Il Lavagnone è un importante abitato palafitticolo dell’età del Bronzo, frequentato già in età mesolitica e neolitica (tra il 6500 e i 4500 a.C.). Deve il suo nome a una piccola conca lacustre di origine glaciale, che si trova a 3,4 km a sud del lago di Garda tra i comuni di Desenzano e di Lonato. Lo stesso toponimo, “Lavagnone”, che significa “bacino d’acqua”, “luogo umido”, conserva la memoria del posto.

Oggi dell’antico lago sopravvive solo una piccola zona paludosa invasa dalla vegetazione. Il bacino, che si era progressivamente trasformato in torbiera già in età preistorica, è stato bonificato e messo a coltura all’inizio del Novecento.

Lavagnone: un contesto di riferimento

Il sito del Lavagnone è stato occupato ininterrottamente durante tutto il II millennio a.C. Per questa sua caratteristica, a partire dagli anni ’70 del secolo scorso sono state avviate indagini scientifiche sistematiche sia della sequenza degli stati archeologici, sia del deposito torboso, in cui si sono conservati resti lignei che si sono poi rivelati utili per effettuare analisi dendrocronologiche.

Il metodo di datazione basato sullo studio delle piante fossili e dei loro anelli di accrescimento – la dendrocronologia, appunto – ha permesso infatti di ricavare importanti informazioni sulle datazioni assolute dell’età del Bronzo, facendo del Lavagnone uno dei contesti di riferimento per comprendere la cronologia – relativa e assoluta – di quest’epoca in Italia settentrionale e per apprezzarne tutte le fasi.

In particolare, le indagini del sito risultano importanti per lo studio della cosiddetta “cultura di Polada” del Bronzo Antico, una cultura che prende il nome dalla località di Polada, nei pressi di Lonato del Garda, e che si sviluppa in un periodo che va dal 2200 al 1600 a.C., e della successiva “cultura delle Palafitte e Terramare” del Bronzo Medio e Recente (databile tra il 1600 e il 1200/1150 a.C.).

Il Lavagnone, infine, è anche un sito fondamentale per comprendere l’interazione tra uomo e ambiente in un arco di tempo molto lungo – 1000 anni circa – grazie alla presenza di resti organici animali e vegetali negli strati archeologici.

Logo Lavagnone

Tutti questi fattori sono risultati decisivi per la candidatura e il riconoscimento, nel 2011, del Lavagnone nella Lista dei “Siti palafitticoli preistorici dell’arco alpino del Patrimonio mondiale dell’UNESCO”. Si tratta di un sito seriale transnazionale perché comprende 111 villaggi palafitticoli selezionati tra i circa 1000 noti, datati tra il 5000 e il 500 a.C. e distribuiti sui territori di Svizzera, Austria, Francia, Germania, Italia e Slovenia.

A proposito di palafitte

Le palafitte non sono tutte uguali. Sebbene si possa parlare genericamente di strutture abitative caratteristiche dei siti umidi, si riconoscono diverse soluzioni strutturali e differenti situazioni ambientali. In oltre un secolo e mezzo, le ricerche archeologiche nei numerosi siti palafitticoli europei hanno infatti portato alla luce insediamenti lacustri e fluviali, che sorgevano sulla riva oppure in acque più profonde, con case su piattaforme sospese poggianti su lunghi pali isolati o su pali corti, su pali con fondazioni a reticolo auto-portanti, o ancora case su bonifiche di cassoni lignei, cioè costruite su grandi “recinti” quadrangolari formati tronchi incastrati fra loro, riempiti con ghiaia e altro materiale drenante in grado di filtrare l’acqua e creare così un piano di calpestio piatto.

Le palafitte del Lavagnone…

L’abitato del Lavagnone restituisce una documentazione molto articolata in proposito. Gli aspetti che si sono conservati meglio riguardano l’abitato all’epoca della sua fondazione, all’inizio del Bronzo Antico. In una prima fase (risalente al 2100-2000 a.C. circa) le abitazioni erano costruite su piattaforme lignee sostenute da lunghi pali di quercia, in una zona periodicamente esondata a circa 80 metri dall’antica linea di riva; verso est e verso la terra asciutta il villaggio era delimitato da una palizzata ed era raggiungibile dalla sponda nord-orientale percorrendo una passerella composta da assi di legno accostate le une alle altre, stese sul suolo torboso (timber trackway).

Sappiamo poi che l’abitato ha cambiato aspetto nel corso del tempo e si è continuamente ampliato. Inizialmente l’area occupata dalle abitazioni era superiore ai 6000 mq, forse raggiungeva l’ettaro. La stabilità dell’insediamento si correla al progressivo ampliamento dell’abitato (fino a 3 ettari) e a un incremento demografico lento ma costante.

Le fasi successive restituiscono diversi tipi di architetture del legno: infatti dopo neanche un secolo dalla prima fase dell’abitato e dopo che la palafitta più antica era andata a fuoco, vennero costruite case su pali corti infissi in tavole orizzontali (plinti). Sono state individuate anche abitazioni costruite su bonifica con cassonature lignee riempite di pietrame. In alcune fasi strutture di tipo palafitticolo coesistettero con case costruite all’asciutto direttamente a livello del suolo. Alcune aree del bacino furono occupate per tempi più brevi, altre vennero periodicamente abbandonate e rioccupate, rendendo l’abitato dell’età del Bronzo un villaggio dinamico e in continua evoluzione, anche in relazione all’ambiente circostante, alle risorse disponibili, al trend demografico e ai rapporti più o meno conflittuali con le popolazioni vicine.

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Tesi

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