Year: 2017

  • Dunque, Seneca

    Dunque, Seneca

    Dunque, passate le interviste giornalistiche, le chat ecc. ecco forse la sede ideale per tornare a ragionare della prova di maturità 2017. Come oramai sappiamo tutti, il testo era Seneca, i paragrafi 3-5 dell’Epistola 16 a Lucilio (del resto, esplicitamente citato nel testo). Bene, una bella scelta nel complesso, perché Seneca è un autore del canone, e si può pensare che molti studenti ne abbiano letto qualcosa nel corso del loro curriculum. Comunque, è giusto che una prova finale di percorso tenga conto del percorso compiuto. Seneca vi rientra, una definizione di filosofia pure. Spiace semmai che l’epistola sia stata privata dell’inizio (parr. 1-2) e della fine (parr. 6-9). A rivedere il testo originale, ci si rende conto che, specie la parte finale, avrebbe cambiato leggermente la prospettiva del discorso. Detto questo, però, la sezione prescelta ha una sua logica; non rimanda in modo assolutamente necessitante a parti esterne al discorso; ritorna come tale in molti versionari (è un male? è un bene?), a dimostrazione che come unitaria è stata avvertita da molti.

    Come già nel 2015, con Tacito, la versione presenta un breve cappello introduttivo, novità rispetto a quanto si era usi fare fino al 2013. L’introduzione tacitiana conteneva, di fatto, un riassunto parziale del testo proposto; questa senecana era più generica. A traduzione compiuta ci si rende conto che certe frasi si riferivano a parti del testo tradotto, ma prima di avere terminato un’esegesi completa del brano, la cosa non appariva molto evidente. A esegesi compiuta, ovviamente, il dato può servire di controllo, ma in parte è superfluo. Insomma, giusta l’idea dell’aiuto; forse, non un grande aiuto.

    Il testo è facile e difficile nello stesso tempo. E’ facile sintatticamente, perché non si va mai oltre la subordinata di primo grado; ma la difficoltà di Seneca sta nel lessico. Ogni parola nasconde una trappola, ogni parola è portatrice di un significato specifico, che non sempre il dizionario sarà stato in grado di aiutare a cogliere. Sappiamo tutti quanto gli studenti italiani siano abituati a dipendere dal dizionario. Ma qui bisognava ragionare sulle parole, sul loro valore concreto ed etimologico, sullo specifico valore che ad ognuna di esse attribuisce Seneca, uno scrittore che come pochi altri si crea un suo lessico, un suo vocabolario, pur utilizzando parole preesistenti nella lingua latina e nel tecnicismo filosofico (ma i tecnicismi filosofici vengono da lui reinterpretati, alla luce della propria specifica declinazione di filosofia, che non si inserisce in modo preciso entro nessuno schema, nessuna scuola). Gli esempi sono tantissimi: populare artificium io l’avrei tradotto qualcosa come “un prodotto per tutti”, facendo sentire il valore etimologico di artem facere (l’italiano “artificio” sarebbe fuorviante); paratum ostentationi dice che la filosofia non serve a “mettersi in mostra”, come poi dirà che consiste nei concetti (res), non nella forma (verba), che non serve al diletto personale (oblectatio), né ad alleviare il senso di fastidio dedicando tempo alla riflessione (demere otio nauseam). Attraverso l’immagine – platonica e non solo – del mare della vita da attraversare su fragile barca, Seneca assegna alla filosofia il ruolo di un timoniere che siede al timone (ad gubernaculum) e guida la rotta (derigit cursum) di coloro che ancora si agitano sul mare tumultuoso dell’essere (tradurrei così fluctuantium). Mi fermo qui. Vorrei piuttosto sottolineare un’altra cosa. Il testo è perfettamente tripartito (del resto, le edizioni moderne lo dividono in tre paragrafi, anche se la presentazione del testo ministeriale non rispettava esattamente la suddivisione fra il par. 3 e il par. 4, non so perché). Nella prima parte, Seneca presenta cinque false idee sulla filosofia (che non è populare artificium, ostentatio, verba, oblectatio o otium) e, molto pragmaticamente, definisce poi la stessa sulla base delle sue azioni, e non di una definizione concettuale. La filosofia costruisce e abbellisce l’animo, fissa la nostra vita, regge le nostre azioni, ci dice cosa fare e cosa no, stando al timone ci aiuta ad attraversare il dubbio mare della vita. Abbastanza evidente la costruzione in parallelo fra le due parti, cui segue la conclusione: senza filosofia non si vive privi di affanni (secure); la filosofia è d’aiuto in ogni occasione, a ogni ora del giorno. La seconda parte dà voce, come diatriba vuole, a un possibile, fittizio oppositore (aliquis): se la vita umana è retta da un fato provvidenziale, da un dio che ci priva del libero arbitrio, dal caso che impedisce qualsiasi disegno razionale (e quindi anche un cammino assimilabile alla rotta di una nave), a che serve la filosofia? Le tre possibilità si fanno subito dopo due: deus e fatum si riassumono in certa: ciò che è già fissato da altri (e poco importa che si tratti di disegno provvidenziale o di capriccio divino), non può essere mutato. Il caso si ripropone nel termine incerta: se nessuna razionalità esiste nelle cose del mondo, a che serve una guida? L’obiezione si conclude ripetendo i termini iniziali: deus (che include sempre anche fatum) e fortuna (che si sostituisce a casus, ma che di fatto finisce per equivalergli).

    L’ultimo paragrafo offre la risposta di Seneca. Intanto, la filosofia è un imperativo categorico (con piccolo anacronismo, tradurrei così philosophandum est).  E questo è vero sia che si realizzi una sola delle possibilità previste dall’obiezione, sia che si realizzino tutte assieme (quicquid est ex his // vel si omnia haec sunt, dove in vel a me sembra molto forte il valore originale del termine, imperativo di velle, “sia pure anche che…”). L’idea è ripetuta e ampliata subito dopo, parlando ancora di fata, deus arbiter universi, e casus, i tre termini che avevano aperto la discussione. La filosofia è adhortatio, dice Seneca. Noi possiamo accettare di essere trascinati dalla corrente (e poco importa che questa vada verso una meta precisa, fatum vel deus, oppure no, casus vel fortuna); dobbiamo imparare a seguire al meglio possibile questa corrente, e a sopportarla quando ci sembri troppo forte e priva di meta: ducunt volentem fata, nolentem trahunt, un pensiero che tornerà molto più avanti nello scambio di lettere con Lucilio (epist. 107), ma che io sento adombrato già qua.

    Due piccole osservazioni per chiudere: il testo di Seneca è molto bello, proprio per la costruzione che spero di avere messo in evidenza; e per la sfida che ogni singolo termine offre al traduttore. Gettarlo in pasto a ragazzi, e per di più sottrarre ai ragazzi ogni possibilità di commentarlo in qualsiasi modo, e di percepirlo quindi come un testo vivo, e non solo “da tradurre”, per me è un peccato. Non amo particolarmente Seneca, come sanno i miei allievi. Ma questo era un testo sul quale ragionare a livello di contenuto, di struttura, di lessico. Chiederne solo una traduzione, perdipiù, come immagino, spesso in italiota (secondo la prassi scolastica più diffusa: e spero di essere vivamente contraddetto), lo trovo uno sciupio. Questo testo andava accompagnato dalla stessa struttura che ha accompagnato, ieri, una bella, ma meno bella, poesia di Caproni: interesse al contenuto; interesse alla forma argomentativa; interesse circa l’attendibilità e la spendibilità delle parole di Seneca nella vita dei giovani d’oggi (questa sarebbe stata la parte più a rischio della prova, ma in fondo in una maturità ci può anche stare…). Seconda cosa: a preparare questo post mi hanno aiutato due ragazzi al terzo anno di liceo, che ringrazio. Opportunamente guidati, loro sono arrivati saldamente e felicemente in fondo al testo e alle sue difficoltà. E’ stato per me un momento di estrema gioia quando uno dei due, giunto alla fine, ha sciolto istantaneamente e senza stare neanche a pensarci il concettismo di deum sequi, ferre casum (con una amica e collega avevamo paventato che da feras venisse fuori qualche belva feroce; ma così non è stato). I due giovani non me ne vogliano se ora rivelo che a scuola non hanno finora goduto di ottima stampa, e hanno vissuto e vivono tuttora le loro difficoltà. Allora, ecco la morale.

    Primo: testi di tale grandezza non possono essere resi versioni da tradurre, senza possibilità di riflessione e commento. Secondo: con una guida, il testo era abbordabile anche per studenti di grande intelligenza e vivacità, ma dai risultati, quando lasciati da soli, non sempre efficacissimi. Cosa abbiano fatto i maturandi di oggi, lasciati anche questa volta del tutto soli, lo diranno le singole commissioni impegnate nella correzione. Ma se gli esiti non fossero travolgenti, la colpa non sarà di Seneca o del latino: sarà dell’averli lasciati soli…

    seneca – epist. 16.3-5

  • Cani di varie razze e lingue

    Cani di varie razze e lingue

    Apriamo una serie di post sui cani nel mondo antico. Pensavo originariamente di occuparmi solo di quelli presenti nella letteratura latina, ma vorrei dedicare questa puntata al mondo greco, eccezionalmente. Mi spinge a farlo la bibliografia, che può contare sul volume di Cristiana Franco, Senza ritegno. Il cane e la donna nell’immaginario della Grecia antica, Bologna (il Mulino) 2003, di taglio antropologico; e, per la parte che più mi interessa, su un bell’articolo di Valentina Garulli, Gli epitafi greci per animali. Fra tradizione epigrafica e letteraria, apparso nel volume miscellaneo Memoria poetica e poesia della memoria. La versificazione epigrafica dall’antichità all’umanesimo, a cura di Antonio Pistellato, Venezia (Edizioni Ca’ Foscari) 2014, ma reperibile anche on-line. Per gentile concessione dell’Autrice, che ringrazio, ricavo da quello i dati che qui esporrò e la traduzione dei testi che vado a proporre.

    Dunque, in questo post mi occuperò di epitaffi per cani. Perché la stesura di un epitaffio rappresenta l’atto supremo della conservazione di una memoria: il cane è morto, viene sepolto, ma il padrone mantiene il ricordo dell’animale e della tomba, e ne tramanda notizia ai posteri. Nel suo articolo Garulli ricostruisce 13 epitaffi: 2 provenienti dall’Anthologia Palatina; 2 trasmessi dal grammatico ed enciclopedista Pollùce; 2 tramessi in forma papiracea; e 7 attestati in iscrizioni, che possono essere tuttora conservate e visibili o trasmesse da testimoni più o meno attendibili (come, ad esempio, l’umanista Ciriaco d’Ancona, che nel XV secolo realizzò la prima raccolta di iscrizioni greche).

    Tredici testi costituiscono un piccolo corpus, che qui voglio riportare. Segnalo alcuni dati circa la provenienza: i 4 epigrammi di tradizione letteraria sono attribuiti, rispettivamente, a Simonide (ma si pensa sia errore per Simia di Rodi); alla poetessa arcade Anite (entrambi del III sec. a.C.); a Timne, un poeta anteriore a Meleagro di Gadara (I sec. a.C.); ad Antipatro di Tessalonica (d’età augustea). Sono autori che vengono da aree geografiche differenti, ma come si vede dai dati forniti, sono tutti vissuti entro il I sec. d.C. I testi su papiro fanno invece parte dal cosiddetto “Archivio di Zenone”. Si tratta di un cospicuo numero di documenti , oggi conservati in diversi musei e località, ma provenienti tutti da Filadelfia, un luogo desertico all’estremo nord-orientale del Fayum, in Egitto. Il nome ne ricorda l’appartenenza, in origine, alla casa di Zenone, amministratore di Apollonio, ministro delle finanze di Tolomeo II Filadelfo (III sec. a.C.). I due testi che ci interessano sono conservati su un unico papiro del museo del Cairo, scritti uno di seguito all’altro; si tratta del papiro noto come P.Cair. Zen. 59532. Infine, le 7 epigrafi: Garulli le data, indizialmente, fra I secolo a.C. e III secolo d.C.; quanto alla provenienza geografica, vengono da Roma, dall’Africa, dall’Asia Minore. Anche in questo caso, quindi, la dislocazione spaziale è senza apparenti limiti, quella temporale risulta più circoscritta. Curiosa è infatti la constatazione di come la produzione letteraria sembri rinsecchirsi con l’era volgare (o, almeno, noi non ne abbiamo ulteriore notizia); quella documentaria, al contrario, prosegue florida fino alla piena età imperiale.

    Ecco i tredici testi:

    Anche da morta le tue bianche ossa in questa tomba
    ancora, immagino, fanno tremare le belve, Licade cacciatrice.
    Il tuo valore conoscono il grande Pelio e il chiaro
    Ossa, e le solitarie cime del Citerone.
    (Simonide, ma in realtà probabilmente Simia di Rodi)

    Peristi un giorno anche tu accanto a un cespuglio dalle ampie radici,
    Locride, velocissima tra le cucciole chiassose;
    tale è il veleno mortale che nelle tue agili membra
    ha inoculato una vipera dal collo variopinto.
    (Anite di Tegea)

    Qui il veloce cane di Malta la pietra – dice lei –
    copre, fidissimo custode di Eumelo.
    Tauro lo chiamavano, quando c’era ancora; ora invece
    la sua
    voce l’hanno le silenziose vie della notte.
    (Timne)

    Lampone, cacciatore, cane di Mida, la sete lo ha ucciso,
    anche se dopo una lunga lotta per la vita.
    Infatti con le zampe scavava il suolo umido, ma l’acqua
    pigra dalla cieca sorgente non si affrettava a sgorgare;
    lui venne meno e si accasciò, e la sorgente cominciò a zampillare.
    Davvero,
    Ninfe, su Lampone avete riversato la collera dei cervi da lui uccisi.
    (Antipatro di Tessalonica)

    Due cani e due cagne; uno da pastore, tre cacciatori. Due muoiono per incidenti imprevisti, ed è proprio l’imprevisto a giustificare l’epitaffio; degli altri, nulla si sa. I cani sono veloci, valorosi, fidi, chiassosi, abili nel loro mestiere, destinati a lasciare lunga memoria di sé: ma in questo immaginario piuttosto ristretto si consuma ogni loro avventura terrena. Tant’è vero che la morte rocambolesca, in due casi su quattro, è appunto tutto ciò che merita di essere ricordato ed è anche ciò che costituisce il tratto più realistico della loro rappresentazione (una vipera che si crede al sicuro nell’erba, e reagisce stizzita quando non si sente più tale; un colpo di caldo, alla vana ricerca di acqua). Troppo poco, verrebbe da dire.

    Passo ora al cane di Zenone:

    Questa tomba proclama che l’indo Taurone giace
    morto, ma il suo uccisore ha visto prima l’Ade;
    simile a una fiera a vederlo di fronte, o forse ultimo discendente
    del cinghiale calidonio, nei campi fecondi di Arsinoe viveva
    indisturbato, tra i cespugli tutto irsuto sul collo e
    schiumante
    di bava intorno alle mascelle;
    si imbatté nel coraggio del cucciolo e prontamente
    gli solcò il petto, ma quello senza indugio gli mise il collo a terra;
    infatti, preso insieme alle setole il forte tendine,
    non chiuse per sempre i denti prima di consegnarlo ad Ade.
    […] Zenone nella caccia senza essere stato ancora addestrato alle fatiche,
    e si guadagnò la riconoscenza di una tomba sotto terra.

    Un cucciolo, quello che ha ricevuto gli onori funebri sotto questa tomba,
    Taurone, si è dimostrato non privo di risorse nei confronti di chi lo ha ucciso;
    quando infatti si imbattè in un cinghiale in uno scontro frontale,
    quello, gonfiando mostruosamente le mascelle
    e bianco di schiuma, gli solcò il petto;
    ma l’altro gli avvinghiò il dorso con due zampe,
    e lo ghermì irsuto in mezzo al petto
    e lo bloccò a terra; e, consegnato ad Ade
    il suo uccisore, morì come vuole l’uso indiano.
    E per aver salvato Zenone che seguiva a caccia,
    fu sepolto sotto questa lieve polvere.

    I due epigrammi si riferiscono allo stesso fatto, e sono probabilmente opera di uno stesso autore. La ragione del doppio omaggio ci sfugge: c’è della letteratura, comunque, dietro una simile scelta. Protagonista è Taurone, cane di razza india, e cioè di nuovo un cane da caccia. La caccia è quella al cinghiale; l’esito è tragico: Taurone, cucciolo e forse inesperto, viene subito assalito dal cinghiale; ma mentre quello lo solleva in alto con la zanna, ne approfitta per saltargli sul dorso, ferirlo in qualche modo al petto (i due epigrammi non sono del tutto coerenti), ucciderlo a sua volta. In questo modo, Taurone, pur morendo, vince la fiera e salva la vita al padrone. Nulla ci spinge a dubitare dell’episodio; fatta salva una piccola incertezza su quale sia la parte del cinghiale sulla quale si accanisce Taurone (ma non sarà stato facile distinguerlo!), i due racconti sono sostanzialmente concordi. A me viene in mente però che nella descrizione della battaglia di Canne che ci ha lasciato Silio Italico (Punica 9.587-598) si racconta di un elefante – anche se non ci furono elefanti a Canne, in realtà! – che aveva sollevato con la proboscide Tadio; e questi, morente, seppe approfittare della posizione elevata per colpire l’animale vicino all’occhio, uccidendolo. La situazione è diversa, naturalmente, ma il meccanismo narrativo no. Anche in questo c’è, in fondo, della letteratura.

    Ecco infine i sette testi epigrafici:

    Il cane Tiranno.
    Qui giaccio sotto terra, padrone, dopo molte fatiche.
    (da Cirene)

    Tutto ciò che resta della cagnolina Tea lo copre la tomba,
    splendore di simpatia, di tenerezza, di bellezza;
    e la ragazza, che ha nostalgia del suo dolce trastullo, piange a calde lacrime
    colei che ha cresciuto nella sua casa, e conserva un vivo ricordo del suo affetto.
    (da Roma)

    Tu che percorri questa via, se mai poni mente a questa tomba,
    no, ti prego, non ridere, se e la tomba di un cane;
    fui pianto, e le mani del mio padrone hanno radunato la polvere,
    lui che ha anche fatto incidere queste parole sulla stele.
    (da Roma)

    La cagna sotto la terra Lesbia l’ha seppellita Balbo,
    pregando che la terra sia leggera sulla cagnetta sepolta,
    lei che lo ha servito e che tanto mare con lui ha navigato. Possa tu garantire
    una sepoltura agli esseri umani, dato che questo offri agli esseri privi di senno.
    (da Mitilene)

    La cagna Partenope l’ha seppellita il suo padrone, che con lei si divertiva,
    e le ha reso cosi una ricompensa del piacere che gli ha procurato.
    E cosi, esiste un premio dell’amore anche per i cani, come appunto anche costei
    che era devota a chi la nutriva ha ottenuto questa tomba.
    Guardando a questa tomba fatti buon amico chi sappia
    amarti di cuore in vita e si curi del tuo cadavere.
    (da Mitilene)

    Il mio nome è “Amante della caccia”; infatti, essendo tale,
    ho posto le mie zampe veloci all’inseguimento di terribili fiere.
    (da Pergamo)

    E’ di un cane questa tomba, di Stefano che è morto,
    e che Rodope ha pianto e ha seppellito come un essere umano.
    Sono il cane Stefano, e Rodope mi ha costruito questo tumulo.
    (da Termesso, in Pisidia)

    Quattro cani e tre cagne; tre sono sicuramente animali da compagnia, uno da caccia, di altri tre è difficile dire, anche se Tiranno è certo animale da lavoro, ma non è detto quale lavoro, e la caccia resta la scelta più probabile, mentre per gli altri due di cui nulla è detto di specifico, da quanto apprendiamo di loro è probabile che siano anch’essi animali da compagnia, non da lavoro. Sei volte su sette compaiono i padroni, che sono quattro uomini e due ragazze; queste ultime hanno un nome, come uno degli uomini. Gli altri restano innominati, indicati solo nella loro funzione (“padrone”), ma senza personalità propria. Le due ragazze si legano a cani da compagnia (un cane e una cagna, per l’esattezza); interpreto come cane da compagnia anche la cagnolina di Balbo, che lo ha seguito nei suoi viaggi per mare. Guarda caso, è l’unico padrone maschio che si qualifica per nome. Spesso le epigrafi avvertono un certo bisogno di giustificarsi, che vada al di là, mi sembra, delle solite formule di convenzione: è il caso della seconda epigrafe romana (anche se l’appello al viandante è di tradizione); di quelle che Balbo e Rodope hanno scritto per le loro cagnette; di quella del padrone di Partenope. Tanta insistenza qualcosa vorrà ben dire… Colpiscono i toni affettuosi e, questa volta sì, del tutto realistici, dei diversi ricordi. Se Tiranno si segnala solo per il suo zelo, Tea è simpatica, tenera, bella, un animale che ha sempre fatto parte della vita e della casa della sua padroncina. Nell’epitaffio si propone una sorta di equivalenza, epigrafe = pianto e pianto = ricordo di una lunga coabitazione. Solo il pianto viene evidenziato nel caso della seconda epigrafe romana, ma possiamo pensare che la serie di equivalenze sia implicita anche in quel caso e che le doti che si vogliono rievocare siano in fondo le stesse. La comitas, già evidente per Tea, si fa ancora più esplicita nel caso della cagnetta di Balbo, visto che all’attaccamento per la casa si sostituisce quello per lo specifico padrone, reso necessario dalla vita raminga di questi. Un mutuus amor, o quanto meno una mutua voluptas, è quanto emerge dall’epitaffio per Partenope, fondato sull’idea di una reciprocità che vuole la cagna onorata come un essere umano dopo che come un essere umano si è comportata con il suo padrone, ligia a un patto non scritto, “devozione in cambio di cibo”. Ma se il patto è fondato su una ragione economica, e quindi se vogliamo in parte discutibile, non più strettamente economica è la vita di divertimento e piacere che i due hanno sperimentato insieme. Infine, Stefano: che era un cane ma si è conquistato gli onori di un umano, perché da umano, evidentemente, era trattato dal suo padrone (e come un umano sembrava parte della vita di quello). Ciò lascia fuori il solo Philokynēgos,”l’amante della caccia”, un cane che a ben vedere non ha nemmeno un vero nome – il nome coincide con la sua professione; e la sua professione, ben eseguita, è tutto ciò che il padrone è ora in grado di rievocare. Ingiustizie e disparità di trattamento esistevano già nel mondo antico; e i cani da caccia ne sono stati spesso vittima…

  • Una gita per l’estate (II)

    Una gita per l’estate (II)

    Riprendiamo la valle dello Spluga (o Rheinwald), ma questa volta arrivando a metà circa della sua conca sommitale, all’altezza del paese di Splügen. La discesa non avviene quindi dal passo di San Bernardino, ma da quello dello Spluga. A farci da guida è il poeta Claudio Claudiano.

    Nell’anno 402 i Goti di Alarico erano passati in Italia, lasciando la Grecia e l’Illirico dove si erano insediati negli anni immediatamente precedenti. I loro spostamenti arrivarono a mettere a repentaglio l’incolumità della stessa Milano, allora capitale dell’impero e residenza del giovane Onorio. Salvò la situazione, almeno per poco (più tardi i Goti avrebbero ulteriormente dilagato nella penisola, arrivando a mettere a sacco la stessa Roma) il magister militum e suocero dell’imperatore, il generale Stilicone, che il 6 aprile di quell’anno sconfisse Alarico a Pollenzo, vicino a Cuneo. Il poeta panegirista di corte, Claudio Claudiano, celebrò l’avvenimento in un carme epico di 647 esametri, il De bello Gothico (o Getico, come è anche intitolato, per la facile e nel IV secolo abbastanza abituale assimilazione dei moderni Goti agli antichi Geti). Fra i problemi che Stilicone dovette affrontare, prima del combattimento, ci fu quello di radunare sufficienti truppe. Claudiano rievoca perciò il viaggio a tappe forzate compiuto dal generale per recarsi da Milano alla Retia (come già sappiamo, la regione che include oggi Svizzera tedesca, Baviera meridionale e parte dell’Austria), allo scopo di spostare verso l’Italia le milizie dislocate in quel territorio. Claudiano assegna toni epici al viaggio, avvenuto prima del disgelo (il combattimento di Pollenzo si svolse agli inizi di aprile), attraverso le Alpi rese invalicabili dai cumuli di neve. L’itinerario seguito è espresso abbastanza chiaramente:

    Protinus, umbrosa vestit qua litus oliva
    Larius et dulci mentitur Nerea fluctu,
    parva puppe lacum praetervolat; ocius inde
    scandit inaccessos brumali sidere montes
    nil hiemis caelive memor.

    Stilicone, solo fra tutti, si erge contro i nemici; novello Fabio, che si oppose ad Annibale (che aveva valicato a sua volta le Alpi, ma in altra zona), egli rassicura i Romani spaventati e promette all’imperatore la vittoria. Subito (protinus) da Milano si reca a Como; qui, su fragile barca (parva puppe), risale il lago, fino all’odierna Colico e alla piana del Fuentes. Da lì, ripercorre una valle montana, che non può essere altro che l’attuale Valle di San Giacomo, da Chiavenna al passo dello Spluga (più improbabile la via del Maloja e dello Julier). Le località sopra Chiavenna sono ricordate nella Tabula Peuntigneriana, a conferma che quella dello Spluga era una via “normale” di attraversamento delle Alpi.

    tabula

    Claudiano prosegue rievocando la destinazione di Stilicone, la Rezia, caratterizzata dalla presenza del Reno e del Danubio, che nella zona a nord del Lago di Costanza ha in effetti la sua fonte (presso l’odierna Donaueschingen):

                                     … Sublimis in Arcton
    prominet Hercyniae confinis Raetia silvae,
    quae se Danuvii iactat Rhenique parentem
    utraque Romuleo praetendens flumina regno:
    primo fonte breves, alto mox gurgite regnant
    et fluvios cogunt unda coëunte minores
    in nomen transire suum...

    Il poeta ricorda che attraversare queste regioni era, in epoca antica, difficile anche d’estate, ma pressoché impossibile d’inverno, quando freddo, slavine, vie cedevoli al passaggio di carri e di armati rendevano difficili i movimenti. Stilicone però non si lascia scoraggiare:

                                            …Per talia tendit
    frigoribus mediis Stilicho loca. Nulla Lyaei
    pocula; rara Ceres; raptos contentus in armis
    delibasse cibos madidoque oneratus amictu
    algentem pulsabat equum. Nec mollia fesso
    strata dedere torum; tenebris si caeca repressit
    nox iter, aut spelaea subit metuenda ferarum
    aut pastorali iacuit sub culmine fultus
    cervicem clipeo.

    Con un colpo di genio, Claudiano rievoca un episodio probabile, ma non testimoniato, l’incontro di Stilicone con qualche montanaro dall’uno o dall’altro lato del passo, presso il quale ha cercato ospitalità per la notte:

                         …Stat pallidus hospite magno
    pastor et ignoto praeclarum nomine vultum
    rustica sordenti genetrix ostendit alumno.

    Naturalmente, l’impresa riesce, Stilicone raduna e porta in Italia le truppe che gli servono (il viaggio di ritorno, per certi versi ancora più difficile, visto che comportava lo spostamento di un intero esercito, non è raccontato) e, come sappiamo, sconfiggerà, sia pure per poco, Alarico e i suoi uomini. Il poeta può trarre la morale del racconto:

    Illa sub horrendis praedura cubilia silvis,
    illi sub nivibus somni curaeque laborque
    pervigil hanc requiem terris, haec otia rebus
    insperata dabant; illae tibi, Roma, salutem
    Alpinae peperere casae…

    Vengo alla parte escursionistica della proposta. La Valle di San Giacomo conserva molte tracce dell’antica via (“romana”, anche in questo caso; ma anche in questo caso si tratta in realtà della risistemazione, avvenuta nel XVIII secolo, di un antico tracciato del XV) che dal paese di Isola, poco sopra Chiavenna, porta al passo dello Spluga attraverso la gola del Cardinello.

    cardinellop

    Qualche traccia si riconosce anche sul lato elvetico, ma meno bene (la valle di là è molto aperta, ed è stata quindi utilizzata nei secoli per pascoli, malghe e nuove strade, che hanno reso più confuso il territorio; ma è stata anche vittima di una serie di alluvioni e cedimenti del terreno, che hanno reso più difficili le indagini archeologiche). È dunque possibile salire attraverso sentieri lontani dal traffico stradale (la strada statale dello Spluga fu costruita dagli Austriaci tra il 1818 e il 1822 e, qualche variante a parte, conserva l’originario tracciato), andando da Isola a Montespluga – l’ultimo paese in territorio italiano – e tornare poi a Isola con l’autocorriera. È una bellissima via, spesso gradonata nella roccia o intagliata in galleria, e sostenuta a valle, nella parete strapiombante, da muri a secco.

    via spluga

    Da Montespluga è anche possibile compiere un balzo verso la Svizzera, e scendere dal passo verso il paese di Splügen attraverso una serie di scorciatoie che rendono inutile passare per la strada cantonale e abbreviano non di poco le distanze.

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    Propongo però anche un terzo itinerario, che non coincide con il cammino di Stilicone, ma si limita ad ammirarlo dall’alto. Da Splügen, attraverso sentiero inizialmente mal segnato (che prende comunque avvio dalla prima curva della strada automobilistica che dal paese sale verso il passo; poco oltre la curva è disponibile un parcheggio gratuito – uno dei pochi rimasti in Svizzera!), oppure partendo dalla fermata dell’autobus che lungo la suddetta strada automobilistica porta l’indicazione di Surettaseen, è possibile salire, per l’appunto, ai laghi di Suretta, un meraviglioso balcone sul lato orografico destro del Rheinwald, che permette di godere dall’alto la vista su tutta la conca fino all’Adula (nella prima foto qui di seguito lo si vede a malapena in fondo alla valle, riconoscibile per il suo ghiacciaio), su tutto il vallone che dallo Spluga scende verso il paese di uguale nome e sulla’alta valle del Reno.

    suvretta verso adula

    suvretta verso passo

    suvretta verso rheinwald

    È una passeggiata facile, su sentiero ben segnato, senza difficoltà – solo la parte finale ammette una maggiore impennata. Arrivati ai laghi, una casa di legno, generalmente chiusa, offre ai visitatori una barca a remi con la quale spostarsi sui laghi (va solo riportata a fine giornata al suo posto). I più audaci possono avventurarsi in acqua, se la giornata lo permette. La vista è splendida.

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    Su tutta la conca domina, a fare da contrafforte al passo, il Pizzo Tambò, che si erge maestoso sulla valle, come si vede anche dalla foto di copertina.

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    In qualcuno dei ricoveri pastorali che costellano la valle sarà forse anche possibile ripetere l’esperienza di Stilicone, per quanto la sorpresa dei montanari moderni sarà, ovviamente, minore che un tempo.

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  • Il muro di Marsiglia

    Il muro di Marsiglia

    In un certamen tenutosi in provincia di Varese (Non omnis moriar, IX edizione; quest’anno organizzato dal Liceo “Daniele Crespi” di Busto Arsizio) è stato presentato ai concorrenti, che erano tutti studenti del secondo anno provenienti da una decina di licei classici della provincia  e di altre province limitrofe, il seguente testo di Cesare:

    Caesar per litteras Trebonio magnopere mandaverat, ne per vim Massiliam expugnari pateretur, ne gravius permoti milites et Massiliensium defectionis odio et contemptione sui et diutino labore omnes puberes interficerent; quod se facturos minabantur, aegreque tunc sunt retenti quin oppidum irrumperent, graviterque eam rem tulerunt, quod stetisse per Trebonium, quominus oppido potirentur, videbatur. At hostes sine fide tempus atque occasionem fraudis ac doli quaerunt interiectisque aliquot diebus nostris languentibus atque animo remissis subito, meridiano tempore, cum alius discessisset, alius ex diutino labore in ipsis operibus quieti se dedisset, arma vero omnia reposita contectaque essent, portis se foras erumpunt, secundo magnoque vento ignem operibus inferunt. Hunc sic distulit ventus, ut uno tempore agger, plutei, testudo, turris, tormenta flammam conciperent et prius haec omnia consumerentur, quam, quemadmodum accidisset, animadverti posset. Nostri repentina fortuna permoti arma, quae possunt, arripiunt; alii ex castris sese incitant. Fit in hostes impetus; sed de muro sagittis tormentisque fugientes persequi prohibentur. Illi sub murum se recipiunt ibique musculum turrimque latericiam libere incendunt. Ita multorum mensium labor hostium perfidia et vi tempestatis puncto temporis interiit.

    Si tratta di un pezzo unitario del De bello civili, che include il finale del capitolo 13 e gran parte del capitolo 14 del secondo libro dell’opera. Il brano si riferisce all’inizio dell’assedio di Marsiglia, cui anche Lucano ha dedicato tanta parte del suo poema (il libro III). Il testo è esattamente quello di Cesare, salvo l’aggiunta della precisazione iniziale dell’oppidum di cui si stava parlando, che in Cesare si ricava dalla continuità di lettura; una nota a piè pagina spiegava anche chi fosse Trebonio. In classe credo che funzionerebbe bene il confronto fra questo brano e la narrazione lucanea, che ovviamente è di tutt’altro tono. Importante mi pare soprattutto la sottolineatura dei Marsigliesi come hostes sine fide perché fanno irruzione fuori dalla città assediata nonostante i Cesariani siano ben disposti verso di loro; Lucano, al contrario, osservando che loro soli si sono opposti all’altrimenti irresistibile avanzata di Cesare, li gratificherà di unici dotati di fides nei confronti di Roma e del suo senato, eppure sarebbero una Graia urbs!: ausa est servare iuventus / non Graia levitate fidem signataque iura, III 301-302. In fondo, Cesare aveva sì raccontato in precedenza che, stretti dall’assedio e già messi in difficoltà dalle operazioni guidate da Trebonio, i Marsigliesi avevano chiesto di attendere l’arrivo di Cesare perché si decidesse la loro sorte; ma, a parte che questo lo dice Cesare, ma non sappiamo se sia vero e gli storici moderni anzi ne dubitano, è invece sicuro che i Marsigliesi avranno ignorato la “clemenza” proposta da Cesare a Trebonio; e nemmeno si capisce come avrebbero potuto essere al corrente dei sentimenti e delle discussioni interne al campo nemico. La loro mancanza di fides si manifesta, di fatto, nell’approfittare di un’occasione propizia per fare una sortita dalla città assediata, e incendiare così parte delle macchine da guerra nemiche: una cosa che, in tempi bellici, sarebbe in effetti illegittima nel caso di tregua giurata fra le parti (come vuole Cesare), ma altrimenti è del tutto ovvia. E anche nel caso di interruzione delle tregua, è comunque avvenimento abbastanza comune per non doversene scandalizzare più di tanto – i paralleli non mancano né nei racconti di Cesare né nella tradizione epica, penso ad esempio al patto giurato e poi violato dai Latini nel dodicesimo libro dell’Eneide. Piuttosto, dal brano si evince come siano i soldati di Cesare a farsi cogliere impreparati di fronte all’assalto, anche se Cesare li scusa ricordando la loro fatica precedente e celebrando la loro pronta capacità di reazione, che subito ribalta le sorti del contrasto e in seguito permetterà di rifare in tutta fretta le opere danneggiate.

    Qui vorrei però concentrarmi su un dato, che è emerso dalla lettura delle prove dei concorrenti al certamen (una settantina circa). Fra i passaggi più difficili da interpretare è risultata la seguente frase: Fit in hostes impetus; sed de muro sagittis tormentisque fugientes persequi prohibentur. Ragione della difficoltà è stata, evidentemente, l’incapacità di molti concorrenti di capire chi siano i fugientes della situazione; chi, di conseguenza, riceva la proibizione di seguirli; di quale muro si tratti; e quale sia il rapporto di sagittis tormentisque con il resto della frase. Ora, un certamen è un certamen, e punta a individuare un podio di possibili vincitori. Una classe è invece una classe, e lì si deve puntare a traghettare al sicuro quanti più studenti possibile, auspicabilmente tutti. Cosa crea difficoltà in questa frase? A mio giudizio, tre cose, che rappresentano però anche tre tipici “errori” del nostro approccio ai testi latini. Vediamoli insieme.

    Il primo errore: l’ignoranza del lessico nelle sue specificità linguistiche. Si tende a dimenticare che ogni parola non significa pressapoco qualcosa, ma esprime un preciso concetto, non confondibile con nessun altro (salvo quando ci siano voluti giochi linguistici da parte dell’autore; ma non è il caso di Cesare). Qui si sta parlando di assedio di una città; da un lato quindi c’è una città fortificata, con le sue mura e le torri di difesa; dall’altro un accampamento provvisorio, ancorché perfettamente attrezzato, fatto in larga parte di legno, per essere facilmente costruibile e facilmente spostabile (vi si segnala infatti, come particolarità, la presenza di una torre di mattoni, turris latericia). Già questo avrebbe dovuto guidare verso l’idea che de muro si riferisca alle mura di Marsiglia e che sia da lì, quindi, che provengono sagittaetormenta (de, con tipico movimento dall’alto verso il basso). Di conseguenza, i fugientes così salvati dall’intervento di provvidenziali aiuti dall’alto devono essere i Marsigliesi, prima vincitori nella loro sortita, poi sorpresi dalla reazione dei Cesariani (già soggetto della proposizione precedente, e quindi sempre loro ad essere prohibiti dall’inseguimento).

    Il secondo errore: la difficoltà di vedere i testi nella loro interezza, limitandosi a tradurli segmento per segmento, man mano che questi si presentano allo sguardo dello studente. Agendo così, è chiaro che ci si trova davanti prima a un de muro poco perspicuo, poi a un sagittis tormentisque che non si sa bene a chi si riferisca ecc. ecc. Ma prima di tradurre ragioniamo sulla continuità del testo, ricordandoci che sì, è vero, in latino la presenza delle declinazioni consente di usare più liberamente le parole rispetto all’italiano; ma anche in latino, nonostante le declinazioni, la posizione delle parole ha pur sempre un significato. Perché allora sagittis tormentisque dovrebbe trovarsi dislocato a sinistra nelle frase, vicino a de muro, e lontano da persequi? Evidentemente, perché a de muro si riferisce, e non a persequi, con il quale non ha nessuna relazione.

    Infine, torno sulla necessità di ragionare prima di tradurre, cercando di visualizzare nella nostra mente quanto l’Autore ci ha detto e ricordando sempre che i testi sono racconti (o argomentazioni), che hanno uno sviluppo consequenziale e logico. Fatto questo, ecco che ogni cosa va subito a posto: Cesare chiede di salvare gli abitanti di Marsiglia, dando per certa la propria vittoria. Quelli, incuranti, tentano una sortita, che all’inizio sembra avere successo e consente loro di incendiare, con l’aiuto del vento, gran parte delle macchine da guerra preparate dai Cesariani. Questi ultimi sono sorpresi in ozio, e dapprima risultano incapaci di difendersi. Poi però reagiscono bene, e fit impetus in hostes, contrattaccano, mettendo in fuga quindi gli assalitori. Ma (sed), in forte opposizione a quanto appena detto, non riescono a portare a termine la loro azione (fugientes persequi prohibentur), poiché impediti, evidentemente, da sagittae e tormenta provenienti de muro. Tanto che i nemici (illi, nettamente diversificati dal precedente soggetto) arrivati sotto le mura cittadine riescono ancora a raccogliersi (se recipiunt) e a fare danni, dei quali lo stesso Cesare lamenta l’entità. Tutto appare logico.

    Non si traduce procedendo a spezzoni, dividendo il testo in sezioni prive di connessione le une con le altre: si traduce comprendendo il testo nella sua interezza e continuità, ed entrando poi nei suoi segmenti specifici. E’ quello che gli antichi chiamavano evidentia. Il Lewis-Short, strumento sempre eccellente, la glossa giustamente con “clearness, distinctness.—In rhet. lang., clearness, perspicuity; used by Cicero along with ‘perspicuitas’, as a translation of ἐνάργεια. La radice, inutile dirlo, è quella di vidēre per il latino, di un aggettivo che significa “luminoso, chiaro” per il greco. Ma io proporrei di pensare anche al greco phantasia (φαντασία) e alla sua relazione con phaino (φαίνω), “mostrare”, e phantazo (φαντάζω), “rendere visibile”. Ecco, diciamo allora così: tradurre è entrare in un testo passando dalla testa del suo Autore. Ma senza fantasia (= ‘capacità di vedere e rendere le cose visibili’), questo non è possibile. Senza fantasia, non si traduce.

     

  • Una gita per l’estate (I)

    Una gita per l’estate (I)

    La stagione che avanza invita a programmare qualche gita fuori porta. Ecco dunque una proposta d’escursionismo praticabile da inizio estate ad autunno inoltrato. Si tratta di una gita in montagna, seguendo percorsi già presenti nelle fonti latine.

    Come si sa, gli antichi non andavano per monti per puro diletto. Nell’immaginario greco la montagna è lo spazio del primitivo, del selvaggio, del ferino (o della regressione allo stato ferino). Nella letteratura latina si parla relativamente spesso di scalate e ardite imprese d’alta quota, ma sono per lo più imprese militari: Annibale che varca le Alpi in Livio, Alessandro che conquista roccaforti sulle vette dell’Himalaya in Curzio Rufo. Le montagne dominano spesso il paesaggio (maioresque cadunt altis de montibus umbrae), sono luogo adatto per la caccia e la pastorizia, si prestano al transito commerciale o militare. Appunto in quest’ultima funzione compare per ben due volte la valle dello Spluga, o Splügen Tal (o Rheinwald, propriamente “bosco del Reno”), ossia la valle dei Grigioni, in Svizzera, che dal passo di San Bernardino scende fino a Coira (la valle che noi in Italia chiamiamo “dello Spluga”, e cioè quella che da Chiavenna si reca al passo dello Spluga, propriamente avrebbe nome di “valle di San Giacomo”). Nei due itinerari previsti dalle nostre fonti è compreso sempre l’attraversamento delle Alpi, e quindi si fa riferimento implicito anche al versante meridionale dei valichi che immettono nella suddetta valle: ossia la val Mesolcina, nei Grigioni italiani, da Bellinzona al passo di San Bernardino; e la già ricordata valle di San Giacomo, da Chiavenna allo Spluga.

    In questo post mi occuperò del primo itinerario, partendo da questa pagina di Ammiano Marcellino (XV 4):

    Re hoc modo finitaLentiensibus, Alamannicis pagis, indictum est bellum, conlimitia saepe Romana latius inrumpentibus, ad quem procinctum imperator egressus in Raetias camposque venit Caninos, et digestis diu consiliis id visum est honestum et utile, ut eo cum militis parte Arbetio magister equitum, cum validiore exercitus manu relegens margines lacus Brigantiae pergeret protinus barbaris congressurus. Cuius loci figuram breviter, quantum ratio patitur, designabo.

    Protagonista del brano è Giuliano: è lui l’imperator citato da Ammiano, Augusto al fianco del più anziano Costanzo. La situazione delineata (prima si era parlato della crudeltà di Costanzo nei confronti degli amici del suo collega) è quella della lunga lotta contro gli Alamanni, qui rappresentati dalla tribù dei Lentienses, accusati di invadere spesso i territori romani. Si decide perciò di intervenire militarmente contro di loro. Luogo dello scontro, che si rivelerà non facile, è il Lago che oggi chiamiamo di Costanza, un’ampia fossa al confine tra Svizzera e Germania, arricchita dalle acque del Reno. Prima di narrare la battaglia, Ammiano indugia però a descrivere il Reno orientale e la sua valle, cioè l’attuale Splügen Tal cui facevo riferimento prima: lì scorre infatti un ramo del Reno, l’Hinterrhein o Reno Posteriore, proveniente dal ghiacciaio dell’Adula (un altro ramo oggi considerato preminente, il Vorderrhein o Reno Interiore, deriva invece dalla collaterale valle dell’Oberalp, e si unisce al primo poco distante da Coira). Come si legge nel brano che ho riportato, Giuliano, partito da Milano (egressus), all’epoca una delle capitali imperiali, si reca in Rezia – la regione che includeva Svizzera centro-orientale, Austria Meridionale e Baviera – e alla località di Campi Canini. Da lì decide di mandare avanti, verso il Lago di Costanza, il magister di cavalleria Arbezione. Ora, Campi Canini è la località comunemente identificata con l’attuale Bellinzona. Per recarsi da Bellinzona al lago di Costanza anche al moderno viaggiatore si aprono, in linea teorica, tre strade: quella del San Gottardo, improbabile, perché difficile e troppo spostata a occidente; la valle del Lucomagno (il nome latineggiante ne indica la natura di lunghissimo anfratto boscoso); oppure, il passo del San Bernardino, per riallacciarsi poi, sull’altro versante, alla strada che scendeva diretta dal passo dello Spluga.

    Se accettiamo l’identificazione di Campi Canini con Bellinzona – comunemente ammessa, ma non accolta da tutti, va precisato – sembra conseguenza obbligata pensare all’attraversamento delle Alpi attraverso la Mesolcina prima, la Splügen Tal poi. In effetti, la presenza dei Romani nella Mesolcina è accertata da una serie di ritrovamenti archeologici (piccoli manufatti), ma nel complesso risulta piuttosto scarsa. Il passo di San Bernardino, ca. 2065 m s/m, Mons Avium nella sua antica denominazione, non compare né sulla Tabula Peuntigneriana né nei principali itinerari antichi. Nell’attuale territorio di San Bernardino rimangono però due elementi a ricordare l’esistenza di antichi passaggi delle Alpi lungo quella direttrice (a parte la sempre significativa onomastica). Il primo è il cosiddetto “ponte romano” – in realtà, un ponte ad arco d’età medievale, costruito sul modello dei ponti romani – che scavalca la Moesa fra Pian San Giacomo e San Bernardino. Ci si può arrivare solo a piedi o in mountain bike. Per farlo, si consiglia di giungere in automobile o in autocorriera fino a San Bernardino (1600 m ca.); di rimontare il lago artificiale posto sotto il paese, fino alla diga che lo chiude verso valle; di scendere poi per un chilometro ca. (una mezz’ora a piedi) lungo la strada forestale, impedita al traffico automobilistico, che scende dall’estremità orografica destra della diga, in direzione appunto di Pian San Giacomo. Una deviazione segnalata indica la vicinanza dell’altrimenti poco visibile ponte.

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    Il lago di San Bernardino (o lago d’Isola) – veduta dalla diga verso il paese e il Pizzo Uccello, m 2717, che fa da testata al Passo di San Bernardino

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    Il ponte romano visto da sud

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    Il ponte romano visto da nord                        (foto di Jacopo Mascheroni)

    La seconda traccia è invece la cosiddetta “strada romana” che consente di salire a piedi al Passo, partendo dalla fine dell’abitato di San Bernardino, dalla frazione che ha nome Albarella, di fronte al grande albergo che domina il luogo (come succede spesso in Svizzera, l’attacco del sentiero è mal segnato; poi, man mano ci si inoltra, le indicazioni si fanno ottimali). Anche in questo caso si tratta, in realtà, di una via d’età medievale, che reca poche e non sicure tracce del periodo romano. Ma è comunque una via lastricata alla maniera antica, che prima – sotto forma di sentiero – attraversa alcuni pascoli; poi si alza a tornanti fra i baranci; infine si inoltra verso il cosiddetto Sass de la Golp, 1980 m ca., segnalato da un cartello turistico; da lì il sentiero prosegue quasi in piano lungo il grande vallone che immette verso il Passo propriamente detto – sempre correndo a fianco, ma su diversa traiettoria, dell’attuale strada cantonale, di cui si può tranquillamente ignorare l’esistenza (la strada cantonale, costruita fra il 1818 e il 1821, fu voluta e in parte finanziata dal Regno di Sardegna, perché attraverso Bellinzona e Locarno consentiva di superare le Alpi aggirando i territori controllati dall’Austria e non pagando quindi dazi alle gabelle viennesi; ma raggiunge, indicandolo come Passo, una diversa infossatura dell’altopiano sommitale della valle). Tornando alla gita a piedi, lungo la parte alta del percorso, dopo il Sass de la Golp abbondano le pietre lastricate alla maniera romana, e poco importa stabilire se siano davvero romane – come si dice di alcune di esse – o solo medievali. Questo è un bellissimo percorso che permette di isolarsi per un’ora circa dal resto del mondo (il dislivello è di soli 400 m e la salita non è mai veramente faticosa), entrando in una dimensione antica, per una strada non difficile da compiere, ma che permette di ammirare, appunto, il sistema di lastricatura antico.

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    Giunti al Passo è possibile tornare a San Bernardino per la stessa via; scendere dall’altra parte, verso l’abitato di Hinterrhein (ma è strada assai meno suggestiva); tornare a San Bernardino attraverso la cantonale, a piedi (con molte scorciatoie) o utilizzando il mitico postale svizzero (il servizio di autocorriere). I più audaci possono portarsi a piedi al piccolo laghetto vicino all’ospizio che abbellisce il Passo moderno, rimontandolo fino all’estremità che si affaccia su San Bernardino. Qui parte un bellissimo sentiero in quota (segnalato), che con diversi saliscendi consente di tornare verso il paese passando per la località alpestre di Confin Basso (la stazione di arrivo degli impianti di risalita per gli sport invernali). Da lì, un rapido ma agevole sentiero a tornanti riporta poi in poco tempo a San Bernardino. Attraverso questa via, non difficile ma lunga, si gode in compenso della visione dall’alto di tutta la conca di San Bernardino, come da un poggiolo sospeso nel nulla.

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    Attenzione, nel mese di luglio l’esercito svizzero spesso usa questa area per le sue esercitazioni di tiro! Meglio informarsi prima della partenza, a scanso di spiacevoli sorprese…

  • Certificazione 2017… Pronti? Via! (II)

    Certificazione 2017… Pronti? Via! (II)

    LIVELLO B1-B2

    Anche la certificazione di livello B1-B2 si presenta quale lavoro in fieri, come testimonia l’esperienza degli anni passati. Qui introduciamo il modello adottato quest’anno, di cui sul sito dell’USR Lombardia è reperibile uno specimen da utilizzare in classe. Ai due livelli corrispondono, come sappiamo, una buona preparazione liceale (B1) e una eccellenza (B2), spendibile anche in ambito universitario, quanto meno in Lombardia.

    L’impostazione di fondo dei due livelli non è sostanzialmente variata: al livello B1 corrispondono sei esercizi, al livello B2 otto, sei uguali come tipologia a quelli del livello precedente, due ad esso specifici. Ovvi prerequisiti per affrontare la prova sono, naturalmente, le conoscenze morfosintattiche di base, un’ampia padronanza del lessico latino (1200/1600 parole, a seconda del livello per cui si compete), la capacità di riconoscere talune figure retoriche eventualmente presenti nel testo. Come negli anni passati, nessuna di queste nozioni sarà fatta oggetto di specifiche domande: ma tutte devono concorrere alla lettura e alla comprensione del brano proposto. Non si può padroneggiare una lingua senza una piena consapevolezza della sua grammatica e del suo lessico; non si può intendere un brano d’autore senza sapere come si struttura, quali artifizi può mettere in campo, come si può costruire la frase. Figure retoriche elementari, che si riferiscano all’ordo verborum o alla forma di un periodo (il chiasmo, l’iperbato, il parallelismo, l’endiadi ecc.), sono parte integrante di un testo e spesso influiscono sul suo significato. Detto questo, ribadiamo che non ci saranno domande esplicite su simili argomenti.

    La prova B1 prevede infatti tre tipologie di esercizi: la prima punta la propria attenzione sulla struttura argomentativa e/o narrativa del brano proposto, e chiede di scegliere il riassunto meglio corrispondente all’originale fra più proposte ampiamente simili, ma divergenti sempre per almeno un dettaglio importante; chiede poi di rispondere a otto domande in tipologia vero/falso circa il contenuto complessivo del brano; e di completare infine una parafrasi dello stesso, riempiendo 15 spazi bianchi su 16 proposti, scegliendo gli elementi necessari (sintagmi, o brevi parti di frasi) all’interno di un repertorio proposto. È chiaro che questi esercizi aiutano nella comprensione globale: ragionare per rispondere a quesiti che si focalizzano sul riassunto del testo, ad esempio, serve a capire l’argomento complessivo del brano; la parafrasi è un modo di ridire le stesse idee con parole e costrutti diversi, che possono anche risultare più semplici di quelli originali; le domande sul contenuto guidano a cogliere i punti di snodo del racconto o del ragionamento.

    La seconda tipologia di esercizi è più analitica, e chiede di individuare l’esatta sfumatura assunta in quel preciso contesto da otto parole-chiave del testo, e di cogliere il valore di otto elementi di coesione (pronomi, aggettivi, costrutti avverbiali…). Anche in questo caso le domande non sono solo un modo di verificare le conoscenze di chi affronta la prova, ma possono guidare verso la comprensione di vocaboli a prima vista ignoti, o comunque di incerto significato nel caso del lessico, verso la chiarificazione del brano e della sua struttura nel caso degli elementi di coesione. 

    La terza tipologia è invece rivolta a sperimentare la competenza attiva della lingua, attraverso un esercizio di trasformazione di otto brevi frasi del testo. Si tratterà di sostituire un participio (in un ablativo assoluto, ad esempio) con un cum narrativo; oppure, di modificare una costruzione in un’altra ad essa equivalente (ad esempio, sostituire alla finale esplicita una finale al gerundivo); o ancora, di svolgere un participio in una relativa, ecc. ecc.

    Nel livello B2 si aggiungono poi una breve traduzione di un testo contiguo (o perché effettivamente tale; o per analogia di contenuto) a quello sottoposto fino a quel momento ad esercizio; e infine, per verificare la competenza produttiva, si chiederà di rispondere a un breve quesito che parte da un’immagine che illustri i brani proposti. Si suppone che per quest’ultima prova il candidato si basi sul lessico presente nei testi fin lì analizzati, avvalendosi di parole e nessi da essi ricavati, ma ora opportunamente rimodulati. Tanto nella prova di livello B1 quanto nella prova di livello B2 non è permesso l’uso del vocabolario; ma i testi saranno corredati da brevi note linguistiche o di carattere culturale, oltre che da un’introduzione in italiano, così da aiutare nell’orientamento. L’esperienza pregressa ha infatti dimostrato come l’uso del vocabolario sia spesso pericoloso e fuorviante, e richieda un’ulteriore competenza, diversa da quelle verso le quali si è orientata la Commissione.

    Per la valutazione ci si attiene al criterio del 75% delle risposte giuste, per considerare valido lo svolgimento dell’esercizio; quindi 6 risposte su 8  per 4 esercizi, 12 inserimenti corretti per la parafrasi. Per la scelta del riassunto, ovviamente, una sola risposta risulta giusta. La traduzione e l’esercizio di competenza produttiva, infine, andranno valutati caso per caso, badando tanto alla rispondenza delle risposte con il dettato originale, quanto alla correttezze della forma utilizzata.

    A tutti, dunque, ora un augurio di buon lavoro!

    Massimo Gioseffi

  • Certificazione 2017… Pronti? Via! (I)

    Certificazione 2017… Pronti? Via! (I)

    LIVELLO A1-A2

    Come tutti gli insegnanti spiegano ai loro studenti, è importante meditare sulle proprie esperienze e analizzare le prove del passato. Così, anche i docenti della sottocommissione del Livello A della Certificazione della Lingua Latina hanno riflettuto sui risultati e le criticità della prova del 2016, nel tentativo di prepararne una migliore per il corrente anno.

    L’impostazione di fondo non è variata: come si nota dal Sillabo approvato dalla CUSL, l’esperienza lombarda è abbastanza in linea con quello che dovrebbe diventare lo standard nazionale, nello sforzo, appunto, di passare da variegate sperimentazioni locali a un unicum che consenta la spendibilità della certificazione in tutta Italia, o, ancora meglio, in Europa.

    La valutazione delle singole prove, tuttavia, nella certificazione 2016 poteva risultare poco chiara, dal momento che gli esercizi non prevedevano un pari numero di richieste. Essa imponeva, infatti, oltre a un punteggio minimo per ciascun livello (A1 = 32/50; A2 = 38/50), che cinque dei sei esercizi fossero sufficienti per raggiungere il livello A2, quattro per l’A1; ciascun esercizio, infine, per essere considerato sufficiente doveva presentare il 75% delle risposte corrette e, per essere considerato valido, non più del 75% di errori. Se anche uno solo non era stato svolto (o era del tutto errato) non si poteva conseguire il livello A2, mentre si raggiungeva l’A1 se non lo erano alternativamente il sesto o il quarto, che dimostravano competenze affini.

    Per essere più chiari riprendiamo la struttura della prova dello scorso anno: si trattava di sei esercizi. I primi tre, legati più alla comprensione, prevedevano rispettivamente: il primo, il completamento di una parafrasi del brano proposto tramite tredici termini, già flessi, che si trovavano in calce al testo, in numero superiore al necessario, per evitare un puro calcolo ‘matematico’ nell’inserzione. Il secondo richiedeva di determinare se erano vere o false tredici asserzioni legate al brano fornito, mentre l’ultimo, con quattro domande a risposta multipla in latino, sondava la comprensione di alcune specifiche sequenze. Il quarto e il quinto esercizio, invece, si basavano sulle conoscenze e le abilità di utilizzo della morfo-sintassi, dal momento che prevedevano l’uno il riconoscimento di quattro elementi nel testo di partenza nella loro specificità sia morfologica sia sintattica, l’altro, che potremmo definire più ‘produttivo’, la trasformazione, per il tramite di costrutti equivalenti, di otto frasi semplici all’interno di una complessa. L’ultimo esercizio, infine, ricapitolando un po’ le diverse competenze della prova, chiedeva di completare una porzione di testo d’autore adiacente a quello fornito, con otto elementi da flettere, posti in calce alla pagina: se qui si poteva, entro certi limiti, ‘andare per esclusione’ nella scelta del termine giusto, si doveva però dimostrare la capacità di inserirlo in modo grammaticalmente appropriato all’interno del brano.

    Fra le criticità della prova si è notata la definizione non del tutto netta del livello A1, evidente solo qualora gli studenti avessero optato per non affrontare nemmeno l’esercizio sei, il più completo e complesso di tutti, secondo la ratio di chi ha approntato il test. Sicuramente questo parere non era scorretto, visto che, dalle statistiche eseguite a campione sui risultati, si è rivelato comunque l’esercizio che ‘ha mietuto più vittime’! Tuttavia, non è mancato chi, presumibilmente per un’attitudine maggiore all’operatività che alla formalizzazione, ha superato brillantemente questo esercizio, ma non quello di riconoscimento degli elementi morfo-sintattici – cosa che in teoria può anche dipendere dal possesso di abilità e competenze diverse da quelle verso le quali si era orientata la commissione nell’immaginare il resto della prova. Il problema maggiore, però, è risultato costituito dal numero differente di item presenti in ciascun esercizio, cosa che, evidentemente, si riflette inevitabilmente sulla somma diversa di risposte corrette necessaria per raggiungere la percentuale riconosciuta valida, cioè il 75%. Questo di per sé non costituirebbe un problema; ma ci si è resi conto che, laddove il numero delle risposte richieste sia relativamente piccolo, anche un solo errore in più o in meno rischia di pesare fortemente.

    Quindi, come migliorare? Ho già detto che la tipologia degli esercizi non è stata modificata, ma, in primo luogo, si è distinto più nettamente fra il livello A1 e il livello A2: tutti i primi cinque esercizi, e solo loro, sono necessari per ottenere il livello A1; solamente quando esso sia stato raggiunto, si valuterà l’esito del sesto esercizio, se svolto, necessario per conseguire il livello A2. Si è preferito non distinguere le due prove, dal momento che è si è ritenutp improbabile che molti studenti possano optare per il solo livello A1; ma se la Certificazione dovesse pendere piede in corsi di studio quali il Liceo delle Scienze Umane e, soprattutto, il Liceo Linguistico, non si esclude l’ipotesi di approntare in futuro un test specifico anche per il primo step.

    Le richieste per i singoli esercizi sono poi state portate tutte a otto, e la valutazione si calcola sulle ‘aree’: i prime tre esercizi (il completamento della parafrasi, l’alternativa vero/falso, le domande a risposta multipla sul contenuto) sono considerati l’area più specificamente focalizzata sulla comprensione; gli altri due (quesiti a risposta multipla sul valore degli elementi grammaticali e trasformazione delle frasi) quella delle abilità morfo-sintattiche. Rimane separato il sesto esercizio, che, ripeto, funge un po’ da riepilogo delle diverse competenze e connota il livello A2.

    Per conseguire l’A1, quindi, sarà necessario rispondere correttamente al 75% all’interno delle due aree: diciotto richieste soddisfatte per la prima, dodici per la seconda, così da mettere in luce come la prova dia un peso specifico maggiore alla comprensione, pur senza trascurare il versante grammaticale. Per raggiungere la percentuale corretta, inoltre, è possibile che ci siano dei relativi squilibri fra i singoli esercizi (squilibri che possono corrispondere alle specifiche competenze degli studenti), ma il meccanismo previsto impedisce comunque che ciascun esercizio sia corretto per meno del 25%. Per ottenere la certificazione di livello A2, infine, anche il sesto esercizio deve soddisfare il 75% delle richieste, cioè sei elementi su otto.

    Pronti allora alla nuova sfida? Per uno specimen con cui mettersi alla prova e anche per qualche esercizio in più tratto dai vecchi test e dagli esempi dell’anno scorso, rimando all’area dedicata del sito dell’USR Lombardia: http://usr.istruzione.lombardia.gov.it/aree-tematiche/innovazione-tecnologica/certificazione-lingua-latina/

    Ilaria Torzi

  • Torna la certificazione…

    Torna la certificazione…

    Puntuali al farsi di primavera, si torna a parlare di certificazione delle competenze di lingua latina. Quest’anno la prova lombarda si terrà il 31 marzo, in anticipo sul solito, in una quindicina ca. di sedi, sparse su otto province. Oltre alla Lombardia, sperimenteranno la prova la Liguria, la provincia autonoma di Trento, la provincia di Palermo e, nuova aggiunta, l’Emilia Romagna. Il Veneto proseguirà l’esperienza di una prova analoga, ma non equivalente. Altri protocolli sono alla firma in regioni come il Lazio, la Campania, il Friuli-Venezia Giulia, ma difficilmente, anche quando risultino firmati, saranno operativi già da quest’anno, salvo forse che in singole realtà locali e come puro banco di prova.

    Quali le principali novità? Nei giorni 6 e 7 marzo, a Padova si è tenuto un convegno sul tema, al quale, per la prima volta, hanno partecipato rappresentanti di tutte le sedi dove si è svolta una prova certificativa. È stata quindi l’occasione per fare il punto e dibattere le diverse esperienze. Più importante ancora, però, è stata la presenza di un funzionario ministeriale (Dr.ssa Carmela Palumbo), che ha aperto i lavori e ha informato tutti i partecipanti circa lo stato dell’arte. Al medesimo scopo era presente, e ha in parte diretto le attività, il Presidente della CUSL (Consulta Universitaria di Studi latini: http://www.cusl.eu/), che è l’ente che riunisce i docenti di latino di tutte le università italiane, ma è anche – e proprio per questo – l’ente certificatore riconosciuto dal Ministero. Qual è allora lo stato dei lavori? A dicembre la CUSL ha elaborato delle “Linee guida” su che cosa debba essere una certificazione e come si debba svolgere. Eccone il testo:

    Linee guida nazionali certificazione linguistica

    Nei mesi intercorsi fra l’elaborazione (e l’approvazione) di quel documento e oggi, è stato elaborato anche un sillabo delle competenze corrispondenti ai diversi livelli di certificazione. Questo sillabo è destinato ad avere valore su tutto il territorio nazionale. Ogni regione potrà naturalmente gestire con una certa libertà le prove di certificazione, ma, una volta siglato l’accordo fra CUSL e Ministero (per ora c’è solo un accordo di massima, che aspetta i documenti applicativi, come appunto il sillabo, per divenire de iure), la certificazione, per avere valore e spendibilità su tutto il territorio nazionale, dovrà per forza di cose rispettare alcune regole comuni. Prima fra tutte, la suddivisione in tre livelli e 6 sottolivelli (4 soli però sono quelli attualmente attivati), come previsto dalle linee guida; poi, l’articolazione dei livelli e dei sottolivelli secondo le indicazioni delle linee guida e lo schema delle competenze fissate dal sillabo; quindi, la tipologia degli esercizi, che dovrà essere fondata sul modello e la misura indicati, livello per livello, dal sillabo; infine, le modalità pratiche di somministrazione e svolgimento della prova, che dovranno essere identiche per ogni sede e ogni regione. Un certificato ottenuto nel rispetto di queste norme comuni avrà riconoscimento su tutto il territorio nazionale e una parziale spendibilità in ambito universitario, a seconda delle indicazioni che saranno fornite da ciascun Ateneo. Altri documenti che si fregino del titolo “certificazione” saranno invece privi di valore, al di fuori dell’ambito o dell’ente che li avrà rilasciati (ad esempio, una rete più o meno articolata di scuole). Ecco dunque il testo del sillabo:

    Sillabo

    Dunque, di fatto che cosa è cambiato? È cambiato che la certificazione non si  fonda più su un’iniziativa volontaria, ma ha/avrà una spendibilità su tutto il territorio nazionale. Spendibilità se vogliamo ancora limitata, perché di fatto, sul piano pratico, a parte la soddisfazione personale e la possibilità di inserire questo certificato, come qualsiasi altro certificato, nel portfolio di chi l’ha conseguito, la spendibilità effettiva si limita alle facoltà umanistiche in senso lato (non solo Lettere, quindi, ma anche corsi di laurea affini, ad esempio Giurisprudenza). Lì però finisce. Diverso sarà il caso quando venga attivato il livello C, quello professionalizzante, richiesto/richiedibile ad esempio per i corsi post lauream, per i corsi sul modello TFA (o quello che ci attende nell’incerto futuro), per i concorsi connessi ad archivi e biblioteche di conservazione. Al momento, uno studente in possesso di certificazione può pensare di farla valere solo come credito formativo entro la scuola, oppure, quando ci sarà un accordo nazionale, anche entro i percorsi universitari, negli ambiti delle prove d’accesso all’università o di quelle di accesso agli esami di latino (laddove non ci siano prove d’accesso all’università, o se ci siano non contemplino il latino fra le materie soggette a verifica). Che però un documento acquisito in una qualunque regione possa valere su tutto il territorio italiano, e quindi in qualsiasi università dello Stato, sembra già un risultato di tutto rispetto. Fra l’altro, sfruttando la potente piattaforma informatica dell’Università di Bologna, è stata avanzata una richiesta di finanziamento alla Comunità Europea per un gruppo di studio che “esporti” la certificazione negli altri Paesi della Comunità, lavorando a stretto contatto con una serie di università sparse sul territorio europeo, per verificare i necessari adeguamenti (ammesso che ce ne siano) con i parametri europei in vigore nelle diverse nazioni. Insomma, il cammino è ancora lungo, ma la certificazione rischia di diventare un documento valido su tutto il territorio europeo! Ammesso che… come si è detto, siano rispettate le indicazioni del sillabo e le modalità comuni di somministrazione della prova, da fissare in un documento non ancora realizzato. Questo documento deve essere il prossimo impegno della CUSL, da approntare quanto prima, così da completare la serie di testi necessari per l’accordo con il Ministero.

    Cos’altro ha insegnato l’esperienza di due giorni a Padova? Una buona notizia per la certificazione lombarda, che è risultata fra le esperienze più compiute, sia per organizzazione che per contenuti. Il sillabo accolto dalla CUSL non è molto diverso (salvo pochi adeguamenti, che andranno fatti in futuro) a quello già in uso in Lombardia, elaborato – sia pure attraverso una serie di esperimenti e di errori – nei quattro anni passati dalla prima Certificazione. Particolarmente virtuosa è risultata l’esperienza lombarda di una stretta collaborazione fra le tre parti in causa nell’operazione, cioè realtà scolastiche, ente certificatore e suoi rappresentanti (CUSL), uffici ministeriali e suoi rappresentanti (USR). La Commissione lombarda, nominata dall’USR e presieduta da un suo delegato di fiducia (attualmente, il prof. Massimo Pantiglioni,  Dirigente IIS “Strozzi” – Polo formativo, Mantova), che unisce al suo interno professori universitari in rappresentanza di ciascuna delle sedi universitarie sparse sul territorio regionale (Università Statale, Università Cattolica, Pavia, Bergamo) e una folta rappresentanza di docenti in servizio presso scuole dislocate in tutta la Regione, costituisce un buon gruppo di lavoro, proprio per la possibilità che ha mostrato di interazione fra le diverse parti e componenti in gioco. A Padova si sono evidenziate, nel processo di unificazione delle diverse esperienze certificative, anche alcune criticità, naturalmente, direi almeno quattro. La prima, l’attuale varietà di modi in cui viene somministrata la prova certificativa, che evidentemente andrà ridotta a una modalità “standard” che segua le norme riconosciute per tutte le procedure valutative analoghe (concorsi, altre certificazioni, etc.); la seconda, la necessità di riflettere sul livello C, al momento ancora non attivo, per il quale è auspicabile un lavoro comune e in linea con le indicazioni di quelle Linee guida cui ho fatto più volte cenno. La terza, la definizione della prova di livello B2, che attualmente include – più per concessione al reale che per vera convinzione – anche un esercizio traduttivo, ma che in molte sedi vede accompagnare la traduzione con prove di commento o, addirittura, di valutazione stilistica del brano proposto, un po’ sul modello della Analisi Testuale nella prima prova di Maturità. Questi esercizi andranno uniformati il più possibile; una buona base di partenza è parso il documento del progetto E-Petra, reperibile alla pagina

    http://petra-educationframework.eu/it/.

    Quel progetto indica doveri e compiti di un traduttore, abilità che deve possedere e saper manifestare, competenze che si possono saggiare. E stabilisce anche quali siano i livelli professionali e quali quelli dotti, ma ancora amatoriali, che corrispondono al livello B2 della certificazione. C’è da ragionarci sopra. La quarta criticità? Trovare un compromesso ed esercitare la difficile arte della mediazione fra tutte le esperienze fatte. Tutte le sedi presenti a Padova sono parse disposte a cercare una mediazione fra le loro esperienze e il quadro che si sta delineando. D’altra parte, una certificazione che procedesse per conto proprio, separatamente, vedrebbe diminuito da subito il proprio valore, e nello stesso tempo rischierebbe di diminuire il senso dell’operazione complessiva. Ma naturalmente ci auguriamo tutti che ciò non accada…

  • Cesare e la provincia d’Asia

    Cesare e la provincia d’Asia

    Facendo seguito al post dedicato a Valerio Massimo (A modest proposal) e ad alcuni esercizi di analisi presenti nella pagina “Scuola” (relativi a passi di Livio, Tacito e Plinio), proponiamo un’analisi che possa servire come spunto di riflessione didattica, a partire da un capitolo di Cesare. Si tratta del capitolo III 32 del De Bello civili. Il lavoro immaginato è da svolgere parte in classe, parte in modo autonomo dagli studenti. Quanto scriviamo mette a frutto un’esperienza maturata presso l’Università degli Studi di Milano (con gli studenti non specialistici, del ciclo triennale) e presso il liceo “Ettore Majorana” di Desio. Incominciamo dal testo:

    Interim acerbissime imperatae pecuniae tota provincia exigebantur. Multa praeterea generatim ad avaritiam excogitabantur. In capita singula servorum ac liberorum tributum imponebatur; columnaria, ostiaria, frumentum, milites, arma, remiges, tormenta, vecturae imperabantur; cuius modo rei nomen reperiri poterat, hoc satis esse ad cogendas pecunias videbatur. Non solum urbibus, sed paene vicis castellisque singulis cum imperio praeficiebantur. Qui horum quid acerbissime crudelissimeque fecerat, is et vir et civis optimus habebatur. Erat plena lictorum et imperiorum provincia, differta praefectis atque exactoribus: qui praeter imperatas pecunias suo etiam privato compendio serviebant; dictitabant enim se domo patriaque expulsos omnibus necessariis egere rebus, ut honesta praescriptione rem turpissimam tegerent. Accedebant ad haec gravissimae usurae, quod in bello plerumque accidere consuevit universis imperatis pecuniis; quibus in rebus prolationem diei donationem esse dicebant. Itaque aes alienum provinciae eo biennio multiplicatum est.

    Prima operazione è stata la sua lettura, compiuta prima dal docente, poi dagli studenti, dopo aver predisposto per loro il capitolo secondo le indicazioni suggerite alla pagina “Scuola”, nel file “Proposte di lettura”. Dopo vario esercizio compiuto autonomamente dagli studenti, e completato in classe ascoltando e discutendo assieme le diverse registrazioni da loro effettuate (o una scelta di esse), ecco la registrazione giudicata migliore. La voce è di Mari Catricalà.

     

    Dopo la lettura c’è stata, ovviamente, la contestualizzazione del brano. In breve: la guerra civile si è spostata verso la parte orientale dell’imperium romano. I due eserciti stanno per scontrarsi a Farsalo. Cesare presenta rapidamente gli avvenimenti ed enumera le provincie schierate dalla parte di Pompeo, cercando di mostrare la loro cattiva amministrazione e l’illegalità del dominio dei Pompeiani. Nel caso specifico, è descritta la provincia d’Asia, provincia particolarmente legata alla figura di Pompeo, che l’aveva annessa all’impero di Roma, e attualmente governata da Publio Cornelio Scipione (che Cesare però non nomina mai), oligarca di antica famiglia e suocero di Pompeo. Cesare accusa gli avversari per l’eccessiva tassazione (necessità imposta, a loro dire, dai tempi militari e dalla loro situazione, in quanto lontani dall’Italia e dall’erario di Stato), l’eccessiva densità di magistrature nella provincia, la crudeltà e il comportamento ingeneroso nell’esazione delle tasse. Nel corso del capitolo, in più occasioni, Cesare lascia anche intendere che le ragioni addotte dai Pompeiani sono pretestuose e fasulle, un ritornello propagandistico svuotato di senso reale, mentre i nemici, in realtà, esercitano le loro vessazioni per puro tornaconto personale. Il suo è quindi un attacco diretto, che però non vuole troppo apparire tale.

    A livello sintattico, si riconosce una prima parte, semplice, lineare, fortemente scandita e ritmata, marcata dalla presenza del verbo principale in fine di frase (la paratassi è nettamente prevalente sulla ipotassi) e dalla successione di desinenze di imperfetto passivo o impersonale, alla terza persona, singolare o plurale (-bantur / -batur). Segue una seconda parte, che inizia con Erat provincia: il verbo è qui quasi sempre in prima posizione, e la costruzione sintattica tende a farsi più complessa. Dal punto di vista del pensiero la divisione è però ternaria: la prima frase, introdotta dal connettivo interim, sottolinea la simultaneità cronologica con quanto narrato in precedenza ed enuncia il thema (= l’argomento) del capitolo; poi, aperta da Multa praeterea e fino a donationem esse dicebant, segue una serie di exempla, che dovrebbero dare forza all’idea espressa dall’autore (gli esempi proposti restano però generici e non assumono mai la forma di casi specifici). Infine, introdotte da itaque, arrivano le conclusioni dell’autore, che presentano le conseguenze dell’azione dei Pompeiani.

    Nel lessico del capitolo si riconoscono alcuni termini tecnici del linguaggio giuridico/amministrativo, potenzialmente neutri ed asettici, mescolati però in callidae iuncturae (e spesso in endiadi) con parole, al contrario, fortemente connotative, portatrici del giudizio dell’autore. In particolare vanno segnalati il passaggio, nel definire la tassazione, da imperatae pecuniae (termine neutro, ma ossessivamente ripetuto in più forme) a tributum; la successione servorum ac liberorum [capita], che fa precedere gli schiavi ai liberi cittadini; l’endiadi acerbissime crudelissimeque facere (in cui il primo avverbio riprende e specifica l’acerbissime iniziale, allora lasciato senza commenti); espressioni fortemente connotate come avaritia [“avidità”], domo patriaque expulsi [dove “expulsi” sottintende la rapidità della loro fuga dall’Italia e l’efficacia dell’azione cesariana, che di quella fuga era stato artefice], privato compendio servire [dove “compendium” è il tornaconto personale, il guadagno privato, qui rafforzato da due aggettivi, suum e privatum che ribadiscono l’idea e da un verbo, servire = “essere schiavi” di assai forte significato espressivo]; il gioco di parole sulla provincia plena e referta (che implica la metafora non sviluppata di un convitato saturo); l’accumulo di termini simili (le otto forme di tassazioni elencate all’inizio; le quattro tipologie di magistrati ricordate a metà capitolo); la costruzione a zoom di talune frasi (ad esempio nel nesso non solum urbibus, sed paene vicis castellisque, con progressivo, ma significativo, restringimento dell’obiettivo); l’accurata disposizione dei termini (acerbissime, all’inizio, unito apò koinoù sia a imperatae che a exigebantur), oppure la loro insistenza (ad es. la ricorrenza di singula: tali sono i capita delle vittime; ma tali sono anche i villaggi saccheggiati, a delineare una rete dalla quale nessuno si salva). Alle figure dell’accumulo e dell’endiadi si aggiungono poi l’evidente ricerca di omoteleuti in contesti di particolare sgradevolezza (servorum ac liberorum, per dirne uno; oppure prolationem/donationem); l’enfasi pomposa, facilmente riconoscibile, di et vir et civis optimus, che svuota di senso le parole dei Pompeiani; l’uso del frequentativo dictitabant, che abbassa a livello di slogan le giustificazioni addotte dagli uomini di Pompeo… Infine, l’omoteleuto a rima prolationem/donationem – quest’ultimo facilmente sostituibile con il più semplice e comune donum – riduce a vacua filastrocca la concessione che i Pompeiani sono disposti a fare alle loro vittime (più uno scherno che una vera concessione), e toglie verità alla precedente concessione fatta da Cesare, quod in bello plerumque accidere consuevit: espressione in apparenza magnanima ed elegante, smentita però dalla descrizione dei comportamenti dei Pompeiani, tutt’altro che giustificati dalle circostanze esterne. Sarà anche una consuetudine dei tempi di guerra quella che viene descritta, ma il lettore abbia bene in mente che con i Pompeiani questa consuetudine assume forme di vera crudeltà (acerbissime crudelissimeque facere) e risponde in realtà a puro tornaconto personale (suo privato compendio serviebant).

    Nella pratica della classe queste indicazioni sono state ricavate dopo la lettura e prima della traduzione sistematica del brano, sollecitando gli interventi degli studenti attraverso una serie appropriata di domande, di modo che loro percepissero come proprie acquisizioni i vari elementi che via via venivano sottolineati. Ovviamente, le domande erano già strutturate in modo tale da suggerire osservazioni ed interpretazioni alle quali, suppongo, gli studenti non sarebbero arrivati da soli (o sulle quali  non si sarebbero probabilmente soffermati). Alla fine del dibattito, durato ca. un’ora, si è passati alla traduzione, divenuta così il termine di un lento processo di avvicinamento al testo, e non l’operazione sulla quale buttarsi a capofitto fin dal principio, senza avere prima ragionato sulle dinamiche e le parole del capitolo.

    Da ultimo, è stata assegnata agli studenti la prova di verifica, che ha preso la forma di una serie di domande strutturate nelle tre parti evidenziate durante l’analisi: struttura del brano, lessico in uso, contenuto complessivo. Allego in due pdf il testo della verifica e un esempio di risposta. Ne è autore lo studente Massimo De Marchi.

    matrice

    esempio di svolgimento

  • Le Metamorfosi e la musica del Novecento: Suchoň

    Le Metamorfosi e la musica del Novecento: Suchoň

    Nella Postfazione a I nostri antenati (1960) Italo Calvino delinea una storia dell’umanità che vede l’essere umano passare dallo stato primitivo, in cui è ancora organico con l’universo che lo circonda, all’uomo artificiale (che sarebbe poi l’uomo contemporaneo), alienato, dimidiato, inesistente, costretto a vivere fuori dal proprio ambiente, ridotto a puro funzionamento, perché incapace di fare attrito con quanto lo circonda, Natura e Storia (maiuscole mie; p. 1216 nel primo volume de “I meridiani”). A fondamento dell’affermazione si riconoscono molti luoghi comuni circa la diversità di cui la contemporaneità si è sempre gloriata. Non voglio però discutere l’affermazione. Piuttosto, in procinto di completare con questa puntata la carrellata attraverso le metamorfosi ovidiane e la musica del Novecento, a me sembra che a Calvino si possa tranquillamente ‘rubare’ l’immagine dell’attrito dell’uomo con la Natura e la Storia. Questo attrito è proprio ciò che il poema ovidiano colloca in primo piano e fa oggetto di narrazione. Elemento probabilmente sconosciuto ai diversi precedenti messi a frutto dal poeta latino (tranne, forse, che alla sesta egloga virgiliana), questa lotta dell’uomo contro due forze ostili a lui, ma nello stesso tempo anche fra di loro, è, in fondo, ciò che Ovidio ha davvero trasmesso ai secoli a venire, incluso il nostro. Ed è ciò che, assieme all’idea della metamorfosi come momento di massima esibizione di questa tensione, la musica del Novecento ha interiorizzato e fatto suo.

    Nelle puntate precedenti abbiamo visto come la metamorfosi possa ridursi a semplice concetto filosofico o avere tragica evidenza; come se ne possa studiare il momento dello svolgimento, oppure le conseguenze che lascia dietro di sé; come possa essere determinata dalle forze oscure della Storia, che tutto distruggono lasciando solo cumuli di macerie alle proprie spalle, oppure dalla crudeltà della Natura, che non ha tempo per voltarsi a guardare le creature che distrugge. Abbiamo anche visto come l’uomo possa subire la metamorfosi, oppure cercala, come mezzo per sottrarsi al reale che lo circonda, oppure come annullamento di sé in un eterno ritorno all’ordine che, per essere tale, non può comprendere quell’elemento di perenne disordine che è, appunto, l’umanità. Oggi voglio proporre un’ulteriore immagine della metamorfosi, e delle Metamorfosi: le quali, al di là di tutti i giochi di distanziamento che vi si possono e vi sono stati ritrovati, sono pur sempre un poema epico, dunque celebrativo, di una casta e di un’epoca. E che si chiudono, com’è noto, con una doppia significativa trasformazione: quella che vede Augusto (ancora vivo) trasformarsi in stella, e quella che vede il poeta assurgere all’empireo in virtù della propria arte.

    Al di là delle possibilità di leggere doppi, tripli sensi nelle parole di Ovidio, formalmente le Metamorfosi si presentano quindi come un poema che celebra la grandezza dell’imperatore in carica, il suo ruolo e la sua funzione. Il percorso storico delineato dal poeta, che si era aperto con la formazione del mondo – nato da materia sempiterna ma non ancora formata – si chiude con la celebrazione della propria contemporaneità e di chi quella contemporaneità aveva fortemente impregnato di sé. La Storia parte dalla Natura e realizza ciò che la Natura conteneva in potenza, ma non in atto.

    Anche questo non è però un tema che vorrei dibattere qui. Ora mi interessa di più osservare che questa lettura ‘positiva’ delle Metamorfosi, per cui l’elemento metamorfico trova celebrazione nel divenire storico – si identifica anzi con il divenire storico; e questo divenire punta, immancabilmente, verso la nostra contemporaneità – si trova fortemente evidenziata in un pressoché sconosciuto testo musicale, che infatti si intitola, significativamente, come il poema ovidiano (pur non richiamandosi sprecificamente ad esso). Si tratta della composizione sinfonica per orchestra Metamorfózy (1953), opera di Eugen Suchoň (1908-1993), compositore slovacco pressoché sconosciuto, credo, dalle nostre parti. Nato in una cittadina poco lontana da Bratislava, da famiglia di musicisti, Suchoň ha vissuto la maggior parte della sua esistenza entro i confini della patria, fra Praga e Bratislava. Alla nascita, e per tutti gli anni della fanciullezza, fu suddito dell’impero austroungarico; poi divenne cittadino cecoslovacco, nello stato libero ma ibrido formatosi al termine della prima guerra mondiale. Dopo la seconda guerra e l’occupazione nazista, visse nella Cecoslovacchia del Patto di Varsavia; conobbe la primavera di Praga del 1968, gli anni della repressione, il disgelo dei tardi anni ’80, la caduta del muro di Berlino e l’allontanamento delle truppe sovietiche (1989); infine, intravide la scissione delle due anime dello stato in repubbliche autonome e federali, scissione che infine portò alla proclamazione della Repubblica Slovacca indipendente, nata dalla dissociazione dalla componente ceca dell’antica repubblica unitaria (1993). In mezzo a tutti questi rivolgimenti, Suchoň è passato pressoché indenne, studiando, insegnando, componendo. Piuttosto vasto il catalogo delle sue composizioni, che include due opere liriche (che pochi conoscono fuori dai confini patrii), molta musica vocale e corale, composizioni da camera e sinfoniche a pieno titolo. Nel 1953, dopo una gestazione pluriennale, Suchoň licenziò la composizione sinfonica Metamorfózy, in cinque parti e varia successione di tempi.

    La misura è insolita, specie per una composizione di una trentina circa di minuti, e ricorda (anche nello sbilanciamento interno fra le singole parti, di durata progressivamente maggiore, così da passare dai poco meno di tre minuti del primo movimento ai quasi dodici dell’ultimo) le composizioni del grande musicista boemo – allora austriaco, ma oggi sarebbe ceco – Gustav Mahler (1860-1911). La similitudine però finisce lì. La musica di Suchoň è tradizionale quanto a fattura e tipologia, e ricorda piuttosto i lunghi e articolati poemi sinfonici di tardo Ottocento, sul tipo di Mà Vlast (La mia patria, 1879), l’opera più famosa del compositore – ceco pure lui – Bedřich Smetana (1824-1884).

    Quello che però interessa al mio discorso è che qui la musica celebra la Storia della repubblica cecoslovacca. Definito nelle note di copertina delle (rare) incisioni come un “riflettere sulla Storia durante gli anni di guerra”, alla maniera di Strauss, la composizione passa dal tono idilliaco e moderato dell’inizio a tempi più rapidi e vorticosi, per poi ristabilre nei movimenti finali prima l’idea di un regno della pace, poi il trionfo della rinata nazione (in un movimento che si intitola “Allegro feroce”). In anni di realismo socialista, Suchoň celebra così il divenire degli avvenimenti, che hanno portato la Nazione a trionfare, sia pure a prezzo di lotte e difficoltà, contro chi voleva destabilizzarne la tranquillità. Il tono, alla fine, è celebrativo: attraverso la trasformazione e il divenire, la Storia ha (ri)trovato la forma ideale.

    Simile idea si ritrova anche nelle composizioni operistiche di Suchoň. Non tanto la prima e più famosa, Krútňava (qualcosa come “Il mulinello”), che narra di un omicidio compiuto per gelosia e dell’eterna lotta fra bene e male nell’animo umano – l’opera, rappresentata per la prima volta nel 1949, ebbe infatti i suoi guai con la censura socialista. Ma la seconda, Kral’ Svätopluk, del 1960, racconta una vicenda legata alla disgregazione del regno di Moravia nel IX secolo d.C. (Svätopluk è il nome del protagonista; Kral’ è un titolo nobiliare, qualcosa come “principe”), e rivela un’identica idea del divenire storico che non solo non può essere interrotto, ma che trova in ogni caso la sua via, quali che possano essere i tentativi umani di impedirlo e di impedire la metamorfosi che esso sempre porta con sé.

    Movimenti I-III (Andante con moto; istesso tempo; Allegro moderato)

     

    Movimento IV (Larghetto)

     

    Movimento V (Allegro feroce)

  • Le Metamorfosi e la musica del Novecento: Musgrave

    Le Metamorfosi e la musica del Novecento: Musgrave

    Il nome di Thea Musgrave (1928-) probabilmente non dirà molto ai lettori di questi post, se lettori ci sono. Eppure è un nome che dovrebbe suscitare qualche interesse, per molte ragioni. Intanto, come si vede dall’indicazione fornita all’inizio, al momento in cui scrivo è ancora in vita, sia pure in età avanzata. Poi, è una donna. Donne compositrici non sono mancate già nell’Ottocento (più rare prima), ma sempre in circostanze particolari: erano parenti di musicisti affermati, come Fanny Hensel née Mendelsshon (sorella di Felix); oppure figure già affermate nel campo musicale, come Pauline Viardot (cantante di primissimo piano); infine, donne comunque inserite in un milieu particolare, come Louise Bertin, amica di Hector Berlioz e di Victor Hugo (che le scrisse il libretto per La Esmeralda [1836], libero rifacimento di Notre-Dame de Paris). Erano quindi tutti casi eccezionali. Il Novecento, a partire dagli anni Trenta ha visto invece un sempre più deciso affermarsi di donne compositrici, anche se restano una minoranza. La Musgrave, scozzese di nascita, fu allieva di una famosa insegnante di Conservatorio, che la introdusse al “modernismo” delle avanguardie del tempo (si tratta di Nadia Boulanger, alle cui lezioni tutti i più importanti compositori e direttori d’orchestra hanno prima o poi assistito). Nel 1958, dopo alcuni successi in patria – in particolare con il ciclo di poemi Tryptich, di quello stesso anno – Musgrave si è trasferita in America, dove ha lavorato con un altro illustre compositore, Aaron Copland e ha insegnato prima all’Università della California, poi a CUNY (la City University of New York), in quei ruoli – da noi sconosciuti – di compositori e musicisti in servizio entro il mondo accademico. Ricchissimo il suo catalogo, che comprende pezzi per strumenti solistici, concerti, composizioni orchestrali e una decina di opere, due delle quali (Mary Queen of Scozia, del 1977; e A Christmas Carol, del 1979) hanno avuto l’onore di una registrazione ufficiale.

    Per dare un saggio della sua abilità compositiva, prima di passare ai testi propriamente metamorfici, voglio presentare una composizione orchestrale del 1990, Song of the Enchanter, ispirata a un episodio del Kalevala (il poema epico finlandese per eccellenza), ma di fatto commissionata per celebrare il 125mo anniversario della nascita del compositore finlandese Jean Sibelius, 1865-1957 – a sua volta autore di poemi sinfonici e una sinfonia corale (Kullervo, 1891) ricavati da quel poema. Chi conosce la musica di Sibelius sarà in grado di apprezzare il gioco di allusioni e rifacimenti che la Musgrave introduce a partire dalle composizioni del celebrando; altrimenti, valga il piacere di pochi minuti di musica ben fatta.

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    Il medesimo procedimento si avverte anche più chiaramente in un’altra composizione, Echoes of Time Past, del 1999, tutto un inno alla memoria e alla tradizione della musica occidentale, a cominciare da Verdi e Wagner (come ha indicato la stessa autrice); ma – essendo la Musgrave al momento della composizione in America – il brano vuole omaggiare anche i classici che hanno fondato l’immagine musicale dell’America nella mente europea, a cominciare da quella Sinfonia nr. 9 in mi minore di Antonin Dvořák, detta appunto Del nuovo mondo (1893). Chi ha avuto occasione di sentire quel testo, riconoscerà nell’assolo iniziale del corno inglese e poi, verso la fine, anche in quello della tromba, lunghe citazioni dei temi principali utilizzati da  Dvořák, temi che la tradizione vuole derivino da spirituals e musica nativa americana.

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    Veniamo però ai brani che più ci interessano. La Musgrave non ha scritto (a differenza di Britten o di Strauss) nulla che rechi in sé il titolo di Metamorfosi o un richiamo esplicito ad Ovidio, almeno che io sappia. E’ tuttavia autrice di una serie di brani – nati indipendentemente l’uno dall’altro – che hanno come argomento l’illustrazione di un mito antico: e si tratta sempre, naturalmente, di un mito compreso nel poema ovidiano, che pertanto offre sia la traccia del racconto che quella della sua interpretazione. In questi brani, di norma, uno strumento solista dialoga con un nastro pre-registrato, secondo una tecnica di moda negli anni Settanta/primi Ottanta (ora il nastro è comunemente sostituito dal computer). Quello che riesce alla Musgrave è di rendere questa tecnica espressiva ai fini del mito trattato, e non una pura esibizione di virtuosismo compositivo. Ne offro tre esempi. Nel primo il mito rievocato è quello di Niobe (1987). Come nell’analoga composizione di Britten ricordata in un post precedente, la voce della donna è qui affidata all’oboe solista, strumento che ben si presta a dare corpo al lamento disperato; sul nastro preregistrato una campana scandisce, implacabile e feroce, l’uccisione dei quattordici figli, uno di seguito all’altro.

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    In Narcissus (1987) il nastro fa invece da eco al flauto; è cioè l’immagine allo specchio di quanto il flauto solista affaccia nella sua melodia, il doppio della voce di Narciso, identico e speculare ad esso. In Helios (1994) torna di scena l’oboe, ma questa volta per affermare tutta la solare bellezza del dio cui dà vita; in Orfeo I, 1975, commissionato dal celebre James Galway (1939-), l’esecutore sulla scena dovrebbe dare voce al mitico cantore che scende nell’Ade, mentre sul nastro Galway gli fa eco, suggerendo un ripercuotersi cupo e misterioso delle note verso oscure profondità che si perdono lontano, nelle viscere della terra. Alla fine, quando la catabasi si sta compiendo, i suoni del nastro sembrano quasi inghiottire e voler togliere voce al flauto solista, una sorta di Zauberflöte che fatica a passare la sua prova dell’acqua e del fuoco.

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    Chiudo infine questa rassegna con Lamenting with Ariadne, del 1999. Lo strumento solista qui è una viola, che si confronta con un’orchestra di formato ridotto, cameristico, fatta di soli sette strumenti: violino, violoncello, arpa, percussioni, flauto, clarinetto e tromba. All’inizio predomina la viola, che alterna i suoi stati d’animo fra l’ira e la disperazione, seguendo i moti psicologici di Arianna. Poi, una tromba fuori scena annuncia l’arrivo di Bacco; le percussioni lasciano il posto alla marimba; il ritmo cambia e si fa festoso, orgiastico, esotico.

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    L’immagine di copertina viene da un sito della BBC, che ne detiene i diritti; le esecuzioni caricate sono, al momento in cui scrivo, di pubblico dominio. Chi ne dovesse rivendicare il copyright può rivolgersi agli amministratori del sito. Sulla Musgrave molto ho imparato (oltre che dagli scritti della compositrice) da Ph. Rupprecht, British Musical Modernism. The Manchester Group and their Contemporaries, Cambridge 2015.