa chiarire a lui, in che cosa si distingue dagli altri e perché. Certo, è una gran fatica, che  non sempre si svolge secondo la medesima ratio: non è raro trovare colleghi, anche colti e preparatissimi, che studiano, si tengono aggiornati, ma che, quando si tratta di valutare uno scritto di latino, all’improvviso subiscono una brusca trasformazione, un’inquietante regressione. Allora Mr. Hyde subentra al Dr. Jekyll, mostruoso l’uno, pieno di buone intenzioni l’altro: ecco ad esempio che alcuni correggono “contando le parole” e assegnando a ogni parola un valore. Ma quindi tutti i grandi discorsi che si fanno, o si dovrebbero fare, sull’analisi sintagmatica, sulle unità di senso, sul gruppo del nome e il gruppo del verbo ecc. vengono letteralmente buttati a mare proprio quando si dovrebbero invece rafforzare nella valutazione di un esercizio di traduzione da una lingua classica? Di fatto, una contraddizione grave! Il messaggio che passa è infatti scorretto e deleterio per il latino, perché equivale a  dire: le acquisizioni della linguistica rendono più interessante, più articolato, più approfondito lo studio della lingua italiana e delle altre lingue moderne, e ce ne chiariscono i meccanismi; ma….tutto questo non vale per il latino, che viene ancora micragnosamente valutato “parola per parola”. Una discrasia che sfiora la dissennatezza.

    In altri casi ho visto che per valutare le versioni “si scala” di un punto (o di mezzo punto, o un quarto di punto) per ogni errore, a partire dal 10, con griglie minuziosissime e costruite magari con grande acribia. Tuttavia, serpeggia sempre un interrogativo di fondo: non si dovrebbe “costruire” una valutazione in positivo, valorizzando il lavoro fatto e gli elementi presenti nel concreto di un elaborato, piuttosto che cercare di stabilire quanto questo si discosti da una presunta perfezione iperurania?

    Ecco allora che nel tempo ho raccolto e confrontato tra loro oltre duecento griglie di valutazione dello scritto di latino (versione), di ogni tipo e provenienza, anche per cercare di capire quale possa essere una corretta “pesatura” dell’errore, cioè una corretta individuazione di ogni errore, nelle sue diverse tipologie e nella sua incidenza sulla comprensione globale e sulla resa del testo latino nella lingua di arrivo. In alcuni casi, l’equivalenza un errore = un voto (o mezzo voto, o un quarto di voto), da sottrarre a 10, rischia di risultare non solo penalizzante, ma anche meccanica. La questione non è affatto “essere buoni” o di manica larga, magari per incrementare la popolarità del latino che, nell’ambito di un’offerta formativa sempre più diversificata, sembra aver perso il suo status di materia caratterizzante il corso di studi liceale. Anche perché, pur  adottando una griglia “in positivo”, che cioè, come detto sopra, costruisca il voto valutando e sommando quanto di buono si riscontra in una versione, si può spesso ottenere comunque un voto molto basso…

    E tuttavia, quella che potremmo definire una pesatura calibrata delle diverse tipologie di errore, morfosintattico e non solo, e la loro diversa incidenza sulla prova, è pur sempre necessaria là dove la verifica sia costituita dall’esercizio di traduzione, ossia dalla versione. Essa è determinante sia per le griglie in positivo, che devono sommare il numero di pericoli schivati, sia per le griglie “in negativo”: in altre parole, si valutino pure gli errori come si è sempre fatto, ma li si valutino attribuendo ad essi, suddivisi per tipologia, un diverso peso a seconda della loro incidenza sulla correttezza della traduzione. Poi, a partire dai “punti-errore”, si determinerà per sottrazione dal punteggio massimo ottenibile il voto da assegnare all’elaborato. Indispensabile per utilizzare tali griglie è allora avere una buona guida alla “Tipologia di errore”, che assegni a ciascuno di essi un valore diverso, a seconda che si tratti di un errore morfologico, sintattico o lessicale grave o isolato, che può pregiudicare o non pregiudicare la comprensione della proposizione. E in una seria griglia di valutazione va naturalmente contemplato anche l’errore ortografico italiano: esso non dovrebbe, in linea teorica, nemmeno più presentarsi nel liceo e in generale nella secondaria di secondo grado, ma la prassi e l’esperienza della didattica liceale e, talora, purtroppo anche di quella universitaria, hanno dimostrato e dimostrano in continuazione che le cose non stanno esattamente così. Una buona classificazione potrebbe allora essere elaborata, a mio parere, secondo la seguente gerarchia, realizzata nell’a.a. 2014/2015 presso il Dipartimento di Latino e Greco del Liceo “Giuseppe Peano” di Cuneo (i cui docenti me l’hanno fornita, cosa di cui li ringrazio):

    • errore molto grave: errore morfologico, sintattico o lessicale che, combinato con altro o altri errori di diversa natura, pregiudica la comprensione del testo latino;
    • errore grave: errore morfologico, sintattico o lessicale che non rispetta la forma del testo latino o greco, ma che non pregiudica in modo netto la comprensione del testo latino.
    • errore di media gravità: errore morfologico, sintattico o lessicale che costituisce sì una mancanza di carattere “tecnico” nell’esercizio della traduzione, ma non pregiudica il sostanziale rispetto del senso del testo latino.
    • errore di scarsa gravità: errore morfologico, sintattico o lessicale che costituisce una semplice imperfezione nella resa italiana del testo latino.

    Ma forse è meglio una griglia “in positivo”, che scorpori cioè i diversi ambiti da valutare in una versione, individuando dei descrittori, articolati per più livelli, a ciascuno dei quali assegnare un punteggio, la cui somma vada a costituire il voto finale. Solitamente griglie di questo tipo sono articolate in tre ambiti, con denominazioni variabili, il primo dei quali riguarda le competenze morfosintattiche, il secondo la correttezza lessicale, il terzo l’organicità e la fluidità della resa italiana. Ecco ad esempio la griglia costruita secondo questa logica, ma articolata secondo quattro descrittori, dal Collegio Vescovile Sant’Alessandro di Bergamo per il biennio ginnasiale dell’a. s. 2012-2013:

    • comprensione del testo punti 2,5
    • competenze morfologiche punti 2,5
    • competenze sintattiche punti 3,0
    • interpretazione e resa in italiano punti 2,0

    La distinzione fra le competenze morfologiche e quelle sintattiche è motivata, con tutta probabilità, dalla consapevolezza che la difficoltà stessa insita nell’esercizio della traduzione potrebbe avere come esito, nel caso di studenti particolarmente fragili, un punteggio insufficiente anche nel caso di una sufficiente capacità di riconoscere i singoli elementi morfologici; invece le competenze sintattiche, maggiormente valorizzate in quanto più complesse, a quel livello di studio potrebbero essere non ancora adeguatamente sviluppate. Molto significativa è la scelta di parlare di “competenza” e non solo di “conoscenza”; interessante è poi la scelta di distinguere il descrittore relativo alla “Comprensione del testo” da quello relativo alla “Interpretazione e resa in italiano”. In allegato fornisco la griglia, e poi anche la sua revisione, operata a partire dall’a.s. 2017/2018, che si articola addirittura su cinque descrittori, introducendo quello denominato “Completezza del testo”. Di entrambi i testi vado debitrice al prof. Domenico Gualandris, Dirigente Scolastico del Liceo Sant’Alessandro.

    Griglia Collegio Arcivescovile Sant’Alessandro 2012/13 

    Griglia Collegio Arcivescovile Sant’Alessandro 2017/18

    Anch’io mi sono cimentata nel tentativo di strutturare una griglia di valutazione che può essere utilizzata sia per una versione liceale in corso d’anno, sia per la seconda prova dell’Esame di Stato, in quindicesimi, ma che si presta anche a una valutazione in trentesimi: naturalmente tale griglia, che può essere facilmente realizzata con uno strumento informatico che agevoli il calcolo del punteggio e il voto finale, deve essere però seguita da un’accurata classificazione dell’errore, attribuendo a ciascuno di essi un valore, come ho detto sopra, conteggiato in “punti-errore”. Una delle obiezioni che potrebbero essere mosse alla mia griglia è che un simile strumento rischia di essere fin troppo minuzioso: essa risulta infatti particolarmente utile nel triennio, quando le versioni diventano più articolate e complesse. Tale griglia è poi solo una proposta, ma presenta a mio avviso un vantaggio: fissa con chiarezza la soglia della sufficienza e definisce il numero di errori di morfosintassi e lessicali che consentono di ottenere una valutazione comunque positiva. Inoltre, ecco un’idea che, ne sono consapevole, solleverà una bella discussione: al di là del “punteggio” totalizzabile con la griglia di valutazione, che, lo ripeto, non è il voto finale, è auspicabile che i voti corrispondano a numeri interi. Il mezzo voto, e ancora più i quarti di voto, o voti come dal cinque al sei, sette meno meno, otto più più ecc. servono, oltre che a complicare una prassi già tanto complessa come la valutazione, in primis a rassicurare il docente nei rapporti con lo studente. In fondo, però, nello scrutinio i voti sono interi; nei sistemi di valutazione basati su lettere, si utilizzano A, B, C, D, e così via (anche se ormai qualcuno inizia a usare A+, B- e così via). Ma, se il processo di valutazione è chiaro e trasparente, nessuno studente contesterà mai un voto intero, che è la cosa più semplice e chiara!

    Griglia Silvia Stucchi 

    Vorrei ancora ricordare, prima di concludere, una cosa che non è oziosa: spesso la valutazione e la costruzione di strumenti valutativi rappresentano un ambito su cui non ci si sofferma molto nella formazione dei docenti. Capita così che il professore di  fresca nomina, o che si trasferisca da altro ordine di scuole, o da liceo a liceo, necessiti di strumenti di cui avvalersi con sicurezza, per districarsi fra i molti dubbi e le incertezze che la pratica didattica propone ogni giorno; e sarà quindi utile, almeno a livello teorico, poter fare riferimento a uno strumento valutativo che stabilisca dei parametri definiti e, per quanto possibile, numericamente stabiliti, pur nella consapevolezza che su di esso sia possibile intervenire con flessibilità a seconda delle esigenze che si manifesteranno di volta in volta.

    © Silvia Stucchi, 2017

     

  • La Natura in similitudine

    La Natura in similitudine

    La Natura è un campo privilegiato per le similitudini; le fa parziale concorrenza solo il mondo quotidiano. L’una e l’altro offrono infatti qualcosa di noto che viene usato per spiegare qualcosa di ignoto, o di insolito, o comunque di presente solo nella finzione narrativa, basandosi sulla riconoscibilità dei comportamenti evocati nella similitudine. Dire similitudine, però, può significare tante cose diverse tra loro: quando di un personaggio si dice che si muove serpens, oppure inrepens, già si dice, implicitamente, che è come un serpente, l’animale al quale si adattano comunemente i due verbi; allo stesso modo, se dei ragazzi garriunt si intende che sono dei rondinotti, e così via. In questo post citerò solo similitudini esplicite, quelle cioè con tutti i “modalizzatori” ben evidenti (“modalizzatori” chiama Genette le formule che introducono una similitudine, i “come…così, quale…così, allo stesso modo che…” ecc.). Le similitudini, ovviamente, sono state molto studiate, sia come figure in sé, sia nell’uso che ogni singolo poeta ne ha fatto, e questo fin dall’antichità. Qui vorrei però considerare un aspetto specifico delle similitudini epiche, cioè il loro appartenere a una tradizione piuttosto coesa, entro la quale ogni nuovo poeta ha quindi l’obbligo di inserirsi, ma la difficoltà di trovare una propria individualità e novità.

    Prima qualche dato a carattere generale. Le similitudini, come s’è detto, si fondano su un accostamento che permette di mettere assieme, attraverso un elemento comune, due oggetti che non avrebbero di per sé nessun rapporto reciproco. L’elemento da cui si parte, quello di cui si vuole mettere in evidenza qualche qualità specifica attraverso l’accostamento a qualcos’altro di più noto al lettore, si chiama di solito comparandum (o primum comparandum); l’elemento che viene associato è il comparatum o secundum comparatum. Il legame che si instaura fra i due (e che può rimanere implicito) è il tertium comparationis. Altri usano altri nomi, di poco differenti, ma non è quello che importa. Quello che vorrei sottolineare è che la Natura offre, per le ragioni indicate prima, molti secunda comparata; ogni essere/fenomeno di Natura può svolgere questa funzione in virtù di una caratteristica che appare sua propria e specifica, oltre che immutabile e ripetuta ogni qualvolta si ripresentino le medesime circostanze. Questa caratteristica costituisce il tertium comparationis: il leone, per intenderci, sarà sempre feroce, il toro combattivo, il cinghiale selvaggio, l’aquila predatrice ecc. Quello che varia, normalmente, è il primum comparandum, offerto dalla trama dei diversi racconti.

    Nella tradizione epica, come ho già ricordato, si stabilisce abbastanza presto, diciamo a partire sin dall’Iliade, una serie di possibili similitudini e di termini di comparazione che vengono a costituire una tradizione abbastanza fissa. Prima comparanda sono di norma i guerrieri in lotta; secunda comparata dei fenomeni a carattere selvaggio (ad esempio il fuoco, in Iliade II 456-483; ma poi nembi, tempeste, venti, fiumi e torrenti in piena ecc.) e/o animali particolarmente fieri e feroci (i tre preferiti: leone, toro e cinghiale, seguiti a distanza dal lupo e a più lunga distanza dall’orso e da volatili vari). Il tertium comparationis è, di volta in volta, la forza, la ferocia, l’audacia, l’indomabilità nella lotta e così via. Detto questo, vorrei concentrarmi ora su alcuni meccanismi messi in atto dai poeti per ottenere un effetto di novità, pur dentro questo quadro unitario, creato già dalla tradizione omerica. Ne elenco in tutto nove, anche se sicuramente ne esistono altri, già nello stesso Omero. Ciò che vorrei fare non è però una storia delle similitudini né un loro repertorio, ma indagare alcune possibilità da esse offerte, da utilizzare poi in classe come cartina al tornasole per qualsiasi similitudine a base naturalistica, e non solo per quelle presenti nei classici.

    Primo procedimento. La similitudine multipla. Un  medesimo elemento (primum comparandum) viene paragonato non a un solo secundum comparatum, ma a una serie di termini, fra loro omogenei quanto a tertium comparationis. Il procedimento è in atto già in Omero, e proprio a partire dalla similitudine ricordata prima, in Iliade II 456ss., allorché l’esercito acheo è fuoco, ma anche vari volatili [oche, cigni e gru], sciame di api e pastore di guardia al gregge.

    Secondo procedimento. Lo sviluppo autonomo del comparatum a discapito del comparandum. Ossia, l’immagine usata come secondo termine di paragone cresce fino a diventare un bozzetto che perde di vista il rapporto con il primo elemento della similitudine, si fa situazione a sé stante, oltrepassa le necessità della messa in evidenza del tertium comparationis che dovrebbe spiegare la situazione di partenza. La similitudine si fa così una sorta di racconto nel racconto, divagante rispetto allla narrazione principale. Stazio, Tebaide VII 390-397, paragona Eteocle che dispone i sette capi del suo esercito presso le sette porte di Tebe (una scena di sapore eschileo) a un pastore che governa il suo gregge, lo divide, lo segue, si prende cura dei piccoli agnellini, protegge le giovani mamme che hanno appena partorito e le pecore che invece sono ancora gravide ecc. Dunque, da una situazione iniziale in cui comparandum e comparatum sono assimilabili, si passa a una sorta di compendio delle azioni bucoliche; da Eschilo si arriva a Teocrito e Virgilio.

    Terzo procedimento. Un tertium comparationis insolito. Le immagini prescelte disattendono le aspettative sull’animale/sul fenomeno di Natura utilizzato, o mettono in rilievo l’animale/il fenomeno di Natura in un momento inatteso di un suo pur naturale comportamento. Ad esempio, se il leone di norma appare combattivo, crudele, feroce, in queste similitudini si sottolinea invece la sua attenzione amorosa alla prole e la ferocia, quand’anche esibita, viene giustificata dalla difesa dei cuccioli, non dall’aggressività di Natura. E’ il caso, ad esempio, di Stazio X 414-419. L’arcade Dimante, sorpreso da una ronda tebana fuori dall’accampamento argivo mentre cerca di riportarvi il cadavere del suo signore, il giovane Partenopeo, non sa bene se combattere o implorare pietà dai nemici ed è ut lea, quam saevo fetam pressere cubili / venantes Numidae, natos erecta superstat, / mente sub incerta torvum ac miserabile frendens; / illa quidem turbare globos et frangere morsu / tela queat, sed prolis amor crudelia vincit / pectora, et a media catulos circumspicit ira. Sempre in Stazio, XI 739-749, Edipo per cui Antigone supplica Creonte è come un vecchio leone, pigro e disarmato dall’età. In Claudiano, Bellum Gothicum 342-349, Stilicone che valica le Alpi in inverno per raggiungere le armate che gli sono necessarie a proteggere Milano (cfr. “Una gita per l’estate. II”) è come un leone affamato, messosi in cerca di cibo in mezzo alla neve per amore della sua prole: [Stilicho] scandit inaccessos brumali sidere montes / nil hiemis caelive memor. Sic ille relinquens / ieiunos antro catulos inmanior exit / hiberna sub nocte leo tacitusque per altas / incedit furiale nives; stant colla pruinis / aspera; flaventes adstringit stiria saetas; / nec meminit leti nimbosve aut frigora curat, / dum natis alimenta parat…

    Quarto procedimento. Un comparandum inatteso o improprio. Il quale, essendo tale, dà origine a similitudini del tutto normali come forma e struttura, ma con animali o fenomeni insoliti, visto il carattere insolito del soggetto che devono illustrare. Claudiano nel 399 d.C. scrive un’invettiva contro il console della parte orientale dell’impero, l’eunuco Eutropio. Eutropio era un eunuco, quindi un ex-schiavo che aveva fatto carriera, divenendo Gran Ciambellano di corte (praepositus sacri cubiculi). Comunque, un ex-schiavo e un eunuco consoli non si erano mai visti: da qui, oltre che da ragioni politiche, l’opposizione dell’Occidente e l’invettiva di Claudiano. Il poeta raffigura perciò il suo personaggio attraverso similitudini con animali di tradizione non epica: una scimmia, che vuole essere ciò che non è e non può essere; uno struzzo, che si segnala per viltà e stupidità; una cagna invecchiata, della quale, ahimè, ci si sbarazza senza troppi rimorsi; una rondine morta in inverno ai piedi dell’albero in cui aveva invano cercato riparo (la rondine invernale è, dalla Rhetorica ad Herennium in poi, un simbolo di cosa assurda e fuori da ogni logica, un po’ come il nostro “asino che vola”). Con uguale procedimento, chi ha dato corda all’eunuco è un cavallo senza fantino o una balena arenatasi sulla spiaggia dopo aver perso la guida del musculus (un’immagine, quest’ultima, che viene da Oppiano: ma che in Oppiano, autore di Halieutica, è un dato scientifico, mentre qui diviene una costruzione retorica, ad indicare la condizione di “fuori di testa” dei sostenitori di Eutropio).

    Quinto procedimento. Un comparatum ricercato. In questo caso, le similitudini non mettono infatti assieme una cosa ignota spiegandola con una nota, come avviene di solito, ma fanno l’esatto contrario. La situazione più comune è quella del paragone di una figura umana con una figura divina. Nausicaa è come Artemide e le sue compagne sono le ninfe del suo seguito (Odissea, VI); Giasone si muove come Apollo (Apollonio Rodio, libro I); Didone ed Enea sono l’una e l’altra divinità, e proprio per questo appaiono simili fra loro, come se fossero divinità gemelle (risp. libro I e libro IV dell’Eneide). Poi ci sono gli animali esotici, difficilmente noti ai lettori, se non per via letteraria: tigri, elefanti, balene, l’orso di Pannonia (Lucano, VI). E ancora: luoghi geografici altrettanto esotici, che danno origine a fenomeni naturali che si realizzano solo lì, conosciuti magari anch’essi per tradizione letteraria e scientifica, ma difficilmente sperimentati di persona: l’Egitto, il Po, l’Etna con le sue eruzioni, cui Valerio Flacco, III 208, scrivendo dopo il 79 d.C., sostituisce significativamente il Vesuvio ecc. Infine, avvenimenti inconsueti, forse mai sperimentati di persona dai lettori: il sangue che sgorga dalla ferita di Piramo steso a terra moribondo, in Ovidio, Metamorfosi IV 212-124, è come l’acqua che zampilla da una tubatura forata (a quanti mai è capitato di avere/vedere le tubature forate?); sempre in Ovidio, Metamorfosi IX 659-665, Biblide che si consuma nel pianto è come resina che trasuda da una conifera o ghiaccio che si scioglie ai primi tepori del vento primaverile, ma anche come nafta che sgorga dalla terra (un fenomeno comune solo in Caldea)…

    Sesto procedimento. Una rete di similitudini ottenuta attraverso le connessioni entro l’opera dell’autore. Le similitudini non sono cioè autonome, ma richiamano altre similitudini presenti nell’opera dello stesso poeta. Torno a citare Claudiano, l’autore in cui la cosa si percepisce meglio. Protagonista dell’opera di Claudiano, nominalmente suddivisa in panegirici, invettive e poemetti autonomi gli uni dagli altri, è Stilicone, del quale il poeta celebra a più riprese la grandezza. Protagonista ufficiale dell’opera claudianea è però, per ovvie ragioni d’etichetta, l’imperatore Onorio, seguito da quando era ancora bambino (394 d.C., a dieci anni non ancora compiuti) a quando è ormai un giovane nel pieno delle sue possibilità di comando (404), uomo già sposato e in teoria libero da qualsiasi tutela. Ora, è significativo che in Claudiano Onorio sia costruito come un personaggio che si evolve progressivamente; e i modi e i temi dei testi claudianei (che restano formalmente panegirici, invettive o poemetti storico-politici autonomi gli uni dagli all’altri) si adattano all’età di Onorio stesso, al suo farsi progressivamente adulto, al suo cambiare di interessi, possibilità, sviluppi narrativi. Anche le similitudini si adeguano a questo: Onorio è sempre insignito di similitudini eroiche e nobilitanti, come quelle con il toro e con il leone, ma è evidente che Onorio viene paragonato a un toro e a un leone in crescita, a seconda della crescita di Onorio stesso. Nelle prime opere di Claudiano, Onorio è un cucciolo di toro o di leone, ansioso di combattere e misurare le proprie forze, ma trattenuto sotto l’amorosa ala paterna; man mano che il giovane cresce, diventa un giovane toro o un giovane leone in grado di saggiare le proprie forze in assalti simulati e di poca pericolosità, che però già lasciano intravedere le sue capacità future; nelle ultime opere di Claudiano, Onorio è un toro e un leone ormai adulto, capace di farsi pieno difensore della mandria (o della famiglia leonina) che gli viene affidata.

    Settimo procedimento. Una rete di similitudini ottenuta attraverso un’opportuna selezione dei comparata. Quanto dico ora era già implicito, in certa misura, negli esempi precedenti. Mentre Omero usa gli stessi termini di comparazione (ad esempio: toro, leone e cinghiale) per qualsiasi eroe per il quale sia conveniente la similitudine – e toro è ad esempio Agamennone nel II libro dell’Iliade, leone Menelao nel III e Aiace nel XV, cinghiale Odisseo nell’XI; ma cinghiale o leone è anche Ettore nel XII, che poi è leone per ben tre volte, nel XV, nel XVI (quando uccide Patroclo cinghiale) e nel XVIII libro (quando lotta intorno al cadavere di Patroclo) – Virgilio seleziona le sue similitudini, e non usa certe immagini per certi personaggi, ritenendole sconvenienti. Rimaniamo pure a leone e toro: animali eroici ma dalla forza bruta, essi non sono mai utilizzati come termine di confronto per Enea. Paragonati a un leone si ritrovano piuttosto Turno (IX 791-798 e XII 4-9) e Mezenzio (X 723-729), al massimo Niso che compie strage indiscriminata e improvvida dentro l’accampamento nemico (IX 339-340); a un toro, di nuovo Turno (XII 103-106), Laocoonte (II, 223-224, ma in questo caso è un toro da sacrificio, non da combattimento) e Pallante (X 454-456), parificato però a un toro vittima di un leone, quindi destinato a divenire preda di un animale più forte di lui, in parallelo al discorso di Virgilio su Pallante, bravo combattente ma vittima della forza superiore del leone/Turno. Solo in una scena del poema il toro è associato ad Enea: siamo alla fine dell’opera, XII, 715-724, e i due duellanti, Turno ed Enea, sono come due tori in lotta per la supremazia entro la mandria. Una situazione che riporta alle Georgiche, dove l’avvenimento non era similitudine, ma un hic et nunc narrativo (III 219-223), proprio perché si tratta di un fatto consueto e ripetuto ciclicamente in Natura. Ma è anche un parallelo che la dice lunga, credo, sul poema e sulla sua fine, sulla trasformazione che in essa subisce Enea e, con Enea, l’impiego (ora divenuto degradante) della forza bruta di tradizione omerica.

    Ottavo procedimento. Una rete di similitudini ottenuta attraverso la connessione con quanto ancora deve avvenire nel testo. Anche questo è un fenomeno che abbiamo visto, sia pure en passant, negli esempi virgiliani fatti prima. Nell’Eneide la similitudine crea più volte una sorta di cortocircuito con la narrazione. La similitudine, cioè, non si limita a segnalare quanto già sta succedendo, ma anticipa qualcosa relativo al seguito della narrazione, e addirittura spesso lo commenta. In un certo senso, Laocoonte diventa il toro sacrificale cui è paragonato, l’uno e l’altro malamente uccisi sotto gli occhi di tutti. La similitudine si fa qui realtà della narrazione, spiegazione di ciò che sta avvenendo e anticipo e commento del destino dei personaggi in gioco (tanto Laocoonte quanto i suoi spettatori). Questo in Omero non c’è. In Omero le similitudini al massimo possono anticipare qualcosa che si vedrà nel seguito, come succede per quella che, nel XXII libro dell’Iliade, parifica Achille ed Ettore che corrono intorno alle mura di Troia a cavalli e cocchi che girano intorno alla meta in una gara di corsa (la gara, com’è noto, si svolgerà per davvero nel libro successivo, come parte dei giochi funebri in onore di Patroclo; ma fra similitudine e sua attuazione non c’è nessuna relazione di causa/effetto). Invece, dopo Virgilio il meccanismo diventa abbastanza comune. In Ovidio, Metamorfosi I, 492-496, l’amore di Apollo per Dafni è come ignis in stipula, un’espressione proverbiale per indicare un fuoco impetuoso ma di breve durata; e in effetti gli amori di Apollo nelle Metamorfosi saranno tanti, a partire già dal libro immediatamente successivo… Eco si consuma d’amore come uno zolfanello acceso, Metamorfosi III, 372-374, dell’uno come dell’altra essendo destino che rimanga poco più che una tenue traccia. Rifacendomi ancora una volta a Claudiano, ricordo che l’uomo forte cui Eutropio si appoggia, il condottiero che mette alla guida dell’esercito, si chiama Leone – leone di nome, ma non di fatto. Le similitudini che si riferiscono a lui sono perciò altrettanto significative di quelle in uso per Eutropio: non animali nobili, ma il daino – l’animale che per tradizione fugge –  e una sus cucinata nella mensa imperiale, e che lancia grandi strida, intuendo il proprio destino. Leone, inutile dirlo, alla prima spedizione militare non solo viene sconfitto, ma muore durante la fuga – a detta di Claudiano, che probabilmente sta inventando, muore di paura, al solo sentire stormire le fronde alle spalle, temendo di essere raggiunto dai nemici.

    Nono e ultimo procedimento. Una rete di similitudini ottenuta attraverso le connessioni intertestuali. Ho ricordato come in Virgilio si osservi un caso evidente di intratestualità, per cui quella che nelle Georgiche è una realtà di fatto  – la lotta dei tori per il controllo della mandria – diventa nell’Eneide una similitudine alla quale si può fare ricorso. Ciò si avverte nella intra- ma, com’è ovvio, ancor più nella intertestualità. Anche qui Virgilio fa scuola: nel V libro, entro i ludi in onore di Anchise, egli sostituisce alla gara con i cocchi di Omero una regata nautica, che però costruisce ed atteggia come se fosse una gara con i cocchi; perfino in similitudine, visto che ai vv. 139-150 le navi sono paragonate proprio a cocchi che compiano la gara omerica. In Lucano, II, 601-609, Pompeo che abbandona l’Italia per riprendere altrove la lotta contro Cesare è assimilato al toro sconfitto da un rivale, che si ritira in disparte per recuperare le forze, prima di tornare alla mandria e sfidare di nuovo il rivale. E’ il seguito del racconto virgiliano delle Georgiche, il passo che Virgilio aveva riutilizzato di suo nell’Eneide, concentrandosi però solo sulla lotta tra i tori. Qui Lucano attraverso la similitudine recupera invece l’intero contesto virgiliano e così rende omaggio al suo predecessore; ma nello stesso tempo sottolinea anche le speranze e il punto di vista di Pompeo al momento della partenza, gli alibi, se vogliamo, con i quali egli giustifica la propria scelta. Com’è noto, Pompeo non tornerà mai più in Italia, e quella lotta ad armi pari, fra tori/combattenti perfettamente allenati, che la similitudine gli augura, di fatto non avrà luogo, o quanto meno non avrà luogo nei termini previsti dal racconto virgiliano. L’immagine dei tori in lotta ha però ancora un seguito, in Stazio, II, 323-332. I due tori sono, ovviamente, Eteocle e Polinice – fatto salvo che, al momento, i due non si stanno davvero affrontando: il loro duello è ritardato fino all’XI libro e, come tutti sappiamo, si concluderà in modo insolito e improbabile per il paragone proposto, ossia con la morte di entrambi i contendenti. Protagonista della similitudine è Polinice lontano da Tebe, che ad Argo si sta sposando con la figlia di Adrasto, il re della città:

                                            veluti dux taurus amata
    valle carens, pulsum solito quem gramine victor
    iussit ab erepta longe mugire iuvenca,                              

    cum profugo placuere tori cervixque recepto
    sanguine magna redit fractaeque in pectora quercus,
    bella cupit pastusque et capta armenta reposcit
    iam pede, iam cornu melior (pavet ipse reversum
    victor, et attoniti vix agnovere magistri):                            

    non alias tacita iuvenis Teumesius iras
    mente acuit…

    Anche qui quella che originariamente era un’immagine di Natura diviene una similitudine, con lo stesso procedimento adottato prima da Virgilio nell’Eneide, poi da Lucano. Come in quest’ultimo, tutti i dettagli del racconto georgico sono introdotti nella similitudine, a partire dall’esercizio preparatorio per arrivare alla vittoria conseguita dall’animale inizialmente sconfitto, il cui ritorno incute spavento perfino al momentaneo vincitore – due dettagli che, applicati alla situazione contingente di Polinice, il iuvenis Teumesius del testo, esprimono ancora una volta più una proiezione delle sue speranze future che l’attualità del racconto (Polinice si sta sposando, non esercitando; il ritorno a Tebe è stato deciso, ma deve ancora avere inizio). Rispetto ai poeti che l’hanno preceduto, in Stazio evidenzierei la maggiore insistenza sui dettagli violenti della scena, che riprendono ed enfatizzano dei tratti presenti solo in nuce in Virgilio, ora invece esposti alla vista di tutti. Da ultimo, segnalerei la progressiva risemantizzazione della similitudine: “scena d’amore” nelle Georgiche, essa diviene similitudine entro una lotta per la conquista della mano della figlia del re (e dunque, con un tratto amoroso non disgiunto però da uno politico) nell’Eneide; per farsi poi similitudine di valore puramente politico in Lucano e nella Tebaide. Come a dire che la passione reale, di Pompeo, ma soprattutto di Polinice (che pure si starebbe sposando), quella per cui ognuno di loro vive e lotta, è il potere, non l’amore. In fondo, è una cosa che sapevamo già; ma che la similitudine, con il suo carico di storia, ci dice con una chiarezza assoluta.

    © Massimo Gioseffi, 2017

    Gioseffi – Similitudini animali nell’In Eutropium di Claudiano, 2008