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  • Spartacus

    Spartacus

    Dopo un silenzio di circa un anno, dovuto a una serie massiccia di attacchi virali al sito, avendo trovato (si spera) un’adeguata protezione, proviamo a riprendere le pubblicazioni di “Latinoamilano”. Lo facciamo con l’omaggio a un compositore francese noto anche in Italia, ma per non più di un paio di titoli, che poco rappresentano la sua vasta produzione musicale. Il compositore è Camille Saint-Saëns, 1835-1921. Bambino prodigio, noto pianista ed organista (la sua sinfonia numero 3, del 1886, uno dei pochi brani rimasti in repertorio, ha come sottotitolo “sinfonia con organo”), Saint-Saëns iniziò a comporre intorno ai sedici anni. Nel 1863, a ventotto anni, scrisse una ouverture intitolata Spartacus, che è il brano che ci interessa. Per completezza, ricordo che Saint-Saëns è l’autore di un oratorio trattato però comunemente come opera lirica, Samson et Dalila, 1877; di una famosa fantasia per pianoforte e orchestra, Le carnaval des animaux, 1886; della Danse macabre, 1874, un breve poema sinfonico, affine in questo al testo in esame. Ouverture, a metà Ottocento, non significa infatti brano di apertura di uno spettacolo più ampio (di solito, un’opera lirica), ma è una composizione a sé stante, di breve durata, da usare appunto come “scaldavoce” nei concerti sinfonici che in Francia, come in tutta l’Europa centrale, stanno diventando di moda (l’Italia è in leggero ritardo, ancora dominata quasi integralmente dal teatro operistico). A fare da modello furono i poemi sinfonici di Franz Liszt, 1811-1886, composizioni a tema, di varia lunghezza, che non rispettano la struttura classica di una sinfonia e non sono divisi in movimenti nettamente separati fra loro, pur avendo naturalmente, al loro interno, variazioni tematiche, ritmiche e tonali. Liszt fu amico di Saint-Saëns, e suo mentore negli anni della formazione come pianista e compositore (due attività nelle quali anche Liszt eccelleva).

    La nostra ouverture nasce da ragioni contingenti: Saint-Saëns partecipa a un concorso bandito da una società musicale di Bordeaux, che vince; in precedenza, aveva già vinto un altro concorso bandito dalla medesima società, con una ouverture intitolata Urbs Roma. Dopo gli anni Sessanta dell’Ottocento, non sembra che la nostra composizione abbia più riscosso molto interesse, fino ai giorni nostri. Scrivendo al suo editore, che voleva realizzare nel 1904 un’edizione di tutte le opere di Saint-Saëns, il musicista citò questo brano, indicandolo però come ormai defunto, legato a circostanze specifiche e indegno di essere ripreso in considerazione. Il legame con Spartaco è molto incerto: Saint-Saëns non scrive musica a programma, e non ha lasciato una descrizione di come vada letto il testo, che propone più suggestioni che vere descrizioni. Quello che si percepisce è la presenza di un primo tema piuttosto roboante, a fanfara, nel quale prevalgono gli ottoni e le trombe, forse a rappresentare le lotte del personaggio antico. C’è poi un secondo tema, introdotto dagli archi, più mite e dolce, pensieroso e sospeso, meditativo – verrebbe da dire, come se Saint-Saëns volesse dare corpo all’animo protoromantico e sognatore del gladiatore ribelle, che pensa alla patria, alla possibilità di una vita normale, agli affetti che gli sono stati negati. Nella struttura complessiva dell’opera entrambi i temi tornano più volte, ma è il primo che alla fine prevale, travolgendo il secondo. La coda finale, assai movimentata, potrebbe essere una raffigurazione della battaglia di Petelia, 71 a.C., nella quale Spartaco trovò (probabilmente) la morte. Saint-Saëns la presenta come impetuosa, ma, grazie allo spazio concesso alle trombe, anche come trionfale, indipendentemente, verrebbe da pensare, dal suo esito storico.

    La figura di Spartaco piacque molto a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, quando la sua rivolta divenne simbolo di empiti romantici, appunto, o post-romantici, e di una prima coscienza delle diseguaglianze sociali. Il garibaldino Raffaello Giovagnoli, nel 1874, pubblicò un romanzo ispirato al ribelle antico, cui lo stesso Garibaldi si degnò di scrivere una prefazione; sia Alessandro Manzoni, 1785-1873, che Ippolito Nievo, 1831-1861, scrissero delle tragedie (o degli abbozzi di tragedia) ispirate al personaggio, quella di Manzoni rimasta allo stato di progetto intorno agli anni 1821-1825, quella di Nievo inedita fino a oltre cinquant’anni dalla morte dell’autore (fu pubblicata solo nel 1919). The Gladiators, 1939, è il romanzo d’esordio dell’ungherese Arthur Koestler, più noto per il successivo Darkness at Noon, “Buio a mezzogiorno”, 1940, testimonianza delle purghe staliniste scritta a Guerra Mondiale già iniziata. In musica, l’omaggio più importante a Spartaco è costituito dal balletto di Aram Khachaturyan, del 1954, di forte impronta bolscevica (Stalin era morto l’anno prima), che si dichiara ispirato al romanzo di Giovagnoli. Anche il cinema, naturalmente, ha dato spazio più volte alla figura del gladiatore ribelle, da un film muto di Giovanni Vidali, del 1913, al celebre film di Stanley Kubrick del 1960, in cui Spartaco è presentato come una sorta di Cristo proletario e protocomunista, da contrapporre al Cristo dei Vangeli (si ricordi la scena della morte in croce, fatto tutt’altro che documentato dalle fonti antiche, ma ricorrente anche in altre raffigurazioni moderne, con la moglie e il figlio ai piedi del legno, la crux commissa che ricorda l’iconografia cristiana, la promessa di un futuro diverso e migliore, che rende nobile il sacrificio di Spartaco). La televisione ha dedicato al personaggio una miniserie americana di successo, 2010-2013, nella quale gli ingredienti sesso-sangue-arena sono presentati come tipici dell’Antichità. Il fumetto ha celebrato Spartaco nella serie di Alix, il personaggio creato da Jacques Martin sulla rivista Tintin (album numero 12, Le Fils de Spartacus, del 1974). Gli Spartachisti di Rosa Luxembourg e Karl Liebknecht (1916) presero naturalmente a loro volta nome dallo schiavo ribelle. Del resto, già Karl Marx, lettore di Appiano, in una lettera a Engels del 1861 aveva definito Spartaco un grande generale, un carattere nobile e un autentico rappresentante del proletariato antico.

    (i sottotitoli sono attivabili direttamente dal sito)

    A Saint-Saëns va dunque riconosciuto un ruolo di precursore nell’interesse per il personaggio. La sua lettura sarà, forse, più romantica che storicamente informata o socialmente determinata; e il tema delle lotte e delle battaglie è, nella ouverture, abbastanza superficialmente delineato, come s’è detto, legato a una propulsione ritmica che permea tutto il testo e alle fanfare degli ottoni che aprono e chiudono la composizione. Resta però che alla data del 1863 Spartaco non era una figura rappresentativa, come si può pensare che sia oggi. Sul piano operistico, l’unico titolo a me noto è un’opera del Settecento, lo Spartacus di Giuseppe Persile (o Porsile), andato in scena a Vienna nel 1726, e poi ripreso solamente al festival di Schwetzingen, nel 2009 (non ne sono riuscito a recuperare la registrazione). Persile, compositore molto noto ai suoi tempi – e l’opera ebbe in effetti un certo successo, forse anche grazie alla principale interprete femminile, la celebre Faustina Bordoni; ma dovette colpire gli spettatori la scena di pazzia poco prima del finale – è oggi totalmente sconosciuto, come lo era del resto già nell’Ottocento, ed è significativo che uno strumento come “wikipedia” abbia una voce a lui dedicata solo nella sua versione tedesca (https://de.wikipedia.org/wiki/Giuseppe_Porsile). Altro segno di quanto veniamo suggerendo, il celebre Dizionario Bompiani delle Opere e dei Personaggi, la cui prima edizione risale al 1946, cita il romanzo di Giovagnoli, ma nel volume dedicato ai personaggi ignora la voce “Spartaco”. Si riconferma così l’originalità di Saint-Saëns e un interesse, dunque, non solo musicale, ma anche storico per la sua composizione.

    © Massimo Gioseffi, 2021

  • I giovani nelle Metamorfosi

    I giovani nelle Metamorfosi

    Come affrontare a scuola un poema complesso e sfuggente come le Metamorfosi di Ovidio? Inevitabilmente si tratta di selezionare, di banalizzare forse: gli spazi e i tempi dettati dai programmi scolastici non consentono a chi insegna di essere ambizioso come Ovidio e di abbracciare l’intera storia (dell’opera, e del mondo in essa rappresentato). Questa, allora, la proposta che avanzo: siccome ci si rivolge a dei giovani (gli studenti), si dedichi attenzione ai giovani che compaiono nel poema. Due sono i vantaggi di un simile approccio: il primo è occuparsi di personaggi che sono teoricamente già noti agli studenti da letture pregresse, o che non possono non essere loro noti; il secondo, potere richiamare Virgilio, punto di confronto ineludibile per i poeti epici venuti dopo di lui, e quindi anche per lo stesso Ovidio.

    Virgilio, l’ha spiegato Massimo Gioseffi in un articolo del lontano 2008, è l’autore che per primo apre le porte dell’epica a figure di adolescenti, accomunate dall’anelito a cimentarsi precocemente nella guerra, spesso per dimostrarsi all’altezza dei padri; solo che la guerra non è un gioco da ragazzi, e i giovani sono quasi sempre destinati a soccombere in una lotta che si configura impari fin dall’inizio. Ovidio riprende questa dialettica giovane-vecchio, padre-figlio, ma in maniera originale. I giovanissimi che popolano l’orizzonte delle Metamorfosi si cimentano a loro volta in azioni intempestive e non commisurate alle loro capacità; ma, a differenza di quanto avviene nell’Eneide, queste azioni non hanno nulla di eroico. Sono solo audaci (per qualsiasi mortale, figurarsi quindi per chi non ha ancora raggiunto il pieno controllo delle proprie capacità!), oppure incaute o anche solo semplicemente inconsapevoli. Da ciò deriva una seconda differenza rispetto a Virgilio,  differenza che ha a che fare con l’atteggiamento del poeta nei riguardi dei propri personaggi. Virgilio compiange simpateticamente le vittime della guerra, a prescindere dallo schieramento di appartenenza, e quale che ne sia la responsabilità circa l’epilogo drammatico cui vanno incontro. Ovidio, invece, non mostra necessariamente simpatia per i “suoi” giovani: essi sono artefici della propria rovina, senza sconti e senza riscatto. La rovina è anzi, spesso, la conseguenza diretta della loro giovinezza e delle caratteristiche, in gran parte negative, associate dal mondo latino a questa età.

    Ecco allora tre proposte di lettura, dedicate ad altrettanti personaggi delle Metamorfosi: tutti (o quasi)a confronto, ideale o reale, con gli insegnamenti dei rispettivi padri. Per ognuno di essi offro qui un breve sunto, volutamente orientato, della vicenda in cui è coinvolto e la motivazione della scelta. In allegato, aggiungo una possibile “traduzione” didattica degli episodi esaminati. Alcune precisazioni: le tre proposte sono destinate, idealmente, a una classe quarta di liceo classico o scientifico. “Idealmente”, perché l’allegato può essere scaricato, modificato e riadattato a seconda dei contesti e delle intenzioni di ogni comunità entro la quale si pensi di leggere i testi. Le proposte sono concepite anche come alternative, e non necessariamente come sommative.

    Ancora, in merito ai tempi e agli spazi: tutti i percorsi prevedono una parte di lavoro da eseguire in classe, una parte a casa, a cura degli studenti. In classe si svolgono le fasi di elicitazione, di comprensione e di analisi dei testi. Le acquisizioni vengono rielaborate e riepilogate nella fase di sintesi, in un’ottica di dialogo fra insegnante e alunni. A casa viene assegnata l’analisi, per così dire, “letteraria” dei brani proposti, sulla scorta di confronti con i modelli e le rielaborazioni successive.

    Fetonte è il primo personaggio di questa rassegna dedicata ai giovani nelle Metamorfosi: il primo per collocazione nella compagine dell’opera (I e II libro), e forse anche per importanza, dato che l’episodio che lo vede protagonista è uno dei più lunghi del poema. E dei più noti: numerose sono state le interpretazioni, anche politiche (si pensi all’analisi proposta da Alessandro Barchiesi). Personalmente, intendo soffermarmi sulla interpretazione letterale del testo. Due i nuclei tematici principali della vicenda: il primo è la conferma della paternità del ragazzo, condizione preliminare – in una società spiccatamente patrilineare come quella romana – all’affermazione della propria identità. Il secondo concerne l’incapacità di Fetonte di guidare il carro del Sole. Il dio, per convincere il ragazzo che è veramente suo figlio, gli ha concesso di domandare qualsiasi cosa voglia. Fetonte chiede di essere, per un giorno, auriga del cocchio con cui il dio porta la luce sulla terra. La richiesta è densa di significato: Fetonte vuole sostituirsi al padre nel compito che gli è proprio e che più lo qualifica. Se si mostrasse all’altezza, dimostrerebbe di esserne il degno figlio. Il Sole, di fronte alla richiesta, rimpiange la propria promessa, e tenta di fare cambiare idea al figlio. Significativamente, il primo argomento a cui ricorre è proprio la giovinezza e la debolezza che ad essa è intrinseca: Magna petis, Phaethon, et quae nec viribus istis / munera conveniant nec tam puerilibus annis (vv. 54-55). L’aggettivo puerilis, preceduto dall’avverbio rafforzativo tam, fa apparire la richiesta come il capriccio di un bambino, che non si rende conto di stare scherzando col fuoco (nel vero senso della parola). In seguito, il Sole fa notare a Fetonte che ciò che desidera non è adatto a un mortale: chiedendo di guidare il carro, infatti, pretende più di quanto perfino un dio potrebbe sperare. Le aspirazioni di Fetonte sono inadeguate e determinate dall’inconsapevolezza, come segnalato dall’attributo nescius (v. 589). In tale inconsapevolezza sarei incline a vedere, di nuovo, un riferimento alla giovane età del figlio: agli occhi del padre, Fetonte appare un ragazzetto in preda alla propria ambizione, che non sa quello che vuole. Infine, il Sole promette a Fetonte che la mancata soddisfazione della richiesta sarà compensata dall’ottenimento di qualunque altra cosa possieda l’universo ricchissimo. La risposta è prevedibile: il giovane non sa individuare il proprio ruolo nel mondo, ed è eccessivo nelle ambizioni. A questo punto, il Sole si rassegna. Fa un ultimo tentativo per convincere Fetonte a non volersi sostituire a lui: ma Fetonte conferma il suo essere inscius delle proprie forze e si butta con foga sul carro. L’epilogo è tragico, ma tutto inscritto nelle premesse del racconto: Fetonte è debole e nuovo al mestiere (l’accezione negativa sottesa all’idea di novitas nel mondo romano trova qui conferma), il cocchio non gli risponde. Quando si rende conto dell’altezza vertiginosa cui l’ha condotto la propria ambizione e che, alla prova dei fatti, non è in grado di dominare, il giovane si fa prendere dalla paura, trema e sviene. Finalmente è consapevole della propria responsabilità: adesso rimpiange di avere ottenuto dal padre ciò che voleva; preferirebbe, dice, chiamarsi figlio di Merope. Ma è troppo tardi: l’universo rischia la catastrofe e Giove interviene a salvare la situazione. Con le sue folgori colpisce Fetonte, che rotola giù dal carro tanto agognato e precipita nel fiume Eridano.      

    È lo stesso Ovidio ad accostare Fetonte e Icaro nell’elegia proemiale dei Tristia. Anche Icaro esce di rotta e finisce per volare troppo in alto; tentativo che, per entrambi, si risolve in un fallimento: Fetonte precipita nell’Eridano, Icaro nel mare che da lui prende il nome. Se il Sole si era però mostrato troppo accondiscendente nei confronti del figlio (salvo pentirsene e cercare di farlo ravvedere, quando ormai è troppo tardi), le responsabilità di Dedalo sembrano accentuarsi. È lui il colpevole dell’esilio da Atene; è sempre lui a volere fare ritorno in patria per mezzo di un volo inadatto a un mortale, e quindi a maggiore ragione tale per un puer, quale è suo figlio. Ma Ovidio non risparmia nemmeno Icaro: è Icaro che, ignarus sua se tractare pericla (met. VIII 196), si compiace dell’apparato di penne costruitogli dal padre, entro il quale si pavoneggia prima e dopo di sperimentarlo nel volo. E sempre Icaro che, inebriato dall’audacia della nuova esperienza, cum puer audaci coepit gaudere volatu (met. VIII 223), si avvicina troppo al sole, dimentico dei consigli paterni, e provoca così lo scioglimento delle ali che il padre gli aveva fabbricato. Dedalo e Icaro sono figure che dovrebbero essere già note alla classe, perché sono state incontrate nella presentazione del carme 64 di Catullo e del VI libro dell’Eneide. La rielaborazione ovidiana del mito consente di approfondire la loro vicenda. Proprio il confronto con i pochi versi virgiliani può risultare però particolarmente significativo sia del diverso modo di costruire la narrazione da parte dei due poeti, sia del diverso pathos e valore morale che ognuno di essi attribuisce alla vicenda. Un esempio di audacia punita per l’uno come per l’altro poeta: ma mentre Ovidio insiste, come s’è visto, sulle colpe umane dei suoi protagonisti, Virgilio (che pone il mito come esempio di coppia mortale che sfida le leggi della Natura, esattamente come di lì a poco faranno, con la catabasi da vivo di Enea, anche l’eroe troiano e suo padre) assegna al racconto un valore quasi “figurale”, e lo trasformazione nell’ammonizione a non volere trascendere le leggi della vita, se non si ha la sicurezza del favore divino. Facilis descensus Averno.

    L’ultimo personaggio che propongo in questo percorso è Proserpina. La dea si segnala rispetto ai due casi precedenti, in quanto il racconto che la riguarda mette in gioco un universo al femminile, con una figlia e una madre, e non un padre (situazione per la quale non sarebbero mancati altri possibili casi, così come numerosi sono ancora i casi di giovani inscii, uno per tutti Narciso). Ho però scelto Proserpina proprio per la possibilità di una declinazione tutta al femminile della sua vicenda, e tutta entro un ambito divino. Anche Proserpina, infatti, come Fetonte e Icaro, vanifica i tentativi del genitore (qui, una genitrice) di conservarla in vita. La ragazza viola la condizione che Giove aveva posto a Cerere perché la figlia potesse tornare stabilmente sulla terra. Cibandosi di sette chicchi di melograno mentre passeggia nei campi dell’Averno, ella sancisce la propria appartenenza a quel regno per altrettanti mesi dell’anno e compie una scelta che non è però, così come la propone il poeta, un atto voluto e meditato di affermazione di sé e della propria autonomia, ma un gesto compiuto per leggerezza, senza stare a pensarci troppo, avvenuto cultis dum simplex errat in hortis (met. V 535).

    Simplex, ignarus, nescius: l’aggettivazione messa in campo da Ovidio è ferrea e significativa. L’audacia, nel bene e nel male, è caratteristica connaturata alla giovinezza; audax era, fin dalla sua prima apparizione (Aen. VIII 110), anche il virgiliano Pallante, l’icona forse più bella dei giovani nell’Eneide. Ma audax e audacia sono, in latino, voces mediae, parole che si possono interpretare in senso tanto positivo quanto negativo. L’epica si era perciò incaricata di spiegare ai lettori come, e con quali cautele, l’audacia andasse incanalata, per diventare dote costruttiva, e non distruttiva, di sé e degli altri. Virgilio aveva posto il problema, individuando nella dinamica padri/figli e nel bisogno emulativo che i figli nutrono nei confronti dei padri l’elemento di forza, ma anche di rischio, nel rapporto fra le generazioni. Ovidio, più attento alle ragioni interiori dei suoi personaggi, evidenzia quali siano le ragioni di un possibile fallimento di quella dinamica. Ai giovani di oggi il compito di tornare a discutere sull’argomento, con le loro proposte e le loro convinzioni!

    © Valentina Chinese, 2021

  • Theseus (percontatio impossibilis)

    Theseus (percontatio impossibilis)

    PERCONTATOR Hodie, nolite mirari, Theseum percontabimur, qui clarissimus est e fortissimis viris quorum res gestae in fabulis, sive mythis, ut Graeci aiunt, narrantur. Nunc Theseus ipse de se dicet. En, adspicite, ex Inferis regressus iam ad nos venit! Ecce ille qui Minotaurum, monstrum horrendum, necavit ac res magnas gessit. Plaudite Theseo!

    THESEUS Vobis gratias ago. Salvete omnes.

    PERCONTATOR O Theseu, scimus te Athenis ortum esse, et regem Atheniensium fuisse. Quomodo tantam civitatem regere valuisti?

    THESEUS Quantum virium et ingenii in me fuit, regnavi.

    PERCONTATOR Nisi fallor, etiam pater tuus Aegeus praeclarus rex Atheniensium fuit. Qualis autem fuit vita tua in tam nobili genere?

    THESEUS Genus meum non modo nobile, sed etiam divinum esse dicitur; tradunt enim me filium Neptuni  Aithraeque esse. Sed hos rumores extinguere nolim.

    PERCONTATOR Siquidem a parentibus divinis ortus esse diceris, iis pares fuerunt res gestae tuae mirabiles. Nonne vero Minotaurum, horribile monstrum, necavisti? De eo, quaeso, nobis narra.

    THESEUS Verum ut confitear, in regia domo manere maluissem, quam Cretam petere, sed pueros puellasque Athenienses, qui quotannis illuc mittebantur ut laniarentur a Minotauro, servandos esse censebam. Praeterea ut ad Cretam proficiscerer, mihi suasit spes aeternae famae qua, occiso Minotauro, frui apud posteros possem. Itaque Cretam petivi, et… Sed omnes sciunt quid tunc evenerit.

    PERCONTATOR Dicunt te adiutum esse ab Ariadne, pulcherrima Minois regis filia, et eam tecum Athenas fugisse. Cur autem eam in insula Naxo reliquisti?

    THESEUS Ubi primum Ariadnam vidi, amore capi mihi visus sum. Cum autem, et ipsa scilicet amore capta mei, mihi opem tulisset, eam mecum abduxi, sed dum Athenas versus navigamus, Ariadnam a me non amari intellexi. Qua de causa eam in litore Naxi relinquere volui. Neque vero mei me consilii pudet: nam secunda fortuna ei contigit ut a Baccho uxor duceretur. Quam nisi ego reliquissem, nec deo nupsisset, nec ipsa dea facta esset.

    PERCONTATOR Omnes, Theseu, alia tua egregie facta sciunt. Visne nobis de iis aliquid referre?

    THESEUS Non de omnibus rebus a me gestis glorior, hoc fateor. Praesertim aegre fero quod erga Pirithoum amicum pessime me gessi. Scito nos rapere Helenam voluisse, quae, etsi tunc puerula erat, iam omnium pulcherrima mulierum futura esse videbatur. Ego et Pirithous disseruimus uter nostrum Helenam uxorem ducturus esset, et fortuna me delegit. Puellam ideo rapui et una cum ea aufugi. Iam eam amplexurus eram, cum – pro dolor! – fratres eius, gemini illi divini, me consecuti, virginem Spartam reduxerunt. Postea Pirithous, Proserpinae amore incensus, a me petivit ut a Plutone eam eriperemus. Sed deus ille nos ab Inferis aufugientes deprehendit et dura, immo durissima poena, nos punivit: coegit igitur nos ferreis catenis vinctos considere perpetuo super acutissima saxa. Nisi Hercules me liberasset, adhuc illic considerem apud Piritoum. Is enim in Inferis manet manebitque in aeternum.

    PERCONTATOR Itaque, ut te servares, amicum reliquisti! Istud quidem laudari non potest. Quid autem de ceteris rebus a te gestis? Suntne eae laude dignae?

    THESEUS Sunt certe de quibus glorier: glorior quod Amazones ex Attica expuli, quae Athenas petiverant; glorior quod terribilem taurum Marathonium interfeci, qui vapores igneos e naribus emittebat… neque scilicet tauros amo, ut patet. Dum taurum persequor, memini me ab Hecale, anicula comissima, hospitio exceptum esse. Necata autem fera, redii illius domum, sed eam mortuam inveni. Itaque Hecali tauri caput dicavi, ut grati animi pignus.

    PERCONTATOR Postremo hoc habeo quod te rogem: probasne quae de te fabularum scriptores tradiderunt?

    THESEUS Tradiderunt me virum fortem patriaeque amantissimum fuisse. Hoc quidem veritati respondet, quamquam, ut antea demonstravi, non omnia a me praeclare facta sunt, immo nonnullorum me pudet. Puto tamen me et laude dignum esse, siquidem vestigia mei manent in Graecorum fabulis.

    PERCONTATOR Theseu, gratias multas tibi ago, qui nobiscum colloqui dignatus sis, et valeas in beatorum sedibus.

    THESEUS Gratiam ego vobis habeo. Sed tempus est hinc discedendi: exspectat enim me in inferis Pluto.

    © Ivana Milani, 2021

  • No mulsum, no party!

    No mulsum, no party!

    La radice indoeuropea *medhu, “idromele”, che deriva per sincope della liquida da *mel-dh-, variante di *melǝ- “macinare” (da cui il latino molere, il greco μύλλω, il gotico mulda “terra polverosa”, probabile origine del toponimo Moldavia, l’albanese mjel “farina” ecc.), è molto cara alla grammatica storica, avendo un’ampia attestazione letteraria in numerose lingue.

    In greco il termine, per influsso delle vicine culture mediterranee non indoeuropee, passa presto a indicare anche il vino. Celeberrimi sono i simposi platonici o i banchetti omerici dove l’alcool è, ovviamente, immancabile. Un esempio dei secondi lo troviamo nel decimo libro dell’Odissea:

    ἥμεθα δαινύμενοι κρέα τ᾽ ἄσπετα καὶ μέθυ ἡδύ:
    ἦμος δ᾽ ἠέλιος κατέδυ καὶ ἐπὶ κνέφας ἦλθε.

    (Hom. Od. X 184-185)

    Ulisse, in esplorazione sull’isola di Eea, di proprietà della dea Circe, trova un provvidenziale cervo abnorme. Lo trafigge, lega le gambe tra di loro con una corda ricavata sul momento dai fusti vegetali e lo trascina in spalla, sorreggendosi sulla sua lancia perché la preda pesa troppo. Quando i compagni affamati lo vedono arrivare a riva traboccano di gioia e stupore. Nel banchetto che seguirà la carne è definita ἄσπετα (“immensa”, per le proporzioni della preda), mentre il vino ἡδύ (epiteto che ha precise corrispondenze nel vedico). Ancora una volta il genio omerico ci regala uno splendido tramonto mediterraneo.

    Ma il vino non è sempre momento di condivisione e di gioia dopo le fatiche di un viaggio lungo e incerto e della caccia in una selva ignota. Consideriamo questi versi delle Argonautiche:

    ἦέ τοι εἰς ἄτην ζωρὸν μέθυ θαρσαλέον κῆρ
    οἰδάνει ἐν στήθεσσι, θεοὺς δ᾽ ἀνέηκεν ἀτίζειν

    (Ap. Rh. Arg. I 477-478)

    Prima della partenza della nave diretta verso la costa orientale dell’odierno Mar Nero, alla ricerca del vello d’oro (un sensazionale escamotage di re Pelia per levare di mezzo il giovane destinato a spodestarlo), Ida conforta Giasone, colto da improvviso senso di inadeguatezza, facendo leva sulla sua forza che, sostiene, può addirittura rimpiazzare l’aiuto divino. Parole che pesano. Ecco allora che Idmone, l’indovino che morirà azzannato dal cinghiale Caledonio (che Ida a sua volta ucciderà per vendicarlo), lo biasima e rammenta la malasorte di chi, prima di lui, pensò di poter fare a meno degli dei. Il vino può dunque obnubilare il cuore degli uomini, inducendoli alla tracotanza.

    Ma non è tutto: nel vino, è noto, è riposta la verità. Allo stesso modo, l’idromele può essere fonte di profonda saggezza, specie se vi si trova immerso l’occhio di un dio:

    drekkr mjǫð Mímir
    morgin hverjan
    af veði Valfǫðrs.

    (Vǫluspá  28)

    “Ogni mattina Mímir beve l’idromele dal pegno di Odino.”

    Ci troviamo nella Vǫluspá, il primo carme dell’Edda poetica, nonché la Teogonia dei germani. Mímir è il guardiano del pozzo della sapienza dove Odino (Valfǫðrs, “padre dei caduti in battaglia”, epiteto condiviso con Sigfrido) lasciò il suo occhio come pegno per potersi dissetare. Nelle società nordiche l’idromele rivestiva un ruolo importantissimo ed esistevano vere e proprie sale, antesignane degli odierni caffè, dedicate alla sua consumazione (e alla socializzazione). Esso era concepito come una sorta di birra alla spina, sgorgante ininterrottamente dalle mammelle della capra Heiðrún, uno degli animali che brucano dai rami dell’Yggdrasill, l’immenso frassino che sorregge i nove mondi della cosmologia germanica. L’idromele è dunque dolcezza e vita, latte materno e garanzia di fecondità. 

    Non a caso, madhu in sanscrito è anche un aggettivo che significa “dolce”. Inoltre, in questa lingua, a differenza che in greco o in norreno, tale termine può designare la primavera, il primo mese dell’anno o il miele (oltre che, beninteso, l’idromele):

    yathāruhya mahāvr̥kṣam   apahr̥tya tato madhu

    aprāśya nidhanaṃ gacchet   karmedaṃ nas tathopamam

    (Mahābhārata XII X 10)

    “Il tuo gesto [rifiutare il regno] è come quello di chi, arrampicatosi su di un alto albero e avendo preso del miele, incontra la morte prima di poterlo assaporare.”

    Siamo nel Śantiparvan (“libro della pace”, il più lungo). Le due parti in lotta (Kaurava e Pandava, cugini tra loro) hanno accettato la pace dopo diciotto giorni di guerra nella piana dei Kuru (Kurukṣetra) a nord dell’odierna Delhi. I Pandava hanno vinto, inferendo numerosissime perdite ai nemici (se ne sono salvati solo tre); non si è fatta attendere la reazione del dio Shiva, che li ha decimati in una carneficina notturna per mano di Aśvatthāman, uno dei tre superstiti. Yudhishitra, il primogenito di re Pandu, è sopravvissuto con i suoi quattro fratelli e altri due Pandava ed è il nuovo monarca. Il libro costituisce uno speculum principis ricco di aneddoti, come l’intero poema. A parlare è Bhima (secondogenito di Pandu ed erede apparente al trono). Rivolto al nuovo sovrano lo esorta all’azione perché questi, preso da forte spaesamento, vorrebbe vagare nella foresta e menare vita ascetica e contemplativa, lontano dall’agire politico. Occorre rimproverarlo, paragonandolo a quegli idioti che a furia di recitare come pappagalli i Veda ammattiscono, elaborando la similitudine che abbiamo letto. I valori della pietà e dell’abnegazione non sono incompatibili con quelli della casta guerriera (e regale); l’importante è agire rinunciando ai frutti dell’azione: viene ribadito il messaggio della Bhagavadgītā. Non a caso Arjuna (il terzogenito che prima di diventare ministro della difesa e della giustizia è stato il destinatario della predicazione del dio Krishna) interviene dando manforte a Bhima. Il madhu diviene un interessante simbolo del potere, dipinto come un bene ambito, raggiungibile solo a costo di lunghi sforzi (che possono addirittura lasciare dietro di sé una lunga scia di lutti), da conservare a qualunque costo.

    Abbandonato il titubante sovrano in buone mani, possiamo tornare in Europa. Il termine latino per “idromele” è un derivato di mel: mulsum (<*melsos). La radice indoeuropea in questo caso è *meli-t che, a differenza di *medhu a cui peraltro non è legata, indica sempre e solo il miele, mai anche la bevanda.

    Appius “Igitur relinquitur” inquit “de pastione uillatica tertius actus de piscinis”. “Quid tertius?” inquit Axius. “An quia tu solitus es in adulescentia tua domi mulsum non bibere propter parsimoniam, nos mel neclegemus?” Appius nobis “Verum dicit”, inquit. “Nam cum pauper cum duobus fratribus et duabus sororibus essem relictus, quarum alteram sine dote dedi Lucullo, a quo hereditate me cessa primum et primus mulsum domi meae bibere coepi ipse, cum interea nihilo minus paene cotidie in conuiuio omnibus daretur mulsum”.

    (Varr. rust. III 16)

    Nel terzo e ultimo libro (De villatica pastione) del De re rustica, dedicato a Quinto Pinnio, gli interlocutori disquisiscono degli animali allevabili nelle grandi villae. Secondo la tecnica del dialogo aristotelico ogni personaggio sviluppa una sua tesi autoconclusiva. Nel penultimo capitolo si discute dell’apicoltura, a cominciare dall’idromele. Non è un caso: il mulsum, oltre a essere impiegato nei sacrifici, apriva i banchetti (di qui il termine promulsis per indicare l’antipasto); in sostanza, i Romani iniziavano dal dolce. Nel brano notiamo che Appio vuole introdurre il tema della piscicoltura (che verrà trattato nell’ultimo capitolo), ma Assio lo blocca: occorre parlare dell’idromele. L’insinuazione, poco fine, che questi fa cade nel vuoto: Appio è sì cresciuto orfano e in povertà, ma il provvidenziale soccorso del cognato gli ha concesso il “lusso” dell’idromele. Lusso che è anche un rito di passaggio, come le sbronze degli adolescenti d’oggi il sabato sera, che con gli anni diviene un emblema dell’ospitalità e della raffinatezza. In seguito, Appio con grande zelo rivendicherà le proprie conoscenze e competenze in materia di apicoltura. L’argomento verrà trattato a 360 gradi, discorrendo di arnie, fave, miele, api, fiori, ecc. Immancabile il topos classico che vede la generazione delle api dalle carcasse dei buoi e che ritroveremo nelle Georgiche.

    Lasciando questi preziosissimi insetti da salvaguardare, e tornando alla bevanda che deve quasi tutto ai loro sforzi, concludiamo il nostro assaggio con l’Asinaria di Plauto:

    ARG. Iace, pater, talos, ut porro nos iaciamus. DE. Maxume.

    Te, Philenium, mihi atque uxoris mortem. Hoc Venerium est.

    Pueri, plaudite et mi obiactum cantharo mulsum date.

    (Plaut. Asin. 904-906)

    Notiamo subito l’arguta insistenza sul verbo iacio, che ci rende partecipi della concitazione, della suspense e della gioia che accompagnano un fortunato lancio dei dadi (tali, ovvero gli astragali, i dadi a quattro facce: 1, 3, 4, 6, ricavati dall’omonimo osso della capra). Il Venereus iactus era la somma più ambita (14), derivante dal lancio di quattro dadi, ognuno con faccia diversa. Era tipico invocare il nome della moglie gettandoli e, in questo caso, Demeneto lo fa premurandosi di augurarle la morte. Per festeggiare la sortita del colpo di Afrodite, ordina ai servi di applaudire e di portargli una coppa di idromele. Siamo nella scena conclusiva della commedia e l’uomo intende brindare perché avrà l’onore di giacere con la cortigiana Filenia. La moglie Artemona, tuttavia, venuta a conoscenza del tentato adulterio, punirà il marito, lasciando il figlio Argirippo in compagnia dell’etera (della quale è oltretutto il cliente originario). Demeneto è dunque una figura di vecchio libertino che non si fa alcuno scrupolo non solo a tradire la moglie, ma anche ad aiutare il figlio nella conquista della donna amata, pur di godere a sua volta del corpo della giovane. Le commedie di Plauto non sono però indirizzate alla sovversione dell’ordine costituito e dei valori del mos maiorum: Artemona (una madre-matrona che incarna gli ideali del focolare domestico) riaggiusterà le cose, lasciando a bocca asciutta il pater familias che si è spinto oltre i limiti impostigli dalla sua condizione (in primis anagrafica). In questo caso vediamo chiaramente come l’idromele funga da antipasto al piacere erotico. Del resto, la locuzione “luna di miele” deriva proprio dall’abitudine dei neosposi presso varie società europee di bere una bottiglia di tale bevanda, ricevuta in dono, per la durata di un mese e allo scopo di stimolare la libido.

    © Martino Malgesini, 2020

  • Out of Augustus

    Out of Augustus

    E’ tradizione di questo sito festeggiare Ferragosto con qualche brano musicale più o meno inerente alla persona di Augusto, l’imperatore che dà nome al mese. Pensavo di continuare anche quest’anno, ma l’eccezionalità della nostra situazione mi ha spinto a una scelta differente. Il post che volevo scrivere è dunque rinviato al prossimo agosto…

    Oggi vorrei infatti proporre un brano di John Corigliano, che nulla ha a che fare con il latino. Nella serie di concerti organizzati dal Met di New York in sostituzione di una stagione interrotta bruscamente il 20 marzo scorso, e destinata a non riprendere almeno fino al 31 dicembre prossimo venturo, a inizio agosto si è esibita Renée Fleming, diva americana ritiratasi dalle scene teatrali, ma non dall’attività concertistica.

    Il Met offre questi concerti in streaming, a pagamento (20 dollari l’uno), per una decina di giorni. Il 2 agosto scorso la Fleming ha aperto la sua esibizione con un brano eseguito la prima volta giusto in quell’occasione: il titolo della composizione è And the people stayed home. Autrice del testo è Kitty (Catheryne) O’Meara, dilettante appassionata di poesia, che l’ha pubblicata sulla propria pagina facebook. Poiché l’argomento è il lockdown (come vissuto in America nei suoi primi giorni, con ancora la speranza che fosse esperienza di breve durata e relativo peso, che avrebbe se non altro mutato il nostro atteggiamento verso la vita: quanto abbiamo sperimentato anche noi, tra la fine di febbraio e i primi di marzo, grossomodo), la poesia è divenuta subito famosa – ma è stata al centro di violenti polemiche, da chi ha accusato la O’Meara di plagio a chi ha attribuito la poesia a altre O’Meara della storia americana (!), a chi ha attaccato il finale troppo superficialmente ottimistico del testo e il suo essere “politically incorrect” perché non cita le categorie di lavoratori coinvolte nella pandemia, o i gruppi sociali che più ne hanno sofferto ecc. ecc. (!!)

    Proprio perché famosa, la poesia è arrivata sul tavolo di lavoro di John Corigliano, che ha pensato di metterla in musica, inviandola subito alla Fleming, come ha raccontato lui stesso, già sua musa dai tempi di The Ghosts of Versailles, l’opera andata in scena al Met nel 1991, e che aveva la cantante fra i suoi primi interpreti. Corigliano (1938-), di famiglia originaria della Calabria, è autore di un cospicuo patrimonio sinfonico, di numerosi concerti per vari strumenti, di liriche e musica da camera, di colonne sonore, fra cui quella per il film Revolution, di Hugh Hudson (1985), con Al Pacino.

    This March, when measures to combat the COVID-19 pandemic had begun around the world, a few hopeful voices resonated above the fear and isolation. One such voice belonged to Kitty O’Meara, whose heartfelt poem “And the people stayed home” was shared on social media, as readers embraced her message of resilience and healing. Pulitzer Prize-winning composer John Corigliano was inspired to set the poem to music, and I was honored when he asked me to premiere it. Renée Fleming

    Poiché la Fleming ha pubblicato sul suo sito la propria esecuzione del brano, lasciandola in Open Access, credo di poterla a mia volta riprodurre qui. Il brano, eseguito a cappella (ossia, senza accompagnamento di strumenti musicali, che sarebbero risultati distraenti dalle parole), apriva il concerto, tenutosi nella prestigiosa villa di Dumbarton Oaks, a Georgetown, vicino a Washington, ben nota anche ai classicisti come sede di un importante centro di studi bizantini.

    Riproduco dunque il brano, seguito dal testo cantato:

    And the people stayed home.
    And read books,
    and listened,
    and rested,
    and exercised,
    and made art,
    and played games,
    and learned new ways of living,
    and were still.

    And listened more deeply.
    Some meditated,
    some prayed,
    some danced.
    Some met their shadows.
    And the people began to think differently.

    And the people healed.
    And, in the absence of people
    living in ignorant,
    dangerous,
    mindless,
    and heartless ways,
    the earth began to heal.

    And when the danger passed,
    and the people joined together again,
    they grieved their losses,
    and made new choices,
    and dreamed new images,
    and created new ways to live,
    and healed the earth fully,
    as they had been healed.

    La Fleming chiudeva il concerto con due evergreen: Over the Rainbow di Harold Arlen, reso celebre dal film di Victor Fleming The Wizard of Oz (1939), un brano molto amato dalle cantanti di origine americana che lo utilizzano come bis nei loro concerti; e il celebre Wiegenlied (‘Ninna Nanna’, op. 49 nr. 4) di Johannes Brahms, che risale al 1868 ed è spesso usato per indicare che il concerto è finito e si deve tornare tutti a casa. La Fleming ha fatto precedere i suoi due ideali “bis” da poche parole, nelle quali, oltre ai ringraziamenti di rito, esprime due idee altamente condivisibili: quanto manca il pubblico a chi con il pubblico è abituato a confrontarsi giorno per giorno, per il proprio lavoro; come la musica (e io aggiungerei, la poesia) siano stati da sempre gli unici compagni in grado di assistere l’uomo anche nella solitudine. Questo, oggi, forse prevale su qualsiasi ricordo di Augusto…

    © Alla memoria della prof.ssa Elisabetta Ghislanzoni, AICC Lecco

  • Helena (percontatio impossibilis)

    Helena (percontatio impossibilis)

    PERCONTATOR Salve Helena, pulcherrima inter feminas! Gaudeo quod, regina, tanto nos honore es dignata ut huc venires! Cur autem caput vultumque amictu velas?

    HELENA Nonne scis in Graecia mulieres honestas  viris numquam ostendisse facies? Quod me pulcherrimam appellasti, gratias tibi ago: scilicet nomen meum, antiquitus omnibus notum, usque ad haec tempora fama divulgavit!  Quae tamen de pulchritudine mea narrantur, ea omni ex parte vera non sunt: siquidem pulchra fui,  immo “pankalos” ut Graeci aiebant, tamen deabus par quomodo esse potui?

    PERCONTATOR Quid, quaeso, significat “pankalos”?

    HELENA “Pankalos” est femina “tota pulchra”, id est sine mendis.  Ego vero nec straba, nec manca, neque clauda fui, neque oculi mei lippi fuerunt neque aduncus nasus. Praeterea nullo dente carui.

    PERCONTATOR : Ergo pulchra habebaris, solum quia foeda non eras!

    HELENA Est ut dicis. Praeterea hoc quoque famae meae profuit, quod antiquis temporibus hominum imagines perraro circumferebantur, neque prorsus exstabant imagines luce depictae, neque pelliculae volubiles ope lucis impressae, aut simulacra iconica, quae sibi ipsi quisque effingit, quibus quidem artificiis saeculum vestrum gloriatur. Contra apud nos valebant verba alata, quae ex oribus cantorum prodibant. Primus Homerus formam meam laudavit. At, quaero, quomodo potuit me laudare, caecus cum esset? Post Homerum nullus fere poeta inter Graecos me versibus suis non laudavit. Ita factum est ut venustatis meae fama per ora hominum volitaret, atque ego pulcherrima omnium feminarum per omnia saecula existimarer. Cur, ut feram tibi exemplum fabulosum, doctor Faustus ille me ex Inferis evocari voluit? Non quod me viderat – quomodo enim potuisset? – sed quia formam meam, cui nulla femina par esse perhibebatur, a poetis praedicari audiverat.

    PERCONTATOR Nonne autem omnes Graeci principes te uxorem ducere cupiebant?

     HELENA Verum tibi narrabo: principes non connubium meum appetebant, sed Tyndarei regnum! Non enim filiam amabant, sed patris heredes fieri cupiebant.

    PERCONTATOR Tyndareus pater tuus certamen inter principes indixit:  quicumque victor e certamine discessisset, eum te uxorem ducturum; ceteros autem petitores pudicitiam tuam pro eo, cui nupsisses, defensuros.

    HELENA Achilles, Diomedes, Ulixes, Agamemnon, alii certaverunt, sed victor Menelaus discessit. Qui numquam nec antea nec postea victor discessit.…

    PERCONTATOR Nonne maritum tuum amasti!

    HELENA Neque ego illum, neque ille me… Meministin quae Homerus de Telemachi itinere narravit? Cum ille de patre suo nos percontaturus ad regiam nostram venit, Menalaus nuptias celebrabat Megapentis filii sui, quem  concubina ab eo conceperat.

    PERCONTATOR Ergo pulchritudo tua res fuit nullius momenti…

    HELENA Quid ais? Pulchritudo mulierum magni, immo maximi momenti semper habetur! Ceterum etiam apud vos puellae et matronae et anus non solum pulchrae esse volunt, sed etiam ad omnia tormenta sunt parata quo pulchriores esse videantur quam natura sunt:  neque timent curas orthodonticas, sectiones chirurgicas, rhinoplasticas, blepharoplasticas, diaetas quibus corpora extenuantur, sudationes, contrectationes, exercitia gymnica diutina et saeva, saltationes perpetuas…

    PERCONTATOR Quae cum ita sint, mihi persuasisti pulchritudinem in femina maximam virtutem esse, quamquam formam tuam tu despicere videris… Nunc vero, quaeso, mihi faciem ostende, ut videam si forma sit par poetarum laudibus…

     (Helena velum tollit)

    “Non est indigne ferendum, Troianos ac  bene ocreatos Achivos tali de muliere longum tempus dolores pati: omnino immortalibus deabus ad vultum similis est.”

    (Percontator animo relinquitur et quasi corpus mortuum cadit)

    © Ivana Milani, 2020

  • Un’amica in meno

    Un’amica in meno

    Questa volta il post ha a che fare solo tangenzialmente con il latino.

    Tutti noi conosciamo i meccanismi di Facebook e dei social in genere: si creano legami, “amicizie”, relazioni, ora recuperando persone un po’ perse di vista nel corso della vita; ora venendo in contatto con persone che non avremmo altrimenti mai conosciuto, e delle quali spesso ignoriamo tutto, salvo quell’interesse comune per questa o quella cosa, che ha reso possibile l’incontro virtuale e acceso l’amicizia o i “like”.

    Fra i “Mi piace” e gli “Amici” di “Latinoamilano”, già da vario tempo – non saprei dire quanto – una era “Francy Foto”. Di lei so pochissimo, o almeno ho ricostruito pochissimo: il nome, Francesca; la passione per la fotografia; la residenza a Como o nei dintorni di Como, come si evince dal suo sito personale, dalle foto che vi ha caricato, dai dati resi accessibili da Facebook. E’ possibile, naturalmente, che l’abbia conosciuta di persona. Ma, nascosta sotto uno pseudonimo, non sono in grado di dirlo. Lo pseudonimo ha una ragione di essere: Francesca era una meravigliosa fotografa, con qualche interesse al latino, come si evince da una serie di conoscenze comuni, tutti latinisti. Amavo guardare le sue fotografie, quando Facebook me le segnalava: nature morte che prendono improvvisamente vita (non mi piace moltissimo il genere, ma Francesca riusciva a comunicare un tocco di vitalità anche a questo tipo di rappresentazioni); paesaggi e piccoli squarci di realtà, spesso privi di persone, o con persone sole, a enfatizzare ancora di più il senso di vuoto; oppure, fotografie nelle quali le cose, le immagini, i piccoli dettagli improvvisamente si accendono e si animano a una vita propria, fortissima, piena di colore. Un fotografo non vede una realtà diversa dagli altri; ma nella realtà sotto gli occhi di tutti è in grado di scorgere il particolare che renderà l’inquadratura indelebile alla memoria.

    Ho usato il passato perché sulla pagina di Francy Foto è apparsa questa dicitura: “Francesca oggi ci ha lasciato”. Seguono dettagli circa i funerali e tre firme, che immagino di famigliari. Allora, in memoria di un’amica di Facebook e di un like che non potranno apparire più a fianco dei post più colorati, faccio una cosa scorrettissima, che spero mi sarà perdonata: scarico e ricarico alcune delle foto presenti sulla pagina di Francesca, invitando tutti, finché è possibile, a guardarne l’intera raccolta. Non so fino a quando rimarrà accessibile.

    .

    Un piccolo ricordo musicale: il cosiddetto “Notturno” di Franz Schubert, op. 148 (D 897), in realtà il movimento di un trio per pianoforte, violino e violoncello, pensato come l’Adagio di una composizione che non venne mai terminata, ed è rimasta così: incompiuta, ma non per questo meno perfetta.

  • Enea Heavy

    Enea Heavy

    Il titolo è giusto così. Prendendo spunto da un recente volume a cura di K.F.B. Fletcher e O. Umurhan, Classical Antiquity in Heavy Metal Music, pubblicato nel 2020 dalla casa editrice inglese Bloomsbury Academic, oggi parliamo di musica Heavy Metal. Premetto, doverosamente, che nulla ne conosco, e le informazioni che seguono sono quindi tutte tratte dal volume in questione, qualche volta anche con la difficoltà di ritradurre dall’inglese degli originali spesso italiani.

    Il volume è una miscellanea, che raccoglie nove interventi di autori vari, tutti gravitanti in ambito anglosassone, quando non anglosassoni essi stessi. L’assunto di base è spiegato nell’ampia introduzione (pp. 1-21) firmata dai due curatori. Lo riassumo qui: i due studiosi, nel 2014, erano stati invitati a parlare in un convegno del rapporto fra Heavy Metal e antichità classica. Da lì, l’idea di espandere la relazione in un saggio a più voci, dedicato al medesimo tema. Nell’introduzione, molte parole sono spese (a mio parere inutilmente) per difendere il genere musicale in questione; cercare di conferirgli una patente di nobiltà che nessuno che abbia in mano il libro, immagino, penserebbe di contestare; assalire la prassi dominante fra gli antichisti, per cui i Reception Studies musicali dell’Antichità si occupano quasi esclusivamente di opera lirica (pur riflettendo questa concezione, che risponde al gusto del curatore, osservo che anche questo sito ha dato spesso spazio a manifestazioni musicali non operistiche). A questo fa seguito una rapida storia del genere Heavy Metal, che sintetizzerei così: nascita alla fine degli anni Sessanta (i due autori riconoscono una sorta di primato ai gruppi denominati “Led Zeppelin” e “Black Sabbath”); un salto di qualità a partire dagli anni Ottanta, in connessione all’attività degli “Iron Maiden”, che nell’album Piece of Mind, 1983, avrebbero introdotto una poesia di Tennyson (Charge of the Light Brigade, 1854, divenuta The Trooper) e un brano dedicato al mito di Icaro (Flight of Icarus). A partire da allora, i curatori individuano due tipologie di musica: una, nata all’inizio degli anni Novanta, chiamata Viking Metal, che si rifà nella scelta degli argomenti a miti (o a richiami paesaggistici) del profondo Nord europeo, Scandinavia e Islanda in particolare; l’altra che chiamano Mediterranean Metal, più legata alla tradizione classica, e in particolare all’eredità (anche geografica) dell’impero romano.

    Nel volume un saggio è dedicato a Virgilio; un altro a Cesare, un terzo all’innografia greca, da Omero a Proclo. I restanti articoli si occupano di specifiche figure dell’immaginario antico (Cassandra, Didone e Caligola, non senza un inevitabile tributo ai Gender Studies), di luoghi dell’immaginario classico (l’antico Egitto, con altrettanto inevitabile omaggio ai Colonial Studies), del gusto per l’orrido e l’occulto che accomuna antichità e musica Metal. Qui mi occupo del primo saggio, in cui K.F.B. Fletcher, uno dei curatori, si interessa a tre gruppi Heavy Metal italiani, ispiratisi tutti e tre a Virgilio. Il primo si chiama “Hesperia”, e all’Eneide ha dedicato quattro album, Aeneidos Metalli Apotheosis, usciti rispettivamente nel 2003, nel 2008, nel 2013 e nel 2015; il secondo gruppo si chiama “Stormlord”, autore di un album uscito nel 2013, dal titolo Hesperia (da non confondere con l’omonimo gruppo di prima). Il terzo, infine, è il gruppo denominato “Heimdall”, autore di un album uscito anch’esso nel 2013, e intitolato Aeneid. Di Hesperia (il gruppo) Fletcher non si occupa, giustificando il fatto con quattro argomentazioni: è poco distribuito internazionalmente; si tratta di una “one-man band” (sembrerebbe un ossimoro); i suoi testi sono tutti in italiano; non si esibisce dal vivo. Degli altri due gruppi, va detto che Stormlord mescola italiano, latino e inglese; Heimdall cita l’Eneide nella classica traduzione inglese di Dryden (1697), una scelta decisamente singolare.

    Dedico questo post al gruppo denominato Stormlord, e all’album Hesperia. Il gruppo ha origini lontane (1991). Da allora ha pubblicato sei album, l’ultimo dei quali, Far, è del 2019: il gruppo è ancora in attività, con una formazione che è rimasta sostanzialmente fissa nei quasi trent’anni, ormai, di collaborazione artistica. E’ stato sempre contraddistinto da un certo interesse per il mondo classico. Nell’album del 2001 At the Gates of Utopia il brano iniziale si intitola “Under the Samnites’ Spears”; in quello del 2004, The Gorgon Cult, oltre alla Gorgone che dà titolo all’album figurano citati Ecate, Medusa, i Lemuria, e il brano centrale si intitola “The Oath of the Legion” . Nell’album Mare Nostrum, del 2008 (che precede immediatamente Hesperia), si allude, ovviamente, all’antico Mediterraneo. Nel complesso dei diversi album sono citati, a detta di Fletcher, Dante, Tennyson e Lovecraft. Fletcher si interroga del perché di questi rimandi e ne fornisce tre motivazioni, tutte da verificare: una è il peso che la cultura classica ancora riveste nella cultura italiana (da Dante in poi, nella generica e un po’ frettolosa formulazione del volume); il secondo sono i richiami mitologici tipici del genere musicale in sé, che sono di stampo celtico-vichingo per le formazioni nordiche, ma di stampo classico-romano per le formazioni mediterranee. Infine, Fletcher insiste su un forte nazionalismo reviviscente in Italia, di cui questi gruppi sarebbero la spia, alla pari delle manifestazioni di…Casa Pound. Da parte mia mi limito a riferire, con qualche dubbio. Anche perché Fletcher non si pone la domanda che più volte ci siamo posti in questa sede, ossia come mai proprio la musica, in tutti i suoi generi, Heavy Metal compreso, sia, fra le arti, quella che ha conservato più legami con l’antico. Lo studioso, per accreditare la sua ipotesi, si rifà a due interviste del 2013, con le quali Fabio Calluori (chitarrista degli Heimdall) e Francesco Bucci (basso degli Stormlord) celebrano, rispettivamente, “le origini della nostra cultura latina e romana” e il “nostro passato, di cui siamo orgogliosi” (ritraduco dall’inglese). In ogni caso, Fletcher è disposto a riconoscere, p. 26, che “There is no simplistic whitewashing of the Aeneid or its hero here. Metal’s turn to local topics may be nationalistic in origin, but not all bands approach such material in the same way, or with the same intent”. E possiamo lasciare la questione così.

    L’album Hesperia si compone di otto brani, che coprono, per così dire, la prima metà dell’Eneide (gli Heimdall seguono invece più da vicino il poema virgiliano, con dodici tracce che accompagnano passo per passo il testo di base). Eccone titoli e durata: Aeneas, 6:05; Motherland, 4:37; Bearer of Fate, 6:44; Hesperia, 4:19; Onward to Roma, 6:38; Sic Volvere Parcas, 1:05; My Lost Empire, 5:27; Those Among the Pyre, 9:38. La scelta sottolinea subito due cose: il focus è sul viaggio di Enea e sul suo arrivo finale in Italia, come del resto rivela anche il titolo dell’album; ampia parte dell’album è dedicata a momenti di riflessione sulla missione di Enea, a cominciare dalla sosta cartaginese, nella quale si riflettono allo stesso tempo il maggiore atto di eroismo e il maggiore atto di viltà del protagonista, con tutta l’ambiguità che al poema virgiliano riconosciamo in tempi moderni. Quanto ai testi cantati, essi possono essere (a dispetto dei titoli inglesi) in latino, in italiano (una brutta traduzione dell’Eneide), o in inglese. E’ in latino, ad esempio, il primo brano, Aeneas, in cui il cantante (Cristiano Borchi) recita – a dire il vero, in modo incomprensibile: il dato si ricava dal libretto di accompagnamento – i vv. 1-17, 19-20; 22, ancora 5-7, ripetuti come una sorta di ritornello; e 33 del primo libro virgiliano. Significativo mi sembra che, nel momento in cui il testo è rispettato in sommo grado nella sua facies originale, tanto da non mutarne la lingua, in realtà sia alterato dall’omissione dei vv. 18 e 21; mentre la ripetizione dei vv. 5-7 prima del 33, uniti gli uni e l’altro dalla ricorrenza del verbo condere, sottolineano la moles dell’impresa (Tantae molis erat Romanam condere gentem) e la sua finalità (dum conderet urbem). Mi pare anche notevole che il brano sei, l’unico con titolo non inglese, ripeta quel sic volvere Parcas che è la clausola del v. 22 (già presente nel brano 1, isolato e messo in rilievo dalla omissione dei vv, 21 e 23).

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    Il latino ritorna nel brano numero 5, Onward to Roma. In questo modo, le due metà del disco, simmetricamente, si aprono entrambe su una citazione latina. Nel titolo del brano Fletcher sottolinea la stranezza di usare Roma, non “Rome”, come inglese vorrebbe, e vi riconosce una presa di posizione del gruppo. I versi citati sono quelli di Aen. 6, 781-784, parte della profezia di Anchise che ripromette al figlio, ritrovato nell’Ade, una discendenza felix prole virum. Il seguito della profezia, con il celebre invito a parcere e debellare, è rievocata in inglese.

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    Due cose ancora sottolinerei prima di chiudere. Il racconto non ha andamento cronologico: il brano numero due ha per protagonista Naute, personaggio del quinto libro (vv. 704ss.); My lost Empire, il penultimo brano, è una rievocazione di Troia messa in bocca ad Enea. Hesperia, il brano numero quattro, ripete le parole al primo approssimarsi delle coste italiche, nel terzo libro del poema virgiliano (vv. 521ss.); Those among the pyres, il brano finale, è una rievocazione di tutti i personaggi che hanno dovuto morire perché l’impresa eneadica arrivasse a buon fine.

    Seconda cosa: Fletcher, nel finale della sua analisi, mette in relazione l’album con ulteriori manifestazioni di musica mediterranea (non necessariamente italiana) di matrice nazionalista. Io ricorderei che già un gruppo punk rock degli anni Ottanta, i Litfiba, avevano proposto, nel lontano 1983, una Eneide di Krypton, poi riproposta nel 1990 e nel 2015. Mi chiedo quanto il precedente abbia pesato nel passaggio fra le generazioni. E in ogni caso, lo vedo come un più importante riferimento alla presenza perenne del poema virgiliano.

    © massimo gioseffi, 2020

  • Claudiano e Eutropio

    Claudiano e Eutropio

    Riportiamo l’audio dell’intervento tenutosi l’11 giugno 2020, su piattaforma Zoom, nell’ambito dell’incontro intitolato Extra limina. E’ un audio preso in diretta, con tutti i limiti e gli incidenti del caso, sia nell’esposizione che nella qualità sonora. Solo abbiamo “frantumato” la registrazione complessiva (della durata di poco più di trenta minuti), in modo da fare combaciare audio e schermate pdf, in occasione dell’incontro presentate a schermo condiviso. Sotto ogni immagine si trova quindi la sezione di parlato corrispondente. Tanto le immagini quanto l’audio sono scaricabili, con i procedimenti consueti.

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    © massimo gioseffi, 2020

  • Daedalus (percontatio impossibilis)

    Daedalus (percontatio impossibilis)

    PERCONTATOR: Daedalus, Atheniensis, mirabilis inventor fuit. Notissimus est quia non solum labyrinthum construxit, sed etiam statuas fecit quae movebantur tamquam viventes, et multa alia incredibilia finxit et creavit. Eum percontari volo. Ecce, homo quidam lento pede huc progreditur. Senex est macer, et toga quae olim munda fuit induitur. In magna tabula nigra scribit rapide litteras et numeros innumeros sine ulla significatione lego: “E est mcII”. Quid sibi vult? Daedalus certe est. Daedale… Daedale magister… domine!

    DAEDALUS: Num quid vis, puerule?

    PERCONTATOR: Tibi occurrere mihi magno honori est! Te accuratissime interrogare meum erit. Nescio tamen unde colloqui tecum incipere possim. Mihi, qui stultus puer sum, cum tam sapienti viro colloqui difficile erit. Certe timeo ne me contemnas!

    DAEDALUS: Ne timueris. Colloqui cum stultioribus hominibus consuevi. Igitur, quaere quodvis.

    PERCONTATOR: Ergo, a quodam verbo cupio incohare…

    DAEDALUS: Bene! Quod vocabulum est?

    PERCONTATOR: Verbum par idemque nomini tuo: “daedalus”. Eo nomine homines sermone cottidiano utuntur ut nodum viarum quasi labyrinthum indicent.

    DAEDALUS: Ergo mihi magno honori est haec nominis mei significatio!

    PERCONTATOR: Num tibi idonea esse videtur?

    DAEDALUS: Quin? Cetera volumus memorare?  Te commoneo per omnia saecula iterum iterumque machinas meas laudatas esse. Hoc tibi narrabo: postquam clarissimum volatum perfeci et de caelo in extremam partem Apuliae delapsus sum, urbem illic condidi quae Alessano appellatur, propter verba quae dixi ubi primum terram attigi: “Alae Sanae!”

    PERCONTATOR: Recte dicis, et multi poetae et auctores te laudant! Sunt tamen qui te vituperant, dicentes te scelus fecisse, quia adiuvisses Theseum, qui hostis erat, ut fugeret ex illo labyrintho, quod confusio viarum non est, sed aedificium. Qua de causa ipse effecisti ut et tu et filius tuus in labyrinthum comprehenderemini et, postquam effugeratis, filii mortis auctor fuisti, qui nimis audax fuit, in summo caelo volans. Deinde, cum Minos te insectaretur, profugus apud regem Cocalum vitam procul a patria egisti. At tu haec omnia passus es ut Ariadnes Theseique amoribus prodesses, sed eorum connubium brevissimum fuit. Quod ridiculum mihi videtur!

    DAEDALUS: Censesne hoc ridiculum fuisse? Quidam iudicare possunt me stolidum? Cedo, pericula in inventis meis celata non semper provide devitavi. At homines memores mei erunt, neque tantum quia egregius aedium faber fui!

    PERCONTATOR: Omnia interpretaris in meliorem partem! Quidam te describunt invidum!

    DAEDALUS:  Per Iovem! Noli hoc dicere! Unusquisque virtutes et  vitia habet.  Homines,  non dei sumus…

    PERCONTATOR: Ignoscas! Nolebam tibi iniuriam facere. Igitur de alia re loquamur. Ex te quaero quod opus tuum maxime diligas.

    DAEDALUS: Sine ut cogitem… Multa mea opera mirifica sunt, ac fere divina. Sed confitendum est me agalmatis meis maxime oblectatum esse. Scisne quae sint?

    PERCONTATOR: Minime. At tu dic nobis, quaeso.

    DAEDALUS: Agalma signum deorum est, quod oculos apertos vividosque et membra mobilia habet. Erat tam simile naturae ut de eius mobilitate ipse Plato miraretur. Quae Musa me illustravit!

    PERCONTATOR: Incredibile auditu! Postremo, te oro ut describas quid in volando senseris. Non omnes enim quid sit volare scire possunt.

    DAEDALUS: Magni momenti est quaestio tua! Censeo vitam nimis brevem esse. Ergo nullum animal se movere ubicumque et in aqua et in aëre et in terris potest. Ipse, propter meum ingenium, ipse, qui homo sum et in terris ambulo, volare potui tamquam deus. Sed volans infeliciter Icarus meus mortem invenit. Utinam viveret! Ego tamen volabam super montes et colles, super amnes et silvas, maria et insulas multas et magnas, et despiciebam sata et animalia omnia, quae sub pedibus viderem. Hoc testatur hominem ad res audacissimas natum esse, dummodo pericula non timeat.

    PERCONTATOR: Laus tibi, magister!

    © Ivana Milani, 2020

  • Alberto Grilli (1920-2007)

    Alberto Grilli (1920-2007)

    Giusto cent’anni fa, il 31 maggio 1920, nasceva a Milano Alberto Grilli. Molti di noi ancora lo ricordano, molti sono stati suoi allievi, diretti o indiretti. L’idea iniziale era di celebrare la ricorrenza del centenario invitando una serie di studiosi di oggi a parlare non tanto di Grilli, quanto dei temi che gli erano stati cari, per mostrare come siano ancora vitali, oggetto di dibattito, qualche volta di polemica, ma certamente di studio e di avanzamento del sapere. Ringraziamo gli amici Thomas Benatouil, Carlos Lévy, Guido Milanese, Giancarlo Reggi e Alessandro Russo che hanno generosamente accettato di aiutarci in quel progetto. Le circostanze anomale di quest’anno ci hanno obbligato a rinviare il tutto al 31 maggio 2021, sperando che nulla più osti alla festa. Ci è parso però giusto, accettando un suggerimento di Guido Milanese, ricordare comunque Alberto Grilli. Lo facciamo fra noi, con la voce di alcuni amici che lo hanno conosciuto, che gli sono stati in vario modo discepoli, e che hanno accettato di lasciare una testimonianza sonora di pochi minuti. Non abbiamo voluto fare una vera celebrazione accademica. Quella ci fu già nel 2008 a Lugano, poco dopo la scomparsa di Grilli, e gli atti relativi sono disponibili online, come volume LXII, 2009, della rivista “Acme”. Vi si leggono, fra l’altro, contributi di Giancarlo Mazzoli, Guido Milanese, Nicola Pace, Federica Cordano e Giancarlo Reggi, oltre alla rievocazione di Stefano Martinelli Tempesta, che la casa editrice della rivista offre in open access sul proprio sito (https://www.ledonline.it/acme/allegati/Acme-09-I-07-Martinelli-Tempesta.pdf). Assieme a questa testimonianza ricordiamo anche il caloroso ricordo di Alberto Grilli scritto da Nicola Pace, e pubblicato sul volume XIX della rivista “Eikasmos”, nel 2008.

    Alberto Grilli, dopo circa vent’anni di insegnamento nei licei lombardi, nel 1966 assunse a Milano la seconda cattedra di Letteratura latina, al fianco di Ignazio Cazzaniga, l’uno e l’altro allievi di Luigi Castiglioni. Insegnò fino all’anno accademico 1989/1990, rimanendo ancora in servizio, come coordinatore del Dottorato, fino al 1996. Non smise invece mai il servizio attivo nella ricerca. Massimo Gioseffi, succedutogli nella cattedra di Latino II, ricorda di averlo invitato più volte a parlare di temi suoi: cosa che faceva sempre, accettando immediatamente qualsiasi richiesta, lieto di potersi mescolare con i giovani, di farsi loro guida, loro censore se era il caso (e di Massimo, per primo), ma con toni affettuosamente bonari (“No, questo non si può dire!”), amichevoli, costruttivi. Lo ricorda poi attivo organizzatore degli incontri dell’Associazione Italiana di Cultura Classica, del cui direttivo nazionale aveva fatto parte per molti anni, e della cui sezione milanese rimase a capo fin quasi alla morte (lo rivediamo tutti ancora oggi, negli ultimi mesi di vita, nella sua bella casa all’ottavo piano di una nota via milanese, dalla quale si dominavano i monti lontani; lui, sofferente e attaccato a più riprese a un respiratore artificiale, era pur sempre desideroso di fare, di invitare, di proporre progetti, di vedere persone e discutere cose). Eppure, continua Gioseffi, il primo incontro con Alberto Grilli non avvenne nelle aule universitarie: avvenne alla Scala, quando ignorava chi fosse, ma si ritrovò vicino suo e di sua moglie, per una Zauberflöte diretta da Wolfgang Sawallisch… Grilli era studioso impeccabile, ma non era una di quelle figure tutte casa e studio: amava vivere, andare in giro, conoscere volti nuovi, mettersi alla prova (e mettere gli interlocutori alla prova) in qualche accesa discussione, sempre pronto a riconoscere, quando c’erano, le ragioni dell’altro.

    (I coniugi Grilli, nella loro casa di Trieste, con amici)

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    Tre cose si possono segnalare di Grilli. Il giorno della presentazione ufficiale della raccolta dei suoi scritti, l’aula in cui si celebravano il volume e l’Autore era gremita di docenti di scuola, già suoi allievi, più ancora che di colleghi dell’Accademia (che pure non mancavano). Grilli ne fu fiero: la sua idea era, come ribadirà fra breve Nicola Pace, che la scuola costituisse la prima linea nella lotta contro il non sapere; che i professori andassero considerati come soldati in trincea, che quotidianamente esponevano sé stessi al fuoco nemico; che il legame fra Università e Liceo non dovesse mai essere interrotto, e parlava come di persone non del tutto complete di chi poco o nulla aveva insegnato nella scuola. Non era rimasta questa la situazione negli anni che lo videro in ritiro: e di ciò si rammaricava non poco. Seconda osservazione: Grilli aveva un suo metodo, che partiva sempre dalla parola, e ragionando sulle parole, sul loro significato, sul valore etimologico e sulle sfumature che potevano assumere in ogni specifico contesto, era così in grado di dire sempre qualcosa di giusto e di originale. Di fronte a un insegnamento che, spesso, e lo verifichiamo tutti quotidianamente, trascura proprio il significato delle parole, perché “tanto poi c’è il dizionario”, lui, che un dizionario lo aveva vagheggiato e iniziato, sarebbe trasecolato! Proprio per questo suo metodo, si era occupato di molti temi, apparentemente lontani e diversi fra loro : dai testi che più gli erano cari amava avanzare anche verso altri, estranei alla sua quotidiana frequentazione. Ancora Massimo Gioseffi ricorda ad esempio, terza osservazione, che un giorno Grilli discusse una tesi sulla Regula Magistri, dalla quale scaturì in seguito un’importante pubblicazione. Di fronte allo stupore di Gioseffi, disse più o meno così: “Vedi, Massimo, non è importante che io sia esperto in materia. Alla laureanda l’ho dichiarato subito; ma lei quello voleva studiare. E io ho pensato: lo studierò con lei. Pensa che bella occasione!”. Ecco, Alberto Grilli aveva come tutti, è ovvio, i suoi temi preferiti, i suoi autori, le cose alle quali ritornava più frequentemente. Ma non aveva mai perso la curiosità e l’umiltà dell’imparare. E questo, pensiamo, è quanto ha trasmesso in chi lo ha conosciuto…

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    (Foto di Vittorio Calore, Paideia, Brescia 1992)

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    Fra i suoi allievi diretti, nel senso accademico del termine, Nicola Pace ne rievoca la figura come la si incontrava agli esami o nella preparazione della tesi di laurea, ma ricorda anche come figure quali quella di Grilli siano importanti proprio per il modello che ci propongono e che, se anche improponibili in uguale maniera nell’attuale realtà universitaria, ancora ci parlano e servono a ragionare sul nostro modo di essere e di pensare come docenti.

    (I coniugi Grilli in Croazia, con Nicola Pace e Stefano Martinelli Tempesta)

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    Elisabetta Gagetti, archeologa milanese, parla dei suoi incontri con Grilli in alcuni momenti fondamentali della propria carriera: dalla prima lezione in via Festa del Perdono alla scelta della materia di laurea, agli studi di glittica che l’hanno resa famosa. Ne viene fuori un ritratto di maestro e uomo a tutto tondo, con proprie idee, pensieri, giudizi, forse anche pregiudizi; ma non per questo chiuso in se stesso, in una disciplina specifica, in un sapere incapace di riconoscere e seguire con affetto e partecipazione chi avesse scelto una strada parzialmente diversa dalla sua.


    Anello in ambra con castone plastico raffigurante un busto femminile
    Età traianea
    ©️ Direzione Regionale Musei del Friuli Venezia Giulia –
    Museo Archeologico Nazionale di Aquileia

    [Gli articoli citati nella testimonianza sono A. Grilli, Eridano, Elettridi e via dell’ambra, in Studi e ricerche sulla problematica dell’ambra, Roma 1975, pp. 279-291 e 295; A. Grilli, La documentazione sulla provenienza dell’ambra in Plinio, in “Acme” XXXVI, 1983, pp. 5-17] 

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    Guido Milanese, genovese di formazione, ma legato ad Alberto Grilli da lunga consuetudine personale e professionale (come spiega lui stesso nella testimonianza), parla di Grilli studioso di filosofia antica, ma soprattutto di Grilli come maestro nel vero senso della parola, disposto cioè a farsi tale anche con chi non fosse suo allievo nel senso specifico del termine, ma allievo e basta – ossia giovane di buone doti e pronto a imparare da quanti, per età ed esperienza, avevano più pratica di lui.

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    Stefano Martinelli Tempesta rievoca la decisione di Grilli di lasciare i suoi libri di studio agli allievi, ciascuno secondo l’ambito di interesse che gli era proprio. Non fu lascito da poco, per quantità e qualità (e, a volte, anche per estrinseco valore bibliografico) dei volumi trasmessi. Ma, come dimostra Stefano analizzando un caso specifico, non fu lascito da poco soprattutto per la possibilità di avviare nuove ricerche o realizzare inedite scoperte, in una trasmissione del sapere concreta e reale, che non si è interrotta nemmeno dopo la morte.

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    Come di consuetudine in questi casi, chiudiamo il ricordo riportando un articolo di Alberto Grilli, uno dei suoi ultimi, offerto in open access dalla Fondazione Canussio di Cividale del Friuli (UD). Si tratta dell’intervento intitolato Le due facce della moneta nella letteratura latina, che ci pare rappresentare bene il metodo e la larghezza di interessi del maestro. E’ la relazione a un convegno del 2002, Moneta, mercanti,  banchieri. I precedenti greci e romani dell’euro, i cui atti sono stati pubblicati a cura di Gianpaolo Urso, ETS, Pisa 2003. La Fondazione, fra l’altro, offre sul proprio sito una bibliografia degli scritti di Alberto Grilli, a cura di Alessandro Cristofori, che aggiorna e completa il precedente lavoro di Nicola Pace, apparso nel volume degli scritti di Grilli intitolato Stoicismo, epicureismo e letteratura, Paideia, Brescia 1992: http://www.fondazionecanussio.org/palaestra/grillibiblio1.pdf

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    (Grilli in Val Camonica, lungo la via Valeriana)

    © Elisabetta Gagetti, Massimo Gioseffi, Stefano Martinelli Tempesta, Guido Milanese, Nicola Pace 2020