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  • Virgilio illustrato I – Pompei

    Virgilio illustrato I – Pompei

    Inizio una serie di post dedicati alle illustrazioni virgiliane. Può sembrare strano, ma non esiste una pubblicazione moderna che offra un catalogo esaustivo e ragionato delle illustrazioni all’Eneide. Forse perché il materiale è perfino troppo…

    Non è naturalmente mia intenzione sostituirmi a quel testo, che dovrà essere il prodotto di molti, certosini ricercatori. Qui vorrei offrire un po’ di immagini, con una logica che le giustifichi. In internet qualcosa di simile è stato tentato da un sito francese, realizzato dall’Académie di Nancy-Metz, con il titolo “De l’Énéide aux images” (www4.ac-nancy-metz-fr/langues-anciennes/Textes/Virgile/Venus.htm). Il sito si articola in quattro capitoli (“Venus”, “Anchise”, “Énée, Didon”, “Énée, Virgile, enfers et prophétie”) e non tiene conto solamente delle illustrazioni all’Eneide, ma di tutto il materiale genericamente eneadico, con o senza riferimento diretto a Virgilio. Inoltre, del poema, non sono presi in considerazione tutti gli episodi; delle immagini fornite sono indicati con precisione i dati catalogici e di conservazione, ma la loro suddivisione non consente di ricostruire né ambienti, né luoghi o materiali – una storia che abbia senso, insomma – delle illustrazioni medesime. L’interdisciplinarietà è una bella cosa, e nell’interdisciplinarietà il latino troverà, anche in futuro, un proprio spazio, anche quando non lo si insegnerà più come materia a sé stante. Però, anche l’interdisciplinarietà bisogna saperla fare: accumulare o, peggio, accatastare i dati può essere provocatorio, ma non costruisce granché. L’idea alla base di questi post è allora che ognuno di essi deve avere un tema unitario: il luogo in cui sono nate le illustrazioni, l’occasione, il materiale (tele dipinte, ma anche oggetti preziosi, arazzi, mosaici, cassoni da biancheria con decorazioni auliche ecc. ecc.). È nel progetto unitario, infatti, che si riconosce il senso di ogni singola operazione: l’illustrazione diventa così lettura, e si fa parte della storia del testo.

    Incomincio da un luogo che è, in un certo senso, un non-luogo: Pompei. Solo l’eruzione del 79 d.C. ha trasformato Pompei in un museo consultabile nella quotidianità di una data sicura, realizzando almeno in parte quell’unità cui facevo cenno prima. Proprio Pompei ci consente però di distinguere fra illustrazioni sicuramente connesse a Virgilio e all’Eneide e illustrazioni solo genericamente richiamantesi al mito di Enea.

    Partiamo da una delle più famose, l’affresco in IV stile pompeiano, datato fra 54 e 79 d.C., proveniente dalla cosiddetta casa di Sirico (e oggi conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inv. 9009), che raffigura Enea curato da Iapige.

    01 enea e japige

    Nell’affresco si riconoscono chiaramente Enea, in abito militare e nella posa del guerriero ferito, nota anche da altri modelli iconografici; il medico Iapige, in abito servile, chinato a cauterizzare la ferita; Ascanio, affranto, alla sinistra del padre, che gli cinge le spalle in un gesto di affetto e di conforto (di lì a poco, prima di riprendere la battaglia, Enea rivolgerà al figlio le uniche parole dirette che gli sentiamo pronunciare nel poema). Sullo sfondo alcuni soldati passano e guardano – durante l’assenza di Enea dal campo i combattimenti non si interrompono. A sinistra, in secondo piano, così da mantenere l’illusione prospettica del movimento e della distanza, si avvicina Venere, a petto scoperto, veste disciolta, capelli al vento, piedi intenti alla corsa. In mano reca un ramoscello di dittamo, la pianta miracolosa che consentirà la guarigione di Enea, riuscendo laddove l’arte medica di Iapige si deve riconoscere sconfitta. Ora, tutto questo episodio è narrato nel XII libro dell’Eneide e, per quanto ne sappiamo, solo nell’Eneide. È un’invenzione virgiliana, che introduce un tocco di favoloso in un poema dove il favoloso è spesso bandito, ma che qui ci sta bene perché siamo poco prima del finale (i vv. 318-323 per il ferimento, 383-431 per la guarigione) e l’episodio serve a sancire il carattere divino di Enea, che non può essere ferito; se viene ferito, lo è da mano ignota, come appunto accade; che se è ferito, per guarire ha bisogno di una pianta magica e un’aiutante divina (o meglio: alla cui guarigione cooperano, senza farsi pregare, pianta magica e aiutante divina). Rispetto al racconto di Virgilio viene cancellata la figura di Acate, il fidus Achates che ha aiutato l’eroe claudicante ad allontanarsi dal campo; Ascanio ha veste di puer, che mal si conviene a un campo di battaglia (anche se lui non partecipa ai combattimenti); Venere è affannata e discinta per la corsa, ma anche per indicare che… è Venere. Il resto è un’illustrazione fedele, e interessante, dell’arte di un medico nella prima metà del I secolo d.C.

    L’episodio più famoso dell’Eneide (e per dei cittadini romani, l’atto fondante la loro comunità) è la fuga di Enea da Troia, assieme al figlio, al padre, ai Penati. La scena ha molte raffigurazioni a Pompei, ma a differenza della precedente non ha bisogno dell’Eneide per divenire parte del racconto eneadico, perché la vicenda è nota almeno dal VI secolo a.C. e serve a contrapporre un Enea pius a un Enea traditore di Troia, come pure in alcune varianti del mito si raccontava. Quindi, meno immediato è, nel caso delle raffigurazioni che propongo ora, il richiamo al poema virgiliano: in questa declinazione della storia, l’avere Enea scelto, una volta graziato dagli Achei, di portare fuori da Troia in fiamme il padre e il figlio sta alla base della sua conclamata pietas. A Roma era ben noto, insieme ad altre raffigurazioni, il gruppo statuario che decorava l’esedra Nord-Ovest del foro d’Augusto. A Pompei la scena si trova in mosaici, affreschi, terrecotte, come quella che propongo ora, e addirittura negli ornamenti della calotta di alcuni elmi militari. Ecco per intanto la terracotta, anch’essa datata al I secolo d.C., conservata al Museo di Napoli, inv. 110338:

    terracotta

    Ed ecco un elmo decorato con la caduta di Troia (scena che ci interessa inclusa):

    SC52935

    L’episodio è talmente famoso, dicevo, che se ne danno anche delle evidenti parodie. La più celebre è un affresco proveniente dalla poco lontana Stabia (e conservato come sempre al Museo Archeologico Nazionale di Napoli, inv. 9089), in cui i tre protagonisti ‘umani’ dell’episodio hanno testa canina e lunghi falli, rimandando così a certe antiche rappresentazioni vascolari di scene d’atellana:

    eneide 7

    Al contrario, sulla facciata di altra abitazione Enea è raffigurato in veste di guerriero romano, ad enfatizzare la sua condizione di ‘fondatore ideale’, se non materiale, di Roma, e di primo Romano ad honorem, che è, per l’appunto, uno dei punti fermi dell’Eneide. Qui però preferisco proporre una raffigurazione intermedia fra i due estremi citati: la scena, assai concitata, è infatti decisamente seria; il contesto meno.  Siamo nella casa di Marco Fabio Ululitremulo, di professione tessitore. Lo ricorda un graffito (CIL IV, 9131) che modifica l’inizio del poema virgiliano: Fullones ululamque cano, non arma virumque (ulula è la civetta, animale sacro ad Atena, dea della tessitura).

    eneide 5 - ululitremulus

    Enea, in fuga, in disordine, con i capelli poco curati, reca sulle spalle il padre, rimpicciolito e rinsecchito, che a sua volta tiene in mano, ben conservati nella capsa, i Penati di Troia. All’eroe è assegnata la figura di centro, che domina lo spazio e la scena. Non meno risalto è però concesso al figlio, più grande di quanto sarebbe legittimo aspettarsi, e tutt’altro che avvinghiato al braccio paterno, come lo descrive Virgilio, nella difficoltà di seguire il genitore non passibus aequis. Qui Ascanio tiene per mano il padre e, forse per risultanza prospettica, sembra guidarne l’azione. È lui del resto il futuro di Troia, è lui che fonderà Alba e darà origine alla catena di re antenati diretti di Romolo; è da lui, infine, che si faceva discendere la gens Iulia

    Una serie di affreschi è più difficile da decifrare. Ecco ad esempio una scena che, a detta degli studiosi, potrebbe rappresentare l’arrivo di Enea a Delo e la consultazione dell’oracolo di Apollo, alla presenza del sacerdote Anio; ma secondo altri raffigura la profezia di Cassandra circa l’imminente distruzione di Troia; per altri, altro ancora. L’affresco, come si intuisce, non porta indicazioni precise, e lo stato precario di conservazione non aiuta certo la comprensione (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 8999):

    cassandra o anio

    Anche nel caso del prossimo affresco, proveniente dalla cosiddetta “Casa di Meleagro”, i dubbi sono giustificati (Napoli, Museo Archeologico Nazionale, inv. 8898). Nella scena è stato letto il suicidio di Didone; sullo sfondo si vede allontanarsi la nave di Enea. La regina sarebbe qui accompagnata da due ancelle e dalla raffigurazione dell’Africa, la sua terra, effigiata con corna taurine, simbolo di fertilità:

    eneide 4 - casa di meleagro

    Per non eccedere, chiudo questa rassegna con un solo, ultimo affresco, proveniente dalla cosiddetta “Casa del Citarista”. Si tratta di un dipinto nel III stile pompeiano, dunque presumibilmente anteriore al 50 d.C., nel quale viene raffigurata una coppia di giovani amanti, davanti a una grotta, inquadrata da architetture, alla presenza di altre due figure.

    enea2

    La posa dei due, la presenza del cane da caccia ai loro piedi, la grotta sullo sfondo hanno fatto ravvisare nella scena l’incontro di Enea e Didone, allo scoppiare del temporale, presso un antro nell’entroterra di Cartagine. Più problematiche le due figure umane, che sembrano in veste servile, e quindi non possono rappresentare altri personaggi dell’Eneide. Per questo, non tutti accettano l’idea che la scena debba illustrare il poema virgiliano, e sono state avanzate anche altre ipotesi. Non intendo farne qui la storia. Più mi interessa osservare che, se scena del poema ha da essere, quello che ha colpito l’anonimo pittore era la possibilità di avvalersene per una raffigurazione di carattere amoroso. Un destino al quale, come vedremo, l’Eneide sarà legata anche in non poche occasioni dell’età moderna!

    © Massimo Gioseffi e Niccolò Chiesa per i testi

    © Wikimmagine, Web Gallery of Art, Art Resource per le immagini

  • Guida alla certificazione latina IV

    Guida alla certificazione latina IV

    Concludiamo la serie di post dedicati alla certificazione di quest’anno con alcune considerazioni circa la seconda parte della prova di livello A, quella legata maggiormente alle abilità morfo-sintattiche. Prima di tutto, ripeto per comodità di chi legge il testo sottoposto agli studenti:

     

    Anno ab urbe condita DCCXCVIII Claudius, imperator ab Augusto quartus, volens se ipsum utilem reipublicae ostendere principem, bellum ubique tulit et victoriam quaesivit. Itaque bellum in Britanniam movit; ideo insulam petivit, quam, neque ante Iulium Caesarem, neque post eum, quisquam adire ausus erat, ibique sine ullo proelio ac sanguine intra paucissimos dies plurimam insulae partem in deditionem recepit. Orcades etiam insulas, ultra Britanniam in Oceano positas, Romano adiecit imperio, ac sexto, quam profectus erat , mense Romam rediit, filioque suo ‘Britannicum’ nomen inposuit. Hoc autem bellum quarto imperii sui anno gessit. Ab eodem Claudio Vespasianus, qui post Neronem imperavit, in Britanniam missus, etiam Vectam insulam, Britanniae proximam, Romanorum imperio adiecit. Succedens autem Claudio in imperium Nero, nihil omnino in re militari ausus est: ideo, inter alia Romani multa regni detrimenta, Britanniam fere totam amisit; nam, Nerone imperatore, duo nobilissima oppida Britanniae capta atque subversa sunt ab hostibus. Hadrianus imperator murum, quod et vallum dicitur, fecit ad Britanniam defendendam; Severus autem imperator, cum vidisset , magnis gravibusque proeliis saepe gestis, partem insulae Britanniae ab indomitis gentibus receptam esse, vallo defendendam insulam putavit. Itaque Severus magnam fossam fortissimumque vallum turribus munitum a mari ad mare duxit. Severus apud Eboracum urbem morbo mortuus est. Reliquit duos filios, Bassianum et Getam; Bassianus “Antonium” cognomen habuit et regno potitus est; imperium solus gessit et “Caracalla” a populo vocatus est.

     

    Gli esercizi 4 e 5 erano forse i più abituali anche alla pratica scolastica. Quello che richiedeva, tramite domande a risposta multipla, di individuare una parte del discorso e la sua flessione o la funzione sintattica di un elemento all’interno di una frase è certo di facile approccio per chi ha studiato con precisione e continuità il manuale e si è abituato a rendere ragione delle traduzioni svolte, tramite le buone, vecchie analisi, ‘grammaticale’ e ‘logica’. Credo che tutti, nella prassi didattica quotidiana, e soprattutto chi utilizza il metodo cosiddetto ‘tradizionale’, chiediamo ai nostri studenti, se non un’analisi completa dei brani studiati, almeno delle spiegazioni sui punti più complessi o in cui la corretta resa italiana si discosta dalla struttura latina. Proprio a partire dalla mia esperienza, forse perché legata a un liceo scientifico, ho potuto constatare che le conoscenze ‘teoriche’ sono progressivamente ‘resettate’ e rimosse quanto più ci si allontana dal biennio. Mi sono quindi dovuta rassegnare a non dare nulla per scontato e a continuare a chiedere, durante le verifiche orali che non siano basate sulla pura storia della letteratura, anche le banali declinazioni, in particolare di aggettivi e pronomi, per evitare la loro completa caduta nell’oblio! Ecco dunque l’esercizio 4:

     

    Scegli la risposta esatta fra quelle proposte

    quisquam è:

    1. un pronome interrogativo
    2. un aggettivo indefinito
    3. un pronome indefinito
    4. un pronome relativo

     

    hoc è:

    1. pronome dimostrativo ablativo singolare
    2. aggettivo dimostrativo ablativo singolare
    3. pronome dimostrativo accusativo singolare
    4. aggettivo dimostrativo accusativo singolare

     

    quod è:

    1. pronome relativo nominativo neutro singolare
    2. aggettivo interrogativo nominativo neutro singolare
    3. pronome relativo accusativo neutro singolare
    4. congiunzione subordinante causale                

     

    defendendam è:

    1. participio presente
    2. participio passato
    3. gerundivo
    4. gerundio

     

    Per individuare il valore di quisquam non è nemmeno necessaria un’occhiata al testo, basta ricordare gli indefiniti; così come per classificare defendendam come gerundivo è necessario solamente guardare la sua desinenza. Nel caso di hoc e quod, invece, occorre evincere dalla frase in cui sono inseriti il valore di aggettivo dimostrativo accusativo singolare del primo, concordato con bellum, di pronome relativo nominativo neutro singolare del secondo (Hadrianus imperator murum, quod et vallum dicitur, fecit). Certo la concordanza col predicativo del soggetto vallum, piuttosto che con l’antecedente murus poteva richiedere una riflessione ulteriore, ma le altre risposte sono inaccettabili: non può esserci un complemento oggetto con un verbo di diatesi passiva (né si giustifica un diverso uso dell’accusativo); non possiamo trovare l’indicativo in una subordinata interrogativa indiretta, non è plausibile una causale per il significato del periodo: la costruzione del muro non può essere provocata dalla sua definizione di ‘vallo’.

     

    Più complesso è risultato l’esercizio che comportava la trasformazione di proposizioni del brano in strutture equivalenti; sicuramente è statisticamente, insieme all’ultimo, quello che miete più ‘vittime’, come si è visto dall’analoga prova proposta al livello B1. Si tratta per lo più di ridurre forme esplicite in implicite o viceversa, ma credo che il maggior ostacolo nasca proprio dalla scarsa abitudine dei nostri studenti a usare il latino in modo ‘attivo’, cioè a considerarlo una vera e propria lingua… L’esercizio in sé prevede di gestire contemporaneamente più conoscenze e abilità: in primo luogo vanno conosciuti paradigmi e desinenze, prerequisito ovvio, ma sempre meno scontato da quando è invalsa l’abitudine dei dizionari cartacei di porre anche i perfetti e i participi perfetti come lemmi a sé stanti (per non parlare di quelli on line che frequentemente consentono di trovare anche le altre forme flesse). Inoltre, va riconosciuto il rapporto temporale della subordinata rispetto alla reggente, la diatesi della frase da modificare e, per concludere, i diversi costrutti possibili per rendere una medesima funzione sintattica. Vediamo le proposte del test:

     

    1. Volens

    Qui _______________________________

    1. Ultra Britanniam in Oceano positas

    Quae ultra Britanniam in Oceano positae __________________________

    1. Qui post Neronem imperavit

    Post Neronem _____________________________ (si usi una forma implicita)

    1. In Britanniam missus

    Cum in Britanniam ____________________________

    1. Succedens autem Claudio in imperium Nero

    Ubi autem Claudio in imperium Nero _______________________

    1. Nerone imperatore

    Dum Nero imperator ______________________

    1. Ad Britanniam defendendam

    Britanniae ______________________________ causa

    1. Cum vidisset

    Quia ___________________________________

     

    Per trasformare i participi presenti (1 e 5), sia che venga richiesta una relativa, sia che si tratti di una temporale, basta ricordare che hanno valore attivo e contemporaneo; il quesito inoltre evidenziava già il soggetto (qui e Nero), conseguentemente la persona del verbo indicativo (richiesto dal connettivo suggerito) è la terza singolare; l’unica variabile può essere costituita dal tempo della reggente e dal fatto che l’azione sia da considerarsi durativa e momentanea. Dipendendo entrambe da un perfetto (quaesivit la prima, ausus est la seconda), la prima richiedeva quindi l’imperfetto, qui volebat (azione continuativa/abituale), la seconda il perfetto, ubi…successit, dal momento che, ovviamente, la successione imperiale si verifica di regola una volta sola. Un procedimento uguale e contrario va seguito per qui post Neronem imperavit (3), per cui era esplicitamente richiesta una forma implicita: trattandosi di una relativa attiva e contemporanea a Vespasianus (…) Vectam insulam (…) Romanorum imperium adiecit, l’unico modo e tempo possibile è il participio presente, al nominativo, in quanto qui ha come antecedente Vespasianus, soggetto della principale (imperans). Nerone imperatore (6), che i manuali definiscono un ablativo assoluto nominale, può nascondere un ‘trabocchetto’, in quanto solitamente le grammatiche scolastiche affermano che dum, richiesto per la trasformazione in temporale esplicita, vuole l’indicativo presente quando indica una stretta contemporaneità, col valore quindi di ‘mentre’. La soluzione migliore sarebbe quindi dum Nero imperator est, nonostante il predicato della reggente sia capta sunt (atque subversa sunt). Tuttavia è accettabile anche dum Nero imperator erat, secondo un uso attestato almeno a partire da Livio. Una maggior riflessione richiedeva la trasformazione dei participi perfetti, positas (Orcades) e missus (Vespasianus) (2 e 4); va ricordato infatti che questa forma, nei verbi attivi, ha valore non solo anteriore ma anche passivo. Il primo dei due quesiti è in realtà molto semplice, perché chiede solo di completare la trasformazione della forma di modo finito dando già positae (Quae ultra Britanniam in Oceano positae) e consentendo di concludere sia con sunt, riferito al tempo del narratore, sia con erant, adeguato al tempo della narrazione. Per quanto concerne missus, da rendere con un cum narrativo, viene lasciata ai candidati la facoltà di optare per una frase temporale o narrativa, quindi di utilizzare l’indicativo o il congiuntivo. Nel primo caso la consecutio dell’indicativo, meno schematica, consente l’utilizzo sia del perfetto sia del più che perfetto (missus est o erat), nel secondo l’anteriorità rispetto ad un tempo storico impone missus esset. Sempre la differenza fra uso dell’indicativo e del congiuntivo, permette di trasformare cum videsset (8) in quia vidit o viderat, mentre l’ultima proposta (7), che chiedeva di modificare una finale implicita in una frase analoga sempre implicita, richiede solo la conoscenza dell’uso del gerundivo attributivo, per concordare defendendae con Britanniae: il fatto che sia dato il genitivo del sostantivo escludeva automaticamente la possibilità di usare il gerundio seguito dal complemento oggetto.

    Tutto ‘facile’ per noi che insegniamo, ma quale la strada per renderlo tale anche per i discenti? Purtroppo non ho una formula magica; certo mi rendo conto della grossa difficoltà dei ragazzi a trasformare correttamente già in italiano le implicite in esplicite e viceversa, e a ricordare per esempio che ‘Cesare, fortificato l’accampamento, attaccò battaglia’ prevede, come soggetto di ‘fortificato’, l’‘accampamento’ e non ‘Cesare’. Credo che l’aiuto che possiamo dare agli studenti per affrontare questo tipo di esercizi, sia proprio abituarli con trasformazioni sempre più complesse a ‘manipolare’ la lingua, iniziando dal volgere l’attivo in passivo o viceversa, per passare alla modifica dei participi, delle frasi con l’indicativo in equivalenti col congiuntivo, e così via. A fine anno, in prima, sono di solito alle prese con lo studio dei participi e vedo spesso in realtà qualche volto affranto, forse anche per la stanchezza di maggio/giugno; ma in seconda, dopo un biennio di cura intensiva, le crisi di ‘panico da trasformazione’ sono decisamente diminuite e anche i risultati sono accettabili.

     

    beda

    Veniamo ora all’ultimo esercizio, che, come il precedente, prevedeva conoscenze e abilità morfosintattiche, ma anche competenza lessicale e di comprensione generale; per certi aspetti riassume un po’ quanto richiesto nell’intero test. Si tratta infatti di completare non più una parafrasi, quindi un testo in qualche modo semplificato, ma un brano d’autore, seguente, anche se non necessariamente contiguo, a quello già analizzato. La scelta dei vocaboli è guidata dal fatto che sono in numero equivalente a quello degli spazi, quindi, entro certi limiti, si può andare per ‘esclusione’; tuttavia i termini vanno flessi a seconda della frase in cui sono inseriti:

     

    Postea Diocletianus XXXIII ab Augusto ________________ ab exercitu electus est, Maximianumque socium creavit imperii. Quorum tempore Corausius ________________, genere quidem infimus, sed consilio et _______________ promptus, cum ad observanda Oceani litora, quae tunc Franci et Saxones infestabant, positus, plus in perniciem quam in profectum _______________ ageret, ereptam praedonibus praedam ex nulla ________________ restituendo dominis, sed sibi soli vindicando. Neque abfuit suspicio, quin ipsos quoque hostes ad incursandos fines artifici neglegentia permitteret; ________________ ob rem, a Maximiano iussus occidi, purpuram sumpsit, ac Britanniam occupavit. Qua sibi per VII annos fortissime vindicata ac retenta, tandem fraude Allecti socii _________________ interfectus est. Allectus postea ereptam Carausio insulam per triennium tenuit; quem Asclipiodotus praefectus praetorio oppressit, Britanniamque post X annos __________________.

     

    Ecco i termini da inserire:

     

    qui, quae, quod;  recipio, is, -cepi, -ceptum, -ĕre;  quidam, quaedam, quoddam suus, a, um;  manus, us f.; imperator, is m.;  respublica, ae f.;  pars, partis f.

     

    Credo che la prima cosa da fare fosse esaminare il tipo di parole date: quattro sostantivi, un solo verbo, un aggettivo personale riflessivo, un indefinito e qui, quae, quod che potrebbe essere un relativo, un indefinito o un interrogativo. Certo se, leggendo il testo, risulta subito chiaro ‘che cosa va dove’ non ci sono problemi, ma, in caso contrario, proporrei di muoversi come nelle ‘parole crociate’, partendo dalle soluzioni più evidenti. Ad esempio trovare il posto del verbo, elemento essenziale per la costituzione della frase, è semplice: in genere sta all’ultimo spazio nella frase, e la presenza dei verbi del racconto al perfetto, unita all’identità di soggetto con la principale, portano a scrivere Britanniamque post X annos recepit. Per posizionare i sostantivi credo opportuno partire dal quinto spazio, dove ex nulla induce alla scelta di pars declinato all’ablativo, mentre al terzo posto la frase delimitata da due virgole, che vede concordato con consilio il termine da inserire in dipendenza di promptus, spinge a completare sed consilio et manu promptus. Il senso fa capire abbastanza velocemente la necessità di imperator in prima posizione. Qui può trarre in inganno, e spingere all’uso dell’ablativo, ab Augusto immediatamente precedente, ma la presenza del copulativo electus est obbliga a servirsi di un nominativo in qualità di predicativo del soggetto. Rimane, anche solo per esclusione, da completare plus in perniciem quam in profectum rei publicae ageret, ricordando che entrambi gli elementi costitutivi di respublica vanno declinati. La presenza di ob rem preceduto da uno spazio dovrebbe richiamare alla mente quam ob rem, in cui utilizzare il prima ambiguo qui, quae, quod, mentre, per quanto concerne i due spazi rimanenti, si inserisce sui in penultima posizione: Allecti socii sui, cioè del soggetto sottinteso Corausius, definito quidam, la prima volta che viene citato (seconda posizione).

     

    Penso che sia abbastanza agevole allenare gli studenti a questa tipologia di esercizio, in quanto basta sottrarre dei termini a un brano d’autore, magari in successione a uno già tradotto, o a una versione fornita dal manuale. La cosa cui porre attenzione è solo la scelta di diverse parti del discorso da sostituire, con una difficoltà di individuazione variabile, senza trascurare nemmeno, se presenti, i sintagmi specifici, quali ad esempio, ferro ignique o domi militiaeque, o, come abbiamo visto, quam ob rem, al fine di aiutarne e verificarne la memorizzazione. Io credo che, soprattutto in una scuola come lo scientifico dove non incombe la versione all’esame di Stato, sia rilevante affiancare verifiche di traduzione ad altre esemplate sugli esercizi che abbiamo preso in esame; ovviamente, prima si devono abituare gli studenti alla ‘novità’, magari con compiti a casa che prevedano, di volta in volta, l’una o l’altra tipologia. Avendolo sperimentato di persona, posso affermare a ragion veduta quella che per altro non è certo una ‘scoperta’, cioè che gli esiti delle versioni e di queste altre forme di verifica non sono sempre uguali, proprio per le differenti competenze messe in gioco.

     

    Per il momento, auspichiamo la partecipazione di tutti a questo sito, per proporre altri modelli e altri esercizi! Basta allegare il proprio lavoro, utilizzando la funzione “Leave a Reply”. Potremo così costruire, tutti assieme, un repertorio di testi e di esercizi!

    © Ilaria Torzi 2016       (il**********@***bg.it)

  • Il Liber Glossarum

    Il Liber Glossarum

    Alla fine di maggio si è svolto a Parigi un convegno dedicato al Liber Glossarum, un testo che si può considerare un caposaldo nella storia della cultura occidentale e del suo sviluppo tra tarda antichità e Medioevo. L’incontro ha presentato i risultati di un progetto quinquennale finanziato dall’Unione Europea, che ha visto coinvolta l’Università degli Studi di Milano: tale progetto ha realizzato l’edizione critica digitale del Liber e un sito internet (liber-glossarum.huma-num.fr) che raccoglie, oltre al testo – per la prima volta disponibile in forma completa e consultabile – anche un ampio apparato di varianti testuali e di fonti, e i materiali utili per lo studio di questo monumentale glossario enciclopedico, prodotto nell’VIII secolo (secondo alcune ipotesi in una regione compresa tra la penisola iberica e la Francia del Sud, secondo altre in Italia settentrionale).

    Il sito, che sarà a breve disponibile alla consultazione pubblica, offre una serie di funzioni che permettono velocità e capillarità di ricerca tra gli oltre 55000 lemmi del Liber e che forniscono la possibilità di confrontare glosse anche molto lontane tra loro. Per la prima volta, non solo sarà possibile “sfogliare” il Liber Glossarum, ma anche “lavorare” sul Liber, sulle lezioni dei principali manoscritti, sulle fonti, sulla fortuna di un testo che, forse proprio per la sua monumentalità, prima dello sviluppo dei mezzi informatici non aveva conosciuto un’edizione e uno studio adeguati alla sua importanza. Il Liber si segnala infatti per alcuni aspetti peculiari. Innanzi tutto, la sua organizzazione secondo la divisione delle lettere dell’ordine alfabetico, che costituisce una novità capitale nella gestione del sapere e nella sua restituzione ai lettori. Tutto quanto nell’VIII secolo era noto ed è stato ritenuto degno di essere tramandato, dai compilatori del Liber viene ridotto a lemma incasellato in una voce, entro un ordine alfabetico estremamente rigido, ma anche estremamente “comodo” per chi debba consultare le fonti e cercare una definizione. È la prima volta che l’Occidente latino adotta questo genere di soluzione, innescando una rivoluzione culturale che può a ragion veduta essere confrontata con quella dell’introduzione del computer o di internet. Prima del Liber, il sapere era stato raccolto in grandi compilazioni enciclopediche organizzate su base tematica, suddividendolo in libri o capitoli dedicati ora all’aritmetica, ora alla medicina, ora alla grammatica: si pensi a Isidoro e alle sue Etymologiae, che furono la fonte primaria del Liber, o a Marziano Capella, che invece non è entrato nel grande glossario. La scelta dell’ordine alfabetico mette al centro dell’attenzione non più la continuità tematica del sapere, ma le esigenze di consultazione, la necessità di poter ritrovare in fretta e secondo un ordine “artificiale” e “matematico” quello che si sta cercando. Il Liber è una compilazione complessa, che dovette essere frutto di una mente audace e innovatrice e di uno sforzo intellettuale e logistico che a un certo punto previde e decise la riorganizzazione di ogni biblioteca del sapere, attraverso la redazione di decine di migliaia di voci “scorporate” dai testi delle fonti e inserite in una precisa casellina, nel flusso ordinato delle glosse. La squadra che partecipò a questa impresa non poté che essere capitanata da una persona lucidissima, appoggiata da collaboratori (e sostenitori, economici e politici) a loro volta ben decisi ad operare una rivoluzione – persona, collaboratori e finanziatori sui quali, però, c’è ancora oggi poca chiarezza.

    Questa scelta ebbe, ovviamente, anche delle conseguenze negative, come la frammentazione del sapere, la decontestualizzazione delle informazioni rispetto alle loro fonti, in qualche caso il loro abuso e il travisamento rispetto al messaggio originale. Dagli studi finora effettuati emerge sicuramente una certa tendenza a privilegiare gli aspetti più pragmatici e meno dottrinali; alla base della compilazione delle glosse si scorge poi un lavorio preciso e cosciente, una vera a propria attività redazionale mossa da orientamenti culturali riconoscibili. Ad entrare nelle definizioni è spesso quello che veniva percepito come poco noto o “strano”, in termini lessicali o culturali, piuttosto che i grandi temi dottrinali, filosofici, culturali. Le fonti utilizzate, spesso citate esplicitamente a margine dai compilatori con una serie di apposite ”targhette” (dette tag o “etichette”), sono soprattutto Isidoro, ma poi anche Girolamo, Agostino, Ambrogio, Gregorio, Orosio e altri. Degli autori classici, solo Virgilio e Cicerone, rispettivamente il padre della poesia e il padre della prosa latine, sono menzionati come fonti dirette: ma il più delle volte le glosse a loro attribuite non sono altro che parole, che compongono voci sinonimiche o poco più. Virgilio e Cicerone finiscono per essere “etichette” nel vero senso della parola, in quanto semplici “repertori lessicali” ai quali attingere per dare un’aura di autorità a serie di vocaboli assemblati con criteri che a volte sfuggono, che a volte sembrano di puro accumulo, che il più delle volte non rimandano a nessun passo virgiliano o ciceroniano. Quello che appare con certezza è che l’unità di misura del Liber Glossarum è il lessico, senza del quale non può esserci conoscenza, e che diventa quindi l’evidente fine al quale il Liber guarda, ma anche l’evidente punto di partenza di ogni nuova scheda. Se conosci la parola, puoi ampliare il concetto; ma se non conosci il significato delle parole, non vai da nessuna parte. È dal lessico, quindi, che sempre si parte, e sul lessico si basa sempre l’organizzazione e la tradizione del sapere: riferimento di partenza è il lemma, ricavato dal processo di indicizzazione subìto dalle fonti e, al suo interno, il Liber glossarum spesso si “auto-replica” a distanza, come testimoniano vere e proprie liste di lemmi che si richiamano tra loro, errori compresi.

    Il lavorio alla base della composizione del testo mostra dunque i segni di una esplicita volontà di selezione e di una precisa rielaborazione; dimostra come il sapere passi attraverso la lingua e come i compilatori del Liber Glossarum lavorassero coscientemente e coscienziosamente per i propri lettori e si adoperassero, attraverso l’ordinamento alfabetico, per favorirli nella consultazione del materiale che stavano mettendo loro a disposizione e, nel contempo, tramandando anche alle future generazioni. Chi fossero questi compilatori, in che modo esattamente realizzarono il gigantesco glossario, chi ne diresse le diverse fasi e in quale area geografica precisa sono tutti interrogativi aperti. Ma lo strumento che oggi abbiamo a disposizione è un ottimo alleato per cimentarsi nella sfida di trovare (almeno alcune) risposte.

    © Martina Venuti 2016

  • Guida alla certificazione latina III

    Guida alla certificazione latina III

    Vogliamo parlare del livello A? Senz’altro più ‘facile’, richiede pur sempre una competenza lessicale e morfo-sintattica non da poco. Di base c’è un lessico frequenziale, fissato in 450 lemmi: che, arricchito di tutti i vocaboli facilmente deducibili dalla lingua italiana e da quelli che, magari non frequentissimi, sono però conosciuti da chi si serve dei più comuni manuali scolastici, consente di arrivare a ca. 600 lemmi presupposti come noti. Inoltre, è necessaria la conoscenza del programma completo di grammatica (morfologia e sintassi dei casi).

    La prova si articolava quest’anno in sei esercizi, miranti a verificare la comprensione globale di un testo (1 e 2); la sua comprensione analitica (3); le abilità morfosintattiche (4 e 5); la sintesi delle competenze (6). Oggi prenderemo in esame i primi tre esercizi; in un prossimo post, i restanti tre. Il testo proposto raccontava in sintesi le sorti della Britannia in età imperiale, ispirandosi liberamente al primo libro dell’Historia Ecclesiastica gentis Anglorum di Beda. Lo riporto qui di seguito, omettendo alcune facilitazioni linguistiche che erano presenti nel testo della prova:

     

    Anno ab urbe condita DCCXCVIII Claudius, imperator ab Augusto quartus, volens se ipsum utilem reipublicae ostendere principem, bellum ubique tulit et victoriam quaesivit. Itaque bellum in Britanniam movit; ideo insulam petivit, quam, neque ante Iulium Caesarem, neque post eum, quisquam adire ausus erat, ibique sine ullo proelio ac sanguine intra paucissimos dies plurimam insulae partem in deditionem recepit. Orcades etiam insulas, ultra Britanniam in Oceano positas, Romano adiecit imperio, ac sexto, quam profectus erat, mense Romam rediit, filioque suo ‘Britannicum’ nomen inposuit. Hoc autem bellum quarto imperii sui anno gessit. Ab eodem Claudio Vespasianus, qui post Neronem imperavit, in Britanniam missus, etiam Vectam insulam, Britanniae proximam, Romanorum imperio adiecit. Succedens autem Claudio in imperium Nero, nihil omnino in re militari ausus est: ideo, inter alia Romani multa regni detrimenta, Britanniam fere totam amisit; nam, Nerone imperatore, duo nobilissima oppida Britanniae capta atque subversa sunt ab hostibus. Hadrianus imperator murum, quod et vallum dicitur, fecit ad Britanniam defendendam; Severus autem imperator, cum vidisset, magnis gravibusque proeliis saepe gestis, partem insulae Britanniae ab indomitis gentibus receptam esse, vallo defendendam insulam putavit. Itaque Severus magnam fossam fortissimumque vallum turribus munitum a mari ad mare duxit. Severus apud Eboracum urbem morbo mortuus est. Reliquit duos filios, Bassianum et Getam; Bassianus ‘Antonium’ cognomen habuit et regno potitus est; imperium solus gessit et ‘Caracalla’ a populo vocatus est.

    Il primo esercizio, come nel livello B2, guidava alla comprensione generale del brano attraverso una parafrasi, in latino, che andava completata in alcuni elementi; all’esercizio ne faceva seguito un secondo, con domande a risposta chiusa, vero/falso. Si è preferito non sottoporre agli studenti il riconoscimento di un riassunto in italiano, cosa invece fatta per il livello superiore, perché ci si è accorti che spesso i ragazzi si servivano più di quello che del testo latino per svolgere gli esercizi successivi, non solo travisando lo scopo del test, ma anche compromettendone l’esito se per caso veniva scelta la risposta errata.

    Ecco dunque la parafrasi proposta, limitatamente alla prima parte del racconto:

    Claudius, qui quartus post Augustum rem Romanam acceperat, voluit se utilem Romanis monstrare; ergo, victoriae desiderio, multos _______ petivit. In Britannos bellum gessit: neque ante Iulium Caesarem neque post eum, ______ imperator ad insulam ivit; Claudius autem paucos dies pugnavit, paucos milites perdidit et, brevi ______, magnam insulae partem subegit. Post Orcadum deditionem, cum ______ revertit, filius eius ‘Britannicus’ vocatus est. Postea Vespasianus, qui ______ fuit post Neronem, iubente Claudio, in Britanniam ______ et insulam Vectam, quae in mari _______ Britanniam est, cepit. Nero imperator Claudium secutus est, sed fere nullum bellum ______, multa detrimenta imperio Romano intulit et fere totam Britanniam amisit: duae illustres civitates in hostium manus ceciderunt.

    Alla parafrasi si accompagnava un elenco di termini da inserire negli spazi rimasti vuoti, parole che, rispetto a quanto deciso per un esercizio affine del livello superiore, avevano la facilitazione di essere già flesse. Ciò consente naturalmente un più rapido riconoscimento della loro probabile collocazione, ma inevitabilmente utilizza un elemento ‘esterno’ alla pura comprensione del senso complessivo, cioè appunto la possibilità o meno di essere inseriti in un dato contesto su base grammaticale; tuttavia la cosa ci è parsa consona al livello ‘inferiore’ della prova e alla sua struttura più ‘grammaticalizzata’. C’era tuttavia una difficoltà ‘aggravante’: i termini forniti erano in numero maggiore rispetto al bisogno effettivo; bisognava dunque scegliere quelli davvero necessari. Eccone l’elenco:

    1.nemo  2.hostes  3.die 4.bonis  5.ex 6.ducebat 7.ullus 8.cives 9.domum 10.inter 11.tempore 12.apud 13.pro 14.eius 15.incepit 16.ducebatur 17.fortissimis  18.princeps  19.vallo  20.ivit

    cesare

    Come affrontare un simile esercizio? Dal momento che la parafrasi risulta semplificata e solitamente più sintetica rispetto al testo originale, credo che il modo migliore sia evidenziare, in primo luogo, gli elementi essenziali per lo svolgimento del racconto. Provo a farlo, sottolineando le parole e le espressioni che mi sembrano maggiormente importanti nella porzione di testo corrispondente:

    Anno ab urbe condita DCCXCVIII Claudius, imperator ab Augusto quartus, volens se ipsum utilem reipublicae ostendere principem, bellum ubique tulit et victoriam quaesivit. Itaque bellum in Britanniam movit; ideo insulam petivit, quam, neque ante Iulium Caesarem, neque post eum, quisquam adire ausus erat, ibique sine ullo proelio ac sanguine intra paucissimos dies plurimam insulae partem in deditionem recepit. Orcades etiam insulas, ultra Britanniam in Oceano positas, Romano adiecit imperio, ac sexto, quam profectus erat, mense Romam rediit, filioque suo ‘Britannicum’ nomen inposuit. Hoc autem bellum quarto imperii sui anno gessit.

    Ab eodem Claudio Vespasianus, qui post Neronem imperavit, in Britanniam missus, etiam Vectam insulam, Britanniae proximam, Romanorum imperio adiecit. Succedens autem Claudio in imperium Nero, nihil omnino in re militari ausus est: ideo, inter alia Romani multa regni detrimenta, Britanniam fere totam amisit; nam, Nerone imperatore, duo nobilissima oppida Britanniae capta atque subversa sunt ab hostibus.

    Nel complesso, è evidente di come si stia parlando delle azioni di tre generali, l’imperatore Claudio, Vespasiano agli ordini del primo, e il princeps Nerone. Del primo si sottolinea la sete di gloria, l’attività bellica di rapido successo in un luogo prima poco considerato, la Britannia e le isole circostanti, anche grazie all’aiuto di Vespasiano, che successivamente diventerà imperatore. L’impresa è così significativa che suo figlio ne trae il nome; Nerone, però, imperatore imbelle, perde gran parte del territorio conquistato.

    Adesso possiamo tornare alla nostra parafrasi. La prima cosa da fare è individuare la parte del discorso necessaria per riempire gli spazi; poi, riflettere sulle opzioni rimaste possibili, di numero volta per volta inevitabilmente limitato. Ad esempio, dopo multos non può che andare un sostantivo in accusativo maschile plurale, quindi la scelta si riduce a hostes (2) o cives (8) e il contesto obbliga ad optare per hostes, verso cui spinge anche la presenza del verbo petere, nel senso di ‘assalire’ (tutti i manuali riportano l’espressione petere hostes quando si studiano i diversi significati di questo verbo). Nel secondo spazio, dopo una virgola, per completare una frase che per altro già dispone di tutti gli elementi essenziali, l’ipotesi più plausibile è che si debba utilizzare un aggettivo maschile singolare: ullus (7). Sappiamo che anche nemo (1) può talvolta fungere da aggettivo, ma il senso negativo della frase ne impedisce la scelta. La presenza di un cum prima del quarto spazio richiede un attimo in più di attenzione per individuarne il valore di preposizione o congiunzione. Il significato dei termini disponibili in ablativo, tempore (11), fortissimis (17), vallo (19) portano ad escludere la valenza di preposizione a favore di quella di congiunzione e a ritenere necessario, per completare la frase, un complemento di moto a luogo legato a revertit: domum (9). L’identificazione di un verbo con cui riempire uno spazio è solitamente la difficoltà minore, data la centralità di quest’elemento all’interno della frase; al massimo, va suggerita un po’ d’astuzia: se compare il medesimo predicato del testo originario, la forma non sarà uguale, ma, come si verifica per esempio in una parte non riportata della parafrasi, ci sarà un passivo al posto dell’attivo, cosa facilmente riconoscibile dai ruoli sintattici degli elementi nominali: vallum turribus munitum erat et ducebatur (16) a litore ad litus, al posto dell’originario Itaque Severus magnam fossam fortissimumque vallum turribus munitum a mari ad mare duxit; da escludere quindi l’opzione ducebat (6). Qualche problema in più può creare l’individuazione dei connettivi o dei pronomi, i primi perché spesso non avvertiti come essenziali per l’articolazione di un testo, gli altri perché numerosi e spesso, come gli indefiniti, studiati magnis itineribus! Nella parte di parafrasi analizzata, per esempio, abbiamo et insulam Vectam, quae in mari _______ Britanniam est, cepit. La soluzione è facile: serve per forza una preposizione e solo apud (12) fra le tre a disposizione (le altre sono pro [13] e ex [5]) è seguita dall’accusativo e può consentire alla relativa di sostituire l’originario Britanniae proximam.

    Per svolgere con successo il secondo esercizio, bisogna porre attenzione ai dettagli, proprio a quelle ‘paroline’ che, l’abbiamo appena detto, sono meno familiari ai ragazzi; sempre in riferimento alla porzione di testo presa in considerazione, venivano proposte le seguenti affermazioni:

    1. Claudius voluit Romanorum imperio regiones adicere ut se bonum principem ostenderet
    2. Multi principes insulam Britanniam capere voluerunt, sed Caesar unus eam vicit
    3. Claudius multa proelia cum Britannis commisit ut insulae magnam partem subigeret
    4. Post Britanniam Claudius ipse et Orcades insulas et Vectam cepit
    5. Claudii filius ‘Britannicus’ vocatus est post Britannicum bellum
    6. Vespasianus in Britanniam ivit, postquam imperatori Neroni successit
    7. Cum Nero nulla proelia in hostes commisisset, Britannia fere tota amissa est
    8. Nero autem nulla alia detrimenta Romanis intulit: eo imperante, duas alias urbes Britanniae Romani ceperunt

    La veridicità della prima affermazione è pacifica e si evince sia dal testo originario che dalla parafrasi; anche la seconda è abbastanza evidentemente falsa, ma la corretta comprensione si basa sui multi principes contrapposti a unus Caesar che contraddice il dettato: neque ante Iulium Caesarem, neque post eum, quisquam adire ausus erat, parafrasato con neque ante Iulium Caesarem neque post eum, ullus imperator ad insulam ivit. Anche per la terza affermazione la parola chiave è multa, che ne denuncia la falsità, dato che nel testo si dice sine ullo proelio e la parafrasi, pur non parlando di battaglie, evidenzia lo scarso numero di giorni, di perdite e il breve tempo. Nella successiva la discriminante sta in ipse, dal momento che, nella realtà dei fatti, Vespasianus […] Vectam insulam […] Romanorum imperio adiecit, mentre, nella sesta asserzione, benché sia vero che Vespasiano è stato il successore di Nerone, la sua conquista si è svolta prima (ab eodem Claudio Vespasianus […] in Britanniam missus), non postquam imperatori Neroni successit.

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    Vengo infine all’ultimo esercizio che tratterò in questo post, volto a focalizzare alcuni dettagli del testo. In questo caso si trattava di una risposta multipla a quattro possibilità, una delle quali, spesso, è evidentemente sbagliata, mentre altre due fanno affermazioni parzialmente vere o non deducibili dal testo; ovviamente i ragazzi non devono aspettarsi di trovare, come risposta corretta, la frase esatta incontrata nel brano, ma una sua parafrasi o una sintesi o una inferenza immediata.

    Vediamo le ultime due proposte, tratte dalla seconda parte del brano:

    Quid fecit Nero?

    1. Nero, vir nullae virtutis, post Claudium princeps fuit, idemque Britanniam amisit
    2. Nero Britanniam amisit, sed alia bella pro imperio Romano gessit et multas provincias ei adiecit
    3. Nero Britanniam amisit sed nulla alia mala imperio Romano fecit
    4. Nero Britanniam amisit sed Vespasianus, ab eo missus, Vectam cepit.

     

    Quid fecit Severus?

    1. Severus voluit rursus Britanniam totam capere
    2. Severus Bassianum et Getam, suos filios, in Britanniam misit, ut eam defenderent
    3. Severus parvam fossam et vallum cum turribus fecit ut Britanniam defenderet
    4. Severus voluit defendere Britanniae partem quae ab hostibus capta non erat.

     

    Il primo quesito ha in tutte le risposte una parte di correttezza: Nero Britanniam amisit, ma solo la prima è completamente vera, affermando che Nerone fu il successore di Claudio e che fu uomo di nessun valore militare, cosa che nel testo è resa con nihil omnino in re militari ausus est, parafrasato da fere nullum bellum incepit. La seconda possibilità è contraddetta proprio da queste stesse frasi, la terza dal fatto che, nel brano originario e nella parafrasi, si parla di multa detrimenta causati dal princeps all’impero e l’ultima da quanto abbiamo già analizzato precedentemente, cioè la conquista di Vecta da parte di Vespasiano in tempi precedenti, sotto il principato di Claudio.

    La seconda domanda propone una possibilità del tutto fuorviante, la prima, in quanto nessun elemento del brano lascia inferire un tentativo di riconquista da parte di Severo. Anche la seconda risposta è poco plausibile: i figli dell’imperatore vengono citati solo per quanto concerne la successione, nulla viene detto della loro precedente carriera militare. Le altre due, ad un’occhiata superficiale, parrebbero corrette, ma il brano parla esplicitamente di magnam fossam, non di parvam. L’unica completamente esatta è quindi l’ultima, dal momento che nel testo si dice chiaramente: Severus autem imperator, cum vidisset, magnis gravibusque proeliis saepe gestis, partem insulae Britanniae ab indomitis gentibus receptam esse, vallo defendendam insulam putavit, riassunto e parafrasato con alterum vallum a Severo imperatore aedificatum est, quia propter magna et crudelia proelia pars insulae capta erat a ferocissimis populis.

    L’esercizio, certo, non è particolarmente complesso, ma forse, assieme a quello precedente, può favorire un obiettivo trasversale che prescinde strettamente dalle competenze della lingua latina: il miglioramento dell’attenzione e della precisione. Obbliga infatti gli studenti a un lettura puntuale, a soffermarsi sui particolari: cosa che, nella mia esperienza di insegnante, trovo sempre più disattesa. Molti errori derivano proprio da distrazione, da superficialità, da mancata lettura completa delle consegne.

    © Ilaria Torzi 2016       (il**********@***bg.it)

  • Guida alla certificazione latina II

    Guida alla certificazione latina II

    Continuo il percorso relativo alle prove della certificazione linguistica tenutesi lo scorso 27 aprile. Nel precedente post mi ero concentrato sul primo esercizio proposto per il livello B2, il più alto certificabile secondo lo schema in uso. In un progetto ideale che prima o poi si spera di veder realizzato, lo ricordo, questo è il livello che potrebbe essere riconosciuto sia dalle sedi universitarie che attualmente prevedono accertamenti di lingua latina all’atto di immatricolazione alle Facoltà umanistiche; sia da quelle che (stante l’autonomia di percorsi garantita alle singole sedi dalla normativa) preferiscono invece rendere questo accertamento parte integrante, ma preliminare, dell’esame di lingua e/o letteratura latina. Il livello dovrebbe anche garantire un riconoscimento di competenze a quanti vogliano svolgere un lavoro con il latino, ma non specificamente incentrato sul latino, come può essere il caso di chi trova impiego in un archivio o in una biblioteca.

    Avevamo dunque visto, nella puntata precedente, che la prova si apriva con un testo di Orosio dedicato alla storia di Ciro e della regina Tàmiri, che per comodità qui riporto, indicando in rosso le parti che saranno oggetto di indagine nel primo esercizio che commenterò:

    Cyrus proximi temporis successu Scythis bellum intulit. Quem Thamyris regina, quae tunc genti praeerat,cum prohibere transitu Araxis fluminis posset, transire permisit, primum propter fiduciam sui, dehinc propter opportunitatem ex obiectu fluminis hostis inclusi. Cyrus itaque Scythiam ingressus, procul a transmisso flumine castra metatus, insuper astu eadem instructa vino epulisque deseruit, quasi territus refugisset. Hoc conperto regina tertiam partem copiarum et filium adulescentulum ad persequendum Cyrum mittit. Barbari, veluti ad epulas invitati, primum ebrietate vincuntur, mox revertente Cyro universi cum adulescente obtruncantur. Thamyris exercitu ac filio amisso vel matris vel reginae dolorem sanguine hostium diluere potius quam suis lacrimis parat. Simulat diffidentiam desperatione cladis inlatae paulatimque cedendo superbum hostem in insidias vocat. Ibi quippe conpositis inter montes insidiis ducenta milia Persarum cum ipso rege delevit, adiecta super omnia illius rei admiratione, quod ne nuntius quidem tantae cladis superfuit. Regina caput Cyri amputari atque in utrem humano sanguine oppletum coici iubet, non muliebriter increpitans: “Satia te”, inquit, “sanguine quem sitisti, cuius per annos triginta insatiabilis perseverasti”.

    Sappiamo che il primo esercizio chiedeva di individuare il riassunto giudicato più esatto e preciso, fra tre proposti. Il riassunto esatto è questo:

    Di impresa militare in impresa militare, Ciro arriva in Scizia. Lì regna la regina Tamiri, che attende il momento propizio per predisporre un agguato al nemico invasore, e perciò lascia che entri indisturbato nel regno. È invece Ciro a preparare un tranello agli Sciti. Tamiri vi perde parte dell’esercito e il figlio. Assorbito lo smacco, medita vendetta e predispone la propria imboscata, indietreggiando. Ciro vi cade in pieno, e muore in combattimento. Tamiri ne deturpa il cadavere e gioisce della vendetta.

    Attraverso questo esercizio, si era sollecitati (e aiutati) a cogliere il senso complessivo della vicenda, e ad individuarne i punti chiave: un’operazione che non sempre si pratica nella prassi quotidiana, per accontentarsi a volte di una traduzione che non verifica se all’atto del tradurre corrisponde  anche una piena comprensione del testo tradotto. A quest’ultimo scopo mirano invece due esercizi della certificazione, che mi sembrano complessivamente abbastanza facili da realizzare, e che non sono del resto sconosciuti alla pratica di scuola – gli esercizi che vorrei discutere oggi.

    Il primo consisteva, molto semplicemente, nella richiesta di individuare alcune strutture grammaticali tipiche del latino. Non si tratta però di riconoscerle per dare loro un nome o la definizione grammaticale, ma di capire a chi o a che cosa esse si riferiscano all’interno del brano, e a quale scopo servano. Ecco le domande poste sul significato di alcune  frasi (o parti di frasi) nel contesto specifico del passo.  In rosso la risposta corretta

    (1) sui si riferisce a:  Ciro, re dei Persiani; la regina Tamiri; il figlio di Tamiri; il fiume Arasse                                                     

    (2) Indica a quale sostantivo si riferisce eadem: Thamyris; astus; castra; instructa

     (3) hoc si riferisce a: l’attraversamento dell’Arasse da parte di Ciro; l’abbandono dell’accampamento da parte di Ciro; l’ampia penetrazione di Ciro in Scizia; l’inganno preparato da Ciro in Scizia

    (4) adiecta è concordato con: ducenta milia; omnia; admiratione; Thamyris regina

    (5) illius rei si riferisce a: l’entità della sconfitta subita dagli Sciti; l’entità della sconfitta subita da Ciro; l’inganno causa della sconfitta subita dagli Sciti; l’inganno causa della sconfitta subita da Ciro

    Come si vede, le cinque domande si riferiscono alle forme pronominali e aggettivali (1, 2, 3, 5) e a un ablativo assoluto (4): cioè a parti della grammatica che, come esperienza insegna, sono in genere note agli studenti liceali e universitari laddove se ne chieda loro conto a livello di teoria; ma che spesso risultano invece difficili da riconoscere e risolvere quando se ne chieda loro una spiegazione puntuale nel contesto. Allo stesso tempo, come avviene soprattutto nel caso dei pronomi, sono parti la cui traduzione può anche essere abbastanza meccanica, ma che, appunto per questo, non garantiscono che chi li sta traducendo si sia davvero interrogato circa il loro senso e la loro necessità d’essere. Mi spiego: è facile immaginare che, dizionario alla mano, propter fiduciam sui sarebbe stato tradotto da coloro che se lo sono trovato davanti con “per la fiducia di sé” (o “in sé”, che peraltro costituisce già un passo avanti verso la comprensione e la resa in buon italiano). È però sintomatico che proprio la domanda numero 1 sia stata, possiamo dirlo, una di quelle alla quale sono state fornite più risposte sbagliate. Subito dopo, in una ideale graduatoria, vengono le domande riferite all’uso di hoc e  di illius rei; quindi l’ablativo assoluto. Il maggior numero di risposte esatte è andato invece alla domanda sul participio in funzione attributiva, instructa. Faccio ora l’esempio di un altro esercizio della prova, sul quale tornerò in un successivo post. Davanti alla frase magna illa Babylon, nunc paene etiam minima mora victa, capta subversaque est (che fa riferimento a un’altra impresa di Ciro, narrata piuttosto minuziosamente all’interno del nuovo esercizio) l’espressione minima mora victa è stata tradotta da molti come un ablativo assoluto, dimenticando che Babylon, come la quasi totalità dei nomi di città, è femminile (un fenomeno che si registra anche in italiano); che la successione triadica victa, capta, subversa, fatta di tre verbi che si rinforzano l’un l’altro e scandiscono i momenti della conquista, è una successione espressiva ed enfatica (la vittoria militare, victa; lo spandersi dei vincitori per le strade della città conquistata, capta; il saccheggio imposto a Babilonia, subversa – una successione usuale in qualunque descrizione di una città che ha capitolato dopo un lungo assedio, nei tempi antichi come in quelli moderni); infine, come vedremo meglio in seguito, senza rendersi conto che una traduzione del tipo “vinto/messo da parte ogni minimo indugio/ostacolo” (= minima mora victa, il presunto ablativo assoluto) era assolutamente contradditoria con quanto precedeva nel racconto, che di un ostacolo lungo e difficile da superare invece parlava (l’ostacolo costituito dall’Eufrate, fiume gigantesco, che Ciro ha dovuto rendere guadabile con un lavoro immane per tempo impiegato, proporzioni dell’opera, audacia del progetto). Ma anche dietro questo errore, come dietro agli altri segnalati nell’esercizio preso precedentemente in esame, riconoscerei un errore di prospettiva, che non è degli studenti, ma del nostro atteggiamento verso il latino: e cioè l’idea che i testi latini servano ad applicare (e quindi, a seconda delle circostanze, ad esemplificare o verificare) delle regole grammaticali, e non a sviluppare un racconto dotato di senso. Per questo, di fronte all’alternativa “ablativo assoluto apparentemente perfetto ma dal senso contradditorio con il resto” vs “senso consequenziale e quindi un costrutto (logico, grammaticale, stilistico) da cercare come alternativa all’ablativo assoluto inizialmente supposto” (ma del tutto incongruente con la situazione), la prima ipotesi ha stravinto sulla seconda. Per inerzia, per pigrizia, per abitudine…

    Accompagnare la versione con facili (e poche) domande come quelle proposte dall’esercizio qui analizzato, non sembra particolarmente difficile, né una proposta tale da stravolgere la didattica quotidiana. Alcuni eserciziari già lo fanno, ma non sempre concentrandosi, come dovrebbero, solo e unicamente sul senso della versione proposta: cosicché l’efficacia della proposta si perde, a mio giudizio, non poco. Siamo però sicuri di avere sempre applicato un simile metodo? Abbiamo davvero abituato i nostri studenti, di ogni ordine e grado, a interrogarsi in questo modo sul testo? Oppure ci siamo spesso accontentati di una traduzione “secca”, senza interrogarci circa il livello di comprensione del testo che stava all’origine di quella traduzione? L’esercizio proposto dalla certificazione è un invito a cercare di evitare questi comportamenti, e di farli evitare ai nostri studenti, insegnando loro, come è essenziale che sia, che i testi sono prima di tutto storie o argomentazioni, e che come tali vanno quindi seguiti nel loro sviluppo narrativo e logico.

    A questo scopo mirava anche un altro esercizio della prova, sul quale mi dilungo poco, perché usuale in qualsiasi certificazione, di qualsiasi lingua si tratti. Dato un testo (nel nostro caso, sempre il passo di Orosio sopra riportato) è infatti abbastanza normale che si chieda di verificare l’esattezza o meno di certe affermazioni ad esso relative. In classe questo esercizio si potrà fare con facili domande, anche in italiano. Nella prova di certificazione, per coerenza, le frasi da valutare sono in un latino di facile comprensione. Chi si è sottoposto alla prova doveva infatti indicare, con una semplice spunta, se a suo giudizio un’affermazione fosse vera o falsa. Ecco le frasi sottoposte a giudizio:

    (1) Thamyris maiore dolore affecta est ob filii mortem quam ob exercitus caedem

    (2) Cum Cyrus castra reliquisset, Thamyris exercitum misit ut iis potiretur

    (3) Thamyris usque ad extremum fiduciam sui servavit

    (4) Cyrus profligatus est quia cedendo in insidias incidit

    (5) Thamyri lacrimis dolor diluendus visus non est

    Le prime due sono evidentemente false (il testo parla di un dolor equamente diviso fra l’essere mater e regina della donna; il figlio viene mandato all’inseguimento di Ciro, non a conquistare l’accampamento da questi abbandonato); è invece vera la terza, perché, come sappiamo, la fiducia sui è proprio la cifra che caratterizza Tàmiri, che mai si perde d’animo. A cedere è lei – o meglio, a fingere di cedere, come già abbiamo avuto occasione di verificare: falsa è dunque anche la quarta frase; parte della fiducia della regina sta nella decisione di diluere il suo dolore con il sangue dei nemici, non con le proprie lacrime, cosa che poi realizza in modo cruento. Dunque, anche la quinta affermazione è vera.

    Come ho detto prima, un repertorio di domande di tal genere è relativamente facile da costruire; ma è ancora più facile costruirlo insieme. Basta che ognuno carichi, usando la funzione “Leave a reply” un testo di breve misura, e le affermazioni che quel testo gli suggerisce come adatte a un simile esercizio. Confido nell’aiuto e nella partecipazione di tutti!

  • Tibullo poeta d’amore? III. Nemesi

    Tibullo poeta d’amore? III. Nemesi

    Il terzo ciclo all’interno del liber tibulliano dovrebbe essere, a rigor di logica, quello dedicato a Nemesi. La donna compare per la prima volta nella terza elegia del secondo libro e in forme più o meno fuggevoli occupa di sé tutti i componimenti da lì alla fine del libro, incluso il numero cinque, di fatto dedicato alla assunzione del figlio di Messalla nel collegio dei quindecimviri (ma in un fuggevole accenno finale, Tibullo sostiene di dover interrompere la composizione e non poter cantare oltre il giovane Messalla, perché troppo preso dal pensiero di lei). Eppure, quello che sosterrò ora un po’ provocatoriamente è che non esiste un vero ciclo di Nemesi, perché la donna, fedele al suo nome e alla funzione vendicativa che il suo nome suggerisce, in realtà non conosce nessuna delle evoluzione e dei passaggi previsti nelle puntate precedenti di questa rassegna tibulliana. Nemesi da subito, fin dalla sua prima apparizione, è un personaggio avido e desideroso di dona e di praeda. Questa immagine non conosce evoluzione, non conosce variazione. Delia, come abbiamo visto, dopo una menzione quasi casuale nella prima elegia del primo libro, diviene una figura dai tratti ben definiti, una sua storia, una continua interrelazione con il poeta, un’evoluzione in sé e nei suoi rapporti con Tibullo, che reagisce al di lei evolversi ma è anche motivo del di lei evolversi. Stessa cosa si può dire per Marato, pur nella specificità di quella situazione, e nella maggiore compressione dei tempi del suo sviluppo. Nemesi è invece sempre uguale a sé stessa. Nulla si può dire di lei, della sua vita, della sua persona, tranne che per due dettagli fugaci e non ben sviluppati che appaiono, guarda caso, nell’elegia conclusiva del ciclo e del libro: uno è la sua natura fors’anche onesta, ma viziata dalla presenza della solita ruffiana (un’idea che Tibullo aveva già sviluppato nel caso di Delia, e sulla quale quindi ora non insiste troppo, ma che, stando nel finale del libro, ci consegna il solito Tibullo incerto e titubante, che anche dopo aver preso risoluzioni drastiche è sempre disposto a tornare sulle scelte fatte); l’altro è il riferimento a una sorella morta in circostanze drammatiche. Un dettaglio, questo, che è di quelli che non si inventano e non appartengono a un topos narrativo: cosicché è l’unico dato reale, o almeno realistico, della biografia di questa donna, l’unico elemento che ci assicura trattarsi di una persona fors’anche davvero esistita, e non solo di un simbolo. Ma non è come persona reale che la tratta normalmente Tibullo: Nemesi per lui è una funzione narrativa, e le funzioni narrative, si sa, non hanno storia, non hanno evoluzione.

    Chi è allora il vero protagonista del libro? Ecco la mia idea: sono i rura, intesi come immagine della campagna che il poeta si è autoproiettato all’interno delle sue elegie, e che ama proiettare al lettore. Rispetto a questo tema, Nemesi è solo subordinata: è l’elemento necessario a creare l’evoluzione del racconto e a dare alla storia una parvenza esteriore di vicenda amorosa, come si compete all’elegia. Se sette sono, come indicato nelle puntate precedenti, i passaggi obbligati di una buona storia d’amore, Nemesi non conosce che gli ultimi due, o meglio conosce solo la sesta tappa (quella della diffidenza reciproca), perché anche la settima non è così sicura (il discidium forse ci sarà, forse no; e comunque, se ci sarà, non potrà richiamarsi nostalgicamente a un tempo felice che non è mai esistito). Non cosi per i rura. Nel primo libro essi sono un ideale di vita, entro il quale naturalmente deve starci anche un amore a-problematico con una puella che eserciti le funzioni della perfetta domina rustica e si faccia compagna di vita; poi, essi diventano il contenitore ideale per la specifica storia d’amore con Delia (I 2 e I 5), vista prima come possibile – finché Delia è una sposa possibile – poi come impossibile e perduta, quando Delia si rivela inaffidabile, dedita solo alla ricerca di un guadagno immediato. Ma essenziale è quanto ho appena detto della elegia proemiale: nella quale i campi sono un contenitore di per sé stessi, un luogo dove sarebbe bello vivere, meglio ancora se con una domina da tenere al fianco, specie nelle lunghi notte invernali; elemento tuttavia non indispensabile, dal quale non dipende la bellezza della vita in campagna, anche se la corona e completa. La bellezza dei campi sembra qui piuttosto corrispondere all’ideale antico di una vita semplice ma autosufficiente, in una proprietà di dimensioni sufficienti per avere pascua, messes, una silva e, soprattutto, una pubes agrestis (I 1) che poi si specificherà come turba vernarum (gli schiavi nati in casa, I 5 e II 1: quindi, anche i loro genitori dovevano essere schiavi domestici e la familia si rivela abbastanza ampia per esentare il dominus dal lavoro in prima persona, salvo che come vagheggiamente e possibilità non concreta, da fare interdum e senza troppa convinzione).

    L’elegia I 1 non racconta una realtà, ma un sogno, vuoi perché Tibullo vive in città (come si apprende dall’elegia successiva: e lì sta anche Delia, tutt’altro che la rustica domina vagheggiata in precedenza), vuoi perché il poeta è al seguito di Messalla, come gli capita più volte nel corso del liber. L’elegia delinea un traguardo, non un dato biografico: qualcosa di inattuato (non però di inattuabile: le forme al congiuntivo sono sempre al presente), verso il quale aspirare, ma che è lontano da sé. Le elegie per Delia specificano meglio questa idea, subordinando la conquista della campagna alla conquista di Delia, cosicché il fallimento della storia amorosa provoca l’allontanamento dalla vita nei campi. Questi tornano a farsi presenti nell’elegia I 10, l’ultima del primo libro, che chiude così circolarmente il percorso iniziato nell’elegia proemiale. Qui Tibullo si dice richiamato in guerra (v. 13 nunc ad bella trahor), e ciò lo pone di fronte al dilemma se abbandonare o meno ogni sogno di vita in campagna. Di fronte alle due possibilità, opta per mettere da parte la vita militare. Sceglie la campagna e la pace che (Vergilius docet) alla campagna normalmente si associa. Diciamo che questo potrebbe essere, stando allo schema indicato nelle puntate precedenti, il momento della scelta per i campi, non solo quello del loro vagheggiamento amoroso (I passo, coincidente qui con l’elegia I 1), ma anche del loro “corteggiamento” (II passo) e del desiderio di conquista.

    Nell’elegia proemiale del secondo libro (II 1) il tono cambia totalmente. Ora Tibullo è un vero proprietario terriero, che vive fra i suoi poderi, ne controlla la coltivazione, vi compie le dovute cerimonie religiose, estende perfino il suo ruolo ai vicini, che invita alla festa con il fare di un patronus che si rivolge ai suoi clientes. Se anche il campo è povero (l’ideale dei pauca iugera, del relictum solum, che era proprio già di Virgilio) basta a soddisfare i suoi bisogni e a conferirgli dignità. E’ il momento della pienezza della passione. Non ci sono ombre in questo ritratto; e non ci sono nemmeno donne. C’è una villica senza nome, che com’è giusto accompagna il dominus nelle cerimonie e le completa per la parte di sua competenza. Ma che non è né Delia né Nemesi: è la giusta e santa madre dei legittimi figli, quella che Delia avrebbe potuto divenire, ma Nemesi non potrà mai essere. Perfino Amore, il dio, in questo contesto diventa inoffensivo. Egli, dice Tibullo, è nato in campagna (una variazione mitografica, per quanto ne sappiamo), e quindi risparmia il mondo dei campi. Non che non vi si faccia sentire, ovviamente. Ma agisce senza drammi, senza ferite. Tutto è pacificato, perfino lui.

    Su questo grande idillio piomba poi Nemesi. Ci piomba dall’esterno, come il dives amator di Delia, come Foloe nella vita di Marato. Con Nemesi, piomba anche una scoperta inattesa: anche i campi sono soggetti a quella “legge economica” che si era vista per Delia e per Marato. Nella prima elegia che la nomina (II 3), Nemesi è infatti in campagna. Ma non la campagna dell’Io poetico, bensì quella di un altro, un rivale, un dives (anzi ditior) amator, che in questo caso è un ditior possessor. Se i campi possono essere considerati un soggetto economico, motivo per attirare puellae, possibile fonte di praedae e di dona, ne consegue che chi più ne possiede, più ha speranze in amore. La campagna, cioè, non è più un rifugio e una garanzia di pace: lo è solo se è ricca. La campagna è una (fonte di) praeda per le puellae insaziabili, non l’innocuo recipiente di amori spassionati. E’ fonte di dona, che non possono però più essere i semplici frutti di una terra più o meno povera: devono essere i soldi necessari a comprare vesti, oro, gioielli, prodotti cosmetici. E dunque, devono produrre denaro, o convertirsi in denaro. Fine dei pauca iugera, fine dei sogni (virgiliani) di autarcheia e di inemptae dapes. Fine anche della dignità sociale conferita – secondo il sentire romano – solamente dal possesso dei campi!

    Per ottenere denaro liquido, i campi vanno venduti: è quello che, paradossalmente, Tibullo propone nell’elegia I 4. E poco importa se così se ne vanno anche la libertà e la dignità ereditate dagli avi; convertiti in denaro liquido, i campi possono essere re-investiti in vesti, oro, gioielli ecc. Tutte le cose che Nemesi (e tutte le Nemesi del mondo) possono davvero desiderare. Nell’ultima elegia (II 6) i campi non tornano praticamente più, se non come immagine figurata. Il discidium da loro si è ormai consumato. Tibullo torna a porsi il problema se la sofferenza amorosa possa essere vinta con la vita militare: lo stesso dilemma che chiudeva il primo libro, ma che ora riceve una risposta opposta alla precedente. Sì, la milizia è una buona cura; non per sé, che non la saprà mettere in atto, ma per altri sì. Del potere dei campi, della pace, della vita tranquilla e sicura qui non si parla. Tibullo sceglierà di restare vicino a Nemesi, perché sa di essere debole e perché come tutti gli amanti è dominato dalla Speranza – una divinità che illude sempre, ma alla quale non sfugge nessuno: non lo schiavo che canta alla catena; non il pesce che si lascia prendere all’amo; non il contadino che affida i semi ai solchi. committere semina sulcis è frase tibulliana, ed era frase virgiliana. E’ l’atto stesso della coltivazione, atto di speranza e di fiducia. Che nella prima elegia del primo libro, all’inizio del percorso, era vista come una realtà sicura e garantita: si semina, e ne proviene una messe; si semina, e si attende la vendemmia. Qui, invece, viene negata la legge stessa; peggio, la si irride; peggio: la si trasforma in exemplum di un comportamento folle e irrazionale, e poco importa che sia la scelta del poeta, la sua debolezza estrema. Corrotti dall’oro e dall’umana cupidigia, i campi sono divenuti qualcosa di estraneo da sé, qualcosa da cui allontanarsi. La distanza dalla prima elegia, e dall’ideale romano, non potrebbe essere maggiore.

    © Massimo Gioseffi, 2016

  • Guida alla certificazione latina I

    Guida alla certificazione latina I

     

    Mercoledì 27 aprile si sono svolte le prove della certificazione latina 2016, che ora sono in fase di correzione. I testi e gli esercizi proposti sono però già disponibili sul sito dell’USR della Lombardia, e allora, in attesa degli esiti, è possibile ragionare un poco sull’intera operazione, così da valutare gli esercizi che la costituivano, come ci si sarebbe dovuti preparare ad affrontarli o come bisognerebbe preparare gli studenti ad affrontarli, quale ricaduta didattica essi possono avere. Incominciamo dal livello B e dalle prove di quel livello, esaminandole una per una. Questo post lo dedico all’esercizio 5 della prova B1, che coincideva con l’esercizio 1 della prova B2.

    Il testo proposto narra la morte di Ciro, ad opera di Thamyris (Tàmiri, detta anche Tòmiri), regina degli Sciti (o dei Massageti), alla quale Ciro aveva precedentemente ucciso il figlio. Il mito, raccontato da Erodoto, ha poi tutta una serie di riprese sia fra gli autori greci che fra gli autori latini. Quella che leggiamo è la versione di Orosio, della quale si ricorda anche Dante, nel XII canto del Purgatorio. Il celebre ritratto di Andrea del Castagno e un dipinto di Rubens costituiscono un’ulteriore testimonianza  della fama della vicenda.

    Tomyris-Castagno

    (Andrea del Castagno)

    Tomiris

    (Rubens)

     

    Ecco dunque il testo di Orosio:

     

    Cyrus proximi temporis successu Scythis bellum intulit. Quem Thamyris regina, quae tunc genti praeerat,cum prohibere transitu Araxis fluminis posset, transire permisit, primum propter fiduciam sui, dehinc propter opportunitatem ex obiectu fluminis hostis inclusi. Cyrus itaque Scythiam ingressus, procul a transmisso flumine castra metatus, insuper astu eadem instructa vino epulisque deseruit, quasi territus refugisset. Hoc conperto regina tertiam partem copiarum et filium adulescentulum ad persequendum Cyrum mittit. Barbari, veluti ad epulas invitati, primum ebrietate vincuntur, mox revertente Cyro universi cum adulescente obtruncantur. Thamyris exercitu ac filio amisso vel matris vel reginae dolorem sanguine hostium diluere potius quam suis lacrimis parat. Simulat diffidentiam desperatione cladis inlatae paulatimque cedendo superbum hostem in insidias vocat. Ibi quippe conpositis inter montes insidiis ducenta milia Persarum cum ipso rege delevit, adiecta super omnia illius rei admiratione, quod ne nuntius quidem tantae cladis superfuit. Regina caput Cyri amputari atque in utrem humano sanguine oppletum coici iubet, non muliebriter increpitans: “Satia te”, inquit, “sanguine quem sitisti, cuius per annos triginta insatiabilis perseverasti”.

    La prova prevedeva di scegliere, fra tre riassunti in gran parte molto simili, quello giudicato più esatto e preciso. L’esercizio ovviamente mira a verificare la capacità di comprensione del brano da parte dei suoi lettori, senza passare necessariamente dalla traduzione di tutto il testo. In fondo, quando leggiamo un romanzo in una lingua moderna, non comprendiamo di norma tutte le parole di ogni pagina; ma se vogliamo leggere il romanzo, di ogni pagina dobbiamo capire il senso generale, altrimenti la lettura non procede. Nel predisporre le prove si è scartata l’idea di richiedere un riassunto del brano direttamente ai candidati, perché questo avrebbe messo in gioco in misura troppo forte una serie di abilità, pur importanti e imprescindibili (come cogliere il punto centrale della narrazione; saperlo esprimere in italiano corretto ecc.) che esulano dalla competenza specifica della lingua latina. Queste competenze, naturalmente, non possono essere del tutto azzerate, perché fanno parte della nostra capacità di intendere un testo, qualunque testo, in qualunque lingua lo si legga: ma il loro dispiego andava ridotto il più possibile, e così si è cercato di fare. In una classe, al contrario, si potrà pensare di esercitare i ragazzi facendo sviluppare a loro stessi il riassunto dei brani proposti. Lo vedo anzi come un compito prioritario delle letture in latino: trasformare i testi tradotti in narrazioni (o in argomentazioni) continue, che abbiano un senso e una logica, che, come disse uno studente anni fa, “trasformino le versioni in storie” (o in argomentazioni): perché i ragazzi odiano le versioni, ma sono attratti dalle storie e dai ragionamenti sensati. Passo successivo dovrà essere, poi, quello di insegnare a riconoscere che ci sono delle ricorrenze nella struttura dei brani, e che riconoscere quelle ricorrenze vuol dire essere in grado di capire l’andamento della storia (o del ragionamento) senza bisogno di ricorrere alla sua traduzione puntuale – esattamente come facciamo quando leggiamo in una lingua moderna.

     

    Quelli che vi riporto sono i sommari proposti:

     

    Di impresa militare in impresa militare, Ciro arriva in Scizia. Lì regna la regina Tamiri, che attende il momento propizio per predisporre un agguato al nemico invasore, e perciò lascia che entri indisturbato nel regno. È invece Ciro a preparare un tranello agli Sciti. Tamiri vi perde parte dell’esercito e il figlio. Assorbito lo smacco, medita vendetta e predispone la propria imboscata, indietreggiando. Ciro vi cade in pieno, e muore in combattimento. Tamiri ne deturpa il cadavere e gioisce della vendetta

     

    Di impresa militare in impresa militare, Ciro arriva in Scizia. Lì regna la regina Tamiri, che non si preoccupa troppo dell’invasore, e perciò lascia che entri indisturbato nel regno. È invece Ciro a preparare un tranello agli Sciti. Tamiri vi perde parte dell’esercito e il figlio. Assorbito lo smacco, medita vendetta e predispone la propria imboscata, incalzando il nemico. Ciro vi cade in pieno, e muore in combattimento. Tamiri ne deturpa il cadavere e gioisce della vendetta.

     

    Di impresa militare in impresa militare, Ciro arriva in Scizia. Lì regna la regina Tamiri, che prima non si dà pensiero dell’invasore, poi attende il momento propizio per predisporre un agguato al nemico invasore. Fino ad allora, lascia che entri indisturbato nel regno. È invece Ciro a preparare un tranello agli Sciti. Tamiri vi perde parte dell’esercito e il figlio; inizia perciò a indietreggiare impaurita, finché Ciro non cade a sua volta in pieno in un’imboscata e muore in combattimento. Tamiri ne deturpa il cadavere e gioisce della vendetta.

     

    Che tipo di lavoro si può fare di fronte a un esercizio del genere? Io penserei che, dopo aver letto il brano di Orosio, il lavoro sia da svolgere inizialmente sulle tre parafrasi. È evidente che presentano alcune parti comuni e talune divergenze. La frase iniziale, ad esempio, è identica in tutte e quindi non merita particolare attenzione. In una collazione dei tre sommari, due punti emergono come luoghi di differenziazione fra testo e testo. Nella seconda frase si legge infatti (ho evidenziato in rosso le differenze):

     

    Lì regna la regina Tamiri, che attende il momento propizio per predisporre un agguato al nemico invasore, e perciò lascia che entri indisturbato nel regno

    Lì regna la regina Tamiri, che non si preoccupa troppo dell’invasore, e perciò lascia che entri indisturbato nel regno

    Lì regna la regina Tamiri, che prima non si dà pensiero dell’invasore, poi attende il momento propizio per predisporre un agguato al nemico invasore. Fino ad allora, lascia che entri indisturbato nel regno

     

    Dopo di che, dopo una parte ancora comune, relativa all’agguato predisposto da Ciro, alla morte del figlio di Tamiri e alla decisione di vendicarsi presa dalla regina, ecco ancora delle differenze nel descrivere la tattica adottata dalla donna:

     

    – …medita vendetta e predispone la propria imboscata, indietreggiando

    – … medita vendetta e predispone la propria imboscata, incalzando il nemico

    – …inizia perciò a indietreggiare impaurita

     

    Il finale è di nuovo identico in tutte le versioni. Due sono allora i punti di snodo: Tamiri lascia avanzare Ciro nel suo regno perché attende il momento propizio per attaccarlo (evidentemente fiduciosa che un momento del genere prima o poi ci sarà), oppure perché noncurante? Ammetto che la differenza può essere sottile, anche molto sottile, e andrà strettamente calibrata. Nel secondo caso, le tattiche sono più marcatamente diverse: nel primo e nel terzo riassunto, infatti, Tamiri indietreggia, nel seconda avanza e incalza gli invasori. A fare la differenza fra il primo e il terzo riassunto è l’atteggiamento della regina: già decisa alla vendetta in un caso, impaurita nell’altro. Qui le differenze non sono troppo sottili…

     

    Ora si tratta di cercare i corrispondenti passaggi nel testo. Naturalmente, bisognerebbe poter entrare nella mente di ogni lettore, nella sua capacità di cogliere le sfumature della lingua, di suddividere le frasi. Non essendo in grado di farlo, mi limito a segnalare i punti che do per sicuramente riconosciuti: la prima distinzione si riferisce all’avere lasciato passare Ciro primum propter fiduciam sui, dehinc propter opportunitatem ex obiectu fluminis hostis inclusi; la seconda, al fatto che la regina simulat diffidentiam desperatione cladis inlatae paulatimque cedendo superbum hostem in insidias vocat. A questo punto si tratta di interrogarsi sulle parole latine: il fatto che Tamiri abbia da subito in mente di poter contare sulla fiducia sui e sulla opportunitas locorum (primum…dehinc sono ragioni che si sommano all’interno di un piano strategico, non reazioni diversificate da una distinzione di piani temporali) è espressione di noncuranza o di baldanza? E il simulare diffidentiam cedendo a quale delle tre strategie evocate prima corrisponde? Il verbo cedere impedisce di pensare a un inseguimento delle truppe di Ciro, dunque il riassunto numero 2 è sicuramente da scartare. La fiducia sui sembra espressione di baldanza più che di noncuranza; l’avere in mente da subito una strategia pure; il simulare diffidentiam implica che Tamiri si finga impaurita, ma non lo sia (come insegniamo tutti a lezione, simulare è fingere ciò che non esiste; dissimulare nascondere ciò che esiste). Il che esclude, mi pare, anche il riassunto numero 3. Dopo di ciò, la scelta è fatta!

     

    Fin qui ho descritto le operazioni che si immaginano debba fare lo studente. Ma il docente? Il docente può decidere di adottare abbastanza abitualmente un esercizio del genere o, come dicevo, lo può perfezionare e realizzare in forme leggermente diverse, facendo costruire i riassunti direttamente ai ragazzi, oppure concentrando l’attenzione e le domande su un singolo punto, che gli sembri particolarmente importante, del racconto. Quello che trovo essenziale è che l’insegnamento punti a cogliere il cuore del ragionamento proposto dal brano: nel nostro caso, l’eccessiva sicurezza di Tamiri, che è la causa prima della morte del figlio, esposto allo scontro con un avversario più astuto di lui; poi, il fatto che, una volta sentitasi sfidata da Ciro, quella stessa sicurezza che la caratterizzava da sempre abbia portato all’adozione di uno stratagemma vincente in cui adesso è l’altro, insuperbito dalla vittoria e dal precedente così facilmente risolto, a cadere a capofitto. Una tragica gara tra furboni, insomma, nella quale Orosio mette in evidenza una serie di meccanismi psicologici di un certo interesse. Su questo si potrà ulteriormente lavorare in seguito, così da rendere il testo motivo di qualche ulteriore curiosità.

     

    Ci sono altre possibilità di lavoro analogo? Qualunque testo, naturalmente, si presta all’esercizio proposto. È invece vero che mancano, a mia conoscenza, repertori di prove in grado di aiutare gli insegnanti. E allora, ecco la mia idea. Questo sito è nato per condividere materiale e proposte, didattiche e non. Se ognuno di noi utilizza la funzione “leave a reply” presentando un testo e tre riassunti costruiti a questo modo, in breve avremo un meraviglioso repertorio di esercizi, a disposizione di tutti. Io stesso do il buon esempio, caricando un esercizio analogo proposto in un certamen di un liceo milanese. Ma attendo fiducioso altre prove, altre proposte…

     

     

     

     

  • A modest proposal

    A modest proposal

    A differenza di Swift, non sono sicuro che quanto vengo proponendo si possa definire «un metodo onesto, facile e poco costoso, atto a rendere i giovani parte sana ed utile della comunità» – e anzi, non sono sicuro che non si tratti da parte mia di un peccato di hybris. Fornisco però un possibile percorso didattico, sperimentato con qualche successo nelle aule universitarie, fra studenti dell’esame di latino per non specialisti. Può funzionare anche nelle scuole? Mi piacerebbe che qualcuno dei lettori di questo sito, se ci sono lettori di questo sito, lo verificasse dal vivo, e facesse sapere il proprio giudizio. Assieme, è possibile elaborare altri percorsi e altre proposte; da soli, ognuno combatte la propria battaglia. Non è necessariamente un male: ma forse, oggi più che mai, sapere dove vogliamo andare può essere un aiuto per tutti.

    Alla parte pratica di commento hanno collaborato Letizia Forte (per gli esercizi) e Luciana Preti (per le note di lessico), che qui ringrazio.

     

    Valerius Maximus, Facta et Dicta Memorabilia III.1.1 – De indole

    Aemilius Lepidus, puer etiam tum, progressus in aciem hostem interemit, civem servavit. Cuius tam memorabilis operis index est in Capitolio statua bullata et incincta praetexta senatus consulto posita: iniquum enim putavit eum honori nondum tempestivum videri, qui iam virtuti maturus fuisset. Praecucurrit igitur Lepidus aetatis stabilimentum fortiter faciendi celeritate duplicemque laudem e proelio rettulit, cuius eum vix spectatorem anni esse patiebantur: arma enim infesta et destricti gladii et discursus telorum et adventantis equitatus fragor et concurrentium exercituum impetus iuvenibus quoque aliquantum terroris incutit, inter quae gentis Aemiliae pueritia coronam mereri, spolia rapere valuit.

     

    PRESENTAZIONE (a cura del docente)

    Valerio Massimo e Livio raccontano come due figure ‘socialmente deboli’ del mondo latino, un bambino e una donna, avessero potuto essere insignite dell’onore di una statua, gratificazione per lungo tempo negata agli uomini di Stato, che se ne potevano altrimenti troppo insuperbire…

    La prima storia è quella della statua concessa dal Senato (senatus consulto posita) per onorare il giovane Emilio Lepido (non sappiamo di chi esattamente si tratti; la famiglia è ben attestata, e ha una sua rilevanza fino all’età augustea), che, avendo partecipato a un combattimento non meglio specificato in una guerra non meglio precisata, prima di avere l’età per essere ufficialmente arruolato, non solo non si era spaventato, ma anzi si era guadagnato una serie di riconoscimenti uccidendo un comandante nemico (di cui aveva quindi riportato gli spolia, l’armatura divenuta sua per diritto di vincitore), salvando anche la vita a un concittadino (dal che la corona civica, una sorta di equivalente dell’odierna medaglia al valore). Il Senato, però, aveva voluto che la statua, posta sul Campidoglio (il colle sacro di Roma) esibisse in bella evidenza i segni della pueritia di Emilio, effigiando il giovane con al collo la bulla, l’amuleto prima di cuoio, poi di cuoio o di oro, a seconda del ceto dei genitori, che i ragazzi portavano come protezione contro i rischi e i pericoli della vita (vedi immagini nrr. 1 e 3); e, con la bulla, aveva voluto che Emilio indossasse nella sua effigie anche la toga praetexta, cioè la toga intessuta (texta) intorno all’orlo (prae-) di un filo rosso, simbolo dell’inviolabilità del bambino [la toga praetexta era infatti portata anche dai magistrati durante l’esercizio delle loro funzioni, vedi immagine nr. 2, peraltro una ricostruzione al computer].

    Valerio è un retore della prima età tiberiana, che scrive per i retori, perché nelle loro orazioni (o negli esercizi all’interno delle scuole di retorica) essi possano trovare facilmente degli exempla da riutilizzare. Per questo la sua raccolta, Facta et dicta memorabilia, è organizzata per virtù, tutte ben evidenziate e catalogate, così da essere facilmente sfruttabili. Il libro terzo si apre con un capitolo, intitolato De indole (indolis, come ingenium, è la somma delle qualità innate di una persona) che dà voce al topos del puer senex (come lo chiamerà Curtius nel 1948): bambini cioè che, già nei loro primi anni di vita, mostrano le caratteristiche che li contraddistingueranno da adulti, e rivelano dunque una cura virilis. I casi addotti da Valerio sono tre: Catone Uticense, inflessibile già a quattro anni; Cassio, che medita il tirannicidio fin dai banchi di scuola; e, appunto, Lepido, intrepido sin dalla sua prima fanciullezza.

    Valerio enuncia subito il thema del suo racconto, ossia il suo argomento. Nel finale, riprende circolarmente le stesse idee espresse nella prima frase, solo con una variazione nell’esposizione a chiasmo delle azioni di Emilio e nel passaggio dal concreto (Aemilius Lepidus etiam tum puer) all’astratto (gentis Aemiliae pueritiae = Aemilius Lepidus puer); una piccola variazione si osserva anche nell’indicazione delle gesta del ragazzo, cui nel finale si sostituiscono le ricompense pubbliche ricevute per quelle stesse gesta (hostem interemit = spolia rapere valuit // civem servavit = coronam civicam mereri valuit). Dopo l’esposizione del thema, Valerio offre, come prova di quanto dice (index: lett. ‘accusa/accusatore’, quindi anche ‘prova provante’ a favore dell’accusa o, come qui, di una precedente affermazione, ora confermata nei fatti), la menzione della statua di Emilio posta sul Campidoglio, della quale offre una breve descrizione (la statua è perduta, ma il basamento è ancora visibile nei Musei Capitolini). Il resto è pura retorica.

    nerochildtoga praetextapuer bullatus

    immagine 1 = statua di Nerone bambino, con la bulla e la praetexta

    immagine 2 = ricostruzione al computer di statua di magistrato, con la praetexta

    immagine 3 = statua di bambino, con bulla e praetexta

     

    COMMENTO TESTUALE (a cura del docente)

    Struttura del testo
    Il passo si apre con l’esposizione dell’argomento che verrà poi trattato, il thema come si è detto, che poi, con elegante variatio e passaggio dal concreto all’astratto, è ripreso circolarmente nella frase finale, a chiasmo, così da validare tutto il racconto contenuto fra questi due estremi. Nella prima frase si nota una costruzione per cola paralleli, Aemilius Lepidus // puer etiamtum // progressus in aciem (dove la ripresa del nominativo a inizio di ogni colon segnala il parallelismo delle frasi) // hostem interemit / civem servavit (struttura paratattica in asindeto delle due azioni, i cui termini sono disposti in perfetto parallelismo). Nella seconda frase si notano la dislocazione a sinistra del tam memorabile opus (ciò che interessa il racconto), cui corrisponde quella a destra dell’autorità che sancisce l’affermazione, alias il senato (senatus consultum = termine del linguaggio giuridico). In mezzo, si trova la più banale descrizione della statua, con l’indicazione della sua collocazione e la descrizione degli ornamenti che la caratterizzano. Nella terza frase il senato, ultimo termine citato nella proposizione precedente, resta soggetto logico della prima parte del periodo (putavit), lasciando però poi progressivamente il posto al vero protagonista del racconto, Emilio Lepido (qui iam maturus fuisset, relativa al congiuntivo perché subordinata di secondo grado, esprimente il punto di vista dei senatori votanti la statua). Da osservare l’uso del termine honos, che anticipa il successivo laudes, cui fondamentalmente corrisponde, e l’evidenza concessa con la dislocazione a sinistra al giudizio di valore, iniquum. Infine, si osservi il gioco di parole implicito nell’uso di virtus (la capacità di un vero vir), assegnata a un puer etiam tum (“ancora bambino”). La quarta frase concede la dislocazione a sinistra al verbo principale, praecucurrit, contro l’uso finora visto come comune. Si enfatizza così il ruolo del verbo, che già indica di per sé una corsa, una gara, una velocità nel raggiungimento di qualcosa (qui lo stabilimentum aetatis = stabilis aetas, a sua volta variante di firmata aetas, come la chiama ad esempio Virgilio nell’egloga quarta [cum te firmaverit aetas]), e cioè l’età matura, indicata con termine astratto derivato dall’aggettivo verbale connesso al verbo stare = “rimanere fissi, fermi, immobili”, così da anticipare l’idea di un Emilio che non fugge, come sarebbe stato legittimo data l’età, di fronte a ciò che aliquantum terroris incutit, ma che con la rapidità del suo crescere anzi tempo anticipa la saldezza dell’età matura (con una simpatica contrapposizione fra termini di movimento e termini di stabilità). Viene così anticipata l’idea, enfatizzata dal complesso della frase, di una celeritas del ragazzo nel fortiter facere (costrutto allitterante, di tradizione epica). Il richiamo successivo alla duplex laus riporta alle due imprese gloriose di Emilio; l’idea che, data l’età, già sarebbe stato glorioso essere anche solo spectator, e non addirittura actor, della battaglia è a sua volta enfatizzata dall’utilizzo del nomen agentis in –tor, connesso però alla radice di un verbo che definisce un ruolo puramente passivo, che Emilio ha già lasciato alle sue spalle. Quinta frase: qui si trova un semplice elenco di termini, spesso costituiti da sostantivo + aggettivo disposti a chiasmo fra loro (ad es. arma infesta // destricti gladii), in generale tutti intesi a rievocare le varie fasi di una battaglia. La legge della variatio e quella della amplificatio fanno sì che da semplici termini in accumulo si passi progressivamente a nessi e iuncturae sempre più elaborate e sonanti (es. concurrentium exercituum impetus, con forte insistenza del suono cupo in -u-). I termini sono in generale di valore tecnico. Gli arma iniziali si specificano in gladii (“spade”) e tela (“armi da lancio, indifferenziate nella tipologia”, frecce, giavellotti e quant’altro possibile); dalla generica attribuzione di essere infesta (“in mano ai nemici” => “nemici essi stessi”), si passa alla più precisa idea dell’essere snudati e tenuti in pugno (destricti), oppure lanciati (discursus, che anticipa le immagini successive di eserciti in corsa, prima la cavalleria al galoppo, poi la fanteria all’inizio dell’assalto). Il finale (sesta frase) ricorda, dopo l’insistito costrutto del genitivo partitivo (aliquantum terroris), che Emilio non si fece spaventare, sottolineando ancora una volta il suo valore (valuit) e gli effetti che ne conseguirono: salvare la vita a un concittadino, ottenendo così la corona civica; uccidere il (capo?) nemico, riportandone a casa gli spolia. Il racconto, come si vede, è concentrato e si riassume in queste due azioni. Il resto si può considerare una sorta di grande variazione sul tema, in modo tale da renderne possibile l’utilizzo come exemplum retorico, indirizzando già anche il lettore all’uso che se ne poteva fare.

     

     

    ANALISI LESSICALE (a cura del docente, in collaborazione con la classe)

    Lessico delle età
    Come dimostra il testo di Valerio, i Romani hanno una distinzione fra le diverse età che si fonda più su rapporti giuridici che su una misura anagrafica. Ecco allora le principali distinzioni evidenziabili:
    infans = ‘bambino ancora privo di parola’
    puer = ‘bambino in età pre-puberale, non ancora arruolabile, né soggetto a giurisprudenza, protetto dalla bulla contro gli spiriti malvagi, e caratterizzato dalla toga praetexta che ne indica l’impunibilità
    iuvenis = ‘giovane in età da combattimento’, secondo gli antichi etimologicamente connesso al verbo iuvare (iuvenis, qui iuvat rem publicam, ‘chi difende la patria [impugnando le armi]’)
    vir = ‘uomo adulto’, ‘maschio’, combattente e abile alla riproduzione (=> vir = ‘marito’, detto da una donna)
    senex = ‘uomo ritiratosi dalla vita attiva’ (secondo gli antichi etimologicamente connesso a senium, ‘abbandono, degrado’); da senex => senatus, originariamente l’assemblea degli anziani

    Altro lessico
    acies = ‘punta’, ‘schiera militare’ (a punta), ‘esercito’, cfr. acus, “l’ago” e il verbo acuere, ‘aguzzare’; l’aggettivo acutus; e, ancora, parole come acumen (ital. acume) e acer, acerbus, acerbitas.
    consulere = “provvedere / prendere provvedimenti”, da cui [senatus] consultum nel nostro testo, ma anche consilium (l’assemblea degli ufficiali nell’esercito romano, distinta dalla contio, che è l’assemblea di tutti i soldati, che devono lasciare agli esperti il compito delle decisioni), e consul, la massima carica amministrativa, colui che provvede all’ordinaria amministrazione, il potere esecutivo
    emere = ‘prendere e portare legittimamente via’ => ‘comprare’, da cui anche adimere, demere, ma soprattutto eximere ed interimere.
    gradior = ‘marciare’, da cui – a detta degli antichi – l’epiteto di Marte Gradivus, ‘il Signore [degli eserciti] in marcia; ma anche gradus, ‘gradino’; gressus (‘passo’), con i derivati ingressus; regressus; aggressus e congressus, e i rispettivi verbi ingredior, regredior, aggredior, congredior, e poi anche degredior, digredior, egredior. Nella tradizione musicale, si ricorda il Gradus ad Parnassum (Muzio Clementi, 1817 => Claude Debussy, Children’s Corner, 1908).
    incutere = ‘battere contro’, e per traslato ‘infondere [per percussione]’, composto di in + quatere, ‘scuotere’: cfr. i termini connessi alla stessa radice concutere, percutere, excutere, e i sostantivi concussio, discussio, percussio, percussor, excussio
    index = ‘accusatore’, in connessione a indicare = ‘accusare’ (in- + dicare = ‘consacrare con ostilità’)
    infestus = “ostile, nemico, dannoso” (<= in + fendere, lett. ‘che colpisce addosso’)
    mereri = ‘guadagnare’, da cui anche meritum. La frase mereri stipendium [in cui stips = ‘piccola moneta’ => ‘guadagno’] allude alla paga del soldato, dunque al periodo della sua ferma
    tempestas = ‘circostanze di tempo’, ‘tempeste, tempo cattivo’, in connessione alla stessa radice di tempus, e ai derivati intempestivus (relativo al tempo cronologico, inopportuno), intempestivitas, intempestus (relativo al clima sfavorevole, buio, ecc.)

     

     

    TESTI PARALLELI (da discutere con la classe)

    E.R. Curtius, Letteratura europea e Medioevo latino, Bern 1948 (trad. ital. Firenze 1992), p. 115

    TOPICA 8 – GIOVANE E VECCHIO

    Questo topos ebbe origine dalla situazione spirituale della tarda Antichità. In generale le civiltà, al loro inizio ed al loro apogeo, apprezzano i giovani e nel contempo onorano la vecchiaia. Ma è proprio delle fasi tardive di una cultura il foggiare una figura umana ideale in cui la polarità fra gioventù e vecchiaia tende alla compensazione. Cicerone (Cato maior 11, 38) dichiara: ut enim adulescentem, in quo senile aliquid, sic senem in quo est aliquid adulescentis, probo. Virgilio (Eneide IX 311) vanta il carattere maturo del giovinetto Iulo: ante annos animumque gerens curamque virilem. Alla fusione di carattere maturo e di doti giovanili nello stesso individuo Ovidio annette il valore di dono celeste concesso solo ai regnanti e ai semidei (ars I 185-86). Valerio Massimo (III 1,2) elogia Catone per aver posseduto già da ragazzo la nobile gravità del senatore. Stazio (Silvae II 1,40) precisa, nell’elogio funebre di un giovinetto, che questi aveva mostrato una maturità morale molto superiore alla sua tenera età. Ma talvolta, in quella medesima epoca, si trovava una esagerazione ‘patetica’: dell’adolescente da encomiare si dice, ad esempio, che ha l’acume “di un anziano”. Silio Italico (VIII 464) scrive di un ragazzo: “per acutezza intellettuale era pari ad un uomo molto vecchio”. In modo assai simile Apuleio descrive un adolescente (senilis in iuvene prudentia, Florida IX 38). Gli esempi dimostrano che già all’inizio del II secolo il topos del puer senilis era conosciuto e diffuso. Intorno al 400 Claudiano lo usa più volte […] Il topos perdura, in senso elogiativo, in scritti sia profani che religiosi, fino al Seicento […]. Ci troviamo di fronte a un archetipo, cioè ad un’immagine dell’inconscio collettivo, nel senso descritto da C.G. Jung. I secoli della tarda Antichità romana sono pieni di visioni, che spesso non sono interpretabili se non come proiezioni dell’inconscio.

     

    Corriere della Sera, 15 novembre 2014

    Il presunto video amatoriale girato in un territorio di guerra (presentato come se fosse in Siria) era stato caricato su YouTube lunedì, 10 novembre, da Shaam News Network, un canale di notizie gestito dagli attivisti siriani a Damasco. Nel giro di poche ore è stato ripreso dai maggiori portali d’informazione. Non senza qualche punto interrogativo, tuttavia con diversi gradi di cautela. Le notizie e i filmati che quotidianamente arrivano dalle zone di guerra, in questo caso dalla martoriata Siria, sono infatti sempre difficili da confermare. Nel video «originale», che nel frattempo è stato cliccato quasi 4 milioni di volte, si vede un ragazzino (apparentemente siriano) sfidare la morte e i cecchini del presidente Assad per portare in salvo una bambina terrorizzata, bloccata dalla paura in mezzo alla strada sotto un camion bruciato. Non basta: per ingannarli, il piccolo finge per due volte di essere colpito e si getta a terra. Poi si rialza finché riesce a portare via la bambina per mano. In sottofondo si sentono voci di adulti al riparo dietro a delle mura esclamare «Allahu akbar» (Dio è grande) quando si rendono conto che il piccolo è ancora vivo. Alla fine entrambi sembrano si mettono in salvo. Peccato che si tratti solo di una messinscena, non c’è nulla di autentico. Insomma: un falso. Come rivela la BBC, dietro alle riprese ci sono alcuni registi norvegesi. Il filmato è stato girato a Malta lo scorso maggio su un set utilizzato in passato per pellicole come Troy e Il Gladiatore. Il bambino e la bambina? Attori professionisti provenienti da Malta. E le voci in sottofondo sono di alcuni rifugiati siriani che vivono sull’isola. Il 34enne regista di Oslo, Lars Klevberg, ha spiegato di aver scritto la sceneggiatura perché era rimasto sconvolto da ciò che succedeva in Siria. «Pubblicando un video che poteva apparire autentico speravamo di sfruttare a nostro vantaggio uno strumento che viene spesso usato in guerra: fare un video che pretende di essere vero. Volevamo vedere se il video avrebbe attirato l’attenzione e stimolato un dibattito, soprattutto riguardo i bambini nelle zone di guerra», ha detto Klevberg a BBC. «Se avessi fatto un video e fossi riuscito a far credere che fosse vero, le persone lo avrebbero condiviso e avrebbero reagito con speranza», ha aggiunto il regista. La pellicola ha ricevuto finanziamenti dal Norwegian Film Institute (NFI) e dell’Arts Council nell’ottobre 2013. «Non volevamo attirare l’attenzione in maniera cinica, avevano motivazioni oneste» ha sottolineato Ase Meyer, responsabile dei corti per il NFI.

     

    Livio, Ab urbe condita libri¸ II 13

    Cloelia virgo, una ex obsidibus, cum castra Etruscorum forte haud procul ripa Tiberis locata essent, frustrata custodes, dux agminis virginum inter tela hostium Tiberim tranavit, sospitesque omnes Romam ad propinquos restituit. Quod ubi regi nuntiatum est, primo incensus ira oratores Romam misit ad Cloeliam obsidem deposcendam: alias haud magni facere. Deinde in admirationem versus, eam dixit deditam intactam inviolatamque ad suos remissurum. Pace redintegrata Romani novam in femina virtutem novo genere honoris, statua equestri, donavere; in summa Sacra via fuit posita virgo insidens equo.

     

     

    POSSIBILI ESERCIZI (a casa o in classe, da soli o sotto la guida del docente)

    1) comprensione e analisi:

    Dopo aver riletto il testo di Valerio Massimo, rispondi alle seguenti domande:

    • La frase iniziale introduce immediatamente il tema della straordinarietà dell’impresa di Emilio in relazione all’età; perché, secondo te, la frase finale riprende quanto già detto, ma con un passaggio dal concreto (Aemilius Lepidus puer) all’astratto (gentis Aemiliae pueritia)?
    • Nella quarta frase (praecucurrit igitur etc.) sono evidenti degli elementi che oscillano tra l’idea di stasi e quella di velocità; quali sono e, attraverso di essi, quale profilo di Emilio viene tratteggiato da Valerio Massimo?
    • Come vengono rievocate le varie fasi di una battaglia di cui Emilio, incredibilmente, non ha paura? Come viene enfatizzato quello che, a una prima lettura, può apparire un semplice elenco?
    • È più corretto definire Emilio come un personaggio piatto o a tutto tondo? Per quali motivi?
    • Valerio Massimo pone attenzione ai pensieri del suo personaggio? Qual è il punto di vista adottato nella narrazione?

     

    2) approfondimenti:

    • Dopo aver letto e tradotto (in classe) il passo di Livio, riusciresti a riprodurre la “struttura del testo” fornita dal docente per Valerio, applicandola – con tutti i correttivi necessari, ovviamente! – al racconto dell’impresa di Clelia?

    • Quali differenze riscontri fra i due casi e le due narrazioni?


    3) ulteriori approfondimenti:

    Catilina, nobili genere natus, fuit magna vi et animi et corporis, sed ingenio malo pravoque. Huic ab adulescentia bella intestina caedes rapinae discordia civilis grata fuere, ibique iuventutem suam exercuit. Corpus patiens inediae algoris vigiliae, supra quam cuiquam credibile est. Animus audax subdolus varius, cuius rei libet simulator ac dissimulator, alieni adpetens, sui profusus, ardens in cupiditatibus; satis eloquentiae, sapientiae parum. Vastus animus inmoderata incredibilia nimis alta semper cupiebat. Hunc post dominationem L. Sullae libido maxuma invaserat rei publicae capiundae; neque id quibus modis adsequeretur, dum sibi regnum pararet, quicquam pensi habebat. Agitabatur magis magisque in dies animus ferox inopia rei familiaris et conscientia scelerum, quae utraque iis artibus auxerat, quas supra memoravi. Incitabant praeterea conrupti civitatis mores, quos pessuma ac divorsa inter se mala, luxuria atque avaritia, vexabant.

    Lucio Catilina, nato di nobile stirpe, fu di grande vigore d’animo e di membra, ma d’indole malvagia e viziosa. Fin dalla prima giovinezza gli piacquero le guerre civili, le uccisioni, le rapine, la discordia fra i cittadini, e in ciò spese tutta la sua gioventù. Il corpo era resistente alla fame, al gelo, alle veglie oltre ogni immaginazione; l’animo temerario, subdolo, mutevole, simulatore e dissimulatore di qualsivoglia cosa, avido dell’altrui, prodigo del suo, ardente nelle cupidigie, facile di parola, ma privo di buon senso. Spirito vasto, anelava sempre a cose smisurate, al fantastico, all’immenso. Dopo la tirannide di Silla, era stato invaso da una sfrenata cupidigia d’impadronirsi del potere, senza farsi scrupolo della scelta dei mezzi pur di procurarsi il dominio. Sempre di più, di giorno in giorno quell’animo fiero era agitato dalla povertà del patrimonio e dalla consapevolezza dei suoi delitti, cose accresciute entrambe dai vizi sopra ricordati. Lo incitavano, inoltre, i costumi d’una cittadinanza corrotta, tormentata da due mali funesti e fra loro discordi, il lusso e l’avidità.

    Il brano di Sallustio parla anch’esso, con modalità e finalità diverse, di indole, di rapporto tra il carattere e l’ambiente e di quello tra l’adolescente e il sistema di valori di riferimento. Sappiamo che l’opera di Valerio Massimo ha tratto spunti da questo autore.
    1. sapresti dire cosa unisce i due testi e cosa “fa la differenza”?
    2. il carattere pragmatico e moraleggiante attribuito ai Dicta et facta memorabilia può essere attribuito anche al testo qui presentato di Sallustio?

  • La zattera della Medusa

    La zattera della Medusa

    Il 5 luglio 1816 la fregata Méduse si incagliò al largo delle coste della Mauritania, per l’insipienza del suo comandante. Centocinquanta persone cercarono salvezza su una zattera di fortuna. Solo 15 si salvarono… Il celebre dipinto di Géricault, esposto al Salon del 1819, ha reso immortale l’episodio.

    Una versione meno tragica di quell’avvenimento è quella riproposta dal disegnatore francese Uderzo, che qui riportiamo con le didascalie che ci sono state suggerite. Come sempre, è possibile continuare a intervenire utilizzando la funzione “Leave a Reply” del post.

    medusa

    Quadragesimo quarto die. Omnia cibaria edidimus. Nunc comites edemus…                                                (Greta Romano)

    Altre soluzioni degne di nota:

    Galli victoriae confidebant cum Druidum potionem se bibisse crederent. Sed, ante profectionem, aliquis perperam paterae potionis pateram cervisiae substituerat. Victi, rate constructa, nunc ad auxilium quaerendum fugiunt.
    (Beatrice Baraldi)

    Cum viri, acti nocturna ebrietate, domum redire crederent, at suam sedem invenire non possent, dormitionem, desperationem, controversiam conceperunt et per medium mare iverunt. Traditum tamen est eos, iam fessos ac debilitatos, cotidie cum vexillis lusisse ad auxilia frustra quaerenda.                                          (Mattia Marchesi)

    Galli fugam petiverunt. Quoniam proelium apud flumen fuerat, nonnulli parvam ratem aedificaverunt et amnem tranarunt, perfugium quaerentes. Maesti fessique erant; et propter gravia vulnera paulatim pars eorum animam efflavit.
    (Olena Igorivna Davydova)

     

  • Certificazione, atto terzo

    Certificazione, atto terzo

    La certificazione torna a far parlare di sé. Mercoledì 20 gennaio, a Milano, si è svolto un incontro alla presenza di Paolo de Paolis, professore all’università di Cassino, ma, soprattutto, attuale presidente della CUSL, la Consulta Universitaria di Studi Latini, ovvero l’associazione che riunisce tutti i docenti universitari di materia e che svolge, attualmente, la funzione di istituto certificatore. Con lui erano presenti Massimo Gioseffi, padrone di casa, Guido Milanese, che della certificazione è stato uno dei padri nobili, e Francesca Papaleo, in rappresentanza della provincia di Ferrara dove, negli ultimi due anni si sono tenute delle prove esattamente parallele (per tempi di svolgimento e per tipologia di esercizi) a quelle svoltesi in Lombardia. La discussione ha avuto come tema principale la possibilità – e oggi forse anche la necessità – di trovare un modello nazionale di certificazione. Ricordo che le prove finora si sono svolte in via sperimentale, e secondo tipologie parzialmente diverse e indipendenti le une dalle altre, in Liguria (dal 2012), in Lombardia e a Ferrara (dal 2014), in Sicilia (dal 2015). Oltre a queste regioni, ora anche il Piemonte e la provincia autonoma di Trento hanno stretto protocolli d’intesa con la CUSL per attuare, nei prossimi mesi, una loro certificazione (si veda il post “A proposito di certificazione”, dedicato all’incontro di ottobre al liceo Rosmini di Rovereto). Il coinvolgimento nella discussione di numerosi docenti di liceo ha dato impulso al dibattito, testimoniando l’interesse della scuola nei confronti di questa opportunità.

    Nel suo intervento introduttivo Guido Milanese ha sottolineato che l’apprendimento della lingua latina deve essere valutato per mezzo di certificazioni rilasciate da un ente autonomo e riconosciuto a livello internazionale, come è prassi per qualsiasi altra lingua europea. Su questo obiettivo, ha detto De Paolis, si sta muovendo appunto la CUSL, adoperandosi per dar forma a una prova di certificazione unica a livello nazionale. Nella medesima prospettiva di equiparazione della certificazione latina a quella delle altre lingue, è stato affrontato il tema della sua ‘spendibilità’. Gioseffi ha suggerito che l’attestato potrebbe integrare i punteggi dei test di valutazione preliminare degli studenti immatricolati a Lettere o essere impiegato in sostituzione delle prove scritte per gli esami di Letteratura Latina nelle sedi universitarie che un simile esame prevedano (ad esempio, la stessa Milano). La certificazione però non deve essere vista soltanto come un passaporto per le facoltà umanistiche. Secondo Gioseffi dovrebbe essere resa accessibile a tutti coloro che desiderino conseguirla, indipendentemente dal percorso universitario che decideranno di intraprendere, e anche dalla loro attuale posizione scolastica. Come per le lingue moderne, si deve trattare di un riconoscimento cui aspirare anche solo per interesse personale, o per spenderlo in quegli ambiti professionali (archivi, biblioteche di conservazione ecc.) dove il certificato possa avere valore. Francesca Papaleo ha sottolineato infine il successo della certificazione nella provincia di Ferrara, il che conferma la tendenza delineatasi in Lombardia, dove, per il 2015, sono state 300 le domande di ammissione accolte, a fronte di quasi 700 richieste.

    Il dibattito si è poi concentrato sulla tipologia di prova da somministrare in sede di certificazione. Gioseffi e Milanese hanno insistito sul fatto che la traduzione e la composizione latina si rivelano inadatte allo scopo, poiché chiamano in causa ulteriori abilità da parte dello studente e non permettono di adottare parametri oggettivi e matematici di valutazione. Per la stessa ragione non convincono altre forme di esercizio che sono state recentemente proposte, e che prevedono o di riassumere in italiano un testo latino (anche attraverso la scelta di un titolo adatto), o di scegliere fra traduzioni contrastive – esercizi interessanti gli uni e gli altri, ma che di nuovo mettono in campo capacità indipendenti dal possesso della lingua latina. Per arrivare a una proposta condivisa, sono state presentate le prove somministrate in Lombardia negli ultimi due anni, discutendone  i possibili miglioramenti. Nel 2014 il test concepiva due livelli di riferimento, base e avanzato. Per il primo, la prova consisteva in un esercizio di comprensione del testo con domande a risposta chiusa, di carattere prevalentemente grammaticale e solo in parte contenutistico; per il secondo, nella traduzione con brevi domande di comprensione di un brano latino (un passo del De civitate dei di Agostino). Nella fase di valutazione dei test erano però emersi i limiti di una prova così strutturata: la soggettività del correttore nell’attribuire un punteggio alle diverse traduzioni e la disparità di livello tra studenti che pure avevano ottenuto la certificazione per la medesima soglia. Per il secondo anno di sperimentazione si è perciò deciso di introdurre un’ulteriore differenziazione interna al livello base (A1 e A2) e avanzato (B1 e B2), allineandosi al Common European Framework of Reference for Languages (CEFR). Anche la tipologia della prova avanzata è stata modificata: al testo latino sono stati associati cinque esercizi, tre finalizzati a valutare la competenza lessicale e la comprensione del testo, con domande di riconoscimento dei vocaboli interni al testo, o di risposta “vero/falso” ad affermazioni pertinenti al testo; a ciò, si aggiungevano la richiesta di individuare i punti di snodo del passo proposto (un brano di Galileo) e una parafrasi del testo latino con un esercizio di filling the gaps. La traduzione è stata invece mantenuta come prova aggiuntiva e distintiva solo per il livello B2, proponendo agli studenti il seguito immediato del passo utilizzato nel livello B1; alla traduzione si accompagnavano tre brevi domande di comprensione del brano tradotto, cui rispondere in latino, utilizzando le espressioni del brano stesso.

    Dal dibattito è emersa come prioritaria la necessità, per tutte le componenti in gioco, di strutturare un modello di prova unico a livello nazionale, che permetta una valutazione oggettiva delle competenze linguistiche raggiunte dagli studenti, e possa fornire così dei parametri di riferimento alla didattica. La certificazione, in questo modo, si avvicinerà alla certificazione delle lingue moderne, e come quelle potrà essere valida anche al di fuori dei confini nazionali. Per quanto riguarda la struttura della prova, i docenti di scuola intervenuti al dibattito sono stati concordi sull’idea di escludere dal test quegli esercizi che non attengono alla verifica della competenza linguistica e che chiamano in causa altre abilità in possesso (o meno) dei candidati: dunque, niente traduzioni (o almeno, non un loro impiego in via esclusiva), né riassunti, né scelte fra traduzioni contrastive, né quesiti di cultura classica – esercizi oggi invece ancora presenti in altre certificazioni attuate in Italia.

    © Giacomo Ranzani, 2016

  • Conversation Pieces (II)

    Conversation Pieces (II)

    Riporto le proposte risultate vincenti al gioco dei Conversation Pieces, II serie. Ovviamente, è possibile aggiungere ancora altre proposte – utilizzando la funzione “Leave a Reply” in fondo al post.

     

    BOTTICELLIMadonna con bimbo e angelo adorante (Boston, part.)

    botticelli

    Libenter ambularem per campos! Immo… praeter modum piger sum… requiescam!

    (Greta Romano)

     

    DUERER, Cristo fra i dottori (Madrid, part.)

    durer

     

    Nescio qua de causa capillorum concinnator pro suo arbitrio semper faciat. Sic transit gloria tonsi…

    (Giulia Repetti)

     

     

    GAINSBOROUGH, Ritratto di Jo. Chr. Bach (Bologna)

    gainsborough

    Translatio tua mihi non satis facit… Videbo te postera sessione…!

    (Greta Romano)

    Segnaliamo anche la proposta dell’amico Stefano Costa, ispirata a Sen. Rhet. Contr. IV, prol. 4: Utinam magnitudo patris produceret et non obrueret!

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    Ecco alcune delle altre proposte:

    per BotticelliSuavis iste aër oculos meos paene clausit, et mihi somnum fecit… Eia! Mihi non est dormiendum! Aaaah…

    “Est Europa nunc unita / et unita maneat; / una in diversitate / pacem mundi augeat…” Mane paulisper! Quid Europa est? Quid mea refert, si melos placet? “…Semper regant in Europa / fides et iustitia / et libertas populorum / in maiore patria” (Hymnus Latinus Europae,  © Peter Roland et Peter Diem)

    per DürerModo dicebam tibi in conspectu esse me senectutis: iam vereor ne senectutem post me reliquerim. Aliud iam his annis, certe huic corpori, vocabulum convenit, quoniam quidem senectus lassae aetatis, non fractae nomen est: inter decrepitos me numera et extrema tangentis (cf. Sen. epist. 26, 1).

    Tam senex quam sapiens sum: quotienscumque cogitationem habui, capillus mihi cecidit…

    Longam et canam barbam habere clarorum philosophorum est. Cuperem etiam crinem!

    per GainsboroughOmnes fere musicam patris mei praeferunt meae… Sic stantibus rebus, me conferam in Angliam ad fortunam quaerendam…

    Hercle! Clamores puerorum me non permittunt legere…