Year: 2016

  • Le Metamorfosi e la musica del Novecento: Strauss

    Le Metamorfosi e la musica del Novecento: Strauss

    Dove le Metamorfosi di Ovidio hanno sempre trovato terreno fertile è, ovviamente, nel campo dell’opera lirica, per la quale esse hanno costituito, con il loro inesauribile repertorio di miti, un serbatoio di vicende da rendere teatrali. Il fenomeno si realizza già nell’età barocca e prosegue per tutto il Settecento; ha qualche sporadica attestazione nell’Ottocento; riprende quota nel Novecento. Naturalmente, non si tratta mai di una ripresa letterale del testo ovidiano: non solo per le necessità della teatralizzazione (che peraltro si direbbero spesso rispettate già dall’originale latino), o per l’obbligo di adeguare le vicende narrate da Ovidio a un organico, soprattutto vocale, che secolo dopo secolo rispetta usi ed esigenze diverse a seconda delle tradizioni e delle mode. In realtà, è implicita proprio nella definizione del mito la sua fertilità e la possibilità di adattamento a strutture continuamente diverse, e l’opera lirica ha sfruttato ampiamente questa caratteristica. Da qui, una serie di riscritture che, anche quando si ispirino esplicitamente alle Metamorfosi ovidiane, di fatto ne tradiscono la lettera, e spesso anche lo spirito.

    Fra i testi che si potevano presentare ho scelto la Daphne di Richard Strauss [1864-1949], andata in scena per la prima volta a Dresda nel 1938, alla vigilia del secondo conflitto mondiale (scoppiato meno di un anno più tardi). Nel frontespizio del libretto l’opera si dichiara come un Dramma bucolico derivato da Ovidio. Si tratta di una composizione in un atto solo, originariamente pensata come complemento a un altro testo di Strauss, Friedenstag (Giorno di pace), una misconosciuta storia ambientata al tempo della Guerra dei Trent’Anni, ma di carattere dichiaratamente pacifista. Librettista di entrambe le composizioni avrebbe dovuto essere Stefan Zweig [1881-1942], che dopo la morte di Hugo von Hoffmanstahl [1874-1929] aveva preso il posto di quello come collaboratore privilegiato di Strauss. Zweig fu però impedito dalle autorità naziste di firmare i libretti straussiani (alla prima de La donna silenziosa, nel 1935, Strauss si era rifiutato di cancellare il nome di Zweig dalle locandine, e di conseguenza dopo sole tre recite venne proibita ogni ulteriore messa in scena dell’opera); Zweig, che era di origine ebraica, collaborò ugualmente al testo, ma da non accreditato, e nel corso del 1938 dovette fuggire prima a Londra, poi negli States e in Brasile. Il libretto di entrambe le opere fu perciò firmato da Joseph Gregor [1888-1960], un letterato di minore fama, che rimarrà un collaboratore fisso del musicista (che non l’amava molto). Le due opere ebbero rappresentazione separata, una in luglio, l’altra in ottobre. Daphne è dedicata al direttore d’orchestra Karl Böhm [1894-1981], che fu uno dei principali collaboratori musicali di Strauss.

    Daphne descrive (in modo simbolico ed allegorico, specie considerando l’epoca di composizione e le complicate vicende legate alla sua messa in scena, alle quali ho già fatto cenno) un mondo arcadico di bellezza e tranquillità. Il testo si apre con un inno alla Natura intonato dalla protagonista, e con la rappresentazione di una comunità pastorale felice e tranquilla, guidata dai genitori della giovane, Gea e Peneo; comunità nella quale Dafne si inserisce perfettamente, amata dal giovane Leucippo (i nomi sono tutti classicheggianti, ma i dettagli sono sconosciuti ad Ovidio). Su questo mondo di pace piomba un giorno, dall’esterno, il dio Apollo, che vede Dafne, se ne innamora, la vuole per sé e, benché respinto, la considera cosa sua, fino ad uccidere il rivale Leucippo. Nel finale Dafne compiange il giovane ucciso, e il dio, che ha finalmente compreso di non avere speranze, si allontana, chiedendo a Giove di trasformare la ragazza nella pianta di alloro. La scena che chiude l’opera, con il nome di Daphnes Verwandlung (Metamorfosi di Dafne) vede il progressivo disgregarsi della protagonista come essere umano, e la sua trasformazione in pura voce che gorgheggia, come un’eco sempre più lontana. La violenza del dio si è compiuta, e ha portato alla distruzione delle vittime innocenti, che hanno perso la vita, come Leucippo, o la propria identità, come Dafne. Alla fine le parole della giovane, cui è affidata la conclusione dell’opera, si fanno sempre più frante, singoli sintagmi nemmeno sempre ben coesi fra loro. Eccone una traduzione italiana: “Vengo, vengo,  verdi fratelli! Dolce fluisce a me, la linfa terrena! A te mi protendo, in rami e foglie, purissima luce! Apollo! Fratello! Già… le mie fronde… Vento… vento, gioca con me! Sacri uccelli… abiteranno in me… Uomini… amici… prendetemi a testimone… amore senza fine”. Segue il bellissimo finale vero e proprio, con il titolo di Mondlichtmusik (Musica al chiaro di luna): la metamorfosi si sta compiendo, Dafne si irrigidisce sempre più, la Natura torna a dominare e inglobare in sé la ragazza, ridotta progressivamente a pura voce, anzi a eco di una voce. La metamorfosi è trasformazione in altro, ma la trasformazione, quando non è voluta, significa perdita del proprio sé.

    Mondlichtmusik

    Strauss scrisse anche un’altra composizione intitolata Metamorphosen, priva di altri riferimenti all’opera di Ovidio che non siano il titolo. Si tratta dello Studio per 23 archi solisti – dieci violini, 5 viole, 5 violoncelli, 3 contrabbassi (un organico insolito) – scritto nel marzo/aprile del 1945 ed eseguito per la prima volta a Zurigo nel 1946. La guerra in Germania terminò solo nel maggio del ’45; ma il 30 aprile di quell’anno il suicidio di Hitler aveva fatto precipitare gli eventi. Metamorphosen è un’accorata riflessione sui danni prodotti dalla guerra. Una guerra segna sempre la fine di un mondo: la segna per i vincitori, la segna a maggior ragione per i vinti. Metamorphosen è un lento ragionare, in quattro tempi (adagio ma non troppo; agitato; adagio ma non troppo; molto lento – la climax discendente è di per sé molto eloquente), sulla fine della Germania, della sua civiltà, della sua arte. A Gregor nel febbraio del 1945 Strauss aveva scritto: “Sono disperato. La mia amata Dresda – Weimar – Monaco… tutto distrutto!”. Metamorphosen è la messa in musica di questa disperazione. La metamorfosi che si descrive è quella del passato, che non potrà più essere. Tre cellule ritmiche si rincorrono, si ripetono, si tramutano e si completano. Nel tessuto della composizione sono state riconosciute anche numerose citazioni, fra le quali due eloquentissime: la Marcia funebre della Terza sinfonia di Beethoven (il musicista dallo stile classico, assurto a nume tutelare del Romanticismo tedesco); e il lamento di re Marke, tradito dall’amico Tristan, nel Tristan und Isolde di Wagner (l’opera divenuta simbolo di certo Decadentismo tedesco). Chi vuole intendere, intenda!

    Ecco il brano, per forza di cose diviso in due parti – un piccolo, inevitabile delitto. La prima si interrompe al minuto 25; la seconda prosegue a partire dall’interruzione.

    Ulteriori informazioni sui rapporti di Strauss con la cultura classica si possono trovare nel bel volume di Franco Serpa, Miti e note. Musica con antichi racconti, Trieste 2009.

     

  • Le Metamorfosi e la musica del Novecento: Britten

    Le Metamorfosi e la musica del Novecento: Britten

    I due anni che ci attendono (2017 e 2018) saranno, come si sa, anni ovidiani. La ricorrenza del bimillenario della morte del poeta, l’incertezza circa la data esatta, l’occasione ghiotta per iniziative di vario genere (a scapito dell’altro grande festeggiando del 2017, Tito Livio) fanno sì che si siano moltiplicate occasioni di studio, incontri, convegni sulla figura e l’opera del poeta delle Metamorfosi. Diamo qui un piccolo contributo – non sarà il solo… – presentando un percorso che connette le Metamorfosi ovidiane ad alcune composizioni musicali del Novecento da poco (?) passato. Si tratta di una scelta personale, in parte legata ai limiti di capacità imposti dal sito. Idea di fondo è mostrare l’attualità, anche nel secolo appena concluso, del poeta e della sua opera; fermo restando che la musica che proporremo è spesso sconosciuta ai giovani italiani (non così fuori dai confini del nostro Paese), dai quali è spesso vista con sussiegoso disdegno; ma esperienza insegna che, una volta sperimentata in modi e tempi appropriati, si possono produrre risultati inattesi.

    Incominciamo a dire che il concetto di metamorfosi è strettamente connesso alla musica. Il tema con variazioni; le variazioni su un pezzo dato; il remake di un brano del passato; la canzone cover (nella terminologia della musica pop e rock è la riproosta di un  brano  originariamente interpretato da altri, ora fatto proprio da qualcuno che non ne è l’esecutore originale, con un rifacimento che, pur senza modificarne la struttura di fondo, è comunque tale da sorpassare i limiti della semplice reinterpretazione) sono tutti fenomeni alla base della storia della musica e della sua evoluzione. Qui ci occuperemo però di alcuni testi più direttamente connessi all’idea di metamorfosi e/o ad Ovidio. Il primo è la suite di sei pezzi per oboe solo (Six Metamorphoses after Ovid, op. 49), scritta dal compositore inglese Benjamin Britten [1913-1976] nel 1951, come omaggio all’oboista Joy Boughton [1913-1963], sua coetanea e figlia di un amico, il compositore Rutland Boughton [1878-1960]. Come recita il titolo, ognuni dei sei pezzi vorrebbe descrivere una scena delle Metamorfosi e cioè, nell’ordine, Pan che suona il flauto, fatto con le canne in cui si è mutata l’amata Siringa (met. I 689-712); Fetonte che guida il carro del sole (II 1-400); Niobe impietrita dal dolore per la morte dei figli (VI 146-312); il corteo festivo di Bacco (IV 1-32); la morte per consunzione di Narciso, innamorato di se stesso (III 339-510); Aretusa in fuga davanti ad Alfeo (V 572-641). Non c’è un ordine preciso, né una scelta che delinei un chiaro percorso all’interno del poema. Ogni scena si presta a un carattere musicale: il canto di Pan è spezzato e irrequieto, come ci si attende dal tratto faunesco del dio (lo aveva insegnato Debussy, con il suo Prélude à l’aprèsmidi d’un faune [1894]), dio che qui oltretutto sta dialogando con la sua amata di un tempo e sperimentando le possibilità del nuovo strumento. La corsa di Fetonte è concitata e senza pause, il ripetersi prima trionfalistico poi via via sempre più dubbioso di una cellula musicale, fino alla catastrofe finale. Niobe ha la musica più lenta e fissa di tutti e sei i pezzi, un lungo lamento ripreso più volte, sempre diverso e sempre uguale a se stesso. Il  quarto brano è festoso e chiassoso, perché a detta di Britten dovrebbe esprimere il chiacchiericcio pettegolo delle donne e le grida dei ragazzi che accompagnano la divinità. Il quinto è lento e riflessivo; il sesto è amabile – la storia di Aretusa e Alfeo è l’unica, fra quelle rievocate, a prevedere un lieto fine.

    Volta per volta, lo strumento solista si sostituisce alla narrazione attraverso la descrizione di uno stato d’animo oppure, quando non ci sia narrazione ma semplice rappresentazione dello stato d’animo (come nel caso della prima e della quarta metamorfosi), si fa creatore di una nuova lingua, diversa e complementare alla favella umana, perché direttamente capace di convogliare le emozioni e i sentimenti, senza ricorrere alle parole e al discorso razionalmente costruito. Ecco, una per una, le sei composizioni:

    Pan

     

    Fetonte

     

    Niobe

     

    Bacco

     

    Narciso

     

    Aretusa

     

    Per un’analisi dei temi musicali si può vedere l’articolo reperibile in open access alla pagina

    http://www.idrs.org/publications/controlled/DR/JNL20/JNL20.Mulder.html

    Di Britten e della cultura classica si occupa, proprio a partire dalla composizione che ci interessa, il volume di Lucy Walker, Benjamin Britten. New Perspectives on his Life and WorkAldeburgh 2009, che dedica all’argomento l’intero quarto capitolo.

  • Romantici vs. Classici? Il caso Wordsworth

    Romantici vs. Classici? Il caso Wordsworth

    L’opera di Virgilio ha spesso svolto un ruolo importantissimo durante le trasformazioni culturali che hanno portato alla contemporaneità. Anche se questo post è focalizzato su Wordsworth e Virgilio, sul  dialogo di un poeta romantico con il poeta classico, vorrei prendere le mosse da un precedente interessante, che sta al di fuori dell’ambito letterario, ma che mostra come l’opera classica abbia visto progressivamente mutare il proprio valore nella coscienza dei moderni. Si tratta della polemica attorno alle Georgiche, divampata piuttosto accesa tra il colto agronomo inglese Jethro Tull (1674-1741) e Stephen Switzer (1682–1745), in un’epoca in cui il poema virgiliano era ancora considerato non solo esempio di grande poesia, ma anche depositario di consigli pratici e utilissimi in ambito agricolo. Tull, il quale con le sue invenzioni tecnologiche diede inizio a una nuova prassi metodologica del fare agricoltura, riteneva Virgilio solo un poeta che non aveva esperienza da agricoltore e che aveva appreso ciò che descriveva dai libri; lui, invece, possedeva un’esperienza trentennale, aveva imparato nei campi ciò che sapeva e considerava orgogliosamente i suoi metodi di coltivazione anti-virgilian. Stephen Switzer, dal canto suo, difendeva apertamente l’auctoritas di Virgilio e continuava a considerare il poema un manuale pratico e scientifico di agricoltura, oltre che uno scrigno di tesori estetici e di precetti etici. La polemica presenta così gli inizi di un movimento culturale che separa scienza e poesia, metodo pragmatico e belle immagini letterarie, o, come dirà Wordsworth nella prefazione alle Lyrical Ballads (1800), tra “Poetry and Matter of Fact, or Science” (come è noto, anche Wordsworth esortava a imparare dalla Natura più che dalla lettura). Virgilio viene gradualmente ridimensionato, la scienza e le lettere imboccano strade separate e non più comunicanti tra loro.

    Torniamo però ora a William Wordsworth (1770-1850). Egli inizia a scrivere poesia in un clima culturale in mutamento, che modifica il giudizio sui classici ma non li elimina dal canone di scuola. Virgilio risulta così una presenza costante nella vita del poeta inglese, fin dai primi componimenti di fine XVIII secolo, confluiti poi in parte nelle Lyrical Ballads, e sino ad arrivare alla traduzione dell’Eneide, iniziata nel 1823 e mai terminata. Quello che vorrei mettere in evidenza è appunto il dialogo che il poeta moderno ha continuamente intrattenuto con Virgilio e il diverso ruolo che il poeta classico ha assunto nel corso della carriera poetica di Wordsworth.

    I componimenti del poeta inglese, all’apparenza semplici e spontanei, come se fossero stati scritti seguendo l’ispirazione del momento e fossero giunti quasi per caso a noi lettori – ma si tratta del gioco di un abile prestigiatore! – nascondono, e nascondono bene, l’abbondanza di studi, di letture, di riflessioni sulla poesia che sta alle loro spalle. Il componimento Lines left upon a Seat in a Yew-tree (1798), ad esempio, descrive un paesaggio che si contrappone volutamente a quello bucolico: il viandante viene esortato a fermarsi per un poco in un posto dove non vi sono fiumi scintillanti, i rami degli alberi sono secchi, non si sente il ronzio delle api, ma le onde increspate si infrangono sulla spiaggia:

    What if here
    No sparkling rivulet spread the verdant herb?
    What if the bee love not these barren boughs?
    Yet, if the wind breathe soft, the curling waves,
    That break against the shore, shall lull thy mind
    By one soft impulse saved from vacancy.

    Tuttavia, una contrapposizione così esatta mette in evidenza la precisa conoscenza del modello virgiliano, che lascia una traccia visibilissima nell’albero di cui il recluso, il fuggitivo dall’umanità – protagonista della poesia – ha  piegato i rami a formare un cerchio d’ombra, e nelle zolle erbose che coprono una pila di pietre:

    Who he was
    That piled these stones and with the mossy sod
    First covered, and here taught this aged Tree
    With its dark arms to form a circling bower,
    I well remember.

    Qui è facile ravvisare il ricordo dell’ampio faggio che fa ombra a Titiro nella prima egloga (1.1) e della capanna che Melibeo non potrà più rivedere (1.68 tuguri congestum caespite culmen). In Wordsworth l’azione umana crea uno spazio per la meditazione e la solitudine, perché il recluso a causa del suo orgoglio ha deciso di rifuggire il resto degli uomini, dopo averne sperimentato la compagnia; ben diversi sono i destini di Titiro e di Melibeo: il primo, costretto a lasciare la sua dimora per la grande città, vi ritorna portando con sé la libertà di vivere serenamente in una campagna rigogliosa, circondato dagli affetti che gli sono cari; il secondo deve abbandonare la sua abitazione per andare verso luoghi sconosciuti. Sono passati i secoli, la Storia ha mutato il modo di percepire l’uomo e la sua idea di felicità; tuttavia, la serenità di Titiro e le svariate vicende che si leggono nelle Bucoliche hanno lasciato ancora una traccia.

    Altrettanto può dirsi per le poesie successive di Wordsworth, i suoi Poems, in Two Volumes, editi nel 1807. Naturalmente Wordsworth si discosta dal mondo di Virgilio, cambia il paesaggio e cambia in parte i suoi abitanti: al posto della campagna mantovana ci sono le Highlands con la loro natura viva e partecipe, i boschi e i torrenti, le rupi e le valli; al posto dei pastori, delle ninfe, di Dafni e di Gallo vi sono viandanti e reclusi volontari (come nel componimento sopra citato), bambine inconsapevoli della morte (We are seven: la piccola pastorella di otto anni pensa ai fratelli morti come se fossero ancora vivi), ragazzi avventurosi scomparsi prematuramente (There was a boy….), una giovane costretta ad andare in città (Poor Susan: ancora un diretto ricordo virgiliano?), un vecchio povero e solo costretto a cercare sanguisughe per vivere (Resolution and Independence), una mietitrice solitaria (The Solitary Reaper); e assieme a loro, il poeta stesso, la sorella e gli amici che vivono in comunione con la Natura. Quindi, ancora personaggi rustici e poeti, i quali intersecano le loro sofferte vicende in un paesaggio che non è soltanto uno sfondo privo di significato, ma parte integrante della vita e della poesia. Wordsworth sembra attualizzare Virgilio, togliendo ciò che nella sua opera poteva apparire irreale e immaginario, ad esempio le figure mitologiche o un’Arcadia mitizzata, e conservando invece quella che potremmo definire la “distanza romantico-bucolica”: il poeta, colto e intelligente, descrive ciò che dice di vedere, racconta ciò che dice essere reale, sostiene di cogliere e donare al lettore ciò che è spontaneo, immediato e quindi vero. Ma in realtà tutto filtra attraverso il suo sguardo e la sua cultura, creando pezzi letterari che danno l’illusione della più assoluta verità. Come ho già detto, Wordsworth è un abile prestigiatore.

    Virgilio fa sentire la sua influenza nel poemetto di argomento mitologico Laodamia (1815; una seconda versione risale al 1845). Wordsworth trae ispirazione dal sesto libro dell’Eneide, opera che stava rileggendo in quegli anni, e numerosi passaggi, come quelli che descrivono Laodamia o l’Elisio, sembrano riprendere dei passi virgiliani. L’opera si conclude con dei versi che forse reinterpretano il celebre sunt lacrimae rerum et mentem mortalia tangunt (Aen. 1.462):

    Yet tears to human suffering are due;
    And mortal hopes defeated and o’erthrown
    Are mourned by man, and not by man alone (vv. 164-166).

    Le parole che Enea rivolge ad Acate mentre osserva le vicende di Troia effigiate nel tempio in costruzione a Cartagine vengono riutilizzate da Wordsworth per sottolineare il dolore insito nella condizione umana e la capacità, non solo degli uomini, come aggiunge Wordsworth, di compiangere le sofferenze altrui.

    La lettura dell’Eneide si trasformerà qualche anno dopo in qualcosa di concreto: una traduzione, sebbene solo dei primi quattro libri. A partire dal 1823 Wordsworth si dedicò a rendere in lingua inglese il poema virgiliano. Nonostante il lavoro sia stato iniziato per caso – è il poeta stesso a dirlo in una lettera a Lord Lonsdale – suo scopo era sostituire la traduzione di Dryden, considerata poco “affecting”.  Wordsworth affermava di essere rimasto commosso dal poema (“When I read Virgil in the original I am moved”) e nella sua traduzione cercò di rendere quella tenderness che altri prima di lui non avevano saputo ricreare. Egli trovava eccessivamente artificiale la lingua dei suoi predecessori e intendeva cercare un lessico e una struttura il più possibile vicini a Virgilio, in modo da suscitare le medesime emozioni dell’originale. L’opera si interruppe abbastanza presto, forse perché la traduzione, tesa a rendere in inglese le movenze del latino virgiliano forzando in certo qual modo la lingua d’arrivo, non piacque ai suoi primi lettori. La volontà di essere fedele a Virgilio in un esperimento di traduzione che sacrificava l’usuale struttura della lingua moderna allo scopo di rendere percepibile ai suoi contemporanei quelle emozioni che Wordsworth sentiva, ribalta la situazione iniziale: modello da rielaborare e ristrutturare per creare una poesia moderna agli esordi della carriera letteraria di Wordsworth, Virgilio diventa ora un autore per così dire intoccabile, non più trasformabile, perché è stato capace di trasmettere in modo inimitabile i sentimenti attraverso la parola. In fondo, quello cui Wordsworth aspirava fin dall’inizio, e che aveva cercato di raggiungere con la propria poesia. 

    Il Romanticismo, quindi, è forse meno anti-classico di come viene descritto di solito. Certo, il bisogno di rinnovamento, il fastidio per una “poetic diction” sentita come ormai antiquata, la necessità di imporsi come poeti “moderni” (anche la letteratura conosce i suoi corsi e ricorsi!) ha comportato un desiderio di distacco e di trasformazione del classico, il bisogno di reinterpretarlo all’interno di una nuova dimensione culturale. Ma senza davvero negarlo o per volersene sbarazzare, anzi alla fine cercando di impossessarsene di nuovo. Anche per questo, per comprendere appieno non solo un poeta moderno, ma il complesso movimento letterario e culturale in cui si inserisce, è necessario non sottovalutare né dimenticare i poeti latini, che pur appartenendo a un’epoca lontana hanno continuato a esercitare un influsso considerevole sulle epoche successive. Senza conoscerli, rischiamo di giudicare in maniera imprecisa la letteratura che è venuta dopo… 

     © Isabella Canetta, 2016

     

     

  • Come è difficile esser felici!

    Come è difficile esser felici!

    Completo il precedente post dedicato a Uomini e dèi nell’Eneide con una serie di considerazioni lessicali relative alle occorrenze di felix e infelix nell’opera di Virgilio. Il pensiero di base è quello già espresso nell’altro post. Felix e infelix in latino hanno una valenza di ambito sacrale; stante la testimonianza di Varrone, felix indica propriamente il campo, il raccolto, l’annata fertile di frutti, e dunque ben riuscita; ed è solo secondario e traslato il riferimento a uno stato emotivo dell’essere umano. Ma la fortuna e la ricchezza del campo non sono possibili senza la benevolenza degli dèi; ciò vale anche per la fertilità, il raggiungimento di uno scopo nella vita, o lo stato complessivo di serenità e benessere psicologico che noi (e gli antichi) comprendiamo sotto il termine felicitas. Nel I secolo a.C. Felix era il soprannome di Silla, ‘beniamino/protetto degli dèi’ (a questo il soprannome mirava e questo la propaganda sillana aveva enfatizzato, a cominciare dalla perduta, ma in parte ricostruibile, autobiografia); Cesare, al contrario, nella propaganda testimoniata dai Commentarii ha insistito di più sulla propria Fortuna, che implica in maggior grado un saper fare, secondo l’idea (sottilmente implicita) che il bravo comandante militare sarà anche un bravo capo di uomini.

    Ora, come ho già detto nell’altro post, nell’Eneide si assiste a una discrasia fra lo sguardo di Giove e quello dei diversi personaggi, siano essi umani o divini; lo sguardo di Giove è infatti lungo, e si riassume nella Storia con l’iniziale maiuscola, che tutto giustifica; non è uno sguardo rassicurante però, perché comporta il passare sopra la vita dei singoli, che in quel processo si devono inserire volenti o nolenti, e che da quel percorso a lungo termine sono, nel breve tempo della loro vita, spesso sorpassati e “bypassati”. Inoltre, gli uomini, anche quando siano chiamati a contemplarla (come a un certo punto accade ad Enea), non capiscono la Storia, perché il loro sguardo è miope, concentrato sulla brevità della propria esistenza, non è in grado di cogliere quella lunga durata che appartiene al dio. Infine, la Storia di per sé non è rassicurante: tant’è che l’ultimo avvenimento citato nel poema, la morte di Marcello nel 23 a.C., trascende le promesse divine del I e del XII libro (I 254-296: anticipazione di Giove a Venere e al lettore di quanto seguirà nei dodici libri del poema, nel seguito del poema e nei secoli a venire, fino all’avvento di un Iulius Caesar che sottometterà l’oikoumene, vi porterà la pace, diverrà dio; XII 801-842, anticipazione a Giunone di quello che sarà il destino dell’Italia, fino al pieno mescolarsi di Troiani, Latini e Italici in un’unità politica e sacrale che, storicamente, sappiamo essersi realizzata solo nella seconda metà del I secolo a.C.). La morte di Marcello, invece, è avvenimento che rischia di rimettere in gioco tutto quanto è stato “realizzato” da Cesare e da Augusto, e di riproporre alla generazione a venire quello che la generazione di Virgilio aveva vissuto sulla propria pelle, cioè la lotta al momento della successione di un Grande Capo (per Virgilio e i suoi coetanei Cesare, per la generazione a venire Augusto).

    Dato per scontato tutto questo, si tratta ora di capire che cosa significhi essere felices  o infelices in Virgilio, chi lo sia, e perché; quali siano le diverse possibilità di felicità; quali alternative si diano alla felicitas o alla infelicitas. Partiamo dai dati numerici. Felix in Virgilio è abbastanza raro: non c’è o quasi nelle Bucoliche (mai per persone); è più comune nelle Georgiche, ma in genere in riferimento a piante o campi, o comunque a prodotti connessi all’agricoltura (anche la vittima dei sacrifici agli dèi agricoli); sono solo tredici le occorrenze nell’Eneide. Infelix è molto più presente, in riferimento a piante e campi, ma anche ad animali e persone. Ovviamente, nessuna menzione si dà di felicitas, un astratto “impoetico”, ma neanche dell’avverbio feliciter, che pure compare sia negli Annales di Ennio (fr. 103 Sk.), sia in Ovidio (più volte).

    Vediamo i casi più da vicino: nelle Bucoliche il gregge di Melibeo era felix, ma in un tempo passato e non più proponibile, della cui condizione di felicitas ci si rende conto solo ora che non c’è più, attraverso il filtro della memoria e della nostalgia (1, 74); la seconda occorrenza si riferisce all’invocazione al neo-dio Dafni, invitato a essere propizio nei confronti dei fedeli (5, 65: sis felix è qui una formula rituale e cristallizzata, che ribadisce il valore sacrale dell’aggettivo). Al più possiamo osservare, con tipico valore degli aggettivi latini, che felix, come infelix, vale sia ‘che è felice/infelice’, sia ‘che fa felice/infelice’. Fra le dieci occorrenze delle Georgiche, l’unica che non abbia valore agricolo è 2, 490: felix è chi può dedicare la sua vita alla scienza, libero da affanni e pressioni della vita quotidiana e contingente. Una situazione specifica e particolare, direi paradisiaca se si concede l’anacronismo, che pochi, pochissimi possono realizzare, forse nessuno, certo non il poeta/narratore – che si sta sì dedicando all’attività poetica e in relazione a un sapere pratico, ma lo fa sotto pressione altrui, con fini pragmatici, per un bisogno che non è quello, ascetico, della pura contemplazione: e che quindi al massimo si può dire fortunatus, non felix, con una interessante gerarchia dei due termini. Nell’Eneide mi pare significativo che alcuni felices lo siano solo per modo di dire: l’aggettivo appare infatti in formule di cortesia, del tipo che già conosciamo, sis felix, riferito a un dio, come nelle Bucoliche; oppure al momento di una partenza o di un arrivo: un po’ come i nostri “salve, addio, ciao”, parole che hanno perso il loro valore etimologico e sono divenute puri modi di dire: cfr. 1, 330, a Cartagine (per Venere), e 3, 493, a Butroto. Felix si trova anche in frasi negative: è celebre la definizione di Didone, 4, 657, felix, anzi nimium felix, se le navi dardanie mai avessero raggiunto le sue terre – ma le navi quella terra l’hanno raggiunta, e la felix Didone è così divenuta l’infelix per eccellenza. Allo stesso modo Serrano, 9, 337, è una vittima di Niso nell’accampamento rutulo addormentato; e poiché aveva passato la sera a giocare a dadi, sarebbe stato felice se avesse continuato a giocare anche durante la notte: si sarebbe infatti trovato sveglio all’arrivo di Niso e si sarebbe forse potuto salvare; invece si è addormentato al momento sbagliato, e ciò ha fatto di lui una vittima indifesa. Tra i felices virgiliani si contano poi la moglie di Evandro, morta prima di conoscere la scomparsa prematura del figlio (11, 159: la definisce così il marito), e Polissena, uccisa sulla tomba di Achille, e non costretta a subire la schiavitù (lo pensa Andromaca, che la schiavitù ha invece sperimentato, 3, 321); felices sono poi le anime dell’Ade (quelle che lo sono, cioè Museo e la sua cerchia, 6, 669, racchiusi nei campi elisi = isole fortunate o dei beati); e il guerriero Tolumnio, presentato come tale nelle parole di Turno che deve convincere i Latini a continuare la guerra nonostante le prime sconfitte (Diomede ha rifiutato di allearsi con loro: ma non c’è problema, Tolumnio gli equivale e gode del favore divino, felix appunto, 11, 429). In realtà Tolumnio entrerà in azione solo nel libro XII quando interpreta male un prodigio e spinge i Latini a interrompere la tregua e il duello fra Enea e Turno: decisione avventata e inconsulta, che paga figurando nell’elenco successivo di caduti. E tanto felix, in definitiva, non sembra proprio. Ma Turno, si sa, spesso sbaglia le sue valutazioni! Infine, possono essere felices degli oggetti, animati o inanimati, che assolvono la loro funzione, come i venti che soffiano propizi, 3, 120. In questo elenco, due casi sono significativi: nelle parole di commiato di Eleno, 3, 480, è felix Anchise, protetto dalla pietas del figlio e sottratto alla rovina di Troia con il gesto più famoso della saga eneadica, quello che consacra Enea come pius, ma anche quello che dà inizio all’intera vicenda – la storia di Roma inizia lì, dalla fuga da Troia; dall’avere Enea convinto a partire il recalcitrante Anchise; dall’averlo preso su di sé, e con lui, nelle mani di lui, i Penati che assicurano continuità e sopravvivenza. Poco prima, all’inizio della medesima allocuzione (v. 475) Anchise era stato definito da Eleno come coniugio Veneris dignatus superbo. Importante: non è l’amore della dea ciò che lo fa felix, bensì l’agire del figlio. Alla fine del libro, vv. 708-713, Enea lamenta che Eleno non gli abbia predetto la morte del padre; è vero, però qui ne ha steso l’epitaffio, ricordando le due azioni che ne consacrano la memoria, e mettendole in posizione gerarchica: l’amore della dea ha reso celebre Anchise, ma il figlio con il suo gesto lo ha fatto felix, per le ragioni che ho detto. E il Priamides Eleno (figlio di Priamo, cioè ancora volto alla Troia di Priamo, ricostruita a Butroto tal quale si trovava in Asia, ma ora riconosciuta da Enea e dai compagni come qualcosa di vuoto, di sterile, di infruttuoso: la vera, nuova Troia, quella fertile e ricca di frutti, protetta dagli dèi, è in avanti, non indietro), Eleno, dicevo, riconosce in quella partenza da Troia di Enea e famiglia la felicitas di una nuova fondazione, qualcosa che segna una svolta nella storia e nella Storia, un punto di non ritorno che segnala gli Anchisiadi – e non più i Priamidi! – come i veri eredi di Troia e i beniamini degli dèi (e fra gli Anchisiadi, naturalmente, vanno contati i loro lontani discendenti, i Romani). L’altro passo significativo è 6, 784. Roma appena fondata da Romolo è felix prole virum (e cioè virorum), con aggettivo che riassume tutti i valori del termine: fertilità di frutti (i Romani), felicità di animo (l’imperium che li attende), la benevolenza degli dèi (al v. 780 di Romolo e Roma è detto che et pater ipse suo superum iam signat honore). Questi sono i soli esseri felici del poema: Anchise all’inizio di una Storia, alla cui fine c’è Roma, la Roma di Romolo che si salda con un unico tratto alla Roma di Augusto (rievocato nel sesto libro subito dopo del fondatore). E Roma, che in questa Storia felix lo è a lungo termine, è di nuovo la Storia, che nella città amata dagli dèi in certo qual modo si incarna. Non c’è dunque umana felicità, anzi felicità dell’uomo è morire quanto prima, secondo il detto sapienziale greco e secondo quanto ribadiscono Andromaca parlando di Polissena, ed Evandro della moglie; non è felix Enea, che pure si muove seguendo ordini divini, protetto dalla madre e dalle altre divinità fedeli alle parole di Giove; felix è solo la Storia, cioè ancora una volta lo sguardo lungo di Giove, che tutto assolve e tutto giustifica…

    Vediamo ora infelix. Nelle Bucoliche ci sono Pasifae (6, 47 e 52) e Procne (o Filomela: ma il nome poco importa, 6, 81), che, mutata in animale dopo aver ucciso per vendetta il proprio figlio, prima di abbandonare la casa resa cruenta dal suo gesto, infelix sua tecta super volitaverit alis. Se allarghiamo la ricerca al campo animale, c’è anche il gregge affidato da Egone (il proprietario) a Dameta (il pastore mercenarius) nelle parole di parte del rivale Menalca, buc. 3, 3, definito infelix  perché lasciato a un pastore disonesto che lo sfrutta fuori misura a proprio uso e consumo (munge le pecore due volte all’ora, dice Menalca con evidente iperbole). Come si vede, siamo sempre nel campo di un destino avverso, rovesciato su vittime incolpevoli: non sono Pasifae e Procne i mostri delle rispettive vicende, ma forze a loro esterne le costringono ad azioni mostruose; non è il gregge ad avere colpa, ma subisce le conseguenze di un’azione del padrone, che vuole essere libero da impegni per corteggiare Neera. Fa a sé il caso di 5, 37, infelix lolium, che ritorna, con verso quasi identico, a georg. 1, 154. Nelle Georgiche non c’è nessuna occorrenza riferita a esseri umani, tre a campi infecondi o piante invasive e sterili; poi però ci sono il cavallo malato nel Norico (3, 498) e Mantova intesa come somma dei cittadini che hanno subito le espropriazioni del dopo Filippi (2, 198). Un caso a sé costituisce l’Invidia infelix di 3, 37, tipica personificazione virgiliana, che indica il guardare di malocchio chi sa fare qualcosa e il cercare di impedirgli di farlo (per questo infelix riassume qui un po’ tutti i valori del termine: l’Invidia è sterile; cerca di rendere sterili; è malevola, è causa di male a sé e agli altri). L’aggettivo “esplode” letteralmente nell’Eneide. Quarantotto occorrenze tra forma lemmatica e casi flessi. Vediamo i riferimenti: nei casi flessi troviamo Didone, 5, 3; Amata, 7, 401; Ulisse, 3, 613 e 3, 691; Niso, che definisce così se stesso, 9, 430; Troia nel suo complesso (Mnesteo esorta i compagni a resistere all’assedio di Turno, e chiede loro se non infelicis patriae…pudet miseretque, 9, 786), cui si aggiunge il vitto non umano al quale è costretto Achemenide, 3, 649, bacas lapidosaque corna, cioè la regressione allo stato di raccoglitore, ossia di uomo preistorico e a-civilizzato. Più lunga la lista dei casi lemmatici: Troilo (la prima occorrenza in assoluto per il lettore continuo dell’Eneide, 1, 475); Didone (sette volte in tutto: 1, 712 e 749; 4, 68, 450, 529 e 596; 6, 456, il massimo concesso a qualsiasi personaggio); il cavallo di Troia, 2, 245, monstrum infelix che i Troiani sacrata sistunt arce, con accostamento ossimorico di due aggettivi significativi, il monstrum infelix va a dissacrare la sacrata arx; Corebo che non ascolta gli avvertimenti di Cassandra, 2, 345; Andromaca vedova inconsolabile, 2, 455; Creusa appena defunta e trasformatasi in umbra e simulacrum di sé stessa, 2, 772; Priamo che tenta di salvare Troia mandando Polidoro al sicuro (lo crede lui) in Tracia, 3, 50; l’Arpia Celeno quando lancia la sua predizione/maledizione che sembra allontanare per sempre i Troiani dalla meta agognata, 3, 246; Sergesto, che vuole vincere la regata con una mossa avventata, 5, 204; Niso che scivola inconsapevolmente e perde una corsa che aveva già vinto, 5, 329; Darete, che deve riconoscere la superiorità di Entello nello scontro di pugilato, 5, 465; il talamo dove giaceva sicuro Deifobo, o se vogliamo, per ipallage, Deifobo che si credeva sicuro nel proprio letto, al fianco della donna appena sposata, sopravvissuto a una guerra sanguinosa e decennale, che gli prospetta un avvenire di pace e felicità (6, 521); Teseo, che sedet aeternumque sedebit nell’Ade, per aver osato un’azione empia, rapire la regina degli Inferi (6, 618); Bruto, che manda a morte i suoi figli in nome del bene comune, eroe della res publica nella visione romana tradizionale, anche di autori più o meno contemporanei a Virgilio come Livio e Valerio Massimo, ma infelix utcumque ferent ea facta minores per la voce che commenta (6, 822); Giunone, che si autoproclama tale nel riconoscersi sconfitta, nonostante nulla abbia lasciato di intentato contro i Troiani (7309); di nuovo Amata, nel settimo come nel dodicesimo libro (7, 376 e 12, 598) una serie di caduti, colpiti da morte prematura o inattesa: Eurialo, 9, 390; sua madre, 9, 477; Cidone, che solo provvidenzialmente si salva (10, 325); Aleso, vittima di Pallante (10, 425); Lìgeri, vittima di Enea (10, 596); Acrone, vittima di Mezenzio (10, 730); Antore, che muore per un dardo scagliato non contro di lui (10, 781); Lauso (10, 829), Mezenzio (10, 850), Camilla (11, 563) e il meno noto Ufente (12, 641). Poi infelix è Evandro, alla notizia della morte del figlio, sia nelle parole di Enea (11, 53) sia nelle proprie (11, 175), così come infelix è Acete, tutore di Pallante e guida del corteo funebre che ne riporta a casa il cadavere (11, 85: diciamo anche qui che, per ipallage, infelix è fondamentalmente Pallante). Ancora: è infelix la comunità intera dei Troiani in fuga, nelle parole della falsa Beroe (in realtà è Iride che vuole spingere le donne troiane a dar fuoco alle navi, 5, 625); la Fama che divulga la notizia della morte di Amata fra i Latini e spinge Turno a riprendere il duello per lui fatale (12, 608); Giuturna, costretta ad abbandonare il fratello alla sua sorte (12, 870); infine, c’è il balteus infelix di Pallante, 12, 941, portato trionfalmente da Turno, che si presenta agli occhi di Enea, siamo proprio alla fine del poema, e lo spinge, quando è vacillante e dubbioso, a uccidere il nemico che lo supplica: perché è bene parcere subiectis, ma si deve debellare superbos, e nonostante le apparenze del momento, proprio quel balteo inserisce Turno fra gli incorreggibili superbi…

    L’elenco è stato lungo, e me ne scuso. Ma ora possiamo trarre qualche considerazione. Intanto, vediamo come più valori si sommino spesso fra loro, e difficile risulti la scelta. Questo significa anche che non ha molto senso tradurre le diverse occorrenze con “felice/infelice”, senza cercare di cogliere le diverse sfumature che i due termini assumono caso per caso. Tradurre, del resto, è solo una parte del nostro accostarci all’opera d’arte, e non può essere il fine ultimo del nostro agire. Esemplare mi sembra, al riguardo, il caso di Giunone a 7, 309. la dea, come l’Invidia delle Georgiche, è infelix lei stessa; rende infelices gli altri; è sterile di frutti e successi; vuole impedire gli altrui successi; è sofferente per quanto succede; fa soffrire gli altri; è vittima di sé stessa; ma si ritiene vittima di una congiura di forze superiori – Giove e il fatum. Poi, è evidente che che c’è un uso per così dire “attivo” di infelix (ossia: che rende infelici gli altri), come era già per l’Invidia di 3, 37: così avviene per Celeno; il cavallo che entra nell’arx sacrata di Troia; la Fama che divulga la morte di Amata e costringe Turno a dichiararsi sconfitto; il balteo di Pallante, che rende d’un colpo Pallante e Turno ugualmente vittime. Ma c’è un ben più ampio uso “passivo” del termine, entro il quale si riconoscono dei casi tipici e ricorrenti:

    – è infelix chi incontra una morte prematura (sua o di un familiare), e comunque inattesa: il discorso vale per Creusa; Andromaca, vedova di Ettore; Didone; Evandro, che ha perso Pallante; Mezenzio privo di Lauso; la madre di Eurialo; i molti morti in combattimento;

    –  è  infelix chi ha tentato un’azione che travalica i propri limiti, limiti imposti dalla Natura, dalla Storia, dal Fato o dal volere degli dèi, ed è ricondotto da una legge inesorabile alla realtà delle cose: Troilo, ad esempio, che va incontro a un impar congressus con il più forte Achille; Eurialo e Niso nel nono libro, che tentano un’impresa al di sopra delle loro forze, per dimostrarsi viri e non più semplici pueri; Priamo, che vorrebbe eludere la Storia salvando attraverso Polidoro qualcosa di Troia e delle sue ricchezze; Sergesto e Darete nelle gare del quinto libro; Corebo, che non presta ascolto a Cassandra; Teseo, che vuole infrangere le leggi dell’Aldilà; Bruto, il più infelix di tutti, perché ha dovuto mettere sulla bilancia due valori parimenti forti e ne ha fatto fatto prevale uno a scapito dell’altro;

    – è infelix chi, credendo di avere raggiunto qualcosa, si sente al sicuro, e invece poi cade per colpa non sua, per una forza superiore che lo trascina a sua insaputa e senza che lui possa fare granché: erano tali già Pasifae e Procne nelle Bucoliche, lo sono ora Didone; i Troiani tutti, nelle parole astute della falsa Beroe (che dice loro quello che essi pensano di sé); Niso che scivola quando crede di avere già vinto la gara; Deifobo che pensa di essere tranquillo nel proprio talamo; Amata, vittima degli dèi; i colpiti da un dardo non lanciato contro di loro, uno per tutti Antore;

    – non sono invece mai infelices né Enea né nessun altro componente della ‘casa reale’, fatta salva Creusa, una Priamide anch’essa, e dunque appartenente a un passato che nell’Eneide è capitale venga distinto e non confuso con la storia e con la Storia; non lo sono nemmeno i Troiani del seguito, salvo che nelle parole di Mnesteo – ma quella che lui rievoca è la Troia fisica, lasciata sulle dolci colline dell’Asia, qualcosa che appartiene ancora una volta al passato e non va confuso con i Troiani di Enea & co. Quegli stessi Troiani sono gens infelix in 5, 625, ma a parlare è in quel caso la falsa Beroe, alla quale quindi non si deve prestare ascolto, perché agisce e parla falsamente, con artificio, secondo retorica;

    – ma neanche Enea e gli altri componenti della ‘casa reale’ si possono dire felices, ad eccezione di Anchise, per le ragioni dette, e dei Troiani lasciati a Butroto, consegnati a un futuro che è già concluso, e già finito, ha il sapore della morte (e solo chi è morto per tempo può essere detto ‘felice’, a livello personale). La felicitas infatti è dono raro, divino, concesso di fatto alla sola Roma; e ad essa si contrappone una ben più ampia possibilità di infelicitas. Ma anche la felix Roma, cui pure gli dèi hanno assegnato un compito che trascende le umane sorti e la possibilità di realizzarlo, per arrivare ad essere felix ha dovuto passare attraverso disavventure varie, che sono state la sua Fortuna (6, 683), ossia  in fondo, le vicende biografiche dei suoi eroi, il loro destino individuale. Diciamo quindi, per semplificare un po’, che fortuna è per Virgilio qualcosa che sempre attiene di più, rispetto a felicitas, alla casualità, e a una casualità connessa, in gran parte, alla sfera umana, dipendente cioè dall’azione degli uomini più che (e oltre che) degli dèi; laddove la felicitas dipende certo anch’essa dall’azione degli uomini (che non devono infrangere leggi divine e ben stabilite: il che li condannerebbe inesorabilmente alla sconfitta e alla infelicitas), ma in larga misura dipende soprattutto dall’agire degli dèi, dal benvolere che essi possono o no dimostrare agli umani, e che si riconosce, di norma, solo a cose fatte, una volta che la fortuna è peracta, come dice Enea agli amici che lascia a Butroto (3, 493). È ben nota la massima di Appio Claudio sull’homo faber ipsius fortunae. Fortunae, appunto, non felicitatis: ché la felicitas l’uomo non se la può dare e anzi, anche quando si ritiene al sicuro (Deifobo, i Troiani, Niso quasi vincitore…) rischia sempre che qualcosa vada storto e lo faccia ricadere nell’ampia schiera degli infelices; alla propria fortuna, pur soggetta a mille rovesci e pericoli di rovescio e rivolgimento, si può invece cooperare, anche solo imparando a sopportarla o ad evitarla – come recita la massima che Enea lascia in eredità, nel sottofinale, 12, 435-436, al figlio e che prevede un Ascanio in grado di discere la virtus dall’esempio di Enea e di Ettore e la fortuna da modelli extra-familiari (ma Enea non si sogna di fargli discere la felicitas da nessuno). La felicitas, infatti, è dono raro, divino, concesso alla sola Roma; alla quale si contrappone una ben più ampia possibilità di infelicitas. In fondo, è ancora lo sguardo lungo della Storia che, lo sappiamo, travalica il destino dei singoli e di loro non si interessa...

     © Massimo Gioseffi, 2016

  • Virgilio illustrato II – Macerata

    Virgilio illustrato II – Macerata

    Per questo post userò due fonti: l’ottimo volume Tutta per ordine dipinta. La Galleria dell’Eneide di Palazzo Buonaccorsi a Macerata, pubblicato nei “Quaderni della Soprintendenza di Urbino” dalla casa editrice Quattroventi nel 2011; il sito di Palazzo Buonaccorsi stesso, reperibile all’indirizzo web http://www.maceratamusei.it/Engine/RAServePG.php/P/253410050406. Come si vede, non presento nulla di nuovo. Ma il caso di Palazzo Buonaccorsi è, secondo me, emblematico di come si debbano e si possano costruire le ricerche circa l’Eneide e le sue illustrazioni.

    Andiamo con ordine. Palazzo Buonaccorsi, dal 1967 proprietà del Comune di Macerata e oggi – dopo un importante restauro – adibito a sede del Museo Civico della Carrozza e della Galleria di Arte Moderna, era, come dice il nome, la residenza di città della famiglia Buonaccorsi. Erano questi proprietari terrieri originari di Montesanto, un piccolo centro del contado, poi inurbatisi e divenuti illustri grazie al cardinalato raggiunto da Buonaccorso Buonaccorsi (1620-1678), elevato alla porpora da Clemente IX nel 1669, e inviato da Clemente X come legato pontificio a Bologna nel 1673. Portando avanti l’ascesa politica e sociale della famiglia, nell’anno 1701 Simone Bonaccorsi aveva acquistato dagli Orsini la contea laziale di S. Pietro in Sabina, nei dintorni di Rieti, divenendo così feudatario dello Stato della Chiesa. Da qui, l’idea di celebrare nella città di provenienza della famiglia la conquistata grandezza, con un palazzo degno del nuovo rango. Il progetto fu iniziato da Simone e portato a compimento, dopo la sua morte avvenuta nel 1708, dal figlio Raimondo, che costituiscono i committenti dell’opera che ci interessa. Alla realizzazione di essa contribuirono più persone, sotto la direzione di Giovan Battista Contini, un allievo del Bernini. Gloria della nuova costruzione era la Galleria (la sala delle feste e di rappresentanza), voluta da Raimondo e ricca di fastose decorazioni. Fra di esse, due progetti si segnalano fra tutti. La volta è illustrata con le Nozze mitologiche di Bacco e Arianna, opera di Michelangelo Ricciolini e di suo figlio Niccolò, che vi lavorarono il primo dal 1710 al 1712, il secondo dopo il 1713, per completare l’opera lasciata incompiuta dal padre, tornato all’improvviso a Roma (dove i due avevano un rinomato studio). La scelta del mito ha un’ovvia motivazione: fin dai sarcofagi paleocristiani la vicenda di Arianna, protagonista di una morte e resurrezione (sentimentale), donna mortale trasformata in divinità dall’unione con il dio, ha assunto valore simbolico delle speranze di ogni buon Cristiano. In aggiunta, nel volume citato all’inizio del post Gabriele Barruca suggerisce un legame fra il mito (e la figura di Bacco) e l’animale simbolo araldico della famiglia Buonaccorsi, la tigre. La vicenda di Bacco e Arianna, insomma, andrebbe letta come un’allusione simbolica alla famiglia e al suo ruolo sociale.

    Quanto detto già lascia capire che la Galleria non è solo un luogo di raccolta di opere d’arte (la famiglia collezionava dipinti fin dal ‘600, quando ancora abitava a Montesanto), ma risponde a un preciso progetto intellettuale e di propaganda sociale. Questo è importante: come ricordavo nel post precedente, non si tratta solo di riconoscere che determinati dipinti illustrino scene dell’Eneide, ma di cercare di capire – attraverso l’esame della storia di quei dipinti, della loro finalità originaria, della collocazione prevista, del ruolo che essi dovevano assolvere all’interno di questa collocazione – come essi si inseriscano nella lettura che dell’Eneide è stata compiuta nei secoli, come si facciano non solo illustrazione, ma anche interpretazione del poema virgiliano. È anche importante riconoscere che questa operazione non è quasi mai compiuta dall’artista (che, al limite, può essere analfabeta), né dal committente (che si sarà limitato a pagare, o al più avrà espresso idee generiche sui suoi desideri), ma da una serie di figure intermedie, da ricostruire volta per volta. Nel caso di Macerata, i documenti d’archivio della famiglia dimostrano che anima dell’operazione fu un fratello di Raimondo, a nome Filippo, abate di S.Quirico e barone di Micigliano. Abate, dunque ecclesiastico, e dunque – secondo gli standard del tempo – acculturato e dotto. È lui l’umanista che sta dietro all’operazione.

    In che cosa consiste questa operazione? Attraverso i legami di famiglia e una serie di intermediari attivi sul mercato dell’arte, Raimondo e Filippo pensarono di decorare i dodici spazi che si aprono lungo le pareti della Galleria, separati dalle finestre, con dodici dipinti di pittori diversi, ma tutti chiamati a illustrare scene dell’Eneide. La parete di fondo (per chi entra nella Galleria dall’esterno) reca un tredicesimo dipinto, posto sopra la porta di fronte a chi entra, illustrante il tema allegorico de La Chiesa annienta gli dèi pagani. Chiaro a questo punto il messaggio: l’Eneide viene letta, in prospettiva dantesca, diremmo noi, come il poema della fondazione di Roma; ma la fondazione di Roma non è importante per l’imperium che la città ha esercitato sul mondo, ma come una tappa essenziale per lo stabilirsi del ruolo e della funzione della Chiesa. La famiglia Buonaccorsi, neo-feudataria di quella istituzione, dall’alto del soffitto controlla e garantisce la riuscita dell’impresa.

    Ecco l’elenco dei dodici quadri che ci interessano:

    I. Antonio Balestra, Venere appare a Enea e Acate

    II. Giovanni Giorgi, Enea fugge da Troia

    III. Giovan Gioseffo dal Sole, Butroto

    IV. Nicolò Bambini, Enea racconta a Didone la caduta di Troia

    V. Francesco Solimena, Enea e Didone si inoltrano verso la grotta

    VI. Marcantonio Franceschini, Mercurio sveglia Enea

    VII. Gregorio Lazzarini, Il suicidio di Didone

    VIII. Giuseppe Gambarini, Enea stacca il ramo d’oro

    IX. Giacomo del Po, Il dio Tevere

    X. Luigi Garzi, Venere nella fucina di Vulcano

    XI. Paolo De Matteis, Venere offre le armi a Enea

    XII. Gregorio Lazzarini, Il duello fra Enea e Mezenzio.

    Due dati saltano agli occhi. Il primo, la varietà degli artisti. Solo Gregorio Lazzarini è responsabile di due illustrazioni, anziché una sola. Sono artisti di ambito svariato: Napoli (De Matteis e Solimena), Roma (Del Po) e Garzi, pur toscano di nascita), Bologna (Dal Sole, Franceschini e Gambarini), il Veneto (Balestra, Bambini, Giorgi e Lazzarini). Il valore dei dipinti, diciamolo subito, non è altissimo. Fra di loro c’è però un capolavoro, il quadro di Solimena (non a caso, finito a Houston). Chi ha familiarità con questo artista, o con le chiese di Napoli dove molto ha lavorato, non se ne stupirà affatto. Secondo elemento: nella scelta dei temi è abbastanza rispettata la trama dell’Eneide, con la sola scomparsa dei libri V, VII (un libro di transizione) e IX (un libro dal quale Enea è assente). L’ordine del testo eneadico non è però rispettato nella dislocazione delle tavole entro la Galleria, come si intravede anche dalla fotografia (vi si riconoscono chiaramente la porta di fondo, il quadro allegorico sulla Chiesa militante e, a sinistra, l’apparizione di Venere a Enea e Acate, e sul lato sinistro della Galleria la grande scena della battaglia con Mezenzio). Ma quello che colpisce per davvero è che la trama si interrompe al libro X, al duello con Mezenzio. Sembra quasi che questi sia l’avversario italico di Enea, non Turno. Il che, però, si capisce, ricordando che Mezenzio nel poema è l’impius Mezentius, il contemptor deum. Vale a dire, l’anti-Enea per eccellenza e il simbolo di quella empietà (dei pagani), che la Chiesa “fondata” (anche) da Enea ha definitivamente sconfitto. L’intento propagandistico guida pure in questo caso le scelte artistiche ed espressive.

    Il quadro di Solimena è bellissimo: nella fascia alta una dea (presumibilmente Venere, data la presenza degli Amorini, oppure la Notte: il poema vorrebbe però che fosse Giunone a presiedere all’unione nella grotta) controlla l’intera scena e provvede a che tutto vada secondo le regole. Venti alati riversano la pioggia dalle brocche; un amorino più grande degli altri (Cupido?) scocca la freccia fatale (fuori tempo massimo, rispetto al racconto virgiliano). Sullo sfondo, in un panorama tempestoso, uomini a piedi e a cavallo si danno alla fuga, in cerca di riparo. Una luce innaturale illumina le due figure in primo piano: Didone, in veste da cacciatrice, ma con eleganza da mannequin (lo conferma Virgilio), addita ad Enea la grotta, che non si vede, alla sinistra di chi guarda; Enea viene preso per mano dalla donna, e da lei guidato. La sua lancia punta a terra, essendo divenuta inutile; il gioco delle gambe rivela la fretta del suo passo, diretto all’opposto delle figure che gli stanno alle spalle. Il viso di lui è fisso nel viso di lei: sicuro, tranquillo e sorridente quello della donna; con espressione fra speranzosa e incredula quello di lui. Simili fortune non capitano tutti i giorni!

    Qui l’illustrazione si fa interpretazione: Didone è l’uomo forte della situazione, Enea coglie l’attimo favorevole; Enea è solo: i suoi uomini gli voltano le spalle. Quelle di Cartagine saranno davvero per lui dulces terrae, ma saranno anche le terre in cui si consuma il distacco del capo dal suo seguito e dalla sua missione: dux femina facti, commenterebbe il poeta, vir uxorius lo chiama esplicitamente Mercurio.

    Gli altri dipinti sono più banali: il bisogno di illustrazione prevale su quello di interpretare, ora puntando al togliere (Gambarini: forse in omaggio alla brevitas virgiliana?), ora al sovrabbondare, in un bisogno di affastellare cose ed oggetti, con antiquaria precisione (Bambini: ma l’importanza assegnata al lampadario centrale è tratto virgiliano). Giorgi fa additare la via del futuro ad Ascanio, il fondatore della gens Iulia – Creusa sullo sfondo sembra la S.Cecilia di Raffaello, e ha il martirio scritto sul volto; Dal Sole immerge Butroto in un’oscurità cimiteriale, idea anch’essa già di Virgilio; Franceschini trasforma la scena in un’allegoria: Cupido si allontana con l’arco spezzato, in movimento diagonalmente opposto a quello del dio – sulla tolda della nave in cui dorme Enea (è evidentemente la seconda apparizione di Mercurio: varium et mutabile femina) un putto soffia in una conchiglia e chiama alla navigazione; Lazzarini disegna, nell’uno come nell’altro quadro, una generica scena di melodramma; De Matteis fa apparire il Tevere, testimone della consegna delle armi e della consacrazione dell’eroe, sotto forma di vecchio seminudo e recline.

    Ecco allora una selezione di alcuni quadri (le immagini vengono tutte dal volume citato, i cui autori conservano i diritti di copyright):

    1.  Antonio Balestra

    balestra

    2. Giovanni Giorgi (il dipinto è conservato alla Galleria Nazionale delle Marche, Urbino)

    giorgi

    3. Nicolò Bambini

    bambini

    4. Francesco Solimena (Museum of Fine Arts, Houston, Texas)

     solimena

    5. Marcantonio Franceschini (Galleria Nazionale delle Marche, Urbino)

    franceschini

    6. Giuseppe Gambarini (Galleria Nazionale delle Marche, Urbino)

    gambarini

    7. Paolo De Matteis (Galleria Nazionale delle Marche, Urbino)

    de matteis

    8. Gregorio Lazzarini

    lazzarini

    9. Francesco Mancini

    mancini

    © Massimo Gioseffi, 2016

  • Uomini e dèi nell’Eneide

    Uomini e dèi nell’Eneide

    In previsione degli incontri di Kavala, ma anche più in generale come tema di riflessione sull’Eneide, propongo qui, in forma parzialmente rifatta e adattata alle circostanze, il testo di una lezione tenuta a Milano il 12 Novembre 2008, in occasione della presentazione dell’edizione italiana del volume di Mary Lefkowitz, Dèi greci, vite umane (Mary Lefkowitz, Dèi greci, vite umane. Quel che possiamo imparare dai miti, a cura di G. Arrigoni, Novara, Utet Università 2008, ISBN 978-88-6008-156-8). La presentazione era stata organizzata da Giampiera Arrigoni; gli interventi di Giuseppe Zanetto (su Euripide) e il mio (su Virgilio) sono stati pubblicati sui “Quaderni Urbinati di Cultura Classica”, 2011, pp. 171-184.

    Ecco dunque il testo promesso:

    Il libro di Mary Lefkowitz chiama in causa il latinista solo per una piccola parte. Il capitolo che più interessa il latinista non  si occupa degli dèi a Roma, ma de ‘Gli dèi nell’Eneide’ (‘The Gods in the  Aeneid’). Viene cioè messo subito in chiaro che a rientrare nel discorso è l’Eneide in quanto poema epico, quel poema epico che ben conosciamo, intriso di Omero e di alessandrinismo, opera di un autore intriso di Omero e di alessandrinismo. Altro sarebbe ragionare circa la religione o la religiosità romana; altro quello circa la religiosità di Virgilio e delle opere virgiliane in toto, un ipotetico ‘Gli dèi in Virgilio’. Lefkowitz parte dalla constatazione di come, a differenza che nella tradizione biblica, gli dèi greci non creino l’uomo e si sentano perciò meno responsabili della sua sorte. L’uomo, a sua volta, non è formato a immagine e somiglianza di nessuna divinità (è semmai vero il contrario). Questo comporta che fra le parti in gioco ci possa essere un divario e, ogni tanto, una vera e propria difficoltà di comprensione. Ma ciò non toglie che gli dèi, e Zeus in particolare, seguano e controllino sempre gli uomini e le loro azioni e le giudichino secondo giustizia. Problema fondamentale è che la giustizia di Zeus non è quella degli uomini – così come i tempi di Zeus non sono i tempi degli uomini. Da questa discrasia deriva il fatto che gli uomini sono incapaci, o comunque in difficoltà, nel riconoscere che cosa è bene e che cosa no, quando gli dèi li hanno beneficati e quando puniti, cosa è giusto e cosa meno. Esemplare il caso dei marinai cretesi nell’Inno ad Apollo attribuito ad Omero: il dio li nobilita rendendoli suoi sacerdoti, ma loro impiegano tempo a convincersi di quanto Apollo sia stato generoso, provano timore, si preoccupano del futuro, chiedono di tornare a casa in nome di un’identità che ritengono smarrita, non accresciuta, dall’intervento divino (Hom. Hymn. 3, 388-544). Gli uomini, insomma, faticano a cogliere l’ordine di giustizia voluto dagli dèi; e gli dèi non li facilitano nel compito, anzi, spesso si approfittano dei mortali per conseguire fini particolari e ignoti alla comune umanità – fini che nella versione migliore, quella del Giove virgiliano, sono rivolti all’unità e alla moralizzazione del mondo sotto l’egida di Roma; ma nella versione peggiore possono risultare egoistici ed individuali.

    Proprio la vicenda di Troia appare esemplare di questa disparità di valutazione, e ciò spiega perché così numerose siano state le sue declinazioni poetiche e perché tutte le generazioni vi si siano confrontate, cercandovi risposta ai propri dilemmi. Nell’Iliade la decisione di Zeus è stabilita fin dall’inizio del poema e non muta nel corso degli eventi. Il comportamento di Paride ha deciso il destino della città: Troia perderà la guerra. Il verdetto non è in discussione; in discussione possono essere la manipolazione di uomini e divinità inferiori e gli avvenimenti che porteranno a quel verdetto. È perciò possibile che Zeus ammetta, e talora addirittura favorisca, l’idea che altri dèi, offesi da singole azioni dei mortali, sentano il desiderio di vendicarsi e che essi vengano aiutati in questa esigenza – ossia, che Zeus riconosca loro il diritto di interferire, come avviene per Apollo, invocato da Crise, o per Teti, supplicata da Achille. La momentanea libertà d’azione di queste divinità non muta il corso complessivo delle cose, che rimane quello stabilito da Zeus. Nel passare a Roma cambia lo sguardo divino: da un lato gli dèi, a cominciare da Giove, tendono a ridursi sempre più a simboli, ad acquisire serietà e dignità a scapito della vivacità, a perdere individualità e libertà. Dall’altro, si allunga lo sguardo di Giove: nell’Iliade le decisioni di Zeus non  vanno oltre i confini del poema; nell’Eneide abbracciano tutto l’arco temporale della Storia, dall’età eroica alla contemporaneità di Virgilio. Riconoscere l’esistenza di questo controllo non è tuttavia una rassicurazione, o almeno non lo è per il singolo. Se infatti si può trovare qualche consolazione nell’idea di un disegno più ampio che sta alle spalle degli avvenimenti, di una Storia che è esplicazione non di una serie casuale di fatti, ma della volontà di un dio che anticipa in qualche misura la provvidenza dei moderni, il sentire dell’individuo si concreta nell’attimo unico ed irripetibile, rispetto al quale non è consolatoria, o è troppo poco consolatoria, la fede in una dimensione lunga della giustizia. Il che significa, in altri termini, che si amplia il divario fra uomo e dio, che aumenta la probabilità da parte dell’uomo di non comprendere i fini del dio. L’uomo giudica sul suo tempo e sul suo ritmo; il dio su un proprio tempo, che è tempo lento, nel quale vengono trascesi i confini della durata umana.

    Tema molto insistito negli studi novecenteschi sull’Eneide è la scoperta, da parte del suo protagonista, dell’incapacità di dominare gli eventi, la rivelazione di un contrasto fra sé e il mondo entro il quale si vede costretto ad agire; mondo che l’uomo, quand’anche di statura eroica, si accorge di non comprendere e di non dominare, finendo per sentirsi fallimentare e solo. All’origine di ciò sta la sfiducia nel proprio destino specifico, che pure non è sfiducia nel tempo lungo della Storia. Conseguenza di una simile idea è, invece, che il discorso sul divino in Virgilio si configura come un tema che non può essere inteso quale puro gioco letterario, nella maniera in cui, a volte, si è cercato di fare. Non tento un catalogo delle numerose affermazioni formulate in proposito. Ricordo soltanto che c’è chi nel poema ha sentito un’eco della giovinezza epicurea del poeta, negando così serietà e credibilità alle figure divine; chi ha sottolineato lo stoicismo progressivamente acquisito da Virgilio,  fino a trasformare l’Eneide in una specie di manuale per il proficiens stoico; chi ha visto in Virgilio un rigido monoteista e chi ne ha evidenziato con forza il carattere di fervente e convinto politeista. Prima del volume della Lefkowitz, il saggio migliore sull’argomento era il bel volume di Denys Feeney, The Gods in Epic, del 1991, riedito in seconda edizione aggiornata nel 1993. Nel suo libro, Feeney difende la verità di comportamento degli dèi virgiliani, la loro irripetibilità di esseri dotati di un preciso carattere, una psicologia, una capacità di agire e reagire diversa da singolo a singolo. Attraverso l’analisi dell’atteggiamento di Giunone nel primo libro del poema, lo studioso sottolinea come sia proprio la serie di pensieri e di azioni della dea a dare grandezza alla sua persona. Feeney segnala anche che sarebbe stato impossibile tentare un’epica di tipo omerico senza assegnare un ruolo importante agli dèi – che potranno dunque essere simboli, ma nello stesso tempo sono, e devono essere, figure umane ben tipizzate, con una loro vita autonoma. Un po’ quello che Proust diceva di certe immagini di Giotto quali l’Invidia degli Scrovegni, simbolo e figura allegorica, ma altresì immagine di straordinario realismo, un concentrato di ciò che sono l’ira e una persona adirata. E ancora: sempre Feeney aveva già ricordato che senza dèi dotati di individualità propria non potrebbe realizzarsi quell’unione di mito e di Storia che è il vero scopo dell’Eneide. Ma per Feeney gli dèi virgiliani sono pur sempre caratteri creati dal poeta su un fondo preesistente, da lui completamente rifatto e reso elemento della letterarietà del poema, personaggi fra i personaggi e come tutti i personaggi indirizzati a uno scopo sostanzialmente narrativo. È invece possibile andare in un’altra direzione e scommettere sulla consistenza degli dèi virgiliani quali esseri dotati di un modo di pensare ‘esterno’, estraneo e indipendente da quello del poeta, soltanto entro certi limiti da lui costruito. Ciò non significa negare né il peso delle convenzioni letterarie, né che alle spalle del poeta ci sia una religione di stampo romano; Virgilio, poi, fa opera di poeta, non di filosofo o di teologo. Ma in ogni caso, per Virgilio e i suoi lettori dietro al testo poetico c’era un tema più ampio e generale – la fragilità e l’ansia di remunerazione dell’uomo – di cui gli dèi della tradizione si fanno interpreti e portatori. E questo tema è la manifestazione di un’inquietudine che non nasce in uno spazio vuoto, ma si fonda su una linea continua, sviluppatasi a partire dall’età arcaica greca; linea nel cui svolgimento Virgilio segna solo una tappa. Lungo questa strada, il poema virgiliano si segnala proprio per quello ‘sguardo lungo di Giove’, che ho già ricordato. Con Virgilio cambia il rapporto fra l’uomo e la divinità, cambio che si traduce in un diverso peso della divinità sulla storia (fabula), e di conseguenza anche sulla Storia. Non è un gioco di parole. Il Giove virgiliano è, in certa misura, bifocale. Vede bene ed estende il suo volere alla Storia lontana, all’evolversi dei secoli, ad avvenimenti che cadono fuori dal racconto e dai suoi limiti; ma sembra poco interessato all’immediato narrativo. Manda Mercurio a rendere malleabili i Cartaginesi allorché i Troiani sbarcano sulle coste libiche (1, 297-304), ma non si preoccupa di redarguire Giunone, responsabile di quel naufragio, né di quanto avverrà dopo. Sicché, quando Iarba lo costringe a rivolgere di nuovo lo sguardo alle coste africane (4, 203-218), lo vediamo ‘distratto’, intento ad altro, disperso nella concentrazione (4, 220 oculos … ad moenia torsit: dove li teneva prima?). Stesso discorso per gli avvenimenti successivi. Giove non si occupa di Didone, come non se ne preoccupano Giunone e Venere, sebbene la prima, almeno formalmente, sia la protettrice di Cartagine e della sua regina; né Giove fa alcunché per impedire o mitigare i combattimenti nel Lazio. L’effetto è sconvolgente. I lettori virgiliani – ma il discorso vale anche per i personaggi di Virgilio – vengono progressivamente a scoprire una verità che domina il caos: e cioè che gli dèi potrebbero facilmente comporre le liti che li dividono e che viceversa rovesciano e amplificano sui mortali; ma di fatto, quando prendono la decisione di riconciliarsi fra loro, lo fanno con la stessa facilità con la quale, prima, avevano litigato. Mentre pari facilità non c’è per i mortali: sicché essi ereditano colpe e litigi non propri; se ne impossessano; li ingigantiscono; li trasformano in ragione esistenziale; poi faticano a liberarsene, e in loro nome vivono, combattono, muoiono, vittime di un gioco di cui gli dèi si sono sbarazzati, ed al quale gli uomini, al contrario, non sanno sottrarsi.

    Tutto ciò comporta un rapporto con la divinità fondato in gran parte sulla distanza, che è un lascito della tragedia greca, ma un lascito che in Virgilio si ingigantisce. Parlando dello Ione (una tragedia sottovalutata di Euripide: per i suoi rapporti con l’Eneide si veda però già M. Fernandelli, ‘Banchetto a teatro e teatro a banchetto: presenze dello “Ione” di Euripide nel libro I dell’Eneide’, Orpheus n.s. 23, 2002, pp. 1-28), Lefkowitz scrive: “Il coro chiude il dramma con una riflessione sull’importanza per gli uomini di regolare le proprie attese sul tempo degli dèi … È pur vero che ai mortali spetta di avere pazienza,perché gli dèi hanno i loro tempi … Ma il dramma chiarisce pure che l’essere di per sé ‘buoni’ non potrà mai bastare ai mortali come garanzia di ottenere ciò che si è meritato”. Sostituiamo a ‘buoni’ il termine latino pii, e siamo già dalle parti dell’Eneide. Nel poema virgiliano gli uomini imparano che un comportamento irreprensibile non è una difesa. Laocoonte, sacerdote di Apollo (in Virgilio, di Nettuno), diviene vittima dell’ira divina nel momento in cui esercita le sue funzioni sacerdotali (2, 199-231). Panto, altro sacerdote di Apollo, protetto dall’infula sacrale, è il solo, oltre ad Anchise e ad Enea, che sia degno di toccare i Penati (2, 318-335 e 429-430); Rifeo è il più giusto dei Troiani, 2, 426-428 – tanto da rendere possibile la sua assunzione nel cielo di Dante, Pd. 20, 67-72. Ma né Panto né Rifeo si salvano: la pietas non basta contro il decreto che condanna tutti i Troiani, ad eccezione di pochi, diversamente selezionati. I personaggi dell’Eneide scoprono che degli dèi non ci si può fidare, nemmeno quando appaiono benevoli: essi omettono dettagli importanti (Enea, ad esempio, non viene avvertito della necessità di perdere la moglie, 2, 735-740 e 777-779, né della morte che attende il padre, 3, 710-715); si servono di chi, in teoria, dovrebbero guardare con benevolenza, come Didone e Giuturna; ingannano in vario modo. C’è una scena nella quale vediamo un dio arrivare, con le sue illazioni, perfino alla soglia della calunnia. È quanto fa Mercurio – signore della menzogna a priori, e di questo si dovrà tener conto. La scena è la seconda apparizione ad Enea, nel quarto libro, vv. 560-570. Mercurio invita Enea a fuggire precipitosamente da Cartagine, a non fidarsi della regina tradita e delusa: varium et mutabile semper / femina. E aggiunge: decisa a morire, Didone agita pensieri di morte anche per te; se indugi, all’alba vedrai il mare rilucere di fiamme e riempirsi di navi – la flotta lanciata all’inseguimento di quella troiana (4, 566-568 Iam mare turbari trabibus saevasque videbis / conlucere faces, iam fervere litora ammis, / si te his attigerit terris Aurora morantem). Ma i lettori seguono passo per passo i pensieri di Didone, il loro farsi e disfarsi. E sanno che la regina non si è proposta, fino a quel momento, una simile possibilità. Anzi, nell’ultimo soliloquio che immediatamente precede l’abbiamo vista ipotizzare ancora di potersi accompagnare ad Enea, da sola o con i più fedeli dei suoi concittadini (vv. 537-546). Sarà più tardi, dopo e non prima delle parole di Mercurio (vv. 591-594) che il pensiero di reagire farà capolino nella sua mente: Ite – dirà allora ai suoi uomini, peraltro assenti dalla scena – / ferte citi flammas, date tela, impellite remos! (per inseguire la flotta e darle fuoco). Ma subito si domanda, v. 595: Quid loquor? Aut ubi sum? Quae mentem insania mutat? e il pensiero le esce di testa – se mai si può dire che vi sia entrato.

    Possiamo continuare un poco. Gli dèi virgiliani talora si schierano senza giustificazioni: è quanto avviene con Marte, che appare, Aen. 9, 717 – lui, che pure sarà padre del fondatore di Roma! – fra le divinità alleate dei Latini. Ma gli dèi sono lontani, non conoscibili e inaffidabili anche per chi proteggono. Venere ed Enea, madre e figlio come Teti ed Achille nell’Iliade, si incontrano uno di fronte all’altra, nel poema, solamente tre volte: a Troia Venere invita Enea alla fuga e gli mostra l’ostilità in atto di tutte le altre divinità, così da convincerlo a partire (2, 589-623); però, come abbiamo visto, si dimentica di indicare al figlio il prezzo doloroso che l’attende, né gli dà indicazioni circa la destinazione e le peripezie che dovrà affrontare – cose che Enea è costretto ad apprendere da solo. Il secondo incontro avviene a Cartagine: Venere sta operando per il figlio, ma Enea non ne ha coscienza e arriva a dubitarne. Quando i due si parlano, Venere è in incognito; la maschera cade solo al momento in cui si allontana (1, 314-410). Ben diversamente, Teti nell’Iliade giungeva da Achille a consolarlo sulla riva del mare e gli appariva di persona, senza camuffamenti; mentre nel tredicesimo libro dell’Odissea Atena poteva conversare con il suo beniamino mettendo da parte il consueto apparato di inganni e di trappole al quale entrambi avevano inizialmente fatto ricorso, quasi come una seconda loro natura. Ma tra Venere e il figlio non c’è colloquio, non c’è confidenza, non c’è intimità, mai. Nel terzo incontro, anzi, la madre si limita a un frettoloso abbraccio e a poche parole per consegnare le armi promesse, e non attende nemmeno la risposta di Enea: Enea per il quale, peraltro, prima si era data non poco da fare, convincendo un esitante Vulcano a costruire le nuove armi, necessarie alla guerra (8, 608-616). Certo, questo non è che un risultato di quel mondo stilizzato tipico dell’Eneide, che poi è il mondo romano nel suo complesso, poco propenso a smancerie e gesti di affettività. Anche fra Enea e Ascanio non c’è colloquio fino alla fine del poema (12, 435-440). È però significativo che, al contrario, fra Enea e il padre troviamo ampie manifestazioni d’affetto, oltre che di rispetto, manifestazioni che l’eroe troiano invano rivendica dalla madre. Anzi, mi pare particolarmente significativo che nel poema virgiliano sia sempre Venere a imporsi al figlio; il quale, se vuole conforto e consolazione (o aiuto pratico), deve rivolgersi non alla madre, ma ai sacerdoti di Apollo, ministri umani di un culto diverso da quello familiare. Non è che Venere non si dia cura del figlio, tutt’altro: e basti ricordare l’invio delle colombe così da consentire a Enea di trovare il ramo d’oro, necessario alla discesa negli Inferi (6, 183-200), o l’intervento con il dittamo a curare l’eroe ferito poco prima del finale del poema (12, 411-429). Ma lo fa come una dea, distante e impegnata nel proprio compito; non come una madre che interviene ad aiutare e consolare il figlio, e nemmeno come una divinità che risponda dappresso all’invocazione del primo dei suoi fedeli.

    Quanto ho detto per Venere vale anche per tutti gli altri dèi virgiliani (che sono sostanzialmente quattro: oltre a Venere, Giove, Giunone e Apollo, quest’ultimo solo marginalmente presente nell’azione, e più attraverso oracoli e sacerdoti che in prima persona – dove anzi lo vediamo operare in un episodio marginale del racconto, 9, 638-663). Giove non fa nulla per rendere la vita più facile ad Enea, e questo sebbene Enea non lo abbia mai offeso personalmente. Così avviene anche per Giunone, che ad Enea fa scontare solo la colpa di essere troiano. Quanto ad Enea, lui può trovare conforto in quel futuro glorioso della sua gente che più volte gli viene pronosticato: ma di quel futuro radioso, per parte sua, non vedrà nemmeno l’inizio, né avrà tempo di gioire della vittoria: poco dopo avere sconfitto e ucciso Turno, la morte attende pure lui, come più volte viene ripetuto nel poema. Ne consegue che Enea non tragga grande piacere dalla propria esistenza e non sia sempre nemmeno consapevole di ciò che gli dèi hanno in serbo per lui. Attraverso questa contraddizione, Virgilio fa capire che cosa significhi farsi carico di una grande missione  dovendosi confrontare con l’ostilità divina e potendo contare solo occasionalmente sul sostegno di divinità favorevoli. Certo, l’eroe troiano è cosciente che senza l’aiuto degli dèi non sarebbe arrivato mai sul suolo italico, e di quell’aiuto non può  fare a meno neppure quando si tratta di stabilire il nuovo insediamento in Italia; ma quel trasferimento va contro i suoi espliciti desideri (4, 340-344), è la rassegnata obbedienza a un ordine che non lo riguarda da vicino e che non capisce nemmeno fino in fondo (4, 345-347). Così come incomprensibili restano, per lui, le lotte nel Lazio. Mai Virgilio ci fa dimenticare (o fa dimenticare al suo eroe) che la guerra è stata causata da una dea e che un accordo fra gli dèi avrebbe potuto fermarla … Anche nell’Iliade l’ira è causa di morte e dolore, ma nell’Eneide si tratta dell’ira di una divinità, perciò più potente e irragionevole perfino dell’ira del massimo fra i guerrieri Come scrive giustamente la Lefkowitz, “In quest’epoca più recente [alias, l’età di Virgilio] le forme esteriori della religione tradizionale non sono mutate, ma i poeti hanno cominciato a farcene comprendere con maggiore precisione i limiti di adeguatezza”. Compito delle generazioni successive sarà sottolineare ulteriormente i limiti di questa ‘adeguatezza’ e cercare formule sostitutive. Ma, a quel punto, la storia degli dèi greci sarà giunta alla fine.

    Due piccoli corollari vorrei ancora aggiungere a questo post: il primo consiste nel sottolineare come il quadro delineato faccia sì che Enea, come Turno, Didone e tutte le altre vittime del poema (tale si può considerare perfino Enea) siano figure in certa misura fortemente individuate, ma nel contempo siano pure figure/simbolo dell’intera umanità. Ci troviamo cioè un passo avanti in quel processo di ‘trasformazione in romanzo’ dell’epica che culminerà nelle Metamorfosi apuleiane, nelle quali non troviamo più un eroe simbolo dell’umanità in generale, come Enea, ma un uomo qualunque, Lucio, figlio di nessuna dea, eppure ugualmente protetto dalla benevolenza di Iside e innalzato agli stessi dilemmi di Achille e di Enea. Il secondo corollario è questo: ferma restando l’immagine dei rapporti fra dèi e umani in Virgilio delineata finora, è giusto aggiungere che due elementi arricchiscono, completano, ma anche complicano il quadro. Uno è il richiamo, da parte di Niso, alla dira cupido (quella che gli uomini eleggono a loro specifica divinità) a 9, 184-185, all’inizio di un episodio famoso. Di fronte al progetto di una grande impresa, Niso, parlando all’amico Eurialo, si chiede infatti: … Dine hunc ardorem mentibus addunt,/ Euryale, an sua cuique deus fit dira cupido? E di dira cupido avevano già parlato la Sibilla rivolta a Palinuro, 6, 373 (per un’azione che vorrebbe violare tutte le leggi dell’Oltretomba), e soprattutto, in termini filosofico/religiosi, Enea nel colloquio dei Campi Elisi con il padre: … Quae lucis miseris tam dira cupido? (6, 721, in riferimento alle anime purgate e desiderose di tornare a nuova vita sulla terra). L’altro elemento è costituito da una categoria intermedia di divinità, quella degli dèi minori, che furono uomini e ora sono dèi. Il divario uomo/dio è infatti rotto in almeno tre modi all’interno dell’Eneide: attraverso le similitudini, che abbassano gli dèi al rango di umani, come nel caso di Vulcano paragonato alla donnetta che si sveglia nel cuore della notte per tessere e sostentare così la propria vita, 8, 407-415, o dell’oratore che placa la folla e Nettuno che seda la tempesta, 1, 148-15. Poi ci sono le divinità indigetes, il destino che attende anche Enea dopo la sua morte, senza dimenticare figure già riconosciute ufficialmente come Fauno, Pico, Carmenta, Giuturna e soprattutto Ercole (ridotto al silenzio e al pianto nell’episodio che lo vede in azione, la morte di Pallante, 10, 464-465; ma importante controfigura di Enea e di Augusto nel libro ottavo). Proprio quest’ultimo libro dà corpo al terzo legame significativo fra mondo umano e mondo divino. Penso alla grande scena che inizia con i riti in onore del dio alla corte di Evandro, prosegue con la passeggiata di Evandro ed Enea sul sito dove sorgerà Roma, finisce con un invito esplicito ad Enea (vv. 364-365) … te quoque dignum / finge deo. Per quello che sappiamo di questa scena e delle sue valenze etiche e politiche – soprattutto politiche, per cui Enea lì è, grazie a una coincidenza di azioni e di date, sicura prefigurazione di Ottaviano di ritorno dall’Oriente – e per quello che ancora sappiamo dell’Eneide e della sua epoca di composizione, connessa a un’immagine della Storia che termina con la morte di Marcello, discendente naturale del principe, e quindi Storia che con quella morte vede rimesso in discussione il proprio sistema di valori e il proprio sguardo sul futuro, viene il sospetto che lì si nasconda il vero significato del poema. Opera legata alla tradizione, certo; però anche opera legatissima a un’attualità contemporanea, che è poi l’attualità della Roma augustea; nella quale le divinità e la mitologia servono soprattutto da modello di comportamenti e scelte che riguardano da vicino la quotidianità di chi scrive e dei suoi lettori.

    © Massimo Gioseffi, 2016

  • Virgilio illustrato I – Pompei

    Virgilio illustrato I – Pompei

    Inizio una serie di post dedicati alle illustrazioni virgiliane. Può sembrare strano, ma non esiste una pubblicazione moderna che offra un catalogo esaustivo e ragionato delle illustrazioni all’Eneide. Forse perché il materiale è perfino troppo…

    Non è naturalmente mia intenzione sostituirmi a quel testo, che dovrà essere il prodotto di molti, certosini ricercatori. Qui vorrei offrire un po’ di immagini, con una logica che le giustifichi. In internet qualcosa di simile è stato tentato da un sito francese, realizzato dall’Académie di Nancy-Metz, con il titolo “De l’Énéide aux images” (www4.ac-nancy-metz-fr/langues-anciennes/Textes/Virgile/Venus.htm). Il sito si articola in quattro capitoli (“Venus”, “Anchise”, “Énée, Didon”, “Énée, Virgile, enfers et prophétie”) e non tiene conto solamente delle illustrazioni all’Eneide, ma di tutto il materiale genericamente eneadico, con o senza riferimento diretto a Virgilio. Inoltre, del poema, non sono presi in considerazione tutti gli episodi; delle immagini fornite sono indicati con precisione i dati catalogici e di conservazione, ma la loro suddivisione non consente di ricostruire né ambienti, né luoghi o materiali – una storia che abbia senso, insomma – delle illustrazioni medesime. L’interdisciplinarietà è una bella cosa, e nell’interdisciplinarietà il latino troverà, anche in futuro, un proprio spazio, anche quando non lo si insegnerà più come materia a sé stante. Però, anche l’interdisciplinarietà bisogna saperla fare: accumulare o, peggio, accatastare i dati può essere provocatorio, ma non costruisce granché. L’idea alla base di questi post è allora che ognuno di essi deve avere un tema unitario: il luogo in cui sono nate le illustrazioni, l’occasione, il materiale (tele dipinte, ma anche oggetti preziosi, arazzi, mosaici, cassoni da biancheria con decorazioni auliche ecc. ecc.). È nel progetto unitario, infatti, che si riconosce il senso di ogni singola operazione: l’illustrazione diventa così lettura, e si fa parte della storia del testo.

    Incomincio da un luogo che è, in un certo senso, un non-luogo: Pompei. Solo l’eruzione del 79 d.C. ha trasformato Pompei in un museo consultabile nella quotidianità di una data sicura, realizzando almeno in parte quell’unità cui facevo cenno prima. Proprio Pompei ci consente però di distinguere fra illustrazioni sicuramente connesse a Virgilio e all’Eneide e illustrazioni solo genericamente richiamantesi al mito di Enea.

    Partiamo da una delle più famose, l’affresco in IV stile pompeiano, datato fra 54 e 79 d.C., proveniente dalla cosiddetta casa di Sirico (e oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inv. 9009), che raffigura Enea curato da Iapige.

    01 enea e japige

    Nell’affresco si riconoscono chiaramente Enea, in abito militare e nella posa del guerriero ferito, nota anche da altri modelli iconografici; il medico Iapige, in abito servile, chinato a cauterizzare la ferita; Ascanio, affranto, alla sinistra del padre, che gli cinge le spalle in un gesto di affetto e di conforto (di lì a poco, prima di riprendere la battaglia, Enea rivolgerà al figlio le uniche parole dirette che gli sentiamo pronunciare nel poema). Sullo sfondo alcuni soldati passano e guardano – durante l’assenza di Enea dal campo i combattimenti non si interrompono. A sinistra, in secondo piano, così da mantenere l’illusione prospettica del movimento e della distanza, si avvicina Venere, a petto scoperto, veste disciolta, capelli al vento, piedi intenti alla corsa. In mano reca un ramoscello di dittamo, la pianta miracolosa che consentirà la guarigione di Enea, riuscendo laddove l’arte medica di Iapige si deve riconoscere sconfitta. Ora, tutto questo episodio è narrato nel XII libro dell’Eneide e, per quanto ne sappiamo, solo nell’Eneide. È un’invenzione virgiliana, che introduce un tocco di favoloso in un poema dove il favoloso è spesso bandito, ma che qui ci sta bene perché siamo poco prima del finale (i vv. 318-323 per il ferimento, 383-431 per la guarigione) e l’episodio serve a sancire il carattere divino di Enea, che non può essere ferito; se viene ferito, lo è da mano ignota, come appunto accade; che se è ferito, per guarire ha bisogno di una pianta magica e un’aiutante divina (o meglio: alla cui guarigione cooperano, senza farsi pregare, pianta magica e aiutante divina). Rispetto al racconto di Virgilio viene cancellata la figura di Acate, il fidus Achates che ha aiutato l’eroe claudicante ad allontanarsi dal campo; Ascanio ha veste di puer, che mal si conviene a un campo di battaglia (anche se lui non partecipa ai combattimenti); Venere è affannata e discinta per la corsa, ma anche per indicare che… è Venere. Il resto è un’illustrazione fedele, e interessante, dell’arte di un medico nella prima metà del I secolo d.C.

    L’episodio più famoso dell’Eneide (e per dei cittadini romani, l’atto fondante la loro comunità) è la fuga di Enea da Troia, assieme al figlio, al padre, ai Penati. La scena ha molte raffigurazioni a Pompei, ma a differenza della precedente non ha bisogno dell’Eneide per divenire parte del racconto eneadico, perché la vicenda è nota almeno dal VI secolo a.C. e serve a contrapporre un Enea pius a un Enea traditore di Troia, come pure in alcune varianti del mito si raccontava. Quindi, meno immediato è, nel caso delle raffigurazioni che propongo ora, il richiamo al poema virgiliano: in questa declinazione della storia, l’avere Enea scelto, una volta graziato dagli Achei, di portare fuori da Troia in fiamme il padre e il figlio sta alla base della sua conclamata pietas. A Roma era ben noto, insieme ad altre raffigurazioni, il gruppo statuario che decorava l’esedra Nord-Ovest del foro d’Augusto. A Pompei la scena si trova in mosaici, affreschi, terrecotte, come quella che propongo ora, e addirittura negli ornamenti della calotta di alcuni elmi militari. Ecco per intanto la terracotta, anch’essa datata al I secolo d.C., conservata al Museo di Napoli, inv. 110338:

    terracotta

    Ed ecco un elmo decorato con la caduta di Troia (scena che ci interessa inclusa):

    SC52935

    L’episodio è talmente famoso, dicevo, che se ne danno anche delle evidenti parodie. La più celebre è un affresco proveniente dalla poco lontana Stabia (e conservato come sempre al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inv. 9089), in cui i tre protagonisti ‘umani’ dell’episodio hanno testa canina e lunghi falli, rimandando così a certe antiche rappresentazioni vascolari di scene d’atellana:

    eneide 7

    Al contrario, sulla facciata di altra abitazione Enea è raffigurato in veste di guerriero romano, ad enfatizzare la sua condizione di ‘fondatore ideale’, se non materiale, di Roma, e di primo Romano ad honorem, che è, per l’appunto, uno dei punti fermi dell’Eneide. Qui però preferisco proporre una raffigurazione intermedia fra i due estremi citati: la scena, assai concitata, è infatti decisamente seria; il contesto meno.  Siamo nella casa di Marco Fabio Ululitremulo, di professione tessitore. Lo ricorda un graffito (CIL IV, 9131) che modifica l’inizio del poema virgiliano: Fullones ululamque cano, non arma virumque (ulula è la civetta, animale sacro ad Atena, dea della tessitura).

    eneide 5 - ululitremulus

    Enea, in fuga, in disordine, con i capelli poco curati, reca sulle spalle il padre, rimpicciolito e rinsecchito, che a sua volta tiene in mano, ben conservati nella capsa, i Penati di Troia. All’eroe è assegnata la figura di centro, che domina lo spazio e la scena. Non meno risalto è però concesso al figlio, più grande di quanto sarebbe legittimo aspettarsi, e tutt’altro che avvinghiato al braccio paterno, come lo descrive Virgilio, nella difficoltà di seguire il genitore non passibus aequis. Qui Ascanio tiene per mano il padre e, forse per risultanza prospettica, sembra guidarne l’azione. È lui del resto il futuro di Troia, è lui che fonderà Alba e darà origine alla catena di re antenati diretti di Romolo; è da lui, infine, che si faceva discendere la gens Iulia

    Una serie di affreschi è più difficile da decifrare. Ecco ad esempio una scena che, a detta degli studiosi, potrebbe rappresentare l’arrivo di Enea a Delo e la consultazione dell’oracolo di Apollo, alla presenza del sacerdote Anio; ma secondo altri raffigura la profezia di Cassandra circa l’imminente distruzione di Troia; per altri, altro ancora. L’affresco, come si intuisce, non porta indicazioni precise, e lo stato precario di conservazione non aiuta certo la comprensione (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 8999):

    cassandra o anio

    Anche nel caso del prossimo affresco, proveniente dalla cosiddetta “Casa di Meleagro”, i dubbi sono giustificati (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 8898). Nella scena è stato letto il suicidio di Didone; sullo sfondo si vede allontanarsi la nave di Enea. La regina sarebbe qui accompagnata da due ancelle e dalla raffigurazione dell’Africa, la sua terra, effigiata con corna taurine, simbolo di fertilità:

    eneide 4 - casa di meleagro

    Per non eccedere, chiudo questa rassegna con un solo, ultimo affresco, proveniente dalla cosiddetta “Casa del Citarista”. Si tratta di un dipinto nel III stile pompeiano, dunque presumibilmente anteriore al 50 d.C., nel quale viene raffigurata una coppia di giovani amanti, davanti a una grotta, inquadrata da architetture, alla presenza di altre due figure.

    enea2

    La posa dei due, la presenza del cane da caccia ai loro piedi, la grotta sullo sfondo hanno fatto ravvisare nella scena l’incontro di Enea e Didone, allo scoppiare del temporale, presso un antro nell’entroterra di Cartagine. Più problematiche le due figure umane, che sembrano in veste servile, e quindi non possono rappresentare altri personaggi dell’Eneide. Per questo, non tutti accettano l’idea che la scena debba illustrare il poema virgiliano, e sono state avanzate anche altre ipotesi. Non intendo farne qui la storia. Più mi interessa osservare che, se scena del poema ha da essere, quello che ha colpito l’anonimo pittore era la possibilità di avvalersene per una raffigurazione di carattere amoroso. Un destino al quale, come vedremo, l’Eneide sarà legata anche in non poche occasioni dell’età moderna!

    © Massimo Gioseffi e Niccolò Chiesa per i testi

    © Wikimmagine, Web Gallery of Art, Art Resource per le immagini

  • Guida alla certificazione latina IV

    Guida alla certificazione latina IV

    Concludiamo la serie di post dedicati alla certificazione di quest’anno con alcune considerazioni circa la seconda parte della prova di livello A, quella legata maggiormente alle abilità morfo-sintattiche. Prima di tutto, ripeto per comodità di chi legge il testo sottoposto agli studenti:

     

    Anno ab urbe condita DCCXCVIII Claudius, imperator ab Augusto quartus, volens se ipsum utilem reipublicae ostendere principem, bellum ubique tulit et victoriam quaesivit. Itaque bellum in Britanniam movit; ideo insulam petivit, quam, neque ante Iulium Caesarem, neque post eum, quisquam adire ausus erat, ibique sine ullo proelio ac sanguine intra paucissimos dies plurimam insulae partem in deditionem recepit. Orcades etiam insulas, ultra Britanniam in Oceano positas, Romano adiecit imperio, ac sexto, quam profectus erat , mense Romam rediit, filioque suo ‘Britannicum’ nomen inposuit. Hoc autem bellum quarto imperii sui anno gessit. Ab eodem Claudio Vespasianus, qui post Neronem imperavit, in Britanniam missus, etiam Vectam insulam, Britanniae proximam, Romanorum imperio adiecit. Succedens autem Claudio in imperium Nero, nihil omnino in re militari ausus est: ideo, inter alia Romani multa regni detrimenta, Britanniam fere totam amisit; nam, Nerone imperatore, duo nobilissima oppida Britanniae capta atque subversa sunt ab hostibus. Hadrianus imperator murum, quod et vallum dicitur, fecit ad Britanniam defendendam; Severus autem imperator, cum vidisset , magnis gravibusque proeliis saepe gestis, partem insulae Britanniae ab indomitis gentibus receptam esse, vallo defendendam insulam putavit. Itaque Severus magnam fossam fortissimumque vallum turribus munitum a mari ad mare duxit. Severus apud Eboracum urbem morbo mortuus est. Reliquit duos filios, Bassianum et Getam; Bassianus “Antonium” cognomen habuit et regno potitus est; imperium solus gessit et “Caracalla” a populo vocatus est.

     

    Gli esercizi 4 e 5 erano forse i più abituali anche alla pratica scolastica. Quello che richiedeva, tramite domande a risposta multipla, di individuare una parte del discorso e la sua flessione o la funzione sintattica di un elemento all’interno di una frase è certo di facile approccio per chi ha studiato con precisione e continuità il manuale e si è abituato a rendere ragione delle traduzioni svolte, tramite le buone, vecchie analisi, ‘grammaticale’ e ‘logica’. Credo che tutti, nella prassi didattica quotidiana, e soprattutto chi utilizza il metodo cosiddetto ‘tradizionale’, chiediamo ai nostri studenti, se non un’analisi completa dei brani studiati, almeno delle spiegazioni sui punti più complessi o in cui la corretta resa italiana si discosta dalla struttura latina. Proprio a partire dalla mia esperienza, forse perché legata a un liceo scientifico, ho potuto constatare che le conoscenze ‘teoriche’ sono progressivamente ‘resettate’ e rimosse quanto più ci si allontana dal biennio. Mi sono quindi dovuta rassegnare a non dare nulla per scontato e a continuare a chiedere, durante le verifiche orali che non siano basate sulla pura storia della letteratura, anche le banali declinazioni, in particolare di aggettivi e pronomi, per evitare la loro completa caduta nell’oblio! Ecco dunque l’esercizio 4:

     

    Scegli la risposta esatta fra quelle proposte

    quisquam è:

    1. un pronome interrogativo
    2. un aggettivo indefinito
    3. un pronome indefinito
    4. un pronome relativo

     

    hoc è:

    1. pronome dimostrativo ablativo singolare
    2. aggettivo dimostrativo ablativo singolare
    3. pronome dimostrativo accusativo singolare
    4. aggettivo dimostrativo accusativo singolare

     

    quod è:

    1. pronome relativo nominativo neutro singolare
    2. aggettivo interrogativo nominativo neutro singolare
    3. pronome relativo accusativo neutro singolare
    4. congiunzione subordinante causale                

     

    defendendam è:

    1. participio presente
    2. participio passato
    3. gerundivo
    4. gerundio

     

    Per individuare il valore di quisquam non è nemmeno necessaria un’occhiata al testo, basta ricordare gli indefiniti; così come per classificare defendendam come gerundivo è necessario solamente guardare la sua desinenza. Nel caso di hoc e quod, invece, occorre evincere dalla frase in cui sono inseriti il valore di aggettivo dimostrativo accusativo singolare del primo, concordato con bellum, di pronome relativo nominativo neutro singolare del secondo (Hadrianus imperator murum, quod et vallum dicitur, fecit). Certo la concordanza col predicativo del soggetto vallum, piuttosto che con l’antecedente murus poteva richiedere una riflessione ulteriore, ma le altre risposte sono inaccettabili: non può esserci un complemento oggetto con un verbo di diatesi passiva (né si giustifica un diverso uso dell’accusativo); non possiamo trovare l’indicativo in una subordinata interrogativa indiretta, non è plausibile una causale per il significato del periodo: la costruzione del muro non può essere provocata dalla sua definizione di ‘vallo’.

     

    Più complesso è risultato l’esercizio che comportava la trasformazione di proposizioni del brano in strutture equivalenti; sicuramente è statisticamente, insieme all’ultimo, quello che miete più ‘vittime’, come si è visto dall’analoga prova proposta al livello B1. Si tratta per lo più di ridurre forme esplicite in implicite o viceversa, ma credo che il maggior ostacolo nasca proprio dalla scarsa abitudine dei nostri studenti a usare il latino in modo ‘attivo’, cioè a considerarlo una vera e propria lingua… L’esercizio in sé prevede di gestire contemporaneamente più conoscenze e abilità: in primo luogo vanno conosciuti paradigmi e desinenze, prerequisito ovvio, ma sempre meno scontato da quando è invalsa l’abitudine dei dizionari cartacei di porre anche i perfetti e i participi perfetti come lemmi a sé stanti (per non parlare di quelli on line che frequentemente consentono di trovare anche le altre forme flesse). Inoltre, va riconosciuto il rapporto temporale della subordinata rispetto alla reggente, la diatesi della frase da modificare e, per concludere, i diversi costrutti possibili per rendere una medesima funzione sintattica. Vediamo le proposte del test:

     

    1. Volens

    Qui _______________________________

    1. Ultra Britanniam in Oceano positas

    Quae ultra Britanniam in Oceano positae __________________________

    1. Qui post Neronem imperavit

    Post Neronem _____________________________ (si usi una forma implicita)

    1. In Britanniam missus

    Cum in Britanniam ____________________________

    1. Succedens autem Claudio in imperium Nero

    Ubi autem Claudio in imperium Nero _______________________

    1. Nerone imperatore

    Dum Nero imperator ______________________

    1. Ad Britanniam defendendam

    Britanniae ______________________________ causa

    1. Cum vidisset

    Quia ___________________________________

     

    Per trasformare i participi presenti (1 e 5), sia che venga richiesta una relativa, sia che si tratti di una temporale, basta ricordare che hanno valore attivo e contemporaneo; il quesito inoltre evidenziava già il soggetto (qui e Nero), conseguentemente la persona del verbo indicativo (richiesto dal connettivo suggerito) è la terza singolare; l’unica variabile può essere costituita dal tempo della reggente e dal fatto che l’azione sia da considerarsi durativa e momentanea. Dipendendo entrambe da un perfetto (quaesivit la prima, ausus est la seconda), la prima richiedeva quindi l’imperfetto, qui volebat (azione continuativa/abituale), la seconda il perfetto, ubi…successit, dal momento che, ovviamente, la successione imperiale si verifica di regola una volta sola. Un procedimento uguale e contrario va seguito per qui post Neronem imperavit (3), per cui era esplicitamente richiesta una forma implicita: trattandosi di una relativa attiva e contemporanea a Vespasianus (…) Vectam insulam (…) Romanorum imperium adiecit, l’unico modo e tempo possibile è il participio presente, al nominativo, in quanto qui ha come antecedente Vespasianus, soggetto della principale (imperans). Nerone imperatore (6), che i manuali definiscono un ablativo assoluto nominale, può nascondere un ‘trabocchetto’, in quanto solitamente le grammatiche scolastiche affermano che dum, richiesto per la trasformazione in temporale esplicita, vuole l’indicativo presente quando indica una stretta contemporaneità, col valore quindi di ‘mentre’. La soluzione migliore sarebbe quindi dum Nero imperator est, nonostante il predicato della reggente sia capta sunt (atque subversa sunt). Tuttavia è accettabile anche dum Nero imperator erat, secondo un uso attestato almeno a partire da Livio. Una maggior riflessione richiedeva la trasformazione dei participi perfetti, positas (Orcades) e missus (Vespasianus) (2 e 4); va ricordato infatti che questa forma, nei verbi attivi, ha valore non solo anteriore ma anche passivo. Il primo dei due quesiti è in realtà molto semplice, perché chiede solo di completare la trasformazione della forma di modo finito dando già positae (Quae ultra Britanniam in Oceano positae) e consentendo di concludere sia con sunt, riferito al tempo del narratore, sia con erant, adeguato al tempo della narrazione. Per quanto concerne missus, da rendere con un cum narrativo, viene lasciata ai candidati la facoltà di optare per una frase temporale o narrativa, quindi di utilizzare l’indicativo o il congiuntivo. Nel primo caso la consecutio dell’indicativo, meno schematica, consente l’utilizzo sia del perfetto sia del più che perfetto (missus est o erat), nel secondo l’anteriorità rispetto ad un tempo storico impone missus esset. Sempre la differenza fra uso dell’indicativo e del congiuntivo, permette di trasformare cum videsset (8) in quia vidit o viderat, mentre l’ultima proposta (7), che chiedeva di modificare una finale implicita in una frase analoga sempre implicita, richiede solo la conoscenza dell’uso del gerundivo attributivo, per concordare defendendae con Britanniae: il fatto che sia dato il genitivo del sostantivo escludeva automaticamente la possibilità di usare il gerundio seguito dal complemento oggetto.

    Tutto ‘facile’ per noi che insegniamo, ma quale la strada per renderlo tale anche per i discenti? Purtroppo non ho una formula magica; certo mi rendo conto della grossa difficoltà dei ragazzi a trasformare correttamente già in italiano le implicite in esplicite e viceversa, e a ricordare per esempio che ‘Cesare, fortificato l’accampamento, attaccò battaglia’ prevede, come soggetto di ‘fortificato’, l’‘accampamento’ e non ‘Cesare’. Credo che l’aiuto che possiamo dare agli studenti per affrontare questo tipo di esercizi, sia proprio abituarli con trasformazioni sempre più complesse a ‘manipolare’ la lingua, iniziando dal volgere l’attivo in passivo o viceversa, per passare alla modifica dei participi, delle frasi con l’indicativo in equivalenti col congiuntivo, e così via. A fine anno, in prima, sono di solito alle prese con lo studio dei participi e vedo spesso in realtà qualche volto affranto, forse anche per la stanchezza di maggio/giugno; ma in seconda, dopo un biennio di cura intensiva, le crisi di ‘panico da trasformazione’ sono decisamente diminuite e anche i risultati sono accettabili.

     

    beda

    Veniamo ora all’ultimo esercizio, che, come il precedente, prevedeva conoscenze e abilità morfosintattiche, ma anche competenza lessicale e di comprensione generale; per certi aspetti riassume un po’ quanto richiesto nell’intero test. Si tratta infatti di completare non più una parafrasi, quindi un testo in qualche modo semplificato, ma un brano d’autore, seguente, anche se non necessariamente contiguo, a quello già analizzato. La scelta dei vocaboli è guidata dal fatto che sono in numero equivalente a quello degli spazi, quindi, entro certi limiti, si può andare per ‘esclusione’; tuttavia i termini vanno flessi a seconda della frase in cui sono inseriti:

     

    Postea Diocletianus XXXIII ab Augusto ________________ ab exercitu electus est, Maximianumque socium creavit imperii. Quorum tempore Corausius ________________, genere quidem infimus, sed consilio et _______________ promptus, cum ad observanda Oceani litora, quae tunc Franci et Saxones infestabant, positus, plus in perniciem quam in profectum _______________ ageret, ereptam praedonibus praedam ex nulla ________________ restituendo dominis, sed sibi soli vindicando. Neque abfuit suspicio, quin ipsos quoque hostes ad incursandos fines artifici neglegentia permitteret; ________________ ob rem, a Maximiano iussus occidi, purpuram sumpsit, ac Britanniam occupavit. Qua sibi per VII annos fortissime vindicata ac retenta, tandem fraude Allecti socii _________________ interfectus est. Allectus postea ereptam Carausio insulam per triennium tenuit; quem Asclipiodotus praefectus praetorio oppressit, Britanniamque post X annos __________________.

     

    Ecco i termini da inserire:

     

    qui, quae, quod;  recipio, is, -cepi, -ceptum, -ĕre;  quidam, quaedam, quoddam suus, a, um;  manus, us f.; imperator, is m.;  respublica, ae f.;  pars, partis f.

     

    Credo che la prima cosa da fare fosse esaminare il tipo di parole date: quattro sostantivi, un solo verbo, un aggettivo personale riflessivo, un indefinito e qui, quae, quod che potrebbe essere un relativo, un indefinito o un interrogativo. Certo se, leggendo il testo, risulta subito chiaro ‘che cosa va dove’ non ci sono problemi, ma, in caso contrario, proporrei di muoversi come nelle ‘parole crociate’, partendo dalle soluzioni più evidenti. Ad esempio trovare il posto del verbo, elemento essenziale per la costituzione della frase, è semplice: in genere sta all’ultimo spazio nella frase, e la presenza dei verbi del racconto al perfetto, unita all’identità di soggetto con la principale, portano a scrivere Britanniamque post X annos recepit. Per posizionare i sostantivi credo opportuno partire dal quinto spazio, dove ex nulla induce alla scelta di pars declinato all’ablativo, mentre al terzo posto la frase delimitata da due virgole, che vede concordato con consilio il termine da inserire in dipendenza di promptus, spinge a completare sed consilio et manu promptus. Il senso fa capire abbastanza velocemente la necessità di imperator in prima posizione. Qui può trarre in inganno, e spingere all’uso dell’ablativo, ab Augusto immediatamente precedente, ma la presenza del copulativo electus est obbliga a servirsi di un nominativo in qualità di predicativo del soggetto. Rimane, anche solo per esclusione, da completare plus in perniciem quam in profectum rei publicae ageret, ricordando che entrambi gli elementi costitutivi di respublica vanno declinati. La presenza di ob rem preceduto da uno spazio dovrebbe richiamare alla mente quam ob rem, in cui utilizzare il prima ambiguo qui, quae, quod, mentre, per quanto concerne i due spazi rimanenti, si inserisce sui in penultima posizione: Allecti socii sui, cioè del soggetto sottinteso Corausius, definito quidam, la prima volta che viene citato (seconda posizione).

     

    Penso che sia abbastanza agevole allenare gli studenti a questa tipologia di esercizio, in quanto basta sottrarre dei termini a un brano d’autore, magari in successione a uno già tradotto, o a una versione fornita dal manuale. La cosa cui porre attenzione è solo la scelta di diverse parti del discorso da sostituire, con una difficoltà di individuazione variabile, senza trascurare nemmeno, se presenti, i sintagmi specifici, quali ad esempio, ferro ignique o domi militiaeque, o, come abbiamo visto, quam ob rem, al fine di aiutarne e verificarne la memorizzazione. Io credo che, soprattutto in una scuola come lo scientifico dove non incombe la versione all’esame di Stato, sia rilevante affiancare verifiche di traduzione ad altre esemplate sugli esercizi che abbiamo preso in esame; ovviamente, prima si devono abituare gli studenti alla ‘novità’, magari con compiti a casa che prevedano, di volta in volta, l’una o l’altra tipologia. Avendolo sperimentato di persona, posso affermare a ragion veduta quella che per altro non è certo una ‘scoperta’, cioè che gli esiti delle versioni e di queste altre forme di verifica non sono sempre uguali, proprio per le differenti competenze messe in gioco.

     

    Per il momento, auspichiamo la partecipazione di tutti a questo sito, per proporre altri modelli e altri esercizi! Basta allegare il proprio lavoro, utilizzando la funzione “Leave a Reply”. Potremo così costruire, tutti assieme, un repertorio di testi e di esercizi!

    © Ilaria Torzi 2016       (il**********@***bg.it)

  • Il Liber Glossarum

    Il Liber Glossarum

    Alla fine di maggio si è svolto a Parigi un convegno dedicato al Liber Glossarum, un testo che si può considerare un caposaldo nella storia della cultura occidentale e del suo sviluppo tra tarda antichità e Medioevo. L’incontro ha presentato i risultati di un progetto quinquennale finanziato dall’Unione Europea, che ha visto coinvolta l’Università degli Studi di Milano: tale progetto ha realizzato l’edizione critica digitale del Liber e un sito internet (liber-glossarum.huma-num.fr) che raccoglie, oltre al testo – per la prima volta disponibile in forma completa e consultabile – anche un ampio apparato di varianti testuali e di fonti, e i materiali utili per lo studio di questo monumentale glossario enciclopedico, prodotto nell’VIII secolo (secondo alcune ipotesi in una regione compresa tra la penisola iberica e la Francia del Sud, secondo altre in Italia settentrionale).

    Il sito, che sarà a breve disponibile alla consultazione pubblica, offre una serie di funzioni che permettono velocità e capillarità di ricerca tra gli oltre 55000 lemmi del Liber e che forniscono la possibilità di confrontare glosse anche molto lontane tra loro. Per la prima volta, non solo sarà possibile “sfogliare” il Liber Glossarum, ma anche “lavorare” sul Liber, sulle lezioni dei principali manoscritti, sulle fonti, sulla fortuna di un testo che, forse proprio per la sua monumentalità, prima dello sviluppo dei mezzi informatici non aveva conosciuto un’edizione e uno studio adeguati alla sua importanza. Il Liber si segnala infatti per alcuni aspetti peculiari. Innanzi tutto, la sua organizzazione secondo la divisione delle lettere dell’ordine alfabetico, che costituisce una novità capitale nella gestione del sapere e nella sua restituzione ai lettori. Tutto quanto nell’VIII secolo era noto ed è stato ritenuto degno di essere tramandato, dai compilatori del Liber viene ridotto a lemma incasellato in una voce, entro un ordine alfabetico estremamente rigido, ma anche estremamente “comodo” per chi debba consultare le fonti e cercare una definizione. È la prima volta che l’Occidente latino adotta questo genere di soluzione, innescando una rivoluzione culturale che può a ragion veduta essere confrontata con quella dell’introduzione del computer o di internet. Prima del Liber, il sapere era stato raccolto in grandi compilazioni enciclopediche organizzate su base tematica, suddividendolo in libri o capitoli dedicati ora all’aritmetica, ora alla medicina, ora alla grammatica: si pensi a Isidoro e alle sue Etymologiae, che furono la fonte primaria del Liber, o a Marziano Capella, che invece non è entrato nel grande glossario. La scelta dell’ordine alfabetico mette al centro dell’attenzione non più la continuità tematica del sapere, ma le esigenze di consultazione, la necessità di poter ritrovare in fretta e secondo un ordine “artificiale” e “matematico” quello che si sta cercando. Il Liber è una compilazione complessa, che dovette essere frutto di una mente audace e innovatrice e di uno sforzo intellettuale e logistico che a un certo punto previde e decise la riorganizzazione di ogni biblioteca del sapere, attraverso la redazione di decine di migliaia di voci “scorporate” dai testi delle fonti e inserite in una precisa casellina, nel flusso ordinato delle glosse. La squadra che partecipò a questa impresa non poté che essere capitanata da una persona lucidissima, appoggiata da collaboratori (e sostenitori, economici e politici) a loro volta ben decisi ad operare una rivoluzione – persona, collaboratori e finanziatori sui quali, però, c’è ancora oggi poca chiarezza.

    Questa scelta ebbe, ovviamente, anche delle conseguenze negative, come la frammentazione del sapere, la decontestualizzazione delle informazioni rispetto alle loro fonti, in qualche caso il loro abuso e il travisamento rispetto al messaggio originale. Dagli studi finora effettuati emerge sicuramente una certa tendenza a privilegiare gli aspetti più pragmatici e meno dottrinali; alla base della compilazione delle glosse si scorge poi un lavorio preciso e cosciente, una vera a propria attività redazionale mossa da orientamenti culturali riconoscibili. Ad entrare nelle definizioni è spesso quello che veniva percepito come poco noto o “strano”, in termini lessicali o culturali, piuttosto che i grandi temi dottrinali, filosofici, culturali. Le fonti utilizzate, spesso citate esplicitamente a margine dai compilatori con una serie di apposite ”targhette” (dette tag o “etichette”), sono soprattutto Isidoro, ma poi anche Girolamo, Agostino, Ambrogio, Gregorio, Orosio e altri. Degli autori classici, solo Virgilio e Cicerone, rispettivamente il padre della poesia e il padre della prosa latine, sono menzionati come fonti dirette: ma il più delle volte le glosse a loro attribuite non sono altro che parole, che compongono voci sinonimiche o poco più. Virgilio e Cicerone finiscono per essere “etichette” nel vero senso della parola, in quanto semplici “repertori lessicali” ai quali attingere per dare un’aura di autorità a serie di vocaboli assemblati con criteri che a volte sfuggono, che a volte sembrano di puro accumulo, che il più delle volte non rimandano a nessun passo virgiliano o ciceroniano. Quello che appare con certezza è che l’unità di misura del Liber Glossarum è il lessico, senza del quale non può esserci conoscenza, e che diventa quindi l’evidente fine al quale il Liber guarda, ma anche l’evidente punto di partenza di ogni nuova scheda. Se conosci la parola, puoi ampliare il concetto; ma se non conosci il significato delle parole, non vai da nessuna parte. È dal lessico, quindi, che sempre si parte, e sul lessico si basa sempre l’organizzazione e la tradizione del sapere: riferimento di partenza è il lemma, ricavato dal processo di indicizzazione subìto dalle fonti e, al suo interno, il Liber glossarum spesso si “auto-replica” a distanza, come testimoniano vere e proprie liste di lemmi che si richiamano tra loro, errori compresi.

    Il lavorio alla base della composizione del testo mostra dunque i segni di una esplicita volontà di selezione e di una precisa rielaborazione; dimostra come il sapere passi attraverso la lingua e come i compilatori del Liber Glossarum lavorassero coscientemente e coscienziosamente per i propri lettori e si adoperassero, attraverso l’ordinamento alfabetico, per favorirli nella consultazione del materiale che stavano mettendo loro a disposizione e, nel contempo, tramandando anche alle future generazioni. Chi fossero questi compilatori, in che modo esattamente realizzarono il gigantesco glossario, chi ne diresse le diverse fasi e in quale area geografica precisa sono tutti interrogativi aperti. Ma lo strumento che oggi abbiamo a disposizione è un ottimo alleato per cimentarsi nella sfida di trovare (almeno alcune) risposte.

    © Martina Venuti 2016

  • Guida alla certificazione latina III

    Guida alla certificazione latina III

    Vogliamo parlare del livello A? Senz’altro più ‘facile’, richiede pur sempre una competenza lessicale e morfo-sintattica non da poco. Di base c’è un lessico frequenziale, fissato in 450 lemmi: che, arricchito di tutti i vocaboli facilmente deducibili dalla lingua italiana e da quelli che, magari non frequentissimi, sono però conosciuti da chi si serve dei più comuni manuali scolastici, consente di arrivare a ca. 600 lemmi presupposti come noti. Inoltre, è necessaria la conoscenza del programma completo di grammatica (morfologia e sintassi dei casi).

    La prova si articolava quest’anno in sei esercizi, miranti a verificare la comprensione globale di un testo (1 e 2); la sua comprensione analitica (3); le abilità morfosintattiche (4 e 5); la sintesi delle competenze (6). Oggi prenderemo in esame i primi tre esercizi; in un prossimo post, i restanti tre. Il testo proposto raccontava in sintesi le sorti della Britannia in età imperiale, ispirandosi liberamente al primo libro dell’Historia Ecclesiastica gentis Anglorum di Beda. Lo riporto qui di seguito, omettendo alcune facilitazioni linguistiche che erano presenti nel testo della prova:

     

    Anno ab urbe condita DCCXCVIII Claudius, imperator ab Augusto quartus, volens se ipsum utilem reipublicae ostendere principem, bellum ubique tulit et victoriam quaesivit. Itaque bellum in Britanniam movit; ideo insulam petivit, quam, neque ante Iulium Caesarem, neque post eum, quisquam adire ausus erat, ibique sine ullo proelio ac sanguine intra paucissimos dies plurimam insulae partem in deditionem recepit. Orcades etiam insulas, ultra Britanniam in Oceano positas, Romano adiecit imperio, ac sexto, quam profectus erat, mense Romam rediit, filioque suo ‘Britannicum’ nomen inposuit. Hoc autem bellum quarto imperii sui anno gessit. Ab eodem Claudio Vespasianus, qui post Neronem imperavit, in Britanniam missus, etiam Vectam insulam, Britanniae proximam, Romanorum imperio adiecit. Succedens autem Claudio in imperium Nero, nihil omnino in re militari ausus est: ideo, inter alia Romani multa regni detrimenta, Britanniam fere totam amisit; nam, Nerone imperatore, duo nobilissima oppida Britanniae capta atque subversa sunt ab hostibus. Hadrianus imperator murum, quod et vallum dicitur, fecit ad Britanniam defendendam; Severus autem imperator, cum vidisset, magnis gravibusque proeliis saepe gestis, partem insulae Britanniae ab indomitis gentibus receptam esse, vallo defendendam insulam putavit. Itaque Severus magnam fossam fortissimumque vallum turribus munitum a mari ad mare duxit. Severus apud Eboracum urbem morbo mortuus est. Reliquit duos filios, Bassianum et Getam; Bassianus ‘Antonium’ cognomen habuit et regno potitus est; imperium solus gessit et ‘Caracalla’ a populo vocatus est.

    Il primo esercizio, come nel livello B2, guidava alla comprensione generale del brano attraverso una parafrasi, in latino, che andava completata in alcuni elementi; all’esercizio ne faceva seguito un secondo, con domande a risposta chiusa, vero/falso. Si è preferito non sottoporre agli studenti il riconoscimento di un riassunto in italiano, cosa invece fatta per il livello superiore, perché ci si è accorti che spesso i ragazzi si servivano più di quello che del testo latino per svolgere gli esercizi successivi, non solo travisando lo scopo del test, ma anche compromettendone l’esito se per caso veniva scelta la risposta errata.

    Ecco dunque la parafrasi proposta, limitatamente alla prima parte del racconto:

    Claudius, qui quartus post Augustum rem Romanam acceperat, voluit se utilem Romanis monstrare; ergo, victoriae desiderio, multos _______ petivit. In Britannos bellum gessit: neque ante Iulium Caesarem neque post eum, ______ imperator ad insulam ivit; Claudius autem paucos dies pugnavit, paucos milites perdidit et, brevi ______, magnam insulae partem subegit. Post Orcadum deditionem, cum ______ revertit, filius eius ‘Britannicus’ vocatus est. Postea Vespasianus, qui ______ fuit post Neronem, iubente Claudio, in Britanniam ______ et insulam Vectam, quae in mari _______ Britanniam est, cepit. Nero imperator Claudium secutus est, sed fere nullum bellum ______, multa detrimenta imperio Romano intulit et fere totam Britanniam amisit: duae illustres civitates in hostium manus ceciderunt.

    Alla parafrasi si accompagnava un elenco di termini da inserire negli spazi rimasti vuoti, parole che, rispetto a quanto deciso per un esercizio affine del livello superiore, avevano la facilitazione di essere già flesse. Ciò consente naturalmente un più rapido riconoscimento della loro probabile collocazione, ma inevitabilmente utilizza un elemento ‘esterno’ alla pura comprensione del senso complessivo, cioè appunto la possibilità o meno di essere inseriti in un dato contesto su base grammaticale; tuttavia la cosa ci è parsa consona al livello ‘inferiore’ della prova e alla sua struttura più ‘grammaticalizzata’. C’era tuttavia una difficoltà ‘aggravante’: i termini forniti erano in numero maggiore rispetto al bisogno effettivo; bisognava dunque scegliere quelli davvero necessari. Eccone l’elenco:

    1.nemo  2.hostes  3.die 4.bonis  5.ex 6.ducebat 7.ullus 8.cives 9.domum 10.inter 11.tempore 12.apud 13.pro 14.eius 15.incepit 16.ducebatur 17.fortissimis  18.princeps  19.vallo  20.ivit

    cesare

    Come affrontare un simile esercizio? Dal momento che la parafrasi risulta semplificata e solitamente più sintetica rispetto al testo originale, credo che il modo migliore sia evidenziare, in primo luogo, gli elementi essenziali per lo svolgimento del racconto. Provo a farlo, sottolineando le parole e le espressioni che mi sembrano maggiormente importanti nella porzione di testo corrispondente:

    Anno ab urbe condita DCCXCVIII Claudius, imperator ab Augusto quartus, volens se ipsum utilem reipublicae ostendere principem, bellum ubique tulit et victoriam quaesivit. Itaque bellum in Britanniam movit; ideo insulam petivit, quam, neque ante Iulium Caesarem, neque post eum, quisquam adire ausus erat, ibique sine ullo proelio ac sanguine intra paucissimos dies plurimam insulae partem in deditionem recepit. Orcades etiam insulas, ultra Britanniam in Oceano positas, Romano adiecit imperio, ac sexto, quam profectus erat, mense Romam rediit, filioque suo ‘Britannicum’ nomen inposuit. Hoc autem bellum quarto imperii sui anno gessit.

    Ab eodem Claudio Vespasianus, qui post Neronem imperavit, in Britanniam missus, etiam Vectam insulam, Britanniae proximam, Romanorum imperio adiecit. Succedens autem Claudio in imperium Nero, nihil omnino in re militari ausus est: ideo, inter alia Romani multa regni detrimenta, Britanniam fere totam amisit; nam, Nerone imperatore, duo nobilissima oppida Britanniae capta atque subversa sunt ab hostibus.

    Nel complesso, è evidente di come si stia parlando delle azioni di tre generali, l’imperatore Claudio, Vespasiano agli ordini del primo, e il princeps Nerone. Del primo si sottolinea la sete di gloria, l’attività bellica di rapido successo in un luogo prima poco considerato, la Britannia e le isole circostanti, anche grazie all’aiuto di Vespasiano, che successivamente diventerà imperatore. L’impresa è così significativa che suo figlio ne trae il nome; Nerone, però, imperatore imbelle, perde gran parte del territorio conquistato.

    Adesso possiamo tornare alla nostra parafrasi. La prima cosa da fare è individuare la parte del discorso necessaria per riempire gli spazi; poi, riflettere sulle opzioni rimaste possibili, di numero volta per volta inevitabilmente limitato. Ad esempio, dopo multos non può che andare un sostantivo in accusativo maschile plurale, quindi la scelta si riduce a hostes (2) o cives (8) e il contesto obbliga ad optare per hostes, verso cui spinge anche la presenza del verbo petere, nel senso di ‘assalire’ (tutti i manuali riportano l’espressione petere hostes quando si studiano i diversi significati di questo verbo). Nel secondo spazio, dopo una virgola, per completare una frase che per altro già dispone di tutti gli elementi essenziali, l’ipotesi più plausibile è che si debba utilizzare un aggettivo maschile singolare: ullus (7). Sappiamo che anche nemo (1) può talvolta fungere da aggettivo, ma il senso negativo della frase ne impedisce la scelta. La presenza di un cum prima del quarto spazio richiede un attimo in più di attenzione per individuarne il valore di preposizione o congiunzione. Il significato dei termini disponibili in ablativo, tempore (11), fortissimis (17), vallo (19) portano ad escludere la valenza di preposizione a favore di quella di congiunzione e a ritenere necessario, per completare la frase, un complemento di moto a luogo legato a revertit: domum (9). L’identificazione di un verbo con cui riempire uno spazio è solitamente la difficoltà minore, data la centralità di quest’elemento all’interno della frase; al massimo, va suggerita un po’ d’astuzia: se compare il medesimo predicato del testo originario, la forma non sarà uguale, ma, come si verifica per esempio in una parte non riportata della parafrasi, ci sarà un passivo al posto dell’attivo, cosa facilmente riconoscibile dai ruoli sintattici degli elementi nominali: vallum turribus munitum erat et ducebatur (16) a litore ad litus, al posto dell’originario Itaque Severus magnam fossam fortissimumque vallum turribus munitum a mari ad mare duxit; da escludere quindi l’opzione ducebat (6). Qualche problema in più può creare l’individuazione dei connettivi o dei pronomi, i primi perché spesso non avvertiti come essenziali per l’articolazione di un testo, gli altri perché numerosi e spesso, come gli indefiniti, studiati magnis itineribus! Nella parte di parafrasi analizzata, per esempio, abbiamo et insulam Vectam, quae in mari _______ Britanniam est, cepit. La soluzione è facile: serve per forza una preposizione e solo apud (12) fra le tre a disposizione (le altre sono pro [13] e ex [5]) è seguita dall’accusativo e può consentire alla relativa di sostituire l’originario Britanniae proximam.

    Per svolgere con successo il secondo esercizio, bisogna porre attenzione ai dettagli, proprio a quelle ‘paroline’ che, l’abbiamo appena detto, sono meno familiari ai ragazzi; sempre in riferimento alla porzione di testo presa in considerazione, venivano proposte le seguenti affermazioni:

    1. Claudius voluit Romanorum imperio regiones adicere ut se bonum principem ostenderet
    2. Multi principes insulam Britanniam capere voluerunt, sed Caesar unus eam vicit
    3. Claudius multa proelia cum Britannis commisit ut insulae magnam partem subigeret
    4. Post Britanniam Claudius ipse et Orcades insulas et Vectam cepit
    5. Claudii filius ‘Britannicus’ vocatus est post Britannicum bellum
    6. Vespasianus in Britanniam ivit, postquam imperatori Neroni successit
    7. Cum Nero nulla proelia in hostes commisisset, Britannia fere tota amissa est
    8. Nero autem nulla alia detrimenta Romanis intulit: eo imperante, duas alias urbes Britanniae Romani ceperunt

    La veridicità della prima affermazione è pacifica e si evince sia dal testo originario che dalla parafrasi; anche la seconda è abbastanza evidentemente falsa, ma la corretta comprensione si basa sui multi principes contrapposti a unus Caesar che contraddice il dettato: neque ante Iulium Caesarem, neque post eum, quisquam adire ausus erat, parafrasato con neque ante Iulium Caesarem neque post eum, ullus imperator ad insulam ivit. Anche per la terza affermazione la parola chiave è multa, che ne denuncia la falsità, dato che nel testo si dice sine ullo proelio e la parafrasi, pur non parlando di battaglie, evidenzia lo scarso numero di giorni, di perdite e il breve tempo. Nella successiva la discriminante sta in ipse, dal momento che, nella realtà dei fatti, Vespasianus […] Vectam insulam […] Romanorum imperio adiecit, mentre, nella sesta asserzione, benché sia vero che Vespasiano è stato il successore di Nerone, la sua conquista si è svolta prima (ab eodem Claudio Vespasianus […] in Britanniam missus), non postquam imperatori Neroni successit.

    vallo_di_adriano

    Vengo infine all’ultimo esercizio che tratterò in questo post, volto a focalizzare alcuni dettagli del testo. In questo caso si trattava di una risposta multipla a quattro possibilità, una delle quali, spesso, è evidentemente sbagliata, mentre altre due fanno affermazioni parzialmente vere o non deducibili dal testo; ovviamente i ragazzi non devono aspettarsi di trovare, come risposta corretta, la frase esatta incontrata nel brano, ma una sua parafrasi o una sintesi o una inferenza immediata.

    Vediamo le ultime due proposte, tratte dalla seconda parte del brano:

    Quid fecit Nero?

    1. Nero, vir nullae virtutis, post Claudium princeps fuit, idemque Britanniam amisit
    2. Nero Britanniam amisit, sed alia bella pro imperio Romano gessit et multas provincias ei adiecit
    3. Nero Britanniam amisit sed nulla alia mala imperio Romano fecit
    4. Nero Britanniam amisit sed Vespasianus, ab eo missus, Vectam cepit.

     

    Quid fecit Severus?

    1. Severus voluit rursus Britanniam totam capere
    2. Severus Bassianum et Getam, suos filios, in Britanniam misit, ut eam defenderent
    3. Severus parvam fossam et vallum cum turribus fecit ut Britanniam defenderet
    4. Severus voluit defendere Britanniae partem quae ab hostibus capta non erat.

     

    Il primo quesito ha in tutte le risposte una parte di correttezza: Nero Britanniam amisit, ma solo la prima è completamente vera, affermando che Nerone fu il successore di Claudio e che fu uomo di nessun valore militare, cosa che nel testo è resa con nihil omnino in re militari ausus est, parafrasato da fere nullum bellum incepit. La seconda possibilità è contraddetta proprio da queste stesse frasi, la terza dal fatto che, nel brano originario e nella parafrasi, si parla di multa detrimenta causati dal princeps all’impero e l’ultima da quanto abbiamo già analizzato precedentemente, cioè la conquista di Vecta da parte di Vespasiano in tempi precedenti, sotto il principato di Claudio.

    La seconda domanda propone una possibilità del tutto fuorviante, la prima, in quanto nessun elemento del brano lascia inferire un tentativo di riconquista da parte di Severo. Anche la seconda risposta è poco plausibile: i figli dell’imperatore vengono citati solo per quanto concerne la successione, nulla viene detto della loro precedente carriera militare. Le altre due, ad un’occhiata superficiale, parrebbero corrette, ma il brano parla esplicitamente di magnam fossam, non di parvam. L’unica completamente esatta è quindi l’ultima, dal momento che nel testo si dice chiaramente: Severus autem imperator, cum vidisset, magnis gravibusque proeliis saepe gestis, partem insulae Britanniae ab indomitis gentibus receptam esse, vallo defendendam insulam putavit, riassunto e parafrasato con alterum vallum a Severo imperatore aedificatum est, quia propter magna et crudelia proelia pars insulae capta erat a ferocissimis populis.

    L’esercizio, certo, non è particolarmente complesso, ma forse, assieme a quello precedente, può favorire un obiettivo trasversale che prescinde strettamente dalle competenze della lingua latina: il miglioramento dell’attenzione e della precisione. Obbliga infatti gli studenti a un lettura puntuale, a soffermarsi sui particolari: cosa che, nella mia esperienza di insegnante, trovo sempre più disattesa. Molti errori derivano proprio da distrazione, da superficialità, da mancata lettura completa delle consegne.

    © Ilaria Torzi 2016       (il**********@***bg.it)

  • Guida alla certificazione latina II

    Guida alla certificazione latina II

    Continuo il percorso relativo alle prove della certificazione linguistica tenutesi lo scorso 27 aprile. Nel precedente post mi ero concentrato sul primo esercizio proposto per il livello B2, il più alto certificabile secondo lo schema in uso. In un progetto ideale che prima o poi si spera di veder realizzato, lo ricordo, questo è il livello che potrebbe essere riconosciuto sia dalle sedi universitarie che attualmente prevedono accertamenti di lingua latina all’atto di immatricolazione alle Facoltà umanistiche; sia da quelle che (stante l’autonomia di percorsi garantita alle singole sedi dalla normativa) preferiscono invece rendere questo accertamento parte integrante, ma preliminare, dell’esame di lingua e/o letteratura latina. Il livello dovrebbe anche garantire un riconoscimento di competenze a quanti vogliano svolgere un lavoro con il latino, ma non specificamente incentrato sul latino, come può essere il caso di chi trova impiego in un archivio o in una biblioteca.

    Avevamo dunque visto, nella puntata precedente, che la prova si apriva con un testo di Orosio dedicato alla storia di Ciro e della regina Tàmiri, che per comodità qui riporto, indicando in rosso le parti che saranno oggetto di indagine nel primo esercizio che commenterò:

    Cyrus proximi temporis successu Scythis bellum intulit. Quem Thamyris regina, quae tunc genti praeerat,cum prohibere transitu Araxis fluminis posset, transire permisit, primum propter fiduciam sui, dehinc propter opportunitatem ex obiectu fluminis hostis inclusi. Cyrus itaque Scythiam ingressus, procul a transmisso flumine castra metatus, insuper astu eadem instructa vino epulisque deseruit, quasi territus refugisset. Hoc conperto regina tertiam partem copiarum et filium adulescentulum ad persequendum Cyrum mittit. Barbari, veluti ad epulas invitati, primum ebrietate vincuntur, mox revertente Cyro universi cum adulescente obtruncantur. Thamyris exercitu ac filio amisso vel matris vel reginae dolorem sanguine hostium diluere potius quam suis lacrimis parat. Simulat diffidentiam desperatione cladis inlatae paulatimque cedendo superbum hostem in insidias vocat. Ibi quippe conpositis inter montes insidiis ducenta milia Persarum cum ipso rege delevit, adiecta super omnia illius rei admiratione, quod ne nuntius quidem tantae cladis superfuit. Regina caput Cyri amputari atque in utrem humano sanguine oppletum coici iubet, non muliebriter increpitans: “Satia te”, inquit, “sanguine quem sitisti, cuius per annos triginta insatiabilis perseverasti”.

    Sappiamo che il primo esercizio chiedeva di individuare il riassunto giudicato più esatto e preciso, fra tre proposti. Il riassunto esatto è questo:

    Di impresa militare in impresa militare, Ciro arriva in Scizia. Lì regna la regina Tamiri, che attende il momento propizio per predisporre un agguato al nemico invasore, e perciò lascia che entri indisturbato nel regno. È invece Ciro a preparare un tranello agli Sciti. Tamiri vi perde parte dell’esercito e il figlio. Assorbito lo smacco, medita vendetta e predispone la propria imboscata, indietreggiando. Ciro vi cade in pieno, e muore in combattimento. Tamiri ne deturpa il cadavere e gioisce della vendetta.

    Attraverso questo esercizio, si era sollecitati (e aiutati) a cogliere il senso complessivo della vicenda, e ad individuarne i punti chiave: un’operazione che non sempre si pratica nella prassi quotidiana, per accontentarsi a volte di una traduzione che non verifica se all’atto del tradurre corrisponde  anche una piena comprensione del testo tradotto. A quest’ultimo scopo mirano invece due esercizi della certificazione, che mi sembrano complessivamente abbastanza facili da realizzare, e che non sono del resto sconosciuti alla pratica di scuola – gli esercizi che vorrei discutere oggi.

    Il primo consisteva, molto semplicemente, nella richiesta di individuare alcune strutture grammaticali tipiche del latino. Non si tratta però di riconoscerle per dare loro un nome o la definizione grammaticale, ma di capire a chi o a che cosa esse si riferiscano all’interno del brano, e a quale scopo servano. Ecco le domande poste sul significato di alcune  frasi (o parti di frasi) nel contesto specifico del passo.  In rosso la risposta corretta

    (1) sui si riferisce a:  Ciro, re dei Persiani; la regina Tamiri; il figlio di Tamiri; il fiume Arasse                                                     

    (2) Indica a quale sostantivo si riferisce eadem: Thamyris; astus; castra; instructa

     (3) hoc si riferisce a: l’attraversamento dell’Arasse da parte di Ciro; l’abbandono dell’accampamento da parte di Ciro; l’ampia penetrazione di Ciro in Scizia; l’inganno preparato da Ciro in Scizia

    (4) adiecta è concordato con: ducenta milia; omnia; admiratione; Thamyris regina

    (5) illius rei si riferisce a: l’entità della sconfitta subita dagli Sciti; l’entità della sconfitta subita da Ciro; l’inganno causa della sconfitta subita dagli Sciti; l’inganno causa della sconfitta subita da Ciro

    Come si vede, le cinque domande si riferiscono alle forme pronominali e aggettivali (1, 2, 3, 5) e a un ablativo assoluto (4): cioè a parti della grammatica che, come esperienza insegna, sono in genere note agli studenti liceali e universitari laddove se ne chieda loro conto a livello di teoria; ma che spesso risultano invece difficili da riconoscere e risolvere quando se ne chieda loro una spiegazione puntuale nel contesto. Allo stesso tempo, come avviene soprattutto nel caso dei pronomi, sono parti la cui traduzione può anche essere abbastanza meccanica, ma che, appunto per questo, non garantiscono che chi li sta traducendo si sia davvero interrogato circa il loro senso e la loro necessità d’essere. Mi spiego: è facile immaginare che, dizionario alla mano, propter fiduciam sui sarebbe stato tradotto da coloro che se lo sono trovato davanti con “per la fiducia di sé” (o “in sé”, che peraltro costituisce già un passo avanti verso la comprensione e la resa in buon italiano). È però sintomatico che proprio la domanda numero 1 sia stata, possiamo dirlo, una di quelle alla quale sono state fornite più risposte sbagliate. Subito dopo, in una ideale graduatoria, vengono le domande riferite all’uso di hoc e  di illius rei; quindi l’ablativo assoluto. Il maggior numero di risposte esatte è andato invece alla domanda sul participio in funzione attributiva, instructa. Faccio ora l’esempio di un altro esercizio della prova, sul quale tornerò in un successivo post. Davanti alla frase magna illa Babylon, nunc paene etiam minima mora victa, capta subversaque est (che fa riferimento a un’altra impresa di Ciro, narrata piuttosto minuziosamente all’interno del nuovo esercizio) l’espressione minima mora victa è stata tradotta da molti come un ablativo assoluto, dimenticando che Babylon, come la quasi totalità dei nomi di città, è femminile (un fenomeno che si registra anche in italiano); che la successione triadica victa, capta, subversa, fatta di tre verbi che si rinforzano l’un l’altro e scandiscono i momenti della conquista, è una successione espressiva ed enfatica (la vittoria militare, victa; lo spandersi dei vincitori per le strade della città conquistata, capta; il saccheggio imposto a Babilonia, subversa – una successione usuale in qualunque descrizione di una città che ha capitolato dopo un lungo assedio, nei tempi antichi come in quelli moderni); infine, come vedremo meglio in seguito, senza rendersi conto che una traduzione del tipo “vinto/messo da parte ogni minimo indugio/ostacolo” (= minima mora victa, il presunto ablativo assoluto) era assolutamente contradditoria con quanto precedeva nel racconto, che di un ostacolo lungo e difficile da superare invece parlava (l’ostacolo costituito dall’Eufrate, fiume gigantesco, che Ciro ha dovuto rendere guadabile con un lavoro immane per tempo impiegato, proporzioni dell’opera, audacia del progetto). Ma anche dietro questo errore, come dietro agli altri segnalati nell’esercizio preso precedentemente in esame, riconoscerei un errore di prospettiva, che non è degli studenti, ma del nostro atteggiamento verso il latino: e cioè l’idea che i testi latini servano ad applicare (e quindi, a seconda delle circostanze, ad esemplificare o verificare) delle regole grammaticali, e non a sviluppare un racconto dotato di senso. Per questo, di fronte all’alternativa “ablativo assoluto apparentemente perfetto ma dal senso contradditorio con il resto” vs “senso consequenziale e quindi un costrutto (logico, grammaticale, stilistico) da cercare come alternativa all’ablativo assoluto inizialmente supposto” (ma del tutto incongruente con la situazione), la prima ipotesi ha stravinto sulla seconda. Per inerzia, per pigrizia, per abitudine…

    Accompagnare la versione con facili (e poche) domande come quelle proposte dall’esercizio qui analizzato, non sembra particolarmente difficile, né una proposta tale da stravolgere la didattica quotidiana. Alcuni eserciziari già lo fanno, ma non sempre concentrandosi, come dovrebbero, solo e unicamente sul senso della versione proposta: cosicché l’efficacia della proposta si perde, a mio giudizio, non poco. Siamo però sicuri di avere sempre applicato un simile metodo? Abbiamo davvero abituato i nostri studenti, di ogni ordine e grado, a interrogarsi in questo modo sul testo? Oppure ci siamo spesso accontentati di una traduzione “secca”, senza interrogarci circa il livello di comprensione del testo che stava all’origine di quella traduzione? L’esercizio proposto dalla certificazione è un invito a cercare di evitare questi comportamenti, e di farli evitare ai nostri studenti, insegnando loro, come è essenziale che sia, che i testi sono prima di tutto storie o argomentazioni, e che come tali vanno quindi seguiti nel loro sviluppo narrativo e logico.

    A questo scopo mirava anche un altro esercizio della prova, sul quale mi dilungo poco, perché usuale in qualsiasi certificazione, di qualsiasi lingua si tratti. Dato un testo (nel nostro caso, sempre il passo di Orosio sopra riportato) è infatti abbastanza normale che si chieda di verificare l’esattezza o meno di certe affermazioni ad esso relative. In classe questo esercizio si potrà fare con facili domande, anche in italiano. Nella prova di certificazione, per coerenza, le frasi da valutare sono in un latino di facile comprensione. Chi si è sottoposto alla prova doveva infatti indicare, con una semplice spunta, se a suo giudizio un’affermazione fosse vera o falsa. Ecco le frasi sottoposte a giudizio:

    (1) Thamyris maiore dolore affecta est ob filii mortem quam ob exercitus caedem

    (2) Cum Cyrus castra reliquisset, Thamyris exercitum misit ut iis potiretur

    (3) Thamyris usque ad extremum fiduciam sui servavit

    (4) Cyrus profligatus est quia cedendo in insidias incidit

    (5) Thamyri lacrimis dolor diluendus visus non est

    Le prime due sono evidentemente false (il testo parla di un dolor equamente diviso fra l’essere mater e regina della donna; il figlio viene mandato all’inseguimento di Ciro, non a conquistare l’accampamento da questi abbandonato); è invece vera la terza, perché, come sappiamo, la fiducia sui è proprio la cifra che caratterizza Tàmiri, che mai si perde d’animo. A cedere è lei – o meglio, a fingere di cedere, come già abbiamo avuto occasione di verificare: falsa è dunque anche la quarta frase; parte della fiducia della regina sta nella decisione di diluere il suo dolore con il sangue dei nemici, non con le proprie lacrime, cosa che poi realizza in modo cruento. Dunque, anche la quinta affermazione è vera.

    Come ho detto prima, un repertorio di domande di tal genere è relativamente facile da costruire; ma è ancora più facile costruirlo insieme. Basta che ognuno carichi, usando la funzione “Leave a reply” un testo di breve misura, e le affermazioni che quel testo gli suggerisce come adatte a un simile esercizio. Confido nell’aiuto e nella partecipazione di tutti!