Se dovessimo descriverli oggi, nel XXI secolo, diremmo che si tratta di oggetti ornamentali molto simili a ‘perline’, ma vaghi e microvaghi sono molto di più. I secondi in particolare (in inglese, microbeads) rappresentano infatti un aspetto molto rilevante del corpus archeologico dell’Italia settentrionale. Per questo è nato il progetto The manufacturing techniques of the microbeads of the Copper and Early Bronze Age in alpine region and northern Italy (ovvero Le tecniche di fabbricazione dei microvaghi dell’età del Rame e del primo Bronzo nella regione alpina e nel nord Italia) che ha lo scopo di indagare i metodi e le tecniche di microperforazione e fabbricazione su diverse materie prime di questo particolare tipo di ornamenti della prima età dei Metalli.

Sebbene tra il Neolitico e il Bronzo Antico gli elementi di ornamento con microperforazioni siano piuttosto numerosi (normalmente su supporti microlitici), non esistono ipotesi chiare sulle tecniche e gli strumenti utilizzati nelle sequenze di lavorazione a causa del diametro molto piccolo e dell’estrema regolarità della perforazione.

microvaghi
Produzione in serie di microvaghi. © Stefano Viola

Nel corso del progetto verranno testate e discusse le principali ipotesi interpretative oggi esistenti attraverso alcuni esempi tratti dall’attività sperimentale e dallo studio tecno-funzionale di oggetti archeologici (vaghi e possibili strumenti) rinvenuti in alcuni siti funerari.

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Lo studio tecnologico dei metodi di fabbricazione, basato su un’ampia base sperimentale e condotto con l’ausilio della microscopia digitale ed elettronica, è un approccio molto potente per individuare peculiarità culturali confrontabili ad altri contesti coevi, anche extraeuropei (es. Civiltà della valle dell’Indo). Nel corso del progetto sarà sperimentato un innovativo metodo di registrazione non a contatto delle tracce utilizzando scanner intraorali 3D portatili (IOS).

punta organica
Punta organica e sue usure da utilizzo © Stefano Viola

Chi svolge il ‘progetto microbeads’

Nel progetto, di respiro internazionale, sono coinvolti Stefano Viola (Principal investigator UniMi-UniGe), Dino Delcaro (Experimental analysis-CAST), Giorgio Gaj (Experimental analysis-CAST), Roberto Micheli (typological analysis); Umberto Tecchiati (archaeological contexts analysis – UniMi), Luca Giglioli e Nausicaa Clemente (MicroCTanalisys-UPO), Chiara Vitale Brovarone e Giulia Molino (MicroCT e SEM analisys-DISAT) e Roberto Meneghello (Scanner IOS-UniPD).

Bloccaggio
Sistema di bloccaggio © Stefano Viola

Tra le istituzioni figurano l’Università di Ginevra, in Svizzera (University of Geneva, Facultédes Sciences, Laboratoire d’archéologie préhistorique et anthropologie – Institut F.-A. Forel), insieme a università ed enti italiani (Dipartimento di Beni Culturali e Ambientali – Università degli Studi di Milano; Centro di Archeologia Sperimentale Torino; Università degli Studi di Padova, Civil Environmental and Architectural Engineering; Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia; Università del Piemonte Orientale; Dipartimento Scienza Applicata e Tecnologia DISAT-Politecnico di Torino; Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per le province di Verona, Rovigo e Vicenza; Soprintendenza archeologia belle arti e paesaggio per le province Bergamo e Brescia).