Year: 2019

  • Le piante delle Bucoliche – I

    Le piante delle Bucoliche – I

    Inizio oggi un’ambiziosa serie di post, che vorrebbe passare in rassegna la flora presente in ognuna delle dieci egloghe virgiliane. Anni fa avevo progettato, con un’amica fotografa, un libretto che illustrasse le egloghe pianta per pianta. Non se ne fece nulla. Adesso, grazie a internet, il compito è più facile. Strumento indispensabile di lavoro sono le foto disponibili in rete e, per la parte scientifica, il volume di Gigliola Maggiulli, Incipiant silvae cum primum surgere (un verso della sesta egloga). E’ un libro utilissimo, in cui tutte le piante citate da Virgilio – non solo nelle Bucoliche – sono passate in rassegna una per una, per essere schedate, analizzate, discusse. Purtroppo, il fallimento della casa editrice che lo aveva prodotto e la data relativamente ‘antica’ del volume (Roma 1995) hanno impedito una sua adeguata diffusione e la messa in internet, che sarebbe stata cosa utilissima. In parte, cerco perciò di rimediare qui.

    Partiamo dalla prima egloga e dalle piante che vi sono nominate.

    Titiro suona sdraiato all’ombra di un faggio (v. 1). I faggi tornano nella seconda, nella quinta e nella nona egloga. Il faggio di Titiro è una pianta patula, ampia, che ‘si apre bene’, e che offre ristoro e protezione (sub tegmine). Il pastore, supino (recubans), suona il flauto, presumibilmente appoggiato alla grande corteccia dell’albero. Quello che a volte sfugge in questa immagine è che la fagus sylvatica, il faggio odierno, è pianta da habitat collinare e montano, piuttosto diffusa in tutto il paesaggio alpino e appenninico d’Italia, trovando il suo optimum abitativo intorno ai 900-1000 m di altitudine, anche se si conoscono casi eccezionali di faggeti (uno in Toscana, l’altro sull’appennino emiliano) che scendono fino a 150 m ca. sul mare. Insomma, il faggio non è una pianta di pianura: anni fa, la Banca Agricola Mantovana, oggi defunta, realizzò una strenna natalizia dedicata alle piante di Virgilio, e la foto del faggio andò a recuperarla lungo la valle del Chiese, nella zona del lago d’Idro, che credo sia una delle sedi abituali di seconde case dei Mantovani. Perché allora Virgilio dedica tanto spazio al faggio? La prima risposta possibile, è allontanare l’ambiente dell’egloga (e di tutte le egloghe) da ogni possibile interferenza con un paesaggio biografico. L’egloga racconta la storia di Titiro, non quella di Virgilio: e come Titiro è vecchio (e Virgilio nemmeno trentenne) o ex-schiavo (e Virgilio nacque libero, come attestano i tria nomina), così l’ambiente abitativo di Titiro non coincide, da subito, con quello di Virgilio (l’ager Mantuanus). Nella stessa ottica, il faggio si concilia invece con i monti, dalle cui pendici scendono le ombre della sera, nel finale dell’egloga (v. 83). Altra risposta possibile, è invece ricordare che i faggi sono ignoti a Teocrito, ma in greco fēgos è il nome della quercia (quercus robur), pianta ricorrente nelle Bucoliche, ma soprattutto pianta che gli antichi esegeti connettevano al verbo fagein, nutrire. La fagus virgiliana, come la fēgos greca, cioè, sarebbero piante arcaiche, primitive, connesse a un’idea di nutrimento naturale e spontaneo, da raccoglitori di frutti, che non conoscono agricoltura e fatica.

    (faggeto montano)

    Anche il nocciòlo (corylus) e la quercia (quercus) citati ai vv. 14 e 17 da Melibeo concorrono a un’immagine boschiva e da collina, se non proprio da montagna, almeno, ovviamente, nel loro habitat naturale. Nell’egloga il nocciòlo vede avvenire, sotto di sé, l’abbandono da parte della madre dei due piccoli capretti appena nati: in questo modo, una pianta che serve tradizionalmente alla nutrizione alimentare è testimone dello sfacelo, anche economico, portato dalle espropriazioni (spem gregis, a, silice in nuda conixa reliquit). La quercia, colpita dal fulmine, aveva pronosticato un simile scompiglio: la quercia è pianta solida, rigida, spesso utilizzata nelle similitudini per indicare un opporsi tetragono al destino. Ruolo che qui, simbolicamente, le viene invece meno.

    (quercia fulminata)

    Titiro, nella sua risposta, paragona Roma e la città conosciuta fino a quel momento da lui e da Melibeo, quella al cui mercato essi erano soliti recarsi, rispettivamente a un cipresso e a un cespuglio di viburno. Mi pare significativo che, nelle Bucoliche, nessuna di queste due piante torni più: quella di Titiro è un’immagine poetica, costruita su sapere comune, non su un panorama che si voglia in qualche misura ricostruire. Il cipresso (cupressus sempervirens) è scelto come simbolo di Roma per il suo svettare solitario, v. 25. Con i viburna Virgilio individua invece dei cespugli a basso fusto, ed è possibile che il termine avesse, per lui, valore del tutto generico. Il moderno viburnum lantana, detto anche popolarmente “lentaggine” (e lenta è l’aggettivo con cui Virgilio caratterizza qui i viburna: ‘flessuosi’), è pianta piuttosto diffusa in Italia centro-settentrionale, usata come ornamento dei giardini, ma presente anche allo stato selvatico, che arriva fino a 3/4 metri di altitudine, entro un habitat non superiore ai 1000 m di altezza sul mare. Fiorisce in primavera, con fiorellini bianchi, piccoli ma numerosi; per il resto, è pianta abbastanza insignificante, adatta a creare ombra o a fare siepe. Nei giardini odierni se ne conoscono sottospecie differenti.

    (viburno da giardino, coltivato a siepe)

    Possiamo ora passare velocemente sopra le pinus ricordate da Melibeo al v. 38, o su termini generici come poma (qualsiasi pianta da frutto; come frutti maturi, mitia poma, la parola ritorna al v. 80) e arbusta, un altro termine generico. Al v. 48 Melibeo descrive i beni di Titiro come una palude ricoperta di giunco, ossia di canneti: pianta da territorio paludoso, e che ben si adatta a descrivere i dintorni di Mantova (oggi bonificati), e un po’ tutta la pianura padana (anche Milano, fino all’età moderna, lo ricordo, era circondata da paludi).

    (canneto lungo le rive del Mincio)

    Più interessante è lo spazio che viene concesso, entro quel medesimo contesto, alla salix. Poiché di tale pianta si contano oltre trecento specie, è difficile dire a quella di esse si riferisca qui Virgilio. La più diffusa è la salix alba, cui fa seguito la salix viminalis, che assolvono entrambe le caratteristiche che riconosce loro il poeta. Intanto sono piante fluviali, che nascono spontanee in natura, ma sono anche coltivate dalla mano dell’uomo, specie a protezione di canali e rive di fiumi, per le loro capacità di consolidamento del terreno, cui impediscono di slittare verso l’acqua. La salix in effetti è, con i canali d’acqua, il confine usuale delle proprietà individuate dalla centuriazione romana. Quindi, quando Melibeo rievoca un Titiro felicemente addormentato inter flumina nota (v. 51: non necessariamente ‘fiumi’, ma qualsiasi ‘corso d’acqua’, anche i canali delimitanti la proprietà), vicino a una siepe di salici (vv. 53-54), alla cui ombra può tranquillamente dormire, cullato dal ronzio delle api (v. 55), di fatto sta descrivendo un personaggio beato, circondato dalle sue cose, al centro di beni di indiscusso possesso, entro i quali continuare senza pensieri la vita di sempre. Preciso che il cosiddetto ‘salice piangente’ (salix alba tristis) è una sottospecie di salix, assai più rara, estranea al paesaggio bucolico.

    (salix alba)
    (salix viminalis)

    La proprietà di Titiro si caratterizza anche per la presenza di un alto olmo, sul quale ha nidificato la tortora. Non è qui importante individuare esattamente la specie cui Virgilio poteva fare riferimento (la ulmus minor, ovvero ‘olmo campestre’, e la ulmus glabra, ovvero ‘olmo montano’ sono le due più quotate, con una preferenza per la prima); importante è il panorama complessivo che Melibeo viene nel complesso a delineare. Come abbiamo visto, i beni di Titiro sono delimitati da una siepe di salice e dai corsi d’acqua, chiamati anch’essi a fare da confine; includono terreni umidi e un po’ paludosi, o, al contrario, sassosi e morenici (v. 47), ma comunque sufficienti a fornire dei pascua; un pomario, nel quale si ritrovano alberi da frutta produttivi; e, presumibilmente più vicino alla casa, un olmo a proteggerla e difenderla, sul quale gli uccelli nidificano indisturbati. Quella che viene così descritta è la tipica fattoria romana, rispetto alla quale solo la fagus iniziale appare in contraddizione. L’olmo, qui pianta domestica, nelle altre egloghe tornerà in continuazione come supporto della vite, una tecnica di coltivazione effettivamente praticata nel mondo antico.

    (ulmus minor)

    Anche la proprietà di Melibeo doveva avere le stesse caratteristiche. L’orizzonte mentale di Melibeo è fatto di arva (campi arati) e agri (campi coltivati), novalia (campi messi a riposo nel ciclo della rotazione), segetes  e aristae (messi e spighe), terre ben coltivate (tam culta). Il pomario si precisa come fatto di peri e di viti (v. 73), per ognuna delle quali Melibeo conosce una specifica tecnica di coltivazione: la riproduzione ad innesto, e la disposizione a filari.

    (innesto del pero)

    Non mancano naturalmente nemmeno i pascua, o comunque i terreni di cui Melibeo può disporre per questo scopo. Essi includono una rupe (v. 76), una grotta (v. 75), i già noti salici e, piante finora sconosciute, i generici dumi (cespugli non ben identificati; un dumetum è, di norma, un roveto), e la florens cytisus, descritta qui come pianta da foraggio particolarmente apprezzata dalle capre, nella decima egloga come pianta mellifera di grande valore. La moderna cytisus (la ginestra di leopardiana memoria) non coincide con queste caratteristiche, e l’identificazione della cytisus virgiliana resta incerta. Probabile che si tratti della medicago sativa, la cosiddetta ‘erba medica’ dei nostri campi, una leguminosa foraggera per eccellenza e che, in quanto azoto-fissatore, arricchisce nuovamente il suolo in modo naturale, dopo l’impoverimento dato da precedenti coltivazioni di altre famiglie, ed è per questo molto diffusa nelle campagne italiane.

    (medicago sativa)
    (medicago sativa in fiore)

    Altri hanno invece pensato al Trifolium pratense, che ha le stesse caratteristiche della precedente, ma – a differenza di quella – meno si presta a terreni aridi e assolati, e ha necessità di una certa irrigazione: cosa che ben si adatta all’immagine della campagna paludosa e solcata da canali che Melibeo ha delineato fin qui.

    (trifolium pratense in fiore)

    Resta un’ultima pianta a chiudere l’egloga. Con un’offerta finale di ospitalità, Titiro invita Melibeo a restare per una notte presso di lui, promettendogli come cena formaggio, frutta e castagne. Il castagno appartiene anch’esso al gruppo delle fagaceae, come i faggi iniziali e le querce. Diciamo che l’egloga si chiude così con una certa circolarità. Benché si possa trovare già a un’altezza sul mare di ca. 200 m, e fino agli 800 ca., anche il castagno è comunque pianta che prevede un habitat ondulato, se non proprio collinare (ricordo invece che i cittadini ippocastani non hanno nessuna parentela diretta con il castagno e appartengono al genere della aesculus, originario dell’Asia e importato in Italia a puro scopo ornamentale).

    (castagneto nel Lazio)

    Possiamo provare a concludere qualcosa? Diciamo che a me sembra che Virgilio abbia descritto un paesaggio umano e sociale molto preciso, fatto di gesti, azioni, operazioni e anche tratti paesaggistici indiscutibilmente romani e legati alla sua epoca. Viceversa, quando si riferisce a un paesaggio naturale, che serva di ambientazione geografica, non ‘sociologica’ e storica, i tratti si fanno più incerti, e resta molto dubbio che egli volesse ritrarre una località precisa. Se però così non fosse, l’impressione è che tale località andrebbe cercata più nella parte settentrionale dell’attuale provincia mantovana, che non in quella meridionale: più verso le ondulazioni che digradano dal (o portano al) lago di Garda, che nella zona in cui il Mincio si avvicina al Po e vi si getta. In ogni caso, si tratterebbe di andare in cerca delle proprietà di Titiro e Melibeo, non di quella di Virgilio. E questo mi sembra che l’egloga lo sottolinei fortemente in ogni suo tratto.

    © Massimo Gioseffi, 2019

  • Percontationes Impossibiles, series altera II – Cicero

    Percontationes Impossibiles, series altera II – Cicero

    Percontatrix Hodie, amici, audire poterimus vocem illius viri qui linguam Latinam maxime illustravit: de Marco Tullio Cicerone dico. Vehementer commoveor. Ineamus ergo clari oratoris pulchram domum, quae in Palatino colle est, et…

    Terentia Siste gradum, mulier! Quis es? Quid vis?

    Percontatrix Ave, Terentia! Magistri discipulique qui nos legunt cupidi sunt Marci Tulli audiendi, quia Cicero nos omnes Latini sermonis elegantiam docuit….

    Terentia Sed Marco nullum tempus ad loquendum est! In oratione scribenda tempus eius absumitur!

    Percontatrix Quid dicis?

    Terentia Mulier, nescio ubi vivas. Num ignoras Catilinam coniurationem ad rem publicam capessendam machinatum esse clandestinaque consilia ad consulem necandum inisse? Cras Marcus meus in curia in eum impetum faciet eiusque animum funditus franget! Testimonia habet certissima: in perpetuum res publica Marco gratiam certe habebit.

    Percontatrix Ergo Marcum videre hodie non potero?

    Terentia Minime! Occupatior est, quod iam tibi dixi!|

    Percontatrix Tamen, quia magnum et sapientem virum neminem comperimus fuisse sine quadam maxima uxore, possum tecum aliquantulum loqui? Hoc et mihi et lectoribus satis erit. Multos enim puto tanti oratoris vitae cognoscendae cupiditatem aliquam habere…

    Terentia Ego quoque occupata sum, mulier! Certe nescis Marcum in manibus meis omnia domestica officia semper committere; cum e curia redit, fessus fatigatusque est et nihil vult de rationibus sumptibusque domesticis audire. Immo etiam, veniam mihi da, mulier, sed abeundum nunc mihi est: Eros procurator iam diu me expectat!

    Percontatrix Em res adversas! Sed animo non deficiemus! Ecce, obvius occurrens aliquis de familia Ciceronis: Tiro, Tiro ille, est! Quam multa ab illo sciemus de Ciceronis scribendi ratione! Ave, Tiro… Quo curris?

    Tiro Ad Atticum mihi festinandum est: Ciceroni opus est Demosthenis contra Philippum orationibus.

    Percontatrix Aliquid  nobis patefacere de Ciceronis moribus attamen vis?

    Tiro Id facere vellem, mulier; sed nunc tempus mihi non est! Vale!

    Percontatrix Neque Terentia neque Tiro vacui fuerunt percontationi meae, amici! Sed animo non deficiamus! Puellam quandam video, quae multa certe de Cicerone nobis deteget; ecce, Tullia est, oratoris filia. Ave, Tullia!

    Tullia Ave, mulier! Quid facis hic? Quid quaeris?

    Percontatrix Cum patre tuo conloqui volebam, quod tamen difficillimum videtur…

    Tullia Ioco me hoc dicis, an serio? Num credis me hoc nescire? Pater meus occupatior est! Pater meus semper occupatus est! Mihi quoque occupatus est! Omnes enim sciunt nullam illi afferendam esse molestiam, dum scribit! Num id tu ignoras?

    Percontatrix Scio, sed longum iter feci ad eum videndum… Nonne de me deprecari potes?

    Tullia Id facere nullo pacto possum, nec audeo. Mihi quoque nullus accessus ad eum datur. Quapropter, non solum patri pareo auxilium tibi denegando, sed nunc mihi abeundum est, quia matronalia negotia multa et gravia sunt.

    Percontatrix Negotia…matronalia? At puella es!

    Tullia Minime: quintum et decimum annum iam ago! Hic tertius annus est ex quo nupsi. Nunc, quaeso, ignosce mihi, domum redeundum est, quia ancillae lanificae diligenter observandae sunt. Vale, mulier!

    Percontatrix Amici, operam et oleum perdidimus! Marcus Tullius occupatior est neque nobiscum locuturus videtur. Quod forsitan malum non est: saepe vero magni viri laudatores suos deceperunt. Melius fortasse erit Ciceronis opera legere quam cum illo conloqui…

    © Silvia Stucchi, 2019

    [L’immagine di copertina è la vignetta Cicero denounces Catiline di John Leech, 1817-1864, già illustratore dei romanzi di Dickens e altri, e autore, nel 1852, del volume A Comic History of Rome]

  • Cesare e i suoi ritratti

    Cesare e i suoi ritratti

    Nella scultura ufficiale romana l’intento celebrativo superava il momento di astratto interesse formale. Ciò era possibile perché l’arte romana aveva trovato nell’uso pubblico il canale per veicolare messaggi celebrativi e politici a sostegno dell’ideologia al potere. In particolare, nel caso delle statue e dei ritratti a determinare l’effetto espressivo non era solo la tipologia della raffigurazione, ma anche il luogo in cui veniva collocata e l’inscrizione che l’accompagnava.

    Inizialmente era il Senato che, riconosciuto il valore di un’azione, premiava il singolo cittadino attraverso una statua. La letteratura latina offre, a questo titolo, vari aneddoti: Plinio ha dedicato al tema diversi capitoli del libro XXXIV della Naturalis Historia; Tito Livio e Valerio Massimo chiariscono come queste onorificenze potessero essere ottenute da chiunque, senza che l’estrazione sociale o il sesso fossero delle barriere. Il primo, infatti, riporta l’episodio di Clelia (II, 13 – ricordato anche da Plinio, XXXIV, 28-29, e Virgilio, Eneide VIII, 651), ragazza romana ostaggio di Porsenna, dal quale riesce a liberare sé e altre donne e a fuggire a nuoto, meritandosi così la prima statua equestre della storia romana, disposta sulla via Sacra. Valerio narra invece la vicenda del puer Emilio Lepido (III, 1), troppo giovane per arruolarsi nell’esercito, ma già meritevole della corona civica, degli spolia del comandante avversario e della collocazione sul Campidoglio di una statua con la bulla e la toga praetexta.

    A partire dalla tarda repubblica, crebbe notevolmente da parte dei singoli uomini politici la necessità di proclamare il proprio potere e lo status sociale attraverso nuove costruzioni o immagini, che divennero strumento di propaganda. Cesare si inserì in questa tradizione, sfruttando le onorificenze ricevute in seguito ai trionfi.

    Le sue statue suscitarono, e suscitano ancora, grande incertezza (Zanker le definisce “irritanti”) sulle intenzioni monarchiche di Cesare. Già nel suo Foro, pur mostrandosi nelle vesti tradizionali del generale vittorioso con una statua pedestre e una equestre, Cesare risultava sprezzante delle regole repubblicane, dal momento che entrambe le statue erano loricate, mentre nei confini del pomoerium era vietato stare armati né potevano comparire raffigurazioni in armi. Ma altre statue tentavano di presentare Cesare addirittura come un dio o un semidio, senza che sia chiaro se fossero uno strumento di propaganda anticesariana o un tentativo mal riuscito di celebrazione da parte di quella cesariana. Fra queste si ricordano una statua in avorio che sfilava insieme agli agalmata degli dèi nella processione verso il Circo Massimo; un’altra collocata nel tempio di Quirino (con l’augurio di Cicerone che Cesare diventasse ben presto “collega” del dio), accompagnata dall’inscrizione “dio invincibile”, già epiteto di Romolo; infine, una terza eretta nell’area capitolina insieme a quelle dei re, in una collocazione alquanto ambigua, perché accanto a quella di Bruto, rappresentato con una spada sguainata. Così, l’antico e il nuovo liberatore erano collocati l’uno vicino all’altro, e se da un lato Cesare era posto alla stregua di Romolo e Bruto e si vedeva concessa pari dignitas, dall’altro i suoi detrattori non persero l’occasione di sottolineare la sua aspirazione al regno.

    Con quest’ultima statua Cesare voleva dare rilievo al proprio ruolo di difensore della libertas Urbis, tema poi intensificato con l’innalzamento di una statua cinta sul capo dalla corona obsidionalis, interpretata come liberazione dello Stato dall’assedio degli avversari. A partire da quel momento le corone vennero sempre marmorizzate, diventando una caratteristica della ritrattistica romana successiva, mentre in precedenza sulle statue di chi meritava questi onori veniva posta una vera e propria corona. Anche dopo le Idi di Marzo le statue di Cesare non cessarono di creare divisione: da un lato i Cesaricidi aprirono fucine di smaltimento per fondere i metalli con cui erano state eseguite, dall’altro Ottaviano fece erigere altre rappresentazioni di Cesare divinizzato.

    Sono meno controversi i ritratti di Cesare, fra i quali si trovano due esemplari a lui contemporanei: il cosiddetto Cesare Tusculum e quello rinvenuto nel Rodano presso Arles, la colonia cesariana di Arelate. Entrambi sono molto diversi dai ritratti postumi, più conformi alle idee e alla direttive espresse dal principato di Ottaviano.

    Il viso del ritratto di Tuscolo (oggi conservato al museo archeologico di Torino) mostra una magrezza estrema ed esibisce rughe profonde sulla fronte e sulle guance. Questi elementi hanno permesso di datare il ritratto agli ultimi anni di vita del dictator, o poco dopo la sua morte. Certamente si tratta del profilo di un Cesare maturo, presentato nelle vesti di un politico accorto. Per il suo realismo il ritratto si colloca inequivocabilmente nella tradizione repubblicana, per la quale l’esigenza di differenziarsi dagli avversari politici rendeva necessaria la massima attenzione alla resa dei dettagli dei lineamenti fisici.

    (Il Cesare “Tusculum”)

    È invece controversa l’identificazione con Cesare del ritratto scoperto nel 2007 sulla riva destra del Rodano, presso l’antica Arelate. Il ritratto potrebbe essere stato scolpito nel 49 a.C., in occasione dell’assedio di Marsiglia, o nel 46 a.C., anno in cui Cesare dedusse la Colonia Iulia Paterna Arelate Sextanorum. Infatti, la deduzione della colonia può giustificare la presenza di un ritratto onorifico di Cesare, forse inserito in uno spazio pubblico durante la celebrazione per la fondazione della città, o sopra un monumento trionfale dal quale lo sguardo di Cesare incontrava il Rodano e contemplava Arelate. Ciò che colpisce immediatamente è il realismo del viso, scolpito con estrema cura, e la presenza di caratteristiche plastiche individuali. Vi è raffigurato un uomo imberbe, d’età matura, con diverse rughe profondamente incise, che simulano il cedimento della pelle e connotano il volto di un politico concentrato in grandi pensieri. Il profondo realismo estetico, privo di pietà, contraddistingue il volto e contribuisce a collocare l’opera in quel filone ritrattistico tipico della tarda repubblica, in cui un’espressività molto forte riflette il carisma e i valori della virtus e del mos maiorum.

    (Il presunto Cesare di Arles)

    L’identificazione con Cesare si fonda sulla compatibilità cronologica del pezzo con l’età cesariana e sulle caratteristiche comuni con il ritratto di Tusculum. Inoltre, l’esecuzione finissima e l’uso di un marmo pregiato indicano una committenza molto alta. In effetti, sembra poco probabile che un magistrato romano o uno dei notabili locali abbia potuto farsi rappresentare alla maniera di Cesare, anche perché l’immagine di questi non era ancora stereotipata.

    Dopo la morte di Cesare la fisionomia del Dictator si riequilibrò in visioni più armoniose e idealizzate. È il caso dei ritratti Chiaramonti e Pisa, risalenti a un originale dell’età del secondo triumvirato, o comunque riconducibili a uno stesso modello, che potrebbe anche essere lo stesso ritratto Chiaramonti. Questi due busti illustrano un Cesare divinizzato, fuori dal tempo, la cui espressione sembra risentire della chiara volontà di Ottaviano di ricordare Cesare come l’incarnazione ideale del fondatore dell’Impero Romano.

    (Il Cesare Chiaramonti)

    Il ritratto di Cesare è presente anche sul diritto dei denari autorizzati dal Senato e coniati dai quattuorviri monetales, dopo il termine del conflitto civile, quando Cesare ottenne, primo fra i cittadini romani, l’onore di apporlo con la menzione della dittatura perpetua, accompagnato sul rovescio dall’effigie di Venere.

    (Denarium effigiante Cesare)

    Riassumendo: l’atteggiamento ambiguo di Cesare verso la tradizione repubblicana si manifesta in primo luogo nei loci prescelti per apporre la sua immagine: il Campidoglio e il Foro Romano erano i luoghi pubblici più ambiti per la collocazione di statue, ma è indubbio che acconsentire ad onori come la traductio in pompa e avere una propria statua nel tempio di Quirino era un gesto audace, che suscitò reazioni negative, perché Cesare accettò, se non addirittura scelse in prima persona, due sistemazioni inusuali e contrarie alla tradizione repubblicana. Non passò inosservato nemmeno il tentativo di creare un legame con Romolo, che offriva il modello per la divinizzazione: una propaganda che si rivolse contro Cesare stesso, perché i Cesaricidi organizzarono il suo assassinio pensando proprio alla versione cruenta della morte di Romolo.

    © Niccolò Chiesa, 2019

  • Una sonata iliadica

    Una sonata iliadica

    Nella serie di post dedicati alla musica contemporanea e alla cultura classica, questa volta vorrei presentare la sonata per pianoforte “Troia”, opera del compositore, pianista, arrangiatore Fazil Say. Nato ad Ankara nel 1970, Say è cresciuto in Germania, dove i suoi genitori erano emigrati. Nella sua cultura unisce perciò tradizione “occidentale” (i suoi studi si sono compiuti fra Düsseldorf e Berlino), e tradizione “orientale”, rappresentata da riprese di temi, stilemi e interessi generali per la terra d’origine. Il catalogo delle composizioni è piuttosto ampio: la sonata di cui parlo, datata 2017, è il numero 78 della lista ufficiale. Say è anche un rinomato concertista e improvvisatore. In questo inizio di 2019, ad esempio, è apparso due volte a Milano, a febbraio alla Scala, nelle vesti di accompagnatore del mezzosoprano francese Marianne Crebassa; all’orchestra Verdi a marzo, come solista al pianoforte (vi si era già esibito nel 2017). La personalità di Say è non solo poliedrica, ma anche sempre singolare. Ne offro come testimonianza due esecuzioni del Rondò finale, terzo movimento della Sonata per pianoforte numero 11 di Mozart, il cosiddetto “Rondò” (o “Marcia”) “alla turca” – un titolo che non poteva mancare nel repertorio del nostro pianista. La prima esecuzione è “regolare”, ancorché velocissima rispetto al tempo di “Allegrino” marcato da Mozart; l’altra è una rielaborazione jazzistica dello stesso Say. Tutti i brani sono derivati dal sito del musicista, dove sono offerti alla libera fruizione.

    Come compositore, Say ha al suo attivo tre sinfonie (intitolate significativamente “Istanbul”, “Mesopotamia”, “L’intero universo”); vari pezzi solistici per pianoforte e altri strumenti – inclusa la voce umana; un Requiem; numerosi concerti per solisti e orchestra: tromba, clarinetto, violino (dal titolo di “Le mille e una notte nell’Harem”), e almeno quattro se non più concerti per pianoforte (uno, per due pianoforti). A esemplificazione della sua arte, presento Kara Toprak (“Terra nera”), proposto come bis nel concerto a Milano di quest’anno; e la versione numero 2, per piano solo, e numero 3, per piano e voce solista, che si limita però a un melisma vocalico che ricorda allo stesso tempo un lamento e il canto di un muezzin, di Gezi Park (Gezi Park è la località di Istanbul dove un sit-in di protesta contro la creazione di un centro commerciale ha provocato, nel 2013, una reazione scomposta delle forze dell’ordine turco, con un bilancio complessivo di nove morti e ottomila feriti). Dalla composizione si evince un ulteriore tratto dello scrivere di Say, e cioè l’impegno nella quotidianità e nella cronaca, anche politica, della sua terra. La versione numero 1 della composizione, è un più ambizioso concerto per due pianoforti.

    (Kara Toprak)
    (Gezi Park 2)
    (Gezi Park 3)

    Veniamo alla sonata “Troia” (Troy) che è il titolo che più direttamente ci interessa. E’ in dieci movimenti (il brano si può sentire per intero, assieme ad altre opere di Say, in un recente disco, in commercio anche in Italia). Diciamo subito che la sonata ha avuto recensioni miste, alcune di grande entusiasmo, altre più fredde. Nonostante si apra nel nome di Omero, ricorda forse più il film di Wolfgang Petersen del 2004, di cui rispetta la sceneggiatura, che non davvero l’Iliade, rivelandosi così perfetto emblema di un riuso contemporaneo dei classici, che non passa necessariamente attraverso i classici, ma piuttosto attraverso la “scia” di prodotti e riferimenti che essi hanno lasciato dietro di sé. Significativo mi pare infatti che, contro il precetto oraziano, Say voglia ricostruire praticamente ab ovo la vicenda troiana, dando grande spazio alla figura di Paride e alla seduzione di Elena, così come accadeva nel film, ed esaltando, dei dieci anni di guerra, solo la figura carismatica di Achille. D’altra parte, nell’ottica già erodotea di presentare la guerra di Troia come il primo scontro epocale fra civiltà appartenenti a Storie e continenti diversi, si intuisce come nella carriera di Say non potesse mancare un omaggio a questo tema.

    Il primo movimento, grave e pensoso, delinea la figura di Omero, quasi un ripiegarsi del bardo sul passato di cui sta per raccontare le vicende. Il secondo movimento si anima grazie agli arpeggi della mano destra, che creano l’immagine dei venti che sospingono la nave di Paride dall’Asia alla Grecia. La mano sinistra, con i suoi accordi pesanti, getta però un’ombra di inquietudine sul viaggio. Il terzo movimento, rapido ma calcato, marziale, ben scandito, evoca gli eroi achei radunati a Sparta. La città lacedemone è protagonista del quarto movimento, lento e profondo, misterioso, inquietante. Con l’arrivo di Elena, quinto movimento, si apre una sorta di duetto d’amore, in pieno stile melodico.

    (Omero)
    (Venti dell’Egeo)
    (Gli eroi della Grecia)
    (Sparta)
    (Elena e Paride)

    Con il sesto movimento ci siamo spostati in Asia Minore. Il pianoforte evoca un’alba tranquilla nella città di Priamo, prima che, nel settimo movimento, faccia la sua irruzione Achille, martellante, insistente, quasi orgiastico alla fine del brano, come assorto in una specie di crudele danza della guerra. Il conflitto è al centro dell’ottavo movimento, irruente e baldanzoso. Nel nono appare il cavallo di Troia, una marcia scandita dai grandi gesti del pianista, che lascia poi spazio alla festa della presunta salvezza e al silenzio della notte fatale. Conclude l’opera un rapido epilogo.

    (Troia)
    (Achille)
    (La guerra)
    (Il cavallo)
    (Epilogo)

    © 2019

  • Percontationes Impossibiles, series altera I – Nero

    Percontationes Impossibiles, series altera I – Nero

    Inauguriamo una nuova serie di Percontationes Impossibiles. Questa volta ne è autrice Silvia Stucchi; i personaggi intervistati sono tutti personaggi storici. Per il resto, le regole sono le medesime della prima serie.

    PERCONTATRIX Ave, Nero.

    NERO Sis, mihi nomen est Lucius Domitius Aenobarbus; tamen, si vis, appella me Neronem.

    PERCONTATRIX Quo nomine Sabini qui “fortis est” indicant.

    NERO Video te, puella, optime edoctam de nomine meo! Dic ergo mihi: cur ad me venisti?

    PERCONTATRIX Percontationis causa…

    NERO Sed quis eam leget?

    PERCONTATRIX Omnes qui Latinae linguae student! Et omnes qui humaniores litteras diligunt.

    NERO Mirum! Sed prius pauca dicenda sunt ut lectorum gratiam mihi conciliem. Nam de me rerum scriptores plurima mendacia scripserunt: tantam infamiam nomini meo intulerunt ut infamia nomen meum obruerint! Sed puto omnes insimulari posse, neminem nisi nocentem revinci posse: qua re confisus, gaudeo quod mihi copia et facultas nunc optigit purgandi probandique mei, quia istae calumniae cum prima specie graves, tum ad refellendum difficiles sunt.

    PERCONTATRIX Quis harum calumniarum auctor est?

    NERO Praesertim iste Tacitus…

    PERCONTATRIX Sed Tacitus clarissimus rerum scriptor est!

    NERO Tace, puella! Inscitia imperitiaque loqueris: Tacitus, quia senator fuit, me oderat! Senatus totus me oderat! Vere alicui credibile est in gente mea neminem valuisse ac mente sana usum esse? Lege, sis, Annales ab excessu Divi Augusti! Videbis quam multa mendacia Tacitus scripserit. Sed vos ei creditis! Avunculum meum, Caligulam, omnino vesanum; Tiberium, omnium rerum simulatorem dissimulatoremque, crudelem ferumque quasi Hyrcanam tigrem; Claudium, balbum claudumque, qui gradum numquam protulit sine libertis suis, qui semper in uxorum dicione mansit…

    PERCONTATRIX Inter quas mater tua quoque fuit.

    NERO Num  de parentibus meis nunc loquendum est?

    PERCONTATRIX Aliquid de familia tua e tuo ore omnes scire volunt…

    NERO Et nos curiositati cedamus! Vobis de patre meo loquar: utinam ne me parvulum reliquisset! Vita mea certe alia fuisset!

    PERCONTATRIX Fateor; sed mater tua diligens impigraque fuit ut primas partes in Palatio ageres.

    NERO Ita. Tamen hoc dicere mihi acerbum est. Mulier pulcherrima fuit, sed impotens! Sed imperiosa! Sed vere tyrannus sub palla fuit! “Nero, huc  veni! Nero hoc fac! Nero, illum dimitte!”. Ommia ad nutum eius mihi facienda erant!

    PERCONTATRIX Sed fatendum est te numquam sine Agrippina principem futurum fuisse…

    NERO Verum est. Sed mater mea maiora spectavit. Pace eius fateor eam ambitiosiorem laudisque cupidiorem fuisse. Qua re patruo suo nupsit!

    PERCONTATRIX Qualis ille tibi visus est?

    NERO Quid dicam de Claudio? Homo litteratus fuit, Tuscoque sermone loquebatur, multa antiquiora noverat. In manibus eius semper stilus tabulaque erant….sed quid aliud facere poterat, miselle? Pila ludere, equitari, curru vehi numquam potuit! Formae dignitatem certe non habuit! Puto eum multos per annos stultum esse simulavisse.

    PERCONTATRIX Omnia intellego. Ad matrem redeamus.

    NERO Bene fecisti. Quid de Agrippina etiamnunc dicendum est? Ecce: me puerum educandum tradidit cuidam philosopho.

    PERCONTATRIX Cui philosopho?

    NERO Scio te eum bene novisse: ne simulaveris te non intellegere! De Lucio Annaeo Seneca dico. Quam multos annos mihi perferendus fuit! Quin etiam: primo eum dilexi! Tamen puer non philosophiae tantum studui, sed etiam tibia canere, psallere, ad symphoniam saltare didici: sciendum enim est etiam quendam optimum saltatorem inter magistros fuisse. Sed praecipue ab ineunte aetate equorum studio flagravi plurimusque mihi sermo, quamquam vetabar, de circensibus erat.

    PERCONTATRIX Nonne ipse aurigare voluisti?

    NERO Ita, et etiam spectari volui, et me in Circo Maximo universorum oculis praebui. Scilicet neque mater neque Seneca studia mea intellegere potuerunt. De Agrippina forsitan tacendum sit: mater semper mater est….sed de Seneca! Sane dixerit  se sapientem numquam fuisse satisque sibi aliquid cotidie e vitiis dempsisse! At aliter locutus est, aliter vixit! Et multos per annos mihi defendendus purgandusque fuit ante omnium oculos: quod molestius fuit.

    PERCONTATRIX Sed, quid de eius praeceptis meministi?

    NERO Molestiam taediumque! Dum ille loquitur, mihi solacium praebebam, cogitans: Alexandrum quoque sectabatur eiusque lateri semper adhaerebat Aristoteles, patris Philippi iussu…

    PERCONTATRIX Nonne postremo vindicavisti te tibi?

    NERO Certe: anno sexto postquam principatum inivi, vincula in quibus tam longe fueram perfregi: Senecam primum dimisi….

    PERCONTATRIX Burrum quoque.

    NERO Burrus me matris iussu custodiebat sicut canis catenarius! Ius mihi erat eligendi praefectum praetorio quem mallem!

    PERCONTATRIX De matre tua autem radicitus exsolvisti…

    NERO Verbis tempera, puella! Puta semper te cum principe sermonem habere! Tamen, tibi fatebor me ea nocte, qua mortua est, vix matrem meam dimisisse, multumque me osculatum esse cum eam amplexus sim! Attamen hoc tibi sciendum est: regnandi cupiditate eo usque pervenit Agrippina ut saepius se mihi offerret, incesto paratam. Quid aliud facerem?

    PERCONTATRIX Sermonem alio transferamus: melius erit. Quid de incendio urbis dicas?

    NERO Necesse erat ut fieret.

    PERCONTATRIX Sed Christianos accusavisti…

    NERO Ulcus tetigisti, puella! Sed quid facerem? Incendium formidulosum fuit, universaque Urbs in rabiem versa: malos auctores in hac re habui.

    PERCONTATRIX Facile dictu, nunc…

    NERO Facile dictu tibi, puella! Num meditata es de principis adulescentis incommodis?! Octavum decimum annum agens princeps factus sum: omnes mihi invidebant sperabantque me praecipitem ruiturum.

    PERCONTATRIX Sed post incendium, Domum quae “Aurea” appellata est, aedificavisti…

    NERO Scisne? Cum de domo mea cogitem, etiamnunc vehementer commoveor: mira fuit, vere omnibus somniis pulchrior.

    PERCONTATRIX Verum est aliqua loca eius domus populo patuisse?

    NERO Certe. Vides quam rerum novarum amator fuerim? Quam multa, quae temporibus tuis communia erunt, ante tempus ego fecerim? Rem publicam ludum scaenicum  esse intellegi.

    PERCONTATRIX Maximas tibi gratias agimus ob percontationem istam. Multa nos docuisti. Postremo, quo modo te describas?

    NERO Piget me Taciti verbis uti, attamen tibi dicam: “Incredibilium cupitor”.

    © Silvia Stucchi, 2019

  • Arcadia sull’Hudson

    Arcadia sull’Hudson

    Riprendo il ciclo di post dedicati all’Arcadia, con una prospettiva un po’ inusuale, almeno a occhi europei. Trovatomi a New York per un convegno su temi bucolici, ho scoperto l’esistenza di una scuola pittorica che si chiama “Hudson River School”, un movimento artistico sviluppatosi in America nel cinquantennio che va, grosso modo, dal 1825 al 1875, in parallelo all’opera di letterati come Henry David Thoreau (1817-1862) e Ralph Waldo Emerson (1803-1882). Devo all’amico Carlo Bottone, allora risiedente a New York, sia la visita alle sale del Metropolitan Museum dedicate a questa scuola pittorica, sia una gita (che molto consiglio a chi si trovasse da quelle parti) lungo le rive dell’Hudson, un piacevole complemento e diversivo dal caos organizzato della metropoli americana. Un ricordo per me indelebile e graditissimo.

    A chi volesse notizie precise e scientifiche su quella scuola pittorica, segnalo gli ottimi siti del Metropolitan Museum – che offre 54 dipinti, tutti commentati, e altro materiale informativo – e della Wadsworth Collection (un museo di Hartford, nel Connecticut), consultabili alle pagine https://www.metmuseum.org/toah/keywords/hudson-river-school/ e https://www.thewadsworth.org/collection/hudson-river-school/. Io qui non voglio esibire una dottrina che non ho, e che del resto in rete si può recuperare abbastanza facilmente. Dalle considerazioni intorno a quei dipinti – quelli che ho visto, quanto meno – vorrei ricavare tre suggestioni, che a me paiono tre forme del riuso arcade operato dai pittori di quella scuola.

    Il primo caso: ci sono dipinti che, pur rappresentando paesaggi più o meno reali della Valle dell’Hudson, sarebbero illustrabili con versi virgiliani, anche se la loro origine non è mai da cercare in Virgilio ma in una (presunta) osservazione dal vero e/o in una riproduzione di modelli pittorici inglesi – Turner e Constable in prima linea. Dico presunta osservazione dal vero, sia perché i dipinti raffigurano, quando hanno un’indicazione precisa, più i luoghi vicini alle sorgenti del fiume, nella zona delle Adirondack Mountains, che non quelli nei dintorni di New York, e io quei luoghi non li ho visti; sia perché, pur conservando ancora oggi la valle, man mano ci si allontana da Manhattan, un aspetto prettamente bucolico, il paesaggio in centocinquanta anni si è comunque alterato, ed è difficile capire quanto quei dipinti siano fotogrammi reali, e quanto pesi su di loro il velo dell’idealizzazione, assai forte nella poetica di questi pittori. Ecco così, ad esempio, una perfetta illustrazione del virgiliano ipsae lacte domum  referunt distenta [uberacapellae, IV 21, nel dipinto di Asher Brown Durand intitolato River Scene e datato 1854 (in realtà sono boves e non capellae, ma il resto cambia poco); oppure, ecco l’ille meas errare boves, ut cernis di I, 9, raffigurato dal quadro Autumn Oaks di George Inness, ca. 1878; il grandioso panorama proposto da The Beeches, ancora di Durand, datato 1845, in cui il pastore che, giustamente, agit gregem secondo i precetti virgiliani richiama di nuovo in mente la prima egloga, pur ridotto com’è a elemento miniaturizzato sullo sfondo di questi alberi maestosi; o, sempre di Durand (1853), le mucche che si abbeverano inter flumina nota di High Point, Shandaken Mountains (una località dello Stato di New York, vicino alla attuale città di Olive). 

    (Durand, River Scene, 1854)
    (Inness, Autumn Oaks, 1878)
    (Durand, The Beeches, 1845)
    (Durand, The Beeches, 1845, part.)
    (Durand, High Point – Shandaken Mountains, 1853, part. )

    Vengo alla seconda tipologia di intervento, che è quella della illustrazione di presunti luoghi geografici dell’Arcadia, in genere più facilmente inventati che conosciuti dal vero (la Grecia di inizio Ottocento non è ancora una meta turistica troppo sicura). Ecco ad esempio Evening in Arcady di Thomas Cole (1845); oppure, dello stesso pittore, ecco Dream of Arcady, del 1838. Sono paesaggi ideali, non diversi da quanto avevano fatto, con l’Italia, i Poussin e i Lorrain in un’altra, più antica stagione, e non diversi da quanto, per certe regioni dell’Italia (la valle di Tivoli e la Sicilia) fanno ancora gli stessi pittori della scuola dell’Hudson. Riporto, a titolo di esempio, una veduta di Taormina dove, sotto al maestoso panorama dell’Etna, si alternano rovine vere e di invenzione (l’autore è sempre Thomas Cole, 1843).

    (Cole, Evening in Arcady, 1845)
    (Cole, Dream in Arcady, 1838)
    (Cole, View of Taormina, 1843)

    Il nome di Thomas Cole, 1801-1848, riporta alla terza e forse più importante tipologia. A lui si deve un ciclo pittorico di cinque dipinti, pensati unitariamente, con il titolo di The Course of the Empire, 1833-1836. I quadri sono monumentali (100 cm per 161, ma quello centrale 130 per 193 cm) ed erano stati pensati per essere disposti in un pannello che li racchiudesse tutti, da esibire poi nella casa del committente, tale Luman Reed. Ognuno ha un sottotitolo: Stato selvaggio; Stato arcadico o pastorale; La consumazione dell’impero (quello centrale e più grande); Distruzione e Desolazione. L’idea di fondo consiste nel rappresentare un’identica scena naturale nel suo evolversi: dallo stato di Natura, libero e felice; a quello arcade, in cui l’uomo è ancora perfettamente inserito nel ciclo della Natura; alla costruzione della civiltà, di cui si fa simbolo una fiorente città dai tratti romani; alla distruzione che la civiltà inevitabilmente comporta, perché sedentarietà, fissazione dei confini naturali, costruzione di edifici e case significano il fondarsi di un capitalismo che porta a dissidi, guerre, dissoluzioni. Come sappiamo da un post precedente, è l’idea, espressa nella vita di Virgilio scritta da Elio Donato, che le Bucoliche raffigurerebbero lo stato primitivo ma felice della società, perché i pastori hanno greggi proprie, ma non impongono divisioni al terreno, sul quale le greggi devono poter pascolare senza confini. Con la nascita dell’agricoltura e quindi delle Georgiche, si arriva alla divisione dei campi e al formarsi della proprietà privata, perché i campi non sono di tutti, ma, quando va bene, sono di chi li lavora. Questo sfocia poi nelle guerre e nelle distruzioni, di cui si sarebbe fatta immagine l’Eneide. Che in Virgilio ci fosse un simile progetto naturalmente è assai discutibile; così come non credo che Cole conoscesse Virgilio o Donato (benché, se conosceva Virgilio è anche possibile e addirittura facile che lo leggesse con il commento e attraverso il filtro di Donato, che spesso accompagnava le antiche edizioni virgiliane. Ma non ho nessun dato a riguardo di una possibile conoscenza di Virgilio da parte del nostro pittore, e non è cosa che si possa dare per scontata). Resta da segnalare come, in Virgilio sì e no, in Donato in modo più esplicito, in Cole pure, una medesima critica al mondo contemporaneo e alla società cosiddetta civile, e alle forme del vivere civile, passi sempre attraverso i medesimi luoghi, e un medesimo utilizzo dell’idea pastorale, se non proprio arcade. Questa è per me, delle tre forme di riuso prospettate dal post, quella sicuramente più interessante di tutte.

    (Cole, The Savage State ca. 1836)

    (Cole, The Arcadian or Pastoral State, ca. 1836)

    (Cole, The Consummation of the Empire, ca. 1836)

    (Cole, The Destruction, ca. 1836)

    (Cole, Desolation,ca. 1836)

    © Massimo Gioseffi, 2019

  • Il foro di Cesare

    Il foro di Cesare

    Con il pretesto di rinnovare le strutture più antiche per adeguarle al nuovo status di Roma, divenuta centro egemone dell’area mediterranea, Cesare realizzò un’opera di “cosmesi” edilizia della città, a partire dall’area del Foro Romano, nella quale eclissò i monumenti e i luoghi repubblicani.

    Più di ogni altra iniziativa architettonica, il Forum Iulium costituì l’opus maius dell’edilizia cesariana. I lavori per costruirlo furono iniziati nel 54 a.C., dopo che Cesare aveva acquistato le aree private a nord del comitium, incaricando Cicerone e Oppio di espropriare i terreni. I costi delle operazioni furono ingenti e salirono dai sessanta milioni di sesterzi preventivati a cento milioni, forse anche a causa di una speculazione ai danni di Cesare.

    Il complesso sorse fra l’area del preesistente Foro Romano e le pendici del Campidoglio e del Quirinale, motivo per il quale furono eseguiti interventi di incisione sulle pareti tufacee dei due colli. L’audacia degli interventi è evidente fin da questa azione: intaccando il Campidoglio, non erano state tagliate le pendici di un colle qualsiasi, ma quelle del colle che ospitava l’arx e il tempio dedicato alla Triade Capitolina.

    Per di più, l’area del comitium era interessata dalla presenza di luoghi di culto sacri a Venere Cloacina, il cui sacello si trovava sopra un corso d’acqua sotterraneo, con una specifica valenza purificatrice: ciò contribuì a offrire a Cesare una solida base simbolica e religiosa per costruire il complesso, in virtù della sua (presunta, ma da lui molto celebrata) discendenza da Venere; nello stesso tempo, però, pose il problema del venire a intaccare un’altra area sacra.

    Di fatto, durante lo scavo delle fondamenta gli operai violarono un’antica necropoli, le cui tracce (un gruppo di nove fosse circolari datate fra l’età del Bronzo Finale e l’inizio dell’età del Ferro, più un pozzo circolare di epoca tardo-arcaica e una cisterna a tholos del IV secolo a.C.) sono venute alla luce durante le campagne archeologiche del 2005-2008. Il ritrovamento, in tutte le strutture, di una conchiglia sottolinea una funzione specifica di questo ornamento: la sua presenza in contesti funerari potrebbe essere motivata dall’obbligo, avvertito dai costruttori cesariani, di purificare la loro azione empia per mezzo di atti piaculatori. La conchiglia, inoltre, è legata alla sfera della simbologia acquatica e della sessualità femminile, che trova, nel mondo greco-romano, la sua massima espressione nella mitologia delle ninfe e di Venere. In ogni caso, Cesare intervenne direttamente nel rito riparatore, nella sua qualità di Pontifex Maximus.

    Il complesso fu inaugurato insieme al tempio di Venere Genitrice in occasione del trionfo del 46 a.C. sulla Gallia, l’Egitto e l’Africa, nonostante a quella data i lavori non fossero ancora completati.

    Il Foro realizzato da Cesare, esteso in direzione est-ovest, si presentava come una grande piazza rettangolare, pavimentata con lastroni di travertino, circondata su tre lati da un doppio portico su due ordini, e chiusa sul quarto lato dall’Aedes Veneris Genetricis. Dietro al portico della navata meridionale si trovava una serie di tabernae, da intendere come uffici pubblici o luoghi destinati a raccogliere gli archivi giudiziari, perché il Forum Iulium non aveva carattere commerciale, ma era lo spazio in cui i Romani discutevano gli interessi dello Stato. Escludere le attività commerciali dalla piazza fu un chiaro ed evidente segno propagandistico, volto a concentrare l’attenzione sul nuovo dominatore di Roma e sulla sua divinità protettrice.

    Alla piazza si poteva accedere solo dal lato opposto al tempio di Venere: il cittadino, entrando, si trovava così in un contesto chiuso e fortemente incentrato sul tempio, che sorgeva su un alto podio ed era il reale protagonista del Foro.

    Il sistema decorativo scandiva il particolare rapporto fra Cesare, il Foro e le divinità legate al mondo acquatico. Ovidio ricorda la presenza di una serie di fontane dedicate alle ninfe in modo che il tempio fosse percepito come un ninfeo, dedicato alle ninfe e, di nuovo, a Venere. Così, la piazza era a tutti gli effetti una sorta di grande “santuario” della Gens Iulia.

    Tra l’altro, Cesare collocò al centro due statue che lo raffiguravano: una equestre, in bronzo, in origine un’opera di Lisippo raffigurante Alessandro Magno, cui Cesare sostituì la testa con la propria; l’altra loricata, nonostante le regole sacrali vietassero che all’interno del Pomerio ci fossero uomini in armi o loro rappresentazioni.

    Senza dubbio Cesare voleva edificare intorno all’area del Foro un complesso di edifici pubblici legati al suo nome e a quello della Gens Iulia, ma non riuscì a vedere la conclusione dei lavori progettati. Dopo la sua morte, fu Ottaviano a riavviare le operazioni nel 42 a.C., portando a termine il progetto cesariano, che però subì numerosi rifacimenti nei secoli successivi, fino a mutare in modo radicale il proprio aspetto.

    Quello che qui interessa evidenziare è però che, anche come urbanista, Cesare fu una figura audace e innovativa, che venne a rappresentare una sorta di spartiacque fra il vecchio e il nuovo. Fu infatti il primo a personalizzare un’area nel cuore politico di Roma, creando un luogo consacrato a lui e alla sua gens; anticipò l’evoluzione cui andava incontro Roma; indirizzò la successiva monumentalizzazione della città. Dopo di lui, Augusto, Vespasiano, Domiziano e Traiano costruirono ciascuno il proprio foro monumentale, riconoscendo nell’operazione un importante strumento di propaganda, secondo il modello offerto loro da Cesare. E questa è, appunto, la seconda osservazione che giustifica il post: Cesare fu, ben prima di Ottaviano (che però seppe perfezionare la prassi), il vero creatore di una politica indirizzata alla gloria personale. Egli riconobbe il “potere delle immagini”, per dirla con Zanker (che parla di Augusto), e ne fece un uso disinvolto e spregiudicato, volto alla celebrazione di sé attraverso la propria stirpe. Nelle intenzioni di Cesare, probabilmente, i lavori di costruzione del Foro a lui intitolato non dovevano apparire troppo diversi dalla stesura dei Commentarii. In un caso come nell’altro, si trattava di realizzare un monumento destinato a segnalare alle generazioni contemporanee l’esatta misura della propria grandezza, e a tramandare a quelle a venire il proprio nome e la propria gloria.

    (Il Foro di Cesare da Nord, con le colonne del Tempio di Venere,
    con i restauri di età traianea)
    (Planimetria del Foro di Cesare)




    (Paul Bigot, 1870-1942, plastico del Foro)



    © Niccolò Chiesa, 2019

  • La simulazione della prova di maturità

    La simulazione della prova di maturità

    Abbiamo chiesto a Rossella Sannino, docente in un liceo classico milanese e docente a contratto di Didattica del Latino presso l’Università degli Studi di Milano, di valutare la simulazione della seconda prova di maturità per i licei classici, somministrata lo scorso 28 febbraio 2019. Auspichiamo che la discussione possa essere ampia, e servire alle tre parti in gioco nell’operazione – gli studenti che dovranno affrontare la nuova prova; i docenti che devono prepararli alla prova stessa; quanti devono predisporre le prossime simulazioni e la prova definitiva.

    Lo scorso 28 febbraio si è svolta la prima simulazione nazionale del secondo scritto di maturità.

    Non inatteso il modello, perché il Ministero aveva provveduto a pubblicare un facsimile della nuova prova il 22 dicembre 2018; incertezze e ansie riguardavano il contenuto: traduzione dal greco o dal latino?

    I rappresentanti del Ministero, interpellati in proposito in una riunione indetta dall’Ufficio Scolastico Regionale con l’intenzione di chiarire i dubbi sulla nuova maturità, non avevano sciolto il quesito, motivando tale reticenza con la volontà di lasciare , così facendo, un alone di difficoltà coerente con la prova d’esame.

    Il testo d’esame è stato trasmesso via web, con piccolo ritardo, forse dovuto all’elevato numero di richieste d’accesso al sito del ministero. Finalmente, alle 8,45 il testo: traduzione dal latino, Tacito (Annales VI, 8), e confronto con il greco, Cassio Dione (58, 11, 1-2 e 12, 3-4).

    Come previsto, un’ampia introduzione permetteva di contestualizzare il passo anche agli studenti che ancora non avessero intrapreso lo studio dell’autore latino, il cui passo era corredato da ante-testo e post-testo,  nella traduzione di Ezio Cetrangolo, e senza confronto con l’originale.

    Dello storico greco si davano due passi, ciascuno con traduzione d’autore accanto al testo originale.

    Le richieste: tradurre il testo latino e rispondere a tre quesiti in cui si invitava ad operare confronti fra il testo di Tacito e quello di Cassio Dione. Tempo concesso 6 ore, consentito l’uso dei dizionari latino, greco, italiano.

    Le interviste fatte all’indomani della prova – fatta decantare la fatica immediata – consentono di registrare, da parte degli studenti, un giudiziο globalmente positivo su questa  tipologia d’esame, perché il confronto fra testi diversi finalizza lo scopo della traduzione,  e  la “versione” acquista una dimensione  pragmatica e non fine a se stessa, in quanto si traduce per comprendere e per svolgere un’indagine interpretativa. È una prova che ingaggia al cimento, che costringe a riflettere e che può dare soddisfazione e senso a tanto studio di lingua e cultura nel percorso liceale.

    Prendiamo in esame le tre parti in cui è strutturata la prova.

    Prima parte, la traduzione: la comprensione del passo di Tacito era orientata da numerosi indizi seminati nell’introduzione;  saperli cogliere richiedeva una capacità di attenta lettura anche del testo in lingua italiana. Nella correzione delle prove si è talora constatato un mancato riconoscimento di questi indizi:  ci si interroga se si tratti di una fragilità di attenzione o forse anche di mancanza di fiducia nella significatività del testo.

    Il passo latino da tradurre, supportato dunque dagli aiuti su detti, non si presentava molto difficile o astruso. Poco influente è stata la confusione tra Livilla e Drusilla, evitabile invece la mancata segnalazione grafica della conclusione del discorso di Terenzio.

    Seconda parte, il confronto con il testo greco: Cassio Dione non è autore frequentato dagli studenti dell’ultimo anno, ma comunque i due passi proposti per il confronto erano corredati dalla elegante traduzione di Alessandro Stroppa. Il confronto reale con questo testo è però oggetto dei quesiti dell’ultima e terza parte.

    Terza parte, tre quesiti cui rispondere in forma aperta. Qui è sorta qualche perplessità, anzitutto per la loro non chiarissima formulazione. Di seguito li riporto.

    1) Comprensione /interpretazione

    Sintetizza brevemente le argomentazioni portate a propria difesa da Marco Terenzio e quella degli anonimi amici di Seiano citati da Cassio Dione, e verifica la corrispondenza (o le differenze) fra l’una e l’altra voce.

    Le “voci” in questione sono quelle dei due autori? Perché nel testo greco l’unica voce narrante è quella dello storico, che riporta fatti e valutazioni personali sul dopo Seiano, mentre in Tacito leggiamo la dichiarazione stessa del testimone Terenzio.

    2) Analisi linguistica e/o stilistica ai fini dell’interpretazione

    Tanto Tacito quanto Cassio Dione utilizzano la caduta di Seiano per trarne delle considerazioni morali e moralistiche, più esplicite nel testo greco, più implicite in quello latino, forse per non appesantire troppo la narrazione. Ne sapresti individuare, nell’uno e nell’altro testo, alcuni termini-spia?

    “ Considerazioni morali e moralistiche”: la formulazione del quesito è stata percepita come ridondante, in assenza di miglior distinzione tra ciò che è morale e ciò che è moralistico. I destinatari del quesito sono pur sempre liceali della contemporaneità, con limitata confidenza con la differenza che intercorre tra i due termini. La ricerca di “termini spia” ha generato perplessità: si trattava di individuare parole singole oppure espressioni che fossero rivelatrici del giudizio implicito del narratore? Il chiarimento a voce del docente di turno o l’intuizione dello studente hanno fornito gli adeguati strumenti per dare risposta al quesito.

    3) Approfondimento e riflessioni personali

    Un termine centrale dell’argomentazione di Terenzio è obsequium. Per Cicerone (Laelius 88-89) obsequium è il rispetto reciproco che lega superiore e inferiore in una scala gerarchica o due amici di pari grado in un rapporto privato. L’obsequium non deve degenerare e diventare eccessivo, perché l’eccesso impedisce di agire positivamente l’uno sull’altro, segnalando limiti e difetti di ciascuno. Proprio la degenerazione dell’obsequium in adulatio (all’origine, le manifestazioni d’affetto dei cani e degli altri animali da compagnia) è invece, per Tacito, fra le cause della decadenza morale del principato, e quindi anche di quella politica. Ricordi altri passi di quest’autore che vadano in questa direzione, oppure di autori di età imperiale in qualche misura accostabili all’idea?

    Termine centrale dell’argomentazione di Terenzio disponibile nel testo in latino non è obsequium. È già stato segnalato da Franca Gusmini, sulle pagine del Corriere, l’ errore nella formulazione del quesito: di obsequium si parla nella porzione di testo fornita in traduzione, difficile quindi da riconoscere senza testo latino a fronte; il suo significato poi, in questo contesto, è quello di obbedienza, ovvero dell’unica forma di gloria possibile per chi voleva mantenere fede al proprio dovere nell’amministrazione dello Stato. Molto apprezzata invece la possibilità di un excursus presso altri autori.

    La valutazione: assegnata in 20esimi, solo 4 punti su 20 sono destinati alla valutazione dei quesiti. Sembrava fosse questo uno svilimento dell’impegno profuso per risolverli, ma dopo le prime correzioni gli insegnanti pensano che siano equi: tra incertezza dei quesiti e approssimazione delle risposte, non è ancora arrivato il momento per rendere questo aspetto troppo rilevante nella valutazione globale.

    In conclusione:

    Promossa la tipologia d’esame, ma si chiede una maggior attenzione nella formulazione dei quesiti. Rispetto alle indicazioni fornite nel documento di dicembre, ci si aspettava una certa attenzione al codice  letterario e alle sue finalità espressive.

    Resta unanime oggetto di critica la scelta di proporre la nuova formula d’esame ad anno scolastico iniziato e avanzato: manca il tempo di una preparazione mirata, i propositi didattici di inizio anno ne vengono sconvolti, ci si deve affidare all’inventiva dei docenti, nonché alla loro capacità di improvvisare e di metter a disposizione tempo non retribuito per sanare l’assenza di indicazioni mirate da parte del Miur.

    Ben vengano le indicazioni ministeriali per i criteri di valutazione, peccato che siano generiche e formulate in un linguaggio assai criptico (si veda alla voce “obiettivi della prova” nel “Quadro di riferimento per la redazione e lo svolgimento della seconda prova dell’esame di Stato”). Per far fronte a questa nuova incombenza le scuole si sono organizzate in consulte urbane, territoriali, regionali … ritagliando il tempo per gli incontri in spazi non previsti e, a quanto pare, non retribuiti.

    Molte le questioni aperte che sono messe in moto da questa prova di esame, in primis lo svecchiamento  della didattica delle lingue classiche ; ma vi è anche un aspetto organizzativo, che non potrà ignorare il coordinamento mirato degli insegnamenti di latino e greco.

    © Rossella Sannino, 2019

  • Alida Airaghi – Euridice

    Alida Airaghi – Euridice

    In un convegno organizzato presso il Liceo “Gonzaga” di Milano, oggi ho assistito a una relazione che aveva per argomento la poetessa italiana Alida Airaghi, 1953-vivente. Oggetto della comunicazione era il componimento “Euridice”, risalente al 1998, ma pubblicato nel 2000, nel volume Litania Periferica, Manni Editore, Lecce, e ristampato poi nell’antologia Nuovi poeti italiani, VI, Torino, Einaudi, 2012.

    Non fingerò di avere qualche sapere specifico su questa poetessa, a me fino a oggi, lo confesso, del tutto sconosciuta (mea culpa), ma i cui versi mi hanno molto colpito. Quello che so è quanto si apprende dalla voce a lei dedicata dall’immancabile wikipedia; il poco che, per ragioni di tempo, è stato detto dalla relatrice odierna, l’ottima Alessandra Terrile, che ringrazio; quello che si apprende dal sito della poetessa, da cui ho ricavato anche il testo che trascrivo (http://www.alidaairaghi.com/). Lì si legge che Alida Airaghi è nata a Verona nel 1953 e risiede a Garda. Dopo la laurea in lettere classiche a Milano, è vissuta e ha insegnato a Zurigo dal 1978 al 1992, come dipendente del Ministero degli Affari Esteri. Ha sposato il poeta friulano Siro Angeli, 1913-1991, da cui ha avuto le figlie Daria e Silvia. Collabora a diverse riviste, quotidiani e blog italiani e svizzeri. Il resto è l’elenco delle sue molte pubblicazioni, lungo un arco temporale che va dal 1984 al 2018.

    Euridice è una raccolta di nove sonetti, fortemente ritmici, nei quali viene raccontato il mito di Orfeo. A parlare è il mitico cantore che, persa la moglie, per sette sonetti progressivamente si avvicina all’idea dell’impresa mitica; nell’ottavo l’ha già compiuta, e accetta le condizioni imposte dalle divinità dell’Ade; nel nono elabora il lutto, decidendo di voltarsi a guardare Euridice.

    Ecco dunque il testo:

    EURIDICE

    I

    Niente succede a caso, niente.
    Che io ti abbia trovata, Euridice,
    che tu sia apparsa a me – felice
    di essere scoperta tra la gente –

    un giorno non qualunque
    di un non qualunque anno,
    pronta a svelarmi inganno e disinganno;
    per cui nel riconoscerti «Dunque

    sei tu», nient’altro, e basta:
    una stretta di mano, la mano
    nella mia tiepida appena, casta,

    e la voce che trema e non osa
    dire quello che sa, ma piano
    suggerisce altre cose, altra cosa.

    II

    E’ stata quindi una necessità
    incontrarti, te tra millecento
    che potevo, te pioggia sole vento
    e subito me stesso, mia metà.

    Più mia del mio sorriso e della pena,
    più mia della parola, di ogni gesto.
    Nome che chiamo, nome manifesto,
    sangue che pulsa lento nella vena.

    Perché sei tu e non altra, tu, Euridice,
    compagna e sposa mia, sorella mia,
    incisa nella pelle, cicatrice,

    che mi riempi pensiero, bocca, sesso,
    e non capisco ancora come sia
    che perdo me nel ritrovarti, adesso.

    III

    Ascoltatemi, animali e voi piante,
    tu cielo – monti torrenti scarpate –
    voi cose sospese e interrate,
    cose che mi girate intorno, tante.

    Di certo non avrei mai creduto
    di afferrare l’esistente con un dito:
    se mi sento diventare infinito
    e poi limite e fine, sordo e muto.

    Euridice, continuo a nominare,
    Euridice che canto e che invento,
    Euridice, mio eterno pensare.

    Siamo in due, siamo due e uno solo:
    esserti fuori o dentro è tormento
    in cui affondo. E poi volo.

    IV

    Può finire un amore, può cessare
    di scorrere il sangue, così improvvisamente,
    bloccarsi un corpo, tacere una mente,
    e dicono non ci sia nulla da fare.

    Io ti scuoto e ti scuoto, Euridice,
    non è possibile che non mi rispondi
    lì dove sei finita e ti nascondi,
    tornata sottoterra, mia radice.

    Ê uno scherzo, non può essere vero
    che rimanga di te solo il dolore:
    tutto intorno più nero del nero.

    Per questo alzati, cara, non fingere
    un silenzio adirato, accusatore.
    Non restartene lì come una sfinge.

    V

    Andrò da maghi a vendermi il destino,
    carte false farò con fattucchiere,
    annegato nell’acqua di un bicchiere
    perché non ci sei più, non ti ho vicino.

    Maledetti gli dei; quell’uno solo
    che ha deciso dall’alto del suo alto
    –  indifferente a tutto, ad ogni soprassalto
    del cuore, trionfante nel suo ruolo –

    di lasciarti morire, Euridice,
    che non gli hai fatto niente,
    mia figlia e sposa, amica mia, nutrice:

    lo maledico con tutto me stesso,
    dio colpevole e te innocente,
    per quello che ha voluto, che ha permesso.

    VI

    Se provassi a pregare, se riuscissi
    a convincerlo? Lui può fare
    che sia quel che non è, può fermare
    la terra, il sole, inventare un’eclissi.

    Dio degli dei, dio dei viventi, dio,
    non c’è un motivo vero, una ragione
    per cui la vita mi diventi prigione,
    e quello che era mio non sia più mio.

    Ti scongiuro, signore dell’abisso,
    ti imploro, lascia che ritorni
    a fare uno di me che sono scisso.

    Del tutto vero quello che si dice:
    sono pronto a dannare i miei giorni
    per riportarla a me, Euridice.

    VII

    Verrò a prenderti, cara, verrò
    a liberarti, Euridice sprofondata
    in un sonno ingannatore; mia malata,
    rinuncerò a curarti, se vedrò

    che ti avvolgi in un buio più profondo.
    Cosa ti tiene, che cosa ti trattiene
    laggiù, lontana dal mio bene:
    hai paura di perderlo nel mondo?

    Ma io scendo, comunque, a salvarti:
    perché la vita vera è qui, è ora,
    nel mio presente, nel mio sempre pensarti.

    Non c’è assoluto che sia meglio
    di noi, del mio volerti ancora.
    Ed è un incubo il sonno in cui sto sveglio.

    VIII

    Sono pronto a fare una promessa,
    barattando il mio sguardo col respiro
    di te viva, il mio silenzio-capogiro
    col tuo nome: Euridice principessa.

    Giuro che non ti sfioro con gli occhi,
    con le mani, che non mi avvicino
    col mio corpo teso di bambino
    incantato dal paese dei balocchi:

    purché tu, semplicemente, sia
    rimarrò muto, cieco e sospeso
    vivendo viva e vera la magia

    del tuo ritorno; impazienza
    di averti, avendoti preteso,
    mia ombra inconsistente, mia esistenza.

    IX

    Ecco, ti sento, ci sei e sei vicina.
    Ma non ti guardo, taccio, sono bravo.
    Ai tuoi occhi sarò padrone e schiavo,
    Euridice, mia madre e bambina.

    Come vorrei mi prendessi la mano,
    toccarti un braccio, sfiorarti la bocca:
    so che non devo, so cosa mi tocca
    se non resisto a starti lontano.

    Sei silenziosa e ferma al mio fianco,
    oppure ti nascondi, resti indietro;
    segui ubbidiente il mio passo stanco

    e nel tuo passo leggero ti ascolto.
    Tu, trasparente pensiero di vetro:
    voglio appannarti. Ecco, mi volto.

  • Senofonte e le Arginuse

    Senofonte e le Arginuse

    Facendo seguito ad altri esempi di proposte traduttive partendo da testi greci presentati in latino, vorrei qui riportare un celebre racconto di Senofonte. Rievoco brevemente i fatti narrati, più ampiamente ricostruiti nell’articolo di Paolo A. Tuci che allego a fine post, derivandolo dalla pagina open source dello studioso. Siamo sul finire della guerra del Peloponneso, che da quasi trent’anni contrappone Atene e Sparta, con i rispettivi alleati. Atene è in difficoltà già da tempo, ma nel 406 a.C. riesce a sconfiggere la flotta spartana alle isole Arginuse. Si tratta di tre isolotti nei pressi della costa dell’Asia Minore, vicino a Lesbo. Il luogo non è identificato con certezza, perché oggi in quella zona sopravvivono due, non tre, isolotti. Di recente, si è pensato di identificare il terzo in una (attuale) penisola, che si sarebbe saldata col tempo alla costa. Si tratterebbe quindi della fascia di mare al largo di Dikili, in Turchia. Ma la cosa qui possiamo lasciarla ingiudicata.

    Quello che interessa sono gli avvenimenti relativi alla vittoria: la flotta ateniese, al comando di otto strateghi, vince e riesce a far sì che gli Spartani tolgano il blocco che chiudeva le navi al comando dell’ateniese Conone, di stanza a Lesbo. La vittoria non fu però senza prezzo: l’inizio di una pesante tempesta impedisce di svolgere il loro compito alle triremi inviate a raccogliere i caduti in mare durante il combattimento. Al ritorno a casa, sei degli otto strateghi (due, avvertendo la mal parata, si sono messi prudenzialmente in salvo; con loro, anche lo stesso Conone) furono processati per il mancato salvataggio, e alla fine vennero condannati a morte. L’avvenimento è raccontato da Senofonte e Diodoro Siculo, fonti principali (ma non uniche), in modi leggermente differenti. Entrambi sono però d’accordo – e d’accordo è la storiografia moderna – che la decisione di mandare a morte sei dei propri migliori comandanti fu, per Atene, un simbolico suicidio, prodromo al futuro suicidio della battaglia di Egospotami (che mise fine alla guerra del Peloponneso, con la sconfitta di Atene).

    Nel racconto di Senofonte, che riporto nella traduzione latina di J.A. Ernesti, Lipsia 1763, rivista dall’anonimo curatore del volume Didot, Parigi 1878, di cui mi avvalgo, e ritoccata qua e là anche da me, non è però il verdetto in sé ad essere in causa, ma il modo in cui si arrivò al verdetto. La votazione, secondo Senofonte, si sarebbe dovuta svolgere a scrutinio segreto e nell’ambito della boulè (qui tradotto senatus), non dell’ecclesia (qui contio). La boulè è un’assemblea rappresentativa, con pieni poteri amministrativi e legislativi; l’ecclesia è l’assemblea di tutti i cittadini, aperta perciò agli umori popolari, ma non necessariamente a competenza e giustizia. Ci sono casi in cui, essendo in gioco l’interpretazione della legge, non possono essere tutti a decidere, ma deve sapersene prendere la responsabilità chi si è assunto il compito di comando. E’ questa la morale che si ricava dalle pagine di Senofonte, al di là del giudizio su colpe o meno in questo o in altri casi simili.

    Segnalo, per la traduzione: di contio e senatus, termini anacronistici se riferiti all’Atene del V secolo, ho già detto (contio poteva essere tradotto anche con agorà o forum, naturalmente, ma a Ernesti doveva piacere il termine romaneggiante, laddove oggi forse preferiremmo l’idea di “piazza pubblica”); i Prytanes sono i magistrati incaricati di organizzare le assemblee. Teramene è figura del tempo, particolarmente odiosa nel giudizio di Senofonte (non così altre fonti): presente fra gli incaricati del recupero dei naufraghi, avrebbe giocato d’anticipo accusando i propri comandanti, per non essere imputabile a sua volta. Teramene era celebre per i suoi voltafaccia: oligarchico nel 411, democratico nel 409, trierarca nel 406, fu anche ambasciatore plenipotenziario nella trattativa di resa di Atene con Sparta dopo la sconfitta di Egospotami, finché, nel 404, venuto a scontrarsi con Clizia, finirà vittima dei Trenta Tiranni, dei quali pure era stato fiancheggiatore. Anche Callisseno è un demagogo ateniese: messosi in luce con il processo, fuggirà poi a Sparta quando gli Ateniesi incominciarono a pentirsi della loro sentenza e a voler rivedere le carte processuali, per rientrare in città solo grazie all’amnistia generale successiva alla cacciata dei Trenta, conservando però un ruolo del tutto marginale.

    Ecco dunque il testo, piuttosto fedele al dettato di Senofonte nella prima parte, meno nella seconda (per ragioni di lunghezza), ma spero non alterato nelle idee e nello svolgimento. Ricordo che si tratta di un’ottima occasione di versione, con possibilità di discussione in classe delle idee espresse dallo storico antico … aggirando i vari siti internet che presentano tradotti tutti o quasi i testi latini a disposizione, ma non ancora quelli tradotti in latino dal greco!

    Contio coacta est, in qua inter alios etiam Theramenes duces in primis accusabat, iure ab ipsis rationem exigendam dicens, quamobrem naufragos non sustulissent. Nam quod alium neminem incusassent, epistolae productae testimonio docebat, quam duces ipsi ad senatum et ad populum misissent, in qua causam nullam aliam afferrent, nisi tempestatem. Post haec duces singuli brevibus verbis se purgaverunt, et rem, ut erat gesta, commemorarunt : se adversus hostes profectos esse, naufragos autem ut tollerent triremium praefectis (hominibus ad res gerendas idoneis et imperatorio munere functis) imperasse, i.e. Therameni et aliis talibus. “Neque tamen – aiebant – propterea haec dicimus, quod hi modo nos accusant atque in hos sic culpam conferemus. Sed tempestatis magnitudo prohibuit quominus naufragi tolli potuissent”. Atque harum rerum et gubernatores et multos alios, qui expeditionis socii fuerant, testes producebant.  Haec cum dicerent, populo satisfaciebant, ac multi eos libere demitti voluerunt. Verum, re deliberata, visum est senatum ad populum referre quo pacto de causa in iudicio cognoscendum esset. “Athenienses universi suffragia ferunto”, reclamavit tunc Callixenus, et indignum esse clamitat non concedi populo ut, quod ipse velit, agat. Secuta sunt Apaturia, quo festo inter se parentes et cognati conveniunt. His igitur festis diebus amici Theramenis homines complures nigris indutos vestibus submiserunt, ut ii, tanquam eorum qui periissent propinqui, ad populum accederent et duces accusarent. A plebe igitur tumultuatum est, donec magistratus illi qui Prytanes vocantur, metu perculsi, suffragium populo permissuros se dicebant, praeter unum Socratem, Sophronisci filium. Is aliud quidquam negabat se facturum quam quod esset legi consentaneum.

    Ecco infine il saggio di Paolo A. Tuci, promesso all’inizio del post. Lo si può sfogliare usando le freccine nell’angolo in basso a sinistra. Buon lavoro a tutti!

    paolo-tuci-arginuse

    © Massimo Gioseffi, 2019

  • Lettori in Arcadia

    Lettori in Arcadia

    Torno a occuparmi di Arcadia, prendendo spunto da una giusta osservazione presente nel commento alle Bucoliche di Virgilio curato da Andrea Cucchiarelli (Roma, 2012). Parlando di Arcadia, lo studioso osserva che dovremmo domandarci che cosa sapevano di essa i lettori di Virgilio, fermo restando che per un Romano del I sec. a.C. doveva trattarsi, probabilmente, di una terra vagamente esotica, poco turistica, nota al massimo di nome o giù di lì. Cucchiarelli stende un primo elenco di informazioni, che qui vorrei cercare di riprendere e ampliare. Mi sembra infatti che qualsiasi ragionamento intorno all’Arcadia virgiliana debba partire da una domanda di questo tipo, anche se la risposta è difficile da ricostruire, se non addirittura impossibile. Proviamoci lo stesso.

    L’Arcadia è una regione del Peloponneso centrale, prevalentemente montuosa, che oggi offre alcune rinomate località sciistiche. Molto boschiva, ricca di cipressi e querce, ha in queste il proprio simbolo totemico. Dalla sua conformazione geografica deriva l’idea di una regione conservatrice, come conservatore è, per via di Sparta, un po’ tutto il Peloponneso; ma, se possibile, ulteriormente tale, a causa del maggiore rigore morale riconosciuto di solito alla campagna rispetto alla città, alla montagna rispetto ai territori di pianura. Per i Greci la montagna è un mondo oscuro, il luogo della ferinità: gli abitanti dell’Arcadia vivono perciò nell’immaginario comune a uno stadio primitivo di civiltà. Per questo sono dediti alla pastorizia, attività resa del resto inevitabile dalla configurazione del loro territorio; per questo, sono esclusi da quel processo di civiltà che, nel bene e nel male, ha caratterizzato la restante umanità, che fu nomade o seminomade all’inizio; poi sedentaria e agricola; infine, urbanizzata e in lotta feroce fra comunità e comunità (è questa l’immagine del progresso che offre un biografo tardo antico di Virgilio, Elio Donato). L’Arcadia è invece vista come il luogo dove non esiste ancora la proprietà privata, o quanto meno non è ancora predominante, non è disegnata e imposta sul terreno, oltre che sulle cose, perché le greggi hanno naturalmente sempre un padrone, ma le terre pastorali sono prive di staccionate e mantengono confini incerti. Viene in mente, come possibile parallelo, il bel film di Elia Kazan, del 1947, Il mare d’erba (The Sea of Grass, da un romanzo di Conrad Richter), che giocava proprio sul motivo del conflitto agricoltori/allevatori nel Nuovo Messico del 1880, fondando lo scontro fra le due categorie su questa contrapposizione “terre aperte al pubblico utilizzo delle mandrie/terre chiuse per la coltivazione dei raccolti”, e facendone poi occasione, come è nella tradizione cinematografica, di un melodrammone familiare. In conseguenza di quanto detto, l’Arcadia è vista dagli antichi come la terra della pace che da questa situazione deriva, perché non ci sono beni da difendere né contro il vicino né contro il forestiero; è la terra più prossima alla mitica età dell’oro, insomma, prima dell’insorgere della civiltà e dei suoi mali.

    Il conservatorismo di questa regione si segnala per un altro elemento: l’Arcadia ha divinità proprie, a cominciare dalla declinazione specifica di Zeus Liceo, che ha culti di natura segreta, che ancora Pausania, 8, 38, 6-7, due secoli più tardi di Virgilio, rifiuterà di svelare. Identico discorso si potrebbe fare per Apollo, Liceo pure lui, o per le altre divinità tipiche dell’ambito pastorale, in primis Pan, con tutto il corredo di storie che a lui si riconnetteva. È invece incerto se i lettori di Virgilio conoscessero davvero la topografia dei luoghi di culto legati a queste divinità, descritti nella Periegesi da Pausania, e confermati dagli scavi archeologici americani dell’ultimo decennio. Ancora più improbabile è che conoscessero la storia della regione, o che se ne dessero pensiero: a lungo autonoma, l’Arcadia era stata poi assorbita nell’orbita di Sparta. Aveva avuto un momento di gloria dopo la battaglia di Leuttra (371 a.C.), attraverso la fondazione di Megalopoli (370) e della Lega Arcade, appunto, o come componente importante della successiva Lega Achea (come tale ne parla Polibio). Presto rientrata nell’orbita macedone, e quindi romana, aveva dato qualche filo da torcere a Roma (lo ricorda ancora Livio), ma da tempo aveva perso ogni interesse politico. Difficilmente, poi, i lettori virgiliani si saranno resi conto che il greco d’Arcadia ha particolarità sue proprie, quelle che oggi fanno parlare di un dialetto arcado-cipriota, una variante linguistica attestata in due aree periferiche di incerta assimilazione, a conferma della sopravvivenza di antiche popolazioni non del tutto sommerse dall’invasione unificante dei Dori – ancora una volta, un lascito dell’ambiente montano e della più facile sopravvivenza di antiche forme di vita entro i confini protetti delle valli. Quanto alla geografia, il Menalo, il Liceo, il Partenio erano le sue vette più famose, benché solo la prima tocchi i 2000 metri; Mantinea la località più celebre, non tanto per la battaglia del 418 (vittoria di Sparta su Atene e Argo, nella serie infinita della guerra del Peloponneso), quanto per quella del 362 (vittoria di Tebe su Sparta e luogo di morte di Epaminonda, fatti ricordati pochi anni prima di Virgilio nella biografia del generale tebano scritta da Cornelio Nepote). Oltre a Leuttra, erano certo note Tegea, già citata in un frammento di Pacuvio, Orcomeno, la palude di Stinfalo e la selva dell’Erimanto, luoghi nobilitati dalle imprese di Ercole. Prodotto tipico dell’Arcadia erano gli asini, di una razza particolare, avvezza alla fatica, conosciuta già da Plauto (nell’Asinaria). Fra le letture diffuse dalla scuola, e già dalla scuola antica, vanno ricordate la storia di Aglao di Psofide, l’uomo più felice della terra, che secondo Valerio Massimo e altri realizzò l’ideale di vivere tutta la vita nel suo e del suo, non dovere niente a nessuno, morire circondato dall’affetto dei figli; e il brano di Erodoto, 6, 105-106, secondo cui Fidippide, o Filippide, nel 490 a.C. stava percorrendo i 200 km ca. che separano Atene da Sparta per sollecitare l’intervento dei Lacedemoni in aiuto degli alleati attici, in prossimità dell’invasione persiana, quando, lungo le pendici del Partenio, incontrò Pan, che chiese nuovi culti in proprio onore, garantendo la vittoria degli Ateniesi in contraccambio. Quale che sia il significato del racconto, esso è alla base tanto della confusione (già presente in Luciano) fra questo Fidippide e l’anonimo soldato che percorse i 40 km fra Maratona e Atene per annunciare ben altro avvenimento; quanto del culto ateniese per Pan, per il quale fu subito eretto un altare ai piedi dell’Acropoli e furono introdotti opportuni riti e gare di canto, da taluni ritenuti una possibile origine dei canti pastorali. In quest’ordine di idee si inseriscono anche l’attenzione all’Arcadia offerta da certa epigrammatica greca – una fonte che sempre più riteniamo importante per le Bucoliche virgiliane – e la notizia di Polibio relativa alla diffusione del canto fra gli Arcadi, alla quale in epoca moderna tanta importanza è stata assegnata nel celebre libro di Bruno Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, Torino 1951 (ma già Hamburg, 1946). Polibio 4, 19-21, in un passo in realtà più citato che letto nella letteratura successiva a Snell, dice che gli Arcadi hanno fama di umanità e ospitalità, e di pietà verso gli dèi, messa in dubbio da un massacro di guerra da lui rievocato. Un atto di tale ferocia si spiega però, a detto dello storico antico, con l’abbandono della pratica della musica come disciplina formativa, un tempo seguita da tutti i giovani arcadi, dalla fanciullezza fino ai 30 anni circa. La musica, afferma ancora Polibio, si era del resto resa necessaria in una regione montuosa e fredda, fatta di agglomerati distanti fra loro e isolati dal mondo, in quanto unica, possibile forma di aggregazione sociale, attraverso feste e cerimonie ricche di canti e di danze.

    Dall’ottavo libro di Plinio i lettori romani successivi a Virgilio (ma le notizie erano o no circolanti anche in tarda età repubblicana? Impossibile dirlo) avrebbero appreso altre cose sull’Arcadia: i culti per il lupo, ad esempio, animale sacro, venerato e temuto, con tanto di strani riti al limite della licantropia; oppure, la presenza di sacrifici umani, di nuovo prova di una ferinità e una religiosità accesa, ma particolare. Altro ancora potevano conoscere i Romani del tempo di Virgilio: la presenza di una comunità arcade sulle pendici antiche del Palatino, fin da una preistoria che si perde nel tempo, rievocata però, oltre che da Virgilio nell’ottavo libro dell’Eneide, dall’annalistica arcaica (Gneo Gellio e, probabilmente, Cassio Emina), da Varrone, Livio, Dionigi d’Alicarnasso e altri ancora. Il legame fra l’Arcadia ed Enea, di cui sarà traccia nell’Eneide la presenza non mai ben spiegata di un Arcade nel seguito di Enea, quel Patrone che viene …ab Arcadio Tegeae sanguine gentis (Aen. 5, 298-299), aveva però anche altre origini. In Arcadia esiste un monte di nome Anchisia, che la tradizione aveva collegato, ed era facile farlo, con il personaggio mitologico di Anchise. Da qui due varianti: una, che Anchise fosse morto alle sue pendici e lì fosse stato sepolto, lasciando il proprio nome alla località; l’altra, che Anchise fosse sì passato da quelle parti, così da lasciare il proprio nome al monte, ma in un diverso momento della sua esistenza, in giovinezza. Per spiegare questa possibilità, il mito, cui anche Virgilio aderisce, parlava allora di una deviazione di Priamo e del suo seguito in direzione dell’Arcadia, in occasione delle nozze di Esione, sorella del re troiano, a Salamina, o di una successiva visita a quella: deviazione che Virgilio trasforma in occasione per far nascere l’amicizia di Anchise con Evandro, il capo della comunità arcade stanziatasi poi nel Lazio, rinsaldata dal successivo incontro di Enea con Evandro, dopo il trasferimento di questi sulle pendici del Palatino. Quanto alla comunità arcade, la sua presenza nel territorio della futura Roma è vista da tutte le fonti che vi fanno cenno come un fatto normale e acclarato, un esempio di quella commistione di popoli che Roma riconosceva alle spalle della propria fondazione. In forma diversa, ma non troppo diversa, vanno ricordati la discendenza dei Sabini da Sparta, nota a Plutarco e a Dionigi d’Alicarnasso, oppure l’arrivo della gens Tarquinia da Corinto, ricordata da Cicerone. Nell’uno come nell’altro caso si trattava sempre di località del Peloponneso, forse a sottolineare il rapporto ideale avvertito da Roma con quella terra, terra di valori e di virtù militari e religiose, nelle quali i Romani potevano in larga parte riconoscersi, e delle quali sentirsi fieri (ricordo solo che il nome dei Sabini è connesso da Plinio, nat. 3, 108, a sebesthai, «venerare gli dèi»).

    Stabilito ciò, resta da chiedersi che cosa i lettori di Virgilio potevano sapere dell’Arcadia attraverso Teocrito. Nell’opera del poeta greco l’Arcadia è nominata tre volte: nel secondo idillio, vv. 48-49, come zona di produzione dell’ippomane (un’erba magica); nel settimo, vv. 106-108, in relazione ai culti che vi si celebravano per Pan; nel ventiduesimo, v. 157, come terra dai ricchi pascoli – è questo, del resto, l’idillio che celebra due “eroi” peloponnesiaci per eccellenza, Castore e Polluce. Una sola volta sono citate le montagne dell’Arcadia. Si tratta dell’idillio primo, ambientato chiaramente alle pendici dell’Etna stando a quanto si dice nei vv. 65-69, ma nel quale Pan è chiamato in soccorso da Dafni morente, che lo riconosce come dio cantore per eccellenza nel mondo dei pastori, e ai vv. 123-126 lo invita perciò a venirgli in aiuto, abbandonando il Menalo e il Liceo. Anche altrove, nel corpus teocriteo, si fa menzione di questa eccellenza di Pan, che sempre avrebbe diritto, per antonomasia, al primo premio nelle gare di canto (1, 3); che regola da sovrano riconosciuto gli altri pastori, e non ama che essi cantino quando lui non vuole, perché è stanco o di ritorno dalla caccia (1,16-18); ma che è pronto ad aiutare chi lo venera (5, 58-59), ed è addirittura disposto a farsi suo complice, se necessario, nelle conquiste amorose (7, 103-105). L’Arcadia, dunque, per Teocrito non è una terra di canti o di pastori cantanti: è la terra di Pan, dio pastorale e bucolico per eccellenza; ed è semmai Pan, non gli Arcadi, che si riconnette in qualche misura a un’eccellenza nel canto. Di questo, i lettori di Virgilio dovrebbero sempre tenere conto…

    Bibliografia minima

    Sull’Arcadia:

    A. Cucchiarelli, Publio Virgilio Marone. Le Bucoliche, Roma 2012, pp. 23-25;

    P. Gagliardi, Commento alla decima ecloga di Virgilio, Hildesheim-Zürich-New York 2014, pp. 44-49;

    M. Ferrando, Il regno errante. L’Arcadia come paradigma politico, Vicenza 2018.

    Sul dio Pan:

    Ph. Borgeaud, Recherches sur le dieu Pan, Rome 1979;

    M.C. Cardete del Olmo, El dios Pan y los paisajes pánico. De la figura divina al paisaje religioso, Sevilla 2016.


    © Massimo Gioseffi, 2019