Tag: school

  • Cesare e la provincia d’Asia

    Cesare e la provincia d’Asia

    Facendo seguito al post dedicato a Valerio Massimo (A modest proposal) e ad alcuni esercizi di analisi presenti nella pagina “Scuola” (relativi a passi di Livio, Tacito e Plinio), proponiamo un’analisi che possa servire come spunto di riflessione didattica, a partire da un capitolo di Cesare. Si tratta del capitolo III 32 del De Bello civili. Il lavoro immaginato è da svolgere parte in classe, parte in modo autonomo dagli studenti. Quanto scriviamo mette a frutto un’esperienza maturata presso l’Università degli Studi di Milano (con gli studenti non specialistici, del ciclo triennale) e presso il liceo “Ettore Majorana” di Desio. Incominciamo dal testo:

    Interim acerbissime imperatae pecuniae tota provincia exigebantur. Multa praeterea generatim ad avaritiam excogitabantur. In capita singula servorum ac liberorum tributum imponebatur; columnaria, ostiaria, frumentum, milites, arma, remiges, tormenta, vecturae imperabantur; cuius modo rei nomen reperiri poterat, hoc satis esse ad cogendas pecunias videbatur. Non solum urbibus, sed paene vicis castellisque singulis cum imperio praeficiebantur. Qui horum quid acerbissime crudelissimeque fecerat, is et vir et civis optimus habebatur. Erat plena lictorum et imperiorum provincia, differta praefectis atque exactoribus: qui praeter imperatas pecunias suo etiam privato compendio serviebant; dictitabant enim se domo patriaque expulsos omnibus necessariis egere rebus, ut honesta praescriptione rem turpissimam tegerent. Accedebant ad haec gravissimae usurae, quod in bello plerumque accidere consuevit universis imperatis pecuniis; quibus in rebus prolationem diei donationem esse dicebant. Itaque aes alienum provinciae eo biennio multiplicatum est.

    Prima operazione è stata la sua lettura, compiuta prima dal docente, poi dagli studenti, dopo aver predisposto per loro il capitolo secondo le indicazioni suggerite alla pagina “Scuola”, nel file “Proposte di lettura”. Dopo vario esercizio compiuto autonomamente dagli studenti, e completato in classe ascoltando e discutendo assieme le diverse registrazioni da loro effettuate (o una scelta di esse), ecco la registrazione giudicata migliore. La voce è di Mari Catricalà.

     

    Dopo la lettura c’è stata, ovviamente, la contestualizzazione del brano. In breve: la guerra civile si è spostata verso la parte orientale dell’imperium romano. I due eserciti stanno per scontrarsi a Farsalo. Cesare presenta rapidamente gli avvenimenti ed enumera le provincie schierate dalla parte di Pompeo, cercando di mostrare la loro cattiva amministrazione e l’illegalità del dominio dei Pompeiani. Nel caso specifico, è descritta la provincia d’Asia, provincia particolarmente legata alla figura di Pompeo, che l’aveva annessa all’impero di Roma, e attualmente governata da Publio Cornelio Scipione (che Cesare però non nomina mai), oligarca di antica famiglia e suocero di Pompeo. Cesare accusa gli avversari per l’eccessiva tassazione (necessità imposta, a loro dire, dai tempi militari e dalla loro situazione, in quanto lontani dall’Italia e dall’erario di Stato), l’eccessiva densità di magistrature nella provincia, la crudeltà e il comportamento ingeneroso nell’esazione delle tasse. Nel corso del capitolo, in più occasioni, Cesare lascia anche intendere che le ragioni addotte dai Pompeiani sono pretestuose e fasulle, un ritornello propagandistico svuotato di senso reale, mentre i nemici, in realtà, esercitano le loro vessazioni per puro tornaconto personale. Il suo è quindi un attacco diretto, che però non vuole troppo apparire tale.

    A livello sintattico, si riconosce una prima parte, semplice, lineare, fortemente scandita e ritmata, marcata dalla presenza del verbo principale in fine di frase (la paratassi è nettamente prevalente sulla ipotassi) e dalla successione di desinenze di imperfetto passivo o impersonale, alla terza persona, singolare o plurale (-bantur / -batur). Segue una seconda parte, che inizia con Erat provincia: il verbo è qui quasi sempre in prima posizione, e la costruzione sintattica tende a farsi più complessa. Dal punto di vista del pensiero la divisione è però ternaria: la prima frase, introdotta dal connettivo interim, sottolinea la simultaneità cronologica con quanto narrato in precedenza ed enuncia il thema (= l’argomento) del capitolo; poi, aperta da Multa praeterea e fino a donationem esse dicebant, segue una serie di exempla, che dovrebbero dare forza all’idea espressa dall’autore (gli esempi proposti restano però generici e non assumono mai la forma di casi specifici). Infine, introdotte da itaque, arrivano le conclusioni dell’autore, che presentano le conseguenze dell’azione dei Pompeiani.

    Nel lessico del capitolo si riconoscono alcuni termini tecnici del linguaggio giuridico/amministrativo, potenzialmente neutri ed asettici, mescolati però in callidae iuncturae (e spesso in endiadi) con parole, al contrario, fortemente connotative, portatrici del giudizio dell’autore. In particolare vanno segnalati il passaggio, nel definire la tassazione, da imperatae pecuniae (termine neutro, ma ossessivamente ripetuto in più forme) a tributum; la successione servorum ac liberorum [capita], che fa precedere gli schiavi ai liberi cittadini; l’endiadi acerbissime crudelissimeque facere (in cui il primo avverbio riprende e specifica l’acerbissime iniziale, allora lasciato senza commenti); espressioni fortemente connotate come avaritia [“avidità”], domo patriaque expulsi [dove “expulsi” sottintende la rapidità della loro fuga dall’Italia e l’efficacia dell’azione cesariana, che di quella fuga era stato artefice], privato compendio servire [dove “compendium” è il tornaconto personale, il guadagno privato, qui rafforzato da due aggettivi, suum e privatum che ribadiscono l’idea e da un verbo, servire = “essere schiavi” di assai forte significato espressivo]; il gioco di parole sulla provincia plena e referta (che implica la metafora non sviluppata di un convitato saturo); l’accumulo di termini simili (le otto forme di tassazioni elencate all’inizio; le quattro tipologie di magistrati ricordate a metà capitolo); la costruzione a zoom di talune frasi (ad esempio nel nesso non solum urbibus, sed paene vicis castellisque, con progressivo, ma significativo, restringimento dell’obiettivo); l’accurata disposizione dei termini (acerbissime, all’inizio, unito apò koinoù sia a imperatae che a exigebantur), oppure la loro insistenza (ad es. la ricorrenza di singula: tali sono i capita delle vittime; ma tali sono anche i villaggi saccheggiati, a delineare una rete dalla quale nessuno si salva). Alle figure dell’accumulo e dell’endiadi si aggiungono poi l’evidente ricerca di omoteleuti in contesti di particolare sgradevolezza (servorum ac liberorum, per dirne uno; oppure prolationem/donationem); l’enfasi pomposa, facilmente riconoscibile, di et vir et civis optimus, che svuota di senso le parole dei Pompeiani; l’uso del frequentativo dictitabant, che abbassa a livello di slogan le giustificazioni addotte dagli uomini di Pompeo… Infine, l’omoteleuto a rima prolationem/donationem – quest’ultimo facilmente sostituibile con il più semplice e comune donum – riduce a vacua filastrocca la concessione che i Pompeiani sono disposti a fare alle loro vittime (più uno scherno che una vera concessione), e toglie verità alla precedente concessione fatta da Cesare, quod in bello plerumque accidere consuevit: espressione in apparenza magnanima ed elegante, smentita però dalla descrizione dei comportamenti dei Pompeiani, tutt’altro che giustificati dalle circostanze esterne. Sarà anche una consuetudine dei tempi di guerra quella che viene descritta, ma il lettore abbia bene in mente che con i Pompeiani questa consuetudine assume forme di vera crudeltà (acerbissime crudelissimeque facere) e risponde in realtà a puro tornaconto personale (suo privato compendio serviebant).

    Nella pratica della classe queste indicazioni sono state ricavate dopo la lettura e prima della traduzione sistematica del brano, sollecitando gli interventi degli studenti attraverso una serie appropriata di domande, di modo che loro percepissero come proprie acquisizioni i vari elementi che via via venivano sottolineati. Ovviamente, le domande erano già strutturate in modo tale da suggerire osservazioni ed interpretazioni alle quali, suppongo, gli studenti non sarebbero arrivati da soli (o sulle quali  non si sarebbero probabilmente soffermati). Alla fine del dibattito, durato ca. un’ora, si è passati alla traduzione, divenuta così il termine di un lento processo di avvicinamento al testo, e non l’operazione sulla quale buttarsi a capofitto fin dal principio, senza avere prima ragionato sulle dinamiche e le parole del capitolo.

    Da ultimo, è stata assegnata agli studenti la prova di verifica, che ha preso la forma di una serie di domande strutturate nelle tre parti evidenziate durante l’analisi: struttura del brano, lessico in uso, contenuto complessivo. Allego in due pdf il testo della verifica e un esempio di risposta. Ne è autore lo studente Massimo De Marchi.

    matrice

    esempio di svolgimento

  • La tolda del Titanic

    La tolda del Titanic

    Interrompiamo per un attimo la serie di post seri o seriosi. Non amo le raccolte di stupidari: tutti ne abbiamo di divertentissimi, naturalmente, ma in fondo non fanno  onore a nessuna delle parti in gioco. Per una volta, voglio contraddire la mia affermazione con questo post. Mi si perdoni…

    Mercoledì 11 gennaio a Milano si sono tenuti gli esami scritti del corso di laurea magistrale in Lettere. Segnalo che l’esame magistrale di latino serve a raggiungere i 24 CFU che la legge italiana impone a chi voglia insegnare latino in un istituto superiore; non è quindi un esame obbligatorio per nessuno, ma solo per chi aspiri a un certo ruolo e una certa posizione. L’esame consta di una parte scritta e una orale. La parte scritta comporta la traduzione di un brano, facilitata da una serie di esercizi sul modello della certificazione (in particolare: scelta del riassunto appropriato; vero/falso; individuazione dei punti di snodo del racconto). Mentre si svolgeva la prova, nella mia casella di posta è pervenuta una lettera che lamentava l’eccessiva difficoltà delle versioni proposte di norma agli esami e accusava il sottoscritto di scegliere apposta versioni dalle difficoltà stratosferiche, per rendere impossibile agli studenti il superamento della prova, obbligarli ad andare fuori corso e costringere di conseguenza i loro genitori a finanziare l’università con ulteriori tasse di iscrizione ai corsi.

    Non entro nel merito delle singole affermazioni. E’ evidente che a chi ha scritto la lettera sfuggono molte cose, ad esempio che una Facoltà oggi è semmai penalizzata, non premiata, se i suoi studenti non si laureano in corso (la ripartizione dei fondi ministeriali tiene conto di questo parametro e anzi gli attribuisce una certa importanza) ecc. ecc. Non si tratta però di ribattere alla lettera, come dicevo. Voglio invece segnalare, poiché di traduzione e stato del Latino qui si è parlato spesso, e poiché a Milano stanno per tenersi due convegni interessati al mondo dell’insegnamento, come nello stesso momento in cui ho ricevuto la lettera gli studenti arrancavano su un testo di Curzio Rufo, che descrive l’assedio posto da Alessandro Magno a Tiro (il brano proposto all’esame, reperibile, oltre che in diversi eserciziari, in molti blog, e in un articolo di “Repubblica” del 13 maggio 2007 ancora recuperabile on-line, ma anche solo su “SplashLatino”, al nr. 10629).

    Ora quali sono state le maggiori difficoltà del brano? Curzio, IV 2, dice che Alessandro cerca di entrare in città con l’inganno, chiedendo di poter fare un sacrificio ad Ercole nel tempio del dio che si trova entro le mura cittadine. La speranza, inespressa ma ovvia, è di potere così penetrare in città e, una volta dentro, impossessarsene senza dover ricorrere a un lungo assedio (ci vorranno invece sette mesi). Ecco la frase latina:

    [Alexander] Herculi, quem praecipue Tyrii colerent, sacrificare velle se dixit.

    Facciamo un gioco: chi indovina la percentuale esatta, su 62 studenti presenti all’esame, di persone che hanno scritto che Alessandro voleva “sacrificarsi/ immolarsi” ad Ercole? Do un aiutino. E’ una percentuale alta…

    L’altra maggiore difficoltà è stata questa: i nobili di Tiro che hanno trattato con Alessandro, impressionati dalla conoscenza diretta del re e del suo armamento, una volta tornati in città consigliano ai concittadini di sottostare al Macedone. Ecco le parole di Curzio:

    [Legati] suos monere coeperunt, ut regem quem Syria, quem Phoenice recepisset, ipsi quoque urbem intrare paterentur.

    Ecco la traduzione ‘vincente’: “Gli ambasciatori iniziarono ad ammonire i loro [compatrioti] affinché lasciassero entrare in città il re che aveva conquistato tutta la Siria, tutta la Fenicia”. Anche qui, si può scommettere sulla percentuale delle risposte ‘esatte’…

    Un’ultima cosa. Questo era il riassunto fornito per la versione:

    Alessandro intende fare un sacrificio in onore di Ercole; i Tirii gli concedono il permesso ma in un tempio fuori città e così Alessandro minaccia di conquistare e distruggere la città.

    Parliamo tanto di didattica, ma siamo sicuri che il problema sia il latino? L’iceberg si avvicina e non so se si potrà scongiurarlo…

    Saluti a tutti

    © Massimo Gioseffi, 2017


  • Guida alla certificazione latina IV

    Guida alla certificazione latina IV

    Concludiamo la serie di post dedicati alla certificazione di quest’anno con alcune considerazioni circa la seconda parte della prova di livello A, quella legata maggiormente alle abilità morfo-sintattiche. Prima di tutto, ripeto per comodità di chi legge il testo sottoposto agli studenti:

     

    Anno ab urbe condita DCCXCVIII Claudius, imperator ab Augusto quartus, volens se ipsum utilem reipublicae ostendere principem, bellum ubique tulit et victoriam quaesivit. Itaque bellum in Britanniam movit; ideo insulam petivit, quam, neque ante Iulium Caesarem, neque post eum, quisquam adire ausus erat, ibique sine ullo proelio ac sanguine intra paucissimos dies plurimam insulae partem in deditionem recepit. Orcades etiam insulas, ultra Britanniam in Oceano positas, Romano adiecit imperio, ac sexto, quam profectus erat , mense Romam rediit, filioque suo ‘Britannicum’ nomen inposuit. Hoc autem bellum quarto imperii sui anno gessit. Ab eodem Claudio Vespasianus, qui post Neronem imperavit, in Britanniam missus, etiam Vectam insulam, Britanniae proximam, Romanorum imperio adiecit. Succedens autem Claudio in imperium Nero, nihil omnino in re militari ausus est: ideo, inter alia Romani multa regni detrimenta, Britanniam fere totam amisit; nam, Nerone imperatore, duo nobilissima oppida Britanniae capta atque subversa sunt ab hostibus. Hadrianus imperator murum, quod et vallum dicitur, fecit ad Britanniam defendendam; Severus autem imperator, cum vidisset , magnis gravibusque proeliis saepe gestis, partem insulae Britanniae ab indomitis gentibus receptam esse, vallo defendendam insulam putavit. Itaque Severus magnam fossam fortissimumque vallum turribus munitum a mari ad mare duxit. Severus apud Eboracum urbem morbo mortuus est. Reliquit duos filios, Bassianum et Getam; Bassianus “Antonium” cognomen habuit et regno potitus est; imperium solus gessit et “Caracalla” a populo vocatus est.

     

    Gli esercizi 4 e 5 erano forse i più abituali anche alla pratica scolastica. Quello che richiedeva, tramite domande a risposta multipla, di individuare una parte del discorso e la sua flessione o la funzione sintattica di un elemento all’interno di una frase è certo di facile approccio per chi ha studiato con precisione e continuità il manuale e si è abituato a rendere ragione delle traduzioni svolte, tramite le buone, vecchie analisi, ‘grammaticale’ e ‘logica’. Credo che tutti, nella prassi didattica quotidiana, e soprattutto chi utilizza il metodo cosiddetto ‘tradizionale’, chiediamo ai nostri studenti, se non un’analisi completa dei brani studiati, almeno delle spiegazioni sui punti più complessi o in cui la corretta resa italiana si discosta dalla struttura latina. Proprio a partire dalla mia esperienza, forse perché legata a un liceo scientifico, ho potuto constatare che le conoscenze ‘teoriche’ sono progressivamente ‘resettate’ e rimosse quanto più ci si allontana dal biennio. Mi sono quindi dovuta rassegnare a non dare nulla per scontato e a continuare a chiedere, durante le verifiche orali che non siano basate sulla pura storia della letteratura, anche le banali declinazioni, in particolare di aggettivi e pronomi, per evitare la loro completa caduta nell’oblio! Ecco dunque l’esercizio 4:

     

    Scegli la risposta esatta fra quelle proposte

    quisquam è:

    1. un pronome interrogativo
    2. un aggettivo indefinito
    3. un pronome indefinito
    4. un pronome relativo

     

    hoc è:

    1. pronome dimostrativo ablativo singolare
    2. aggettivo dimostrativo ablativo singolare
    3. pronome dimostrativo accusativo singolare
    4. aggettivo dimostrativo accusativo singolare

     

    quod è:

    1. pronome relativo nominativo neutro singolare
    2. aggettivo interrogativo nominativo neutro singolare
    3. pronome relativo accusativo neutro singolare
    4. congiunzione subordinante causale                

     

    defendendam è:

    1. participio presente
    2. participio passato
    3. gerundivo
    4. gerundio

     

    Per individuare il valore di quisquam non è nemmeno necessaria un’occhiata al testo, basta ricordare gli indefiniti; così come per classificare defendendam come gerundivo è necessario solamente guardare la sua desinenza. Nel caso di hoc e quod, invece, occorre evincere dalla frase in cui sono inseriti il valore di aggettivo dimostrativo accusativo singolare del primo, concordato con bellum, di pronome relativo nominativo neutro singolare del secondo (Hadrianus imperator murum, quod et vallum dicitur, fecit). Certo la concordanza col predicativo del soggetto vallum, piuttosto che con l’antecedente murus poteva richiedere una riflessione ulteriore, ma le altre risposte sono inaccettabili: non può esserci un complemento oggetto con un verbo di diatesi passiva (né si giustifica un diverso uso dell’accusativo); non possiamo trovare l’indicativo in una subordinata interrogativa indiretta, non è plausibile una causale per il significato del periodo: la costruzione del muro non può essere provocata dalla sua definizione di ‘vallo’.

     

    Più complesso è risultato l’esercizio che comportava la trasformazione di proposizioni del brano in strutture equivalenti; sicuramente è statisticamente, insieme all’ultimo, quello che miete più ‘vittime’, come si è visto dall’analoga prova proposta al livello B1. Si tratta per lo più di ridurre forme esplicite in implicite o viceversa, ma credo che il maggior ostacolo nasca proprio dalla scarsa abitudine dei nostri studenti a usare il latino in modo ‘attivo’, cioè a considerarlo una vera e propria lingua… L’esercizio in sé prevede di gestire contemporaneamente più conoscenze e abilità: in primo luogo vanno conosciuti paradigmi e desinenze, prerequisito ovvio, ma sempre meno scontato da quando è invalsa l’abitudine dei dizionari cartacei di porre anche i perfetti e i participi perfetti come lemmi a sé stanti (per non parlare di quelli on line che frequentemente consentono di trovare anche le altre forme flesse). Inoltre, va riconosciuto il rapporto temporale della subordinata rispetto alla reggente, la diatesi della frase da modificare e, per concludere, i diversi costrutti possibili per rendere una medesima funzione sintattica. Vediamo le proposte del test:

     

    1. Volens

    Qui _______________________________

    1. Ultra Britanniam in Oceano positas

    Quae ultra Britanniam in Oceano positae __________________________

    1. Qui post Neronem imperavit

    Post Neronem _____________________________ (si usi una forma implicita)

    1. In Britanniam missus

    Cum in Britanniam ____________________________

    1. Succedens autem Claudio in imperium Nero

    Ubi autem Claudio in imperium Nero _______________________

    1. Nerone imperatore

    Dum Nero imperator ______________________

    1. Ad Britanniam defendendam

    Britanniae ______________________________ causa

    1. Cum vidisset

    Quia ___________________________________

     

    Per trasformare i participi presenti (1 e 5), sia che venga richiesta una relativa, sia che si tratti di una temporale, basta ricordare che hanno valore attivo e contemporaneo; il quesito inoltre evidenziava già il soggetto (qui e Nero), conseguentemente la persona del verbo indicativo (richiesto dal connettivo suggerito) è la terza singolare; l’unica variabile può essere costituita dal tempo della reggente e dal fatto che l’azione sia da considerarsi durativa e momentanea. Dipendendo entrambe da un perfetto (quaesivit la prima, ausus est la seconda), la prima richiedeva quindi l’imperfetto, qui volebat (azione continuativa/abituale), la seconda il perfetto, ubi…successit, dal momento che, ovviamente, la successione imperiale si verifica di regola una volta sola. Un procedimento uguale e contrario va seguito per qui post Neronem imperavit (3), per cui era esplicitamente richiesta una forma implicita: trattandosi di una relativa attiva e contemporanea a Vespasianus (…) Vectam insulam (…) Romanorum imperium adiecit, l’unico modo e tempo possibile è il participio presente, al nominativo, in quanto qui ha come antecedente Vespasianus, soggetto della principale (imperans). Nerone imperatore (6), che i manuali definiscono un ablativo assoluto nominale, può nascondere un ‘trabocchetto’, in quanto solitamente le grammatiche scolastiche affermano che dum, richiesto per la trasformazione in temporale esplicita, vuole l’indicativo presente quando indica una stretta contemporaneità, col valore quindi di ‘mentre’. La soluzione migliore sarebbe quindi dum Nero imperator est, nonostante il predicato della reggente sia capta sunt (atque subversa sunt). Tuttavia è accettabile anche dum Nero imperator erat, secondo un uso attestato almeno a partire da Livio. Una maggior riflessione richiedeva la trasformazione dei participi perfetti, positas (Orcades) e missus (Vespasianus) (2 e 4); va ricordato infatti che questa forma, nei verbi attivi, ha valore non solo anteriore ma anche passivo. Il primo dei due quesiti è in realtà molto semplice, perché chiede solo di completare la trasformazione della forma di modo finito dando già positae (Quae ultra Britanniam in Oceano positae) e consentendo di concludere sia con sunt, riferito al tempo del narratore, sia con erant, adeguato al tempo della narrazione. Per quanto concerne missus, da rendere con un cum narrativo, viene lasciata ai candidati la facoltà di optare per una frase temporale o narrativa, quindi di utilizzare l’indicativo o il congiuntivo. Nel primo caso la consecutio dell’indicativo, meno schematica, consente l’utilizzo sia del perfetto sia del più che perfetto (missus est o erat), nel secondo l’anteriorità rispetto ad un tempo storico impone missus esset. Sempre la differenza fra uso dell’indicativo e del congiuntivo, permette di trasformare cum videsset (8) in quia vidit o viderat, mentre l’ultima proposta (7), che chiedeva di modificare una finale implicita in una frase analoga sempre implicita, richiede solo la conoscenza dell’uso del gerundivo attributivo, per concordare defendendae con Britanniae: il fatto che sia dato il genitivo del sostantivo escludeva automaticamente la possibilità di usare il gerundio seguito dal complemento oggetto.

    Tutto ‘facile’ per noi che insegniamo, ma quale la strada per renderlo tale anche per i discenti? Purtroppo non ho una formula magica; certo mi rendo conto della grossa difficoltà dei ragazzi a trasformare correttamente già in italiano le implicite in esplicite e viceversa, e a ricordare per esempio che ‘Cesare, fortificato l’accampamento, attaccò battaglia’ prevede, come soggetto di ‘fortificato’, l’‘accampamento’ e non ‘Cesare’. Credo che l’aiuto che possiamo dare agli studenti per affrontare questo tipo di esercizi, sia proprio abituarli con trasformazioni sempre più complesse a ‘manipolare’ la lingua, iniziando dal volgere l’attivo in passivo o viceversa, per passare alla modifica dei participi, delle frasi con l’indicativo in equivalenti col congiuntivo, e così via. A fine anno, in prima, sono di solito alle prese con lo studio dei participi e vedo spesso in realtà qualche volto affranto, forse anche per la stanchezza di maggio/giugno; ma in seconda, dopo un biennio di cura intensiva, le crisi di ‘panico da trasformazione’ sono decisamente diminuite e anche i risultati sono accettabili.

     

    beda

    Veniamo ora all’ultimo esercizio, che, come il precedente, prevedeva conoscenze e abilità morfosintattiche, ma anche competenza lessicale e di comprensione generale; per certi aspetti riassume un po’ quanto richiesto nell’intero test. Si tratta infatti di completare non più una parafrasi, quindi un testo in qualche modo semplificato, ma un brano d’autore, seguente, anche se non necessariamente contiguo, a quello già analizzato. La scelta dei vocaboli è guidata dal fatto che sono in numero equivalente a quello degli spazi, quindi, entro certi limiti, si può andare per ‘esclusione’; tuttavia i termini vanno flessi a seconda della frase in cui sono inseriti:

     

    Postea Diocletianus XXXIII ab Augusto ________________ ab exercitu electus est, Maximianumque socium creavit imperii. Quorum tempore Corausius ________________, genere quidem infimus, sed consilio et _______________ promptus, cum ad observanda Oceani litora, quae tunc Franci et Saxones infestabant, positus, plus in perniciem quam in profectum _______________ ageret, ereptam praedonibus praedam ex nulla ________________ restituendo dominis, sed sibi soli vindicando. Neque abfuit suspicio, quin ipsos quoque hostes ad incursandos fines artifici neglegentia permitteret; ________________ ob rem, a Maximiano iussus occidi, purpuram sumpsit, ac Britanniam occupavit. Qua sibi per VII annos fortissime vindicata ac retenta, tandem fraude Allecti socii _________________ interfectus est. Allectus postea ereptam Carausio insulam per triennium tenuit; quem Asclipiodotus praefectus praetorio oppressit, Britanniamque post X annos __________________.

     

    Ecco i termini da inserire:

     

    qui, quae, quod;  recipio, is, -cepi, -ceptum, -ĕre;  quidam, quaedam, quoddam suus, a, um;  manus, us f.; imperator, is m.;  respublica, ae f.;  pars, partis f.

     

    Credo che la prima cosa da fare fosse esaminare il tipo di parole date: quattro sostantivi, un solo verbo, un aggettivo personale riflessivo, un indefinito e qui, quae, quod che potrebbe essere un relativo, un indefinito o un interrogativo. Certo se, leggendo il testo, risulta subito chiaro ‘che cosa va dove’ non ci sono problemi, ma, in caso contrario, proporrei di muoversi come nelle ‘parole crociate’, partendo dalle soluzioni più evidenti. Ad esempio trovare il posto del verbo, elemento essenziale per la costituzione della frase, è semplice: in genere sta all’ultimo spazio nella frase, e la presenza dei verbi del racconto al perfetto, unita all’identità di soggetto con la principale, portano a scrivere Britanniamque post X annos recepit. Per posizionare i sostantivi credo opportuno partire dal quinto spazio, dove ex nulla induce alla scelta di pars declinato all’ablativo, mentre al terzo posto la frase delimitata da due virgole, che vede concordato con consilio il termine da inserire in dipendenza di promptus, spinge a completare sed consilio et manu promptus. Il senso fa capire abbastanza velocemente la necessità di imperator in prima posizione. Qui può trarre in inganno, e spingere all’uso dell’ablativo, ab Augusto immediatamente precedente, ma la presenza del copulativo electus est obbliga a servirsi di un nominativo in qualità di predicativo del soggetto. Rimane, anche solo per esclusione, da completare plus in perniciem quam in profectum rei publicae ageret, ricordando che entrambi gli elementi costitutivi di respublica vanno declinati. La presenza di ob rem preceduto da uno spazio dovrebbe richiamare alla mente quam ob rem, in cui utilizzare il prima ambiguo qui, quae, quod, mentre, per quanto concerne i due spazi rimanenti, si inserisce sui in penultima posizione: Allecti socii sui, cioè del soggetto sottinteso Corausius, definito quidam, la prima volta che viene citato (seconda posizione).

     

    Penso che sia abbastanza agevole allenare gli studenti a questa tipologia di esercizio, in quanto basta sottrarre dei termini a un brano d’autore, magari in successione a uno già tradotto, o a una versione fornita dal manuale. La cosa cui porre attenzione è solo la scelta di diverse parti del discorso da sostituire, con una difficoltà di individuazione variabile, senza trascurare nemmeno, se presenti, i sintagmi specifici, quali ad esempio, ferro ignique o domi militiaeque, o, come abbiamo visto, quam ob rem, al fine di aiutarne e verificarne la memorizzazione. Io credo che, soprattutto in una scuola come lo scientifico dove non incombe la versione all’esame di Stato, sia rilevante affiancare verifiche di traduzione ad altre esemplate sugli esercizi che abbiamo preso in esame; ovviamente, prima si devono abituare gli studenti alla ‘novità’, magari con compiti a casa che prevedano, di volta in volta, l’una o l’altra tipologia. Avendolo sperimentato di persona, posso affermare a ragion veduta quella che per altro non è certo una ‘scoperta’, cioè che gli esiti delle versioni e di queste altre forme di verifica non sono sempre uguali, proprio per le differenti competenze messe in gioco.

     

    Per il momento, auspichiamo la partecipazione di tutti a questo sito, per proporre altri modelli e altri esercizi! Basta allegare il proprio lavoro, utilizzando la funzione “Leave a Reply”. Potremo così costruire, tutti assieme, un repertorio di testi e di esercizi!

    © Ilaria Torzi 2016       (il**********@***bg.it)

  • Guida alla certificazione latina III

    Guida alla certificazione latina III

    Vogliamo parlare del livello A? Senz’altro più ‘facile’, richiede pur sempre una competenza lessicale e morfo-sintattica non da poco. Di base c’è un lessico frequenziale, fissato in 450 lemmi: che, arricchito di tutti i vocaboli facilmente deducibili dalla lingua italiana e da quelli che, magari non frequentissimi, sono però conosciuti da chi si serve dei più comuni manuali scolastici, consente di arrivare a ca. 600 lemmi presupposti come noti. Inoltre, è necessaria la conoscenza del programma completo di grammatica (morfologia e sintassi dei casi).

    La prova si articolava quest’anno in sei esercizi, miranti a verificare la comprensione globale di un testo (1 e 2); la sua comprensione analitica (3); le abilità morfosintattiche (4 e 5); la sintesi delle competenze (6). Oggi prenderemo in esame i primi tre esercizi; in un prossimo post, i restanti tre. Il testo proposto raccontava in sintesi le sorti della Britannia in età imperiale, ispirandosi liberamente al primo libro dell’Historia Ecclesiastica gentis Anglorum di Beda. Lo riporto qui di seguito, omettendo alcune facilitazioni linguistiche che erano presenti nel testo della prova:

     

    Anno ab urbe condita DCCXCVIII Claudius, imperator ab Augusto quartus, volens se ipsum utilem reipublicae ostendere principem, bellum ubique tulit et victoriam quaesivit. Itaque bellum in Britanniam movit; ideo insulam petivit, quam, neque ante Iulium Caesarem, neque post eum, quisquam adire ausus erat, ibique sine ullo proelio ac sanguine intra paucissimos dies plurimam insulae partem in deditionem recepit. Orcades etiam insulas, ultra Britanniam in Oceano positas, Romano adiecit imperio, ac sexto, quam profectus erat, mense Romam rediit, filioque suo ‘Britannicum’ nomen inposuit. Hoc autem bellum quarto imperii sui anno gessit. Ab eodem Claudio Vespasianus, qui post Neronem imperavit, in Britanniam missus, etiam Vectam insulam, Britanniae proximam, Romanorum imperio adiecit. Succedens autem Claudio in imperium Nero, nihil omnino in re militari ausus est: ideo, inter alia Romani multa regni detrimenta, Britanniam fere totam amisit; nam, Nerone imperatore, duo nobilissima oppida Britanniae capta atque subversa sunt ab hostibus. Hadrianus imperator murum, quod et vallum dicitur, fecit ad Britanniam defendendam; Severus autem imperator, cum vidisset, magnis gravibusque proeliis saepe gestis, partem insulae Britanniae ab indomitis gentibus receptam esse, vallo defendendam insulam putavit. Itaque Severus magnam fossam fortissimumque vallum turribus munitum a mari ad mare duxit. Severus apud Eboracum urbem morbo mortuus est. Reliquit duos filios, Bassianum et Getam; Bassianus ‘Antonium’ cognomen habuit et regno potitus est; imperium solus gessit et ‘Caracalla’ a populo vocatus est.

    Il primo esercizio, come nel livello B2, guidava alla comprensione generale del brano attraverso una parafrasi, in latino, che andava completata in alcuni elementi; all’esercizio ne faceva seguito un secondo, con domande a risposta chiusa, vero/falso. Si è preferito non sottoporre agli studenti il riconoscimento di un riassunto in italiano, cosa invece fatta per il livello superiore, perché ci si è accorti che spesso i ragazzi si servivano più di quello che del testo latino per svolgere gli esercizi successivi, non solo travisando lo scopo del test, ma anche compromettendone l’esito se per caso veniva scelta la risposta errata.

    Ecco dunque la parafrasi proposta, limitatamente alla prima parte del racconto:

    Claudius, qui quartus post Augustum rem Romanam acceperat, voluit se utilem Romanis monstrare; ergo, victoriae desiderio, multos _______ petivit. In Britannos bellum gessit: neque ante Iulium Caesarem neque post eum, ______ imperator ad insulam ivit; Claudius autem paucos dies pugnavit, paucos milites perdidit et, brevi ______, magnam insulae partem subegit. Post Orcadum deditionem, cum ______ revertit, filius eius ‘Britannicus’ vocatus est. Postea Vespasianus, qui ______ fuit post Neronem, iubente Claudio, in Britanniam ______ et insulam Vectam, quae in mari _______ Britanniam est, cepit. Nero imperator Claudium secutus est, sed fere nullum bellum ______, multa detrimenta imperio Romano intulit et fere totam Britanniam amisit: duae illustres civitates in hostium manus ceciderunt.

    Alla parafrasi si accompagnava un elenco di termini da inserire negli spazi rimasti vuoti, parole che, rispetto a quanto deciso per un esercizio affine del livello superiore, avevano la facilitazione di essere già flesse. Ciò consente naturalmente un più rapido riconoscimento della loro probabile collocazione, ma inevitabilmente utilizza un elemento ‘esterno’ alla pura comprensione del senso complessivo, cioè appunto la possibilità o meno di essere inseriti in un dato contesto su base grammaticale; tuttavia la cosa ci è parsa consona al livello ‘inferiore’ della prova e alla sua struttura più ‘grammaticalizzata’. C’era tuttavia una difficoltà ‘aggravante’: i termini forniti erano in numero maggiore rispetto al bisogno effettivo; bisognava dunque scegliere quelli davvero necessari. Eccone l’elenco:

    1.nemo  2.hostes  3.die 4.bonis  5.ex 6.ducebat 7.ullus 8.cives 9.domum 10.inter 11.tempore 12.apud 13.pro 14.eius 15.incepit 16.ducebatur 17.fortissimis  18.princeps  19.vallo  20.ivit

    cesare

    Come affrontare un simile esercizio? Dal momento che la parafrasi risulta semplificata e solitamente più sintetica rispetto al testo originale, credo che il modo migliore sia evidenziare, in primo luogo, gli elementi essenziali per lo svolgimento del racconto. Provo a farlo, sottolineando le parole e le espressioni che mi sembrano maggiormente importanti nella porzione di testo corrispondente:

    Anno ab urbe condita DCCXCVIII Claudius, imperator ab Augusto quartus, volens se ipsum utilem reipublicae ostendere principem, bellum ubique tulit et victoriam quaesivit. Itaque bellum in Britanniam movit; ideo insulam petivit, quam, neque ante Iulium Caesarem, neque post eum, quisquam adire ausus erat, ibique sine ullo proelio ac sanguine intra paucissimos dies plurimam insulae partem in deditionem recepit. Orcades etiam insulas, ultra Britanniam in Oceano positas, Romano adiecit imperio, ac sexto, quam profectus erat, mense Romam rediit, filioque suo ‘Britannicum’ nomen inposuit. Hoc autem bellum quarto imperii sui anno gessit.

    Ab eodem Claudio Vespasianus, qui post Neronem imperavit, in Britanniam missus, etiam Vectam insulam, Britanniae proximam, Romanorum imperio adiecit. Succedens autem Claudio in imperium Nero, nihil omnino in re militari ausus est: ideo, inter alia Romani multa regni detrimenta, Britanniam fere totam amisit; nam, Nerone imperatore, duo nobilissima oppida Britanniae capta atque subversa sunt ab hostibus.

    Nel complesso, è evidente di come si stia parlando delle azioni di tre generali, l’imperatore Claudio, Vespasiano agli ordini del primo, e il princeps Nerone. Del primo si sottolinea la sete di gloria, l’attività bellica di rapido successo in un luogo prima poco considerato, la Britannia e le isole circostanti, anche grazie all’aiuto di Vespasiano, che successivamente diventerà imperatore. L’impresa è così significativa che suo figlio ne trae il nome; Nerone, però, imperatore imbelle, perde gran parte del territorio conquistato.

    Adesso possiamo tornare alla nostra parafrasi. La prima cosa da fare è individuare la parte del discorso necessaria per riempire gli spazi; poi, riflettere sulle opzioni rimaste possibili, di numero volta per volta inevitabilmente limitato. Ad esempio, dopo multos non può che andare un sostantivo in accusativo maschile plurale, quindi la scelta si riduce a hostes (2) o cives (8) e il contesto obbliga ad optare per hostes, verso cui spinge anche la presenza del verbo petere, nel senso di ‘assalire’ (tutti i manuali riportano l’espressione petere hostes quando si studiano i diversi significati di questo verbo). Nel secondo spazio, dopo una virgola, per completare una frase che per altro già dispone di tutti gli elementi essenziali, l’ipotesi più plausibile è che si debba utilizzare un aggettivo maschile singolare: ullus (7). Sappiamo che anche nemo (1) può talvolta fungere da aggettivo, ma il senso negativo della frase ne impedisce la scelta. La presenza di un cum prima del quarto spazio richiede un attimo in più di attenzione per individuarne il valore di preposizione o congiunzione. Il significato dei termini disponibili in ablativo, tempore (11), fortissimis (17), vallo (19) portano ad escludere la valenza di preposizione a favore di quella di congiunzione e a ritenere necessario, per completare la frase, un complemento di moto a luogo legato a revertit: domum (9). L’identificazione di un verbo con cui riempire uno spazio è solitamente la difficoltà minore, data la centralità di quest’elemento all’interno della frase; al massimo, va suggerita un po’ d’astuzia: se compare il medesimo predicato del testo originario, la forma non sarà uguale, ma, come si verifica per esempio in una parte non riportata della parafrasi, ci sarà un passivo al posto dell’attivo, cosa facilmente riconoscibile dai ruoli sintattici degli elementi nominali: vallum turribus munitum erat et ducebatur (16) a litore ad litus, al posto dell’originario Itaque Severus magnam fossam fortissimumque vallum turribus munitum a mari ad mare duxit; da escludere quindi l’opzione ducebat (6). Qualche problema in più può creare l’individuazione dei connettivi o dei pronomi, i primi perché spesso non avvertiti come essenziali per l’articolazione di un testo, gli altri perché numerosi e spesso, come gli indefiniti, studiati magnis itineribus! Nella parte di parafrasi analizzata, per esempio, abbiamo et insulam Vectam, quae in mari _______ Britanniam est, cepit. La soluzione è facile: serve per forza una preposizione e solo apud (12) fra le tre a disposizione (le altre sono pro [13] e ex [5]) è seguita dall’accusativo e può consentire alla relativa di sostituire l’originario Britanniae proximam.

    Per svolgere con successo il secondo esercizio, bisogna porre attenzione ai dettagli, proprio a quelle ‘paroline’ che, l’abbiamo appena detto, sono meno familiari ai ragazzi; sempre in riferimento alla porzione di testo presa in considerazione, venivano proposte le seguenti affermazioni:

    1. Claudius voluit Romanorum imperio regiones adicere ut se bonum principem ostenderet
    2. Multi principes insulam Britanniam capere voluerunt, sed Caesar unus eam vicit
    3. Claudius multa proelia cum Britannis commisit ut insulae magnam partem subigeret
    4. Post Britanniam Claudius ipse et Orcades insulas et Vectam cepit
    5. Claudii filius ‘Britannicus’ vocatus est post Britannicum bellum
    6. Vespasianus in Britanniam ivit, postquam imperatori Neroni successit
    7. Cum Nero nulla proelia in hostes commisisset, Britannia fere tota amissa est
    8. Nero autem nulla alia detrimenta Romanis intulit: eo imperante, duas alias urbes Britanniae Romani ceperunt

    La veridicità della prima affermazione è pacifica e si evince sia dal testo originario che dalla parafrasi; anche la seconda è abbastanza evidentemente falsa, ma la corretta comprensione si basa sui multi principes contrapposti a unus Caesar che contraddice il dettato: neque ante Iulium Caesarem, neque post eum, quisquam adire ausus erat, parafrasato con neque ante Iulium Caesarem neque post eum, ullus imperator ad insulam ivit. Anche per la terza affermazione la parola chiave è multa, che ne denuncia la falsità, dato che nel testo si dice sine ullo proelio e la parafrasi, pur non parlando di battaglie, evidenzia lo scarso numero di giorni, di perdite e il breve tempo. Nella successiva la discriminante sta in ipse, dal momento che, nella realtà dei fatti, Vespasianus […] Vectam insulam […] Romanorum imperio adiecit, mentre, nella sesta asserzione, benché sia vero che Vespasiano è stato il successore di Nerone, la sua conquista si è svolta prima (ab eodem Claudio Vespasianus […] in Britanniam missus), non postquam imperatori Neroni successit.

    vallo_di_adriano

    Vengo infine all’ultimo esercizio che tratterò in questo post, volto a focalizzare alcuni dettagli del testo. In questo caso si trattava di una risposta multipla a quattro possibilità, una delle quali, spesso, è evidentemente sbagliata, mentre altre due fanno affermazioni parzialmente vere o non deducibili dal testo; ovviamente i ragazzi non devono aspettarsi di trovare, come risposta corretta, la frase esatta incontrata nel brano, ma una sua parafrasi o una sintesi o una inferenza immediata.

    Vediamo le ultime due proposte, tratte dalla seconda parte del brano:

    Quid fecit Nero?

    1. Nero, vir nullae virtutis, post Claudium princeps fuit, idemque Britanniam amisit
    2. Nero Britanniam amisit, sed alia bella pro imperio Romano gessit et multas provincias ei adiecit
    3. Nero Britanniam amisit sed nulla alia mala imperio Romano fecit
    4. Nero Britanniam amisit sed Vespasianus, ab eo missus, Vectam cepit.

     

    Quid fecit Severus?

    1. Severus voluit rursus Britanniam totam capere
    2. Severus Bassianum et Getam, suos filios, in Britanniam misit, ut eam defenderent
    3. Severus parvam fossam et vallum cum turribus fecit ut Britanniam defenderet
    4. Severus voluit defendere Britanniae partem quae ab hostibus capta non erat.

     

    Il primo quesito ha in tutte le risposte una parte di correttezza: Nero Britanniam amisit, ma solo la prima è completamente vera, affermando che Nerone fu il successore di Claudio e che fu uomo di nessun valore militare, cosa che nel testo è resa con nihil omnino in re militari ausus est, parafrasato da fere nullum bellum incepit. La seconda possibilità è contraddetta proprio da queste stesse frasi, la terza dal fatto che, nel brano originario e nella parafrasi, si parla di multa detrimenta causati dal princeps all’impero e l’ultima da quanto abbiamo già analizzato precedentemente, cioè la conquista di Vecta da parte di Vespasiano in tempi precedenti, sotto il principato di Claudio.

    La seconda domanda propone una possibilità del tutto fuorviante, la prima, in quanto nessun elemento del brano lascia inferire un tentativo di riconquista da parte di Severo. Anche la seconda risposta è poco plausibile: i figli dell’imperatore vengono citati solo per quanto concerne la successione, nulla viene detto della loro precedente carriera militare. Le altre due, ad un’occhiata superficiale, parrebbero corrette, ma il brano parla esplicitamente di magnam fossam, non di parvam. L’unica completamente esatta è quindi l’ultima, dal momento che nel testo si dice chiaramente: Severus autem imperator, cum vidisset, magnis gravibusque proeliis saepe gestis, partem insulae Britanniae ab indomitis gentibus receptam esse, vallo defendendam insulam putavit, riassunto e parafrasato con alterum vallum a Severo imperatore aedificatum est, quia propter magna et crudelia proelia pars insulae capta erat a ferocissimis populis.

    L’esercizio, certo, non è particolarmente complesso, ma forse, assieme a quello precedente, può favorire un obiettivo trasversale che prescinde strettamente dalle competenze della lingua latina: il miglioramento dell’attenzione e della precisione. Obbliga infatti gli studenti a un lettura puntuale, a soffermarsi sui particolari: cosa che, nella mia esperienza di insegnante, trovo sempre più disattesa. Molti errori derivano proprio da distrazione, da superficialità, da mancata lettura completa delle consegne.

    © Ilaria Torzi 2016       (il**********@***bg.it)

  • Guida alla certificazione latina II

    Guida alla certificazione latina II

    Continuo il percorso relativo alle prove della certificazione linguistica tenutesi lo scorso 27 aprile. Nel precedente post mi ero concentrato sul primo esercizio proposto per il livello B2, il più alto certificabile secondo lo schema in uso. In un progetto ideale che prima o poi si spera di veder realizzato, lo ricordo, questo è il livello che potrebbe essere riconosciuto sia dalle sedi universitarie che attualmente prevedono accertamenti di lingua latina all’atto di immatricolazione alle Facoltà umanistiche; sia da quelle che (stante l’autonomia di percorsi garantita alle singole sedi dalla normativa) preferiscono invece rendere questo accertamento parte integrante, ma preliminare, dell’esame di lingua e/o letteratura latina. Il livello dovrebbe anche garantire un riconoscimento di competenze a quanti vogliano svolgere un lavoro con il latino, ma non specificamente incentrato sul latino, come può essere il caso di chi trova impiego in un archivio o in una biblioteca.

    Avevamo dunque visto, nella puntata precedente, che la prova si apriva con un testo di Orosio dedicato alla storia di Ciro e della regina Tàmiri, che per comodità qui riporto, indicando in rosso le parti che saranno oggetto di indagine nel primo esercizio che commenterò:

    Cyrus proximi temporis successu Scythis bellum intulit. Quem Thamyris regina, quae tunc genti praeerat,cum prohibere transitu Araxis fluminis posset, transire permisit, primum propter fiduciam sui, dehinc propter opportunitatem ex obiectu fluminis hostis inclusi. Cyrus itaque Scythiam ingressus, procul a transmisso flumine castra metatus, insuper astu eadem instructa vino epulisque deseruit, quasi territus refugisset. Hoc conperto regina tertiam partem copiarum et filium adulescentulum ad persequendum Cyrum mittit. Barbari, veluti ad epulas invitati, primum ebrietate vincuntur, mox revertente Cyro universi cum adulescente obtruncantur. Thamyris exercitu ac filio amisso vel matris vel reginae dolorem sanguine hostium diluere potius quam suis lacrimis parat. Simulat diffidentiam desperatione cladis inlatae paulatimque cedendo superbum hostem in insidias vocat. Ibi quippe conpositis inter montes insidiis ducenta milia Persarum cum ipso rege delevit, adiecta super omnia illius rei admiratione, quod ne nuntius quidem tantae cladis superfuit. Regina caput Cyri amputari atque in utrem humano sanguine oppletum coici iubet, non muliebriter increpitans: “Satia te”, inquit, “sanguine quem sitisti, cuius per annos triginta insatiabilis perseverasti”.

    Sappiamo che il primo esercizio chiedeva di individuare il riassunto giudicato più esatto e preciso, fra tre proposti. Il riassunto esatto è questo:

    Di impresa militare in impresa militare, Ciro arriva in Scizia. Lì regna la regina Tamiri, che attende il momento propizio per predisporre un agguato al nemico invasore, e perciò lascia che entri indisturbato nel regno. È invece Ciro a preparare un tranello agli Sciti. Tamiri vi perde parte dell’esercito e il figlio. Assorbito lo smacco, medita vendetta e predispone la propria imboscata, indietreggiando. Ciro vi cade in pieno, e muore in combattimento. Tamiri ne deturpa il cadavere e gioisce della vendetta.

    Attraverso questo esercizio, si era sollecitati (e aiutati) a cogliere il senso complessivo della vicenda, e ad individuarne i punti chiave: un’operazione che non sempre si pratica nella prassi quotidiana, per accontentarsi a volte di una traduzione che non verifica se all’atto del tradurre corrisponde  anche una piena comprensione del testo tradotto. A quest’ultimo scopo mirano invece due esercizi della certificazione, che mi sembrano complessivamente abbastanza facili da realizzare, e che non sono del resto sconosciuti alla pratica di scuola – gli esercizi che vorrei discutere oggi.

    Il primo consisteva, molto semplicemente, nella richiesta di individuare alcune strutture grammaticali tipiche del latino. Non si tratta però di riconoscerle per dare loro un nome o la definizione grammaticale, ma di capire a chi o a che cosa esse si riferiscano all’interno del brano, e a quale scopo servano. Ecco le domande poste sul significato di alcune  frasi (o parti di frasi) nel contesto specifico del passo.  In rosso la risposta corretta

    (1) sui si riferisce a:  Ciro, re dei Persiani; la regina Tamiri; il figlio di Tamiri; il fiume Arasse                                                     

    (2) Indica a quale sostantivo si riferisce eadem: Thamyris; astus; castra; instructa

     (3) hoc si riferisce a: l’attraversamento dell’Arasse da parte di Ciro; l’abbandono dell’accampamento da parte di Ciro; l’ampia penetrazione di Ciro in Scizia; l’inganno preparato da Ciro in Scizia

    (4) adiecta è concordato con: ducenta milia; omnia; admiratione; Thamyris regina

    (5) illius rei si riferisce a: l’entità della sconfitta subita dagli Sciti; l’entità della sconfitta subita da Ciro; l’inganno causa della sconfitta subita dagli Sciti; l’inganno causa della sconfitta subita da Ciro

    Come si vede, le cinque domande si riferiscono alle forme pronominali e aggettivali (1, 2, 3, 5) e a un ablativo assoluto (4): cioè a parti della grammatica che, come esperienza insegna, sono in genere note agli studenti liceali e universitari laddove se ne chieda loro conto a livello di teoria; ma che spesso risultano invece difficili da riconoscere e risolvere quando se ne chieda loro una spiegazione puntuale nel contesto. Allo stesso tempo, come avviene soprattutto nel caso dei pronomi, sono parti la cui traduzione può anche essere abbastanza meccanica, ma che, appunto per questo, non garantiscono che chi li sta traducendo si sia davvero interrogato circa il loro senso e la loro necessità d’essere. Mi spiego: è facile immaginare che, dizionario alla mano, propter fiduciam sui sarebbe stato tradotto da coloro che se lo sono trovato davanti con “per la fiducia di sé” (o “in sé”, che peraltro costituisce già un passo avanti verso la comprensione e la resa in buon italiano). È però sintomatico che proprio la domanda numero 1 sia stata, possiamo dirlo, una di quelle alla quale sono state fornite più risposte sbagliate. Subito dopo, in una ideale graduatoria, vengono le domande riferite all’uso di hoc e  di illius rei; quindi l’ablativo assoluto. Il maggior numero di risposte esatte è andato invece alla domanda sul participio in funzione attributiva, instructa. Faccio ora l’esempio di un altro esercizio della prova, sul quale tornerò in un successivo post. Davanti alla frase magna illa Babylon, nunc paene etiam minima mora victa, capta subversaque est (che fa riferimento a un’altra impresa di Ciro, narrata piuttosto minuziosamente all’interno del nuovo esercizio) l’espressione minima mora victa è stata tradotta da molti come un ablativo assoluto, dimenticando che Babylon, come la quasi totalità dei nomi di città, è femminile (un fenomeno che si registra anche in italiano); che la successione triadica victa, capta, subversa, fatta di tre verbi che si rinforzano l’un l’altro e scandiscono i momenti della conquista, è una successione espressiva ed enfatica (la vittoria militare, victa; lo spandersi dei vincitori per le strade della città conquistata, capta; il saccheggio imposto a Babilonia, subversa – una successione usuale in qualunque descrizione di una città che ha capitolato dopo un lungo assedio, nei tempi antichi come in quelli moderni); infine, come vedremo meglio in seguito, senza rendersi conto che una traduzione del tipo “vinto/messo da parte ogni minimo indugio/ostacolo” (= minima mora victa, il presunto ablativo assoluto) era assolutamente contradditoria con quanto precedeva nel racconto, che di un ostacolo lungo e difficile da superare invece parlava (l’ostacolo costituito dall’Eufrate, fiume gigantesco, che Ciro ha dovuto rendere guadabile con un lavoro immane per tempo impiegato, proporzioni dell’opera, audacia del progetto). Ma anche dietro questo errore, come dietro agli altri segnalati nell’esercizio preso precedentemente in esame, riconoscerei un errore di prospettiva, che non è degli studenti, ma del nostro atteggiamento verso il latino: e cioè l’idea che i testi latini servano ad applicare (e quindi, a seconda delle circostanze, ad esemplificare o verificare) delle regole grammaticali, e non a sviluppare un racconto dotato di senso. Per questo, di fronte all’alternativa “ablativo assoluto apparentemente perfetto ma dal senso contradditorio con il resto” vs “senso consequenziale e quindi un costrutto (logico, grammaticale, stilistico) da cercare come alternativa all’ablativo assoluto inizialmente supposto” (ma del tutto incongruente con la situazione), la prima ipotesi ha stravinto sulla seconda. Per inerzia, per pigrizia, per abitudine…

    Accompagnare la versione con facili (e poche) domande come quelle proposte dall’esercizio qui analizzato, non sembra particolarmente difficile, né una proposta tale da stravolgere la didattica quotidiana. Alcuni eserciziari già lo fanno, ma non sempre concentrandosi, come dovrebbero, solo e unicamente sul senso della versione proposta: cosicché l’efficacia della proposta si perde, a mio giudizio, non poco. Siamo però sicuri di avere sempre applicato un simile metodo? Abbiamo davvero abituato i nostri studenti, di ogni ordine e grado, a interrogarsi in questo modo sul testo? Oppure ci siamo spesso accontentati di una traduzione “secca”, senza interrogarci circa il livello di comprensione del testo che stava all’origine di quella traduzione? L’esercizio proposto dalla certificazione è un invito a cercare di evitare questi comportamenti, e di farli evitare ai nostri studenti, insegnando loro, come è essenziale che sia, che i testi sono prima di tutto storie o argomentazioni, e che come tali vanno quindi seguiti nel loro sviluppo narrativo e logico.

    A questo scopo mirava anche un altro esercizio della prova, sul quale mi dilungo poco, perché usuale in qualsiasi certificazione, di qualsiasi lingua si tratti. Dato un testo (nel nostro caso, sempre il passo di Orosio sopra riportato) è infatti abbastanza normale che si chieda di verificare l’esattezza o meno di certe affermazioni ad esso relative. In classe questo esercizio si potrà fare con facili domande, anche in italiano. Nella prova di certificazione, per coerenza, le frasi da valutare sono in un latino di facile comprensione. Chi si è sottoposto alla prova doveva infatti indicare, con una semplice spunta, se a suo giudizio un’affermazione fosse vera o falsa. Ecco le frasi sottoposte a giudizio:

    (1) Thamyris maiore dolore affecta est ob filii mortem quam ob exercitus caedem

    (2) Cum Cyrus castra reliquisset, Thamyris exercitum misit ut iis potiretur

    (3) Thamyris usque ad extremum fiduciam sui servavit

    (4) Cyrus profligatus est quia cedendo in insidias incidit

    (5) Thamyri lacrimis dolor diluendus visus non est

    Le prime due sono evidentemente false (il testo parla di un dolor equamente diviso fra l’essere mater e regina della donna; il figlio viene mandato all’inseguimento di Ciro, non a conquistare l’accampamento da questi abbandonato); è invece vera la terza, perché, come sappiamo, la fiducia sui è proprio la cifra che caratterizza Tàmiri, che mai si perde d’animo. A cedere è lei – o meglio, a fingere di cedere, come già abbiamo avuto occasione di verificare: falsa è dunque anche la quarta frase; parte della fiducia della regina sta nella decisione di diluere il suo dolore con il sangue dei nemici, non con le proprie lacrime, cosa che poi realizza in modo cruento. Dunque, anche la quinta affermazione è vera.

    Come ho detto prima, un repertorio di domande di tal genere è relativamente facile da costruire; ma è ancora più facile costruirlo insieme. Basta che ognuno carichi, usando la funzione “Leave a reply” un testo di breve misura, e le affermazioni che quel testo gli suggerisce come adatte a un simile esercizio. Confido nell’aiuto e nella partecipazione di tutti!

  • Guida alla certificazione latina I

    Guida alla certificazione latina I

     

    Mercoledì 27 aprile si sono svolte le prove della certificazione latina 2016, che ora sono in fase di correzione. I testi e gli esercizi proposti sono però già disponibili sul sito dell’USR della Lombardia, e allora, in attesa degli esiti, è possibile ragionare un poco sull’intera operazione, così da valutare gli esercizi che la costituivano, come ci si sarebbe dovuti preparare ad affrontarli o come bisognerebbe preparare gli studenti ad affrontarli, quale ricaduta didattica essi possono avere. Incominciamo dal livello B e dalle prove di quel livello, esaminandole una per una. Questo post lo dedico all’esercizio 5 della prova B1, che coincideva con l’esercizio 1 della prova B2.

    Il testo proposto narra la morte di Ciro, ad opera di Thamyris (Tàmiri, detta anche Tòmiri), regina degli Sciti (o dei Massageti), alla quale Ciro aveva precedentemente ucciso il figlio. Il mito, raccontato da Erodoto, ha poi tutta una serie di riprese sia fra gli autori greci che fra gli autori latini. Quella che leggiamo è la versione di Orosio, della quale si ricorda anche Dante, nel XII canto del Purgatorio. Il celebre ritratto di Andrea del Castagno e un dipinto di Rubens costituiscono un’ulteriore testimonianza  della fama della vicenda.

    Tomyris-Castagno

    (Andrea del Castagno)

    Tomiris

    (Rubens)

     

    Ecco dunque il testo di Orosio:

     

    Cyrus proximi temporis successu Scythis bellum intulit. Quem Thamyris regina, quae tunc genti praeerat,cum prohibere transitu Araxis fluminis posset, transire permisit, primum propter fiduciam sui, dehinc propter opportunitatem ex obiectu fluminis hostis inclusi. Cyrus itaque Scythiam ingressus, procul a transmisso flumine castra metatus, insuper astu eadem instructa vino epulisque deseruit, quasi territus refugisset. Hoc conperto regina tertiam partem copiarum et filium adulescentulum ad persequendum Cyrum mittit. Barbari, veluti ad epulas invitati, primum ebrietate vincuntur, mox revertente Cyro universi cum adulescente obtruncantur. Thamyris exercitu ac filio amisso vel matris vel reginae dolorem sanguine hostium diluere potius quam suis lacrimis parat. Simulat diffidentiam desperatione cladis inlatae paulatimque cedendo superbum hostem in insidias vocat. Ibi quippe conpositis inter montes insidiis ducenta milia Persarum cum ipso rege delevit, adiecta super omnia illius rei admiratione, quod ne nuntius quidem tantae cladis superfuit. Regina caput Cyri amputari atque in utrem humano sanguine oppletum coici iubet, non muliebriter increpitans: “Satia te”, inquit, “sanguine quem sitisti, cuius per annos triginta insatiabilis perseverasti”.

    La prova prevedeva di scegliere, fra tre riassunti in gran parte molto simili, quello giudicato più esatto e preciso. L’esercizio ovviamente mira a verificare la capacità di comprensione del brano da parte dei suoi lettori, senza passare necessariamente dalla traduzione di tutto il testo. In fondo, quando leggiamo un romanzo in una lingua moderna, non comprendiamo di norma tutte le parole di ogni pagina; ma se vogliamo leggere il romanzo, di ogni pagina dobbiamo capire il senso generale, altrimenti la lettura non procede. Nel predisporre le prove si è scartata l’idea di richiedere un riassunto del brano direttamente ai candidati, perché questo avrebbe messo in gioco in misura troppo forte una serie di abilità, pur importanti e imprescindibili (come cogliere il punto centrale della narrazione; saperlo esprimere in italiano corretto ecc.) che esulano dalla competenza specifica della lingua latina. Queste competenze, naturalmente, non possono essere del tutto azzerate, perché fanno parte della nostra capacità di intendere un testo, qualunque testo, in qualunque lingua lo si legga: ma il loro dispiego andava ridotto il più possibile, e così si è cercato di fare. In una classe, al contrario, si potrà pensare di esercitare i ragazzi facendo sviluppare a loro stessi il riassunto dei brani proposti. Lo vedo anzi come un compito prioritario delle letture in latino: trasformare i testi tradotti in narrazioni (o in argomentazioni) continue, che abbiano un senso e una logica, che, come disse uno studente anni fa, “trasformino le versioni in storie” (o in argomentazioni): perché i ragazzi odiano le versioni, ma sono attratti dalle storie e dai ragionamenti sensati. Passo successivo dovrà essere, poi, quello di insegnare a riconoscere che ci sono delle ricorrenze nella struttura dei brani, e che riconoscere quelle ricorrenze vuol dire essere in grado di capire l’andamento della storia (o del ragionamento) senza bisogno di ricorrere alla sua traduzione puntuale – esattamente come facciamo quando leggiamo in una lingua moderna.

     

    Quelli che vi riporto sono i sommari proposti:

     

    Di impresa militare in impresa militare, Ciro arriva in Scizia. Lì regna la regina Tamiri, che attende il momento propizio per predisporre un agguato al nemico invasore, e perciò lascia che entri indisturbato nel regno. È invece Ciro a preparare un tranello agli Sciti. Tamiri vi perde parte dell’esercito e il figlio. Assorbito lo smacco, medita vendetta e predispone la propria imboscata, indietreggiando. Ciro vi cade in pieno, e muore in combattimento. Tamiri ne deturpa il cadavere e gioisce della vendetta

     

    Di impresa militare in impresa militare, Ciro arriva in Scizia. Lì regna la regina Tamiri, che non si preoccupa troppo dell’invasore, e perciò lascia che entri indisturbato nel regno. È invece Ciro a preparare un tranello agli Sciti. Tamiri vi perde parte dell’esercito e il figlio. Assorbito lo smacco, medita vendetta e predispone la propria imboscata, incalzando il nemico. Ciro vi cade in pieno, e muore in combattimento. Tamiri ne deturpa il cadavere e gioisce della vendetta.

     

    Di impresa militare in impresa militare, Ciro arriva in Scizia. Lì regna la regina Tamiri, che prima non si dà pensiero dell’invasore, poi attende il momento propizio per predisporre un agguato al nemico invasore. Fino ad allora, lascia che entri indisturbato nel regno. È invece Ciro a preparare un tranello agli Sciti. Tamiri vi perde parte dell’esercito e il figlio; inizia perciò a indietreggiare impaurita, finché Ciro non cade a sua volta in pieno in un’imboscata e muore in combattimento. Tamiri ne deturpa il cadavere e gioisce della vendetta.

     

    Che tipo di lavoro si può fare di fronte a un esercizio del genere? Io penserei che, dopo aver letto il brano di Orosio, il lavoro sia da svolgere inizialmente sulle tre parafrasi. È evidente che presentano alcune parti comuni e talune divergenze. La frase iniziale, ad esempio, è identica in tutte e quindi non merita particolare attenzione. In una collazione dei tre sommari, due punti emergono come luoghi di differenziazione fra testo e testo. Nella seconda frase si legge infatti (ho evidenziato in rosso le differenze):

     

    Lì regna la regina Tamiri, che attende il momento propizio per predisporre un agguato al nemico invasore, e perciò lascia che entri indisturbato nel regno

    Lì regna la regina Tamiri, che non si preoccupa troppo dell’invasore, e perciò lascia che entri indisturbato nel regno

    Lì regna la regina Tamiri, che prima non si dà pensiero dell’invasore, poi attende il momento propizio per predisporre un agguato al nemico invasore. Fino ad allora, lascia che entri indisturbato nel regno

     

    Dopo di che, dopo una parte ancora comune, relativa all’agguato predisposto da Ciro, alla morte del figlio di Tamiri e alla decisione di vendicarsi presa dalla regina, ecco ancora delle differenze nel descrivere la tattica adottata dalla donna:

     

    – …medita vendetta e predispone la propria imboscata, indietreggiando

    – … medita vendetta e predispone la propria imboscata, incalzando il nemico

    – …inizia perciò a indietreggiare impaurita

     

    Il finale è di nuovo identico in tutte le versioni. Due sono allora i punti di snodo: Tamiri lascia avanzare Ciro nel suo regno perché attende il momento propizio per attaccarlo (evidentemente fiduciosa che un momento del genere prima o poi ci sarà), oppure perché noncurante? Ammetto che la differenza può essere sottile, anche molto sottile, e andrà strettamente calibrata. Nel secondo caso, le tattiche sono più marcatamente diverse: nel primo e nel terzo riassunto, infatti, Tamiri indietreggia, nel seconda avanza e incalza gli invasori. A fare la differenza fra il primo e il terzo riassunto è l’atteggiamento della regina: già decisa alla vendetta in un caso, impaurita nell’altro. Qui le differenze non sono troppo sottili…

     

    Ora si tratta di cercare i corrispondenti passaggi nel testo. Naturalmente, bisognerebbe poter entrare nella mente di ogni lettore, nella sua capacità di cogliere le sfumature della lingua, di suddividere le frasi. Non essendo in grado di farlo, mi limito a segnalare i punti che do per sicuramente riconosciuti: la prima distinzione si riferisce all’avere lasciato passare Ciro primum propter fiduciam sui, dehinc propter opportunitatem ex obiectu fluminis hostis inclusi; la seconda, al fatto che la regina simulat diffidentiam desperatione cladis inlatae paulatimque cedendo superbum hostem in insidias vocat. A questo punto si tratta di interrogarsi sulle parole latine: il fatto che Tamiri abbia da subito in mente di poter contare sulla fiducia sui e sulla opportunitas locorum (primum…dehinc sono ragioni che si sommano all’interno di un piano strategico, non reazioni diversificate da una distinzione di piani temporali) è espressione di noncuranza o di baldanza? E il simulare diffidentiam cedendo a quale delle tre strategie evocate prima corrisponde? Il verbo cedere impedisce di pensare a un inseguimento delle truppe di Ciro, dunque il riassunto numero 2 è sicuramente da scartare. La fiducia sui sembra espressione di baldanza più che di noncuranza; l’avere in mente da subito una strategia pure; il simulare diffidentiam implica che Tamiri si finga impaurita, ma non lo sia (come insegniamo tutti a lezione, simulare è fingere ciò che non esiste; dissimulare nascondere ciò che esiste). Il che esclude, mi pare, anche il riassunto numero 3. Dopo di ciò, la scelta è fatta!

     

    Fin qui ho descritto le operazioni che si immaginano debba fare lo studente. Ma il docente? Il docente può decidere di adottare abbastanza abitualmente un esercizio del genere o, come dicevo, lo può perfezionare e realizzare in forme leggermente diverse, facendo costruire i riassunti direttamente ai ragazzi, oppure concentrando l’attenzione e le domande su un singolo punto, che gli sembri particolarmente importante, del racconto. Quello che trovo essenziale è che l’insegnamento punti a cogliere il cuore del ragionamento proposto dal brano: nel nostro caso, l’eccessiva sicurezza di Tamiri, che è la causa prima della morte del figlio, esposto allo scontro con un avversario più astuto di lui; poi, il fatto che, una volta sentitasi sfidata da Ciro, quella stessa sicurezza che la caratterizzava da sempre abbia portato all’adozione di uno stratagemma vincente in cui adesso è l’altro, insuperbito dalla vittoria e dal precedente così facilmente risolto, a cadere a capofitto. Una tragica gara tra furboni, insomma, nella quale Orosio mette in evidenza una serie di meccanismi psicologici di un certo interesse. Su questo si potrà ulteriormente lavorare in seguito, così da rendere il testo motivo di qualche ulteriore curiosità.

     

    Ci sono altre possibilità di lavoro analogo? Qualunque testo, naturalmente, si presta all’esercizio proposto. È invece vero che mancano, a mia conoscenza, repertori di prove in grado di aiutare gli insegnanti. E allora, ecco la mia idea. Questo sito è nato per condividere materiale e proposte, didattiche e non. Se ognuno di noi utilizza la funzione “leave a reply” presentando un testo e tre riassunti costruiti a questo modo, in breve avremo un meraviglioso repertorio di esercizi, a disposizione di tutti. Io stesso do il buon esempio, caricando un esercizio analogo proposto in un certamen di un liceo milanese. Ma attendo fiducioso altre prove, altre proposte…

     

     

     

     

  • La zattera della Medusa

    La zattera della Medusa

    Il 5 luglio 1816 la fregata Méduse si incagliò al largo delle coste della Mauritania, per l’insipienza del suo comandante. Centocinquanta persone cercarono salvezza su una zattera di fortuna. Solo 15 si salvarono… Il celebre dipinto di Géricault, esposto al Salon del 1819, ha reso immortale l’episodio.

    Una versione meno tragica di quell’avvenimento è quella riproposta dal disegnatore francese Uderzo, che qui riportiamo con le didascalie che ci sono state suggerite. Come sempre, è possibile continuare a intervenire utilizzando la funzione “Leave a Reply” del post.

    medusa

    Quadragesimo quarto die. Omnia cibaria edidimus. Nunc comites edemus…                                                (Greta Romano)

    Altre soluzioni degne di nota:

    Galli victoriae confidebant cum Druidum potionem se bibisse crederent. Sed, ante profectionem, aliquis perperam paterae potionis pateram cervisiae substituerat. Victi, rate constructa, nunc ad auxilium quaerendum fugiunt.
    (Beatrice Baraldi)

    Cum viri, acti nocturna ebrietate, domum redire crederent, at suam sedem invenire non possent, dormitionem, desperationem, controversiam conceperunt et per medium mare iverunt. Traditum tamen est eos, iam fessos ac debilitatos, cotidie cum vexillis lusisse ad auxilia frustra quaerenda.                                          (Mattia Marchesi)

    Galli fugam petiverunt. Quoniam proelium apud flumen fuerat, nonnulli parvam ratem aedificaverunt et amnem tranarunt, perfugium quaerentes. Maesti fessique erant; et propter gravia vulnera paulatim pars eorum animam efflavit.
    (Olena Igorivna Davydova)

     

  • Conversation Pieces (II)

    Conversation Pieces (II)

    Riporto le proposte risultate vincenti al gioco dei Conversation Pieces, II serie. Ovviamente, è possibile aggiungere ancora altre proposte – utilizzando la funzione “Leave a Reply” in fondo al post.

     

    BOTTICELLIMadonna con bimbo e angelo adorante (Boston, part.)

    botticelli

    Libenter ambularem per campos! Immo… praeter modum piger sum… requiescam!

    (Greta Romano)

     

    DUERER, Cristo fra i dottori (Madrid, part.)

    durer

     

    Nescio qua de causa capillorum concinnator pro suo arbitrio semper faciat. Sic transit gloria tonsi…

    (Giulia Repetti)

     

     

    GAINSBOROUGH, Ritratto di Jo. Chr. Bach (Bologna)

    gainsborough

    Translatio tua mihi non satis facit… Videbo te postera sessione…!

    (Greta Romano)

    Segnaliamo anche la proposta dell’amico Stefano Costa, ispirata a Sen. Rhet. Contr. IV, prol. 4: Utinam magnitudo patris produceret et non obrueret!

    w

    w

    Ecco alcune delle altre proposte:

    per BotticelliSuavis iste aër oculos meos paene clausit, et mihi somnum fecit… Eia! Mihi non est dormiendum! Aaaah…

    “Est Europa nunc unita / et unita maneat; / una in diversitate / pacem mundi augeat…” Mane paulisper! Quid Europa est? Quid mea refert, si melos placet? “…Semper regant in Europa / fides et iustitia / et libertas populorum / in maiore patria” (Hymnus Latinus Europae,  © Peter Roland et Peter Diem)

    per DürerModo dicebam tibi in conspectu esse me senectutis: iam vereor ne senectutem post me reliquerim. Aliud iam his annis, certe huic corpori, vocabulum convenit, quoniam quidem senectus lassae aetatis, non fractae nomen est: inter decrepitos me numera et extrema tangentis (cf. Sen. epist. 26, 1).

    Tam senex quam sapiens sum: quotienscumque cogitationem habui, capillus mihi cecidit…

    Longam et canam barbam habere clarorum philosophorum est. Cuperem etiam crinem!

    per GainsboroughOmnes fere musicam patris mei praeferunt meae… Sic stantibus rebus, me conferam in Angliam ad fortunam quaerendam…

    Hercle! Clamores puerorum me non permittunt legere…

  • Considerazione inattuale XIV

    Considerazione inattuale XIV

    Sull’utilità (e il danno) del latino nella vita

    Queste riflessioni prendono spunto da quanto sento dire ormai da molti anni sull’opportunità di studiare ancora latino nei licei. Si tratta, per i più, di una lingua inutile, non solo e non tanto perché non viene più parlata da nessuna comunità importante, ma soprattutto perché toglie spazio ad altre materie ritenute più utili.

    L’obiezione è certamente fondata e comprensibile, forse anche giusta. Il mondo è cambiato, la società è cambiata, ma credo che sia cambiato soprattutto il modo di percepire la scuola e la sua funzione. Se viene intesa esclusivamente come un mezzo per fornire quanto servirà concretamente più tardi, nel mondo del lavoro, allora sì, studiare latino è assolutamente inutile, forse perfino dannoso, perché toglie tempo a materie (lingue, chimica, biologia, informatica ecc.) che forse – ma voglio sottolineare questo forse – aiuteranno a trovare un lavoro adeguato, faciliteranno alcuni percorsi universitari, permetteranno di capire qualcosa di più sulla società contemporanea. Però, credo, questo dipenderà dalle singole scelte individuali. Un architetto o un avvocato, ad esempio, non saranno facilitati da molte materie di tipo scientifico studiate a scuola, ma ciò non significa che il loro apprendimento sarà stato inutile: avranno acquisito strumenti che permetteranno di comprendere le basi di molte questioni attuali e di esprimere un parere non del tutto fuori luogo. Inoltre, anche il lavoro è sottoposto a cambiamenti continui, può capitare di doverlo cambiare o di essere costretti a fare qualcosa cui non avremmo mai pensato; e una volta concluso il percorso scolastico, ciò che si è appreso si è appreso, il resto sta nelle capacità individuali.

    Arrivo allora al punto: è proprio vero che la scuola deve preparare all’università e al lavoro in modo specifico? Io credo di no. Sarebbe, oltretutto, di per sé assurdo. In una classe composta di circa 25 persone, quasi tutte intraprenderanno corsi e attività differenti, e nessuna scuola può tenere conto di queste infinite diversità. Un percorso scolastico di valore, e allora sì veramente utile, deve certamente insegnare nozioni più o meno specifiche, ma deve anche offrire conoscenze ampie, strumenti cognitivi, capacità di usare il linguaggio, di ragionare in concreto e in astratto, di argomentare; deve insegnare che cos’è il presente, ma deve insegnare che cos’è il passato. E quindi, è utile costringere gli studenti a perdere il loro preziosissimo tempo a studiare declinazioni, verbi, costrutti di una lingua “morta”? È utile leggere gli autori latini, così lontani nel tempo, o imparare la storia della letteratura latina, fatta principalmente di nomi di opere che non si leggeranno mai? Dipende, a mio avviso, dal modo in cui si vuole intendere l’utilità. Un’utilità di consumo immediato, certamente, non c’è; ma se a questo concetto attribuiamo un significato più ampio, che trascende i limiti dell’immediato e della praticità, che considera “utile” ciò che permette la conoscenza di sé come cultura, come popolo, come individuo, allora non ritengo lo studio del latino dannoso, ma un’opportunità per comprendere – benché in maniera, per così dire, obliqua – la contemporaneità nel suo continuo evolversi.

    A parte le ovvie considerazioni di tipo etimologico (del genere, l’italiano deriva dal latino e quindi è bene conoscere la lingua “originaria”), la conoscenza del latino permette una maggiore consapevolezza di uno degli strumenti che più utilizziamo nella nostra vita quotidiana – e spesso purtroppo in maniera inadeguata, quando non addirittura erronea – cioè la lingua italiana. Scoprire, come è capitato di recente in un corso di letteratura per la laurea magistrale, e sottolineo magistrale, che alcuni studenti erano convinti che il figliolo della parabola evangelica fosse prodigo perché perdonato dal padre, e non per avere sperperato del denaro (dal latino prodigus, appunto), dovrebbe spingerci a riflettere sull’utilità di tale studio. Inoltre, il latino costituisce un’ottima base per l’apprendimento di altre lingue europee, di derivazione latina e non solo. Inglese e tedesco sono piene di forme latine (post-mortem, verbatim, i.e. = id est ecc.) e di conii sul latino; una scrittrice popolarissima, Agatha Christie, in The Mysterious Affair at Style (1920) chiama un suo personaggio, Cynthia, “the irrepressible”, probabilmente perché lo sentiva un termine più elegante o più letterario di una normale forma come “the unstoppable”. Quanto al difficile spelling di questa lingua, mi è capitato di vedere scritto a grandi lettere “The Exibition”: forse, sapere da dove deriva il termine, riconoscerne la radice latina exhibere, avrebbe evitato l’errore. Qualunque professore di italiano, poi, dirà che una conoscenza anche essenziale della lingua latina aiuta quando si devono spiegare ad esempio le origini della letteratura, sia a livello linguistico che letterario: come minimo, gli studenti hanno l’idea che prima esisteva un imponente sistema culturale e linguistico; inoltre, a livello concreto, non si perderà tempo a spiegare titoli come De monarchia o L’Orlando furioso… Al di là delle semplici nozioni linguistiche, non si deve dimenticare che la stessa letteratura italiana per secoli si è espressa in latino, pur essendo già storicamente e cronologicamente italiana, e che comunque la letteratura latina è stata letta e studiata per secoli ed è stata di modello – imitato, a volte anche contestato, ma comunque sempre conosciuto – per molti autori e molte opere. Ignorare questa letteratura significa avere una minore comprensione di tante opere e movimenti letterari. La presenza di Virgilio nella Commedia, diversi episodi divenuti celebri come quello di Pier delle Vigne con l’albero sanguinante, sono certamente comprensibili con l’ausilio di commenti e commentatori, ma risultano più significativi e più facilmente apprezzabili qualora se ne conosca il modello. Quanto ai movimenti letterari, si pensi al Romanticismo, che nasce in parte anche dal rifiuto dei modelli latini. Un esempio interessante è la poesia di Wordsworth Lines Left upon a Seat in a Yew-tree (1795), che segna la nascita di un nuovo paesaggio letterario – e quindi di una nuova poesia – proprio descrivendo un paesaggio anti-bucolico: What if here/ No sparkling rivulet spread the verdant herb?/ What if the bee love not these barren boughs? / Yet, if the wind breathe soft, the curling waves,/ That break against the shore, shall lull thy mind/ By one soft impulse saved from vacancy. Non tutti, ovviamente, proseguiranno gli studi filologi o letterari – anche se molti ne coltiveranno l’interesse, e quindi il latino potrà essere più utile di quanto si creda. E comunque, a un avvocato o a un manager o a chiunque si ritroverà a parlare davanti a un pubblico, non sarà stato utile l’aver letto le orazioni di Cicerone e averne analizzato la tecnica? Un appassionato o un dilettante di musica riusciranno a comprendere qualche parola del Requiem di Mozart e gli spettatori potrebbero non disperarsi, come si è visto succedere nell’ultimo concerto di Natale alla Scala, perché senza il programma non capivano il titolo e le parole dei brani della Messa in Do maggiore di Beethoven, che si intitolano ovviamente Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus e Agnus Dei. Davanti alle celebri tele del Guercino e di Poussin non ci si stupirà di quella strana frase in latino….. Anche un filosofo contemporaneo – e non di origine europea! – come Byung-Chul Han, che scrive su fenomeni sociali di assoluta attualità, la stanchezza nella società moderna oppure la tecnologia digitale, ragiona a partire da termini latini: nel suo ultimo libro, Nello sciame. Visioni del digitale (2013), termini quali spectare, spectaculum, respectare danno inizio all’analisi del medium digitale (sic).

    Io stessa sono diventata latinista abbastanza tardi, avendo in precedenza preferito lo studio delle lingue moderne e in particolare della letteratura americana. La prima cosa di cui mi sono accorta quando ho intrapreso gli studi latini è stata che mi stavano aiutando, per così dire a ritroso, a comprendere meglio quello che avevo già studiato. Un collega, professore di inglese, si lamentava della difficoltà di insegnare lingua agli studenti di Lingue, ma riconosceva che gli studenti provenienti dal liceo classico hanno una marcia in più, anche se all’inizio magari sanno meno la lingua, perché ne hanno fatta di meno; ma la marcia in più sta, secondo lui, nel fatto che non faticano a colmare il gap (basta “solo” studiare lessico e fraseologia, e leggere quanti più testi possibile…), mentre hanno una predisposizione mentale al confronto con l’altro (spaziale, cronologico, espressivo ecc.) che gli studenti provenienti da altri tipi di scuola mediamente non hanno. E il relatore della mia prima tesi, Luigi Sampietro, anglista e americanista, soleva dire che è senz’altro utile studiare l’inglese, ma che la cultura procede non solo in orizzontale nella contemporaneità, ma anche in verticale, nel passato, e per conoscerla è quindi altrettanto utile il latino.

    Riporto altri due esempi per illustrare quanto un percorso scolastico che comprenda non solo materie immediatamente spendibili sul mercato del lavoro, ma anche insegnamenti “inutili”, possa servire a trovare lavoro e a cambiarlo se quello che abbiamo smette di piacerci. Un direttore del reparto Registrazione di una multinazionale farmaceutica, chiamiamolo A.G., ha selezionato per anni i suoi collaboratori fra laureati in Medicina, Farmacia, Tecniche Farmaceutiche, Biologia o altre facoltà scientifiche. Ora, a detta dei suoi racconti, motivo preferenziale non è mai stato il sapere tecnico – certo, chi aspira a entrare in un laboratorio deve sapere quali sono gli strumenti di un laboratorio, o che dall’idrogeno opportunamente combinato si può avere acqua fresca, ma può venire fuori anche una bomba di una certa pericolosità – perché idea della ditta era che quel sapere tecnico lo avrebbe fornito la ditta stessa, e comunque nel passaggio fra università e assunzione il sapere universitario era, in larga parte, già divenuto obsoleto (prove di laboratorio e giurisprudenza in materia farmaceutica sono in continua, rapidissima, evoluzione) – figuriamoci quindi il sapere liceale, considerato…praticamente preistorico! Invece l’intelligenza, la capacità di muoversi su più campi e più lingue, la rapidità a de-costruire e ri-costruire schemi ed informazioni, e a dar loro forma argomentativa chiara e convincente: queste erano le doti necessarie, e queste non si acquisiscono più, una volta superati i vent’anni d’età. O le si possiedono entro quella età, oppure non le si possederanno mai. Secondo esempio: la sorella di un amico (diciamo S.F.) si è laureata in Ingegneria Industriale e, dopo il dottorato, è stata immediatamente assunta presso una società di Ingegneria degli Idrocarburi; dato che il lavoro era ripetitivo e che quindi sentiva depressa la sua creatività, ha deciso di cambiare totalmente attività ed è andata a lavorare in una prestigiosa holding finanziaria. Essendo ingegnere, naturalmente, sapeva poco o nulla di matematica finanziaria, ma l’idea di fondo dei suoi “datori” (a breve, probabilmente, soci) è che ogni pratica finanziaria sia, entro certi limiti, un caso a sé: e dunque servono, sì, alcune cognizioni di base sul mondo dell’economia; ma serve soprattutto la capacità di sapersi ri-mettere in gioco, di studiare ogni caso partendo da zero, in un contesto (legislativo, economico, di formazione dei capitali) che è in continua evoluzione, e non è mai uguale a se stesso…

    Nessuno di questi esempi chiama in causa in modo diretto il latino, ma entrambi dimostrano come parlando della scuola e dei suoi insegnamenti non si possa ragionare solamente in termini di utilità. Certo, nemmeno questi esempi – o le considerazioni di questo post – esauriscono l’argomento, e non esauriscono neppure le considerazioni sull’opportunità di studiare latino a scuola. Resta però vero che un percorso scolastico che insegni esclusivamente materie utili è, a mio avviso, in gran parte inutile, perché esclude la varietà, la possibilità di scelte differenti, la conoscenza fine a se stessa (che può sempre tornare utile chissà quando nella vita), la diversità delle idee e degli approcci metodologici. Il latino non è facile da studiare per tante ragioni, anche se può essere proposto in maniera diversa da come per anni si è stati soliti fare, puntando magari meno sulla grammatica e sul nozionismo. In ogni caso, per me una scuola che non insegni che perseguire uno scopo, qualunque esso sia, è faticoso e duro, ma alla fine procura gioia e fierezza, non è solo inutile: è totalmente dannosa.

    © Isabella Canetta, 2015                        (is**************@***mi.it)

  • La lezione degli antichi grammatici

    La lezione degli antichi grammatici

    Vorrei provare a riflettere su ciò che, a mio parere, i grammatici antichi possono ancora insegnarci nel campo della didattica del Latino. Dico subito, cosa del resto ben nota, che il sistema scolastico romano, a partire dal I secolo a.C. (ne scorgiamo gli effetti in Cicerone e Cesare; lo riconosciamo dietro alle composizione di Virgilio e di Orazio) prevedeva, dopo un’istruzione elementare impartita in casa o presso qualche ludi magister, il passaggio alla scuola del grammaticus. La bibliografia sul tema è imponente e si aggiorna di continuo, a dimostrazione dell’interesse che l’argomento suscita. Ricordo che grammaticus per noi significa, in realtà, due cose parzialmente diverse: è un grammatico Servio, che usa l’Eneide per insegnare ai suoi allievi come leggere un testo poetico; ma sono grammatici i molti autori raccolti nella silloge curata da Heinrich Keil, otto volumi di grandi proporzioni, pubblicati nella seconda metà dell’Ottocento (1855-1880), oggi disponibili on-line. Otto volumi indicano, a priori, una massa piuttosto ampia di testi. In effetti, nella raccolta c’è un po’ di tutto: veri e propri manuali di grammatica, come li intenderemmo anche noi; compendi più brevi; testi di interesse specifico, ad esempio metrico e prosodico; testi di interesse ortografico; differentiae verborum ecc. Anche il range temporale è piuttosto ampio, da II-III secolo a VI-VII. Il livello delle singole opere, ovviamente, è altrettanto vario.

    Non vorrei però concentrarmi troppo su questo materiale, ma cercare di capire cosa questi testi possono insegnarci circa la didattica da applicare in classe. Ho allora provato a prenderne in mano uno. La scelta è caduta, senza una particolare ragione, su Carisio, autore di una grammatica per studenti che vivevano nella parte orientale dell’impero: una grammatica che, a vederla esternamente, non differisce troppo dalle nostre. In effetti, l’autore entra subito nel vivo della morfologia. All’inizio dell’opera, ad esempio, ricorda l’esistenza di sei casi che corrispondono, per nome, a quelli che tutti conosciamo (non è cosa scontata: altri grammatici parlano di un settimo e un ottavo caso, che sarebbero il locativo e lo strumentale); poi passa al genere dei sostantivi e sottolinea che sono cinque, perché oltre ai tre più comunemente noti aggiunge anche un genus commune, quello di parole indeclinabili fra maschile e femminile, come canis; e un genus promiscuum, proprio di parole che sono o maschili o femminili, ma che all’occasione si possono utilizzare anche nell’altro genere, come ad esempio cinis. I numeri sono due (per altri grammatici tre, con l’aggiunta del duale, come in ambo). Dopo di che, Carisio attacca il sistema delle declinazioni, uguale a quello cui siamo abituati. Anche questo non è così scontato come potremmo pensare. Ci sono grammatici che iniziano le loro considerazioni partendo dai nomi in –a, con osservazioni del tipo: se sono singolari, il genitivo è –ae; se plurali, è –orum, ossia accostando tra loro sostantivi maschili/femminili della prima e neutri della seconda declinazione. Tornando a Carisio, per la prima declinazione porta questi esempi: Aeneas, poeta e Achates, tre esempi che sembrano un po’ singolari e che forse rubricheremmo meglio fra le particolarità della declinazione, se non proprio fra le sue eccezioni. Poi passa al genitivo, segnalando che può essere in –ae, in –as e in es, dei quali quello in –as è indicato come arcaico, alla pari del dativo in –ai, cui è dato più risalto che al ‘normale’ dativo in –ae. Non la faccio lunga. Carisio sta costruendo una grammatica normativa, non è uno storico della lingua. Eppure, la sua idea di declinazioni non è priva di ‘stranezze’. Ed esempi simili a quelli fatti finora si potrebbero facilmente moltiplicare. Quello però che è importante sottolineare in questa sede è, naturalmente, che nessuna di queste osservazioni è di per sé sbagliata; a noi però suonano improprie. Ecco allora quello che penso si possa ricavare da tutto ciò: Carisio in fondo ci dice che la grammatica è un bene mobile. Non è, e non deve essere, un feticcio; non è una verità assoluta. È stata nella Storia, e con la Storia si è evoluta. Ad enunciarla così, si tratta di una banalità, che tutti siamo disposti a riconoscere per vera, me ne rendo conto. Eppure è una banalità che nella prassi quotidiana tendiamo a dimenticare. Seconda osservazione. Un’idea come quella di accostare fra loro i nominativi in –a quale che ne sia la declinazione, evidentemente, nasce da un’ottica diversa dalla nostra, un’ottica nella quale prima si incontravano questi nomi (e quindi era importante riconoscerli per singolari o plurali, col genitivo in –ae o in –orum), poi si costruivano gli schemi delle declinazioni. In altre parole, si tratta di una sorta di “rivoluzione copernicana” all’incontrario, che metteva prima la lingua, poi la teoria. Certo, gli allievi di questi grammatici erano ancora parlanti latini (non tutti: Carisio, come ho detto, in fondo considera già il latino una ‘lingua seconda’), e quindi è probabile che entro la frase riconoscessero il nominativo, e dal nominativo fossero in grado di ricostruire il genitivo con maggiore facilità dei nostri studenti. Però il meccanismo che ho evidenziato ci dice di un sistema che parte dai testi e li scompone per arrivare alla grammatica, non viceversa, come siamo abituati a fare noi. Altra osservazione: ho detto che i nomi usati da Carisio suonano ‘strani’. In realtà si spiegano: risentono, evidentemente, della lettura di Virgilio, prevedono cioè un allievo che stia leggendo l’Eneide (sappiamo che di norma si leggeva prima di Bucoliche e Georgiche), e la stia leggendo a partire, com’è ovvio, dal primo libro, dove Aeneas e Achates sono figure ricorrenti (Acate poi di fatto scompare o quasi), e poeta sarà stata parola usatissima dal maestro – nel commento di Servio al primo libro se ne trovano un centinaio complessivo d’occorrenze. Per questo l’esempio di declinazione prescelto non può essere rosa, parola presente una sola volta in tutta l’Eneide (XII 69) e due nelle Georgiche (IV 134 e 268), né puella (che si trova una volta nelle Bucoliche, tre nelle Georgiche, due nell’Eneide) – termini cioè di interesse minimo per la lettura del poeta mantovano. Con identico principio, quando finalmente passa a fare esempi di parole femminili, Carisio ricorda Diana, Minerva e dea, tutte parole presenti nel primo libro del poema virgiliano, mentre quelle che di solito usiamo noi vi sono assenti del tutto. Il che ribadisce il valore di un’osservazione già fatta. Mi sembra infatti significativo, al di là del risultato finale, che per questi grammatici – perfino per quelli che si presentano come grammatici ‘puri’, come persone cioè che riflettono sulla lingua cercando in essa regole astratte – il punto di partenza è sempre la concretezza di un testo vivo. Anche se Carisio sta costruendo una grammatica, e non un commento a Virgilio, il suo agire parte da Virgilio e la sua grammatica è finalizzata (subordinata, almeno fino a un certo punto) alla lettura di Virgilio. La grammatica per lui non viene prima del testo e non è disgiunta dal testo; soprattutto, il testo non è subordinato all’esemplificazione della grammatica, mentre è semmai la grammatica che è subordinata alla spiegazione del testo. Noi invece di norma formuliamo la regola, e poi siamo contenti se gli studenti la riconoscono nel testo. I grammatici antichi ci insegnano che prima viene il testo, e dal testo si deve estrarre la regola, che al più, in seguito, dovrà essere sistematizzata: come fa appunto Carisio, venendo dopo Servio, o chi per lui, secondo quanto dimostra il caso di poeta. Attenzione: non vale quindi l’obiezione, che spesso si sente, che il paragone fra noi e gli antichi sia privo di valore, perché questi grammatici si rivolgono a studenti per i quali il latino era lingua parlata. La cosa, infatti, non è vera nel caso specifico di Carisio (come non lo sarebbe per Prisciano, per l’Appendix Probi e molti altri); ma soprattutto, non lo è perché questi grammatici non si rivolgono davvero a una lingua parlata, ma a una lingua letteraria, a un ‘parlato letterario’, se si può dire. E la loro situazione non è quindi molto diversa dalla nostra, e da quella dei nostri alunni, per i quali il latino è una lingua puramente letteraria, viva solo all’interno di testi letterari.

    Farei anche un’altra osservazione, partendo questa volta dalla serie dei grammatici ‘minori’ raccolti da Keil. Con ‘minore’ non intendo esprimere un giudizio di valore. Voglio solo sottolineare che hanno un interesse molto specifico, concentrato su un unico tema. La pluralità dei testi ci dice, naturalmente, di una pluralità di problemi. Come ho già accennato, c’è chi si occupa di prosodia, chi di ortografia, chi delle differentiae o delle etimologie. Questo ribadisce, ancora una volta, che non esiste, e non è mai esistito, un metodo unico, assoluto, vero, adatto per ogni esigenza – nemmeno quando il latino era lingua viva. Detto ciò, si riconoscono alcune costanti. Intanto, tutti mettono in evidenza, ciascuno a suo modo, il valore basilare del lessico. Ogni testo, poi, è arrivato a noi (a parte il ruolo, sempre possibile, della casualità) perché rispondeva in modo diretto al bisogno del pubblico al quale era indirizzato. Il che ci dice come il docente debba avere il coraggio – altra banalità: però altra banalità che nella pratica quotidiana non sempre è rispettata – di adattarsi alle esigenze e alle competenze del pubblico, come vi si adattavano gli autori di questi testi. Chi vuole insegnare latino deve cioè essere disposto ad occuparsi di cose minute e minime, prendendo atto che quanto pochi anni fa si poteva dare per scontato, oggi scontato non è più. I sociologici parlerebbero del venir meno, sempre più diffuso, di quello che chiamano ‘sapere comune condiviso’. Non si tratta di fare l’elenco dello stupidario studentesco, cosa a mio parere abominevole. Si tratta di rendersi conto che c’è un cambiamento di utenza e del sapere di quell’utenza, e quindi deve esserci un cambiamento del nostro modo di porgere il sapere (e del sapere stesso che dobbiamo porgere, una volta verificato che le basi su cui si fondava fino a pochi anni fa la nostra costruzione della grammatica ora non ci sono più).

    Vorrei spendere qualche parola anche per Servio, il grammatico sul quale ho più lavorato negli ultimi anni. Servio offre un buon esempio del lavoro che ci aspetta. Perché anche nel suo caso, più e meglio che in quello degli altri grammatici, si riconosce come l’insegnamento parta dal testo, e non usi il testo in subordine; e come l’insegnamento grammaticale sia quindi, per lui, operazione a tutto campo, che include la spiegazione minuta, dotta e preziosa, ma non esclude nemmeno le banali annotazioni di grammatica, di cultura, di mitologia, di storia ecc. Che poi il livello di queste annotazioni possa essere vario e disomogeneo, e che in Servio si riconoscano non pochi condizionamenti e limiti derivanti dall’epoca sua, è fatto che non ha particolare valore. È il modello che è importante. Dai versi virgiliani Servio non trae una grammatica completa o teorica, ma una grammatica ‘pragmatica’ e applicata, la grammatica che serviva al suo pubblico, evidentemente, fatto di giovani facilitati rispetto ai nostri studenti, perché ancora parlanti latino, ma probabilmente inesperti come i nostri studenti di molte cose che solo pochi decenni prima si sarebbero date per scontate, e che adesso necessitavano una spiegazione. Questo allora deve essere il modello al quale adeguarsi, adeguando naturalmente del pari anche la tipologia delle informazioni che anno dopo anno si rendono necessarie.

    Negli ultimi tempi è di moda l’espressione ‘metodo induttivo’, che viene spesso usata come sinonimo di metodo Ørberg. Di questo metodo non intendo parlare. A Milano l’ho visto utilizzare con buoni frutti, ma non ho dati scientificamente sicuri che mi permettano di segnalare una sua maggiore efficacia rispetto ai metodi più tradizionali. Quello che posso dire è che, a mia esperienza, se è applicato con criterio, funziona; che nel criterio va incluso (ma i migliori insegnanti lo fanno già per conto loro) una sistemazione teorica delle notizie apprese – sistemazione che è però successiva alla lettura dei testi e alla loro discussione, e non preliminare come nel metodo ‘tradizionale’; va poi riconosciuto che al posto delle frasi sciocche o delle frasi decontestualizzate ha il pregio di presentare (già per il primo anno) un testo redazionale costruito sui dizionari fraseologici, e quindi solo in parte ‘inventato’; che, a modo suo, attira l’attenzione su una narrazione continua e sul lessico, piuttosto che sulle strutture morfosintattiche. Anche se poi non so quanto quella narrazione funzioni, e quanto renda facile il successivo passaggio alla lettura degli autori. Ma il problema per me non è un problema di Ørberg sì, Ørberg no. È che per me induttivo significa ‘partire dal testo’, un po’ sul modello tentato, anni fa, da Tiziana Momigliano, che prima leggeva i testi, poi dai testi ricavava le regole grammaticali (anche se perfino il suo manuale, naturalmente, necessita di qualche adattamento, perché sono cambiati i tempi e l’utenza). Quello che mi pare certo, è che non esiste un metodo perfetto, esistono solo metodi sbagliati o superati. Di sicuro, non si possono spiegare regole e declinazioni per poi esemplificarle, come per troppo tempo si è fatto, attraverso frasi costruite a tavolino – dunque discutibili a priori, perché hanno come scopo l’esemplificazione di una regola, non il raggiungimento di un significato – o con frasi d’autore estrapolate dal contesto originario, e private di tutto un sistema di riferimento e di convogliamento del senso che il contesto primitivo permetteva di attribuire loro. Un simile modo di procedere, difeso in genere in nome di una necessità didattica, ha come risultato di instillare l’impressione che il latino sia una lingua fatta di frasi senza significato preciso, o con un significato stupido o da indovinare, non da capire. Impressione che si trascina nei cinque anni dell’apprendimento liceale, anche quando dalle frasette isolate si passa al cimento con le più ardue versioni: il senso non sembra la prima necessità, ma l’ultima, qualsiasi brano venga proposto per la lettura e la traduzione.

    Quando, molti anni fa, potevo ancora aiutare occasionalmente singoli studenti liceali, uno dei miei ultimi studenti mi fece, un giorno, un bellissimo complimento, dicendo che le versioni assegnate in classe o come lavoro a casa quando era con me ‘diventavano storie’, mentre a scuola erano solo ‘versioni’. Il ragazzo, divenuto bravissimo in latino, fu bocciato lo stesso, ma per guai in altre materie. Io credo che avesse capito il problema che da anni, troppi anni, ci assilla. I testi non possono essere letti sminuzzati, non possono essere letti per ragioni diverse dalla volontà di sapere cosa dice quel testo. I rimedi adottati dagli eserciziari di mia conoscenza (e può darsi che faccia torto a qualcuno) non mi sembrano sufficienti. Fornire un pre-testo e un post-testo, o un riassunto della situazione o informazioni sull’autore, come è stato proposto dal Liceo Minghetti di Bologna e poi dal Comitato per le Olimpiadi della Classicità quale modello per la seconda prova della maturità, è utile, ma non basta: perché non trasforma il testo in una storia, in qualcosa che coinvolga il lettore. È solo un accumulo ulteriore di informazioni, sicuramente importanti per chi dovrà tradurre quei testi. Ma si tratta pur sempre di un ammasso in più di cose da leggere e da imparare, senza sentirsene coinvolti: l’esperienza fatta in questi anni alle Olimpiadi me lo conferma. Nel marzo 2015, davanti a un testo di Virgilio di grande fascino (georg. III 219-244), i testi forniti dal Ministero sovrabbondavano di simili informazioni, ma le prove di traduzione dei ragazzi – in teoria i migliori ragazzi, selezionati dalle loro scuole, con una media dell’otto in pagella negli ultimi due anni – erano disastrose. Un poco migliori sembrano i risultati conseguiti dalla Certificazione Linguistica come è applicata in Lombardia e in Liguria (le regioni, assieme alla provincia di Ferrara, dove la certificazione è stata gestita da un organo ‘esterno’ alle scuole, la Consulta Universitaria di Studi Latini – del caso di Palermo non ho notizie dirette, e non mi posso quindi pronunciare). Ma anche su questa strada c’è molto da fare…

    La sfida per il futuro dovrà essere però questa: rinunciare a tradurre subito, aspettando fino a quando non si siano poste basi abbastanza solide per tentare l’operazione; avvicinarsi alla traduzione per gradi, richiedendo per molto tempo più la comprensione del senso complessivo dei brani proposti e l’individuazione in essi di singoli elementi importanti, piuttosto che l’esatta resa di ogni dettaglio; accostarsi fin dai primi momenti a testi che siano di autore e abbiano una consequenzialità interna, ricavando da lì le norme e gli schemi della grammatica, che non possono essere presentati in forma astratta e in seguito verificati nella pratica viva delle letture, ma devono essere estratti dalla pratica viva delle letture e poi sistematizzati in uno schema teorico; rinunciare, se occorre, a spiegare tutto subito, accettando di accompagnare con la propria parola e il proprio aiuto l’impresa della lettura ogniqualvolta i ragazzi si trovino davanti a forme sconosciute, o non ancora chiare. E ancora: mettere i testi prescelti in una continuità di senso, che li illumini e li vivacizzi e venga incontro ai possibili interessi degli adolescenti, trasformandoli da ‘versioni’ in ‘storie’; infine, ricavare dai brani quanto più possibile circa la cultura del mondo antico, ritenendo questo il loro scopo primario, rispetto al semplice servire di conforto alle regole grammaticali.

    L’umiltà dei grammatici antichi può essere, a mio giudizio, un buon modello per il nostro futuro.

    © Massimo Gioseffi, 2015       (ma**************@***mi.it)

    [in corso di stampa in: Atti del XXX Convegno “Latina Didaxis”, Genova 17-18 aprile 2015, a cura di S. Rocca, pubblicazioni del DARFICLET]

  • Conversation Pieces (I)

    Conversation Pieces (I)

    Riporto le proposte risultate (finora) vincenti al gioco dei Conversation Pieces, I serie. Ovviamente, è possibile aggiungere altre proposte, utilizzando la funzione “Leave a Reply” in fondo al post.

    SANDRO BOTTICELLI –  MADONNA DEL MELOGRANO (part.)

    1

    “Lege, lege, sed fac ne rideas. Hunc librum sacrum putant, muli!”

                                                                                              (Giulia Repetti)

     

    QUENTIN MASSYS – IL BANCHIERE E SUA MOGLIE

    2

    “Quid pensatis, marite?“
    “Shh! Nonne vides? In opere sum“
    “Tempus est nos cubitum ire. Quid pensatis?“
    “Mala et molestias quae in dotem contulistis. Ite, mulier, ite, ante lucem opus confectum non erit“.

                                                                                         (Giulia Repetti)

    [L’uso del “voi” naturalmente è voluto, trattandosi di una coppia di inizio XVI secolo]

     

    OSKAR KOKOSCHKA – HANS UND ERICA TIETZE

    3

    Mihi nube, et contra accipies meros amores / seu quid suavius elegantiusve est
    Illa silet

                                                                                           (Mattia Marchesi)

     

    Alla pagina “Giochi” è disponibile la III serie; in un altro post si legge invece la II serie.