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  • La lunga vita dei proverbi

    La lunga vita dei proverbi

    In Petronio, specialmente nel cosiddetto “intermezzo” della Cena di Trimalchione, costituito dalle chiacchiere dei liberti (Satyricon 41, 9-46), su cui mi sono già soffermata in un precedente post (https://users.unimi.it/latinoamilano/articles/2018/02/18/il-latino-dei-liberti/), troviamo uno straordinario campionario di detti, proverbi, modi di dire che rimandano all’ambito biotico, al corpo, alle attività agricole e al mondo animale. Essi caratterizzano in modo vivace ed espressivo i parlanti secondo la loro provenienza, ma, soprattutto, sono rimasti, spesso, stranamente immutati nel tempo, o, in alcuni casi, si sono modificati in modo sorprendentemente scarso.  Può essere interessante, e forse anche divertente, evidenziarne alcuni, con riferimento ai modi di dire italiani e dialettali, di Bergamo e di Premana, in Valsassina (per questo ringrazio il collega Marco Sampietro, che mi ha dato preziose indicazioni). Sicuramente, ciascuno sarà in grado di aggiungere detti e proverbi del proprio dialetto. Sono molto gradite, quindi, le segnalazioni in proposito.

    -Vinus mihi in cerebrum abiit (Sat. 41, 12) = il vino mi ha dato alla testa,  propr. “il vino mi è andato al cervello”. Cfr. it. “il vino / l’alcool mi dà alla testa”; dial. prem. al m’è ‘ndàa ól vìin al còo.

    -Modo, modo me appellavit. Videor mihi cum illo loqui = è quello che potremmo chiamare il  “paradosso di Monsieur de La Palice”; ovvero, come sempre si dice di una persona defunta all’improvviso, “Mi sembra ancora di vederlo / di parlargli; / gli ho parlato proprio ieri / cinque minuti / un’ora fa; / mi sembra di aver parlato con lui un attimo fa; / mi sembra d’averlo visto ieri”…

    Heu, eheu! Utres inflati ambulamus. Minoris quam muscae sumus. <Illae> tamen aliquam virtutem habent; nos non pluris sumus quam bullae = L’otre doveva essere un oggetto alquanto familiare. Noi diremmo “siamo come delle bolle di sapone” (cfr. le bullae evocate subito dopo nel testo). Sulle mosche, cfr. la considerazione di Gloucester in King Lear (IV, 1, 36-37): As flies to wanton boys, are we to th’Gods; / They kill us for their sport. “Noi siamo per gli dèi quel che per i monelli sono le mosche: / ci schiacciano per divertirsi” (trad. di G. Baldini).

    Tamen abiit ad plures = it. “andare fra i più / nel mondo dei più”.

    Tamen bene elatus est, vitali lecto, stragulis bonis = come sempre, la voce popolare compiange il morto, ma è quasi una consolazione che “abbia avuto un bel funerale / una bella cerimonia”. Cfr., per contrasto, il protagonista de La Roba di Giovanni Verga, Mazzarò, che valuta anche la madre secondo il costo del funerale: “Di donne non aveva avuto sulle spalle che sua madre, la quale gli era costata anche 12 tarì, quando aveva dovuto farla portare al camposanto”.

    -Sed mulier quae mulier milvinum genus = “Ma una donna che sia una donna…che razza d’avvoltoi”, espressione propria di una misoginia millenaria, come quella, ispirata al mondo animale e naturale, di Semonide di Amorgo. (cfr. anche la definizione di Fortunata, moglie di Trimalchione, come pica pulvinaris= lett. “gazza da cuscino”, ossia “chiacchierona”, donna che “non sta zitta nemmeno quando dorme / nemmeno a letto”).

    -Sed antiquus amor cancer est = lett. “un amore di lunga data è un cancro”; “l’amore è una malattia inguaribile”, luogo comune duro a morire; cfr. l’uso metaforico e traslato dell’aggettivo “incancrenito”.

    -Ab asse crescere (Sat. 43, 1) = “venire su dal niente” (propr. “crescere da un asse”) = dial. prem. vegnì sü dal negót.

    -Virorum meminisse (Sat. 43, 1) = “pensare a vivere” (propr. “ricordarsi dei vivi”) = berg. tirà a campà.

    -Linguam caninam comedere (Sat. 43, 3) = “non avere peli sulla lingua” (propr. “avere mangiato lingua di cane”) = dial. prem. avèch ‘ne léngue de fööch (propr. “avere una lingua di fuoco”: il che, evidentemente, impedisce di tenere di la bocca chiusa e quindi, per traslato, impone di parlare!). L’idea del cane come animale senza pudore emerge anche dalla definizione di “cinico” per Diogene, o dall’aggettivo kynopis, “faccia di cane, sfrontata”, che Elena in Omero (cfr. Iliade III, 180; IV, 145, VI, 344) riferisce a se stessa (cfr. anche Eur. Andr. 630). E anche nel racconto omerico dedicato al crimine di Clitennestra, la donna viene definita dallo spettro del defunto marito “una faccia di cane”, in quanto non si potrebbe immaginare “nulla di più terribile e di più cane”, dice Agamennone, di una donna che uccida il proprio marito: cfr. Od. XI, 422 ss. Ma, in generale, l’epiteto kynopes, e il corrispondente femminile kynopis “ritraevano probabilmente l’atteggiamento del cane che osa fissare l’uomo negli occhi anche quando, avendo combinato qualche guaio, dovrebbe vergognarsi e abbassare lo sguardo”: così Franco 2003, pp. 170-171. In particolare, nella sfrontatezza del cane, questa temerarietà dello sguardo diretto può associarsi a un’espressione di finto candore che mira a dissimulare la consapevolezza della colpa che il soggetto ha ben presente: e così, anche Agamennone, nel corso della celebre “aspra contesa” con Achille (Il. I 158 ss.) riceve da quest’ultimo le accuse di spudoratezza e di avidità, dato che gli Achei si trovano tutti a Troia solo per soddisfare i suoi desideri, e lui, “faccia di cane” (kynopa), ha per giunta il coraggio di non rispettare chi ha messo a rischio la vita solo a vantaggio suo.

    -Et inter initia malam parram pilavit = lett. “e all’inizio ebbe una brutta civetta da pelare” (spellare e spiumare un volatile non è mai semplice né piacevole); it. “ebbe una brutta gatta da pelare”.

    -Sed recorrexit costas illius prima vindemia = “ma la prima vendemmia gli rimise a posto le costole”, dialetto berg. “’l sé resbaldìt fò”, detto sia di miglioramenti fisici (riconquista della salute) che morali ed economici.

    -Mentum tollere (Sat. 43, 4) = “rialzare la cresta” (propr. “sollevare la testa”), berg. ozzà sü la crèste, berg. lèà sö ’l cò.

    -Paratus fuit quadrantem de stercore mordicus tollere = lett. “avrebbe tirato su un centesimo dallo sterco / dal letame con i denti”, espressione ancora oggi assai icastica.

    -In manu illius plumbum aurum fiebat = “in mano sua il piombo diventava oro”, espressione proverbiale rimasta identica sino a oggi.

    -Niger tanquam corvus = “nero come un corvo”, di persona anziana, ma non canuta, paragone ancora comprensibilissimo e usato: del resto, il colore dei capelli nero intenso con sfumature di blu è ancora oggi definito “corvino”.

    -Is, quacunque ibat, terram adurebat (Sat. 44) = it. “fare terra bruciata”

    -Quod nec ad caelum nec ad terram pertinet (Sat. 44) = it. “non sta né in cielo né in terra”.

    -Stips, o stipes (Sat. 44), = “tronco, legno”, per indicare una persona poco brillante, dura di comprendonio, it. “zuccone”, o meglio, dial. berg. sòc, lett. “ciocco”. Poco più avanti (Sat. 75, 13), analogamente, Trimalchione dirà, della moglie, codex, non mulier. 

    -Piper, non homo (Sat. 44) = “pepe, non un uomo”. It. “un granellino di pepe / di sale / uomo tutto pepe”, per indicare una persona sempre attiva e vivace, che combina magari a questa qualità la piccola statura. Cfr. Catull. 53, 5 a proposito di Licinio Calvo, la cui eloquenza gli ha meritato questa voce di approvazione:  Di magni, salaputium disertum!

    -Sed rectus, sed certus, amicus amico, cum quo audacter posses in tenebris micare = “corretto, fidato, amico con gli amici” (il che non sembra il massimo come espressione di moralità per un politico) “uno con cui potevi tranquillamente giocare a morra al buio” (iperbole per indicare l’onestà nei confronti degli “amici”).

    In curia autem quomodo singulos pilabat = it. “li spellava / pelava vivi”, oppure “li faceva neri”.

    -Nec schemas loquebatur sed directum = it. “non usava giri di parole “ (si usa la parola greca schema, che forse più correttamente potrebbe essere usata al plurale nella forma schemata, per indicare l’apparato della retorica, inteso in senso deteriore) “andava al sodo / andava al dunque / andava dritto al cuore della questione”.

    Itaque illo tempore annona pro luto erat = espressione chiaramente proverbiale (possiamo renderla, attenuandola con “la roba da mangiare veniva via per niente / costava niente”), che si ritrova nella novella del vetro infrangibile: Sat. 51, 6, si scitum esset, aurum pro luto haberemus, “se si fosse venuto a sapere, l’oro varrebbe come lo sterco”.

    Nemo curat quid annona mordet (Mordet per mordeat, ma del resto, quanti fanno ancora oggi l’interrogativa indiretta con il congiuntivo?). E’ un modo di dire comune: quante volte abbiamo letto frasi come “La crisi morde / la crisi morde ancora”? 

    -Nam isti maiores maxillae semper Saturnalia agunt = it. “mascelloni, mangioni, ganascioni”. Ricordiamo che la satira del Ventennio, in particolare a Livorno, aveva affibbiato a Costanzo Ciano, padre di Galeazzo Ciano e consuocero di Mussolini, il poco onorevole nomignolo di “Ganascia”, data la sua abitudine a mangiare ai quattro palmenti, e non solo a tavola. Cfr. ancora l’espressione  popolare, relativa ai politicanti avidi e disonesti: “Per loro è sempre festa / è sempre Natale”. Oppure, pensiamo all’espressione, ancora più popolare, “è tutto un magna magna”. Sull’idea di “sperperare” i soldi e i beni, propri o pubblici, cfr. l’espressione dialettale bergamasca maià fo / maià sö (cfr. Zappettini 2003, p. 298: Mangiàs teutt ol sò, “dar fondo a tutto il suo”). 

    -Heu heu, quotidie peius! Haec colonia retroversus crescit tanquam coda vituli = it. “Ahimè, ogni giorno peggio! (identico al latino). Questa colonia cresce all’indietro come la coda del vitello”, espressione evidentemente proverbiale riferita al mondo animale, come nell’espressione asinus in tegulis (63, 2, “l’asino sul tetto”, cfr. Livio XXXVI, 37, che narra di un prodigio affine, relativo a due mucche, poi sacrificate come piaculum).

    -Sed quare nos habemus aedilem trium cauniarum = lett. “Ma poiché noi abbiamo un edile che vale tre fichi di Cauno“; it. “non vale un fico secco”.

    -Sed si nos coleos haberemus = it.  “Se noi avessimo i c…”. Cfr. come analoga espressione sia sempre nella novella del vetro infrangibile in Sat. 51, 5, putabat se coleum Iovis tenere, “pensava di tenere…la situazione in pugno” (= “di avere gli attributi di Giove”).

    -Itaque statim urceatim plovebat = lett. “pioveva a scrosci come da orci rovesciati”; it. “pioveva a catinelle”; dial. berg. piöf a sidèi” (“piovere a secchiate”). L’orcio non è più un oggetto familiare, ma il secchio sì.

    -Antea stolatae ibant nudis pedibus in clivum, passis capillis, mentibus puris = Nel pensiero popolare la raffinatezza del vestire femminile va di pari passo con la decadenza morale, e la semplicità e sobrietà negli ornamenti, di converso, è indice di purezza d’animo e onestà: cfr. Dante, Pd. XV, 100-114, là dove Cacciaguida ricorda l’abbigliamento semplice degli abitanti della prisca Firenze (che stava “in pace, sobria e pudica”, v. 99), la cintura d’osso di Bellincion  Berti, e la modestia delle donne fiorentine del buon tempo antico, prive di ornamenti troppo costosi e ricercati. 

    Litterae thesaurus est, et artificium numquam moritur (Sat. 44) = lett. “l’educazione / la cultura è un tesoro, e un mestiere non muore mai”.  Sta parlando un padre, a proposito della formazione del figlio; cfr. la nota espressione “nell’educazione un tesoro”, e il detto “impara l’arte e mettila da parte”, oppure la voce popolare per cui “è sempre importante avere un pezzo di carta”.

    -Vervex (Sat. 57) = “caprone”, cfr. berg.  besòt, crapa de besot.

    -Et habebam in domo qui mihi pedem opponerent hac illac; tamen – genio illius gratiam –  enatavi: (Sat. 57) = it. “fare lo sgambetto a qualcuno”; “uscirne fuori”, lett. “uscirne fuori a nuoto”, berg. “rampà fò” (che esprime non l’idea di “nuotare fuori”, ma quella di “uscire arrampicandosi con le unghie da una buca”).

    -Qui non valet lotium suum = espressione volgare rinforzata dal successivo periodo ipotetico Ad summam, si circumminxero illum, nesciet qua fugiat; cfr. it. l’espressione scurrile, per indicare sommo disprezzo: “ci p…. sopra”.

    -Homo inter homines fuit = it. “Sono un essere umano fra gli esseri umani”; cfr. quanto afferma Trimalchione della moglie Fortunata, che ha riscattato, poco avanti hominem inter homines feci (Sat. 75, 13). Sempre a proposito della moglie, ormai troppo superba, Trimalchione dice “at inflat se tamquam rana”, “si gonfia come una rana” (ricordiamo la favola esopica della rana che si gonfia sino a scoppiare), e la apostrofa, come abbiamo già visto sopra, codex  (“ceppo”, berg. sòc).

    -Capite aperto ambulo = lett. “cammino a testa scoperta” (senza il copricapo che contraddistingueva gli schiavi liberati), it. “cammino a testa alta”.

    Nec mu nec ma argutas = cfr. it. “non dire né ai né bai”, e simili.

    In alio peduclum vides, in te ricinum non vides = lett. “Vedi il pidocchio altrui / su un altro e non la zecca su di te”; cfr. l’evangelico “Vedi la pagliuzza nell’occhio del vicino e non vedi la trave nel tuo occhio”, diventato poi luogo comune. Peduclus, ossia pediculus, compare fra gli errori sanzionati dall’Appendix Probi.

    -Sed in molle carne vermes nascuntur, “nella carne molle nascono i vermi” = it. “il medico pietoso fa la piaga cancerosa”, e simili sempre con l’idea della putrefazione come metafora della corruzione.

    -Vasus fictilis = “vaso di coccio”. Manzoni, per indicare la debolezza caratteriale  e sociale di don Abbondio, “vaso di coccio tra vasi di ferro” (cap.1, “s’era dunque accorto … d’essere, in quella società, come un vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”); ma Don Abbondio stesso, una volta guarito dalla peste, per indicare la sua permanente fragilità, dirà a Renzo: “Sono una conca fessa” (cap. 38, “Guardatemi: sono una conca fessa; sono stato anch’io, più di là che di qua”…).

    Immo lorus in aqua, lentior, non melior = lett “cuoio nell’acqua, allentato, putre, non migliore”, allusione proverbiale all’impotenza, cfr. Mart. VII, 58, 3. Come sempre, nelle liti e nelle sfuriate, l’insulto va a toccare il campo sessuale.

    Soffermarsi un poco su questi detti e proverbi (sul che, rimando a  Duneton 2003, che svolge la storia delle espressioni idiomatiche francesi, e non solo, a partire dal latino) è utile, perché fa capire la vicinanza antropologica al di là della lontananza temporale. Non dimentichiamo mai che la nostra lontananza dal latino non è spaziale, ma temporale, ed è pertanto una lontananza avvertita dagli studenti come più grave, spesso terrorizzante e addirittura respingente, ovvero come una discrasia fortissima (un’eccezione, questa, rispetto al principio, solitamente valido, della loro equipollenza spazio-temporale).

     

    Bibliografia essenziale

    F. Abbott, The Use of Language as a Mean of Characterization in Petronius, “CPh” 2, 1907, pp. 43-50;

    B. Boyce, The Language of the Freedmen in Petronius’ “Cena Trimalchionis”, Leiden 1991;

    V.Ciaffi, Intermezzo nella “Cena” petroniana (XLI, 10 – LVI, 8), “RFIC” NS 33, 1955, pp. 113-145;

    C. Duneton, La puce à l’oreille: les espressions imagées et leur histoire, Paris 2003;

    C. Franco, Senza ritegno. Il cane e la donna nell’immaginario della Grecia antica, Antropologia del mondo antico, Bologna 2003;

    A. Perutelli, Le chiacchiere dei liberti. Dialogo e commedia in Petronio XLI – LXVII, “Maia” NS  37, 1985, pp. 103-120;

    S. Stucchi, Autobiografia immaginaria, riscrittura, reinvenzione: tre sentieri per la ricezione di Petronio, “Aufidus” 75, 2016, pp. 735-756;

    S. Zappettini, Vocabolario bergamasco-italiano per ogni classe di persone e specialmente per la gioventù, Bergamo 1859, rist. anast. Bergamo 1990.

     

    © Silvia Stucchi, 2018

  • Il canto più bello

    Il canto più bello

    Tra poco meno di un mese, il 24 febbraio, andrà in scena al teatro alla Scala di Milano l’opera Orphée et Eurydice di Christoph Willibald Gluck (1714-1787), nell’allestimento, datato settembre 2015, proveniente dalla Royal Opera House, Covent Garden, di Londra, e firmato da John Fulljames per la regia e Hofesh Shechter per le coreografie. Leggermente diverso il cast rispetto allo spettacolo londinese di due anni fa, a suo tempo ampiamente pubblicizzato dalla diretta streaming ancora recuperabile in molti canali musicali. Lo spettacolo fu molto applaudito anche per alcune novità tecniche, che bisogna vedere come saranno risolte alla Scala: la presenza, ad esempio, abbastanza ingombrante di ballerini sulla scena; oppure, la disposizione dell’orchestra sul palcoscenico, e non nel golfo mistico, così da non stare davanti ai cantanti e rendere l’idea che la musica è lo strumento con il quale Orfeo cerca di vincere le inesorabili divinità dell’Ade.

    Proprio su questo punto vorrei incentrare il mio post. Il mito di Orfeo ha, com’è noto, radici antichissime in Grecia, e connessioni religiose che non intendo qui esaminare. Ciò non toglie infatti che le due più ampie narrazioni del mito siano considerabili quelle contenute nelle Georgiche di Virgilio e nelle Metamorfosi di Ovidio. Questi due testi vorrei mettere a raffronto, su un dettaglio specifico e particolare. Procediamo con ordine. Secondo tradizione, Orfeo perde la moglie, Euridice, morsa da una vipera o un serpente. Disperato, lui, che è un grande cantore capace di commuovere i sassi (letteralmente, e non solo come modo di dire) o di piegare a sé le piante, decide di recuperare l’amata consorte scendendo nell’Ade e cercando di impietosire le divinità che vi regnano. In un primo momento l’impresa sembrerebbe riuscire. Euridice gli viene restituita, ma alla condizione che durante tutto il tragitto di ritorno verso la superficie terrestre lui non le rivolga mai lo sguardo. Così non avviene, ed Euridice muore una seconda volta, e definitivamente. Orfeo, disperato, la piange rifiutando ogni contatto con altre donne (in Virgilio; accettando solo quello con altri uomini, in Ovidio), finché le donne (o le Baccanti) della Tracia, la sua regione di provenienza, esasperate lo assalgono e lo fanno a pezzi.

    Rappresentare la scena del canto di Orfeo, nell’epos come a teatro, comporta una sfida non da poco: Orfeo deve poter essere l’autore di una musica tanto bella e commovente da piegare ai propri desideri perfino le divinità dell’Oltretomba. L’opera lirica ha sentito subito il valore di una simile sfida: che si faccia iniziare la storia del genere dalla Euridice di Jacopo Peri (Firenze 1600) o da quella di Giulio Caccini (Firenze 1602, entrambe sul libretto di Ottavio Rinuccini), oppure dall’Orfeo di Claudio Monteverdi (Mantova 1607, su libretto di Alessandro Striggio; questo è, fra i tre titoli, il solo che ancora sia rimasto in repertorio) – questione che qui lascerò irrisolta – è evidente infatti come il mito abbia affascinato librettisti e compositori fin dalle primissime origini. Ed era ovvio che fosse così. Fra l’Orfeo di Monteverdi e quello di Gluck (I edizione, Vienna 1762, su libretto di Ranieri de’ Calzabigi; II edizione, Parigi 1774, in francese, su libretto di Pierre Louis Moline, in teoria la versione che si dovrebbe sentire alla Scala. Va detto però che l’opera subì vari rimaneggiamenti dopo la morte di Gluck, nel 1859 da parte di Hector Berlioz che ne fece un veicolo di successo per il contralto Pauline Viardot; nel 1889 dall’editore Giulio Ricordi, che stampò un’edizione che mescolava pezzi delle diverse versioni precedenti – ed è questo fra l’altro l’Orfeo che più spesso si è sentito nei teatri e nelle sale di incisione, benché fra tutti sia certamente il più fasullo) – fra i due Orfei, dicevo, corrono poco più di 150 anni ma almeno un centinaio di rifacimenti diversi. Non è però nemmeno questa la storia che vorrei seguire.

    Quello che mi interessa, come dicevo, è la sfida di rappresentare un canto che commuova gli dèi della morte. Virgilio risolse la cosa da par suo. Ecco i versi che si riferiscono alla scena che ci interessa, subito dopo che il narratore (non Virgilio, ma l’indovino Proteo) ci ha ricordato l’immenso dolore provato dal celebre cantore, cui si riferisce il participio ingressus nella terza riga del testo riportato (= georg. IV 467-486):

    Taenarias etiam fauces, alta ostia Ditis,
    et caligantem nigra formidine lucum
    ingressus Manesque adiit regemque tremendum
    nesciaque humanis precibus mansuescere corda.
    At cantu commotae Erebi de sedibus imis
    umbrae ibant tenues simulacraque luce carentum,
    quam multa in foliis avium se milia condunt
    vesper ubi aut hibernus agit de montibus imber,
    matres atque viri defunctaque corpora vita
    magnanimum heroum, pueri innuptaeque puellae,
    impositique rogis iuvenes ante ora parentum,
    quos circum limus niger et deformis harundo
    Cocyti tardaque palus inamabilis unda
    alligat et noviens Styx interfusa coercet.
    Quin ipsae stupuere domus atque intima Leti
    Tartara caeruleosque implexae crinibus angues
    Eumenides, tenuitque inhians tria Cerberus ora
    atque Ixionii vento rota constitit orbis.
    Iamque pedem referens casus evaserat omnes…

    In pratica, Virgilio sceglie l’ellissi. Orfeo entra nell’Aldilà attraverso le fauci del Tenaro, porta dell’Oltretomba; raggiunge le profondità della terra e le divinità che vi risiedono (Mani; ombre dei defunti; Plutone, il re che non conosce umana pietà) e li commuove tutti quanti. Introdotto da un At avversativo, noi vediamo l’effetto del canto, ma non udiamo il canto. Tutte le anime che popolano questo regno, esseri umani, mostri implacabili (le Furie e Cerbero), perfino gli inanimati strumenti di tortura che affollano il Tartaro (come la ruota su cui viene suppliziato Issione, colpevole di empietà) si addolciscono e si commuovono. Orfeo può così riportare indietro i propri passi, superando ogni ostacolo, salvo – come ci dicono i versi immediatamente successivi a questi – quello costituito da se stesso, la propria incapacità di obbedire fino in fondo all’imposizione divina. In tutto questo, noi non udiamo mai la sua voce. Da grande poeta qual era, Virgilio ha capito che la sfida era persa in partenza, e ha aggirato l’ostacolo con grande dignità e finezza, attraverso un escamotage che dà comunque l’idea di quello che è avvenuto, senza rischiare di scadere nel patetico, nel ridicolo, nell’insufficiente.

    Eccoci ora ad Ovidio. L’imitazione del passo virgiliano in lui è evidente, e anche la gara con il modello, come si riconosce nell’incipit del racconto, che fa cenno alla rapida discesa agli Inferi di Orfeo, e nella parte immediatamente successiva al canto vero e proprio, che descrive, esattamente come in Virgilio ma in meno versi che in lui, e con più preciso e pedante catalogo, gli effetti del canto (met. X 40-47):

    Talia dicentem nervosque ad verba moventem               
    exsangues flebant animae; nec Tantalus undam
    captavit refugam, stupuitque Ixionis orbis,
    nec carpsere iecur volucres, urnisque vacarunt
    Belides, inque tuo sedisti, Sisyphe, saxo.
    Tunc primum lacrimis victarum carmine fama est               
    Eumenidum maduisse genas, nec regia coniunx
    sustinet oranti nec, qui regit ima, negare.

    Come si vede, qui è dato poco risalto alle anime dei comuni defunti (che non hanno diritto di voto nella faccenda, e quindi sono messe da parte con un’espressione rapida e generica). Prima delle Furie/Eumenidi già presenti in Virgilio, sono elencati con maggiore precisione i tormenti, ora sospesi, del Tartaro: non il solo Issione, ma anche Tantalo, le Danaidi, Tizio il cui nome si cela nell’espressione nec carpsere iecur volucres, quasi un indovinello rivolto al lettore, e infine Sisifo. Gli dèi dell’Oltretomba sono alla fine dell’elenco, in bella evidenza, perché è a loro che spetta la decisione ultima, con tanto di belluria stilistica di separare la moglie (Proserpina) dal marito (Plutone), ad entrambi assegnando però una pari azione e una pari commozione. Ecco invece che cosa succedeva all’inizio dell’episodio (met. X 11-39; il relativo iniziale si riferisce, ovviamente, a Euridice):

    Quam satis ad superas postquam Rhodopeius auras
    deflevit vates, ne non temptaret et umbras,
    ad Styga Taenaria est ausus descendere porta
    perque leves populos simulacraque functa sepulcro
    Persephonen adiit inamoenaque regna tenentem
    umbrarum dominum pulsisque ad carmina nervis
    sic ait: “O positi sub terra numina mundi,
    in quem reccidimus, quicquid mortale creamur,
    si licet et falsi positis ambagibus oris
    vera loqui sinitis, non huc, ut opaca viderem
    Tartara, descendi, nec uti villosa colubris
    terna Medusaei vincirem guttura monstri:
    causa viae est coniunx, in quam calcata venenum
    vipera diffudit crescentesque abstulit annos.
    Posse pati volui nec me temptasse negabo:
    vicit Amor. Supera deus hic bene notus in ora est;
    an sit et hic, dubito: sed et hic tamen auguror esse,
    famaque si veteris non est mentita rapinae,
    vos quoque iunxit Amor. Per ego haec loca plena timoris,
    per Chaos hoc ingens vastique silentia regni,
    Eurydices, oro, properata retexite fata.
    Omnia debemur vobis, paulumque morati
    serius aut citius sedem properamus ad unam.
    Tendimus huc omnes, haec est domus ultima, vosque
    humani generis longissima regna tenetis.
    haec quoque, cum iustos matura peregerit annos,
    iuris erit vestri: pro munere poscimus usum;
    quodsi fata negant veniam pro coniuge, certum est
    nolle redire mihi: leto gaudete duorum”.

    Ovidio non rinuncia a mettere in bocca al suo Orfeo un canto; e questo canto è costruito secondo tutte le regole del genere “richiesta sacrale”: giustificazione iniziale della propria ragione di presentarsi al cospetto dei numi (non vengo per compiere un atto illegale di rapina dei vostri beni; vengo alla ricerca della mia consorte, spinto a ciò da Amore); celebrazione della divinità che Orfeo ritiene sua guida e protezione, ricordando quanto essa abbia interferito anche nella vita dei suoi ascoltatori (Proserpina e Plutone); richiesta concreta della restituzione della consorte, accompagnata dalla celebrazione sotto forma di giuramento della potenza dei luoghi inferi presso i quali il cantore si trova (Eduard Norden, in un bel libro del 1913, Agnostos theos, tradotto in italiano nel 2002 dalla Morcelliana di Brescia con titolo Dio Ignoto. Ricerche sulla storia della forma del discorso religioso, ha ben studiato le varie parti costitutive di questa forma di richiesta); infine, celebrazione dell’autorità e della potenza di chi gli deve concedere il favore implorato, e cioè gli dèi inferi, attraverso il tema omnia debemur vobis, “tutti – ma il neutro omnia rinforza l’idea, includendo persone e cose assieme, e anzi parificandole fra loro – siamo soggetti a voi”, “vi siamo prima o poi dovuti”. Una captatio benevolentiae che si rinforza subito dopo nella formula huc tendimus omnes, che serve a sua volta a titillare l’orgoglio dei sovrani che ascoltano. Orfeo chiude il canto con una minaccia di suicidio: se gli sarà negata Euridice, farà in modo di restare ugualmente al fianco di lei, senza più abbandonare i luoghi in cui si trova. Di fronte a questa possibilità, gli dèi, come sappiamo, si commuovono e cedono. La forma, il perfetto rispetto della forma e delle forme (burocratiche) della preghiera, qui si fanno elementi salvifici, nonostante il contenuto non suoni così sublime come ci saremmo potuti aspettare, data la situazione eccezionale ed il cantore, a sua volta eccezionale, che il mito metteva in gioco. Quanto però conti, specie nei contesti sacrali, il rispetto della forma per gli antichi non è argomento che posso sviluppare qui, ma neanche che abbia bisogno di molte parole per essere richiamato alla memoria dei lettori.

    Vengo ora alle note musicali. Delle molte intonazioni del mito (così si chiamano le messe in musica di un testo letterario), ne scelgo due, che hanno in comune il libretto, ossia quel testo di Ranieri de’ Calzabigi musicato nel 1762 da Gluck e rimesso in musica qualche anno più tardi, nel 1776, a Londra, da Ferdinando Bertoni (1725-1813). Bertoni oggi è ricordato quasi esclusivamente per quest’opera, e non tanto per il valore della musica in sé, quanto per il suo ruolo di cartina al tornasole del testo di Gluck e perché illustri cantanti (una fra tutte, Marilyn Horne) amarono mescolare i due testi, trovando in Bertoni occasioni musicali magari meno felici, ma più appaganti al proprio narcisismo virtuosistico (con il che, naturalmente, “ridateci la Horne!”)

    Ecco allora Gluck. Chiaro che la via dell’ellissi non poteva essere praticata a teatro, per il quale questa scena è il nocciolo dell’intera vicenda. Franz Joseph Haydn, che pochi anni più tardi, nel 1791, scrisse a sua volta un’opera sul tema, peraltro mai rappresentata fino al 1951, scelse sì la via dell’ellissi, ma per una sorta di compensazione dovette poi complicare la trama del resto dell’opera, con inutili divagazioni narrative che soddisfacessero in qualche misura lo spettatore. Non potendo percorrere quella dell’ellissi, Gluck sceglie allora la via della semplicità. Partiamo dal testo che sentiremo intonato. Siamo all’inizio del II atto. Alla fine del precedente, Orfeo ha preso la decisione di scendere nell’Ade e ora il punto di vista si capovolge e ci troviamo trasportati nell’Aldilà:

    Orrida e cavernosa al di là del fiume Cocito, offuscata poi in lontananza da un tenebroso fumo illuminato a fiamme che ingombrano tutta quella orribile abitazione. Appena aperta la scena, al suono di orribile sinfonia comincia il ballo di Furie e Spettri, che viene interrotto dalle armonie della lira d’Orfeo, il quale comparendo poi sulla scena, tutta quella turba infernale intuona il seguente Coro:
    FURIE Chi mai dell’Erebo
    fra le caligini,
    sull’orme d’Ercole
    e di Piritoo
    conduce il piè?
    D’orror l’ingombrino
    le fiere Eumenidi,
    e lo spaventino
    gli urli di Cerbero,
    se un dio non è.
    Ripigliano le Furie il ballo girando intorno ad Orfeo per spaventarlo.
    ORFEO Deh! placatevi con me,
    furie, larve, ombre sdegnose.
    FURIE  No.
    ORFEO Vi renda almen pietose
    il mio barbaro dolor.
    FURIE (raddolcito e con espressione di qualche compatimento)
    Misero giovine!
    che vuoi, che mediti?
    Altro non abita
    che lutto e gemito
    in queste orribili
    soglie funeste.
    ORFEO Mille pene, ombre moleste,
    come voi sopporto anch’io;
    ho con me l’inferno mio,
    me lo sento in mezzo al cor.
    FURIE (con maggior dolcezza)
    Ah quale incognito
    affetto flebile,
    dolce a sospendere
    vien l’implacabile
    nostro furor.
    ORFEO Men tiranne, ah! voi sareste
    al mio pianto, al mio lamento,
    se provaste un sol momento
    cosa sia languir d’amor.
    FURIE (sempre più raddolcito)
    Ah quale incognito
    affetto flebile,
    dolce a sospendere
    vien l’implacabile
    nostro furor!
    Le porte stridano
    su’ neri cardini
    e il passo lascino
    sicuro e libero
    al vincitor.
    Cominciano a ritirarsi le Furie ed i Mostri e, dileguandosi per entro le scene, ripetono l’ultima strofa di coro che, continuando sempre frattanto che si allontanano, finisce finalmente in un confuso mormorio. Sparite le Furie, sgombrati i Mostri, Orfeo s’avanza nell’inferno.

    In  corsivo ho messo le didascalie del librettista, in grassetto l’indicazione dei personaggi parlanti, in nero le battute. Gluck risolve la scena dando a Orfeo un canto ritmato e identico su più strofe, ma che di fatto si limita a due soli, semplicissimi versi (sbaglia qui, secondo me, l’interprete ad eccedere in abbellimenti non scritti intorno all’espressione il mio barbaro dolor). L’arpa si sostituisce alla cetra del mito e scandisce il ritmo delle parole, consentendo di riempire gli spazi ampi di un teatro. Le Furie si presentano con una ridda disordinata di suoni, messa in movimento dal primo apparire della cetra di Orfeo, come se quella turbasse lo stare precedente. Una volta in movimento, esse rispondono all’emozione provocata dal cantore prima a monosillabi (“No!”), poi con frasi più elaborate, che aprono una sorta di compassionevole dialogo, con un tono che tende a farsi sempre più dolce e vicino al cedimento (il coro qui è molto bravo, e invito ad ascoltare i diversi “No!” pronunciati con enfasi decrescente ed emozione via via maggiore). Nella scena successiva, che non sentiremo, Orfeo arriva nell’atmosfera rarefatta dei Campi Elisi fra gli Spiriti Beati, dove incontra Euridice.

    Prima di passare all’ascolto, ancora una notazione pratica. A Vienna nel 1762 il personaggio di Orfeo venne interpretato dal celebre cantore evirato (come si usava al tempo) Gaetano Gaudagni. Oggi, ovviamente, non disponiamo più di simili voci che, per la mescolanza di ormoni maschili e femminili (questi ultimi rafforzati dall’operazione subita di solito in tenerissima età), erano ritenute particolarmente adatte ad esprimere l’adolescenza in musica, un miscuglio di toni maschili e femminili non ancora ben organizzati (ma le voci dei castrati erano educate e melodiose, a detta di tutti i testimoni del tempo), un po’ come delle voci bianche, prive però di quella tendenza ad emettere suoni fissi e non vibrati che è propria delle voci bianche. Impossibile riprodurre quel canto: da Berlioz in poi le voci femminili si sono perciò appropriate di questo repertorio. Negli ultimi anni, e anche nella registrazione che qui allego, resa di pubblico dominio da Radio France, che l’ha offerta in open source, si sentono voci maschili “costruite” ad arte per suonare femminili, ma che per quanto brave sono probabilmente solo una pallida eco di quello che doveva essere l’effetto originario. Alla Scala sentiremo la versione parigina dell’opera, scritta per tenore acuto (haute-contre) e tradotta in francese, con aggiunte di versi qui inesistenti, di balli per le Furie, di abbellimenti canori di vario genere. Ecco intanto la registrazione:

    Chiudo infine con Bertoni. Testo e struttura complessiva della scena rimangono identici, anche se la forza penetrativa della musica, proprio perché è più elaborata, finisce per risultare complessivamente minore. Ma quello su cui vorrei portare l’attenzione è un dettaglio. Il dialogo che Gluck aveva costruito fra Orfeo e il coro delle Furie qui diventa una sorta di grande rondò (rondeau) di Orfeo, con interventi sporadici del coro, come appunto succede spesso nella tradizione dei rondò musicali. Diciamo che la scena, che in Gluck si segnalava per la sua semplicità persuasiva, viene così normalizzata secondo le regole dell’opera di fine Settecento, un dato evidente soprattutto nella seconda parte dell’ascolto che propongo. Usando un termine della letteratura, è come se Gluck venisse “grammaticalizzato” o, ancora meglio, come se fosse normalizzato attraverso forme e strutture retoriche più usuali e definite, che rispettano in pieno le regole del genere e tranquillizzano quindi l’ascoltatore. Evidente, a mio parere, il parallelo con quanto avevamo visto in poesia. Ecco comunque il brano di Bertoni:

    © Massimo Gioseffi, 2018

  • La Natura in similitudine

    La Natura in similitudine

    La Natura è un campo privilegiato per le similitudini; le fa parziale concorrenza solo il mondo quotidiano. L’una e l’altro offrono infatti qualcosa di noto che viene usato per spiegare qualcosa di ignoto, o di insolito, o comunque di presente solo nella finzione narrativa, basandosi sulla riconoscibilità dei comportamenti evocati nella similitudine. Dire similitudine, però, può significare tante cose diverse tra loro: quando di un personaggio si dice che si muove serpens, oppure inrepens, già si dice, implicitamente, che è come un serpente, l’animale al quale si adattano comunemente i due verbi; allo stesso modo, se dei ragazzi garriunt si intende che sono dei rondinotti, e così via. In questo post citerò solo similitudini esplicite, quelle cioè con tutti i “modalizzatori” ben evidenti (“modalizzatori” chiama Genette le formule che introducono una similitudine, i “come…così, quale…così, allo stesso modo che…” ecc.). Le similitudini, ovviamente, sono state molto studiate, sia come figure in sé, sia nell’uso che ogni singolo poeta ne ha fatto, e questo fin dall’antichità. Qui vorrei però considerare un aspetto specifico delle similitudini epiche, cioè il loro appartenere a una tradizione piuttosto coesa, entro la quale ogni nuovo poeta ha quindi l’obbligo di inserirsi, ma la difficoltà di trovare una propria individualità e novità.

    Prima qualche dato a carattere generale. Le similitudini, come s’è detto, si fondano su un accostamento che permette di mettere assieme, attraverso un elemento comune, due oggetti che non avrebbero di per sé nessun rapporto reciproco. L’elemento da cui si parte, quello di cui si vuole mettere in evidenza qualche qualità specifica attraverso l’accostamento a qualcos’altro di più noto al lettore, si chiama di solito comparandum (o primum comparandum); l’elemento che viene associato è il comparatum o secundum comparatum. Il legame che si instaura fra i due (e che può rimanere implicito) è il tertium comparationis. Altri usano altri nomi, di poco differenti, ma non è quello che importa. Quello che vorrei sottolineare è che la Natura offre, per le ragioni indicate prima, molti secunda comparata; ogni essere/fenomeno di Natura può svolgere questa funzione in virtù di una caratteristica che appare sua propria e specifica, oltre che immutabile e ripetuta ogni qualvolta si ripresentino le medesime circostanze. Questa caratteristica costituisce il tertium comparationis: il leone, per intenderci, sarà sempre feroce, il toro combattivo, il cinghiale selvaggio, l’aquila predatrice ecc. Quello che varia, normalmente, è il primum comparandum, offerto dalla trama dei diversi racconti.

    Nella tradizione epica, come ho già ricordato, si stabilisce abbastanza presto, diciamo a partire sin dall’Iliade, una serie di possibili similitudini e di termini di comparazione che vengono a costituire una tradizione abbastanza fissa. Prima comparanda sono di norma i guerrieri in lotta; secunda comparata dei fenomeni a carattere selvaggio (ad esempio il fuoco, in Iliade II 456-483; ma poi nembi, tempeste, venti, fiumi e torrenti in piena ecc.) e/o animali particolarmente fieri e feroci (i tre preferiti: leone, toro e cinghiale, seguiti a distanza dal lupo e a più lunga distanza dall’orso e da volatili vari). Il tertium comparationis è, di volta in volta, la forza, la ferocia, l’audacia, l’indomabilità nella lotta e così via. Detto questo, vorrei concentrarmi ora su alcuni meccanismi messi in atto dai poeti per ottenere un effetto di novità, pur dentro questo quadro unitario, creato già dalla tradizione omerica. Ne elenco in tutto nove, anche se sicuramente ne esistono altri, già nello stesso Omero. Ciò che vorrei fare non è però una storia delle similitudini né un loro repertorio, ma indagare alcune possibilità da esse offerte, da utilizzare poi in classe come cartina al tornasole per qualsiasi similitudine a base naturalistica, e non solo per quelle presenti nei classici.

    Primo procedimento. La similitudine multipla. Un  medesimo elemento (primum comparandum) viene paragonato non a un solo secundum comparatum, ma a una serie di termini, fra loro omogenei quanto a tertium comparationis. Il procedimento è in atto già in Omero, e proprio a partire dalla similitudine ricordata prima, in Iliade II 456ss., allorché l’esercito acheo è fuoco, ma anche vari volatili [oche, cigni e gru], sciame di api e pastore di guardia al gregge.

    Secondo procedimento. Lo sviluppo autonomo del comparatum a discapito del comparandum. Ossia, l’immagine usata come secondo termine di paragone cresce fino a diventare un bozzetto che perde di vista il rapporto con il primo elemento della similitudine, si fa situazione a sé stante, oltrepassa le necessità della messa in evidenza del tertium comparationis che dovrebbe spiegare la situazione di partenza. La similitudine si fa così una sorta di racconto nel racconto, divagante rispetto allla narrazione principale. Stazio, Tebaide VII 390-397, paragona Eteocle che dispone i sette capi del suo esercito presso le sette porte di Tebe (una scena di sapore eschileo) a un pastore che governa il suo gregge, lo divide, lo segue, si prende cura dei piccoli agnellini, protegge le giovani mamme che hanno appena partorito e le pecore che invece sono ancora gravide ecc. Dunque, da una situazione iniziale in cui comparandum e comparatum sono assimilabili, si passa a una sorta di compendio delle azioni bucoliche; da Eschilo si arriva a Teocrito e Virgilio.

    Terzo procedimento. Un tertium comparationis insolito. Le immagini prescelte disattendono le aspettative sull’animale/sul fenomeno di Natura utilizzato, o mettono in rilievo l’animale/il fenomeno di Natura in un momento inatteso di un suo pur naturale comportamento. Ad esempio, se il leone di norma appare combattivo, crudele, feroce, in queste similitudini si sottolinea invece la sua attenzione amorosa alla prole e la ferocia, quand’anche esibita, viene giustificata dalla difesa dei cuccioli, non dall’aggressività di Natura. E’ il caso, ad esempio, di Stazio X 414-419. L’arcade Dimante, sorpreso da una ronda tebana fuori dall’accampamento argivo mentre cerca di riportarvi il cadavere del suo signore, il giovane Partenopeo, non sa bene se combattere o implorare pietà dai nemici ed è ut lea, quam saevo fetam pressere cubili / venantes Numidae, natos erecta superstat, / mente sub incerta torvum ac miserabile frendens; / illa quidem turbare globos et frangere morsu / tela queat, sed prolis amor crudelia vincit / pectora, et a media catulos circumspicit ira. Sempre in Stazio, XI 739-749, Edipo per cui Antigone supplica Creonte è come un vecchio leone, pigro e disarmato dall’età. In Claudiano, Bellum Gothicum 342-349, Stilicone che valica le Alpi in inverno per raggiungere le armate che gli sono necessarie a proteggere Milano (cfr. “Una gita per l’estate. II”) è come un leone affamato, messosi in cerca di cibo in mezzo alla neve per amore della sua prole: [Stilicho] scandit inaccessos brumali sidere montes / nil hiemis caelive memor. Sic ille relinquens / ieiunos antro catulos inmanior exit / hiberna sub nocte leo tacitusque per altas / incedit furiale nives; stant colla pruinis / aspera; flaventes adstringit stiria saetas; / nec meminit leti nimbosve aut frigora curat, / dum natis alimenta parat…

    Quarto procedimento. Un comparandum inatteso o improprio. Il quale, essendo tale, dà origine a similitudini del tutto normali come forma e struttura, ma con animali o fenomeni insoliti, visto il carattere insolito del soggetto che devono illustrare. Claudiano nel 399 d.C. scrive un’invettiva contro il console della parte orientale dell’impero, l’eunuco Eutropio. Eutropio era un eunuco, quindi un ex-schiavo che aveva fatto carriera, divenendo Gran Ciambellano di corte (praepositus sacri cubiculi). Comunque, un ex-schiavo e un eunuco consoli non si erano mai visti: da qui, oltre che da ragioni politiche, l’opposizione dell’Occidente e l’invettiva di Claudiano. Il poeta raffigura perciò il suo personaggio attraverso similitudini con animali di tradizione non epica: una scimmia, che vuole essere ciò che non è e non può essere; uno struzzo, che si segnala per viltà e stupidità; una cagna invecchiata, della quale, ahimè, ci si sbarazza senza troppi rimorsi; una rondine morta in inverno ai piedi dell’albero in cui aveva invano cercato riparo (la rondine invernale è, dalla Rhetorica ad Herennium in poi, un simbolo di cosa assurda e fuori da ogni logica, un po’ come il nostro “asino che vola”). Con uguale procedimento, chi ha dato corda all’eunuco è un cavallo senza fantino o una balena arenatasi sulla spiaggia dopo aver perso la guida del musculus (un’immagine, quest’ultima, che viene da Oppiano: ma che in Oppiano, autore di Halieutica, è un dato scientifico, mentre qui diviene una costruzione retorica, ad indicare la condizione di “fuori di testa” dei sostenitori di Eutropio).

    Quinto procedimento. Un comparatum ricercato. In questo caso, le similitudini non mettono infatti assieme una cosa ignota spiegandola con una nota, come avviene di solito, ma fanno l’esatto contrario. La situazione più comune è quella del paragone di una figura umana con una figura divina. Nausicaa è come Artemide e le sue compagne sono le ninfe del suo seguito (Odissea, VI); Giasone si muove come Apollo (Apollonio Rodio, libro I); Didone ed Enea sono l’una e l’altra divinità, e proprio per questo appaiono simili fra loro, come se fossero divinità gemelle (risp. libro I e libro IV dell’Eneide). Poi ci sono gli animali esotici, difficilmente noti ai lettori, se non per via letteraria: tigri, elefanti, balene, l’orso di Pannonia (Lucano, VI). E ancora: luoghi geografici altrettanto esotici, che danno origine a fenomeni naturali che si realizzano solo lì, conosciuti magari anch’essi per tradizione letteraria e scientifica, ma difficilmente sperimentati di persona: l’Egitto, il Po, l’Etna con le sue eruzioni, cui Valerio Flacco, III 208, scrivendo dopo il 79 d.C., sostituisce significativamente il Vesuvio ecc. Infine, avvenimenti inconsueti, forse mai sperimentati di persona dai lettori: il sangue che sgorga dalla ferita di Piramo steso a terra moribondo, in Ovidio, Metamorfosi IV 212-124, è come l’acqua che zampilla da una tubatura forata (a quanti mai è capitato di avere/vedere le tubature forate?); sempre in Ovidio, Metamorfosi IX 659-665, Biblide che si consuma nel pianto è come resina che trasuda da una conifera o ghiaccio che si scioglie ai primi tepori del vento primaverile, ma anche come nafta che sgorga dalla terra (un fenomeno comune solo in Caldea)…

    Sesto procedimento. Una rete di similitudini ottenuta attraverso le connessioni entro l’opera dell’autore. Le similitudini non sono cioè autonome, ma richiamano altre similitudini presenti nell’opera dello stesso poeta. Torno a citare Claudiano, l’autore in cui la cosa si percepisce meglio. Protagonista dell’opera di Claudiano, nominalmente suddivisa in panegirici, invettive e poemetti autonomi gli uni dagli altri, è Stilicone, del quale il poeta celebra a più riprese la grandezza. Protagonista ufficiale dell’opera claudianea è però, per ovvie ragioni d’etichetta, l’imperatore Onorio, seguito da quando era ancora bambino (394 d.C., a dieci anni non ancora compiuti) a quando è ormai un giovane nel pieno delle sue possibilità di comando (404), uomo già sposato e in teoria libero da qualsiasi tutela. Ora, è significativo che in Claudiano Onorio sia costruito come un personaggio che si evolve progressivamente; e i modi e i temi dei testi claudianei (che restano formalmente panegirici, invettive o poemetti storico-politici autonomi gli uni dagli all’altri) si adattano all’età di Onorio stesso, al suo farsi progressivamente adulto, al suo cambiare di interessi, possibilità, sviluppi narrativi. Anche le similitudini si adeguano a questo: Onorio è sempre insignito di similitudini eroiche e nobilitanti, come quelle con il toro e con il leone, ma è evidente che Onorio viene paragonato a un toro e a un leone in crescita, a seconda della crescita di Onorio stesso. Nelle prime opere di Claudiano, Onorio è un cucciolo di toro o di leone, ansioso di combattere e misurare le proprie forze, ma trattenuto sotto l’amorosa ala paterna; man mano che il giovane cresce, diventa un giovane toro o un giovane leone in grado di saggiare le proprie forze in assalti simulati e di poca pericolosità, che però già lasciano intravedere le sue capacità future; nelle ultime opere di Claudiano, Onorio è un toro e un leone ormai adulto, capace di farsi pieno difensore della mandria (o della famiglia leonina) che gli viene affidata.

    Settimo procedimento. Una rete di similitudini ottenuta attraverso un’opportuna selezione dei comparata. Quanto dico ora era già implicito, in certa misura, negli esempi precedenti. Mentre Omero usa gli stessi termini di comparazione (ad esempio: toro, leone e cinghiale) per qualsiasi eroe per il quale sia conveniente la similitudine – e toro è ad esempio Agamennone nel II libro dell’Iliade, leone Menelao nel III e Aiace nel XV, cinghiale Odisseo nell’XI; ma cinghiale o leone è anche Ettore nel XII, che poi è leone per ben tre volte, nel XV, nel XVI (quando uccide Patroclo cinghiale) e nel XVIII libro (quando lotta intorno al cadavere di Patroclo) – Virgilio seleziona le sue similitudini, e non usa certe immagini per certi personaggi, ritenendole sconvenienti. Rimaniamo pure a leone e toro: animali eroici ma dalla forza bruta, essi non sono mai utilizzati come termine di confronto per Enea. Paragonati a un leone si ritrovano piuttosto Turno (IX 791-798 e XII 4-9) e Mezenzio (X 723-729), al massimo Niso che compie strage indiscriminata e improvvida dentro l’accampamento nemico (IX 339-340); a un toro, di nuovo Turno (XII 103-106), Laocoonte (II, 223-224, ma in questo caso è un toro da sacrificio, non da combattimento) e Pallante (X 454-456), parificato però a un toro vittima di un leone, quindi destinato a divenire preda di un animale più forte di lui, in parallelo al discorso di Virgilio su Pallante, bravo combattente ma vittima della forza superiore del leone/Turno. Solo in una scena del poema il toro è associato ad Enea: siamo alla fine dell’opera, XII, 715-724, e i due duellanti, Turno ed Enea, sono come due tori in lotta per la supremazia entro la mandria. Una situazione che riporta alle Georgiche, dove l’avvenimento non era similitudine, ma un hic et nunc narrativo (III 219-223), proprio perché si tratta di un fatto consueto e ripetuto ciclicamente in Natura. Ma è anche un parallelo che la dice lunga, credo, sul poema e sulla sua fine, sulla trasformazione che in essa subisce Enea e, con Enea, l’impiego (ora divenuto degradante) della forza bruta di tradizione omerica.

    Ottavo procedimento. Una rete di similitudini ottenuta attraverso la connessione con quanto ancora deve avvenire nel testo. Anche questo è un fenomeno che abbiamo visto, sia pure en passant, negli esempi virgiliani fatti prima. Nell’Eneide la similitudine crea più volte una sorta di cortocircuito con la narrazione. La similitudine, cioè, non si limita a segnalare quanto già sta succedendo, ma anticipa qualcosa relativo al seguito della narrazione, e addirittura spesso lo commenta. In un certo senso, Laocoonte diventa il toro sacrificale cui è paragonato, l’uno e l’altro malamente uccisi sotto gli occhi di tutti. La similitudine si fa qui realtà della narrazione, spiegazione di ciò che sta avvenendo e anticipo e commento del destino dei personaggi in gioco (tanto Laocoonte quanto i suoi spettatori). Questo in Omero non c’è. In Omero le similitudini al massimo possono anticipare qualcosa che si vedrà nel seguito, come succede per quella che, nel XXII libro dell’Iliade, parifica Achille ed Ettore che corrono intorno alle mura di Troia a cavalli e cocchi che girano intorno alla meta in una gara di corsa (la gara, com’è noto, si svolgerà per davvero nel libro successivo, come parte dei giochi funebri in onore di Patroclo; ma fra similitudine e sua attuazione non c’è nessuna relazione di causa/effetto). Invece, dopo Virgilio il meccanismo diventa abbastanza comune. In Ovidio, Metamorfosi I, 492-496, l’amore di Apollo per Dafni è come ignis in stipula, un’espressione proverbiale per indicare un fuoco impetuoso ma di breve durata; e in effetti gli amori di Apollo nelle Metamorfosi saranno tanti, a partire già dal libro immediatamente successivo… Eco si consuma d’amore come uno zolfanello acceso, Metamorfosi III, 372-374, dell’uno come dell’altra essendo destino che rimanga poco più che una tenue traccia. Rifacendomi ancora una volta a Claudiano, ricordo che l’uomo forte cui Eutropio si appoggia, il condottiero che mette alla guida dell’esercito, si chiama Leone – leone di nome, ma non di fatto. Le similitudini che si riferiscono a lui sono perciò altrettanto significative di quelle in uso per Eutropio: non animali nobili, ma il daino – l’animale che per tradizione fugge –  e una sus cucinata nella mensa imperiale, e che lancia grandi strida, intuendo il proprio destino. Leone, inutile dirlo, alla prima spedizione militare non solo viene sconfitto, ma muore durante la fuga – a detta di Claudiano, che probabilmente sta inventando, muore di paura, al solo sentire stormire le fronde alle spalle, temendo di essere raggiunto dai nemici.

    Nono e ultimo procedimento. Una rete di similitudini ottenuta attraverso le connessioni intertestuali. Ho ricordato come in Virgilio si osservi un caso evidente di intratestualità, per cui quella che nelle Georgiche è una realtà di fatto  – la lotta dei tori per il controllo della mandria – diventa nell’Eneide una similitudine alla quale si può fare ricorso. Ciò si avverte nella intra- ma, com’è ovvio, ancor più nella intertestualità. Anche qui Virgilio fa scuola: nel V libro, entro i ludi in onore di Anchise, egli sostituisce alla gara con i cocchi di Omero una regata nautica, che però costruisce ed atteggia come se fosse una gara con i cocchi; perfino in similitudine, visto che ai vv. 139-150 le navi sono paragonate proprio a cocchi che compiano la gara omerica. In Lucano, II, 601-609, Pompeo che abbandona l’Italia per riprendere altrove la lotta contro Cesare è assimilato al toro sconfitto da un rivale, che si ritira in disparte per recuperare le forze, prima di tornare alla mandria e sfidare di nuovo il rivale. E’ il seguito del racconto virgiliano delle Georgiche, il passo che Virgilio aveva riutilizzato di suo nell’Eneide, concentrandosi però solo sulla lotta tra i tori. Qui Lucano attraverso la similitudine recupera invece l’intero contesto virgiliano e così rende omaggio al suo predecessore; ma nello stesso tempo sottolinea anche le speranze e il punto di vista di Pompeo al momento della partenza, gli alibi, se vogliamo, con i quali egli giustifica la propria scelta. Com’è noto, Pompeo non tornerà mai più in Italia, e quella lotta ad armi pari, fra tori/combattenti perfettamente allenati, che la similitudine gli augura, di fatto non avrà luogo, o quanto meno non avrà luogo nei termini previsti dal racconto virgiliano. L’immagine dei tori in lotta ha però ancora un seguito, in Stazio, II, 323-332. I due tori sono, ovviamente, Eteocle e Polinice – fatto salvo che, al momento, i due non si stanno davvero affrontando: il loro duello è ritardato fino all’XI libro e, come tutti sappiamo, si concluderà in modo insolito e improbabile per il paragone proposto, ossia con la morte di entrambi i contendenti. Protagonista della similitudine è Polinice lontano da Tebe, che ad Argo si sta sposando con la figlia di Adrasto, il re della città:

                                            veluti dux taurus amata
    valle carens, pulsum solito quem gramine victor
    iussit ab erepta longe mugire iuvenca,                              

    cum profugo placuere tori cervixque recepto
    sanguine magna redit fractaeque in pectora quercus,
    bella cupit pastusque et capta armenta reposcit
    iam pede, iam cornu melior (pavet ipse reversum
    victor, et attoniti vix agnovere magistri):                            

    non alias tacita iuvenis Teumesius iras
    mente acuit…

    Anche qui quella che originariamente era un’immagine di Natura diviene una similitudine, con lo stesso procedimento adottato prima da Virgilio nell’Eneide, poi da Lucano. Come in quest’ultimo, tutti i dettagli del racconto georgico sono introdotti nella similitudine, a partire dall’esercizio preparatorio per arrivare alla vittoria conseguita dall’animale inizialmente sconfitto, il cui ritorno incute spavento perfino al momentaneo vincitore – due dettagli che, applicati alla situazione contingente di Polinice, il iuvenis Teumesius del testo, esprimono ancora una volta più una proiezione delle sue speranze future che l’attualità del racconto (Polinice si sta sposando, non esercitando; il ritorno a Tebe è stato deciso, ma deve ancora avere inizio). Rispetto ai poeti che l’hanno preceduto, in Stazio evidenzierei la maggiore insistenza sui dettagli violenti della scena, che riprendono ed enfatizzano dei tratti presenti solo in nuce in Virgilio, ora invece esposti alla vista di tutti. Da ultimo, segnalerei la progressiva risemantizzazione della similitudine: “scena d’amore” nelle Georgiche, essa diviene similitudine entro una lotta per la conquista della mano della figlia del re (e dunque, con un tratto amoroso non disgiunto però da uno politico) nell’Eneide; per farsi poi similitudine di valore puramente politico in Lucano e nella Tebaide. Come a dire che la passione reale, di Pompeo, ma soprattutto di Polinice (che pure si starebbe sposando), quella per cui ognuno di loro vive e lotta, è il potere, non l’amore. In fondo, è una cosa che sapevamo già; ma che la similitudine, con il suo carico di storia, ci dice con una chiarezza assoluta.

    © Massimo Gioseffi, 2017

    Gioseffi – Similitudini animali nell’In Eutropium di Claudiano, 2008

  • Immagini di Natura

    Immagini di Natura

    La letteratura è stata sempre un campo ideale per pensare alla Natura, della quale non ha fatto solo un oggetto di contemplazione o di ambientazione delle diverse fabulae, ma anche l’occasione per una riflessione in grado di distanziarsi da essa quel tanto necessario a far sentire l’uomo in sicurezza (la Natura, come la cronaca tristemente insegna, è una forza che si cerca spesso di dominare, ma non sempre si riesce a controllare). Questo post vuol presentare due esempi di siffatto distanziamento, mostrando il procedimento che ha reso possibile trasformare la Natura e i suoi fenomeni in strumenti retorici. Proprio la retorica antica insegna, nella teoria come nella pratica (ma io mi occuperò solo della pratica), a sfruttare la Natura a fini diversi da quelli contemplativi o di una sua raffigurazione pittorica.

    Semplificando un poco il discorso, direi che la Natura in quanto fenomeno complessivo si caratterizza sostanzialmente per due tratti. Il primo è la ciclicità – in Natura tutto si ripete uguale, a regolare distanza di tempo, nella successione degli anni e delle stagioni. In questa ripetizione i singoli si possono perdere, ma poco importa. Per la Natura, l’affermazione e la sopravvivenza del genere e della specie contano più dell’affermazione e della sopravvivenza dell’individuo, che pure incarna nella sua generazione quel genere e quella specie. D’altra parte, se guardiamo le cose dal punto di vista del singolo individuo, questi trova una ragione d’essere proprio nell’affermarsi del genere e della specie, affermarsi che passa solo in minima parte attraverso l’affermazione di sé e solo in minima parte coincide con essa – l’affermazione di sé può essere perciò un mezzo, ma non è mai un fine. Ciò è fonte di rassicurazione per l’uomo (le cose assumono così un senso, anche quando i destini individuali sembrino insensati), ma è anche fonte di preoccupazione e di timore (l’uomo è fortemente individualista e tende a sopravvalutare se stesso; la cultura occidentale nel suo complesso esalta questo culto dell’individualità).

    Il secondo tratto caratteristico, che poi in realtà è solo in parte differente e differenziabile dal primo, consiste nella ripetitività – specie animali e piante, in una data situazione, si comportano sempre allo stesso modo, fatti salvi, come abbiamo imparato negli ultimi cento anni ca., i pochi casi di variazione genetica o di lento adattamento a mutate circostanze ambientali. Anche questo è tranquillizzante, ma nello stesso tempo è fonte di timore e di preoccupazione, e per le stesse ragioni indicate prima: l’idea offre una certa sicurezza, perché si sa come comportarsi quando si incontrano i diversi fenomeni di Natura, e si sa come si comporteranno essi; ma questo è anche la negazione dell’individualismo e del libero arbitrio, poiché le scelte comportamentali dipendono ora più dall’appartenenza del singolo a un determinato genere o specie, che non dalla sua volontà.

    Di queste idee offro qui due esempi.

    Partiamo dal ciclo della vita: la prima, notissima affermazione, si trova in Omero, Iliade VI, vv. 119ss. Diomede incontra sul campo di battaglia un guerriero a lui sconosciuto, con il quale pensa di combattere, e gli chiede con ampio giro di parole chi sia. Il guerriero è Glauco, figlio di Ippoloco, che così risponde (vv. 145-149): “Tidide magnanimo, perché chiedi chi io sia? Come è la stirpe delle foglie [in greco, γενεὴ], così è quella degli uomini. Delle foglie il vento ne può gettare a terra alcune, ma altre la selva [noi diremmo: la forza intrinseca della Natura] ne mette fuori di nuove, e fa primavera. Così è anche per gli uomini: una generazione nasce, una muore”. È la γενεὴ¸ la stirpe, quello che conta; il destino dei singoli in questa linea si può anche perdere. Glauco vanta un’ascendenza che risale fino a Sisifo e a Bellerofonte, e di essa si compiace (vv. 150-206); ma proprio questa ascendenza lo obbliga a dover essere degno dei suoi avi e superiore quindi a tutti coloro che vengano da Efira o dalla Lidia dai ricchi pascoli, come dice ai vv. 207-210. Nel complesso della battuta di solito si enfatizza la prima parte del discorso e della similitudine (l’immagine della foglia che si fa simbolo di precarietà, Leopardi e Ungaretti docent), perdendo di vista, credo, il complesso del passo. Quello che dice Glauco è che chi è lui, come singolo, conta solo relativamente, perché il suo destino di singolo è relativamente ininfluente: poco importa che muoia per mano di Diomede o di qualche altro eroe (secondo la tradizione, morirà ucciso da Aiace, lottando per conquistare le armi di Achille; ma questo avviene fuori dallo spazio narrativo dell’Iliade); quello che Glauco sa è che, se deve morire in battaglia, morirà per mano di un eroe, combattendo eroicamente; e nella stirpe di Sisifo e Bellerofonte verrà rimpiazzato da qualche altro guerriero, pronto a sua volta a lanciarsi eroicamente in battaglia se appena se ne darà l’occasione, e a morirvi se sarà necessario, ma combattendo eroicamente contro qualche grande guerriero. Il che è dote di Glauco, ma è dote anche della sua stirpe. Ogni discendente di Sisifo e Bellerofonte è fatto così e non può che essere fatto così, e andare quindi incontro a identico destino, se necessario, proprio perché discende da Sisifo e da Bellerofonte; così come le foglie dell’albero sono foglie di quell’albero, che potranno anche essere prima o poi scosse dal vento, ma che sanno di essere sostituite nella primavera successiva da altre foglie, diverse eppure simili a loro, pronte a resistere eroicamente fino a quando non siano scosse a loro volta dal vento. Mimnermo è, per quanto ne sappiamo, il primo che ha riutilizzato la similitudine e ne ha fatto qualcosa di diverso; come spesso avviene in letteratura, questo mutamento ha poi condizionato la lettura del passo omerico – ma questa è una vicenda che qui non ci interessa.

    Più utile è forse mostrare un’altra manifestazione, in pieno Novecento, dello stesso concetto, e creare così una catena da collegare a Omero, affiancandola, se non addirittura sostituendola, a quella tradizionale. Mi rifaccio a qualcosa che non ha diretta relazione con il testo omerico, ma proprio per questo è ancora più importante, perché dimostra come Omero non abbia fatto altro che applicare per primo un sentire che è dell’umanità, indipendentemente dalle epoche e dalle collocazioni culturali e geografiche. Si tratta di una fortunata serie a fumetti, divenuta poi un romanzo per ragazzi di qualche successo e infine una composizione musicale in grado di valicare i limiti e i confini di tempo, di spazio e di lingua (da lì ne ho ricavato notizia). Da aprile a giugno dell’anno 1920, su un quotidiano edito a Brno e intitolato Lidové noviny, venne pubblicata una striscia pressoché giornaliera, a firma di Rudolf Těsnohlídek [1882-1924] e illustrata da Stanislav Lolek [1873-1936], che aveva nome “La volpe Bystroushka” (Liška Bystrouška). Ne riproduco qui una vignetta:

    liska bystroushka

    L’anno dopo la striscia divenne un romanzo per ragazzi che, dai dati ricavabili via internet, risulta godere di un certo successo editoriale ancora oggi:

    bystroushka

    Nel 1924 il romanzo fu trasformato in opera lirica, autore di libretto e musica Leoš Janáček, che usò il titolo “Le avventure della volpe Bystroushka” (Příhody lišky Bystroušky). Come è successo a quasi tutto il patrimonio artistico ceco, musicale e no, la sua diffusione in Europa avvenne attraverso la Germania e la traduzione in tedesco. A tradurre il testo di Janáček fu Max Brod, amico, biografo ed esecutore testamentario (infedele) di Kafka, che chiamò l’opera “La piccola volpe astuta”; e con questo nome essa è nota in Italia, dove si è vista più volte. È la storia di una volpe, Bystroushka appunto, catturata da un guardiacaccia che, mentre stava dormendo nel bosco, è stato svegliato da una piccola rana cui la volpe dava la caccia e che, per sfuggire all’agguato, gli era saltata sul naso. La scelta del guardiacaccia di prendere la volpe con sé e portarla a casa per farne dono alla moglie rompe la normalità della Natura, dove è usuale che vivano rane e volpi e che le prime siano vittime delle seconde. Il guardiacaccia, che è un uomo e agisce con mentalità tipicamente umana, vuole invece imporre un proprio ordine alle cose, prendendo una decisione che sovverte le regole; non si limita a uccidere la volpe, fatalità possibile e prevedibile in Natura, ma, colpito dalla bellezza dell’animale, pensa di poterlo addomesticare. Non andrà così: la volpe, che è davvero astutissima, alla fine mette disordine in tutta l’abitazione del guardiacaccia; riconquista la libertà; e nel bosco trova un bel volpacchiotto al quale si unisce. La striscia a fumetti e il romanzo finiscono qui, ricomponendo un’unità che era stata spezzata dall’intervento umano. Janáček aggiunge invece due scene, in una delle quali la volpe rimane ugualmente uccisa, abbattuta da altri cacciatori. Nella scena finale, a un anno esatto di distanza dall’inizio, si ripete la situazione di partenza: il guardiacaccia si trova ancora a dormire nel bosco, più stanco e più vecchio (ma anche più saggio). Svegliato di nuovo da una rana, si accorge della presenza di una bellissima volpe dalla coda argentata, che riconosce come la figlia della precedente, della cui morte è al corrente; fa per catturarla, ma, fattosi riflessivo, la lascia andare, e si tiene piuttosto vicina la rana, che subito gracida: “Non sono la stessa, non sono la stessa. Era mio nonno, era mio nonno. Mi hanno parlato di voi, mi hanno parlato di voi”.

    Riporto qui il preludio dell’opera, che descrive la vita sotterranea della foresta in termini propri alla temperie tardoromantica; in fondo al post lascio invece il link per la suite in due tempi, ambedue marcati “Andante”, che Janáček ricavò dall’opera (per i diritti di copyright rinvio alla pagina di youtube che ha reso l’incisione di pubblico dominio).

     

    La Natura si ripete nelle diverse generazioni (più rapide quelle della rana: due in un anno; più lente quelle di una volpe: una sola; lentissime, a paragone, quelle dell’uomo, che a un anno di distanza è ancora lo stesso individuo). Il singolo può sentirsi ed apparire effettivamente unico e irripetibile: Bystroushka è davvero bellissima e intelligentissima, come vuole il titolo tedesco dell’opera. Ma alla Natura poco importa; importa che a primavera ci siano una volpe e una rana. In questo quadro, l’uomo è l’elemento che stona, perché non sa inserirsi con semplicità entro quest’ordine e vuole imporre un proprio ordine. Esperienza, vecchiaia, amarezza (parallelamente alla storia principale si inseriscono, nelle vignette del fumetto come nelle scene dell’opera, anche delle riflessioni tutte giocate sul piano dell’esperienza umana del guardiacaccia, della sua famiglia, dei suoi amici) insegnano a volte la giusta lezione – l’uomo deve saper accettare di essere parte di un tutto che ha andamento ciclico e che sempre si rinnova, senza intervenire su di esso. Queste considerazioni le fa, da par suo, applicandole alla vita, alla filosofia e all’arte, ma sempre partendo dal testo di Janáček, anche un romanziere e saggista  come Milan Kundera, il cui padre – musicologo – era stato allievo di Janáček. In Italia le ha pubblicate Adelphi (I testamenti traditi), e ad esse quindi rinvio. C’è, come si vede, una catena, diversa e complementare da quella che comunemente si associa al passo omerico dal quale siamo partiti, ma che mi sembra possa funzionare come commento non banale della similitudine famosa e come suo completamento. A dimostrazione, fra l’altro, anche di una delle ragioni essenziali per lo studio dei classici, ossia il loro carattere archetipico rispetto a molte parti del sentire e del pensare moderno, perfino quando esso non sia direttamente derivato da loro.

    Vengo al secondo esempio promesso. Fin qui, ho parlato di ciclicità. Ora vorrei sottolineare la ripetizione immancabile dei comportamenti, che ovviamente è già implicita nella ciclicità (queste distinzioni sono più di comodo che reali, come ho detto all’inizio). Parto anche qui da un passo famoso: nella II egloga di Virgilio, Coridone vuole convincere Alessi dell’inevitabilità e dell’eternità del suo amore, ricordando come esso risponda a una legge di Natura. Siamo sul finire della suasoria, e Coridone esprime il concetto con una catena ben nota (vv. 63-65): Torva leaena lupum sequitur, lupus ipse capellam, /  florentem cytisum sequitur lasciva capella, /  te Corydon, o Alexi: trahit sua quemque voluptas. Coridone segue e seguirà sempre Alessi con la stessa ovvietà, insistenza e naturalezza con la quale ogni animale è attratto dal cibo preferito, al quale dà la caccia e che prima o poi, si immagina, raggiunge. Alle spalle della struttura c’è, come sempre nelle Bucoliche, un passo di Teocrito, da Virgilio completamente rifatto. Si tratta dell’idillio X, vv. 30-31, dal titolo I mietitori. Buceo e Milone stanno mietendo un campo di grano, il primo con meno lena del dovuto. Il secondo lo irride: è amore che lo infiacchisce, e per di più per una ragazza che non vale tanto. Su invito dell’amico, Buceo canta una canzone (Milone risponderà con un’altra, di carattere ironico): O graziosa Bombìca, sei chiamata da tutti Sira, magra, arsa dal sole, da me soltanto del color del miele. Anche la viola è nera, anche il giacinto segnato dalle lettere, eppure nelle corone sono i primi ad essere scelti. La capra va dietro al citiso, alla capra va dietro il lupo, la gru segue l’aratro, e io per te son diventato folle. Come Buceo ha detto precedentemente, non solo Pluto è cieco: lo è anche Eros, e non riflette mai su quello che fa (vv. 19-20). Messi a confronto i due testi, in Teocrito manca la gnome conclusiva, che si ricava semmai dal contesto; non c’è nemmeno la situazione struggente dell’egloga virgiliana (in Teocrito siamo all’interno di un canto, in un idillio dal tono scherzoso; in Virgilio la sequenza proposta è una forma di convincimento, in un’egloga di carattere drammatico); la successione degli animali è meno strutturata in Teocrito, chiasmo e poliptoto non sono strettamente connessi. Ma a me interessa soprattutto questo: la leonessa va a caccia, come il lupo e, a modo suo, la capretta, ognuno alla ricerca di quanto è per loro normale e naturale inseguire e raggiungere. Coridone crea una catena di similitudini dove un termine del confronto – quello di Natura – si impone come certo e reale, proprio per quei caratteri che, lo dicevo all’inizio, sono tipici del mondo di Natura. Per l’uomo le cose vanno diversamente: Alessi non è lì e non sarà persuaso dalla suasoria che neppure sente, non verrà mai raggiunto da Coridone, che di lì a pochi versi riconosce questa verità nell’amaro finale dell’egloga. Ora vorrei leggere poche righe di un racconto russo, autore Nikolai Leskov [1831-1895], titolo Una lady Macbeth del distretto di Mtsensk [1865]. Anche in questo caso a portarmi al testo è stata una composizione musicale, l’omonima opera che ne trasse Dmitrij Šostakovič [1906-1975] nel 1934, libretto suo e di Alexander Preis.  Così traduce Laura Micheletti: Il puledro rincorre la giumenta, il gattino cerca la gattina, il colombo si precipita dalla colombella. Soltanto da me nessuno si affretta. Il vento accarezza la betulla,  col suo tepore il sole la riscalda; per tutti c’è un sorriso. Soltanto da me nessuno si affretta, nessuno avvolgerà con il suo braccio il mio corpo, nessuno accosterà le sue labbra alle mie, nessuno accarezzerà il mio petto, nessuno mi sposserà con le sue focose carezze. Come si vede, la struttura è meno precisa nella forma, ma identica nella concezione di fondo. Questi sono i pensieri di Katerina Izmailova, la protagonista del racconto, donna piacente e malmaritata, che in assenza del marito soffre di solitudine (ma non è che il marito le sia di gran compagnia), e si avvolge sempre di più in una spirale di autoerotismo – è tarda sera, Katerina è nella sua stanza, in attesa non sa bene nemmeno lei di che (o di chi), convinta di una ripetitività della Natura che condanna lei sola all’essere diversa. Katerina dalla catena si chiama fuori: tutti rincorrono e raggiungono qualcosa; soltanto io non sono rincorsa e raggiunta da nessuno. Ebbene, alla fine non sarà così. Appena finito il ragionamento, alla finestra della donna batte Sergej, un lavorante al servizio del marito, che ha già avuto occasione di farsi notare anche da Katerina. Braccia, labbra, carezze: non mancherà nulla, e altro ancora (anche se, ovviamente, questo è per entrambi l’inizio della fine: il romanzo ottocentesco, si sa, è un genere moralista).

     

    © Massimo Gioseffi, 2017

     

    Leoš Janáček, Suite dall’opera “La piccola volpe astuta”

     

     

  • Nel nome di Augusto

    Nel nome di Augusto

    Nel giorno che la tradizione riconosce come sacro alle Feriae Augusti (una serie di giorni festivi istituiti da Ottaviano nel 18 a.C., ma fissati intorno al 15 agosto solo in età medievale), ecco un piccolo omaggio musicale ad Augusto, nel nome di quella continuità fra classici e contemporanei e dei processi – complessi e mai banali – che collegano gli antichi a noi, attraverso i secoli e le culture. Si tratta del finale dell’opera Antony and Cleopatra di Samuel Barber (1910-1981), prolifico musicista americano, noto in Italia soprattutto per il suo Adagio per archi, in realtà parte di un quartetto trasformata poi in composizione autonoma per orchestra d’archi su consiglio di Gian Carlo Menotti (1911-2007) e spesso utilizzata come colonna sonora in numerosi film – in particolare, citerei Platoon di Oliver Stone, 1986.

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    Barber scrisse il testo che ci interessa nel 1966, su commissione della Metropolitan Opera di New York. La mia scelta è volutamente polemica: Ottaviano, come tutti i componenti della dinastia giulio-claudia, è personaggio di diversi drammi musicali, già a partire dal XVII secolo; ma le composizioni più interessanti sono, a mio parere, quelle dedicate ai suoi antagonisti. Dal punto di vista del metodo, Barber ci mette invece in guardia dai facili accostamenti fra ciò che antico e ciò che è moderno, senza tenere conto degli infiniti passaggi intermedi. Nella fattispecie, il passaggio intermedio si riconosce senza problemi: l’opera ha ambientazione antica e segue, con qualche licenza, i fatti storici e le fonti che ce li narrano; ma la sua fonte prima è, ovviamente, l’omonima tragedia di William Shakespeare (1607 ca.).

    Con pragmatismo tutto americano, il pur austriaco di nascita Rudolf Bing (1902-1997), allora General Manager del MET (come è comunemente chiamata la Metropolitan Opera), era riuscito a convincere i finanziatori del teatro della necessità di riformare l’antica costruzione del 1883, già rifatta dopo un incendio nel 1903 e modificata ulteriormente nel 1940. Anziché limitarsi a una serie di adeguamenti tecnici, questa volta si decise però di abbattere al suolo l’intero edificio sito all’altezza della 40th West di Manhattan, per costruirne uno tutto nuovo poco più a nord, all’altezza della 65th West, fra Columbus Avenue e Amsterdam Avenue, dove l’arteria di Broadway interseca trasversalmente la prima delle due. Il blocco di terreno edificabile divenne così il Lincoln Center (dal nome della vicina Lincoln Square), una serie di costruzioni dove hanno casa, ognuna indipendente dall’altra, eppure ognuna collegata all’altra, sia pure in edifici propri, la New York Philharmonic Orchestra; il New York City Ballet; fino a qualche anno fa anche la New York City Opera, ora chiusa per fallimento; vari teatri per il musical (come il Vivian Beaumont Theatre) o per eventi estemporanei (Damrosch Park); una cineteca (Elinor Bunin Monroe Film Center); una biblioteca musicale (New York Public Library for the Performing Arts); e, accostati a questi, la Fordham University e la Juilliard School, il più celebre Conservatorio del nuovo continente. Al centro di tutto sta l’Opera, costruita su disegno di Wallace Kirkman Harrison (1895-1981), abbellita dalle grandi vetrate da cui si affacciano i murales di Marc Chagall (1887-1985), ben visibili nella foto di copertina (quello rosso, a sinistra, dal titolo Il trionfo della musica; quello giallo, a destra, dal titolo Le fonti della musica). Il nuovo teatro, grandissimo (ca. 4000 posti), e multifunzionale (durante la stagione, da settembre a maggio, vanno in scena ca. 30 titoli, con sette rappresentazioni a settimana, due al sabato, riposo alla domenica), venne inaugurato nel 1966 con un’opera che si volle appositamente composta per l’evento, da un compositore americano. Si tratta, appunto, della nostra Antony and Cleopatra. Direttore della serata, prescelto da subito (anzi, si dice che sia stata sua l’idea di scegliere questo testo di Shakespeare, all’inizio si era pensato al romanzo americano per eccellenza, Moby Dick), l’allora giovanissimo Thomas Schippers (1930-1977), cioè di nuovo un direttore americano, uno dei massimi direttori americani, da tempo attivo al Met. Nei ruoli principali Leontyne Price (1927-vivente) e Justino Diaz (1940-vivente), lei una leggenda del canto e della vita sociale statunitense (cantante di colore affermatissima anche in Europa, aveva rifiutato il debutto al Met con Aida, per non interpretare una parte assegnatela, come disse spiritosamente, solo perché “già indossava il costume necessario” – Aida è un’etiope, e quindi la si immagina donna di colore); lui un giovanissimo basso-baritono portoricano, cioè nativo di quell’isola che per tutto il Novecento è stata e non è stata parte degli States (dal 1917 i cittadini di Portorico erano cittadini statunitensi, pur non facendo parte Portorico dell’Unione; nel 1967 si sarebbe tenuto un referendum ca. la definizione di Portorico – che scelse l’indipendenza, mantenuta poi fino al 2002): ed è probabile che la scelta di Diaz come interprete di Antonio abbia quindi avuto anche una sfumatura politica.

    Come regista dello spettacolo, che si voleva faraonico, fu designato Franco Zeffirelli, il quale “scrisse” pure il libretto. Le virgolette sono d’obbligo, perché in realtà Zeffirelli potò qua e là la tragedia di Shakespeare, eliminando scene e personaggi, spostando battute, togliendo parti troppo lunghe; ma ogni parola del libretto è una parola di Shakespeare, al massimo mutata di posizione. Nel brano che propongo, il grido finale (rivolto ad Antonio) My man of men!, ad esempio, viene sì dal testo originale, ma da una scena del primo atto. Inoltre, nel libretto gli atti da cinque sono ridotti a quattro; la morte di Cleopatra in Shakespeare non chiude la tragedia, il cui finale è lasciato a Ottaviano; infine, in Shakespeare Cleopatra muore a mezzo di una frase (Why should I stay…), completata poi da una delle ancelle fedeli, che si uccidono con lei (Iras, qui chiamata Iris, e Charmian: il completamento suona …in this vile world?), mentre Zeffirelli assegna tutta la battuta a Cleopatra e anzi le offre anche alcune ulteriori parole, facendola morire su una frase compiuta e pensando ad Antonio. Infine, le due ancelle nell’opera muoiono prima della loro padrona, in silenzio, così da non rubarle la scena; in Shakespeare solo Iras muore prima, e ambedue frappongono le loro parole a quelle della regina. Come si vede, tutti mutamenti che vanno nella direzione di una maggiore “teatralità operistica” della situazione.

    L’opera, di cui esiste una registrazione mai ufficialmente messa in circolazione, fu un fiasco colossale, tanto di critica quanto di pubblico. Eppure Barber era riuscito, oltre a non tradire troppo lo spirito shakespeariano, nell’impresa, non facile, di caratterizzare in modo diverso Ottaviano e i suo accoliti, dotati di una musica molto militaresca, nella quale dominano gli ottoni e le dissonanze, da Antonio e Cleopatra, con i loro modi greci e orientali, molto soffici, languidi, a tratti perfino languorosi. Forse fu proprio questo schematismo una delle cause dell’insuccesso; le critiche si appuntarono però soprattutto sullo spettacolo e sul libretto di Zeffirelli, ritenuti troppo pomposi, complicati, difficili da seguire anche nel continuo passare (molto shakespeariano anch’esso, a dire il vero) da una scena ambientata nel campo “romano” a una scena ambientata nel campo “orientale”.  Barber non si rassegnò alla scarsa riuscita. Poco meno di dieci anni dopo, riprese in mano la composizione, affidando a Menotti il compito di risistemarne il testo e la scansione drammaturgica, riducendo drasticamente i quattro atti a tre e aumentando gli spazi lirici concessi ai due amanti. La nuova edizione andò in scena nel 1975, alla Juilliard School; su un vero palcoscenico, nel 1983 a Spoleto. Di quest’ultima rappresentazione esiste una registrazione audio diffusa dalla casa inglese New World Records.

    Io qui offro la scena finale dell’opera, il monologo di Cleopatra (in realtà, alla presenza delle due ancelle che moriranno con lei), in una versione da concerto del 1985; protagonista Leontyne Price, che rimane fedele all’edizione originale. L’orchestra è quella della Juilliard School, che festeggiava così i suoi ottanta anni di fondazione. L’origine del materiale è televisiva, e si sente.

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    Questo il testo cantato (in grassetto le parole “spostate” da Zeffirelli):

    CLEOPATRA

    Give me my robe, put on my crown; I have
    Immortal longings in me: now no more
    The juice of Egypt’s grape shall moist this lip:
    Yare, yare, good Iris; quick. Methinks I hear
    Antony call; I see him rouse himself
    To praise my noble act. Husband, I come:
    Now to that name my courage prove my title!
    I am fire and air; my other elements
    I give to baser life. So; have you done?
    Come then, and take the last warmth of my lips.
    Farewell, kind Charmian; Iris, long farewell.

    Kisses them. IRIS falls and dies

    Have I the aspic in my lips? Dost fall?
    If thou and nature can so gently part,
    The stroke of death is as a lover’s pinch,
    Which hurts, and is desired.

    To an asp, which she applies to her breast

    Come, I am not worried!

    With thy sharp teeth this knot intrinsicate
    Of life at once untie…

    Peace, peace!
    Dost thou not see my baby at my breast,
    That sucks the nurse asleep?

    As sweet as balm, as soft as air, as gentle,–
    O Antony!–Nay, I will take thee too.

    Applying another asp to her arm

    Why should I stay… in this vile world?
    Now I feed myself with most delicious poison
    That I might sleep out this great gap of time.

    My man of men!

    She dies

     

    http://www.americancomposers.org/notes20030406.htm

     

  • Thermae Romae テルマエ・ロマエ

    Thermae Romae テルマエ・ロマエ


    Thermae Romae è un manga (fumetto rigorosamente in bianco e nero) di Mari Yamazaki, pubblicato in Giappone sulla rivista “Comic Beam” a partire dal febbraio 2008; in Italia è stato pubblicato dalla “Star Comics” a partire dall’ottobre 2011, quando è uscito il primo volume, e fino a gennaio 2013, data del sesto e ultimo volume. In Giappone dal 12 gennaio al 26 gennaio 2012 sono state inoltre trasmesse su Fuji TV le tre puntate dell’anime (cartone animato) tratto dal manga; è stato poi realizzato anche un film, uscito nei cinema giapponesi nell’aprile 2012 e in Italia nel 2014, e ora disponibile in DVD.

    thermae romae copertina

    L’autrice è nata a Tokyo nel 1967, ma ha studiato all’Accademia di Belle Arti a Firenze: da lì nasce il suo amore per l’Italia, dove attualmente vive con il marito italiano. Thermae Romae, il suo manga più famoso, non segue una narrazione continua, ma si divide in episodi; ognuno di questi ha una struttura di base fissa, che si articola in tre momenti. Nel primo Lucius Modestus, architetto romano che vive nel 128 d.C., si vede affidata una committenza, che riguarda sempre le terme (nuove terme, vasche private, vasche all’aperto…). Di conseguenza, Lucius viaggia nel tempo e nello spazio, grazie a dei tunnel subacquei dai quali ha scoperto di poter essere risucchiato e che lo “depositano” nel Giappone del 2008. Qui, nelle stazioni termali (onsen) e nei bagni giapponesi, scopre soluzioni tecnologicamente avanzate, usanze particolari, accorgimenti estetici che destano in lui grande stupore, ammirazione, e un po’ di vergogna per l’inferiorità di Roma. A questo punto, Lucius torna a Roma e utilizza quanto scoperto in Giappone per creare progetti innovativi, che riscuotono sempre grande successo.

    thermae romae0 thermae romae1

    http://mag.sky.it/lifestyle/fotogallery/2011/10/10/thermae_romae_foto.html#1

    Come ho già detto, Thermae Romae si sviluppa in sei volumi. Io prenderò in considerazione il primo. L’idea fondamentale su cui il manga si basa è quella del viaggio nel tempo e nello spazio, alla scoperta di mondi alternativi, reali o di fantasia: un tema ampiamente sfruttato dalla letteratura di tutti i tempi e tutte le lingue, ma qui declinato con alcune intenzioni particolari. Da un lato, infatti, l’espediente del viaggio fra Roma antica e il Giappone moderno serve a evidenziare le comunanze e le differenze tra i costumi del passato e del presente (l’autrice, accusata di avere dato spazio anche ad alcune usanze antiche ritenute disdicevoli se non addirittura oscene alla sensibilità moderna, si è più volte difesa invocando una continuità sotterranea fra le due culture in gioco). D’altra parte, il ritorno all’indietro del protagonista gli consente di cambiare il corso degli eventi. Ad esempio, nel primo episodio del volume uno, Lucius scopre il latte aromatizzato alla frutta, una bevanda molto popolare in Giappone; tornato a casa, lo vende subito nelle sue nuove terme, riscuotendo grande successo. Aggiungo che se il viaggio in realtà diverse è espediente vecchissimo (in età moderna, almeno dall’Utopia di Thomas More, 1516; ma non sono in fondo un “altro” dove tutto è possibile anche la graeca urbs e Crotone nel Satyricon, o la Tessaglia entro cui sprofonda Lucio nelle Metamorfosi di Apuleio?), anche nei fumetti è un espediente piuttosto diffuso, e tutti i supereroi Marvel, prima o poi, compiono il loro viaggio (Batman, Superman, Flash…); esistono poi diversi manga che sviluppano questo tema, come Dragon Ball, Inuyasha o Sailor Moon, per citare titoli noti al pubblico occidentale. Più raro è però che il viaggio nel tempo, come accade in Thermae Romae, sia il tema centrale e portante del racconto; più raro ancora, che questo tema sia utilizzato essenzialmente per riflettere su somiglianze e differenze tra popoli e società storiche, e non per permettere al protagonista di salvare il mondo o cambiare il proprio destino; raro anche, mi pare, che l’espediente serva a celebrare la superiorità del nostro mondo, piuttosto che a metterlo in crisi (anche quando, magari, il finale lo riscatti a confronto del passato o del diverso, come ad esempio avviene per l’Iter Subterraneum di Ludvig Holberg, 1741). L’idea dell’autrice è quella di offrire un raffronto tra le due popolazioni e la loro vicendevole passione per le terme. Per questo, alla fine di ogni episodio vengono inserite un paio di pagine con riflessioni e spiegazioni, anche storiche, di alcuni elementi della cultura romana. Nel primo di questi interventi l’autrice dichiara esplicitamente che “mi convinco sempre di più che per gli antichi Romani le terme rappresentassero qualcosa di molto vicino ai bagni pubblici per i Giapponesi di un tempo”. La narrazione punta così a generare un effetto comico basato sulle differenze materiali e tecnologiche tra i due popoli, mentre dal punto di vista culturale si assiste a una certa consonanza. Ad esempio, tutte le volte che Lucius scopre qualcosa di tecnologicamente avanzato nei suoi viaggi in Giappone, si sforza di riproporlo a Roma, adattando materiali e forme a ciò che concretamente si può trovare o produrre nella sua città; allo stesso tempo, però, come dice nel terzo episodio: “ogni volta che vengo in questo mondo sento un lacerante senso di sconfitta”. Si tratta di un tema molto giapponese, quello di sentirsi inadeguato al proprio compito; allo stesso tempo, le parole e l’atteggiamento di Lucius non appaiono particolarmente strani o impropri per un Romano, che non può accettare che Roma non sia veramente caput mundi, anche per quanto riguarda le innovazioni tecnologiche. Lucius, inoltre, interpreta la realtà giapponese con le sue categorie mentali: quando si rende conto di trovarsi in mezzo a stranieri “dalla faccia piatta”, ad esempio, crede che si tratti di schiavi. Di contro, i Giapponesi percepiscono che Lucius è uno straniero, ma, in fondo, le sue difficoltà linguistiche e culturali lo rendono del tutto simile a un europeo contemporaneo alle prese con un onsen: la differenza temporale tra i due mondi non emerge particolarmente, perché né il protagonista né i Giapponesi che incontra ne sono consapevoli (almeno nel primo volume).

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    Leggere Thermae Romae, per un latinista, è un’esperienza particolare, e in qualche modo opposta a quanto l’autrice si proponeva: il pubblico di riferimento, per la Yamazaki, è giapponese, e deve trovare strano Lucius e assolutamente normale l’onsen; per un latinista (ma più in generale, per un italiano mediamente colto), è vero l’opposto. Nessun problema con lo strigile, presumibilmente, ma qualche perplessità di fronte al cappello per lo shampoo… In ogni caso, la storia funziona: gli elementi comici si colgono piacevolmente, la lettura è scorrevole, gli spunti di riflessione sono tanti. Unica cosa un po’ disorientante: il manga, nella sua versione italiana (così come anche in quelle inglese e francese, alle quali l’italiana sembra rifarsi; ne offro due esempi qui sotto, ricordando ai lettori che i manga si leggono dall’ultima alla prima pagina, con la rilegatura a destra, e le vignette vanno lette da destra a sinistra, prima la fascia alta poi quella bassa), presenta tutte i pensieri di Lucius e le sue battute con gli altri Romani in italiano, così come le battute dei Giapponesi fra di loro o con Lucius; quando Lucius pronuncia frasi in Giappone, sono invece in latino (con traduzione italiana tra parentesi). Il che, peraltro, rende il fumetto particolarmente interessante come approccio ludico alla lingua di Roma…

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     © Chiara Formenti, 2017

    Su Thermae Romae segnaliamo anche l’articolo di Giuseppe Galeani, La fortuna di Roma antica nel manga contemporaneo: spunti di riflessione, in “ClassicoContemporaneo” 3 (2017), scaricabile gratuitamente, previa iscrizione al sito, all’indirizzo http://www.classicocontemporaneo.eu

  • Socrate in musica

    Socrate in musica

    Non so se i post dedicati alla musica che riprende temi classici suscitino o no interesse nei lettori di questo sito, se lettori ci sono. Credo però che, al di là della passione personale per la musica, che mi ha accompagnato e guidato per tutta la vita, insistere sull’argomento sia un modo importante per far conoscere la vitalità del mondo antico anche ai nostri allievi, destinatari ultimi, ancorché spesso mediati, del materiale che qui si cerca di organizzare. il fatto che oggi il mondo antico sia oggetto di ripensamento continuo soprattutto da parte dei musicisti, più che dei pittori e degli scrittori, prevalenti o comunque altrettanto presenti nel mondo di ieri, è un dato incontrovertibile. Su questo vorrei tornare in un altro post, chiedendomi (e chiedendo ai lettori) perché proprio i musicisti continuino a trarre ispirazioni da miti e personaggi dell’antichità. Per il momento mi accontento di dedicare qualche parola a Socrate, protagonista di un oratorio laico del 2013. Sottolineo la data: il personaggio Socrate aveva già conosciuto gli onori del palcoscenico musicale nel Settecento, con Telemann (Der geduldige Socrates, 1721, in realtà traduzione/rifacimento di un precedente libretto italiano di ugual titolo, La pazienza di Socrate, opera di Nicolò Minato, intonata fra gli altri da Antonio Caldara) e con Paisiello (Il Socrate immaginario, 1775: come indica il titolo, non si tratta del vero Socrate, ma di un suo moderno imitatore); a inizio Novecento, aveva scritto un dramma musicale su Socrate anche Erik Satie (1918-1920: ci torneremo sopra). Per ora ho preferito un testo più recente, per sottolineare la vitalità del tema anche nel contemporaneo, il vero contemporaneo (troppo spesso confuso, nelle scuole e nell’accademia, con un Novecento storico).

    Autore della musica è il compositore australiano (1961-) Brett Dean, in questi giorni agli onori della cronaca perché al Festival di Glyndebourne è in scena la sua ultima opera, Hamlet. Nel 2010 Dean, già autore di una serie piuttosto cospicua di composizioni, per il teatro, le compagini sinfoniche, gruppi da camera o singoli strumenti (Dean è, nella vita, anche direttore d’orchestra e solista di viola), aveva pensato di scrivere una nuova opera; poi, l’opera si è ridotta a un poema sinfonico con coro, della durata di circa mezz’ora. Alla fine è uscito The Last Days of Socrates, composizione per orchestra, coro e basso-baritono, come recita la partitura (in realtà c’è un ruolo secondario anche per un tenore solista). La composizione, della durata di un’ora circa, è un vero proprio oratorio laico in tre parti, intitolate rispettivamente La dea Atena (Goddess Athena); Il processo (The Trial); La cicuta (The Hemlock Cup). L’ispirazione viene ovviamente da Platone, ma il testo è di un poeta australiano, Graeme William Ellis (1944-), autore di un paio di raccolte poetiche (Words fall like rain, 2009; Ned Kelly Verse, 2011), che a dire il vero, stante il sito della World Catalogue Library, non sembrano avere avuto molta diffusione fuori dal continente oceanico. Purtroppo, per questioni di diritti editoriali, non lo posso riprodurre in questo sito; la casa editrice consente di prendere visione solo delle prime pagine della partitura di Dean, per chi fosse interessato alla sua scrittura. L’oratorio è stato eseguito nel 2013 a Berlino, sotto la direzione di Simon Rattle, e poi a Melbourne e Los Angeles (direttori Simone Young e Gustavo Dudamel). Nella parte di Socrate si sono esibiti John Tomlinson, che a detta del compositore ha anche aiutato nella realizzazione della scrittura vocale del ruolo, e Peter Coleman-Wright. Qui l’orchestra è diretta da John Storgårds; solisti, il grande John Tomlinson (voce sonora e pronuncia impeccabile, anche se affetto da un fastidioso vibrato che ne compromette più volte l’intonazione) e Robert Johnston. L’ho divisa nelle sue tre parti, la seconda e la terza dividendole a loro volta in due. Dean è autore tardo novecentesco, che ama mescolare la musica elettronica alle sue composizioni; capace di sprazzi lirici, per il suo oratorio prevede un organico fatto di fiati, archi, ottoni, percussioni, arpa, celesta, ma anche di piano, chitarra elettrica e fisarmonica, oltre a pezzi di terracotta e metallo sbattuti gli uni contro gli altri, a imitare il suono degli ostraka che votano la condanna di Socrate. Il basso baritono protagonista dà voce al filosofo; il coro interpreta gli Ateniesi, le voci maschili dando corpo agli accusatori di Socrate, le femminili alla parte compassionevole del popolo. Il tenore assolve, di volta in volta, il ruolo di un giudice (II parte) e del carnefice che prepara la cicuta (III parte). La prima parte ha carattere introduttivo; la seconda trae il suo testo dall’Apologia di Platone; la terza dal Fedone. Dean in molte interviste ha paragonato Socrate a importanti figure controcorrente del nostro tempo, alle quali in certo modo la composizione sarebbe dedicata: l’artista cinese Ai Weiwei, noto dissidente politico; oppure Edward Snowden e Julian Assange.

     

    Parte I – La dea Atena

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    La musica inizia dolcemente (la qualità sonora non è impeccabile), quasi impercettibile, attraverso strumenti  fuori scena. Il coro invoca a gran voce, e più volte, “So-kra-tes”: prevalgono le voci maschili, ostili, dure, mentre l’orchestra si trasforma in un uragano sonoro. Dal minuto 2’40” la furia si placa: nel coro ora si sentono le voci femminili, fuori scena (al Barbican erano su una piattaforma elevata). In questo quadro idilliaco inizia, ca. al minuto 4’25”, l’invocazione alla dea Atena (“Goddess Athena”), che prima assume il carattere di litania, poi pian piano prende forza (7’23” ca.), e dopo un paio abbondante di minuti torna a farsi più dolce, finché la celesta pone fine all’invocazione.

     

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    Parte II – Il processo

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    Una lunga introduzione nella quale svetta il corno solista prelude a una climax sonora, sulla quale irrompe il coro, senza pronunciare parola fino al minuto 3’33”. Tenori e bassi danno poi sostanza alle accuse contro Socrate, che inizia a sua volta una breve rhesis concitata (4’33”), alla quale il coro risponde ribadendo le accuse, su una melodia sempre più saltellante (5’30”). Al minuto 7’50” il coro, dato sfogo a tutta la rabbia di gruppo che vede messe in pericolo le proprie certezze, erompe più volte nel suo “Enough! Enough! Sokratès”, che Dean riconosce in molte interviste come il momento cruciale della situazione (l’opinione comune non accoglie chi la obbliga a dubitare di sé). Socrate inizia un lungo discorso, 8’40”, lento e pacato, ribadendo alle accuse con le parole dell’Apologia. “What difence is this?” si chiede il coro (12’45”). Socrate ribadisce il suo credo (“I believe”, 13’57”) e introduce l’immagine del cigno, che canta profetico al momento della morte.

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    “Therefore, I don’t regard my end as a misfortune” conclude sereno Socrate, ma tanta sicurezza irrita ulteriormente il popolo ateniese contro di lui: sotto la spinta martellante del pianoforte (2’09”) si forma la parola “Danger!” a riconoscere la pericolosità di chi vive coerente con se stesso. Socrate ribadisce la sua calma (4’20”): “All that I know is that I know nothing… It is your fear that which speaks”, mentre la sicumera del coro è “imitation of wisdom, not real wisdom”.  Nell’imbarazzato silenzio che segue, il corifeo invita alla votazione, riconoscendo che le parole di Socrate hanno valore finale (5’14”): su un ritmo quasi jazzistico, ognuno getta il suo voto nel vaso che contiene gli ostraka (si sentono uno di seguito all’altro i colpi di metallo che corrispondono ai voti fatti cadere nel recipiente), mentre il coro si divide fra tenori e bassi, che ripetono minacciosi la loro ostilità al protagonista, e le voci femminili, alla fine prevalenti, nel loro lamento per l’imminente condanna, anticipata dai colpi delle percussioni (6’20”). Alla fine restano solo le donne a piangere (7’25”).

     

    Parte III – La cicuta

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    Il brano si apre con una lunga introduzione per violoncello solo, omaggio di Dean a Jan Diesselhorst, celebre violoncellista dei Berliner Philharmoniker (compagine orchestrale nella quale anche Dean ha suonato per una dozzina d’anni), già ricordato in un’altra composizione dell’autore, Epitaphs, 2010, un quintetto cameristico di cui un movimento rievoca l’amico e collega. Al minuto 2’04”  inizia il lamento del coro femminile, fuori scena. Siamo così immessi a poco a poco nella stanza dove Socrate attende la morte, in un’atmosfera cupa, tenebrosa, amplificata da un suono funereo di tromba e dalle percussioni. Un inserviente presenta a Socrate la coppa della cicuta, riconoscendo nello stesso tempo in lui il più grande degli uomini (5’08”). Socrate prende la parola rievocando ancora il cigno (“The swan!… The swan!…”, 6’40”), accompagnato dalla celesta che – un po’ come in Death in Venice di Britten, dove dava visibilità a Tadzo e al suo ruolo di involontario psicopompo – sembra progressivamente rafforzare il pensiero della morte imminente.

     

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    Quando il lamento si fa troppo forte, Socrate interviene a rassicurare gli amici (0’59” “Calm yourself, and be brave!”). Le donne appaiono più rassegnate, mentre torna a farsi sentire il violoncello (2’59”). Socrate può così riappropriarsi della metafora del cigno: è lui, naturalmente, l’animale che muore, ma muore cantando e – come aveva detto al processo – nessuno canta se sta soffrendo, nemmeno l’usignolo. Come il cigno, Socrate vede ora dunque la propria morte, ma vede anche chiaramente che è solo il nostro terrore dell’ignoto che ci spinge a temerla. Dopo un attimo di meditazione, il coro riprende e fa sua l’idea (“The swan, the swan sings”, 5’39”) e accompagna Socrate nell’ultima celebrazione di sé e della propria coerenza interiore. Le parole si fanno sempre più lente, cadenzate: “The swan sings” ripete infine ancora una volta anche Socrate, con il ritmo di chi è ormai preda della paralisi e della morte. Alle donne il compito di dare l’ultima risonanza al lutto.

     

  • Una gita per l’estate (II)

    Una gita per l’estate (II)

    Riprendiamo la valle dello Spluga (o Rheinwald), ma questa volta arrivando a metà circa della sua conca sommitale, all’altezza del paese di Splügen. La discesa non avviene quindi dal passo di San Bernardino, ma da quello dello Spluga. A farci da guida è il poeta Claudio Claudiano.

    Nell’anno 402 i Goti di Alarico erano passati in Italia, lasciando la Grecia e l’Illirico dove si erano insediati negli anni immediatamente precedenti. I loro spostamenti arrivarono a mettere a repentaglio l’incolumità della stessa Milano, allora capitale dell’impero e residenza del giovane Onorio. Salvò la situazione, almeno per poco (più tardi i Goti avrebbero ulteriormente dilagato nella penisola, arrivando a mettere a sacco la stessa Roma) il magister militum e suocero dell’imperatore, il generale Stilicone, che il 6 aprile di quell’anno sconfisse Alarico a Pollenzo, vicino a Cuneo. Il poeta panegirista di corte, Claudio Claudiano, celebrò l’avvenimento in un carme epico di 647 esametri, il De bello Gothico (o Getico, come è anche intitolato, per la facile e nel IV secolo abbastanza abituale assimilazione dei moderni Goti agli antichi Geti). Fra i problemi che Stilicone dovette affrontare, prima del combattimento, ci fu quello di radunare sufficienti truppe. Claudiano rievoca perciò il viaggio a tappe forzate compiuto dal generale per recarsi da Milano alla Retia (come già sappiamo, la regione che include oggi Svizzera tedesca, Baviera meridionale e parte dell’Austria), allo scopo di spostare verso l’Italia le milizie dislocate in quel territorio. Claudiano assegna toni epici al viaggio, avvenuto prima del disgelo (il combattimento di Pollenzo si svolse agli inizi di aprile), attraverso le Alpi rese invalicabili dai cumuli di neve. L’itinerario seguito è espresso abbastanza chiaramente:

    Protinus, umbrosa vestit qua litus oliva
    Larius et dulci mentitur Nerea fluctu,
    parva puppe lacum praetervolat; ocius inde
    scandit inaccessos brumali sidere montes
    nil hiemis caelive memor.

    Stilicone, solo fra tutti, si erge contro i nemici; novello Fabio, che si oppose ad Annibale (che aveva valicato a sua volta le Alpi, ma in altra zona), egli rassicura i Romani spaventati e promette all’imperatore la vittoria. Subito (protinus) da Milano si reca a Como; qui, su fragile barca (parva puppe), risale il lago, fino all’odierna Colico e alla piana del Fuentes. Da lì, ripercorre una valle montana, che non può essere altro che l’attuale Valle di San Giacomo, da Chiavenna al passo dello Spluga (più improbabile la via del Maloja e dello Julier). Le località sopra Chiavenna sono ricordate nella Tabula Peuntigneriana, a conferma che quella dello Spluga era una via “normale” di attraversamento delle Alpi.

    tabula

    Claudiano prosegue rievocando la destinazione di Stilicone, la Rezia, caratterizzata dalla presenza del Reno e del Danubio, che nella zona a nord del Lago di Costanza ha in effetti la sua fonte (presso l’odierna Donaueschingen):

                                     … Sublimis in Arcton
    prominet Hercyniae confinis Raetia silvae,
    quae se Danuvii iactat Rhenique parentem
    utraque Romuleo praetendens flumina regno:
    primo fonte breves, alto mox gurgite regnant
    et fluvios cogunt unda coëunte minores
    in nomen transire suum...

    Il poeta ricorda che attraversare queste regioni era, in epoca antica, difficile anche d’estate, ma pressoché impossibile d’inverno, quando freddo, slavine, vie cedevoli al passaggio di carri e di armati rendevano difficili i movimenti. Stilicone però non si lascia scoraggiare:

                                            …Per talia tendit
    frigoribus mediis Stilicho loca. Nulla Lyaei
    pocula; rara Ceres; raptos contentus in armis
    delibasse cibos madidoque oneratus amictu
    algentem pulsabat equum. Nec mollia fesso
    strata dedere torum; tenebris si caeca repressit
    nox iter, aut spelaea subit metuenda ferarum
    aut pastorali iacuit sub culmine fultus
    cervicem clipeo.

    Con un colpo di genio, Claudiano rievoca un episodio probabile, ma non testimoniato, l’incontro di Stilicone con qualche montanaro dall’uno o dall’altro lato del passo, presso il quale ha cercato ospitalità per la notte:

                         …Stat pallidus hospite magno
    pastor et ignoto praeclarum nomine vultum
    rustica sordenti genetrix ostendit alumno.

    Naturalmente, l’impresa riesce, Stilicone raduna e porta in Italia le truppe che gli servono (il viaggio di ritorno, per certi versi ancora più difficile, visto che comportava lo spostamento di un intero esercito, non è raccontato) e, come sappiamo, sconfiggerà, sia pure per poco, Alarico e i suoi uomini. Il poeta può trarre la morale del racconto:

    Illa sub horrendis praedura cubilia silvis,
    illi sub nivibus somni curaeque laborque
    pervigil hanc requiem terris, haec otia rebus
    insperata dabant; illae tibi, Roma, salutem
    Alpinae peperere casae…

    Vengo alla parte escursionistica della proposta. La Valle di San Giacomo conserva molte tracce dell’antica via (“romana”, anche in questo caso; ma anche in questo caso si tratta in realtà della risistemazione, avvenuta nel XVIII secolo, di un antico tracciato del XV) che dal paese di Isola, poco sopra Chiavenna, porta al passo dello Spluga attraverso la gola del Cardinello.

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    Qualche traccia si riconosce anche sul lato elvetico, ma meno bene (la valle di là è molto aperta, ed è stata quindi utilizzata nei secoli per pascoli, malghe e nuove strade, che hanno reso più confuso il territorio; ma è stata anche vittima di una serie di alluvioni e cedimenti del terreno, che hanno reso più difficili le indagini archeologiche). È dunque possibile salire attraverso sentieri lontani dal traffico stradale (la strada statale dello Spluga fu costruita dagli Austriaci tra il 1818 e il 1822 e, qualche variante a parte, conserva l’originario tracciato), andando da Isola a Montespluga – l’ultimo paese in territorio italiano – e tornare poi a Isola con l’autocorriera. È una bellissima via, spesso gradonata nella roccia o intagliata in galleria, e sostenuta a valle, nella parete strapiombante, da muri a secco.

    via spluga

    Da Montespluga è anche possibile compiere un balzo verso la Svizzera, e scendere dal passo verso il paese di Splügen attraverso una serie di scorciatoie che rendono inutile passare per la strada cantonale e abbreviano non di poco le distanze.

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    Propongo però anche un terzo itinerario, che non coincide con il cammino di Stilicone, ma si limita ad ammirarlo dall’alto. Da Splügen, attraverso sentiero inizialmente mal segnato (che prende comunque avvio dalla prima curva della strada automobilistica che dal paese sale verso il passo; poco oltre la curva è disponibile un parcheggio gratuito – uno dei pochi rimasti in Svizzera!), oppure partendo dalla fermata dell’autobus che lungo la suddetta strada automobilistica porta l’indicazione di Surettaseen, è possibile salire, per l’appunto, ai laghi di Suretta, un meraviglioso balcone sul lato orografico destro del Rheinwald, che permette di godere dall’alto la vista su tutta la conca fino all’Adula (nella prima foto qui di seguito lo si vede a malapena in fondo alla valle, riconoscibile per il suo ghiacciaio), su tutto il vallone che dallo Spluga scende verso il paese di uguale nome e sulla’alta valle del Reno.

    suvretta verso adula

    suvretta verso passo

    suvretta verso rheinwald

    È una passeggiata facile, su sentiero ben segnato, senza difficoltà – solo la parte finale ammette una maggiore impennata. Arrivati ai laghi, una casa di legno, generalmente chiusa, offre ai visitatori una barca a remi con la quale spostarsi sui laghi (va solo riportata a fine giornata al suo posto). I più audaci possono avventurarsi in acqua, se la giornata lo permette. La vista è splendida.

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    Su tutta la conca domina, a fare da contrafforte al passo, il Pizzo Tambò, che si erge maestoso sulla valle, come si vede anche dalla foto di copertina.

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    In qualcuno dei ricoveri pastorali che costellano la valle sarà forse anche possibile ripetere l’esperienza di Stilicone, per quanto la sorpresa dei montanari moderni sarà, ovviamente, minore che un tempo.

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  • Una gita per l’estate (I)

    Una gita per l’estate (I)

    La stagione che avanza invita a programmare qualche gita fuori porta. Ecco dunque una proposta d’escursionismo praticabile da inizio estate ad autunno inoltrato. Si tratta di una gita in montagna, seguendo percorsi già presenti nelle fonti latine.

    Come si sa, gli antichi non andavano per monti per puro diletto. Nell’immaginario greco la montagna è lo spazio del primitivo, del selvaggio, del ferino (o della regressione allo stato ferino). Nella letteratura latina si parla relativamente spesso di scalate e ardite imprese d’alta quota, ma sono per lo più imprese militari: Annibale che varca le Alpi in Livio, Alessandro che conquista roccaforti sulle vette dell’Himalaya in Curzio Rufo. Le montagne dominano spesso il paesaggio (maioresque cadunt altis de montibus umbrae), sono luogo adatto per la caccia e la pastorizia, si prestano al transito commerciale o militare. Appunto in quest’ultima funzione compare per ben due volte la valle dello Spluga, o Splügen Tal (o Rheinwald, propriamente “bosco del Reno”), ossia la valle dei Grigioni, in Svizzera, che dal passo di San Bernardino scende fino a Coira (la valle che noi in Italia chiamiamo “dello Spluga”, e cioè quella che da Chiavenna si reca al passo dello Spluga, propriamente avrebbe nome di “valle di San Giacomo”). Nei due itinerari previsti dalle nostre fonti è compreso sempre l’attraversamento delle Alpi, e quindi si fa riferimento implicito anche al versante meridionale dei valichi che immettono nella suddetta valle: ossia la val Mesolcina, nei Grigioni italiani, da Bellinzona al passo di San Bernardino; e la già ricordata valle di San Giacomo, da Chiavenna allo Spluga.

    In questo post mi occuperò del primo itinerario, partendo da questa pagina di Ammiano Marcellino (XV 4):

    Re hoc modo finitaLentiensibus, Alamannicis pagis, indictum est bellum, conlimitia saepe Romana latius inrumpentibus, ad quem procinctum imperator egressus in Raetias camposque venit Caninos, et digestis diu consiliis id visum est honestum et utile, ut eo cum militis parte Arbetio magister equitum, cum validiore exercitus manu relegens margines lacus Brigantiae pergeret protinus barbaris congressurus. Cuius loci figuram breviter, quantum ratio patitur, designabo.

    Protagonista del brano è Giuliano: è lui l’imperator citato da Ammiano, Augusto al fianco del più anziano Costanzo. La situazione delineata (prima si era parlato della crudeltà di Costanzo nei confronti degli amici del suo collega) è quella della lunga lotta contro gli Alamanni, qui rappresentati dalla tribù dei Lentienses, accusati di invadere spesso i territori romani. Si decide perciò di intervenire militarmente contro di loro. Luogo dello scontro, che si rivelerà non facile, è il Lago che oggi chiamiamo di Costanza, un’ampia fossa al confine tra Svizzera e Germania, arricchita dalle acque del Reno. Prima di narrare la battaglia, Ammiano indugia però a descrivere il Reno orientale e la sua valle, cioè l’attuale Splügen Tal cui facevo riferimento prima: lì scorre infatti un ramo del Reno, l’Hinterrhein o Reno Posteriore, proveniente dal ghiacciaio dell’Adula (un altro ramo oggi considerato preminente, il Vorderrhein o Reno Interiore, deriva invece dalla collaterale valle dell’Oberalp, e si unisce al primo poco distante da Coira). Come si legge nel brano che ho riportato, Giuliano, partito da Milano (egressus), all’epoca una delle capitali imperiali, si reca in Rezia – la regione che includeva Svizzera centro-orientale, Austria Meridionale e Baviera – e alla località di Campi Canini. Da lì decide di mandare avanti, verso il Lago di Costanza, il magister di cavalleria Arbezione. Ora, Campi Canini è la località comunemente identificata con l’attuale Bellinzona. Per recarsi da Bellinzona al lago di Costanza anche al moderno viaggiatore si aprono, in linea teorica, tre strade: quella del San Gottardo, improbabile, perché difficile e troppo spostata a occidente; la valle del Lucomagno (il nome latineggiante ne indica la natura di lunghissimo anfratto boscoso); oppure, il passo del San Bernardino, per riallacciarsi poi, sull’altro versante, alla strada che scendeva diretta dal passo dello Spluga.

    Se accettiamo l’identificazione di Campi Canini con Bellinzona – comunemente ammessa, ma non accolta da tutti, va precisato – sembra conseguenza obbligata pensare all’attraversamento delle Alpi attraverso la Mesolcina prima, la Splügen Tal poi. In effetti, la presenza dei Romani nella Mesolcina è accertata da una serie di ritrovamenti archeologici (piccoli manufatti), ma nel complesso risulta piuttosto scarsa. Il passo di San Bernardino, ca. 2065 m s/m, Mons Avium nella sua antica denominazione, non compare né sulla Tabula Peuntigneriana né nei principali itinerari antichi. Nell’attuale territorio di San Bernardino rimangono però due elementi a ricordare l’esistenza di antichi passaggi delle Alpi lungo quella direttrice (a parte la sempre significativa onomastica). Il primo è il cosiddetto “ponte romano” – in realtà, un ponte ad arco d’età medievale, costruito sul modello dei ponti romani – che scavalca la Moesa fra Pian San Giacomo e San Bernardino. Ci si può arrivare solo a piedi o in mountain bike. Per farlo, si consiglia di giungere in automobile o in autocorriera fino a San Bernardino (1600 m ca.); di rimontare il lago artificiale posto sotto il paese, fino alla diga che lo chiude verso valle; di scendere poi per un chilometro ca. (una mezz’ora a piedi) lungo la strada forestale, impedita al traffico automobilistico, che scende dall’estremità orografica destra della diga, in direzione appunto di Pian San Giacomo. Una deviazione segnalata indica la vicinanza dell’altrimenti poco visibile ponte.

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    Il lago di San Bernardino (o lago d’Isola) – veduta dalla diga verso il paese e il Pizzo Uccello, m 2717, che fa da testata al Passo di San Bernardino

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    Il ponte romano visto da sud

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    Il ponte romano visto da nord                        (foto di Jacopo Mascheroni)

    La seconda traccia è invece la cosiddetta “strada romana” che consente di salire a piedi al Passo, partendo dalla fine dell’abitato di San Bernardino, dalla frazione che ha nome Albarella, di fronte al grande albergo che domina il luogo (come succede spesso in Svizzera, l’attacco del sentiero è mal segnato; poi, man mano ci si inoltra, le indicazioni si fanno ottimali). Anche in questo caso si tratta, in realtà, di una via d’età medievale, che reca poche e non sicure tracce del periodo romano. Ma è comunque una via lastricata alla maniera antica, che prima – sotto forma di sentiero – attraversa alcuni pascoli; poi si alza a tornanti fra i baranci; infine si inoltra verso il cosiddetto Sass de la Golp, 1980 m ca., segnalato da un cartello turistico; da lì il sentiero prosegue quasi in piano lungo il grande vallone che immette verso il Passo propriamente detto – sempre correndo a fianco, ma su diversa traiettoria, dell’attuale strada cantonale, di cui si può tranquillamente ignorare l’esistenza (la strada cantonale, costruita fra il 1818 e il 1821, fu voluta e in parte finanziata dal Regno di Sardegna, perché attraverso Bellinzona e Locarno consentiva di superare le Alpi aggirando i territori controllati dall’Austria e non pagando quindi dazi alle gabelle viennesi; ma raggiunge, indicandolo come Passo, una diversa infossatura dell’altopiano sommitale della valle). Tornando alla gita a piedi, lungo la parte alta del percorso, dopo il Sass de la Golp abbondano le pietre lastricate alla maniera romana, e poco importa stabilire se siano davvero romane – come si dice di alcune di esse – o solo medievali. Questo è un bellissimo percorso che permette di isolarsi per un’ora circa dal resto del mondo (il dislivello è di soli 400 m e la salita non è mai veramente faticosa), entrando in una dimensione antica, per una strada non difficile da compiere, ma che permette di ammirare, appunto, il sistema di lastricatura antico.

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    Giunti al Passo è possibile tornare a San Bernardino per la stessa via; scendere dall’altra parte, verso l’abitato di Hinterrhein (ma è strada assai meno suggestiva); tornare a San Bernardino attraverso la cantonale, a piedi (con molte scorciatoie) o utilizzando il mitico postale svizzero (il servizio di autocorriere). I più audaci possono portarsi a piedi al piccolo laghetto vicino all’ospizio che abbellisce il Passo moderno, rimontandolo fino all’estremità che si affaccia su San Bernardino. Qui parte un bellissimo sentiero in quota (segnalato), che con diversi saliscendi consente di tornare verso il paese passando per la località alpestre di Confin Basso (la stazione di arrivo degli impianti di risalita per gli sport invernali). Da lì, un rapido ma agevole sentiero a tornanti riporta poi in poco tempo a San Bernardino. Attraverso questa via, non difficile ma lunga, si gode in compenso della visione dall’alto di tutta la conca di San Bernardino, come da un poggiolo sospeso nel nulla.

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    Attenzione, nel mese di luglio l’esercito svizzero spesso usa questa area per le sue esercitazioni di tiro! Meglio informarsi prima della partenza, a scanso di spiacevoli sorprese…

  • La zattera della Medusa

    La zattera della Medusa

    Il 5 luglio 1816 la fregata Méduse si incagliò al largo delle coste della Mauritania, per l’insipienza del suo comandante. Centocinquanta persone cercarono salvezza su una zattera di fortuna. Solo 15 si salvarono… Il celebre dipinto di Géricault, esposto al Salon del 1819, ha reso immortale l’episodio.

    Una versione meno tragica di quell’avvenimento è quella riproposta dal disegnatore francese Uderzo, che qui riportiamo con le didascalie che ci sono state suggerite. Come sempre, è possibile continuare a intervenire utilizzando la funzione “Leave a Reply” del post.

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    Quadragesimo quarto die. Omnia cibaria edidimus. Nunc comites edemus…                                                (Greta Romano)

    Altre soluzioni degne di nota:

    Galli victoriae confidebant cum Druidum potionem se bibisse crederent. Sed, ante profectionem, aliquis perperam paterae potionis pateram cervisiae substituerat. Victi, rate constructa, nunc ad auxilium quaerendum fugiunt.
    (Beatrice Baraldi)

    Cum viri, acti nocturna ebrietate, domum redire crederent, at suam sedem invenire non possent, dormitionem, desperationem, controversiam conceperunt et per medium mare iverunt. Traditum tamen est eos, iam fessos ac debilitatos, cotidie cum vexillis lusisse ad auxilia frustra quaerenda.                                          (Mattia Marchesi)

    Galli fugam petiverunt. Quoniam proelium apud flumen fuerat, nonnulli parvam ratem aedificaverunt et amnem tranarunt, perfugium quaerentes. Maesti fessique erant; et propter gravia vulnera paulatim pars eorum animam efflavit.
    (Olena Igorivna Davydova)

     

  • Conversation Pieces (II)

    Conversation Pieces (II)

    Riporto le proposte risultate vincenti al gioco dei Conversation Pieces, II serie. Ovviamente, è possibile aggiungere ancora altre proposte – utilizzando la funzione “Leave a Reply” in fondo al post.

     

    BOTTICELLIMadonna con bimbo e angelo adorante (Boston, part.)

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    Libenter ambularem per campos! Immo… praeter modum piger sum… requiescam!

    (Greta Romano)

     

    DUERER, Cristo fra i dottori (Madrid, part.)

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    Nescio qua de causa capillorum concinnator pro suo arbitrio semper faciat. Sic transit gloria tonsi…

    (Giulia Repetti)

     

     

    GAINSBOROUGH, Ritratto di Jo. Chr. Bach (Bologna)

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    Translatio tua mihi non satis facit… Videbo te postera sessione…!

    (Greta Romano)

    Segnaliamo anche la proposta dell’amico Stefano Costa, ispirata a Sen. Rhet. Contr. IV, prol. 4: Utinam magnitudo patris produceret et non obrueret!

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    Ecco alcune delle altre proposte:

    per BotticelliSuavis iste aër oculos meos paene clausit, et mihi somnum fecit… Eia! Mihi non est dormiendum! Aaaah…

    “Est Europa nunc unita / et unita maneat; / una in diversitate / pacem mundi augeat…” Mane paulisper! Quid Europa est? Quid mea refert, si melos placet? “…Semper regant in Europa / fides et iustitia / et libertas populorum / in maiore patria” (Hymnus Latinus Europae,  © Peter Roland et Peter Diem)

    per DürerModo dicebam tibi in conspectu esse me senectutis: iam vereor ne senectutem post me reliquerim. Aliud iam his annis, certe huic corpori, vocabulum convenit, quoniam quidem senectus lassae aetatis, non fractae nomen est: inter decrepitos me numera et extrema tangentis (cf. Sen. epist. 26, 1).

    Tam senex quam sapiens sum: quotienscumque cogitationem habui, capillus mihi cecidit…

    Longam et canam barbam habere clarorum philosophorum est. Cuperem etiam crinem!

    per GainsboroughOmnes fere musicam patris mei praeferunt meae… Sic stantibus rebus, me conferam in Angliam ad fortunam quaerendam…

    Hercle! Clamores puerorum me non permittunt legere…