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  • La maturità che ci aspetta…

    La maturità che ci aspetta…

    Nei giorni 20 e 21 febbraio 2020, presso l’Istituto Gonzaga di Milano si è tenuto l’ormai consueto incontro di fine inverno sulla didattica, un bell’appuntamento consolidato da una mezza dozzina circa di edizioni. Argomento di quest’anno (partendo dalla divertente commedia di Enzo La Rosa, Colpi di timone, che fu cavallo di battaglia di Gilberto Govi), è stata la riflessione sul passato e sul prossimo Esame di Stato, con particolare riferimento alla prima e alla seconda prova scritta. Giuseppe Langella e Luca Serianni hanno ragionato su come tale prova orienti e debba orientare anche in futuro la didattica dell’Italiano; Claudio Citrini ha spiegato, riuscendo a farsi capire da una platea di (in gran parte) non addetti ai lavori, quali siano le perplessità che suscita l’unione troppo stretta di Matematica e Fisica nella seconda prova dei Licei Scientifici, e come tali perplessità possano essere superate, con uno sforzo di buona volontà, dall’una e dall’altra materia. Mario Lentano, Massimo Manca e Massimo Gioseffi hanno parlato della prova dei Licei classici, mettendo in evidenza croci e delizie del sistema comparatistico inaugurato nel 2019; il peso che iniziative come la Certificazione della Lingua latina possono assumere nell’insegnamento quotidiano; la struttura a format fisso prevista dal Ministero per la prova d’esame. E’ proprio a quest’ultimo tema che questo post intende dare spazio e visibilità.

    Il format della prova, com’è noto, è stato fissato in maniera piuttosto rigida prima dell’estensione di qualsiasi specimen di prova stessa. Se da un lato, ovvio, alcune regole comuni erano inevitabilmente necessarie, dall’altro stabilire le regole prima di averle sperimentate è cosa sempre rischiosa. La prova così come è stata concepita è un delicato ecosistema (definizione ministeriale), che impone una certa cautela in tutti i suoi passaggi. Una prova, è stato detto, ha senso solo come conclusione di un percorso educativo, e dovrebbe poter variare (o, almeno, potersi adattare), secondo i singoli percorsi seguiti dalle singole classi. Tutti chiediamo, in sede di esame o di interrogazione, quanto sappiamo di avere insegnato a lezione. Ma le formulazioni ministeriali circa le capacità e le competenze che gli allievi dovrebbero acquisire attraverso lo studio del Latino, i modi in cui si dovrebbe realizzare l’analisi di un testo in tale lingua, e di conseguenza la struttura che vogliamo che quel testo debba assumere, sono sempre rimaste invece piuttosto vaghe. Nelle slide che allego, si è tentato di riassumere alcuni possibili traguardi che si dovrebbero raggiungere nell’apprendimento del Latino (argomento della prima diapositiva) e alcuni errori che, al contrario, andrebbero evitati tanto dai docenti quanto dai discenti di Latino (argomento della seconda diapositiva, che elenca prima quattro errori in cui non dovrebbero mai cadere i docenti, poi quattro tipici errori dei discenti).

    Ora, non pare che le prove ministeriale somministrate negli ultimi anni (diciamo dal 2015 a oggi, da quando cioè il Ministero si è giustamente posto la questione dell’improponibilità di una versione “secca” e non contestualizzata) rispettino pienamente gli obiettivi elencati, e non cadano – o non inducano a cadere – negli errori appena citati. Sul tavolo della discussione è perciò giusto porre tre questioni:

    La traduzione collocata, così come è collocata nell’attuale prova, quale punto di partenza, presuppone che lo studente traduca per poi lavorare sul testo. Ma se la traduzione è la più alta operazione che si può compiere su un testo, allora non può essere l’operazione preliminare. Il testo deve essere prima capito, quindi sviscerato in tutte le caratteristiche che gli sono proprie; e solo allora se ne potrà tentare una resa in una lingua diversa dalla sua, che ne restituisca il maggior numero possibile di sfumature. La prassi ministeriale abbassa invece la traduzione a mero strumento di servizio, nello stesso momento in cui, però, a parole assegna alla traduzione il peso maggiore della prova, come si evince dai criteri di valutazione. In questo si avverte un’esplicita contraddizione.

    Inoltre, il format dovrebbe avere sufficiente elasticità per adattarsi a testi diversi, secondo il principio che ogni testo deve avere il format che meglio lo possa valorizzare. In caso contrario, si rischia di chiedere al testo di adattarsi al format, e non al format di adattarsi al testo. E’ proprio quello che è successo nel 2019, con esiti non sempre troppo felici. Inutile invece ribadire il sacrosanto diritto dei testi ad esistere di per sé stessi, non come strumenti di prova, ma come mezzi comunicativi dai quali trarre considerazioni sul loro argomento, la loro struttura narrativa e/o argomentativa, lo stile e il pensiero del loro autore ecc. ecc. Infine: introducendo domande che esulano dal testo, si impedisce alle suddette domande di trasformarsi in aiuti alla comprensione, confondendo fra loro conoscenze (che per essere testate non abbisognano del testo di partenza, anzi lo trasformano in semplice pretesto), con competenze (da intendersi come capacità di muoversi su quel testo specifico).

    Analizziamo tre delle ultime prove d’esame: ossia, la maturità del 2015 (Tacito), quella del 2017 (Seneca), la maturità suppletiva del 2019 (Quintiliano). Quest’ultima costituisce, in ordine di tempo, l’ultimo prodotto ministeriale. Va riconosciuto che nel passaggio dall’una all’altra prova si nota un lodevole perfezionamento dello strumento interrogativo, a dimostrazione di un percorso magari ancora in fieri, ma certamente intrapreso con grande coraggio e piena determinazione. Si notano però anche alcune contraddizioni, Nelle slide che seguono, i testi ministeriali (suddivisi per ragioni di comodo in più diapositive) sono contrassegnati da vari colori, una legenda dei quali si ritrova in fondo alla prima serie di slide. Nei testi di Seneca e Quintiliano che costituiscono rispettivamente la seconda e la terza serie di diapositive, il colore arancione sottolinea quelle parti di testo che in teoria dovrebbero essere state riassunte nel paratesto, ma il cui riassunto sembra poco corrispondente all’originale. Brevi commenti dopo ogni testo daranno voce ad alcune delle perplessità fin qui evidenziate.

    Se da un lato il breve riassunto iniziale era, nel 2015, una lodevole novità, dall’altro nel brano compaiono personaggi (alcuni secondari, come Lucullo; altri essenziali alla continuità del racconto, come Macrone), il cui riconoscimento da parte dello studente è abbastanza improbabile – né è possibile fidarsi troppo nella memoria degli studi di storia antica, che avrebbero dovuto essere molto approfonditi per arrivare a includere anche personaggi di tale rango, e che comunque, al momento della prova, sono molto lontani nel curriculum degli studenti. Peggio va con quelle che sono le usanze tipiche di Tacito. Le affermazioni iniziali hanno senso solo ricordando la ben nota simulatio ac dissimulatio che, sulla base del Catilina sallustiano, Tacito assegna continuamente a Tiberio. L’irrequietezza dell’imperatore, che per molti anni vaga fra le ville della Campania e il palazzo di Capri, a volte avvicinandosi, ma mai riuscendo più a vincere la propria ritrosia ad entrare in Roma, è un dato che viene presupposto dalle affermazioni della seconda frase. G. Caesar è, naturalmente, Caligola, indicato dal riassunto con il suo più celebre nomignolo (si saranno ricordati gli studenti che si tratta della stessa persona?). Ma l’uso tacitiano prevede che Caesar e basta sia Tiberio, non Caligola. Ed è Tiberio dunque, che, dopo essersi sentito male, quando inizia a star meglio aspetta, speranzoso e in silenzio, che cosa consegua a tale miglioramento (una frase che di per sé si sarebbe però adattata abbastanza bene anche a Caligola, e che solo l’usus dicendi tacitiano ci assicura riferita al nonno, non al nipote). Ma quanti studenti saranno stati in grado di indovinare l’usus scribendi tacitiano? E ancora: quanti avranno capito l’equivalenza fra il “famoso medico” del riassunto (e dell’inizio del racconto) e l’amicus abscedens del seguito? Caricle non è come medico che pratica la sua auscultazione del polso, ma, come spiega Svetonio (Tib. 72), e convivio egrediens manum sibi osculandi causa apprehendit. A confronto di queste incertezze, la porzione di testo davvero riassunta è, a ben vedere, minima, e forse anche, nel complesso, relativamente poco utile, se non addirittura fuorviante.

    Veniamo alla prova del 2017:

    La scelta di Seneca ha reso, per assurdo, la prova più facile. In fondo, Seneca dice qui esattamente le cose che ci si aspettano da lui, e alle quali spesso, forse anche troppo spesso, si riduce il latino ministeriale. Certamente, il riassunto aiuta a capire l’invocazione rivolta nel testo a Lucilio, o il nesso essenziale, e centrale nella porzione di testo sottoposta ad esame, philosophandum est. Vorrei però mettere a confronto il riassunto scritto dal Ministero per la parte finale del brano e il brano stesso. Secondo il Ministero, Seneca invita “a non perdere mai la passione per l’impegno nella riflessione critica e consapevole”; nell’originale si legge invece che la filosofia adhortabitur ut deo libenter pareamus, ut fortunae contumaciter; haec docebit ut deum sequaris, feras casum. Tralascio l’opposizione, di sapore vagamente virgiliano, tra sequi e ferre dell’ultima dicotomia. Mi limito ad osservare l’importanza del contrasto fra i due avverbi, libenter e contumaciter, entrambi relativamente rari, entrambi molto sonanti e fortemente insistiti. Per etimo, richiamano una contrapposizione fra libet (e libertas) e contumacia. Ma contumacia per i Latini è un concetto giuridico – non andrebbe mai sottovalutata la tendenza dei Romani a pensare per categorie giuridiche. Contumax è l’accusato che non si presenta al processo (l’espressione italiana che ne deriva, “processo in contumacia” conserva traccia di questo valore). Come scrive il Digesto (XLII 1, 53) Contumacia est eorum qui ius dicenti non obtemperant; contumax est qui litteris evocatus, praesentiam sui facere contemnet. Nelle narrazioni di Tacito, un tipico esempio di persona  contumax, pur se non definita esplicitamente così, è Urgulania, amica di Livia, che, citata in tribunale nel 16 d.C. per una questione di debiti, non solo non si presenta al processo, ma in modo ostentato si reca a palazzo, dall’amica imperatrice (che però, per mettere fine alla situazione incresciosa, provvede lei a pagare la somma dovuta: ann. II 34). Ma contumacia è la parola con la quale, fin dall’Agricola, Tacito descrive l’opposizione dura e pervicace, contro tutto e contro tutti, che rischia però di essere dannosa per chi la pratica e priva di frutti per la comunità (come Tacito dice di Trasea Peto, ann. XIV 12). Seiano conta di rovinare Agrippina maior, la vedova di Germanico, puntando sulla di lei contumacia (ann. IV 12); Pisone aveva infastidito Germanico in Oriente con la sua contumacia, come riconosce il discorso ufficiale di Tiberio (ann. III 12); a Trasea Peto i suoi accusatori rimproverano la contumacia verso Nerone (ann. XVI 22 e 28). Si potrebbe continuare. Dico solo che già Cicerone aveva lodato la contumacia di Socrate contro i suoi giudici (Tusc. I 71), ma nello stesso tempo rimproverava a Verre insolentia, contumacia e superbia (Verr. II 4,41; gli ultimi due termini del tricolon sono già in Verr. II 3,5). Che magnifica parola, e che magnifica possibilità di contrapposizione con libenter nel testo senecano! Che occasione sprecata di riflettere sul testo e sulla sua lingua! Ma, soprattutto, ricordiamo la formula con cui tutto ciò è riassunto nel cappello: “non perdere mai la passione per l’impegno nella riflessione critica e consapevole”. C’è vera corrispondenza?

    Vengo alla prova suppletiva del 2019. La struttura si è fatta più articolata. Ci sono un’introduzione, un pre-testo, il testo, un post-testo, un testo greco a confronto (Isocrate), tre domande, una di contenuto, una di lingua, una di cultura generale. Ecco il risultato finale:

    Per semplicità, segnalo solo poche cose. Avendo scelto l’incipit della Institutio Oratoria, il pre-testo è praticamente inesistente, e quindi è del tutto inutile, anzi l’impressione è che la versione inizi dal paragrafo 2 solo per consentire al paragrafo 1 di fare da pre-testo. Fra l’altro, è nel pre-testo, non nel testo, che si ravvisa la definizione dell’oratore come vir bonus. Il testo, con buona pace del riassunto proposto, si concentra su una quaestio differente. E quaestio  è parola secondo me capitale, perché appartiene al lessico di scuola, quello che è proprio di Quintiliano e adatto all’inizio di un manuale scolastico (sia pure un manuale di alto livello, come è l’Institutio). Nunc quaestio ponitur, leggiamo in pressoché tutti i commenti antichi, e poi segue una digressione. Ma la quaestio posta da Quintiliano pone in contrapposizione vis ingenii e copia dicendi, come a dire qualità naturali e innate, e qualità acquisite e acquisibili: ad esempio, tramite un manuale, come quello che l’Autore ha appena composto, e che nelle righe iniziali dell’opera invita il suo lettore a leggere. Per Quintiliano, ovviamente, servono entrambe le doti, e riconosce che questo era anche il parere ciceroniano, che parlava di oratori allo stesso tempo sapientes (= vis ingenii) ed eloquentes (= copia dicendi). Tutto ciò, continua Quintiliano, si acquisisce tramite i manuali di retorica (come il suo), non i trattati di filosofia, che hanno uno scopo più generico. Ora, che cosa rimane di tutto questo nel riassunto ministeriale? Poco o nulla, a mio parere, visto che lì si parla di “un buon cittadino” riprendendo la definizione di vir bonus del paragrafo 1 e della vulgata quintilianea – ma qui Quintiliano parla di regere consiliis urbes, fundare legibus, emendare iudiciis, che non sono le azioni di un normale, qualsiasi “buon cittadino”, ma del reggitore dello Stato; e l’idea di base è che la filosofia può costruire bravi cittadini privati, ma solo l’oratoria crea capaci figure pubbliche. E della contrapposizione fra ingenium e copia dicendi, che cosa rimane nella formulazione “qualità professionali, una vasta cultura e profonda integrità morale”? Anche qui ben poco, o almeno poco di riconoscibile. Vengo infine alle domande (il post-testo, parlando della corruzione morale introdotta dal denaro liquido, che ha toccato anche l’oratoria, mi sembra di nuovo del tutto inutile, se non addirittura fuorviante). La prima chiedeva di illustrare, partendo dal testo, il “tema del rapporto tra eloquenza e valori morali nel contesto della vita pubblica”, che però è molto discutibile che sia il tema illustrato dal testo, come s’è visto. Difficile quindi anche riconoscere le parole chiave del testo (o, quanto meno, difficile riconoscerle in questa prospettiva). Quanto all’ultima domanda, chiedeva di soffermarsi su qualche opera o testo “in cui viene affrontato il tema dell’importanza dell’eloquenza per la formazione del cittadino e la sua partecipazione alla vita politica e sociale”. Una domanda affascinante, che lascia molto campo libero alle risposte, forse addirittura troppo libero, visto che le risposte andrebbero compresse negli spazi, misurati, della griglia prevista (10/12 righe). Ma, soprattutto, un tema che esula dal testo, e non riflette alcuna comprensione di esso.

    E’ possibile fare diversamente? Forse sì. Ma bisognerebbe avere una certa elasticità, come s’è detto, e non ci si dovrebbe mai allontanare dal testo proposto. Ecco un brano affascinante di Tacito, la descrizione della prima parte della “crociera” di Germanico sul Nilo (la misura è quella delle versioni ministeriali):

    Qui il pre-testo non servirebbe a nulla (Tacito parla d’altro); più utile il post-testo, che continua e completa l’episodio, mostrando l’atteggiamento deferente ma un po’ populista di Germanico nei confronti dell’intellighenzia egizia. Significative sono anche le tappe della “crociera”, che ricordano due precedenti, (s)fortunate “crociere”: quella di Alessandro – alla quale vistosamente Germanico si ispira – e quella di Cesare e Cleopatra (mentre Germanico ha con sé la legittima consorte). Dunque, il para-testo (ossia, i brani riportanti quegli episodi, narrati da vari autori greci e latini) a me sembrerebbe in questo caso più importante del pre-testo, e forse anche del post-testo. E come para-testo proporrei anche il brano di Tacito, Hist. IV 81, commentato in un altro “post” di questo sito, dal titolo “I re taumaturghi”. L’Egitto non è solo la terra di Alessandro e Cleopatra; è anche la porta dell’Oriente; ma è anche, come indicava quel brano delle Historiae, la terra nella quale si consacrano i sovrani di Roma, con tratti ellenistico-orientali. Scegliere l’uno piuttosto che l’altro dei brani di contorno suggeriti comporta, come conseguenza, l’orientare la riflessione in una piuttosto che in un’altra direzione. Anche le domande, di conseguenza, dovranno inevitabilmente cambiare, a seconda della scelta operata per il contorno.

    Tre mi paiono infatti i temi intorno ai quali è possibile far ruotare la discussione. Il primo, Tiberio e Germanico come caratteri contrapposti, che qui vengono pienamente alla luce. Titubante, insicuro, perennemente spaventato Tiberio, pronto a trasformare però le proprie critiche in invettiva carica di conseguenze, ma pur sempre abbastanza intelligente da cogliere subito che cosa è essenziale e che cosa no nei comportamenti altrui (i vestiti e gli atteggiamenti poco imperiali di Germanico servono a costruirsi una popolarità a basso prezzo, presentandosi nella veste di “uno come tutti, uno di voi”; ma la deviazione in Egitto ha un carattere simbolico molto più pericoloso…). L’altro è simpatico alla superficie, popolare se non populista, ma resta un enigma circa le proprie intenzioni di potere. Come è possibile che Germanico ignorasse la proibizione augustea di recarsi in Egitto? C’è della contraddizione nel suo comportamento e nelle argomentazioni che (nel brano) egli adduce, e Tacito usa non a caso il verbo praetendebatur. Quanto alle parole augustee, secondo possibile tema da sviluppare, arcana dominationis è un nesso pesantissimo. Fin dal proemio Tacito parla della non longa dominatio di Cinna e di Silla contrapposta alla lunga dominatio ottavianea, e nel ritratto di Augusto viene subito messa in evidenza la sua cupido dominandi (I 10); l’idea di nominare Marcello proprio erede appare come un subsidium dominationi (I 3), e i possibili successori dell’imperatore morente sono percepiti dai sudditi come domini (I 4). Mi fermo qui, ma è chiaro quanto dominatio (e non principatus, e non imperium) sia parola chiave del pensiero di Tacito e del giudizio che formula sul principato. Arcana, poi, rimanda a un episodio famoso: l’uccisione di Postumo Agrippa, unico possibile contendente del principato di Tiberio, invita Sallustio Crispo, anima nera del nuovo imperatore e responsabile diretto di quella morte, a ricordare che gli arcana domus (e quindi, dominationis? La radice è quella) non devono essere svelati al pubblico, perché regola del potere (condicio imperandi) è che non aliter ratio constet quam si uni reddatur. Quanto si possono fare ragionare, qui, i nostri studenti! Infine, terzo punto che mi piacerebbe sviluppare, il parallelo con Scipione in Sicilia, che a detta di Tacito aveva osservato gli stessi costumi messi in pratica da Germanico. Gli exempla del passato, si sa, fanno la Storia e la sostanza di Roma, sono il modello sul quale giudicare i nuovi regnanti. Ma Tacito suggerisce qui, a mio parere, una serie di spie linguistiche (usurpavit, aemulatione, factitavisse, quamvis flagrante adhuc Poenorum bello) che consentono di ragionare sul suo pensiero circa quest’uso politico del passato. Anche da questo passaggio, mi sembra, si possono trarre domande e suggerimenti, senza bisogno di ricorrere a un sapere esterno al brano. Il testo, come dovrebbe, basta da solo a guidare qualsiasi interrogazione; e un’interrogazione così guidata ci dice molto di più sulle capacità critiche di uno studente, rispetto a una mera esibizione di sapere.

    ©  Massimo Gioseffi, 2020

  • Percontationes Impossibiles, series altera I – Nero

    Percontationes Impossibiles, series altera I – Nero

    Inauguriamo una nuova serie di Percontationes Impossibiles. Questa volta ne è autrice Silvia Stucchi; i personaggi intervistati sono tutti personaggi storici. Per il resto, le regole sono le medesime della prima serie.

    PERCONTATRIX Ave, Nero.

    NERO Sis, mihi nomen est Lucius Domitius Aenobarbus; tamen, si vis, appella me Neronem.

    PERCONTATRIX Quo nomine Sabini qui “fortis est” indicant.

    NERO Video te, puella, optime edoctam de nomine meo! Dic ergo mihi: cur ad me venisti?

    PERCONTATRIX Percontationis causa…

    NERO Sed quis eam leget?

    PERCONTATRIX Omnes qui Latinae linguae student! Et omnes qui humaniores litteras diligunt.

    NERO Mirum! Sed prius pauca dicenda sunt ut lectorum gratiam mihi conciliem. Nam de me rerum scriptores plurima mendacia scripserunt: tantam infamiam nomini meo intulerunt ut infamia nomen meum obruerint! Sed puto omnes insimulari posse, neminem nisi nocentem revinci posse: qua re confisus, gaudeo quod mihi copia et facultas nunc optigit purgandi probandique mei, quia istae calumniae cum prima specie graves, tum ad refellendum difficiles sunt.

    PERCONTATRIX Quis harum calumniarum auctor est?

    NERO Praesertim iste Tacitus…

    PERCONTATRIX Sed Tacitus clarissimus rerum scriptor est!

    NERO Tace, puella! Inscitia imperitiaque loqueris: Tacitus, quia senator fuit, me oderat! Senatus totus me oderat! Vere alicui credibile est in gente mea neminem valuisse ac mente sana usum esse? Lege, sis, Annales ab excessu Divi Augusti! Videbis quam multa mendacia Tacitus scripserit. Sed vos ei creditis! Avunculum meum, Caligulam, omnino vesanum; Tiberium, omnium rerum simulatorem dissimulatoremque, crudelem ferumque quasi Hyrcanam tigrem; Claudium, balbum claudumque, qui gradum numquam protulit sine libertis suis, qui semper in uxorum dicione mansit…

    PERCONTATRIX Inter quas mater tua quoque fuit.

    NERO Num  de parentibus meis nunc loquendum est?

    PERCONTATRIX Aliquid de familia tua e tuo ore omnes scire volunt…

    NERO Et nos curiositati cedamus! Vobis de patre meo loquar: utinam ne me parvulum reliquisset! Vita mea certe alia fuisset!

    PERCONTATRIX Fateor; sed mater tua diligens impigraque fuit ut primas partes in Palatio ageres.

    NERO Ita. Tamen hoc dicere mihi acerbum est. Mulier pulcherrima fuit, sed impotens! Sed imperiosa! Sed vere tyrannus sub palla fuit! “Nero, huc  veni! Nero hoc fac! Nero, illum dimitte!”. Ommia ad nutum eius mihi facienda erant!

    PERCONTATRIX Sed fatendum est te numquam sine Agrippina principem futurum fuisse…

    NERO Verum est. Sed mater mea maiora spectavit. Pace eius fateor eam ambitiosiorem laudisque cupidiorem fuisse. Qua re patruo suo nupsit!

    PERCONTATRIX Qualis ille tibi visus est?

    NERO Quid dicam de Claudio? Homo litteratus fuit, Tuscoque sermone loquebatur, multa antiquiora noverat. In manibus eius semper stilus tabulaque erant….sed quid aliud facere poterat, miselle? Pila ludere, equitari, curru vehi numquam potuit! Formae dignitatem certe non habuit! Puto eum multos per annos stultum esse simulavisse.

    PERCONTATRIX Omnia intellego. Ad matrem redeamus.

    NERO Bene fecisti. Quid de Agrippina etiamnunc dicendum est? Ecce: me puerum educandum tradidit cuidam philosopho.

    PERCONTATRIX Cui philosopho?

    NERO Scio te eum bene novisse: ne simulaveris te non intellegere! De Lucio Annaeo Seneca dico. Quam multos annos mihi perferendus fuit! Quin etiam: primo eum dilexi! Tamen puer non philosophiae tantum studui, sed etiam tibia canere, psallere, ad symphoniam saltare didici: sciendum enim est etiam quendam optimum saltatorem inter magistros fuisse. Sed praecipue ab ineunte aetate equorum studio flagravi plurimusque mihi sermo, quamquam vetabar, de circensibus erat.

    PERCONTATRIX Nonne ipse aurigare voluisti?

    NERO Ita, et etiam spectari volui, et me in Circo Maximo universorum oculis praebui. Scilicet neque mater neque Seneca studia mea intellegere potuerunt. De Agrippina forsitan tacendum sit: mater semper mater est….sed de Seneca! Sane dixerit  se sapientem numquam fuisse satisque sibi aliquid cotidie e vitiis dempsisse! At aliter locutus est, aliter vixit! Et multos per annos mihi defendendus purgandusque fuit ante omnium oculos: quod molestius fuit.

    PERCONTATRIX Sed, quid de eius praeceptis meministi?

    NERO Molestiam taediumque! Dum ille loquitur, mihi solacium praebebam, cogitans: Alexandrum quoque sectabatur eiusque lateri semper adhaerebat Aristoteles, patris Philippi iussu…

    PERCONTATRIX Nonne postremo vindicavisti te tibi?

    NERO Certe: anno sexto postquam principatum inivi, vincula in quibus tam longe fueram perfregi: Senecam primum dimisi….

    PERCONTATRIX Burrum quoque.

    NERO Burrus me matris iussu custodiebat sicut canis catenarius! Ius mihi erat eligendi praefectum praetorio quem mallem!

    PERCONTATRIX De matre tua autem radicitus exsolvisti…

    NERO Verbis tempera, puella! Puta semper te cum principe sermonem habere! Tamen, tibi fatebor me ea nocte, qua mortua est, vix matrem meam dimisisse, multumque me osculatum esse cum eam amplexus sim! Attamen hoc tibi sciendum est: regnandi cupiditate eo usque pervenit Agrippina ut saepius se mihi offerret, incesto paratam. Quid aliud facerem?

    PERCONTATRIX Sermonem alio transferamus: melius erit. Quid de incendio urbis dicas?

    NERO Necesse erat ut fieret.

    PERCONTATRIX Sed Christianos accusavisti…

    NERO Ulcus tetigisti, puella! Sed quid facerem? Incendium formidulosum fuit, universaque Urbs in rabiem versa: malos auctores in hac re habui.

    PERCONTATRIX Facile dictu, nunc…

    NERO Facile dictu tibi, puella! Num meditata es de principis adulescentis incommodis?! Octavum decimum annum agens princeps factus sum: omnes mihi invidebant sperabantque me praecipitem ruiturum.

    PERCONTATRIX Sed post incendium, Domum quae “Aurea” appellata est, aedificavisti…

    NERO Scisne? Cum de domo mea cogitem, etiamnunc vehementer commoveor: mira fuit, vere omnibus somniis pulchrior.

    PERCONTATRIX Verum est aliqua loca eius domus populo patuisse?

    NERO Certe. Vides quam rerum novarum amator fuerim? Quam multa, quae temporibus tuis communia erunt, ante tempus ego fecerim? Rem publicam ludum scaenicum  esse intellegi.

    PERCONTATRIX Maximas tibi gratias agimus ob percontationem istam. Multa nos docuisti. Postremo, quo modo te describas?

    NERO Piget me Taciti verbis uti, attamen tibi dicam: “Incredibilium cupitor”.

    © Silvia Stucchi, 2019

  • Dunque, Seneca

    Dunque, Seneca

    Dunque, passate le interviste giornalistiche, le chat ecc. ecco forse la sede ideale per tornare a ragionare della prova di maturità 2017. Come oramai sappiamo tutti, il testo era Seneca, i paragrafi 3-5 dell’Epistola 16 a Lucilio (del resto, esplicitamente citato nel testo). Bene, una bella scelta nel complesso, perché Seneca è un autore del canone, e si può pensare che molti studenti ne abbiano letto qualcosa nel corso del loro curriculum. Comunque, è giusto che una prova finale di percorso tenga conto del percorso compiuto. Seneca vi rientra, una definizione di filosofia pure. Spiace semmai che l’epistola sia stata privata dell’inizio (parr. 1-2) e della fine (parr. 6-9). A rivedere il testo originale, ci si rende conto che, specie la parte finale, avrebbe cambiato leggermente la prospettiva del discorso. Detto questo, però, la sezione prescelta ha una sua logica; non rimanda in modo assolutamente necessitante a parti esterne al discorso; ritorna come tale in molti versionari (è un male? è un bene?), a dimostrazione che come unitaria è stata avvertita da molti.

    Come già nel 2015, con Tacito, la versione presenta un breve cappello introduttivo, novità rispetto a quanto si era usi fare fino al 2013. L’introduzione tacitiana conteneva, di fatto, un riassunto parziale del testo proposto; questa senecana era più generica. A traduzione compiuta ci si rende conto che certe frasi si riferivano a parti del testo tradotto, ma prima di avere terminato un’esegesi completa del brano, la cosa non appariva molto evidente. A esegesi compiuta, ovviamente, il dato può servire di controllo, ma in parte è superfluo. Insomma, giusta l’idea dell’aiuto; forse, non un grande aiuto.

    Il testo è facile e difficile nello stesso tempo. E’ facile sintatticamente, perché non si va mai oltre la subordinata di primo grado; ma la difficoltà di Seneca sta nel lessico. Ogni parola nasconde una trappola, ogni parola è portatrice di un significato specifico, che non sempre il dizionario sarà stato in grado di aiutare a cogliere. Sappiamo tutti quanto gli studenti italiani siano abituati a dipendere dal dizionario. Ma qui bisognava ragionare sulle parole, sul loro valore concreto ed etimologico, sullo specifico valore che ad ognuna di esse attribuisce Seneca, uno scrittore che come pochi altri si crea un suo lessico, un suo vocabolario, pur utilizzando parole preesistenti nella lingua latina e nel tecnicismo filosofico (ma i tecnicismi filosofici vengono da lui reinterpretati, alla luce della propria specifica declinazione di filosofia, che non si inserisce in modo preciso entro nessuno schema, nessuna scuola). Gli esempi sono tantissimi: populare artificium io l’avrei tradotto qualcosa come “un prodotto per tutti”, facendo sentire il valore etimologico di artem facere (l’italiano “artificio” sarebbe fuorviante); paratum ostentationi dice che la filosofia non serve a “mettersi in mostra”, come poi dirà che consiste nei concetti (res), non nella forma (verba), che non serve al diletto personale (oblectatio), né ad alleviare il senso di fastidio dedicando tempo alla riflessione (demere otio nauseam). Attraverso l’immagine – platonica e non solo – del mare della vita da attraversare su fragile barca, Seneca assegna alla filosofia il ruolo di un timoniere che siede al timone (ad gubernaculum) e guida la rotta (derigit cursum) di coloro che ancora si agitano sul mare tumultuoso dell’essere (tradurrei così fluctuantium). Mi fermo qui. Vorrei piuttosto sottolineare un’altra cosa. Il testo è perfettamente tripartito (del resto, le edizioni moderne lo dividono in tre paragrafi, anche se la presentazione del testo ministeriale non rispettava esattamente la suddivisione fra il par. 3 e il par. 4, non so perché). Nella prima parte, Seneca presenta cinque false idee sulla filosofia (che non è populare artificium, ostentatio, verba, oblectatio o otium) e, molto pragmaticamente, definisce poi la stessa sulla base delle sue azioni, e non di una definizione concettuale. La filosofia costruisce e abbellisce l’animo, fissa la nostra vita, regge le nostre azioni, ci dice cosa fare e cosa no, stando al timone ci aiuta ad attraversare il dubbio mare della vita. Abbastanza evidente la costruzione in parallelo fra le due parti, cui segue la conclusione: senza filosofia non si vive privi di affanni (secure); la filosofia è d’aiuto in ogni occasione, a ogni ora del giorno. La seconda parte dà voce, come diatriba vuole, a un possibile, fittizio oppositore (aliquis): se la vita umana è retta da un fato provvidenziale, da un dio che ci priva del libero arbitrio, dal caso che impedisce qualsiasi disegno razionale (e quindi anche un cammino assimilabile alla rotta di una nave), a che serve la filosofia? Le tre possibilità si fanno subito dopo due: deus e fatum si riassumono in certa: ciò che è già fissato da altri (e poco importa che si tratti di disegno provvidenziale o di capriccio divino), non può essere mutato. Il caso si ripropone nel termine incerta: se nessuna razionalità esiste nelle cose del mondo, a che serve una guida? L’obiezione si conclude ripetendo i termini iniziali: deus (che include sempre anche fatum) e fortuna (che si sostituisce a casus, ma che di fatto finisce per equivalergli).

    L’ultimo paragrafo offre la risposta di Seneca. Intanto, la filosofia è un imperativo categorico (con piccolo anacronismo, tradurrei così philosophandum est).  E questo è vero sia che si realizzi una sola delle possibilità previste dall’obiezione, sia che si realizzino tutte assieme (quicquid est ex his // vel si omnia haec sunt, dove in vel a me sembra molto forte il valore originale del termine, imperativo di velle, “sia pure anche che…”). L’idea è ripetuta e ampliata subito dopo, parlando ancora di fata, deus arbiter universi, e casus, i tre termini che avevano aperto la discussione. La filosofia è adhortatio, dice Seneca. Noi possiamo accettare di essere trascinati dalla corrente (e poco importa che questa vada verso una meta precisa, fatum vel deus, oppure no, casus vel fortuna); dobbiamo imparare a seguire al meglio possibile questa corrente, e a sopportarla quando ci sembri troppo forte e priva di meta: ducunt volentem fata, nolentem trahunt, un pensiero che tornerà molto più avanti nello scambio di lettere con Lucilio (epist. 107), ma che io sento adombrato già qua.

    Due piccole osservazioni per chiudere: il testo di Seneca è molto bello, proprio per la costruzione che spero di avere messo in evidenza; e per la sfida che ogni singolo termine offre al traduttore. Gettarlo in pasto a ragazzi, e per di più sottrarre ai ragazzi ogni possibilità di commentarlo in qualsiasi modo, e di percepirlo quindi come un testo vivo, e non solo “da tradurre”, per me è un peccato. Non amo particolarmente Seneca, come sanno i miei allievi. Ma questo era un testo sul quale ragionare a livello di contenuto, di struttura, di lessico. Chiederne solo una traduzione, perdipiù, come immagino, spesso in italiota (secondo la prassi scolastica più diffusa: e spero di essere vivamente contraddetto), lo trovo uno sciupio. Questo testo andava accompagnato dalla stessa struttura che ha accompagnato, ieri, una bella, ma meno bella, poesia di Caproni: interesse al contenuto; interesse alla forma argomentativa; interesse circa l’attendibilità e la spendibilità delle parole di Seneca nella vita dei giovani d’oggi (questa sarebbe stata la parte più a rischio della prova, ma in fondo in una maturità ci può anche stare…). Seconda cosa: a preparare questo post mi hanno aiutato due ragazzi al terzo anno di liceo, che ringrazio. Opportunamente guidati, loro sono arrivati saldamente e felicemente in fondo al testo e alle sue difficoltà. E’ stato per me un momento di estrema gioia quando uno dei due, giunto alla fine, ha sciolto istantaneamente e senza stare neanche a pensarci il concettismo di deum sequi, ferre casum (con una amica e collega avevamo paventato che da feras venisse fuori qualche belva feroce; ma così non è stato). I due giovani non me ne vogliano se ora rivelo che a scuola non hanno finora goduto di ottima stampa, e hanno vissuto e vivono tuttora le loro difficoltà. Allora, ecco la morale.

    Primo: testi di tale grandezza non possono essere resi versioni da tradurre, senza possibilità di riflessione e commento. Secondo: con una guida, il testo era abbordabile anche per studenti di grande intelligenza e vivacità, ma dai risultati, quando lasciati da soli, non sempre efficacissimi. Cosa abbiano fatto i maturandi di oggi, lasciati anche questa volta del tutto soli, lo diranno le singole commissioni impegnate nella correzione. Ma se gli esiti non fossero travolgenti, la colpa non sarà di Seneca o del latino: sarà dell’averli lasciati soli…

    seneca – epist. 16.3-5