Archivio mensile 29 Maggio 2020

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SALUTE DELLA MAMMELLA: DA COSA DIPENDE?

Lo studio preso in considerazione è stato svolto presso l’Università di Wageningen (Olanda) con lo scopo di valutare come una lunghezza differente del periodo di asciutta possa influenzare lo sviluppo di infezioni intramammarie prima e dopo il parto e il valore delle cellule somatiche nella lattazione successiva; inoltre lo studio si pone come obbiettivo quello di determinare quali caratteristiche sono associate alla salute della mammella in base ai diversi periodi di asciutta.

Ad oggi è possibile affermare che il tessuto mammario necessita di almeno 35 giorni per potersi rigenerare tuttavia non è ancora possibile formulare ipotesi certe sugli effetti che il periodo di asciutta ha sulla salute della mammella in quanto i diversi studi svolti a riguardo hanno ottenuto risultati discordanti; alla luce di questi studi, sembrerebbe però possibile affermare che gli effetti dipendano da diversi aspetti quali l’ordine di parto, il mese del parto, la produzione di latte al momento dell’asciutta e la manifestazione di mastiti nelle lattazioni precedenti.

La sperimentazione è stata condotta su 167 vacche frisone (60 primipare e 107 pluripare) presso l’allevamento sperimentale universitario; le bovine sono state prima suddivise in gruppi in funzione dell’ordine di parto, della data prevista del parto, della produzione e del BCS e successivamente sono state casualmente assegnate ad un periodo di asciutta differente tra 0, 30 o 60 giorni.

Durante la prova sono stati raccolti dati riguardanti la quantità di latte prodotta, il contenuto di grasso e proteine e le cellule somatiche i quali sono stati valutati mensilmente prima del periodo di asciutta mentre settimanalmente dal parto fino alla fine della lattazione; una volta raccolti i dati sono stati poi valutati mediante analisi statistiche per ottenere i risultati finali.

Dallo studio è emerso che la produzione di latte è maggiore in bovine che hanno effettuato un periodo di asciutta di 60 giorni mentre per quel che riguarda i valori legati alle cellule somatiche, non vi sono differenze in funzione della lunghezza dell’asciutta per quel che riguarda i valori rilevati prima dell’asciugatura; tuttavia è stata riscontrata una certa variazione in funzione dell’ordine di parto, infatti, su bovine con un minore ordine di parto sono stati riscontrati valori inferiori per quel che riguarda le cellule somatiche alla messa in asciutta.

Le differenze di cellule somatiche sono maggiormente accentuate nel post- parto, è stato infatti riscontrato che le bovine con una maggiore concentrazione di cellule somatiche nel latte sono le pluripare che non hanno effettuato l’asciutta mentre le primipare che hanno effettuato 30 o 60 giorni di asciutta ottengono valori inferiori, sottolineando l’effetto positivo del periodo di asciutta e ponendo ancora una volta l’accento sul fatto che la salute della mammella sia strettamente legata all’ordine di parto della bovina.

È stato inoltre osservato che la proporzione di animali che nel post- parto risultano avere per la prima volta le cellule somatiche superiori a 200.000 cells/ml o che risultano non affetti da mastite non varia in funzione della durata del periodo di asciutta.

Analizzando i risultati ottenuti è possibile ipotizzare che i valori più alti di cellule somatiche nel post- parto in assenza di asciutta siano dovuti ad un’infezione intramammaria non curata prima del parto a causa appunto della mancata sospensione della mungitura e di conseguenza dell’impossibilità di effettuare trattamenti antibiotici; un’altra ipotesi sostiene invece che la completa involuzione e rigenerazione del tessuto mammario porti alla produzione di lattoferrina e immunoglobuline che proteggono la mammella dalle infezioni e che, di conseguenza, con periodi di asciutta troppo brevi non si raggiunge il completamento di questo processo influenzando negativamente le difese della mammella.

È stato inoltre osservato che in assenza di asciutta aumenta la possibilità di sviluppare mastiti croniche di conseguenza questo tipo di strategia gestionale non risulta adatta a bovine che presentano valori di cellule somatiche alti all’ultimo controllo pre- parto.

In conclusione, dallo studio è possibile affermare che sicuramente la lunghezza dell’asciutta influenza la concentrazione di cellule somatiche e l’insorgenza di mastiti croniche nella lattazione successiva, tuttavia è stato evidenziato che la salute della mammella dipende fortemente anche da altri fattori come ad esempio l’ordine di parto, anche se è necessario effettuare ancora diversi studi a riguardo.

Bibliografia:

  • Van Hoeij R. J. (2016), Cow characteristics and their association with udder health after different dry period lenghts, Journal of Dairy Science, Vol. 99, No. 10.
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LETTIERA PER I VITELLI: IMPORTANTE PER DIVERSI SCOPI!

I bovini adulti hanno un comportamento per quanto riguarda il riposarsi, e quindi lo sdraiarsi, che è fortemente legato alle caratteristiche della superficie di riposo. 

Sfortunatamente vi sono poche informazioni riguardanti come la superficie di riposo possa influenzare il comportamento dei vitelli. 

Uno studio condotto da Camilati et al (2012) ha come obiettivo quello di determinare la preferenza dei vitelli riguardo le superfici di riposo al variare dalla presenza o meno di segatura costituente la lettiera e dalla sua differente umidità.

La prova è stata condotta su 5 vitelli di razza Holstein in Canada. Prima di diventare soggetti di studio i vitelli sono stati mantenuti in gabbiette individuali (1,97 x 1,27 m) con dei muri di plastica su tre lati e la lettiera utilizzata era segatura, così come nella prova sperimentale.

Quando lo studio ha avuto inizio i muri di plastica sono stati rimossi così da consentire ai singoli vitelli l’accesso nel box a loro adiacente, avendo così a disposizione  l’area di due box  (1,96 x 2,54 m) e quindi la possibilità di dividere il box in due aree con trattamenti differenti.

I primi tre giorni di prova sono stati considerati una fase di “adattamento” durante la quale, entrambi i box ai quali avevano accesso i vitelli, sono stati distribuiti 30 kg di segatura essiccata (90% di sostanza secca). 

Dopo la fase di adattamento, in tutti i box, in una delle due aree, sono stati distribuiti 15 kg di segatura (90% sostanza secca) e nell’altra area sempre 15 kg di segatura con diversi livelli di sostanza secca in ogni box.  I diversi livelli di sostanza secca consistevano, in ordine crescente del livello di umidità, in 74%, 59%, 41% e 29% di sostanza secca, e questi costituivano la zona umida del box. Inoltre è stato inserito un ulteriore livello caratterizzato da una lettiera in calcestruzzo ottenendo così 5 livelli di trattamento a cui sottoporre i vitelli oltre a quello “base” con 90% di sostanza secca che costituiva la zona asciutta del box.

Ciascuno dei 5 vitelli è stato sottoposto per due volte ad ognuno dei 5 diversi trattamenti di “lettiera umida” per 24 ore mediante la logica del quadrato Latino.

Il comportamento è stato monitorato con delle videocamere posizionate sopra ad ogni box e mediante l’ausilio di lampade infrarossi che hanno permesso la registrazione anche nelle ore di buio. I video sono poi stati elaborati osservando ad intervalli regolari di 5 minuti il comportamento dei vitelli “in piedi” e “coricati” valutando se l’animale era completamente o prevalentemente coricato nella zona del box asciutta oppure in quella umida. Inoltre sono stati utilizzati dei sensori HOBO® in grado di determinare le temperature giornaliere a cui erano esposti i vitelli e quindi di definire i valori minimi e massimi di temperatura giornalieri. La media delle temperature durante la prova è stata di 9,3 ± 2,3°C.

È risultato che i vitelli preferivano coricarsi nelle zone asciutte piuttosto che in quelle umide soprattutto nei casi in cui l’umidità era elevata.

Il tempo che i vitelli hanno trascorso coricati nella zona umida era minore all’aumentare dell’umidità ma, al contrario, il tempo registrato è stato di 12 ore al giorno nel trattamento con il 72% di sostanza secca e di 17 ore nel trattamento con 29% di sostanza secca.

In nessun caso è stata preferita la zona in calcestruzzo rispetto alla zona asciutta (90% s.s.).

Una delle motivazioni per cui i vitelli possono aver evitato le zone umide è perché, nelle zone umide, è maggiore la perdita di calore ed il raffreddamento dell’animale che, in questa prova, era sottoposto a basse temperature.

In ogni caso questo studio ha mostrato l’importanza della lettiera non solo per quanto riguarda l’igiene, fondamentale soprattutto in questa fase delicata della vita dell’animale, ma anche per garantire una lettiera asciutta e morbida e quindi il libero comportamento del vitello appena nato.

T. V. Camiloti ,J. A. Fregonesi , M. A. G. von Keyserlingk and D. M. Weary (2012)

Short communication: Effects of bedding quality on the lying behavior of dairy calves.                    J. Dairy Sci. 95 :3380–3383

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Il progetto MAGA è su Facebook!

Le attività di Trasferimento dei Risultati del progetto MAGA proseguono: da pochi giorni è stata aperta la pagina Facebook del progetto, la trovate qui https://www.facebook.com/progettomaga. Qui si trovano informazioni sulle attività, foto, link utili e altro materiale. Invitiamo tutti a visitare la pagina e mettere un “Mi piace” !

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ALLE VACCHE IN ASCIUTTA PIACE IL BUIO

Tra i vari elementi che possono essere presi in considerazione per una gestione ottimale del periodo dell’asciutta nella vacca da latte vi è il fotoperiodo. Il controllo delle ore di luce durante la giornata può dare importanti aumenti di produzione nella lattazione successiva.

Miller et al. 2000 in uno studio condotto presso l’Università del Maryland, afferma che la manipolazione del fotoperiodo durante il periodo dell’asciutta potrebbe essere una tecnica gestionale utile per aumentare la produzione di latte nella successiva lattazione, in particolare il passaggio da un fotoperiodo breve durante la fase di asciutta ad un fotoperiodo lungo dopo il parto. Durante questo studio le vacche di razza Holstein, alla messa in asciutta 60 giorni prima della data prevista per il parto, sono state suddivise casualmente in due gruppi. Le vacche del primo gruppo sono state sottoposte a fotoperiodo lungo (LDPP, 16h di luce e 8h di buio), quelle del secondo gruppo invece a fotoperiodo breve (SDPP, 8h di luce e 16h di buio). Al parto sono stati misurati peso, altezza e lunghezza del vitello e le vacche sono state riportate con il resto della mandria, esposte quindi ad un fotoperiodo naturale intermedio tra i due considerati nella prova. Inoltre, dopo il parto si è proceduto con la misura della produzione di latte e della sua composizione per 16 settimane.

Dai risultati ottenuti si osserva che il trattamento non ha influenzato la crescita del vitello e la composizione del latte. È risultata invece rilevante la variazione di produzione di latte tra i due gruppi. La produzione media nella lattazione successiva è stata superiore di 3,2 kg/d nelle vacche SDPP (38,1 kg/d) rispetto a quelle LDPP (34,9 kg/d), così come la produzione di latte corretto per l’energia. Da tale studio quindi è stato possibile affermare che il passaggio da un fotoperiodo breve durante la fase di asciutta ad un fotoperiodo più lungo dopo il parto, può essere un importante metodo per permettere di aumentare la produzione di latte nella successiva lattazione.

I motivi di tale aumento di produzione, in seguito all’esposizione ad un fotoperiodo breve durante la fase di asciutta, sembrano essere legati agli effetti che il trattamento ha sui processi in atto a livello della ghiandola mammaria durante questo periodo. La manipolazione del fotoperiodo durante il periodo dell’asciutta provoca un effetto sulla crescita mammaria tra 3 e 6 settimane prima del parto. Le vacche esposte a fotoperiodo corto subiscono un più estensivo rimodellamento della ghiandola mammaria e del rinnovo cellulare, che può tradursi nell’aumento della produzione lattea nella successiva lattazione (Wall et al. 2005).

Un altro studio invece ha valutato se l’esposizione ad un fotoperiodo breve durante la fase di asciutta generi effetti rilevanti anche riducendo la durata del trattamento a 42 giorni. Anche in questo caso sono stati formati due gruppi, uno con vacche esposte a fotoperiodo breve (SDPP, 8h di luce e 16h di buio) e l’altro a fotoperiodo lungo (LDPP, 16h di luce e 8h di buio), ma la messa in asciutta è stata effettuata 42 giorni prima della data prevista per il parto. Durante il periodo di asciutta le vacche sono state alimentate con una razione con concentrazione energetica simile a quella del periodo di lattazione. Dopo il parto, le vacche sono state riportate con il resto della mandria ed esposte a fotoperiodo naturale. Nei primi 120 giorni di lattazione è stata misurata la produzione di latte.

Dai dati raccolti risulta che la produzione di latte dopo 120 giorni dal parto è superiore per le vacche del gruppo SDPP (38,5 kg/d) rispetto a quelle del gruppo LDPP (35 kg/d). Tali risultati suggeriscono che ridurre la durata del periodo di asciutta e somministrare un’unica dieta non influenza negativamente la capacità delle vacche di rispondere alla manipolazione del fotoperiodo e sostiene il concetto per cui un periodo di asciutta breve semplifichi la gestione alimentare delle vacche in asciutta (Velasco et al. 2008).

Per concludere è possibile quindi affermare che la gestione del fotoperiodo influenza la produzione nella lattazione successiva, in particolare, esporre le vacche in asciutta ad un fotoperiodo breve permette di aumentare la produzione lattea successiva sia con durata tradizionale di 60 giorni che ridotta a 42 giorni.

Bibliografia:

-Miller et al. 2000. Effects of photoperiodic manipulation during the dry period of dairy cows. Journal of Dairy Science Vol. 83 No 5

-Wall et al. 2005.  Exposure to short day photoperiod during the dry period enhances mammary growth in dairy cows. Journal of Dairy Science Vol. 88 No. 6

-Velasco et al. 2008. Short-day photoperiod increases milk yield in cows with a reduced dry period length. Journal of Dairy Science Vol. 91 No. 9

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Nonostante l’emergenza sanitaria…Riprendono le attività in stalla per il progetto MAGA

Questa settimana sono riprese le attività in stalla per il progetto MAGA.

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IL COSTO DELLA MASTITE

La mastite è un’infiammazione della ghiandola mammaria che porta al peggioramento sia quantitativo che qualitativo del latte prodotto; è stato stimato che se il contenuto di cellule somatiche arriva a 200000 cellule/ml si ha una perdita di circa 1,8 quintali di latte per lattazione.

La presenza di mastite determina un calo che può arrivare fino al 20% del lattosio presente nel latte e la diminuzione anche di grasso e proteine, rendendo quindi la caseificazione molto meno redditizia; il peggioramento qualitativo si ripercuote quindi su una minore retribuzione all’allevatore, aumentando la perdita economica legata all’insorgenza della malattia.

I costi che l’allevatore deve sostenere, oltre alla perdita quanti-qualitativa di latte, sono molti e di diverso tipo: costo della terapia, costo del veterinario, manodopera necessaria a gestire l’animale fino ad arrivare alla riforma dell’animale stesso nei casi più gravi. Le perdite economiche sono lo scopo del lavoro svolto da Daprà et al. (2006) alcuni anni fa ma le cui conclusioni sono valide ancora oggi.

Lo scopo dello studio è stato quindi quello di valutare quali fossero i costi che un allevatore deve sostenere in caso di mastite e quanto questi incidano a livello aziendale; sono state prese in considerazione 6 aziende di vacche da latte di razza frisona presenti nel comprensorio lombardo, caratterizzate da diversi sistemi gestionali. Nello specifico, 2 aziende hanno un numero di bovine in lattazione inferiore a 50, altre due mungono da 50 a 100 bovine mentre le ultime 2 possiedono più di 100 animali in lattazione.

Per la valutazione dell’impatto economico della mastite a livello aziendale è stato usato un modello informatico sviluppato dai ricercatori dell’Università del Minnesota; questo modello necessita di alcune informazioni riguardanti le caratteristiche aziendali (numero di animali in mungitura, consistenza primipare e pluripare, animali in asciutta e così via),  successivamente si definiscono gli obbiettivi che si intendono raggiungere che in questo caso sono stati fissati in una riduzione del 30% delle cellule nel latte di massa, dei casi clinici al mese e degli animali riformati per mastite.

L’elaborazione di questi dati permette di calcolare il costo che l’allevatore sostiene per ogni caso di mastite e inoltre permette anche la classificazione delle perdite.

Dallo studio è emerso che i danni causati dalla mastite hanno un’entità variabile all’interno dei 6 diversi allevamenti considerati: incidenza bassa in due aziende, media in tre aziende e addirittura molto alta in un’azienda; questa variabilità dipende principalmente dalle diverse condizioni ambientali e dalle capacità gestionali dell’allevatore, fattore che nello specifico influisce sulle mastiti subcliniche.

È inoltre emerso che le stalle con una maggiore incidenza di mastiti subcliniche perdono, a causa della concentrazione di cellule somatiche elevate, la porzione di pagamenti legata al raggiungimento degli standard qualitativi. Anche le perdite annue dovute alla riforma precoce degli animali sono molto variabili: in 2 aziende queste non incidono sul bilancio, in 1 azienda sono irrisori, in 2 intorno assumono un valore medio e nell’azienda più grande ammontano addirittura a cifre elevate.

In conclusione, dallo studio si evince quanto sia fondamentale, nel mercato del latte odierno, lavorare sulla buona gestione e la qualità del prodotto; per raggiungere questo obbiettivo l’allevatore deve essere attento e agire in maniera tempestiva sugli animali che presentano mastite, in maniera tale da limitare i danni della patologia e di conseguenza i costi a essa correlati.

L’ultimo aspetto da considerare è l’importanza della prevenzione, ovvero sviluppare un piano di gestione sanitaria attraverso una corretta gestione aziendale che permetta di evitare l’insorgenza della patologia, limitando quindi l’uso di farmaci.

Bibiliografia: Daprà V. (2006), Le mastiti costano molto all’allevatore, L’informatore Agrario.